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Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – il salice

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Nuova stupenda immagine di Waldprok e nuova storia.

Nel giardino di Alice c’è un maestoso salice, quelli che chiamano piangenti.

«Non hai mai visto il mio salice piangere?» ha detto una mattina Alice a Martina, che abita nella casa accanto.

Martina l’ha guardata strana come si guarda chi è un po’ tocco. Quel misto di ironia e di compatimento che cavalca gli occhi di chi non crede a quello che gli dicono.

«Ma lo chiamano così perché è la forma della pianta a suggerire il nome» afferma Martina, trattenendo il riso. Solo un sorriso stirato, appena accennato.

Alice scuote il capo. Non è affatto vero quello che dice l’amica. Il salice piange e piange per davvero. È difficile convincere qualcuno che crede che sia una frottola.

«Ma lo sai perché piange?» domanda Alice, incrociando le braccia.

«Perché qualcuno lo sa?» replica in modo indisponente Martina.

«Io sì» afferma col cipiglio di chi la sa lunga.

Martina non trattiene la risata. “Ora è troppo” pensa con le lacrime agli occhi.

Alice senza scomporsi inizia a spiegare.

«Un tempo il salice era come tutti gli altri alberi. Fusto eretto e rami protesi verso il cielo. Era nato sulle sponde di un rio dalle acque fresche e canterine. Tra loro sorse un’empatia spontanea. Il ruscello gli decantava le meraviglie del mondo, il salice lo stava ad ascoltare per ore. Si facevano compagnia a vicenda finché un giorno un boscaiolo decise di tagliarlo, perché il suo tronco eretto e slanciato gli sarebbe servito per produrre delle assi dritte e senza nodi. Ma… c’è sempre un ma, perché il ruscello al pensiero di perdere un amico proprio non ci stava. Così consigliò al salice d’incurvarsi verso di lui fino a toccare con le proprie fronde le sue acque cristalline. Detto e fatto: il salice non era più dritto come un fuso. Quando il boscaiolo tornò con l’accetta per tagliarlo rimase disorientato. ‘Eppure qui c’era un albero dritto mentre ora ce ne è uno tutto storpio’ pensò mentre si allontanava dispiaciuto. ‘Forse ho bevuto un bicchiere di vino di troppo. Devo rimanere più sobrio quando vado nel bosco’. Da quel momento il salice piange ogni volta che qualcuno lo tratta male e le sue fronde pendono verso terra».

Martina si tiene la pancia. Il riso è irrefrenabile mentre corre via con grossi lacrimoni a rigarle il viso.

«Mai ascoltata una fandonia così grande» urlò tra un singhiozzo e una risata.

Alice dispiaciuta per non essere stata creduta si rifugia sotto il suo salice e insieme piangono amaramente.

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Un caso per tre – un giallo a quattro mani – diciannovesima puntata

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La storia sta volgendo al termine, qualcosa di intuisce ma ci sono ancora punti oscuri che risolverà Elena (nonsolocampagna). Per quelli che volessero leggere tutto d’un fiato la storia, troveranno i link di seguito.

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Qui troverete la puntata diciannove. Buona lettura

Mentre Walter parlava con Debora, Sofia faceva il suo ingresso con Puzzone scura in volto e nervosa.

«Potevi venire a prendermi» lo apostrofò con tono gelido. «Ero preoccupata non vedendoti tornare. L’uomo è uscito a passo di carica col viso storto per la rabbia mentre tu non eri dietro di lui».

Walter fece l’occhio languido per addolcire quella furia, mentre Puzzone si sistemava tra loro. Stava per dire qualcosa quando una soneria cominciò a torturare i timpani. Tutti e tre si misero freneticamente alla ricerca dei loro telefoni, pensando che fosse il proprio.

Debora illuminò i suoi occhi vedendo il display. Era il suo che trillava incessante.

«Hai novità?» chiese non appena avviò la comunicazione.

Walter e Sofia si guardarono perché non sapevano chi avesse chiamato. Lui si avvicinò alla guancia della compagna per darle un bacio.

«Giuda!» sussurrò con un filo di voce, accettando quel pegno d’amore.

«Sei sicura?» continuò Debbi nella sua conversazione fatta di molti suoi silenzi e poche parole.

Debora, appoggiò il portatile sul tavolino basso di fronte a lei e si alzò per camminare come se dovesse smaltire della tensione.

«Grazie, Flo. A buon rendere» disse chiudendo la comunicazione.

Debora ripose il telefono nella tasca della felpa e si sedette sul divano, mentre Walter e Sofia si misero di fronte per ascoltare le ultime novità dell’amica.

«Era Flora» disse schiarendosi la voce. «Mi ha detto che la patente potrebbe essere falsa ma la cugina non ha voluto spingersi oltre, perché se fosse così dovrebbe avviare una denuncia. Insomma sarebbe un bel casino spiegare tutto. La carta di circolazione è intestata Mario Depedis e non batte pari con la patente. Però è autentica confrontandola coi dati assicurativi».

Lo sguardo all’inizio dubbioso di Walter si trasformò in un sorriso.

«Abbiamo due punti fermi. Sappiamo chi è entrato nella stanza 216 e chi l’ha favorito e coperto. Vediamo come lasciarla fuori. Mi ha fatto pena» affermò a mezza voce Walter, mentre Sofia aggrottò la fronte per le parole oscure del compagno.

