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Terzo attacco impossibile – Il sorriso

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Eccoci al terzo appuntamento con “attacchi impossibili“ di scrivere creativo.

da Scrivere Creativo

Ecco l’attacco di oggi:

Questa volta dovrete creare un racconto in cui i sorrisi vengono vietati/cancellati/esiliati/dimenticati/scegliete voi.

Dovrete:

  1. Inventare il motivo per il quale non sarà possibile sorridere;
  2. Creare due personaggi principali;
  3. Un “antagonista”;
  4. Un colpo di scena finale.
  5. Iniziare il racconto con “Se alle tre del mattino ti svegli e per la dolcezza del sogno ti viene da sorridere… non farlo.”

Ecco cosa ho partorito

 

“Se alle tre del mattino ti svegli e per la dolcezza del sogno ti viene da sorridere… non farlo” è la voce suadente di Aldo, che l’ammonisce.

Giada si sveglia di botto e si guarda intorno. Buio e silenzio ma di Aldo, il suo compagno neppure l’ombra. Il suo posto nel grande letto matrimoniale è freddo. È sparito da tre giorni senza lasciare un segno. Si mette dritta nel letto e scruta la radiosveglia. Sono proprio le tre, mugugna infastidita, ma il sogno meritava non un sorriso ma un milione di sorrisi e non posso farli. Sì, sembra incredibile ma da tre giorni non si può sorridere, nemmeno un accenno. Donaldo Briscola, il presidente di Sufferland, stanco di vedere visi sorridenti, ha deciso che il sorriso è abolito per decreto. Chi è trovato a sorridere prenderà dieci nerbate sulla schiena. Per i recidivi l’aumento sarà proporzionale al numero di mancanze.

Giada ha pensato al solito scherzo del presidente arancione su twitter, perché, quando cinguetta, non si capisce una mazza. Però questa volte è stato chiaro: dieci nerbate sulla schiena nuda e sulla pubblica piazza. Non è uno scherzo delle Iene o del cast di ‘Scherzi a parte’ ma pura verità. Il primo giorno hanno beccato una ragazza dalla pelle scura, che ha il sorriso incollato sulle labbra, rammenta Giada, mentre sveglia fa il viso mesto di circostanza. “Non si sa mai” ammette mogia con l’occhio spento e la bocca storta. Ha visto la scena sul televisore. Roba da mettersi a piangere, altro che ridere. Le immagini andavano in loop su tutti i canali TV. L’avevano agguantata, denudata dalla cintura in su e giù nerbate con perfido sadismo. Avevano il loro daffare nel usare il nerbo di bue ma il sorriso restava beffardo con gli occhi pieni di lacrime. Poi il video si interrompe ma ricomincia dall’inizio. Il suo compagno era rientrato furibondo, minacciando tuoni e fulmini. Da lui sa saputo che è intervenuto il capo della polizia a spiegare a quegli energumeni che l’avrebbero potuto anche ucciderla ma il sorriso sarebbe rimasto in eterno. Non era colpa sua ma di madre natura che l’aveva generata sempre sorridente. Dopo aver raccontato questo, Aldo ha fatto un giro di telefonate ed è sparito.

Adesso Giada è in apprensione per lui. Però fa una faccia triste al pensiero di non poter più sorridere. ‘Ma in privato?’ si chiede angosciata. Qui casca l’asino. Non è ancora chiaro se sarà possibile ma un codicillo scritto con carattere quattro, da leggere con lente d’ingrandimento, parrebbe vietarlo. O meglio è istituito la Gran croce della spia, da assegnare a chi fa più soffiate documentate da immagini. Dunque nemmeno tra le mura di casa si può stare tranquilli. C’è sempre il rischio di una webcam azionata da qualche software spia, che non è più malevole ma benevole nella nuova accezione del termine, perché la Sicurezza Nazionale li inietta in tutti i computer della nazione. Lo faceva prima in modo illegale ma subdolo. Lo fa adesso alla luce del sole. Sono vietati per legge l’uso di antivirus o sistemi operativi refrattari a questi software. La ragazza tiene il PC spento. Non usa più lo smartphone ma un vecchio telefono non connesso che fa solo telefonate e manda o riceve SMS. Niente più Whatsapp, né i social, né consultare le mail. Niente più navigazione. Meglio non rischiare.

Però ritorna a pensare ad Aldo. Giada si domanda dove sia finito. ‘È sempre stato una testa calda’ ammette sconsolata la ragazza. ‘Ma tre giorni fa ha superato il limite di guardia. Lui con altri esagitati ha manifestato davanti alla Casa Arancione con striscioni e megafoni’. La ragazza teme che sia stato messo in prigione. Forse non durante la contestazione, perché la polizia a cavallo ha caricato i manifestanti che si sono dispersi nel parco e nelle vie adiacenti. ‘Non ha chiamato, né mi ha mandato un messaggio. Dissolto nel nulla’ pensa Giada col viso triste. Di dormire non ci pensa più. Eppure le è apparso nel sogno.

Aldo dopo la carica si è nascosto insieme a due amici dentro un ufficio di onoranze funebri.

“Qui di certo non ci vengono a pescare” ha sostenuto il ragazzo, nascondendosi dentro una bara.

“Ma non possiamo restare in eterno tra urne cinerarie e casse da morto” contesta Giacomo, che preferisce un’atmosfera più gaia.

“Cosa dici, Aldo?” interviene Giovanni col viso da funerale.

Aldo si grata la testa pelata, guarda i due amici con cui ha condiviso tante risate ma resta muto.

“Le pompe funebri sono aperte ventiquattro ore per trecento sessanta cinque giorni l’anno” borbotta Aldo, lo spilungone. “E poi non fanno ridere”.

E si mette a dormire in una cassa foderata di raso viola con un cuscino di velluto rosso.

Donaldo è furioso. Si muove secondo un ellisse tavolo centrica nel suo studio presidenziale. Il suo consigliere Bannone, il Rasputin della situazione, non osa avvicinarsi. Ci ha provato e porta ancora i segni della sua dentiera sul braccio. Per fortuna aveva una giacca pesante, che gli ha impedito di affondare i suoi denti nella carne.

Il presidente si domanda cosa ha sbagliato. ‘Tre giorni fa tutti erano felici e sorridenti” borbotta incavolato come una biscia. “Adesso sembrano spot pubblicitari della mestizia al cubo. Manco uno sorride! Solo quella minorata del primo giorno”. Poi sono arrivati i contestatori, pensa con il viso paonazzo dalla rabbia, con megafoni e striscioni. Devo cacciare il capo della polizia. Un inetto.

Si ferma davanti al computer e digita velocemente. “Da questo momento Rossello, il comandante della polizia di Surfunia, non è più il capo della polizia” twitta furibondo.

Ha appena battuto ‘Invia’ che sente del tramestio alle sue spalle. Non riesce a girarsi che vede tutto buio, come se un cappuccio nero fosse stato calato sul suo viso.

Giada apre il televisore, sperando di trovare qualcosa di soporifero. Strabuzza gli occhi. Legge ‘Edizione straordinaria” sullo schermo e vede il suo Aldo che trascina per i cappelli arancioni un omone che assomiglia in modo incredibile a Donaldo Briscola, il presidente. L’annunciatore comincia a recitare la sua litania.

“Tre giovani audaci, Aldo, Giovanni e Giacomo, hanno catturato il gemello pazzo del nostro presidente, che sfruttando la completa somiglianza ne aveva preso il posto. Il gemello, Ronaldo Briscola, era internato nella clinica psichiatrica ‘Dottor Stranamore’ ma era riuscito a fuggire con la complicità di un funzionario disonesto. Il vero Donaldo Briscola era finito imbavagliato in un cassa da morto delle onoranze funebri ‘Visi tristi’. Qui casualmente si erano rifugiati i tre ragazzi e l’avevano liberato. Tra bare e urne hanno messo a punto il piano per catturare il gemello pazzo. Una risata ci seppellirà” aveva concluso l’annunciatore ridendo a crepapelle.

 

La gravità – seconda parte

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Quello che segue è la seconda parte di un esercizio di scrivere creativo. Diciamo il suo seguito La prima parte la trovate qui.

Marco sussurra in preda al terrore: «Lo prometto berrò meno le prossime sere».

Eliana lo guarda incerta. “Che diavolo di sogno ha fatto, per essere così remissivo?” pensa, girandosi di lato.

Però la curiosità è femmina e lei è donna. Vuole conoscere il sogno che l’ha reso così mansueto.

Si gira verso di lui. Lo tocca, lo sveglia.

«Hai avuto un incubo da alcolizzato?» domanda, accendendo la luce.

«Voglio dormire. Voglio dimenticare» implora Marco, rifugiandosi sotto le lenzuola.

Sta ancora tremando al pensiero del volo che ha fatto dal sesto piano. “Eppure non sono un alcolizzato, né soffro di astinenza da alcool o droghe” prova a pensare Marco, ignorando la domanda della compagna.

Il sogno è stato terrificante. Se non ha urlato, è stato solo un caso, si dice, ripensando alla sensazione del vuoto, del precipitare verso terra. Però quello che l’ha terrorizzato è stata la percezione dell’impatto col terreno. “Terribile” ansima. “Ho avvertito un dolore diffuso e uno scrocchiare di ossa che andavano in frantumi. Veramente orribile”.

Eliana si appoggia sensuale col suo corpo a quello del compagno. Gli accarezza il viso e il petto.

«Non vuoi raccontarmi il tuo sogno?» sussurra alitando sul collo.

«No!»

«Perché?»

La ragazza non capisce, perché Marco si rifiuti di spiegare i motivi di tanta agitazione. In effetti beve con moderazione. Non si è mai ubriacato e, a parte i due bicchieri, nemmeno pieni, di vino giornalieri, non assume superalcolici.

La sua mano sul petto del compagno sente il cuore che batte forsennato e il respiro affannoso. Gli sfiora la fronte, imperlata di sudore. “Deve essere stato un incubo coi fiocchi” pensa Eliana, perché mai l’aveva trovato così agitato al risveglio.

Adesso la curiosità diventa più forte e lei lo tedierà finché non capitola.

«Suvvia» fa Eliana conciliante. «È stato solo un brutto sogno. Domani non lo ricorderai più».

Marco scuote il capo in segno di diniego. “Credo che lo ricorderò per molto” si dice, cercando una nuova posizione nel letto. La vicinanza di Eliana lo stimola ma la visione, mentre precipita nel vuoto, rimane fissa nei suoi occhi. Avverte che il cuore non smette di pulsare in maniera incredibile. Una mano invisibile gli stringe la gola e il suo respiro diventa un rantolo. Deve cercare di calmarsi, di rilassarsi, rallentando il ritmo cardiaco. Però davanti agli occhi vede la finestra spalancata, lui che volteggia pericolosamente nella stanza, finché non infila quell’apertura. Sotto di lui il vuoto, l’asfalto della corte interna che si avvicina sempre di più a velocità crescente. L’aria che fischia nelle orecchie e il grido che muore in gola. Sensazioni terribili con gli occhi dilatati per la paura, mentre si urina addosso in modo incontrollato.

