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Incipit profetico – la mia storia nro 8

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Riprendo un vecchio incipit profetico di Scrivere creativo e propongo la mia storia.

«Sarà buio. Sarà sangue. Sarà ovunque» espresse il pensiero Alba, che pareva in trance.

Alfonso la guardò sbalordito. Non capiva quel tre volte ‘sarà’. Si interrogò se doveva chiedere spiegazioni, quando lei riprese a parlare.

«Noi saremo là e assisteremo incapaci di frenare quell’orgia di violenza».

Adesso Alfonso era terrorizzato, perché la compagna profetizzava qualcosa di mostruoso. Erano partiti con una spedizione di visionari per il deserto del Sinai alla ricerca delle tavole di Mosé. John il capo spedizione era convinto che si trovassero nascoste nelle grotte del monte Sinai, dalla parte opposta del Monastero di Santa Caterina. Le cercava non nella cosiddetta grotta di Mosé ma dalla parte opposta. Nella spedizione composta da sette uomini e quattro donne c’erano anche Alfonso e Alba, due giovani ricercatori dell’università di Oxford. Con loro c’erano anche altri due italiani, Simone e Patrizia, che venivano da Torino.

Quando erano arrivati al Monastero, Alba pareva pervasa dal demonio. Parlava di notte in una lingua incomprensibile. Al risveglio diceva di non ricordare nulla. Buio assoluto. Di giorno si mostrava inquieta e tendeva ad appartarsi. Diceva che salire sul monte Sinai avrebbe portato sfortuna e si rifiutò di seguirli. Alfonso rimase con lei, perché non voleva lasciarla sola ma anche perché sembrava più inquieta del solito.

Erano accampati fuori le mura del Monastero, quando ritornò indietro Peter, un giovane americano, alla ricerca di un siero antivipera.

«Patrizia è stata morsa da un serpente velenoso. È incapace di muoversi e necessita di soccorso» spiegò agitato l’americano, prima di sparire dentro le mura del luogo sacro.

Alfonso ricordò che Alba aveva profetizzato sventure e a quanto pare erano arrivate.

«Alba» chiese il giovane alla compagna, tenendole una mano. «Cosa facciamo?»

«Dobbiamo andarcene, prima che sia troppo tardi. Dobbiamo puntare su Har Karkom. Nelle sue viscere troveremo le tavole».

Alfonso in silenzio preparò gli zaini per partire verso il deserto del Neghev. Lì era territorio israeliano e non avevano i permessi di entrare. In qualche modo sarebbero passati. Si unirono a una carovana di beduini che arrivava vicino a Al Qosimah al confine con Israele. Però abbandonarono la carovana nei pressi di Qesm Nakhl che distava poco dal confine e una decina di chilometri dalla montagna obiettivo.

Qui Alba aveva cominciato a straparlare e pronunciare frasi sconnesse in italiano, inglese e una lingua del tutto sconosciuta. Era quasi sera e trovarono ospitalità in una tenda dei beduini, che solcavano quel deserto come una nave sul mare.

Alfonso tentò varie lingue per farsi comprendere con effetti negativi. Voleva sapere se c’era un check point vicino per attraversare la frontiera senza rischiare la vita. Gli israeliani non erano teneri coi clandestini. Alla fine rinunciò. Provò usare il tablet senza significativi risultati. Google map indicavano sommariamente le strade. L’unica via che attraversava il confine era molto più a sud, il valico di Taba. Tornare indietro si rischiava di perdere la bussola e vagare nel deserto. Prospettiva poco allettante. “Un vero peccato” sospirò Alfonso, che si stava pentendo di essersi allontanato dal Monastero di Santa Caterina e dal gruppo. Aveva lasciato un biglietto con la loro destinazione ma di certo John non l’avrebbe presa bene la loro diserzione. Quindi ho trovavano queste benedette tavole o una bella lavata di capo non l’avrebbero scansata.

Alba continuava a mormorare incessante la sua profezia come una litania religiosa, finché esausta non si addormentò. Alfonso si strinse vicino nel sacco a pelo doppio che li accoglieva e sognò prati verdi e boschi folti.

Un rumore assordante lo svegliò. Controllò l’ora sul quadrante fosforescente. Erano poco più delle sei ora locale. Pareva il rumore di un aereo in avvicinamento. Uscì dalla tenda. Il sole tingeva di rosso il cielo e un aereo stava passando sopra di loro.

Alba silenziosa si pose al suo fianco, quando un boato squarciò il silenzio e una palla di fuoco incendiò il cielo.

Per un attimo fu buio, perché chiusero gli occhi ma subito dopo oggetti incandescenti che lasciavano scie scure di fumo precipitarono a terra. Rimasero a naso in su, assistendo al tragico spettacolo.

Un aereo era esploso in volo col suo carico umano, mentre loro osservavano senza poter fare nulla.

Alfonso guardò ammirato Alba. Aveva profetizzato sangue ovunque e così era stato. Dovevano mettersi in marcia subito per passare in Israele e raggiungere la località che la ragazza farneticando aveva indicato.

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Incipit profetico – la mia storia nro 7 – seconda parte

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A grande richiesta metto una coda alla storia che trovate qui.

Venerdì diciassette Cristina si svegliò di buon’ora, stiracchiandosi come una gatta dopo una sana dormita. Sbadigliò vistosamente mentre scalciava le lenzuola lontano. Era giugno e faceva decisamente caldo per il periodo. A piedi nudi si diresse in bagno. Doveva svolgere con urgenza un servizio corporale. Evitò con cura gli specchi, come faceva tutte le mattine. La visione della sua chioma aggrovigliata e delle occhiaie che parevano uscite da un incontro di boxe le metteva irritazione e spegneva il buon umore della giornata.