«Il secondo» riprese la disamina Walter, «ci porta a un nome di Roma, mentre la patente è di un nominativo di Bari. Quindi altamente probabile un nome fasullo».

Walter si guardò in giro. Nella hall c’erano diverse persone che in apparenza non sembravano prestare attenzione alle loro chiacchiere.

«Che ne dite se ci spostiamo fuori in un posto appartato per parlare senza troppe orecchie in ascolto?»

Detto e fatto. Si trasferirono nella stessa panchina che permetteva di osservare l’hotel senza essere notati.

Walter riprese il discorso interrotto in precedenza per mettere insieme tutte le informazioni in loro possesso. La morte di Francesca non era accidentale ma un omicidio volontario. Albertino era stato rapito per costringere i genitori a saldare un debito contratto con un usuraio romano. Dino e Gina erano coinvolti in entrambi gli eventi. Però dovevano andare alla caccia delle prove prima di parlarne col maresciallo.

«Albertino dopo il rapimento è rimasto chiuso nella stanza 216 per qualche ora» precisò Walter.

Era arrivato a questa conclusione pensando alla felpa rimasta all’interno e rimossa da Dino.

«Ma perché? Non c’era il rischio di essere sorpresi?» chiese Debbi poco convinta della ricostruzione nella parte finale.

«In effetti sì ma secondo me serviva un posto riparato prima di trasferirlo in un luogo sicuro».

Debora scosse il capo per nulla convinta da questa affermazione. Era una semplice congettura senza punti d’appoggio.

«Albertino mentre andava dalla zia è stato convinto da Gina a recarsi all’hotel. Qui perde o getta il telefono nel cespuglio e finisce nella 216. Forse per costringerlo a scrivere ai genitori. Forse perché qualcosa ha fatto precipitare gli eventi scombinando i loro piani. Poi sono stati sorpresi da Francesca. Una curiosità pagata a caro prezzo».

Adesso Debbi era un po’ più convinta sulla ricostruzione degli avvenimenti ma rimanevano dei punti oscuri.

«Ma ora dobbiamo scoprire dove tengono segregato Albertino, prima che sia troppo tardi e trasferito in un posto lontano» fece Debora intrecciando le mani in grembo.

Walter socchiuse gli occhi come per pensare poi guardò l’ora sul telefono.

«Sofia, fai un salto in camera, per favore. Prendi dal tavolino basso quella carta dettagliata del bosco».

Sofia e Debbi lo guardarono come se fosse un marziano. Poi lei si alzò per salire in camera. Rimasero in silenzio in attesa del ritorno.

«Andare nel bosco adesso non conviene. Tra poco la luce se ne va e non mi sembra prudente farci sorprendere dal crepuscolo. Però, se non è molto distante, possiamo fare un salto dove hai trovato lo zainetto di Albertino» suggerì Walter, mentre Sofia era di ritorno.

Debora annuì. La proposta era convincente.

«Suggerisco di battere il bosco domattina presto. Ci portiamo i cani» fece Debbi, mentre Walter distendeva sulla panchina la carta.

«Però se vogliamo vedere il posto, è meglio sbrigarci» disse Debbi, alzandosi.

Mezz’ora più tardi erano dove tre giorni prima aveva trovato le tracce del bivacco. L’area era recintata col nastro bianco e rosso dei carabinieri e un po’ ovunque c’erano cartelli che vietavano l’ingresso.

Puzzone non sapeva leggere oppure non gliene fregava nulla d’infrangere i sigilli; così si inoltrò nella zona vietata annusando tutto fino al punto dove le tracce del fuoco erano ancora visibili.

«Devi insegnargli a leggere» disse con tono ironico Debora, mentre Walter e Sofia risero di gusto.

«Però hanno rischiato accendendo un fuoco nel bosco. Se la forestale vedeva il fumo sarebbero stati scoperti» notò Walter, mentre Puzzone continuava la sua esplorazione personale in apparenza casuale.

Debora annuì. Conosceva bene quanto fossero fiscali e senza dubbio erano stati fortunati a non farsi cogliere con le mani nel sacco.

Walter richiamò Puzzone, perché era giunto il momento di ritornare all’hotel. La luce stava calando rapidamente ed era prudente affrontare il ritorno con un minimo di chiarore. Non avevano con loro una torcia per illuminare il sentiero in caso di oscurità.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – L’arco

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Questa volta è il turno di Etiliyle e le sue belle immagini.

Etiliyle-Luca Molinari Photo

Buona lettura

A Venusia il parco è davvero squallido. Due alberi spelacchiati, un prato ridotto a una risaia asciutta, un rigagnolo dal fondo secco.

Il borgomastro si vergognava quando ci passava davanti: ne andava del decoro di Venusia. Così una mattina di aprile decide che deve essere sistemato a puntino. Chiama Severino, il segretario tuttofare, che ne sa una più del diavolo.

«Il parco delle rimembranze fa schifo» esordisce Roberto B. col viso schifato.

«Cosa dovrei fare? Sistemarlo di persona?» risponde il segretario prendendo in contropiede il borgomastro.

Roberto B. lo guarda storto, perché non perde il vizio d’interromperlo mentre parla.