Se questa è la sensazione di un suicida, credo che non riuscirò mai a compiere questo gesto” riflette Marco, mentre Eliana con sapiente maestria lo sta stimolando sessualmente.

Lui si gira verso di lei e l’abbraccia, affondando il viso nell’incava del seno. Poi si stacca bruscamente. Rammenta come lei non si fosse curata del suo terrore, come l’avesse lasciato precipitare a terra senza muovere un muscolo. Se questi sono i suoi sentimenti, pensa stordito Marco, Eli non mi aiuterà mai nel momento del pericolo.

Accende la luce e si alza.

«Dove stai andando?» domanda Eliana che non capisce le mosse del suo compagno.

«Me ne vado» la informa Marco, mentre infila i pantaloni.

«E dove, di grazia?» insiste la ragazza che non ha compreso che lui la sta abbandonando.

«È finita» scandisce con cura queste due parole.

«Questo per uno stupido incubo?» chiede Eliana coi piedi giù dal letto.

«Sarà stupido ma mi ha fatto conoscere un lato di te del tutto ignoto» ammette Marco, che termina la vestizione.

Eliana spalanca gli occhi per la sorpresa. Non ha mai pensato che un incubo potesse mostrare lati nascosti di una persona. Aggrotta la fronte ma vuole andare a fondo sulla questione.

«Spiegati meglio» bercia acida la ragazza.

«C’è poco da spiegare» afferma Marco, che si sta infilando le scarpe. «Mi lasciato sfracellare dal sesto piano».

Eliana apre la bocca e la richiude subito “Che mi venga un colpo” pensa la ragazza, che non ha capito una mazza del discorso del compagno. “L’ho lasciato sfracellare? E quando?” Se lo riteneva un bravo ragazzo un po’ limitato nel pensiero, adesso la sua considerazione diventa pessimismo che la loro relazione possa proseguire. Sorride, riflettendo che tutto sommato sono solo conviventi e l’appartamento è interamente suo. Poche beghe se la lascia.

«Se è questa la mia colpa, allora l’addio ci sta tutto. Ma se è frutto della tua fantasia, non perdo nulla» lo liquida senza tanti giri di parole.

Marco si ferma con la mano a mezz’aria. Stordito dalle ultime parole non reagisce come si è ripromesso.

«Chiudi bene la porta, quando esci. E ricordati di spegnere la luce» ammonisce Eliana, che si distende sotto le lenzuola, voltando le spalle. «Domani trovi tutta la tua roba sul pianerottolo. Buona fortuna».

Marco capisce che l’incubo sta producendo i suoi veleni e lui non ha l’antidoto.

Emma – seconda parte

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Roby era in quinta C, il fidanzatino con i quale aveva scambiato il primo limone nel sottoscala di casa. “Limone?” si disse divertita. “Una sbaciucchiata bavosa con le lingue che anziché cercarsi andavano a bagnare le guance”.

Il viso assunse un’espressione allegra con due minuscole fossette ai lati della bocca. “Quanta acqua è passata sotto i ponti” pensò. “Ma non sono molto cambiata nemmeno a quarant’anni!”

Fece un rapido calcolo dell’età. Era in terza A, quindi aveva all’incirca sedici anni. Roby era stato il primo ragazzo ma non sarebbe stato l’ultimo. Altri sarebbero venuti dopo di lui. Però lo ricordava per un dettaglio: era un vecchio per lei con i suoi diciotto anni. Arrivava a scuola su una rombante Fiat Abarth 500 rossa dagli scarichi cromati lucidi, sempre attorniato da nugoli di ragazze che avrebbero fatto carte false pur di sedersi accanto a lui.

Sognava amori impossibili in quegli anni, quando la foto di un giocatore di calcio la faceva innamorare alla follia.

«Ero timida e faticavo a spiaccicare due parole in fila, quando dovevo parlare con un ragazzo che mi piaceva. E con Roby il copione era lo stesso!» disse mentre continuava a leggere quelle note scritte ventisei anni prima.

Adesso era single dopo la brutta esperienza matrimoniale con Carlo, finita in maniera burrascosa. Due figlie irrequiete da crescere. “Sono come loro padre” pensò incupendosi. Carlo era riuscito a domare la sua timidezza, che attirava gli uomini, come nel 1974 calamitava i coetanei.

I primi tempi furono speciali ma poi lui si stancò delle sue indecisioni e dei suoi mutismi, cercando fuori dal matrimonio quello che Barbara non era riuscita a trasmettere. Nemmeno la nascita di Irene e poi di Giada aveva permesso alla loro relazione di decollare. Due anni dopo l’ultima nata aveva chiesto la separazione. Una lunga battaglia legale con accuse reciproche di tradimenti e incomprensioni su tutto, comprese le figlie.

Conosceva il problema ma non sapeva come risolverlo. Aveva paura del proprio corpo, delle parole che uscivano dalla sua bocca e arrossiva sempre, anche per la battuta più innocente.

Barbara si volse verso lo specchio, ammirando il suo corpo. Aveva quarantadue anni compiuti da poco ma era ancora bello e sodo. Non era narcisismo il suo ma i commenti degli uomini incontrati finora. Qualcuno ci aveva provato ma aveva rinunciato in fretta. La sua mente rimaneva un mistero per loro, perché non erano stati capaci di sondarla fino in fondo. Aveva un’intelligenza pronta. Capiva in fretta tutto, che riusciva a esprimere con vivide immagini e pensieri profondi sulla carta, che sapeva metterli nero su bianco senza errori dopo che si era sbloccata all’università. Quando parlava con qualcuno che la interessava, tutto diventava ingarbugliato e arrossiva senza un motivo. Era una costante. Nonostante i corsi di tecnica della comunicazione, dove primeggiava, quando doveva mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti, si annebbiava la vista e la mente andava in vacanza.

Questo rappresentò un limite durante il percorso scolastico, superata da compagni e compagne nelle considerazioni dei professori, che la ritenevano una mediocre. Della doppia personalità dava ampia prova quando affrontava i test attitudinali e i colloqui di assunzione, lasciando nello sconcerto gli esaminatori, incapaci di comprendere questa dualità.

Dopo diversi tentativi era approdata in una casa editrice importante. Dopo i primi anni di gavetta nell’anonimato aveva sconsigliato l’uscita di un manoscritto di un autore famoso. «Sarà un fiasco colossale» aveva scritto sulla scheda del testo. Tutti avevano riso ma si dovettero ricredere. La sua previsione si avverò, creando non pochi problemi finanziari. Barbara aveva suggerito invece di pubblicare il romanzo di un esordiente, che finì alla casa editrice concorrente con un più che lusinghiero successo di critica e lettori. Il responsabile della linea editoriale capì le sue potenzialità e le accordò fiducia. Da quel momento assai di rado aveva sbagliato un giudizio. Il suo segreto erano la lettura delle prime pagine e di pagina sessantanove, da quelle capiva se meritava di essere pubblicato oppure no.

Seduta sui talloni si riscosse da questo fiume di ricordi e riprese la lettura del diario. “Dove ero rimasta?” si chiese. “Ah! Stavo leggendo di Roby”.

Lui era stato l’unico che invece di ridere delle sue parole arruffate, le chiese: «Esci con me stasera?»

Barbara rise, ripensando alla scena. Lei tra l’interdetto e la sorpresa rispose con un ‘sì’ appena percettibile prima di scappare in casa, senza sapere né dove, né quando si sarebbero incontrati.

Roby la rincorse prendendola tra le braccia, mentre lei si scioglieva. L’incontro fu un fiasco, come rammentava. Non riuscì a spiaccicare tre parole di fila senza farfugliarne altre tre incongruenti. Roby rideva, mentre lei arrossiva.

Il loro rapporto proseguì tra alti e bassi per qualche mese finché lui stanco della timidezza di Barbara in tutti i sensi non la scaricò. Mentre lei piangeva e si disperava, Roby si consolò con Eleonora, meno bella e intelligente ma in compenso molto più disinvolta di lei.

Barbara chiuse il vaso dei ricordi, riponendo il diario dove l’aveva trovato, mentre portò con sé nello studio il foglio per rileggerlo.

Viveva in una minuscola villetta con giardino nell’hinterland milanese arredato con cura ed eleganza, dove senza grandi amicizie conduceva una vita solitaria con le due figlie, che trovavano insopportabile quell’esistenza ritirata da eremita. Era un evento epocale quando invitava qualcuno per un pranzo o una cena. Nemmeno i compleanni delle figlie era festeggiati con le amiche. Preferiva trovarsi al ristorante senza impazzire nei preparativi.

Una grande libreria ingombrava la parete dello studio, ricoprendola coi volumi colorati. Questa era la sua stanza favorita, dove leggeva e lavorava alla sera dopo aver seguito le figlie.

Si sistemò sulla poltrona per scorrere quelle poche righe vergate da una mano sconosciuta.

Ebbe un flash e capì che il destino aveva scritto quel pezzo di carta in cui Barbara si specchiava in Emma.

FINE

La prima parte la trovate qui.

Emma – parte prima

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Quando riaprì gli occhi, Emma vide il sole, le foglie verdi e il viso di un uomo. “So che cos’è tutto questo” pensò in estasi.

Era il mondo che aveva sognato di vedere a diciassette anni… e ora l’aveva raggiunto… le sembrava così semplice, normale, che il sentimento che provava era come una benedizione impartita in due parole all’universo: Ma naturalmente.

Guardava il volto inginocchiato vicino a lei, e sapeva che in passato avrebbe dato la vita per poterlo vedere: una faccia senza segni di dolore, di paura o di colpa. Aveva la bocca più che fiera, come se sentisse l’orgoglio di essere entusiasta per stare lì a guardare i suoi occhi.

Emma constatò che i lineamenti decisi facevano pensare all’arroganza, alla tensione, all’ironia… eppure il viso non aveva niente di tutto questo. Ne era la somma finale: un’espressione di serena decisione e sicurezza, un’innocenza spietata che non avrebbe chiesto né accordato pietà. Un viso che non aveva niente da nascondere…

Chi era Emma?” si chiese Barbara, che aveva trovato un brandello di carta, tutto stropicciato e in parte consunto, tra le pagine di un vecchio diario scolastico, dove annotava i suoi pensieri.

Stava rovistando nei cassetti della sua vecchia cameretta da ragazza, che era accatastata nel garage, quando scorse una copertina di pelle blu o meglio il dorso blu di qualcosa che le pareva familiare. Era tra libri ingialliti e malmessi e blocchi di carta pieni di scarabocchi e sicuramente stonava in mezzo a loro.

In realtà era alla ricerca dei vecchi vinili, che aveva messo in un cassetto della sua scrivania, ordinati dentro le loro confezioni originali. Quindi rimase stupita nel vedere quel pezzo della sua vita, quando aveva sedici anni o giù di lì.

Come ci è finito in questo cassetto?” pensò Barbara, mentre rovistava curiosa, tornando indietro negli anni.