Doveva prepararsi per andare al lavoro per non fare tardi. Era impiegata in un’assicurazione. Alle diciassette e trenta avrebbe staccato come tutti i venerdì. Nella giornata odierna aveva un motivo in più per non concedersi un attimo di ritardo nell’uscita dall’agenzia. Alle diciannove era prevista la cerimonia nuziale. Un orario insolito come la scelta del giorno. Le era sembrato che ci fosse stata molta urgenza nella preparazione del matrimonio deciso in fretta e furia come se indicibili spinte fossero diventate frenesie. “Che la stronza di Celine abbia incastrato il bel Marco per farsi impalmare?” si chiese mentre tentava di sgrovigliare la matassa setosa che aveva in testa. Se fosse stato così, era stata più furba di lei, che invece si era mostrata riluttante a concedersi. Lo avevano fatto poche volte e sempre usando mille cautele. Rimanere incinta era l’ultimo dei suoi pensieri. Accudire un pupo pure.

Imprecò in modo variopinto mentre tentava con poco successo a trasformare i suoi capelli rossi in qualcosa di vagamente lisciato. Erano stati sempre ribelli con ricci e boccoli in varia misura. Usava la piastra per renderli dritti ma trenta secondi dopo era come prima. La mattina era un delirio pettinarsi. Si rassegnò a lasciarli andare come volevano loro. “È fatica inutile” si disse mentre si truccava in modo leggero. Non amava quei mascheroni pesanti che talvolta vedeva in Clara, la collega d’ufficio.

Adesso era il momento della scelta del vestito. Optò per il classico: jeans e camicetta per l’ufficio. Avrebbe portato con sé quel vestitino leggero di lino a fiori gialli e rossi di Ken Scott che suscitava gli sguardi lascivi degli uomini, la pochette e le scarpe dello stesso stilista. Sarebbe stata uno schianto. Prima di uscire dal lavoro avrebbe compiuto la metamorfosi da graziosa impiegata a vamp sexy. Dismessi i jeans, tolto il reggiseno, scambiate le mutandine con altre ridottissime di pizzo avrebbe indossato l’abito prescelto che la fasciava come una seconda pelle, mettendo in risalto il suo seno piccolo ma scultoreo. «Fosse solo quello!» cinguettò felice, mentre metteva in moto la sua Smart.

La giornata lavorativa non sembrava finire mai, mentre l’adrenalina saliva a livelli pericolosi.

All’orario di chiusura dell’agenzia si infilò nel bagno per cambiarsi. Uscendo lasciò di stucco le colleghe e l’assicuratore, che faticavano a riconoscerla nella nuova veste.

«A lunedì, ragazze» cinguettò Cristina. «Buon week end, Paolo».

Lo salutò con un gesto della mano, prima di uscire.

La giornata calda ma non afosa l’accolse in strada, mentre un signore apparentemente distinto si lasciò sfuggire ad alta voce: «Che gnocca».

Lo spettacolo era iniziato.

Raggiunto il municipio, si posizionò proprio all’ingresso dello scalone che portava alla sala dei matrimoni. L’attesa non durò molto. I primi inviatati arrivarono alla spicciolata, suscitando versetti appena contenuti di libidine. Le ragazze la guardarono in tralice invidiose e gelose. La sensualità di Cristina oscurava tutte le loro messe insieme, mentre attirava gli sguardi concupiscenti degli uomini.

Cristina non mostrava nessun imbarazzo, nonostante il bisbigliare malevolo delle donne e quello voglioso degli uomini.

Marco arrivò poco prima delle diciannove e sbiancò vedendola. Non immaginava che si presentasse così al suo matrimonio. Finse di non riconoscerla, mettendosi a parlottare col testimone. Tremava al pensiero che all’arrivo di Celine facesse una piazzata.

Cristina gongolava. “Lo stronzo è rimasto senza parole” si disse, accendendo un sorriso smagliante sul viso. Ancora poco e la vendetta sarebbe consumata.

Quando la sposa con dieci minuti di ritardo si avvicinò a Marco, Cristina si staccò dal punto in cui stava da un’ora e puntò su lui, che fece l’atto di nascondersi senza riuscirci.

«Auguri, Marco» e lo baciò con passione sulle labbra sotto gli occhi esterrefatti di Celine.

Poi con un gesto teatrale accarezzò il viso della sposa e si allontanò ancheggiando vistosamente.

Incipit profetico – la mia storia nro 7

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Altro vecchio incipit profetico di Scrivere creativo.

«Marco si sposa venerdì prossimo, ma pioverà e gliela farò pagare».

Cristina borbottò queste parole, mentre stava davanti allo specchio a sistemarsi i capelli, che parevano arrabbiati come lo era lei con Marco.

«Quello spergiuro! Mi ha menato per il naso in tutti questi anni» mormorava la ragazza, dando rabbiosi colpi di spazzola alla chioma, che pareva già in ordine.

Cristina aveva superato i trenta e vedeva allontanarsi la prospettiva di trovare un compagno. Marco era quello che aveva durato di più. “Un anno” pensò con un ghigno feroce. “Però l’infedele diceva di amarmi alla follia, mentre in realtà frequentava Celine. Anzi l’infingardo era ufficialmente fidanzato”. Alla parola fidanzato stringe con violenza il manico della spazzola, mentre le nocche diventavano candide. Se fosse stato a tiro, un bel oggetto contundente l’avrebbe centrato.

Lo specchio rimandava l’immagine di una donna aggressiva e cattiva con la fronte corrugata e le labbra serrate. Sembrava sfigurata dalla rabbia del tutto diversa dalla rappresentazione che mostrava alle persone. Appariva dolce e affettuosa, pronta a offrire i suoi servigi. Dalle maniere educate e per nulla sdolcinate tutti la riteneva una ragazza generosa. Però quando si infuriava usciva la sua vera anima. Ringhiante e decisa a far valere le sue ragioni. Questo aspetto della sua personalità appariva di rado, anzi rimaneva nel chiuso del suo appartamento.