«Bisogna organizzare un contest d’idee su come sistemarlo» continua ignorando la domanda del segretario.

«Un contest… di cosa?» chiede Severino, spalancando la bocca per la sorpresa. Il borgomastro sta usando parole raffinate mai sentite prima. “Che razza di novità sono queste?” riflette spalancando gli occhi un po’ acquosi.

Roberto B. inspira aria nei polmoni, conta fino a dieci e poi l’espelle. “Devo dare una lezione di bon ton al ragazzo” pensa il borgomastro, prima di riprendere a parlare.

«Deve preparare un bando per i nostri concittadini su come vorrebbero vedere il parco…».

«Cosa mettiamo in palio?» interviene Severino, mentre il borgomastro sbuffa come il mantice nella fornace di Pietro, il fabbro ferraio di Venusia.

«Voglio un’idea creativa per abbellire il parco» conclude Roberto B. sospirando. «Si metta subito al lavoro, perché ha già poltrito abbastanza».

Con un gesto deciso della mano lo congeda ma il segretario indugia nella stanza del borgomastro. Non ha compreso bene cosa deve mettere in palio. “Un pallone gonfiato? Una pacca sulla spalla?” pensa, grattandosi la guancia un po’ ispida per la barba malfatta.

«È diventato sordo all’improvviso? Ora esca in fretta ed entro stasera voglio leggere il bando. Sciò!» dice Roberto B. visibilmente arrabbiato agitando la mano destra con energia.

Severino batte in ritirata, perché sa che il capo sta per esplodere se resta un microsecondo in più nella stanza.

Chiuso nel suo ufficio si scervella cosa mettere nel bando. Tutte le idee sono sparite e non sa come iniziare. Il cestino è pieno di pallottole di carta. Ha già consumato una risma di carta. Quando… lampadina! “Ecco cosa scrivere!” si dice felice e beato.

Contest delle idee. Chi avesse un’idea di come sistemare il parco delle rimembranze è pregato di telefonare a 389010403. Quello sono io. Non si vince nulla ma una in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.pacca sulla spalla non si nega a nessuno. Firmato il vostro amato Borgomastro.

Tutto feli in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.ce si presenta a Roberto B. mostrando con orgoglio il manifesto, che suscita un grugnito come risposta da parte del borgomastro.

«È questo sarebbe il bando delle idee?»

«Cosa non va? Chiedo come sistemare il parco. Non prometto nulla come fanno tanti politici. Insomma c’è tutto» replica il segretario.

Il borgomastro allarga le braccia che fa ricadere sui fianchi sconsolato prima di congedarlo.

Sei mesi più tardi il parco delle rimembranze è come in fotografia. Un arco con sopra un’aquila in marmo, poggiato su un gruppo di rocce da cui parte un ruscello con i pesciolini rossi e tanti alberi intorno.

Se Severino avesse dovuto aspettare le idee dei venusiani, starebbe ancora in attesa. Per fortuna Lorenzo è pieno d’idee e di libri sulla capitale Ludi e sa navigare in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.

Disegna la tua storia – un’immagine di Gaia Conventi – il mercatino

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Una nuova entrata Gaia Conventi che nel suo blog fatiquei propone le sue splendide immagini. Ecco il mercatino del vintage del fine settimana scorsa.

Buona lettura

Nella piazza della fontana senz’acqua tutti i lunedì si tiene a Venusia il mercatino delle pulci. Ogni abitante porta qui quello che scova negli scantinati, nelle soffitte e in fondo ai cassetti.

Qualcuno può opinare che dopo un po’ non ci sia nulla da scambiare ma si sbaglia e grossolanamente. Sembra che sia un pozzo senza fine. C’è sempre della mercanzia nuova, si fa per dire perché è vecchia e talvolta mal messa.

Ognuno di buon mattino, quasi subito dopo che l’unico gallo ha cantato al nuovo giorno, carica chi sul carretto, chi sulle spalle le cose che tra un lunedì e l’altro ha scovato in casa.

Arrivati sulla piazza vanno a cercare il loro rettangolo numerato. L’uno a Carola, il due a Sandra e così via. Ognuno ha il suo pezzetto codificato da un numerino che Sghego nella sera della domenica applica al selciato.

Si deve sapere che qualche anno prima non esisteva questo ingegnoso sistema. Chi primo arriva, bene alloggia. E non racconto i litighi che sorgevano.

«Questo posto è mio» diceva Elisa, indicando col dito un invisibile segnale di occupato. «Glielo ho messo stanotte prima che il gallo canti!»

Veronica scuoteva il capo, stringeva le labbra e socchiudeva gli occhi incattiviti. Non vedeva nessun segnale e poi era arrivata prima lei.

Sghego, che faceva oltre che l’oste anche il vigile, si metteva in mezzo alle due litiganti e proponeva la classica monetina.

«Se esce la fortezza, è di Carola. Se esce la fontana è di Veronica».

Dalla tasca destra estraeva l’immancabile monetina da cinque venusini e la lanciava in aria. La perdente mugugnava e andava a cercarsi un altro posto che era anche il più sfigato. La lite, che non interessava nessuno, le aveva fatto perdere tutti gli altri posti.

Così Severino, il segretario del borgomastro ha una grande idea.