Era una donna di oltre quarant’anni, sposata, divorziata e con due figli adolescenti come era lei quasi trent’anni prima al tempo di quel diario.

Aprì con delicatezza quelle pagine che contenevano le sensazioni dei primi amori e le relative prime delusioni. Carlo il vicino di casa che l’aveva fatta sognare per anni. Roberto, il primo filarino, col quale aveva pomiciato nell’androne di casa. Alberto, la prima delusione. Ricordava come l’aveva scaricata brutalmente. «Hai una faccia che fa schifo!» le aveva detto, quando credette di averlo conquistato. “Certo che provai rabbia e vergogna” pensò Barbara, che aveva presente il suo viso butterato dall’acne e foruncoli pustolosi.

Scorse i disegni infantili in stile Heidi dell’amica Serena, la sua compagna di banco. Sorrise, perché era lei con Leo, altro amore finito male.

Tra quelle pagine ingiallite dal tempo, riempite con la sua scrittura minuscola e svolazzante c’erano anche un paio di fotografie in bianco e nero dai bordi seghettati come usava nel dopoguerra. Ricordi della nonna Rachele con sua madre piccola nel giardino di casa.

Tuttavia era stato quel pezzetto di carta a prenderla, a chiedersi chi era Emma.

Barbara girava quel foglio, strappato malamente da un quaderno a quadretti, su cui erano scritte un paio di frasi, cancellate e vergate più volte. Non era la sua scrittura, tutta svolazzi e minuta, ma si presentava lineare e rotonda ben raccordata nelle lettere.

Si domandò di chi fosse. Una ragazza o un ragazzo? Per i ghirigori sulla A e sulla P era quasi certa che la mano fosse femminile, mentre il resto era neutro. Lei scriveva con caratteri minuscoli e inclinati approssimativamente a destra, mentre la riga tendeva a salire verso l’alto, tutta sbilenca. La grafia dell’ignota scrittrice era perfettamente dritta, come le cancellature e le riscritture.

Barbara osservò muta quel pezzo di carta ingiallito con qualche taglio in corrispondenza delle pieghe. Non riusciva ad associarlo a nessuna delle sue amiche, nemmeno quelle che all’epoca avevano velleità letterarie.

È il riassunto di un libro? No, non mi sembra” pensò con aria smarrita “Forse è l’incipit di un racconto… Ma quale racconto? Personalmente non ci ho mai provato. Basta leggere poche righe di questo diario per capire il perché”.

Sorrise. Ricordava come fosse negata per l’italiano in quegli anni nonostante tutti gli sforzi fatti per migliorarsi. Errori di grammatica, ortografici si sprecavano e quando arrivava il sei con una sfilza di meno per Barbara era come avere vinto la sfida più ardua.

Riaprì il diario alla ricerca di un indizio. Si accoccolò sui talloni, appoggiando la schiena alla scrivania, tenendo il diario sulle gambe.

Lunedì 6 maggio 1974

Oggi ho conosciuto Roby, finalmente! Gli ho parlato o meglio ho farfugliato qualcosa mentre le orecchie diventavano rosso fuoco! …

Mentre leggeva, aveva presente quanto fosse imbranata e come con un nonnulla diventava un peperoncino rosso.

[Continua]

La seconda e ultima parte sarà pubblicata domani

Primo attacco – la gravità – la mia storia

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Nuova sfida di Scrivere creativo.

Eccoci al secondo appuntamento con “attacchi impossibili“.

Come spiegato l’altra volta: se le prime tre proposte avranno abbastanza svolgimenti continueremo a proporre questo tipo di esercizio, altrimenti cambieremo rotta.

Ecco l’attacco di oggi:

In questo esercizio dovrete creare un racconto dove la gravità svanisce. Racconterete di un luogo dove la gravità svanisce di colpo.

Non necessariamente svanisce in tutto il pianeta, magari soltanto in una metropoli, o in una sola nazione o addirittura in un piccolo paesino di cinquecento anime.

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Raccontate dello stupore, raccontate dei primi momenti di sconvolgimento, ma dite anche come ci si organizza in un’occasione del genere. Le auto diventano inutili, come viene gestito questo aspetto dalla comunità, che sia lo stato, il paesino o il mondo intero?

Spiegate i piccoli momenti di vita quotidiana e le grandi scelte storiche, le eventuali guerre in atto o in procinto di scatenarsi.

Pensate alle conseguenze nei luoghi pubblici: ospedali, ristoranti, aziende industriali, trasporti e tutto il resto.

Insomma, questo primo attacco è verso la gravità.

Vediamo come ve la cavate!

Bonus (facoltativo): provate a scrivere il racconto da due punti di vista diversi.

Buon divertimento!

Come sempre pubblicate i vostri svolgimenti nei commenti, su Facebook e/o sui vostri social linkando a questo articolo!

Ciao!

Eliana ha sempre sostenuto di essere in grado di sollevare gli oggetti con la forza del pensiero. Però nessuno ha mai assistito a questo prodigio.

«Non mi vuoi credere, nemmeno tu» borbotta la ragazza, rivolgendosi al suo compagno.

Marco trattiene una risata, che avrebbe innervosito ancora di più Eliana. Fa strane smorfie nel tentativo di apparire serio, finché quasi strozzandosi non prorompe in una bella sfida.

«Ci scommetto che tu non sarai in grado di sollevare la sedia dove sono seduto».

Eliana lo guarda di sbieco. Si sente presa per i fondelli. Lei ha parlato di oggetti non di persone o mobili.

Diventa rossa come un peperone maturo, gonfia le guance e fa uscire tutta l’aria dei polmoni come un uragano. Intreccia le dita della mano e sta per urlare tutto il suo malumore quando vede i piedi di Marco staccarsi da terra. La sedia è mezz’aria a due metri da terra.

«Sei impazzita?» esclama terrorizzato Marco, aggrappato con le mani al bordo della sedia.

Le nocche biancastre mostrano tutto il suo terrore. Anziché scendere sfiora coi capelli il soffitto. Soffre di vertigini. Guarda in basso ma chiude subito gli occhi. Se torna la forza di gravità normale, perché questo è il suo pensiero, mi sfracello sul pavimento. Ben che vada finisco in ortopedia.

«Eureka!» dice Eliana battendo le mani come una bambina che ha visto il suo migliore amico.

«Vedi, incorreggibile San Tommaso» ribatte la ragazza, che gonfia ancora le guance per espirare l’aria immessa nei polmoni.

«Sì, ti credo» lo implora Marco, che deve piegarsi pericolosamente in avanti, perché il soffitto preme sul suo capo.

Il suo cuore pare un metronomo impazzito. Bum, bum, bum! Spera che le gambe della sedia reggano all’urto col pavimento. È terreo in volto. Le labbra serrate come a trattenere l’urlo di terrore che sente salire dentro di sé.

Eliana sembra presa da un senso di onnipotenza. Se riesco a sollevare Marco e una sedia, posso alzare qualsiasi cosa con la sola forza del pensiero. Sposta gli occhi verso destra e vede muovere Marco nella direzione del suo sguardo. Li rotea e la sedia compie la medesima evoluzione. Riesco ad annullare la forza di gravità, pensa battendo le mani, mentre il corpo di Marco beccheggia come una nave in preda alla tempesta.

Il ragazzo non sa più a che Santo votarsi per ritornare sul pavimento incolume. Li ha esauriti tutti e ricomincia da Pietro. Trema come una foglia al vento e teme di fare la sua fine. Volare lontano.

«Eli» balbetta incerto. «Fa la brava. Fammi scendere dolcemente».

La finestra è aperta e l’appartamento è al sesto piano. Con tutte le evoluzioni che la ragazza si diverte a fare Marco si accorge di essere terribilmente vicino.

Eliana si sposta a sinistra, poi a destra. Salta e si accuccia. Si muove per la stanza frenetica in preda al delirio di onnipotenza, perché è convinta di poter dominare ogni cosa con la sola forza di volontà. Non ascolta le parole terrorizzate di Marco che infila la finestra e sparisce alla sua vista. Sente un urlo e un schianto. Poi il silenzio.

«Lasciami» esclama Eliana interdetta, sentendo la presa ferrea delle mani di Marco sul suo braccio. «Che ti prende?»

Lui sta ansimando e con la voce roca dice: «Fammi scendere».

Lei si mette dritta nel letto e lo guarda storto. «Dovresti bere meno alla sera».

Daniele – parte ventiseiesima

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il mio roseto – foto personale

Di sicuro all’interno della stazione ci sarebbe stato il negozio per comprare quanto serviva per rendersi meno riconoscibili, pensò Daniele, osservando l’orologio digitale. Bastava avere la pazienza di aspettare che aprissero le porte dell’emporio e un pizzico di fortuna per non incrociare qualcuno che dava loro la caccia. I due ragazzi ignoravano se i romani avessero lanciato l’allarme per Venezia ma stavano all’erta come se questo fosse vero.

All’apertura del negozio Daniele e Natalina acquistarono quello che avevano deciso al bar. Trovarono tutto senza troppa fatica. Si osservarono allo specchio: non assomigliavano più a quelli che avevano lasciato Roma dieci ore prima.

Erano le nove, quando lasciarono la stazione ferroviaria ma cominciava la parte più insidiosa. Avvicinarsi all’ostello senza farsi notare e sfuggire a eventuali cani da guardia.

Daniele, avviandosi, cinse con il braccio le spalle di Natalina, che aveva il viso interamente nascosto. In testa un berretto di pelo grigio che le copriva la fronte e le orecchie. Due occhialoni scuri da vamp degli anni venti sugli occhi enormi e il resto coperto da una grande sciarpa nera di cashmere. L’abbigliamento di Natalina gli era costata una piccola fortuna. Tutta griffata, comprese le sneakers. Avevano deciso di sostituire le scarpe col tacco basso, con le quali era partita da Roma, perché del tutto inadeguate a camminare a Venezia, con queste più comode e agevoli da usare. Specialmente se ci fosse stata la necessità di correre.

Daniele sul ponte delle Guglie si fermò ad ammirare il panorama. La nebbia avvolgeva la città in una morsa umida e irreale, impedendo di vedere a più di cento metri di distanza. Il ragazzo pensò che poteva essere un valido aiuto ma anche un pericoloso intoppo, perché dava una mano sia in positivo che in negativo. Rendeva evanescente i contorni delle persone e delle cose ma allo stesso tempo avrebbe impedito il riconoscimento da lontano di eventuali soggetti che sorvegliassero la struttura. L’umidità penetrava a fondo dando l’impressione di mille aghi conficcati nel corpo. Natalina batteva i denti per il freddo e lo sollecitò a rimettersi in marcia.

C’è tempo per ammirare il paesaggio nebbioso” disse la ragazza infreddolita. Lei era abituata al caldo brasiliano e mal sopportava le basse temperature padane. Daniele annuì. Osservò il display del telefono. Secondo il navigatore dello smartphone non erano molto distanti dalla meta.