Prese in mano l’invito e lo fece in mille pezzi.

«Quello stronzo mi prende pure in giro. Dopo avermi illusa mi invita al matrimonio e al rinfresco» ringhiò Cristina, mentre dall’armadio sceglieva il vestito per uscire. «E non solo ma anche la lista di nozze! Per chi mi ha presa? Per la scema del villaggio?»

Gettò sulla sedia l’abito di lino a fiori. Un getto di rabbia che non diminuì l’adrenalina che aveva in corpo.

«Scaricata come una vecchia scarpa» tuonò la ragazza rossa in viso come i capelli. «Calmati. Venerdì conoscerà la mia vendetta».

Non sapeva ancora come ma di sicuro avrebbe avuto l’effetto di una deflagrazione. Infilato il vestitino leggero sull’intimo ridotto alle sole mutandine, mise nei piedi un paio di sandali dorati senza tacco. “Tanto non ho bisogno di barare sull’altezza” pensò, mentre prendeva la borsa di tela che pesava come una casa. “Il mio metro e settantacinque è sufficiente”.

A questo pensiero trasformò la grinta rabbiosa in un viso sorridente. Ricordava che Marco era un tappo. Almeno cinque o sei centimetri più basso di lei. Solo questo abbassava tutta la sua boria di figlio di papà. I suoi erano ricchi di loro, avendo ereditato una fortuna dal nonno, che l’aveva costruita coi favori del fascio nel ventennio. Poi intrallazzando e navigando nel sottobosco della politica aveva accresciuto il patrimonio. Marco era un nulla facente, fuoricorso da anni, amante della bella vita e contornato da stuoli di donne attratte solo dalla sua ricchezza. Per Cristina era un ragazzo affascinante anche se a volte di una noia indicibile. Dei suoi soldi non gliene importava un fico secco ma l’avrebbe sposato volentieri. Ci stava bene insieme. “Invece” digrignò i denti, mentre chiudeva la porta blindata del suo trilocale. Il pensiero di venerdì le fece aumentare l’adrenalina e la voglia di vendicarsi.

Prese la Smart per andare in centro. Doveva incontrare Fabia, l’unica amica rimasta tale. Un caffè nella caffetteria del corso principale, due chiacchiere prima del pranzo. Aveva un pensiero fisso mentre con agilità sgusciava tra i mastodontici suv che infestavano la strada. Non aveva mai capito cosa ci trovassero di attraente in queste auto impacciate nel traffico convulso del centro storico.

“Cosa posso inventarmi per venerdì?” si disse muovendo le labbra come se parlassero. “Ma di venere, né di marte non ci si sposa, né si parte, ma neppure un colpo all’arte”. Sorrise per questa filastrocca, perché aveva deciso di mettere i bastoni tra le ruote.

Trovato un pertugio tra due scintillanti auto, parcheggiò con agilità la sua Smart. Diede un colpo al vestito, che aderiva al suo corpo come una seconda pelle, segnando tutto quello che stava sotto. Ancheggiando sotto gli occhi bramosi di due uomini si diresse verso il luogo dell’appuntamento. Sapeva che il suo corpo sodo e ben formato suscitava le occhiate lascive degli uomini. Le piaceva mostrare questo lato della sua femminilità che aveva saputo attrarre Marco, anche se solo per poco.

«Sei un porco!» borbottò, mentre incrociava un signore distinto che si fermò a guardarla male. Aveva pensato che l’insulto fosse destinato a lui.

Cristina proseguì continuando a borbottare epiteti e ingiurie verso Marco, reo di averla abbandonata con una semplice frase: «Venerdì diciassette mi sposo con Celine».

Celine era una ragazzetta di appena venticinque anni, sciocca e fatua come un’ameba. Eppure era riuscita a prendersi il cuore di Marco. “Devo trovare qualcosa di eclatante” si disse, abbracciando Fabia.

Incipit profetico – la mia storia nro 6

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Altra vecchia sfida di Scrivere creativo

«Domenica andiamo a scalare. Puoi dire o fare quello che vuoi, Alberta, ma noi andremo».

Gianni è stato deciso nell’affermazione, lasciando basita Alberta.

Loro convivevano da dieci anni, dividendo la villetta che avevano comprato insieme. Sempre d’accordo salvo qualche piccolo litigio che si ricomponeva in breve tempo. Insomma una coppia affiatata.

Lui aveva trentacinque anni, lei tre di meno. Al momento non avevano deciso se volevano un figlio oppure no. Egoisticamente fino al momento avevano rinunciato, ripromettendosi di decidere domani. Però si sa che domani è un nuovo giorno e così erano passati dieci anni.

Gianni era un consulente informatico apprezzato e ricercato e spesso era in trasferta. Alberta insegnava lettere al liceo scientifico con un incarico annuale. Aspettava con ansia il mega concorso per aspira a entrare di ruolo.

Ognuno coltivava i propri hobby senza interferire. Gianni nel poco tempo libero praticava il tennis, ma amava anche la montagna. Era un discreto rocciatore ma da tempo vi aveva rinunciato, perché Alberta soffriva di vertigini e stava in ansia sapendolo appeso a una parete. Lei invece adorava leggere e qualche volta si dilettava a scrivere brevi racconti.

Dunque quel lunedì Alberta è rimasta interdetta, quando il compagno con tono perentorio aveva annunciato che sarebbe andato con alcuni amici a scalare quella montagna dietro casa. Lei non aveva aperto bocca ma di sicuro non avrebbe lasciato perdere l’argomento. Stasera nel lettone ne avrebbero parlato.