«Mettiamo a sorteggio i posti» spiega al borgomastro, che non capisce il motivo del sorteggio ma non può dimostrarsi più ignorante del suo segretario.

Roberto B. annuisce come se avesse compreso tutto mentre in realtà non ha capito una minchia.

«Fatto il sorteggio che si fa?»

Severino sorride sotto i baffi, perché deve spiegare con poche parole la funzione del sorteggio.

«Ma signor borgomastro» esclama fingendo di scandalizzarsi. «Il vigile nella sera della domenica mette i patacchini per terra».

«E la gente che se ne fa dei patacchini?» insiste il borgomastro sempre più in confusione.

«Non litiga».

«Ma i venusiani si litigano per adesivo piazzato per terra?» afferma il borgomastro spalancando gli occhi leggermente acquosi.

Severino si mette una mano davanti alla bocca e si fa venire il singhiozzo per non ridere in faccia al borgomastro.

«Ma se Elisa ha il sessantanove, dico un numero a caso, lo cerca e sistema la sua roba nel rettangolo assegnato» spiega con pazienza il segretario che sta ancora tossendo per aver mandato indietro la risata.

«Ok. Proceda pure col sorteggio» dice il borgomastro per togliersi dalla situazione d’imbarazzo.

E così da quel giorno ognuno ha il suo numero e può arrivare anche dopo la colazione delle nove, perché nessuno glielo porta via.

Un caso per tre – un giallo a 4 mani – diciassettesima puntata

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Eccoci con la nuova puntata del giallo dell’estate che conduciamo a quattro mani con Elena (nonsolocampagna).

Per i pigri che non si vogliono perdere una puntata le trovate qui 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16

e buona lettura agli affezionati quattro lettori.

Walter salì in camera dove si trovava in quel momento Sofia, abbastanza scura in volto per essere stata lasciata ancora una volta sola.

«Andiamo a Sulmona per la giostra?» chiese baciandola sulla guancia.

Sofia depose sul tavolino basso il libro che stava leggendo, lasciandolo aperto sulla pagina dove era arrivata.

«Sulmona? A quest’ora?» rispose con tono acido, sfidandolo con gli occhi che brillavano per l’ira. «In mezzo al casino di una folla urlante? Se vuoi visitare Sulmona, ci andiamo in un giorno tranquillo. Piuttosto andrei a Tivoli».

Walter sorrise. In realtà non aveva voglia di prendere l’auto ma piuttosto che sentirsi dire ‘perché non me l’hai chiesto’ aveva preferito scatenare la sua reazione.

«Tivoli? Certo che ci andiamo!» rispose allegro. «Partiamo alla mattina e restiamo fuori tutta la giornata. Se invece ora ci facciamo due passi nel bosco?»

La proposta raccolse l’approvazione di Sofia. In fretta si prepararono per uscire.

Mentre mano nella mano camminavano lenti nel sentiero e Puzzone libero di correre dove voleva stava al loro fianco, Walter gli raccontò gli ultimi sviluppi.

«Secondo Ceci…».

S’interruppe avvertendo la rigidezza della mano. Sapeva di aver fatto un errore lessicale citando quel nome.

Sofia si girò col volto corrugato e le labbra increspate. Gli occhi nocciola mandavano lampi minacciosi di una imminente tempesta.

«Cecilia…» cominciò Walter per mettere una pezza all’errore commesso.

«Chi sarebbe questa Cecilia?» lo interruppe bruscamente.

«…è la cameriera del nostro piano, che ci sistema tutti i giorni la camera».

Sofia si fermò guardandolo dritto negli occhi.

«Ora ti fili anche le cameriere?»

Walter rise per sdrammatizzare la situazione, mentre Puzzone aveva ruotato la testa per prestare attenzione a cosa dicevano.

«Ma cosa dici? Ho chiesto solo delle informazioni su Albertino e la sua famiglia per farmi un’opinione sulla sua scomparsa» precisò, riprendendo a camminare. «Ma che idee ti sei messa in testa? Lo sai che ti sono fedele, anche se tu…».

Walter lasciò cadere il discorso per ricordarle l’episodio del giardiniere, che aveva lasciato perdere.

Colpita e affondata” si disse Sofia, che conosceva bene il suo uomo. “Avrebbe potuto farmi una sceneggiata coi fiocchi, perché in effetti mi ha colto sul fatto ma si è dimostrato intelligente e non ha detto nulla”.

Sofia si strinse e gli diede un bacio riparatore, mentre Walter rinfrancato riprese il discorso su quello che Cecilia gli aveva confidato. “Spero che non mi chieda dove, perché sarei fritto” pensò mimetizzando l’ansia interna.

«Tu cosa ne deduci?»

Sofia rimase in silenzio per qualche secondo prima di esprimere il suo pensiero.

«Credo che sia stato rapito. Dubito che si sia nascosto» affermò Sofia convinta.

«Perché dubiti?»

«Penso che i mancati rapitori sarebbero alla ricerca del ragazzino. Non ho mai visto facce sconosciute aggirarsi nei dintorni. Poi la felpa nascosta, il telefono buttato in un cespuglio, il bivacco nel bosco… No, è stato rapito e la morte di Francesca non è stata casuale».