Si fermarono per fare una seconda colazione in una torrefazione del caffè, incontrata lungo il tragitto. Dentro si percepiva il forte aroma di caffè appena tostato. I chicchi scuri stavano nell’apparecchiatura a tamburo rotante, tipico delle lavorazioni artigianali. Sacchi pieni di caffè, già pronto per l’uso e ancora da tostare, stavano di fianco. Il profumo era inebriante. Addossati alla parete stavano i vari tipi di miscele in grani, visibili attraverso il vetro dei contenitori in lucente ottone. Il banconiere prelevò con una paletta i chicchi ancora caldi per macinarli. Stava iniziando il rito della preparazione di una bevanda cremosa dal gusto inconfondibile. I due ragazzi osservarono il processo incuriositi e affascinati. L’ambiente caldo li riscaldò, mentre gustavano la tazzina di caffè insieme ai basi in gondola, che accompagnavano la degustazione della bevanda.

Daniele si informò sul tragitto più breve per l’ostello prima di abbandonare quel locale che aveva il fascino vintage dei primi del novecento.

Alle tre di notte Marco e Alice si trovarono di fronte al boss. Parevano due cani bastonati nel raccontare i loro insuccessi.

L’ambulanza in quale ospedale si è fermata?” chiese l’uomo fumando nervosamente un sigaro toscano. “Almeno quello siete riusciti a saperlo?”

Marco abbassò la fronte. Non osava guardarlo in faccia. Ammise di ignorarlo.

Siete degli incapaci” strepitò l’uomo, masticando la punta del sigaro. “Uscite immediatamente prima che …”.

Senza aspettare oltre, velocemente Marco e Alice guadagnarono la porta per sottrarsi alla sua ira.

Figura di merda” biascicò Marco, salendo sull’Audi. “Proviamo a fare il giro dei Pronto Soccorsi. Forse abbiamo culo di conoscere dove sono finiti quei due stronzi”.

Non fu un’impresa semplice, perché cambiano i turni e le persone. Il Pronto soccorso di notte è un porto di mare, dove pochi sono disponibili a rispondere alle domande. Solo alle dieci di mattina scoprirono che un’ambulanza vuota, intorno alle nove e mezza di sera, era arrivata al San Camillo. La coppia, un uomo e una donna, dopo aver depositato gli indumenti di lavoro nell’armadietto, aveva chiamato un taxi. “Diretto dove” ammise l’informatore, “non saprei. Però era uno della 3570. Quello lo ricordo bene”.

Marco contattò via telefono la cooperativa per ottenere l’informazione dove avesse terminato la corsa quel taxi ma ricevette un diniego sdegnato. “Queste informazioni non sono fornite” rispose piccata la centralinista.

Sembrava tutto perso ma Alice aveva un conoscente, un tassista, che lavorava per quella cooperativa. Con una vaga promessa di uscire una sera con lui e alcune moine da vera commediante riuscì a conoscere la destinazione della corsa. “Qualche minuto prima delle ventidue sono scesi a Stazione Termini” riferì Alice al compagno.

Era mattina inoltrata, le undici, quando finalmente intuirono che la coppia che dovevano sorvegliare forse avevano preso il notturno per Venezia. Un posto che avevano setacciato inutilmente due settimane prima ma ancora caldo.

Antonio” disse Marco al telefono, “la nostra preda è a Venezia. Sono arrivati due da Roma per portarla via”.

Udì un paio di bestemmie colorite prima che chiedesse dove era stata localizzata.

Mettete sotto controllo i soliti posti” rimbeccò Marco, chiudendo la conversazione. Ignorava completamente dove potesse essere.

Daniele, uscendo dalla Torrefazione, accantonò tutte le precauzioni e puntò con decisione su Fondamenta Canal, dove si trovava l’ostello. “Dobbiamo sbrigarci” suggerì il ragazzo, “prima che i lupi romani scoprano come li abbiamo beffati”.

Alle nove e mezza erano davanti al portone per farsi ricevere.

Sono Natalina Strapetti” disse porgendo il passaporto. “Mia sorella è alloggiata presso di voi. Potreste chiamarla oppure accompagnarci nella sua stanza?”

La donna, non più giovanissima, osservò il documento che Natalina le mostrava e poi alzò lo sguardo per riabbassarlo dopo qualche secondo. Senza dire una parola, li invitò con un cenno del capo a seguirla.

Bussò e disse: “C’è tua sorella, se apri”. In silenzio tornò da dove era venuta.

I due ragazzi aspettavano di sentire la chiave girare nella serratura ma inutilmente.

Natalia” disse Marco, accostando il viso il più vicino possibile alla porta. “Aprici. Non abbiamo molto tempo per allontanarci senza pericolo”.

Qualche istante dopo il battente si aprì mostrando il viso di una ragazza impaurita. Natalina entrò e l’abbracciò senza parlare. La stanza era come nel sogno. Due letti a castello addossati alle pareti. Una finestra che dava sul cortile interno e di fronte un grande armadio, capace di contenere una persona. Al centro un tavolo di legno e due sedie impagliate. Daniele sorrise, mentre stringeva Natalia in un abbraccio affettuoso.

Dobbiamo sbrigarci” affermò il ragazzo che, aperto l’armadio, trasse uno zaino, che le apparteneva di certo. “Il tempo stringe. Tra meno di mezz’ora dobbiamo essere fuori di qui”.

Daniele consultò l’orologio. Segnava qualche minuto dopo le dieci. Si chiese se avevano già scoperto dove si erano diretti. Lo ignorava ma aveva la sensazione di sì. ‘Se la fortuna ci assiste’ pensò, ‘potremmo anche svignarcela senza problemi’. Il piano delle prossime mosse era già delineato. Con un motoscafo taxi avrebbero raggiunto Piazzale Roma. Alla stazione delle corriere avrebbero deciso quale bus prendere. Il primo che avrebbe portato più distante possibile o verso una destinazione poco appetibile. Poi avrebbero agito a braccio senza un canovaccio prestabilito. L’idea era di portarla all’estero. Dove non era chiaro. Daniele si era preso una settimana di ferie e il posto non doveva essere lontanissimo.

Riempire lo zaino fu questione di poco, perché il bagaglio era ridotto al minimo. Natalia abbracciò la donna alla reception, mentre Daniele saldava il conto e chiamava il motoscafo taxi. L’appuntamento era a Campo San Marcuola tra mezz’ora. Non dovevano sbagliare strada se volevano essere puntuali. Un pallido sole tentava di bucare quella capa nebbiosa, mentre la visibilità diventava sempre migliore. Col cuore in gola raggiunsero il posto prestabilito, trovando il motoscafo pronto ad accoglierli.

Erano le undici quando raggiunsero Piazzale Roma, da dove partivano i bus verso la terraferma. Nessun incontro sgradevole, nessuna faccia che mostrasse interesse verso di loro. Una buona stella sembravano proteggere i tre fuggiaschi.

Furono fortunati perché dopo poco sarebbe partita una corsa verso Padova via Riviera del Brenta, dove sarebbero arrivati una ventina di minuti prima delle tredici. Natalina aveva proposto di prendere un taxi.

Lasciamo troppe tracce dietro di noi” aveva contraddetto il ragazzo. “Saranno furiosi e li avremmo alle calcagna in un batter d’occhio. Di certo presiederanno taxi e Ferrovia, più facili da vigilare. La stazione delle corriere è più complicata da tenere sotto controllo. Questo è un orario molto trafficato. Le destinazioni sono troppe. Servirebbero molte persone”.

Mentre Daniele e le due ragazze erano in movimento verso Padova, Antonio bussò all’ostello.

Sappiamo che Natalia Strapetti è alloggiata presso di voi” disse l’uomo sicuro di beccarli tutti e tre.

La donna alla reception scosse il capo in segno negativo.

Eppure sua sorella mi ha dato appuntamento qui” mentì Antonio che cominciava a spazientirsi.

Nessuna donna di nome Natalia Strapetti alloggia qui” replicò calma.

Eppure…” disse Antonio interrotto dalla signora alla reception.

La prego di andarsene o sarò costretta a chiamare la polizia, se lei insiste. Qui non c’è nessuna Natalia Strapetti” e con il braccio teso indicò la porta di uscita.

Antonio bestemmiò. Era la seconda volta che lo mettevano fuori dall’ostello senza possibilità d’appello. Ordinò alla persona che era con lui di sorvegliare l’edificio. Si consultò con chi aveva mandato alla stazione e al posto dei taxi di Piazzale Roma, ricevendo una risposta negativa. “Nessuno che corrisponde alle descrizioni è apparso” dissero entrambi.

Antonio pensò che avrebbero potuto dirigersi verso Chioggia e da lì puntare a Rovigo. C’era anche l’altra opzione. Quella di Punta Sabbioni assai più comoda per svanire nel buio verso Jesolo e Trieste. Bestemmiò. Sapeva che le prede gli erano sgusciate di mano. Adesso cercarle era solo un colpo di fortuna. ‘Quei due ragazzi sono stati furbi. Prima a beffare Marco. Ora è il mio turno’ rifletté Antonio, mentre stava arrivando a Piazzale Roma. Avrebbe consultato gli orari delle corriere per capire se per caso avessero preso un bus.

Quando arrivarono a Oriago, Daniele decise si scendere. Doveva nascondere le tracce e confondere gli inseguitori. Da lì sarebbe tornato a Mestre, puntando verso Treviso o Tessera. Consultò l’orario dei voli in partenza. Alle tre dal Marco Polo c’era un volo per Francoforte, da questo aeroporto si potevano trovare molte combinazioni per diverse destinazioni. Daniele aveva già in mente un posto: Lisbona. Natalina sarebbe stata perfetta col suo portoghese come guida e interprete. Provò a comprare tre biglietti. Ebbe fortuna. Era sufficiente presentarsi al check-in per le tredici e trenta. Tutto bagaglio a mano. Adesso doveva organizzare il tragitto. Prima però doveva fare un paio di telefonate.

Antonio era convinto di essere in ritardo solo di pochi minuti per intercettarli. Consultò l’orario delle partenze. Non ebbe dubbi. ‘Se dovessi prendere un bus per far perdere le mie tracce, salirei su quello che va a Padova’ pensò vedendo le altre destinazioni nella mezz’ora precedente. ‘Possibilità di prendere un treno per Milano o Bologna. Noleggi auto. Possibilità di restare in città senza essere trovati’. Doveva sbrigarsi se voleva seguire il bus. Spedì quello di guardia ai taxi a Padova in macchina, mentre lui avrebbe tallonato la corriera. La raggiunse pochi chilometri dopo la fermata di Oriago centro e controllò chi scendeva alle fermate successive. Arrivato a destinazione, il mezzo pubblico si vuotò ma dei tre fuggiaschi nemmeno l’ombra. Nuova sequela di bestemmie, perché aveva compreso che era scesi prima che lui agganciasse l’autobus. ‘Forse già dopo poche fermate. A Mestre’ bofonchiò Antonio, masticando amaro. ‘Con oltre un’ora di vantaggio è impensabile intercettarli’.