“A Gianni non ho mai negato di andare in montagna, anche se lui sa benissimo che sono in apprensione” ragiona Alberta, mentre si prepara per andare a scuola. “Quello che non mi garba è ‘puoi dire o fare quello che vuoi ma noi andremo’. Ci mancherebbe che io mi metta di traverso. Però…”.

Finisce di truccarsi, infila la blusa di lino marrone e mette le scarpe basse, più comode per la guida.

Gianni è già uscito. Una giornata tranquilla in ufficio. Mentre prende il numero 15, fa mente locale di quello che serve per domenica. “Gli scarponi da roccia, corde e moschettoni, il tascapane. I pantaloni di velluto verdi e il maglione pesante”. Annota tutto mentalmente. Dovrà controllare che l’attrezzatura non più usata da almeno cinque anni sia funzionale e in buono stato. “Non si scherza quando si scala una parete. La minima distrazione può essere fatale” si dice, mentre scende alla sua fermata.

Gianni alla sera, quando rientra a casa, trova Alberta immusonita. Prova a darle il solito bacio come tutte le sere ma lei si scosta infastidita.

«Il tuo è un bacio di Giuda» esclama la ragazza col viso scuro, facendo una smorfia con le labbra.

Gianni rimane incerto se replicare oppure no. Capisce che l’annuncio della mattina l’ha messa di cattivo umore, quindi non vuole innescare un litigio e tace.

«Io non mangio» annuncia Alberta con le braccia conserte. «Devi preparati la cena».

Detto questo si rifugia nel suo studio, chiudendo la porta con violenza.

Lui deve ricucire e spiegare il tono dell’annuncio. “C’è poco da chiarire” pensa mentre apre una scatoletta di tonno. “O rinuncio o litigo”. Aveva fame al rientro ma adesso gli è passata. Pulisce il piatto con un pezzo di pane e beve il solito bicchiere di vino rosso. Riflette cosa è meglio fare. La montagna può attendere ma Alberta no.

Ha deciso. Bussa alla porta prima di entrare. Lei al computer. “Starà parlando con le amiche e gli amici” si dice, avvicinandosi. L’intenzione sarebbe quella di spostare i capelli biondi dal collo e darle un bacio ma per questo ci sarebbe tempo più tardi. Adesso deve parlare.

«Non volevo innervosirti» inizia con tono appena sussurrato Gianni. «Ma volevo scherzare stamattina. Non andrò in montagna con Gigi e Piero. Anzi non era nemmeno in programma».

Alberta si gira con lentezza lo guarda fissa negli occhi e legge la bugia sul naso.

«Sei un adorabile bugiardo» esclama alzandosi per abbracciarlo. «Stanotte me la pagherai. Ti amo».

Incipit profetico – la mia storia nro 5

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Nuova profezia, proposta da Scrivere creativo in agosto.

«Alle sedici arriverà Giovanni. Ha bisogno che prepari la sala? A mio parere sarà un intervento difficile» disse Cora al professor Crespi.

Lui scosse la testa. Riteneva superfluo dare importanza a quell’intervento. “Routine” pensò il professore, mentre si infilava nel suo studio.

Cora non batté ciglio. Conosceva bene la persona, che minimizzava qualsiasi intervento per poi pretendere che tutto fosse perfetto in ogni dettaglio.

Giovanni era un ragazzo che giocava a basket. Un pivot, le avevano spiegato, quando era stato ricoverato. Alto come un pioppo con due spalle che parevano un armadio quattro stagioni aveva un ginocchio ridotto in pessime condizioni. Legamenti crociati e menisco distrutti.

Il professor Crespi era un mago nel ricostruire tutto. Una marea di sportivi era passata dalla sua sala operatoria e tutti erano tornati all’attività sportiva di vertice. Non solo atleti facevano la fila ma anche facoltosi privati, che si potevano permettere di pagare parcelle a sei cifre. Non era il classico medico della mutua, che lui disprezzava ma un luminare famoso in tutto il mondo e come tale spocchioso e borioso. Per lui qualsiasi intervento era una sciocchezza, roba da dilettanti secondo il suo parere. In compenso conosceva bene l’arte di operare e compiva dei veri miracoli. Ginocchia distrutte ritornavano come nuove. Tendini strappati ricostruiti con fili di seta. Tendine d’Achille riattaccato come se fosse un vaso prezioso.

Lui diventava più famoso e ricco ogni giorno di più.

Cora era la sua assistente, di cui lui si fidava ciecamente. Sapeva interpretare i suoi umori e i suoi pensieri come se leggesse un libro. Anche nella giornata odierna sapeva con precisione cosa fare. L’intervento era delicato e la situazione difficile. Le radiografie era impietose: i legamenti rotulei strappati, entrambi i menischi distrutti. Sarebbe stata una bella impresa anche per un maestro come Crespi. Chi aveva visitato Giovanni gli aveva detto che sarebbe stata grassa ritornare a camminare quasi normale. Per il basket sarebbe stato un ex giocatore. La sua società, Polis Sale, pensando al peggio, non era disponibile a pagare circa un milione per la clinica Speranza del professor Crespi. A parte la cifra, solo parzialmente coperta dall’assicurazione, riteneva che sarebbe stato un miracolo se fosse tornato a giocare. Però Giovanni aveva insistito e forte di un codicillo del contratto aveva ottenuto questo ricovero.

Cora convocò Ilaria, l’anestesista. Doveva predisporre Giovanni e valutare il tipo di anestesia necessaria. Allertò Alberto e Maria Sole, due infermieri che avrebbero operato in sala operatoria. Infine Luca e Flavia, i due medici che assistevano Crespi durante l’operazione. Un’equipe di professionisti senza uguali che si muovevano in sincronia col professore.

Alle quindici scese in sala operatoria per verificare che tutto fosse perfettamente funzionate, compreso il generatore di tensione. Non era mai capitato che l’energia elettrica facesse i capricci ma quello doveva entrare in funzione senza problemi qualche millisecondo di assenza.