«Mi hai convinto» disse Walter, mentre rientravano nell’hotel.

Fatta una rapida doccia e una puntata sul letto per farsi perdonare le cose non dette, tutti e tre scesero in giardino in attesa della cena, sistemandosi in un posto defilato su una panchina. Dalla postazione la visuale era ottima per vedere chi arrivava non visto nell’entrata riservata ai dipendenti e fornitori mentre loro potevano passare inosservati.

Stavano chiacchierando con Puzzone che sonnecchiava ai loro piedi, quando sbucò alle loro spalle Cecilia.

«Buonasera, signor Bruno» salutò la donna.

«Buonasera» rispose Walter con tono familiare, mentre Sofia passava lo sguardo sorpreso dal viso della donna a quello del compagno.

Walter deglutì pensando a due cose: “Parli del diavolo e spuntano le corna. Il saluto è stato formale e non familiare come l’ultima volta, per fortuna”.

Prima che la cameriera riprendesse a parlare, Walter fece le presentazioni.

«Sofia, questa è Cecilia, che rigoverna le nostre stanze».

«Lieta di conoscerla, signora» replicò Cecilia allungando la mano a mezz’aria.

Sofia l’afferrò e la strinse con vigore, quasi stritolandola, mentre osservava questa donna dai lineamenti poco aggraziati, piccola e rotondetta. Fece un sorriso non diretto a Cecilia ma verso se stessa. “Pensare che Walter se la faccia con questa mi fa capire che a volte mostro una gelosia fuori luogo”.

«Ci fa compagnia o deve tornare in albergo?» chiese Sofia, rinfrancata per la mancata minaccia.

«Grazie. Solo cinque minuti. Quanto basta per informare il signor Bruno su alcuni dettagli che ho scoperto in paese» disse Cecilia, sistemandosi di fianco a Sofia.

Walter annuì, riflettendo che la donna era più intelligente di quello che pensava. Quel ‘signor Bruno’ ripetuto più volte aveva smontato la diffidenza di Sofia. Inoltre cercandolo in compagnia di Sofia e non in privato avrebbe reso più credibile anche lui.

«Da fonte sicura ho appreso che la famiglia di Albertino si è indebitata con un usuraio di Roma e non hanno intenzione di pagare. La cifra esatta non si sa ma è di certo di diverse centinaia di migliaia di euro. In realtà vendendo alcuni pascoli e il bosco a Rivisondoli potrebbero ripagare il debito ma non lo vogliono fare».

«Ma l’usuraio che dice?» domandò Walter che osservava una figura maschile che si avvicinava furtiva all’albergo attraverso il giardino per non farsi notare.

«Mi hanno detto che in paese fino al giorno della scomparsa di Albertino si aggirava una coppia dalle facce sospette. Dicono che alloggiava qui» spiegò Cecilia che non si era accorta dell’uomo.

Walter ascoltava ma seguiva con gli occhi le mosse dell’uomo misterioso che aveva fotografato qualche giorno prima. Prese il telefono e fingendo di guardare qualcosa avviò il video.

«Quella coppia era ospite nell’hotel?» domandò con fare ingenuo Walter, perché diventava certezza il sospetto già forte su quella che era partita in fretta e furia il giorno della morte di Francesca.

«La macchina è stata vista nel parcheggio dell’hotel» precisò Cecilia.

«Molto interessante» affermò annuendo col capo. «Cecilia potrebbe seguire quell’uomo?»

Walter indicò col viso una persona che si introduceva nell’entrata riservata ai dipendenti.

Sofia e Cecilia si volsero, mentre lui si girava verso di loro prima di entrare con movimento guardingo per non farsi notare.

Cecilia si alzò di scatto e con passo svelto varcò la porta e scomparve all’interno.

«È una donna preziosa per le informazioni che è in grado di procurare. Del tutto affidabili» spiegò Walter, rinfrancato dall’atteggiamento di Sofia che mostrava indifferenza verso Cecilia.

«Sì» confermò laconica, perché di sicuro quella donna non avrebbe costituito nessun pericolo per lei e per il rapporto con Walter.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il Tevere

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I nostri simpatici venusiani scoprono per merito di Etiliyle e della sua immagine il Tevere. Buona lettura

A Venusia le notizie arrivano poche e in ritardo. Il 29 giugno si celebra la festa del paese ma tre giorni dopo, il primo luglio, tutti i cittadini di Ludilandia erano invitati a Ludi. Tre giorni di festeggiamenti ospiti nei migliori alberghi della capitale.

L’invito per il borgomastro, il capomastro e quaranta muratori di Venusia è arrivato per il tramite di un fattorino ricoperto di polvere solo il trenta giugno ovvero la vigilia della grande festa. Nel palazzo comunale si sono agitati e non poco.

«Il capomastro?» domanda con gli occhi spalancati per la sorpresa il borgomastro. «Ma chi è?»

Il borgomastro si gratta la testa quasi calva, temendo di essere passato in seconda linea. “Se io sono il mastro del borgo, il capomastro è il mio capo” riflette, ripetendo più volte l’equazione ma il risultato non torna.

A forza di grattarsi furiosamente in testa si sono formate mille croste sanguinolente. Convoca il suo segretario, che ne sa una più del diavolo per capire chi sia questo capomastro. “Ma poi quaranta muratori… Ma dove li trovo?” si chiede tremando al pensiero di non essere più il capo indiscusso di Venusia.