Telefonò a Marco per comunicargli il fiasco dell’operazione.

Daniele chiamò Sara. Si accertò che stesse bene e le impartì le istruzioni per raggiungerli.

Stasera ti metti in macchina” disse Daniele. “Dovrai viaggiare tutta notte”.

Lo sai che non mi piace guidare col buio” replicò irritata la ragazza.

Daniele fece una debole risata. “Rassegnati, se vuoi sparire senza essere beccata”.

Si udì un grugnito di disapprovazione.

Alle venti paghi l’hotel con la mia carta e ti dirigi verso Teramo e poi prendi la A14. Arrivata a Parma…”.

Sarò cotta come un prosciutto” chiosò ironica Sara.

“… punta direttamente verso La Spezia” proseguì Daniele senza raccogliere la sua battuta. “E da lì arrivi a Ventimiglia”.

Nuova risata stridula di Sara.

Hai capito bene?” disse deciso Daniele.

Più o meno” borbottò Sara. “E lì che faccio?’

Consegni la macchina dopo aver fatto il pieno. Vai in stazione e parti per Tolosa”.

Si udì un bel fischio. Non di ammirazione. “E secondo te, come ci arrivo?”

In treno” affermò Daniele, che non aveva colto la sottile ironia delle ultime parole.

Una nuova risata risuonò nel telefono. “E moh! A Tolosa ci arrivo in una bara. Non dormo, non mangio, non piscio”.

Daniele rise. In effetti non aveva messo nel conto che il viaggio sarebbe durato molte ore col rischio di condizioni climatiche difficili. Era inverno e gennaio.

Ok, Sara” disse Daniele con tono paternalistico. “In tre ore e mezza sei ad Ancona. Ti fermi in un albergo e riprendi il viaggio domattina. Viaggiando tutto il giorno con qualche sosta per soddisfare i tuoi bisognini…”. Daniele fece una risata di scherno, prima di riprendere il filo del discorso. “È sufficiente per arrivare a Ventimiglia. Nuova sosta e riparti il giorno dopo”.

Sara emise un grugnito di approvazione. “Ok, Daniele. Tra due giorni a Tolosa”.

Le due sorelle ridevano, orecchiando la conversazione al limite del surreale tra i due ragazzi.

Ultima telefonata. Poi in marcia verso il Marco Polo” disse Daniele, mettendosi in contatto con Eliseu. Natalia sbiancò. Non immaginava che anche lei fosse coinvolta nella sua vicenda.

Ciao, Eliseu. Missione compiuta. Tra un paio d’ore siamo in volo” fece Daniele. “Clara come sta? Dalle un bacio da parte mia”.

Il ragazzo sentì la voce della figlia che litigava con la zia.

Ciao, papi. Mi manchi” disse Clara in fretta, prima che Eliseu riprendesse il controllo.

Ci sentiamo stasera” fece la donna, chiudendo la conversazione.

Al ristorante Vettore trovarono un autista disposto a portarli al Marco Polo dietro compenso.

In aeroporto Daniele chiese a Natalia quali documenti d’identità aveva con lei.

La carta d’identità e la patente” disse.

Il passaporto?” domandò Daniele.

A Roma. Nel mio appartamento” rispose Natalia.

Fattosi consegnare le chiavi dalla ragazza, disegnò la piantina dove si trovava il documento.

Dove penso di arrivare tra due giorni, basta quello che hai. Però la destinazione finale è Bahia. E serve il passaporto” concluse Daniele.

Alle tre del pomeriggio i tre ragazzi erano in volo verso Francoforte, da dove sarebbero partiti per Lisbona.

FINE

Daniele – parte venticinquesima

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Ireos – foto personale

Ormai mancava poco alla destinazione. Un paio di stazioni. All’incirca un’ora di viaggio e poi sarebbero arrivati. Erano solo loro due, anche se un paio di persone erano salite nelle fermate precedenti. Però avevano preferito altri compartimenti. Evidentemente non gradivano la loro presenza, pensò Daniele. Il viaggio era filato liscio. Solo una mezz’ora di ritardo aveva accumulato il treno, nonostante il lungo viaggio. Quindi sarebbero arrivati poco prima delle sei. Il buio era ancora fitto. Anzi una nebbia umida e compatta impediva di vedere fuori anche le luci. Era da un paio d’ore che faceva da compagna di viaggio silenziosa. La carrozza era ben riscaldata e i vetri umidi per la condensa colavano gocce come se piovesse. Daniele aveva coperto col suo piumino Natalina, che ogni tanto mugolava. ‘Starà sognando’ si disse più volte il ragazzo, sorridendo.

Adesso era venuto il momento di svegliarla. Tra poco sarebbero arrivati. Le accarezzò i capelli con dolcezza. Lei si agitò come se qualcuno le volesse interrompere un bel sogno. Daniele passò con la mano sul collo, titillandole il lobo dell’orecchio. Natalina aprì dapprima un occhio e poi l’altro.

Che c’è?” domandò, facendo roteare lo sguardo alla ricerca di qualcosa di familiare.

Si eresse di scatto, facendo scivolare il piumino per terra. Sembrava sorpresa di trovarsi su un treno. Daniele la baciò delicatamente su una guancia. “Tranquilla” le disse. “Siamo quasi arrivati”.

Natalina sgranò gli occhi. “Arrivati?”

Daniele sorrise. “Sì. Tra un po’ scendiamo a Venezia”.

La ragazza si girò di scatto per osservare il suo viso. ‘È vero che abbiamo preso un treno’ ricordò, facendo affiorare nella mente gli ultimi istanti di lucidità prima del sonno profondo. ‘Ma come siamo finiti a Venezia?’

E che ci facciamo a Venezia?” chiese con lo sguardo sorpreso e un po’ sospettoso.

Andiamo a prendere tua sorella” ribatté Daniele con calma.

Adesso Natalina era sveglia completamente, mentre percepiva che il treno stava rallentando fino a fermarsi. “Ma perché Nati dovrebbe essere a Venezia?” fece, aggrottando le sopracciglia. Non capiva per quale motivo dovesse essere proprio lì e non in un altro posto.

Daniele le accarezzò il viso prima di spiegare. Natalina gli appariva fragile e smarrita ma sapeva che non era vero. Raccolse il piumino dal pavimento e lo pose sul sedile davanti. Guardò fuori dal finestrino. Le poche persone che aspettavano il treno si stringevano sciarpe intorno al collo e portavano berretti di pelo in testa. Qualcuno camminava nervosamente, lasciando dietro di sé una leggera scia di vapore. Doveva esserci molto freddo. Di sicuro molti gradi in meno rispetto a Roma.

Hai una sciarpa?” le domandò.

Natalina fece segno di no con la testa. “Non hai risposto alla mia domanda” lo incalzò la ragazza.

Ho l’impressione che patiremmo il freddo” ribatté Daniele, continuando a ignorare quello che le aveva chiesto.

Mi stringerò a te” replicò asciutta Natalina.

Daniele la strinse, prima di baciarla, mentre il treno si metteva in movimento per fermarsi tra poco più di mezz’ora a Venezia Santa Lucia. “Riportiamo a casa Natalia” ribatté deciso.

Natalina scosse il capo. Non le aveva spiegato nulla. Lo guardò con lo sguardo interrogativo in attesa di una spiegazione convincente.

Ricordi cosa mi hai detto?” le chiese Daniele.

Ho ancora sonno. Sono tutta indolenzita per avere dormito scomoda. Quindi non sono in vena di ascoltare degli indovinelli” disse Natalina, strizzando gli occhi.

Daniele fece una debole risata. “Ma la spiegazione del mistero è nel tuo sogno!”

Insomma di quale sogno parli?” disse spazientita. “Quando dormo di solito sogno e li ricordo pure. Quindi prova a spiegarti. Forse riesco a trovare il sogno giusto nel mio catalogo”.

Daniele sospirò. “Ti avevo chiesto, perché eri del parere che tua sorella fosse in pericolo. Tu mi hai descritto un sogno. Lei era in una stanza coi letti a castello e un armadio addossato a una parete. Ricordi ora?”

Natalina lo guardò stupefatta. Certo che ricordava quel sogno angosciante ma da quello ricavare che Natalia si trovasse a Venezia ci voleva solo l’immaginazione e fantasia di Daniele, pensò, distendendo i lineamenti del viso. “E tu hai dedotto da quel sogno strampalato e confuso che Nati si trova a Venezia?” domandò, guardandolo con gli occhi sgranati per l’affermazione che le appariva talmente assurda da credere che Daniele avesse preso un colpo in testa.

Sei mai stata in un ostello?” le chiese Daniele.

No”.

Quello che hai descritto è tipico degli ostelli per la gioventù” replicò il ragazzo sereno.

A Natalina sembrò di sognare. ‘Ammesso che sia l’arredo di una stanza di ostello, perché questo doveva trovarsi proprio a Venezia?’ si domandò incredula.

Se io mi volessi nascondere, dove andrei?” disse Daniele, ponendosi una domanda pleonastica. “Nel posto dove nessuno pensa che possa andare” fece, dandosi la risposta da solo.

Ma sarebbe il primo luogo che esplorerei, se fossi in loro” ribatté Natalina poco convinta della sua spiegazione.

Daniele rise, stringendola. “Finiamo la chiacchierata al bar della stazione, mentre facciamo colazione” disse, alzandosi. “Raccogliamo le nostre cose. Il treno sta sul ponte translagunare e tra poco si ferma”.

Un aria gelida li accolse. La nebbia galleggiava intorno alle luci gialle. Il marciapiede era bagnato come se avesse piovuto. Pochi nottambuli o forse stanchi pendolari erano sulle banchine in attesa di imbarcarsi sul treno. Chiusero tutti i bottoni del piumino ma il gelo si insinuava lo stesso sotto, facendoli rabbrividire. Velocemente si infilarono nel bar. Un banconiere assonnato stava lucidando dei bicchieri. Lo specchio alle sue spalle rifletteva un locale vuoto. La macchina del caffè emetteva qualche sbuffo di vapore.

Un caffè, un cappuccino e due brioche” ordinò Daniele, cercando con l’occhio il tavolino più defilato e lontano dai vetri appannati ma che consentisse di osservare chi entrava.

Si sistemarono in attesa dell’ordinazione, mentre Daniele depose la borsa per terra. Senza alzare troppo il tono della voce, riducendolo a un bisbiglio, Daniele iniziò a spiegare la sua tesi.

Hai ragione, dicendo che Natalia venendo qui si sarebbe gettata nelle fauci del leone”.

Daniele fece una pausa, perché il banconiere stava portando la loro colazione. Il caffè era amaro e forte ma lo avrebbe tenuto sveglio dopo la notte insonne. Addentò la brioche, che sembrava plastica, facendo una smorfia di disgusto.

Natalia è scomparsa da un mese. Ma con te si è fatta viva una decina di giorni fa. Giusto?” chiese Daniele a conferma.