Simulò l’incidente e il generatore fece il suo dovere.

Soddisfatta salì nella sua postazione.

«Anche questo sarà routine».

Incipit profetico – la mia storia nro 4

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Una vecchia sfida di Scrivere creativo. Inventare una storia usando l’incipit iniziale.

I giganti dormiranno sotto i nostri letti, ma le nostre paure saranno lontane. Cosa farai tu domani, Joseph?

Era questo il pensiero di Dora, che mescolava con vigore nel paiolo. Joseph con fare da cospiratore aveva ipotizzato che gli alieni avrebbero invaso la terra per punire questa landa di peccatori.

Lei aveva riso alla profezia catastrofica del compagno, che dopo aver parlato si era allontanato. Dora aveva messo nel paiolo di rame acqua e verdure appendendolo nel caminetto. Doveva mescolare tutti gli ingredienti per ottenere un brodo scuro e denso. Mentre faceva questa operazione con vigore, ripensò alle parole di Joseph. “Le nostre paure saranno lontane. Quali paure?” Non era solo questo dubbio che aveva cominciato il suo lavorio nella testa di Dora ma anche quel pezzo finale ‘Cosa farai tu, Joseph?’. Ricordava bene quella frase finale dopo il lungo discorso sconclusionato del suo compagno. “Parlava con se stesso oppure riportava qualcosa detto da altri? Se erano parole pronunciate da una misteriosa persona, chi era costui?”

Qualcosa non tornava nella mente di Dora, che assaggiò il brodo. Era al punto giusto. Adesso veniva l’operazione più delicata: staccare dal gancio il paiolo e versarne il contenuto nel pentolone, annerito dal fuoco. Doveva fare attenzione per evitare che qualche schizzo la raggiungesse. Aveva le braccia piena di scottature e non voleva aggiungerne altre.

Scacciò dalla testa le parole di Joseph, tanto quelle non sarebbero scappate, e si concentrò sull’operazione con la mente sgombra da pensieri.

«Uno, due e tre!» esclamò afferrando con decisione i manici del paiolo e con gesto fermo lo sganciò.

Pesava e ribolliva mentre con pazienza versava il contenuto nel pentolone. Adesso poteva concentrarsi sulle parole di Joseph. In primo luogo aveva parlato di alieni. “Ma chi erano costoro?” si chiese con una punta di scetticismo. La parola le ricordava qualcosa di confuso, di estraneo alla comunità dei mormoni.

«Alieni?» fece, sedendosi sul gradino del focolare per scaldare le ossa infreddolite. «Ma poi ha parlato di giganti».

A questo punto qualcosa non tornava. Sia lei che Joseph erano tutt’altro che bassi di statura ma nemmeno il resto della comunità scherzava con l’altezza. Loro erano alti sei piedi ma molti li battevano. “Ma questi giganti quanto sono alti?” rifletté Dora col viso rosso per il caldo. “Ma come faranno a dormire sotto il nostro letto che misura poco più di sette piedi?”

Dora si alzò per mettere sul tavolo le scodelle per la zuppa di verdure e prese il pane dalla madia, affettandolo in grosse fette. Aggiunse le posate di stagno e due rozzi boccali di legno hickory. Tra non molto Joseph sarebbe tornato dai campi e avrebbe pretese la sua razione di cibo.

Dora rimuginava sulle parole ascoltate prima che il compagno uscisse, presumendo che sarebbe andato nel campo di patate a diradare le piante e cacciare le talpe che mangiavano i tuberi già pronti.

“Dunque dobbiamo ospitare sotto i nostri letti dei giganti…” pensò la donna ma qualcosa non tornava nella sua riflessione. “Se questi fantomatici giganti, o alieni come ha detto confusamente Joseph, devono combattere i peccatori, perché devono dormire sotto il nostro letto? Noi non pecchiamo. Facciamo l’amore solo nei giorni comandati dal Signore. Preghiamo tutte le mattine e le sere come prima dei pasti. Non desidero altro uomo che Joseph e lui altra donna che me”. A lei stonava il connubio tra peccatori e giganti dormienti sotto il letto. “Uno? Due? Quanti?” si chiese Dora, sedendosi sulla sedia. “Ma dormono solo o devono anche mangiare?”

Troppi dubbi l’assillavano. Doveva aspettare Joseph per scioglierli.

Incipit profetico – la mia storia nro 14 – quarta parte

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Potete leggere qui la prima, seconda e la terza parte. Questa è la parte conclusiva. Buona lettura

 

Era terrorizzata per quello che avrebbe letto. Era sicura che contenesse un nuovo messaggio. Avvertiva i nervi cedere all’ansia, pronta a scoppiare come una bolla di sapone. Col cuore in gola entra in casa e guarda subito il biglietto.

Non hai capito nulla?

Si stava burlando di lei, che era quasi tentata di rompere in mille pezzi i due messaggi, chiaramente scritti dalla stessa mano.

Di nuovo i crampi allo stomaco la assalirono. Doveva mettere dentro qualcosa prima che fosse troppo tardi. Dalla borse prese un bretzel e il formaggio che aveva comprato all’uscita del lavoro. Masticò con cura entrambi prima di preparare qualcosa per cena. Lavò con cura le carote di San Genesio da centrifugare. Mangiò in silenzio cercando di estraniarsi, di non pensare a nulla ma la mente continuava a lavorare per venire a capo di questo mistero, del senso di quelle parole.

“Qualcuno mi ha mentito. Ma cosa?” pensò seduta sul divano con il televisore spento. “Scoprirò la menzogna. Ma come?” Era inutile. Nessun appiglio aveva per arrivare a capire il senso del primo biglietto. “Un amore?” si chiese. “No. Quello è da escludere. In quarant’anni aveva amato solo una persona. Alfonso ma ora non c’è più”.