Il segretario entra senza bussare, tanto chi comanda è lui.

«Mi ha chiamato, signor borgomastro?»

Sembra quasi una presa in giro, mentre il borgomastro agitato come il mare in burrasca non se ne accorge.

«Lei conosce bene gli ingranaggi del palazzo comunale, Chi é il capomastro? E come possiamo racimolare quaranta muratori?»

Il segretario ghigna pensando che il borgomastro è proprio un pataccone.

«Deve sapere, signor borgomastro, a Ludi sono tutti massoni. Il Capomastro è il capo della combriccola. I muratori sono gli adepti. Per un lapsus freudiano pensano che anche Venusia sia massone…» spiega il segretario con un sorriso da ebete sulla faccia.

«Mi scusi ma il massone dove lo trovo?» domanda ingenuamente il borgomastro. «Un masso si può recuperare ma un massone no!»

Il segretario si mette una mano sulla bocca per coprire la risata.

«È una loggia di fabbri e muratori» prova a spiegare paziente, suscitando lo scoramento del borgomastro.

Riflette come illustrargli che in realtà l’invito è per lui e quaranta cittadini di Venusia dove lui è il capomastro e gli altri sono i muratori.

«Signor Borgomastro, il messaggio è in codice, perché se intercettato da una potenza straniera…».

Il segretario si gira perché non può ridere in faccia al suo capo. Poi si ricompone e riprende la spiegazione.

«…Come le dicevo il messaggio è in codice a prova d’intercettazione. Il capomastro è lei, i quaranta muratori sono quaranta venusiani».

Il borgomastro fa fuoriuscire tutta l’aria dai polmoni per lo scampato pericolo ma adesso c’è il problema della scelta dei quaranta.

«Ma per quelli?»

«Mettiamo i nomi nell’urna poi chiamiamo Sghego per far estrarre chi partirà con lei per Ludi. Li carichiamo sul pullman che arriva domattina alle sette e si va a Ludi» spiega il segretario, che esce per organizzare la pesca miracolosa.

Alle sette il borgomastro, il segretario, Sghego e quaranta venusiani partono per Ludi. Arrivati alla periferia dopo tre ore di viaggio dai finestrini vedono un corso d’acqua ampio ma sporco che scorre placido tra due muraglioni ricoperti di erbacce.

«E quello cos’è?» domanda Ermete.

«Ma sei proprio ignorante» replica Berto. «Quello è lo scolo di Ludi».

Tutti ridono mentre sciamano felici per la capitale che tutto sommato appare più sporca e incasinata di Venusia.

un caso per tre – un giallo a quattro mani – sedicesima puntata

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – sedicesima puntata

eccoci al consueto appuntamento del venerdì. Una nuova puntata del caso a quattro mani. Per chi volesse leggerlo Elena ringrazia

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Tra omicidi, tentati omicidi, tentati suicidi e rapimenti, Walter e Debora cercano di trovare il bandolo della matassa.

Questo è il mio contributo settimanale dopo la puntata di Gian Paolo (Newwhitebear).

Trovate le puntate precedenti qui:

1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10,11 ,12, 13, 14,15

Durante il ritorno verso Roccapietrosa, Debora ragguagliò Walter su quanto aveva saputo dal maresciallo in merito alla morte di Francesca.
«Credo proprio che il maresciallo ci sopporti come il fumo negli occhi… comunque, insistendo un po’, ha risposto alle mie domande. Gli sembrava strano il nostro interesse per il caso, sebbene abbia tenuto a precisare che la cosa mi interessa per via dei miei studi e del blog che curo. Se, poi, sapesse quello che noi abbiamo scoperto, allora sì che ci farebbe passare…

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Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – le rotoballe

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E’ tempo di trebbiatura e Etiliyle ha colto in momento in cui le stoppie diventano rotoballe.

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Nella zona orientale di Venusia ci sono i campi coltivati, dove si produce quanto serve per la piccola comunità. Le vigne producono il raboso, un vino forte e robusto come lo sono i venusiani. Qualche vigneto di bianco è a macchia di leopardo per una Albana dolce, come piace alle donne. Piccoli orti orlano le case situate ai margini di Venusia. Poi ci sono i campi di grano e di mais. Più grano che mais, perché quest’ultimo non ama la siccità e a Venusia c’è penuria di acqua.

Quando a giugno si trebbia il grano, rimangono le stoppie che vengono raccolte in rotoballe. Rimangono lì malinconiche e sole, finché qualcuno non arriva a portarle via. Dove non si sa. In effetti Ermete si è sempre chiesto dove finiscono. “Dovrebbe essere il foraggio delle bestie” riflette grattandosi il mento. “Ma di stalle a Venusia non ce ne sono”.

Qualcuno potrebbe chiedersi se sono tutti vegani a Venusia. In effetti vegani proprio no ma vegetariani quasi.

«Ma che differenza c’è tra un vegano e un vegetariano?» chiede Berto a Mario, che secondo lui è più istruito, perché ha frequentato la scuola media con risultati scarsi.