Natalina annuì, mentre finiva il suo cappuccino, non meno amaro del caffè di Daniele. Se non fosse stato per il lungo viaggio, avrebbero convenuto che in quel bar servivano colazioni tutt’altro che invitanti.

Dunque per venti giorni ha vagato alla ricerca di un posto sicuro, braccata dai suoi amici. Probabilmente li ha fregati un’altra volta oppure ha minacciato di svelare tutto alla polizia” raccontò Daniele, cercando di ricostruire i movimenti di Natalia.

All’inizio avrà usato diversi nascondigli a Roma. Di certo ne avrà avuti più di uno. Ma l’ambiente dei tossici è chiacchierone e poco sicuro. I segreti sono quelli di Pulcinella. Poi avrà preso il primo treno a lunga percorrenza per scendere alla prima stazione e dirigersi verso un’altra destinazione”.

Natalina lo guardava ammirata, perché era esattamente quello che avrebbe fatto anche lei, se avesse dovuto far perdere le sue tracce.

Sono certo che hanno controllato i posti veneziani, non appena hanno scoperto che era partita col treno. Natalia non è una sciocca e avrà girato su e giù per l’Italia, prima di puntare su Venezia. Loro hanno montato la guardia per diversi giorni, sperando di pizzicarla. Poi hanno desistito” spiegò Daniele, sbottonando il piumino.

Perché avrebbero rinunciato?” domandò curiosa Natalina.

Daniele sorrise, prendendole la mano. “Se dopo una dozzina di giorni non si era recata a Venezia, hanno ritenuto che avesse puntato verso altre località. Brancolavano nel buio, deducendo che non sarebbe mai andata lì. Quindi hanno concentrato le ricerche a Roma, seguendo Sara. Perché? Dopo venti giorni di vita randagia era plausibile che si fosse messa in contatto con l’amica. Tu eri troppo distante per darle aiuto”.

Natalina scosse la testa. La ricostruzione era debole. “Ma perché non è andata all’estero? Perché dieci giorni fa mi ha contattato?” chiese la ragazza.

Daniele annuì per confermare che non aveva spiegato alcuni dettagli. “Credo che Natalia sia scappata in fretta e furia con pochissimo bagaglio per muoversi più agilmente. Ma con scarso denaro e forse della merce non piazzata e difficile da sbolognare senza lasciare una traccia. Questo loro lo sapevano e hanno pensato che avrebbe tentato di mettersi in contatto con Sara. Forse anch’io ero sotto controllo senza essermene accorto. Se le persone più vicine fossero sotto controllo, logicamente secondo tua sorella quella più sicura per chiedere aiuto rimanevi tu. E l’ha fatto”.

Natalina era convinta delle spiegazioni. Diversi punti oscuri avevano una spiegazione razionale. Tuttavia non tutto la persuadeva. ‘Perché dopo la famosa telefonata notturna non si era fatta più viva?’ si domandò, mordendosi un labbro.

Aveva cominciato ad albeggiare, anche se la nebbia era ancora abbastanza fitta. Il bar si stava animando con i pendolari che andavano a lavorare in terraferma. Avevano ordinato un toast e un succo di mirtillo per giustificare la loro presenza da più di un’ora. Daniele teneva d’occhio le persone che entravano. ‘Se avessero ragionato un po’, avrebbero allertato di nuovo gli amici veneziani. Natalina assomiglia troppo a sua sorella per passare inosservata e poi potevano avere trasmesso una mia fotografia’, rifletté Daniele, toccandosi la guancia. Avvertì che la peluria era cresciuta. Lo specchio dietro il bancone mostrava un viso con una barbetta nera abbastanza visibile. Un paio di occhiali neri e un Borsalino in testa sarebbe stato un camuffamento abbastanza passabile, tanto da passare inosservato se qualcuno era sulle loro tracce. Il problema era Natalina. Renderla diversa dalla realtà non era semplice. Pensò che una sciarpa, un berretto di pelo e un paio di occhialoni da vamp sarebbero stati sufficienti per non essere riconosciuta. Doveva aspettare l’apertura dei negozi per comprare tutto quello che aveva in mente. Di certo nell’area commerciale della stazione avrebbe trovato tutto quello che cercavano.

Daniele guardò l’orologio posto sopra lo specchio. ‘Ancora un’oretta buona’ si disse.

[continua]

Daniele – parte ventiquattresima

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Quest’anno albicocche – foto personale

Marco alla guida dell’Audi nera seguiva come un ombra l’auto di Daniele. Non capiva cosa stesse facendo. Dopo aver percorso il GRA la macchina aveva puntato verso Napoli ma arrivato a circa metà strada era uscito dall’autostrada per ritornare a Roma lungo l’Appia.

Nello specchietto retrovisore interno vedeva il suv che lo tallonava quasi incollato alle luci di posizione della sua auto. Era infastidito, perché non ne comprendeva il motivo. Alzò le spalle e si concentrò sul Golf. L’orologio del cruscotto segnava le ventitré e mezzo. Imprecò, perché erano due ore che seguiva come uno scemo quell’auto, senza sapere dove si stava dirigendo. ‘Dentro ci sono un uomo e una donna’ rifletté Marco. ‘Ma sono la sorella e il suo amico?’ Adesso i dubbi crescevano. Pensò che lo stessero prendendo per i fondelli portandolo in giro per Roma e dintorni.

Chiamò Alice, che stava pedinando Sara. “Si è rintanata in aeroporto. Pare non voglia schiodarsi” gli confermò la donna. La sentì imprecare. Non comprese il motivo di quella sequela di parolacce.

Ali, che c’è?” chiese Marco allarmato. Poi il nulla. Provò a mettersi in contatto senza risultati. Il nervosismo cresceva. Aveva la quasi certezza che erano stati più scaltri di lui e li avevano fregati, usando due specchietti per attirare delle allodole credulone. Seguiva come un’ombra, qualcosa che gli appariva come un fantasma. L’auto davanti teneva un passo lento, rispettando tutti i limiti di velocità. Era il percorso che lo stava innervosendo. Ormai gli era chiaro che inseguiva una chimera.

Mi hanno bidonato’ si disse, bestemmiando. ‘Mi hanno fanculato!’ L’auto, che stava pedinando, entrò in un enorme casermone del quartiere di Centocelle. Pochi istanti dopo riprese la strada col solo guidatore, immergendosi nel dedalo delle strade del quartiere. Dopo qualche minuto Marco la vide parcheggiata davanti a un grosso condominio. Il guidatore scese ed entrò nel caseggiato. L’orologio digitale del display sul cruscotto segnava quasi le due di notte. Marco si fermò, appoggiando la testa sul volante. Dopo quasi due giorni di sosta davanti alla casa di quell’uomo, che aveva accolto la sorella della ricercata, si ritrovava con un pugno di sabbia in mano. Le due lepri gli erano sfuggite. L’amica era ferma a Fiumicino, bloccando Alice e lui a inseguire un fantasma Un fiasco in piena regola. Duro da digerire e da raccontare al boss. Le ultime luci del condominio si stavano progressivamente spegnendo. La via si stava svuotando del suo traffico, già scarso per natura. Sul display dell’Audi comparve il segnale di una chiamata entrante. Segnalava ‘Alice’.

Dimmi” disse Marco con voce roca.

La strega mi ha messo nel sacco” annunciò con voce funerea.

Silenzio. “Come messa nel sacco?” sbottò irato.

Due poliziotti mi hanno chiesto i documenti e lei è sgusciata via senza che io potessi seguirla” confessò con un filo di voce Alice.

Porca puttana Eva” sbraitò Marco. “Controlla se la preda è tornata a casa. Poi troviamoci al solito posto”.

Sgommando si allontanò per tornare, dove abitava Daniele. Jorge dentro il suv si guardava smarrito. La donna scaricata alcuni minuti prima non era di certo Natalina, né il guidatore era l’amico. ‘Ma chi ho seguito?’ si domandò, immaginando la sfuriata di Juan. ‘È inutile tornare dov’ero prima. Chissà dove sono finiti’.

Come Daniele aveva previsto, Natalina si era accoccolata su di lui, addormentandosi. Visto che il compartimento era vuoto, si era spostata di fianco, appoggiando la testa sul suo petto e in breve un sonno leggero l’aveva colta. Il tepore di Daniele, il rumore ritmato delle ruote sulla rotaia avevano favorito il suo rilassamento.

Dormi” le disse, accarezzandole i capelli.

Stava per cercare il numero di Sara, quando lei lo chiamò.

Dove sei?” le sussurrò per non svegliare Natalina, che aveva ripreso a dormire tranquilla.

All’hotel” chiosò garrula e gli raccontò gli ultimi avvenimenti.

Dopo la sua ultima telefonata Sara si era innervosita alquanto, perché percepiva di essere stata incastrata. ‘Qui non posso passare la notte’ rifletté, osservando che le persone si stavano diradando. Se si muoveva, quella donna l’avrebbe seguita come un’ombra e non si sarebbe liberata di lei. Era ormai mezzanotte e presto l’aerostazione sarebbe rimasta deserta. Era al banco del bar, praticamente da sola, quando vide due carabinieri che perlustravano corridoi e sale. ‘Ecco i miei salvatori!’ si disse. Pagò la consumazione e poi si diresse verso di loro.

Vedete quella donna” fece con uno dei due. “È sempre al telefono e parla di pacchi con aria misteriosa”.

Il carabiniere annuì e la vide intenta a conversare gesticolando al cellulare. Era congestionata in volto. Ogni tanto la voce diventava stridula, mentre si muoveva nervosa, come se avesse qualcosa da nascondere. Il poliziotto fece un cenno al compagno, avvicinandosi alla donna per chiederle i documenti. In effetti aveva un’aria piuttosto sospetta. Una velina riservatissima parlava di probabili attentati in aeroporto. Quindi identificarla avrebbe tolto molti dubbi. Sara nel frattempo di corsa era andata verso l’uscita per recuperare la Smart, che fortunatamente non aveva riconsegnato.

Così mi sono liberata e ho potuto arrivare all’hotel senza nessuno alle calcagna” concluse con tono soddisfatto.

Daniele ridacchiò. Aveva ritrovato la Sara dei tempi del liceo, quando era in grado di uscire pulita dalle situazioni più ingarbugliate.

Bene” disse il ragazzo a conclusione della telefonata. “Resta lì tappata dentro. Ti chiamo quando il pericolo è cessato”.

Fra quanto?” chiese Sara agitata.

Credo entro ventiquattro ore” fece Daniele, chiudendo la telefonata.

Si appoggiò soddisfatto allo schienale. Le luci esterne lasciavano dietro di sé una scia luminosa. Il treno notte sfrecciava sicuro nelle stazioni semi addormentate. La loro carrozza pareva deserta. Solo il loro compartimento era ben illuminato e lo sarebbe stato per tutta la notte. Tanto non avrebbe dormito. Il romanzo acquistato all’edicola, ‘Un paese rinasce’, gli avrebbe tenuto compagnia.

Tutte sono al sicuro’ si disse Daniele, posando il libro sul tavolino.