Una fitta dolorosa le attraverso il petto. Ricordava bene quel ragazzo abruzzese conosciuto alla normale di Pisa e poi sparito senza lasciare tracce. Fu in quel momento che decise di rimanere single.

«O Alfonso oppure niente» aveva sentenziato a quei tempi.

«E naturalmente fu niente» sentenziò, stringendosi con le braccia.

Lo cercò senza successo. Qualcuno disse che era morto. “Ma chi?” provò a pensare. “Un ragazzo o una ragazza?” I ricordi si fecero sbiaditi. Troppi anni erano passati da quei giorni. “Ma Alfonso pensava a me?” Nuovi dubbi la assalirono.

Aveva sbavato per inseguirlo ma a pensarci bene non le sembrò che lui l’avesse degnato di uno sguardo. Dunque solo sue fantasie. “Poi perché dovrei vendicarmi?” rifletté con lo sguardo acquoso. Aveva rimosso quel nome, perché era stata troppo male in quel periodo. Però adesso quello stupido biglietto aveva avuto il potere di far riaffiorare quel ricordo.

Con il magone si spogliò per andare a letto. Sperava che riuscisse a dormire. Oggi era apparsa come uno zombie. Doveva riposare ma quel biglietto aveva avuto effetti devastanti.

Nella notte realtà e molta fantasia popolarono i suoi sogni. Esattamente come la notte precedente. Alla mattina si sentì stanchissima. Per fortuna era sabato e non doveva recarsi in ufficio. Fece un po’ di bucato, qualche lavoretto domestico e si preparò per uscire.

Le piaceva il sabato aggirarsi tra bancarelle e negozi a fare spese. Anche questo sabato la vide muoversi a comprare quanto serviva per il fine settimana. Entrò da Zara per puro divertimento. Il cartoncino impallidì fino a sparire dalla sua mente. Era tornata la Carlotta che conosceva, che viveva il stare solitaria lontana da tutti.

Rincasando, diede un’occhiata veloce alla buca delle lettere. Solo qualche bolletta e nient’altro. “Possono aspettare” si disse, tirando un sospiro di sollievo.

Nel pomeriggio si sistemò sul divano col libro, che nelle ultime sere non era servito a conciliare il sonno.

Aveva letto poche pagine, quando il suono di una notifica la distolse dalla lettura. Diede una scorsa veloce chi era che disturbava. Un numero non associato a nessuno. Un semplice ‘Ciao’. Nessuna firma, niente che le permettesse di individuare quel saluto anonimo.

Riaprì il libro per proseguire, anche se la concentrazione era svanita. Di nuovo quel suono sgradevole le annunciò una seconda notifica.

«Devo cambiare questa suoneria. È veramente antipatica» sbuffò innervosita.

Questa volta il messaggio era più lungo. ‘Non mi rispondi?’ e stava per sbottare, quando qualcuno suonò.

«Oggi non mi vogliono lasciare in pace» borbottò per vedere chi era il disturbatore.

Sbiancò e rimase impietrita.

«Sali» disse mentre azionava l’apriporta.

Non poteva credere ai suoi occhi. Era Anna.

«Ciao» fece, abbracciandola.

Carlotta la baciò sulle guance. «Entra».

L’amica aveva una piccola borsa da viaggio. Voleva dire che si sarebbe fermata qualche giorno.

«Ti trovo bene» affermò Anna, guardandola. Erano anni che non si vedevano.

Carlotta annuì ma un lieve tremore le agitò la mente. Aveva timore di quello che l’amica le avrebbe detto. Lo sentiva che il suo arrivo non era casuale.

«Alfonso è tornato libero» disse con un largo sorriso. «Ha chiesto di te».

[FINE]

incipit profetico – la mia storia nro 14 – terza parte

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Trovate qui la prima e la seconda parte. Pensavo di chiudere con questa puntata il racconto ma non ho trovato il finale giusto. Quindi il supplizio continua.

 

S’impose di rimanere calma anche se aveva accelerato la camminata. Percorse svelta quel centinaio di metri che la divideva dalla salvezza. La sua casa. Con la mano tremante infilò la chiave nella serratura, anzi ci impiegò più del normale. Così le sembrò. Chiusa la porta, gettò sul tavolo di cucina la borsa, mentre prendeva un bicchiere dal ripiano per bere. Aveva la gola secca e le labbra sembravano carta vetrata tanto erano aride. L’acqua non sciolse l’angoscia provata nel ritorno sapendo di essere seguita da qualcuno.

“Era un uomo o una donna?” si chiese, mentre altra acqua fredda scivolava in gola. “Ha importanza?” Si sedette per riordinare le idee. Quella persona sconosciuta che la seguiva le aveva fatto prendere una bella stizza. Se avesse voluto aggredirla, avrebbe avuto campo libero. La passeggiata del Talvera senza anima viva, il buio diventato notte e le sponde del fiume coperte dalle piante.

Un brivido le percorse la schiena ma aveva compreso che voleva solo metterle paura e basta. “Che fosse l’ignota mano del cartoncino?” pensò e capì che doveva risolvere l’enigma al più presto se non voleva uscire di senno.

Messo lo stinco nel forno a scaldare e affettate le rape, preparò la tavola come ormai faceva da anni. Una tovaglietta di cotone, un piatto decorato con vivacità, un bicchiere per l’acqua. “Per oggi basta alcol” si disse, mettendo un tovagliolo di carta e le posate di fianco alla stoviglia.

Carlotta decise di non pensare al cartoncino, se non voleva impazzire ma senza successo. Dal momento in cui l’aveva trovato, non aveva mai smesso di chiedersi il significato del messaggio. “Di certo è il classico messaggio in codice” rifletté, fingendo di vedere quello che appariva sullo schermo della televisione. ”Ma chi lascerà per vivere con me? Ma chi sarà questa persona?”