Mario assume un’aria assorta da grande intellettuale. Sembra il pensatore di Rodin. Con la mano destra che regge il capo e la sinistra poggiata sul ginocchio, seduto sulla sedia.

Ermete lo guarda con l’occhio distratto, mentre Berto a bocca aperta aspetta il responso.

«Entrambi non mangiano carne» afferma tutto compunto Mario, che in realtà non conosce la risposta.

«Se li chiamano con due nomi diversi qualcosa li differenzierà pure» incalza Berto scontento dell’informazione ricevuta.

Mario finge di non aver ascoltato la lamentela del compare di gioco. Con lentezza solleva il bicchiere mezzo vuoto di raboso per portarlo alle labbra.

«Certo che nessuno dei due mangia carne ma il formaggio lo assaggia solo il vegetariano» viene in aiuto Sghego che sulla porta ha ascoltato la conversazione.

Berto si gira verso l’ingresso perché non capisce il senso della rinuncia. Lui al formaggio di capra non vuole privarsi. Quello ben stagionato e dolce. Le capre brucano l’erba fresca e non prendono il fieno come quelle sciocche delle mucche. “Il segreto del formaggio sta tutto qui” pensa preparandosi alla sua battuta.

«Ma chi è quell’imbecille che non mangia il formaggio a prescindere?»

«Il vegano».

«Sempre pensato che fossero degli sciocchi. Basta pensare solo al nome» dice rinfrancato Berto e torna alla partita a briscola.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Tramonto dopo la tempesta

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Ancora una splendida immagine di Waldprok, che ho rubato per scrivere questo breve racconto.

 

Anche se l’estate è arrivata più o meno nel periodo canonico, a Venusia i cambiamenti climatici ci sono e si avvertono in pieno. Nessun venusiano può impedire temporali improvvisi e violenti e lunghi periodi di siccità anche tenendo comportamenti virtuosi. Ci pensano gli altri a combinare pasticci. Le classiche quattro stagioni esistono solo nei racconti dei vecchi, che ricordano con nostalgia che la primavera era dolce e piovosa, l’estate secca e non troppo afosa, l’autunno profumato e nebbioso e l’inverno rigido e nevoso. Adesso nulla è come prima. Nevica a marzo e fa caldo a febbraio. A luglio o si muore dal caldo o si annega nel pantano. Insomma fare il meteorologo è come vincere al superenalotto. Sì, sì, avete letto bene: superenalotto. I venusiani hanno una vena di ludopatia con le carte, coi gratta e vinci e col lotto.

Torniamo alla nostra estate che non è più quella di prima. Lombroso, un meteorologo famoso che sta di continuo in televisione, afferma che è colpa dell’anticiclone delle Azzorre, che è fuggito non si sa dove.

Ermete si chiede dove stiano queste Azzorre oppure se Azzorre è un signore nerboruto che picchia chi fa gli sgarbi irritando il tempo.

«Ma dai, sciocco» dice Beppe che si vanta di conoscere la geografia. «Sono un posto in mezzo al mare».

«Ma il mare dov’è?» chiede Mario, che al massimo è stato allo stagno delle anitre.

Ermete ride.

«Santa ignoranza! Il mare è laggiù» e indica un posto lontano sull’orizzonte.

«Macchè! Il mare è là» e Beppe allunga il braccio nella direzione opposta.

Berto sbuffa per quei tre che continuano a punzecchiarsi, mentre tiene in mano la carta che deve calare sul tavolo.

«Vogliamo finirla questa partita?» urla indispettito.

Poi alza gli occhi verso il cielo e rimane di sasso. Lo spettacolo è incredibile. Un’ora prima un cielo di piombo stava sopra la testa mentre acqua a rovesci ha allagato tutta Venusia. Chi abita vicino alla montagna ha visto le strade che portano alla piazza trasformate in torrenti fangosi. Un buio pesto che ha fatto accendere i lampioni. Poi come i cumulonembi sono arrivati, sono scomparsi lasciando posto al rosso del sole che tramonta e al grigio nero delle nuvole che se ne andavano.

«Anziché parlare di cose che non conoscete» fa Berto, ponendo le sue carte sul tavolo e indicando con l’indice il cielo. «Guardate là, che meraviglia ci riserva la natura».

Disegna la tua storia – Contest di webnauta – una storia da spiaggia

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Non so se sarò una storia da spiaggia, se rispetterà tutte le prescrizioni del contest di webnauta ma pazienza la storia mi è uscita così. Le regole le trovate qui ma anche sul blog di webnauta.

Avverto i quattro lettori che è un po’ lunghetta, più di quello che sono solito a scrivere. Quindi siete in tempo per cambiare blog.

Buona lettura

Arrivati a marzo si pone il problema di come superare lo spartiacque estivo, come se poi tutto il resto dell’anno filasse liscio.

È questo il pensiero di Emilia che non sa come organizzare i tre mesi estivi. Qualcuno strabuzza gli occhi. «Tre mesi di vacanza?» «Sì, proprio così. Giugno, luglio e agosto. Per settembre si torna a casa per riprendersi dalla sbornia vacanziera».