Il treno rallentò per arrestarsi nella stazione. Poche persone erano sul marciapiede in attesa. L’orologio segnava poco dopo la mezzanotte. Daniele allungò il collo per leggere il nome della stazione. ‘Arezzo’ si disse. ‘Ancora cinque ore prima di arrivare’. Il rumore della porta della sua carrozza gli fece capire che forse ci sarebbero stati ospiti. Doveva immaginarlo ma sperò che andassero in un altro compartimento vuoto. ‘Non ho potuto prenotare una cabina a due posti’ ricordò, ‘perché erano tutte occupate. Per le cuccette Natalina sarebbe finita in una carrozza per sole donne. Lontana da me. Non potevo lasciarla sola. Quindi solo posti a sedere col rischio di avere compagni indesiderati’.

I passi del corridoio sembravano al femminile. Passò una signora, che trascinava un trolley, senza fermarsi. Daniele sospirò ma prima di arrivare c’erano ancora molte soste con possibilità di avere compagnia. Le porte si chiusero con fragore, mentre il capostazione agitava la paletta della partenza. Il treno prese slancio e in breve fu inghiottito dal buio della notte.

Era venuto il momento di ascoltare anche l’amico per sincerarsi che tutto era filato liscio come da programma.

Ciao, Fiore” domandò Daniele con un filo di apprensione.

Tra mezz’ora siamo a casa. Tutto come previsto” rispose Fiorenzo.

Grande!” esclamò Daniele, facendo sobbalzare Natalina. “Ci sentiamo domani”.

Jorge e Juan si trovarono alle tre al McDonald’s di Stazione Termini. Dovevano fare il punto della situazione. L’obiettivo al momento non era centrato e le possibilità di raggiungerlo erano nulle. Juan non era affatto contento di come stava procedendo l’operazione e Jorge invece di aiutarlo sembrava remare contro.

Dimmi come sei riuscito a farti buggerare” chiese Juan, che avrebbe voluto fumare una sigaretta per calmare la collera interna.

Jorge abbassò gli occhi. Doveva ammetterlo. Aveva seguito l’Audi, che a sua volta era incollata al posteriore di un Golf, senza molto criterio.

Quando ho visto uscire l’auto dal cancello condominiale” spiegò Jorge, “ho pensato che la preda volesse fuggire”.

Juan imprecò sottovoce. ‘Basta che vada via un attimo e zac! Combina il patatrac’ pensò, osservando due ragazze dai capelli viola. “Ma prima di gettarti all’inseguimento di un miraggio non potevi valutare chi fosse a bordo?”

Jorge distolse lo sguardo da Juan. Le due ragazze gli mandarono un bacio con la mano. D’istinto lo rimandò indietro, mentre loro ridacchiavano. Pareva che volessero farsi rimorchiare. Sospirò prima di rispondere. “Era buio. Dentro ho notato due ragazzi giovani. Un uomo e una donna. Più o meno della corporatura di chi tenevano d’occhio” fece Jorge, alzando le spalle. Il locale era praticamente deserto. “E poi anche l’altro era partito di scatto al loro inseguimento. Quindi due più due fanno quattro”.

Quale altro?” domandò dubbioso Juan. Non risultava che ci fossero altre persone in agguato.

Quello dell’Audi nera” commentò poco convinto Jorge. “L’ho visto seguire la ragazza stasera. E poi teneva d’occhio anche il ragazzo con una compagna”.

E tu sei un babbeo” rimbeccò acido Juan. La caccia per il momento era sospesa. Era inutile montare la guardia a un posto freddo. Come rintracciare le prede ci avrebbe ragionato nella mattina, dopo una sana dormita.

Le due ragazze dai capelli viola si alzarono. “Ci fate compagnia?” disse quella più rotonda con fare civettuolo.

Juan lanciò un occhiata a Jorge che annuì. ‘Meglio la loro compagnia che stare con Jorge’ pensò.

Dove?” chiese Juan, alzandosi.

Qui vicino” replicò la ragazza, prendendolo sotto braccio.

[continua]

Daniele – parte ventitreesima

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Artù dormiente – foto personale

L’ambulanza arrivò con i lampeggianti accesi. I passanti si fermarono incuriositi per osservare dove andava. Jorge sollevò il capo dallo smartphone e notò che si era arrestata davanti al portone che doveva controllare. Si domandò per chi fosse venuta. Prestò attenzione alle manovre. Dal portellone posteriore due operatori del 118 estrassero la barella e suonarono un campanello che l’ambulanza occultava.

Da una Audi nera un uomo stava al telefono e girò il capo per seguire la manovra del mezzo di soccorso. Chiuse velocemente la conversazione e si concentrò sui due operatori che stavano entrando nel caseggiato. Qualcosa gli tornava storto. In primo luogo il mezzo era arrivato con i soli lampeggianti accesi, come se non ci fosse nessuna urgenza. Poi gli parve che avesse suonato il campanello del personaggio da tenere d’occhio. Scese dall’auto e si appostò abbastanza vicino alla porta e non troppo distante dalla sua Audi. ‘Se l’impiccione e la sorella tentassero una sortita con il 118 li bloccherò’ pensò l’uomo, accendendo una sigaretta. Stava camminando, quando lo smartphone gli annunciò una nuova telefonata. ‘Merda’ si disse, vedendo chi chiamava.

Che c’è ancora?” rispose indispettito. Non poteva perdere d’occhio la porta.

…”.

Ho capito. Seguila senza tante storie” e chiuse la conversazione.

Fiore, terzo piano. Scala b” gli disse al citofono Daniele, preparandosi a ricevere l’amico.

Fiore aveva all’incirca la sua corporatura e quindi poteva essere scambiato per lui, specialmente nel buio della sera. Per la ragazza che lo accompagnava non aveva un’idea di come apparisse. L’avrebbe scoperto solo quando si sarebbe presentata alla porta.

La luce dell’ascensore si accese. Il rumore del suo movimento ruppe momentaneamente il silenzio del caseggiato. Di solito c’era più caciara ma stasera tutto appariva tranquillo in modo inconsueto. Dalla porta dell’ascensore spuntò la barella e poi i due operatori nella loro divisa arancione. Un cenno di saluto e la porta dell’appartamento di Daniele si chiuse silenziosa alle loro spalle.

Da sotto le coperte spuntò una bambola gonfiabile, sul tipo di quelle usate per le esercitazioni. Messa in posizione e ben occultata, appariva come una persona da trasportare al Pronto Soccorso. In fretta si scambiarono i vestiti. Fiore e Angelica, l’operatrice che faceva squadra con lui, si misero gli abiti di Daniele e Natalina, presero in consegna le chiavi dell’auto del ragazzo, una Golf nera. Completarono gli accordi.

Tu esci per primo con la mia macchina e punti verso il GRA” disse Daniele, che completava la vestizione. Rise vedendo Natalina, impacciata in una tuta di una taglia più grande.

Una boccaccia fu la risposta della ragazza. “Meriti un selfie” affermò Daniele, mentre aiutava Angelica a infilarsi i calzoni di Natalina, visibilmente stretti.

Ora siamo seri” fece Daniele, rivolgendosi a Fiore. “Io vado al Pronto Soccorso del San Camillo. Giusto?”

Fiore annuisce. “Continua” invitò l’amico.

Parcheggio nella zona riservate alle ambulanze e me ne vado. I vostri indumenti li metto nel tuo armadietto, nello spogliatoio. La mia macchina la tieni tu. Passerò nei prossimi giorni a prenderla” completò Daniele, pronto a scendere con la barella. “Poi più tardi ci sentiremo per confermare che tutto procede secondo tempi e modi concordati”

Roger” disse Fiore, strizzando un occhio.

Lui e Angelica scesero nella corte a prendere l’auto di Daniele, uscendo dal parcheggio condominiale con lentezza.

Cazzo” disse l’uomo appostato poco distante, gettando la cicca per terra. “Questi stronzi hanno chiamato il 118 per sviare la mia attenzione”.

Con due falcate si fiondò sull’Audi per mettersi alle calcagna della Golf di Daniele, seguito dal suv di Jorge.

Daniele, visto che il duo era corso dietro a Fiore, con calma messa la barella sull’ambulanza, se ne andò verso il San Camillo. Natalina tolse da sotto le coperte la bambola, i loro vestiti e la borsa da viaggio, tenendoli presso di lei nell’abitacolo.

Nello spogliatoio del 118 si cambiarono e chiamarono un taxi per farsi portare a Stazione Termini, dove un notturno li aspettava per portarli a destinazione.

L’atrio della stazione era il solito casino rumoroso. Un suk da corte dei miracoli, specialmente di sera. Uomini e donne che chiedevano soldi. “Mi presti dieci euro? Mi servono per tornare a casa” diceva la ragazza, che chiaramente era in crisi di astinenza. ‘Altro che biglietto’ pensò Daniele, facendo segno di no con la testa. ‘Ti serve per la dose’. Homeless che preparavano i giacigli di cartone per la notte. Dall’uscita su via Giolitti c’era il consueto banchetto dei personaggi delle tre carte, pronti a spennare l’ingenuo passante, che aveva l’ardire di sfidarli. Non aveva mai capito come qualcuno cadesse nel tranello che quegli astuti giocatori gli tendevano. ‘Eppure lo sanno anche i bambini che il gioco è truccato’ pensò Daniele sorridente. In alto i grandi tabelloni con binari e treni e sotto tante persone a naso in su a scrutarli per conoscere binario e orario di partenza o arrivo. Daniele lesse che il loro notturno tra mezz’ora sarebbe partito. Aveva tutto il tempo necessario per andare all’edicola e comprare un libro. Il viaggio sarebbe stato lungo. Lui sarebbe stato sveglio ma Natalina no. Era quasi certo che sarebbe crollata. Daniele non era mai riuscito a dormire in treno. Luci, rumore e sobbalzi lo tenevano sveglio. Poco lucido ma sveglio.

Dove andiamo?” chiese Natalina rimasta in silenzio fino a quel momento.

Pazienta un poco e lo scoprirai” disse Daniele con un sorriso enigmatico.

Finora il piano aveva funzionato. Stampati i biglietti, acquistati poche ore prima, si avviarono al binario. Il treno era lì pronto ad accoglierli. Prima di salire, Daniele prese il telefono per sentire Sara. Sapeva di essere stato un fetente. Era stata l’esca perfetta per trascinarsi dietro uno di quelli che controllavano le loro mosse. Il suo girovagare verso Fiumicino di sicuro aveva spiazzato l’inseguitore. Sapeva che la donna, che già l’aveva pedinato in modo maldestro adesso era alle sue costole ed era in continuo contatto col compare. Loro puntavano su Natalia e il suo nascondiglio. Quindi non potevano permettersi di seguire solo lui, trascurando Sara. Conoscevano i legami esistenti tra le due ragazze e la possibilità che fosse lei a raggiungere Natalia per portarla in salvo. Adesso però era venuto per Daniele il momento di accertarsi che Sara fosse al sicuro in aeroporto.

Ciao” fece Daniele, sentendo la sua voce.