Era inutile sciogliere quel rompicapo. Decise di andare a dormire, ammesso che ci sarebbe riuscita.

Si preparò una tisana rilassante per favorire il sonno. Prese dal comodino il libro che stava leggendo. Una storia delicata, a tratti ingenua. L’ideale per conciliare il riposo notturno. Il giorno successivo sarebbe stato impegnativo e doveva essere lucida. Quindi niente di meglio di una lettura leggera e frivola. Tentò di concentrarsi sulle parole del testo. Le altre sere bastavano poche pagine per scivolare tra le braccia di Morfeo ma stasera avrebbe finito il libro con gli occhi ancora spalancati.

«È inutile» mormorò, mentre metteva il segnalibro, chiudendolo.

Sotto il panno leggero, a Bolzano di notte faceva fresco anche a luglio, ripercorse gli ultimi vent’anni della sua vita. Gli anni dell’università a Pisa, la ricerca ossessiva di un lavoro, le rinunce e le delusioni di una vita in apparente salito, il concorso e l’assegnazione del posto. In tutto questo non c’era nulla che potesse condurla al testo del cartoncino.

Un caleidoscopio d’immagini turbinavano nella sua mente, mentre si lamentava e si girava nel letto. I sogni tumultuosi della notte l’accompagnarono fino alla sveglia mattutina. Sembrava uno straccio, osservandosi allo specchio. La pelle vizza come quella di una vecchia, due borse sotto gli occhi. Le palpebre pesanti, che faticavano a stare aperte.

Calcò il trucco per mascherare le occhiaie profonde del viso. Poi si avviò al lavoro. La città cominciava ad animarsi per la nuova giornata lavorativa.

Carlotta non avvertiva la sensazione di timore della sera precedente. Tuttavia una certa paura fece capolino quando uscì sulla strada, pensando a qualche brutto incontro. Era tutto normale come tutte le altre mattine. Le mamme che portavano a scuola i figli, i ragazzi annoiati che fumavano la sigaretta prima del suono della campanella. Gli impiegati che si apprestavano a raggiungere il posto di lavoro. Il solito caos davanti intorno a piazza della Vittoria.

“Insomma come gli altri giorni” constatò Carlotta, traendo un sospiro di sollievo.

Era venerdì e sarebbe uscita presto dall’ufficio nel pomeriggio. Pensò di comprare qualcosa prima del suo rientro. Nonostante tutto apparisse normale, percepiva un’alea minacciosa, che incombeva su di lei. Era l’effetto dirompente del cartoncino recapitato il giorno precedente. Si fermò nella pasticceria di via del Museo per un tè e una fetta di torta. A mezzogiorno aveva saltato la pausa pranzo per uscire presto. Adesso avvertiva i crampi della fame. Non comprò molto, perché avrebbe fatto la spesa per il fine settimana il giorno dopo con calma.

Questa sera in tanti correvano sulla passeggiata del Talvera ma la sensazione che due occhi la seguissero era palpabile. Si girò più volte senza notare nessuna faccia sospetta o inquietante. Con cuore in gola arrivò al suo condominio. Gettò un occhio distratto verso la buca delle lettere e sobbalzò.

Un cartoncino simile a quello del giorno precedente era mescolato insieme alla pubblicità.

Con mano tremante aprì lo sportellino e lo prese tra due dita. L’avrebbe letto in casa.

[continua]

Incipit profetico – la mia storia nro 14 – seconda parte

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La prima parte la trovate qui.

 

Comprato pane nero di segale e rape rosse già cotte, infilò il tutto nella capiente borsa, che mise a tracolla. Imboccò Laubengasse, sotto i cui portici stavano i negozi più belli di Bolzano per arrivare a Kornplatz. Sull’angolo resisteva un vecchio forno che vendeva i bretzel più gustosi.

Carlotta camminava assorta per sciogliere il mistero del biglietto e quasi lo mancò.

“Abito a Bolzano da dodici anni e non mi pare che qualcuno mi abbia mentito su un qualcosa che sarebbe emerso in questi giorni” pensò mentre pagava i bretzel. Uno l’avrebbe mangiato subito durante il tragitto verso Walterplatz. Non aveva fame ma solo nervosismo. Se c’era qualcosa che aveva il potere di renderla nervosa, erano proprio i misteri, gli indovinelli. Non per nulla evitava le pubblicazioni tipo ‘Settimana enigmistica’, perché odiava quello spremere le meningi per arrivare alla soluzione.

“Sarei una pessima detective” si disse, sorridendo. Però suo malgrado adesso doveva inventarsi in questo ruolo. Provò a ricapitolare tutto, mentre si sedeva a un tavolo del caffè più bello di Bolzano. Una weissen al lampone con qualche salatino nel caratteristico boccale alto, largo alla bocca e stretto in basso. La schiuma le solleticò le labbra, che tolse con la lingua.

La sera mite di giugno e la birra cominciarono a dare i suoi frutti. Qualcosa affiorava dal subconscio ma era ancora indefinito. Una reminiscenza vecchia di qualche anno ma troppo incerta per essere vera.

“Ma perché Anna avrebbe dovuto mentirmi?” pensò mentre dava una lunga sorsata alla birra. “A quale scopo?”

Poi si chiese se era stata veramente Anna a scrivere il biglietto. Scosse la testa incredula. Lei era stata la sua miglior amica a Poppi, dove aveva abitato fino a dodici anni prima. “Ammesso che sia stata veramente lei, come ha potuto infilare nella buca delle lettere quel cartoncino? Poppi dista molti chilometri da qui” concluse, finendo di bere e nettandosi le labbra con un tovagliolino di carta.