Un mugugno indistinto fu la risposta.

Daniele stava per ridere ma poi si trattenne. Era davanti alla sua carrozza. Con un cenno della testa invitò Natalina a salire, mentre lui la seguiva. Le mostrò le prenotazioni. Gli scompartimenti erano quelli tradizionali a sei posti. I loro erano accanto al finestrino. Uno di fronte all’altro. Al momento era tutto vuoto ma mancava ancora un quarto d’ora alla partenza.

Problemi?” chiese Daniele, sedendosi.

Sei ignobile!” replicò Sara inviperita. “Io qui costretta a girare e stare dove c’è gente!”

Ma hai solo quella stupida donna alle calcagna!”

E chi lo sa! È di continuo al telefono” esclamò infuriata. “Quando mi vieni a prendere?”

Daniele soffocò una risata. “Martedì, se tutto va come penso io” disse gelido per non sbottare in uno sghignazzamento fuori luogo. Udì una bestemmia e una sfilza di epiteti poco carini. Non immaginava che il vocabolario di una donna fosse così colorito. “Riprendi la Smart e torna in città” le suggerì Daniele.

E dopo avermi fatto fare il giro del mondo” urlò Sara arrabbiata, “mi dici di tornare in città. E dove?”

Fermati in un albergo con garage e resta lì finché non ti chiamo. Poi ti spiego tutto” disse il ragazzo, chiudendo la conversazione.

Mentre il treno con lentezza si metteva in movimento, Natalina soffocava con una mano la risata che voleva uscire dalla sua bocca. Per il momento lo scompartimento era vuoto. Daniele avrebbe preferito la presenza di altri viaggiatori ma non poteva farci nulla.

Ancora un paio di telefonate, prima di dedicarsi a Natalina. Nessun passeggero transitava nel corridoio. Quasi tutti gli scompartimenti erano vuoti. Alcuni erano bui con le tendine tirate. Non era riuscito a trovare una cabina doppia libera ma nemmeno una a quattro posti. Quindi si era accontentato della seconda classe e posti a sedere. Questo non gli piaceva molto ma era un prendere o rinunciare.

Ciao, Eliseu” esordì Daniele.

Ciao”.

Dopo una breve pausa Daniele le chiese se erano al sicuro nell’ambasciata.

Sì. Ho spiegato tutto a mio cognato” confermò Eliseu. “Rimango chiusa dentro finché non mi telefoni”.

Ok. Dai un bacio da parte mia a Clara. Notte”.

[continua]

Daniele – parte ventiduesima

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copertina

Se funziona” ammise Natalina con le lacrime agli occhi, “sarebbe un bella beffa per chi sta di guardia”.

Daniele afferra il telefono e chiama Fiorenzo, un amico di vecchia data. Avevano avuto un percorso scolastico comune che aveva cementato una sincera amicizia. Poi le loro strade si erano divise ma il rapporto era rimasto saldo. Si frequentavano di rado ma si sentivano spesso al telefono. Fiore, come lo chiamava con affetto Daniele, operava nel 118. Qualche battuta sui vecchi tempi prima di spiegargli quale favore desiderava da lui. Natalina trattenne il fiato. Sentiva solo le parole di Daniele. Troppo poco per capire se l’amico li avrebbe aiutati.

Sarebbe perfetto” fece Daniele.

…”.

Ok. Ti aspetto. Spero di ricambiarti la cortesia con gli interessi” e gli dettò l’indirizzo di casa.

Muoviamoci” affermò Daniele. “Tra poco meno di mezz’ora sono qui. Prepariamo una borsa con dentro le nostre cose. Non stiamo via molto. Forse una notte. Al massimo due”.

Dove?” chiede Natalina.

Al pronto soccorso!” fece con ironia tagliente Daniele.

Sara imprecò contro Daniele che invece di proteggerla la mandava allo sbaraglio. Si strinse nelle spalle. Cercò con lo smartphone la farmacia più vicina e impostò il percorso. Uscita in strada finse indifferenza ma dentro moriva dalla paura. Sapeva di essere nel loro mirino e non aveva molte speranze di farla franca. Doveva prestare molta attenzione e seguire le istruzioni di Daniele, anche se non era certo della loro buona riuscita. Con lentezza si mosse nello scarso traffico della sera, tenendo d’occhio gli specchietti laterali e quello retrovisore interno.

Se qualcuno mi segue’ pensò la ragazza, ‘dovrei accorgermene con una certa facilità’. Guidando con prudenza e facendo attenzione a chi stava alle sue spalle, si fermò nella farmacia sulla Trionfale. Impacciata comprò una confezione di pannoloni. Adesso veniva la parte più complicata. Come metterlo. Portava jeans alquanto stretti ed eseguire l’operazione nella Smart avrebbe presentato qualche difficoltà. La prima era che doveva fare lo spogliarello sotto un lampione, attirando gli sguardi dei tiratardi romani. La seconda era l’abitacolo, piuttosto angusto. ‘Nemmeno un bravo contorsionista riuscirebbe a farlo agevolmente’ pensò, mentre tornava verso la Smart. Stava per mettere in moto l’auto quando scorse a cento metri sulla sinistra le luci sfolgoranti di grande bar pasticceria. Si mosse per parcheggiare di fronte, avendo cura di infilare nella capace tracolla un pannolone. Il locale era sufficientemente affollato. Non troppo ma nemmeno poco. Ordinò un caffè, osservando chi entrava nel locale. Solo persone in uscita. Nessun ingresso sgradito o pericoloso. Colse il momento per compiere l’operazione in relativa tranquillità.

I servizi?” chiese al barista.

La prima porta sulla destra al termine del bancone” rispose cortese.

Un’ultima occhiata e poi si infilò nella porta. Qualche minuto dopo riapparve nella sala. Tirò un sospiro di sollievo. Era andato tutto bene, anche se l’ingombrante pannolone le dava non poche noie. L’abbigliamento non era molto indicato, perché la costringeva a una goffa andatura a gambe divaricate. Quella tipica dei cavallerizzi. ‘Sopporterò’ pensò, mentre beveva il caffè, apparso sul bancone.

Pagò, tenendo un occhio rivolto all’ingresso del locale. Nessuna faccia sospetta, così le sembrò. Uscita, si diresse con passo deciso verso la Smart. La zona era ben illuminata. Notò una vettura bianca con una donna a bordo, parcheggiata una cinquantina di metri più avanti. A Sara scattò subito un segnale d’allarme. ‘Quell’auto non è lì per caso’ si disse, chiudendo la portiera. Si immise nel flusso del traffico, piuttosto scarso, anche se era domenica sera e solo le ventidue. Anziché puntare l’aeroporto preferì girare verso Rione Prati. Il Leonardo da Vinci poteva aspettare. Doveva capire se era seguita. La Yaris bianca era visibile alle sue spalle. Le stava dietro come un’ombra, senza cercare di nascondersi. Pareva un gesto di sfida oppure mostrava troppo sicurezza.

Sara chiamò Daniele per prendere istruzioni alla luce del pedinamento. La situazione non le garbava per nulla. Aveva pessime sensazioni. ‘Non mi va di fare da esca’ pensò, richiamando il numero sul telefono.

Ciao” disse la ragazza.

Dimmi. Hai molto?” fece Daniele irritato. Non poteva perdere molto tempo. Fiore era arrivato e si doveva sbrigare. La sceneggiata doveva essere perfetta, se voleva beffare i suoi guardiani.

Solo questo. Sono seguita da una donna con una Yaris. Sono nel rione Prati”.

Daniele ci pensò un attimo. “Punta sull’Aurelia direzione A12. All’innesto dell’autostrada ritorna verso Fiumicino. Se noti variazione al tuo seguito, rientra in città e fermati in posto sicuro. Altrimenti vai all’aeroporto come concordato. Non fare manovre che potrebbero insospettire il tuo inseguitore”.

Sara rimase in silenzio prima di salutare e chiudere la conversazione. ‘Bell’aiuto mi ha dato’ rifletté indispettita. ‘Quale sarebbe il posto sicuro?’ le verrebbe da ridire, se la situazione non fosse complicata. Con calma imboccò la vecchia Aurelia, che percorse con circospezione. Prestò attenzione a chi la seguiva. La Yaris bianca era sempre lì, dietro di lei a una cinquantina di metri. I suoi fari illuminavano l’abitacolo della Smart. Procedette a velocità costante, uscendo da Roma.

Osservando il retrovisore interno, le parve di notare che la guidatrice fosse occupata a telefonare. ‘A chi?’ si domandò con una punta di ansia. Il traffico era davvero scarso, ammise con un brivido di paura. Un’imboscata sarebbe stata perfetta. Daniele si era raccomandato di fare il pieno prima di consegnare la Smart. ‘Ma dove?’ pensò Sara, che non aveva incontrato nessuna stazione di servizio. ‘Non me ne frega nulla della benzina. O trovo una stazione di servizio con personale oppure il serbatoio rimane a secco’ si disse determinata la ragazza.

Con la Yaris incollata alle sue luci posteriori si diresse verso l’aeroporto. Parcheggiò nell’area più illuminata e vicina all’ingresso. La consegna della Smart l’avrebbe effettuata alla luce del sole. ‘Daniele può dire quello che vuole’ rifletté Sara, ‘ma fare da parafulmine proprio no. Ci tengo a tornare a casa sana e salva’.

Velocemente guadagnò l’ingresso nell’aerostazione e puntò con decisione verso il bar.

La notte sarebbe stata lunga. Restare sveglia sarebbe stata una bella impresa.

Eliseu con Clara chiamò Juan per accertarsi che fosse fuori del portone. A quel punto uscì dirigendosi con passo svelto verso la limousine nera con targa consolare.

Una volta dentro al sicuro Eliseu spiegò al cognato la situazione. “Non dovremmo correre pericoli” disse, stringendo la mano di Clara, “Ma due gruppi di persone stazionavano sotto il caseggiato. Le loro intenzioni non sono amichevoli”

Juan mostrò sorpresa. Non capiva il motivo del coinvolgimento della figliastra e della cognata in quello che stava accadendo. “Nessuno può associarvi a Natalia e sua sorella. Il mio omonimo portoghese ti ha usata come scudo per seguire Natalina senza farsi notare. Gli altri, non credo, ti assoceranno con quei lontani anni veneziani. Non vedo pericoli imminenti”.

Eliseu annuì ma chiarì che era solo una mossa precauzionale, quella di stare chiusa un paio di giorni nell’ambasciata. “Daniele mi spellerebbe viva, se capitasse qualcosa a Clara” concluse.

Juan continuava a comprendere poco quel ragionamento e i motivi per i quali la figliastra correva dei pericoli. Gli sembrò che Eliseu fosse reticente e gli nascondesse una parte di verità.

Va bene” accondiscese Juan. “Per alcuni giorni sarete mie ospiti. L’ambasciata è un porto di mare ma lì starete al sicuro.

Giunto dinnanzi al cancello. La limousine entrò, dopo che gli occupanti furono identificati e ammessi nel recinto interno.

[continua]