Appoggiata allo schienale, chiuse gli occhi, immaginando di vedere Anna che furtiva metteva il biglietto. “No, non è possibile” si disse, scorgendo il cameriere fermo dinnanzi a lei dopo avere sollevato le palpebre. Voleva essere pagato.

Rimessa la borsa a tracolla, con passo lento si avviò verso casa.

“Anna a Bolzano?” s’interrogò incredula. Non poteva crederci, perché aveva sempre affermato che non sarebbe salita in mezzo ai crucchi. Un pallido sorriso illuminò il suo viso per qualche istante subito cancellato dal dubbio che correva con la fantasia. Però non era immaginazione quel biglietto enigmatico che aveva rinvenuto al suo ritorno dall’ufficio.

Raggiunta la passeggiata sul Talvera illuminata da timidi lampioni, si strinse nelle spalle, affrettando il passo. Non le piaceva camminare di sera lungo quel sentiero immerso nel verde dell’argine ma era il modo più spiccio per arrivare a casa.

Giunta alla passerella pedonale che scavalcava il fiume, che scorreva placido sotto di lei, quando avvertì dei passi alle spalle.

Percepiva strane sensazioni come se qualcosa sarebbe avvenuto fra pochi istanti. Il cuore accelerò i battiti e il respiro si fece più affannoso. Sembrava che tutti si fossero nascosti, compresi quei numerosi runner che correvano sul sentiero. Era proprio sola.

Non si voltò ma sapeva che qualcuno era dietro di lei.

[Continua]

Incipit profetico – la mia storia nro 14 – parte prima

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La lascerà e vivrà con te. Poi ti renderai conto che ti avevo mentito e verrai per vendicarti, ma io non ti dirò quello che ti ho detto. Quindi non accadrà nulla.

Carlotta aveva trovato nella buca della posta su un cartoncino color seppia questo strano messaggio vergato a mano.

Lo girò sperando di trovare il bandolo della matassa e capire chi era l’ignoto scrittore senza successo.

La lascerà e vivrà con te. Cosa?” si disse, salendo la rampa delle scale che la portava nel suo bilocale.

Era un grazioso appartamento all’ammezzato di un condominio di tre piani. Un tempo era stato un ufficio di un avvocato ma da quando se ne era andato era rimasto vuoto. L’aveva comprato per un tozzo di pane, convertendolo in abitazione. Una sala, una camera da letto più cucina e bagno. Un balcone dava sul giardino condominiale. Era in condizioni penose ma dopo una bella ristrutturazione era diventato un ottimo bilocale. Aprendo la porta blindata c’era un minuscolo ingresso ricavato tirando su un muretto basso nella sala, che era luminosa nonostante la posizione quasi al livello stradale. A destra stava la cucina attrezzata con componibili di colore blu. A sinistra si trovava la camera con un letto matrimoniale dalle linee semplici e un armadio con ante a specchio. Arredi minimali ma tutti funzionali.

Carlotta col cartoncino in mano infilò la chiave nella serratura per aprire la porta. Gesti meccanici che ripeteva più volte al giorno. La sala era in penombra. Aprì le imposte e si sedette sulla poltrona nell’angolo, dopo aver appoggiato sul tavolino di mogano e cristallo la borsetta.

“Cosa sarà quello che mi ha lasciato?” rifletté, ricordandosi che non aveva nessuno. Aveva quarant’anni ed era single. Non per scelta ma per costrizione. Nessun uomo né nel passato né all’orizzonte ma nemmeno nessuna donna, anche se qualcuna ci aveva provato. In questo caso era una scelta di vita. Dunque sola con i parenti lontani.

Carlotta si era trasferita a Bolzano una decina di anni prima. Aveva vinto un concorso pubblico e la destinazione era stata questa città, fredda d’inverno e calda d’estate. A malincuore aveva lasciato il suo borgo toscano con l’idea di chiedere il trasferimento dopo qualche anno. Invece s’era trovata benissimo qui, dove la convivenza etnica non è mai stata molto felice. Però la sua conoscenza del tedesco e la sua indole solare avevano fatto il miracolo di integrarla bene nel tessuto cittadino. Quindi l’idea di avvicinarsi a casa era tramontata quasi subito. La montagna vicino, gli amici l’avevano convinta a restare.

Carlotta rilesse il cartoncino scritto con grafia precisa e rotonda. “Chi mi ha mentito?” si domandò curiosa e perplessa. “Un amico? Un’amica?” La stranezza del testo era facile da individuare. Una menzogna del passato che si trascina nel futuro. Una bugia che lei scoprirà ma nonostante i propositi di vendetta finirà nel nulla. Il senso le era chiaro ma più nebuloso era chi aveva mentito.

“Ma mentito su cosa?” si disse, rigirando il cartoncino, che depose sul tavolino. Doveva uscire per comprare qualcosa per cena a meno che non decidesse per una pizza. Però l’aveva mangiata la sera precedente e scelse di andare in Piazza delle Erbe a prendere qualcosa.

Abitava nel quartiere tedesco, appena al di là del Talvera, che divideva la città in due parti. Passato il fiume sul ponte pedonale e percorsa la passeggiata fino a via Museo, si immerse nella città, dove c’erano ancora botteghe di una volta. Tuttavia il suo pensiero era concentrato sul biglietto e saltò il consueto appuntamento nel bar pasticceria dove consumava un tè con pasticcini. Camminava come un automa senza guardare le vetrine, pensando a qualcuno, uomo o donna che nel passato le aveva mentito su… E qui il mistero diventava più fitto. “Se non conosco l’argomento della menzogna, come posso individuare la persona?” ragionò, fermandosi davanti alla macelleria, dove avrebbe comprato un stinco di maiale già cotto, dello speck. Per il pane e la verdura sarebbe andata più avanti.

Era un bel rompicapo quel biglietto.

[continua]