Un pensiero ondivago si fa strada nella mente di Emilia che non sa decidersi quest’anno. L’anno scorso è stato un viaggio a piedi per l’Europa del sud. Tanti i chilometri e tantissimi i posti visitati. Quello precedente si è affidata al treno che l’ha portata in giro per la Russia. L’anno ancora prima partendo da Milano ha raggiunto il nord America e da lì è iniziato un viaggio verso la Patagonia. Per gli altri anni non ricorda dove.

Però il problema è adesso. Giugno è vicino e gli amici con i quali condivide le vacanze estive premono per sapere dove. Però Emilia non riesce a decidere né il mezzo né le località da toccare. Viaggiare a piedi è stancante. Ricorda le piaghe dello scorso anno. Il treno è bello perché durante gli spostamenti si può chiacchierare in santa pace. L’aereo è costoso e poi i viaggi low-cost sono snervanti. Mi imbarcate? Non mi imbarcate? Bicicletta? Barca? Auto? Tanti mezzi ma non tutti graditi dai tre compagni di viaggio: Sara, Michele e Marietto. “No, devo trovare qualcosa di originale? Ma cosa?” riflette Emilia, legando i lunghi capelli con un elastico. Siamo a marzo ma fa già caldo.

Sono ormai quasi dieci anni che fanno questa scorpacciata di vacanze e quindi le idee sui luoghi diventano sempre più complicate. “Ma loro vengono a rimorchio. Mai una volta che suggeriscano un itinerario da esplorare. Devo fare tutto io. Tappe, prenotazioni e organizzare ogni dettaglio” mormora un po’ infastidita ma al tempo stesso soddisfatta, pensando alle esperienze passate.

In realtà non è così. A lei piace fare tutto da sola e poi presentare il tour seduti a tavola con grandi slide proiettate sul soffitto. ‘Con la pancia piena si ragiona meglio’ è sempre stato il suo motto ma adesso si trova un po’ in difficoltà.

“Ma quest’anno dove li porterò?” si domanda aprendo google map sull’Europa.

Seduta davanti al suo computer gira gli occhi per la stanza. Di fronte sta la libreria con sotto il divano. Alla sua destra un mobile dei primi del novecento in radica e borchie di rame in stile liberty. Alle sue spalle l’impianto hi-fi. Però per terra ci sono libri accatastati alla rinfusa.

“Un viaggio solo acqua? Oppure un mix?”

Niente, nessuna idea, quando l’occhio cade su un volume dei Meridiani mescolato insieme ad altri testi. ‘Teatro completo. Testo inglese a fronte. Vol. 4: Le tragedie’ di William Shakespeare. Un vecchio volumetto un po’ malmesso. Lampadina.

«Ecco la destinazione. Stratford-upon-Avon e al ritorno Limoges» esclama entusiasta. «Con quale mezzo?» e l’entusiasmo si sgonfia come un palloncino bucato.

Tre sere più tardi sono attorno un tavolo pieno di briciole e gocce di vino. Con un colpo di mouse srotola sulla parete un’immensa carta dell’Europa occidentale che pare animata di vita propria.

«Ecco questo è l’itinerario proposto».

Sara rimane interdetta. Pare un serpente che si morde la coda.

«Non ti pare di essere stata un po’ ondivaga?»

«Cosa c’è di male andare per mare?» replica divertita Emilia.

«Oh, Bardo del mio cuore, stiamo arrivando!» esclama Emilia salendo sul treno per Varazze, dove un Oceanis 48 li sta attendendo.

Quest’anno non si è badato a spese. Una bella barca da crociera comoda e sicura per affrontare l’oceano Atlantico e le sue insidie.

Nessuno di loro sa governare un’imbarcazione ma hanno ingaggiato un skipper per i tre mesi. Non hanno fretta e chi ne avrebbe con oltre novanta giorni a disposizione? Con lo skipper avevano concordato il piano di navigazione. Quello ambizioso in assenza di tempeste che prometteva traiettorie diritte. Quello prudente se il tempo non sarebbe stato clemente per veleggiare sottocosta.

Dopo venti giorni di navigazione siamo a Brest per il meritato riposo. Un giorno solo ma camminare sul solido terreno è una sensazione appagante. Un vento gagliardo ci ha spinto verso Gibilterra e poi in direzione nord. Sono stati venti giorni di allegria con lo skipper che ci ha torchiato per bene, perché di miglia marine ne abbiamo dovuto macinare molte. Ora so che il cockpit non è un dolce e il genoa non è l’altra squadra di Genova. Marietto sa come alzare una vela senza aggrovigliare i cavi. Passi da gigante senza dubbio. Ci rimane un tratto insidioso quello che sta davanti alla Cornovaglia, che doppiata ci fa arrivare a destinazione.

«Bardo, aspettaci che stiamo arrivando».

La gita a Stratford-upon-Avon è stata magnifica. Dieci giorni per la vallata del Seven e dell’Avon in barca, in bicicletta e a piedi sotto il sole e la pioggia che non può mancare da queste parti. Questa bella cittadina vive nel ricordo del suo illustre antenato e ogni angolo ce lo ricorda. Adesso dopo la circumnavigazione della perfida Albione con una puntata a visitare le Orcadi siamo a S. Nazaire pronti per raggiungere Limoges attraverso la valle della Loira e dei suoi castelli. Ho promesso loro la clafoutis più invitante della loro vita. Non sanno cosa li aspetta! Pensano a tutto: porcellane, vino, luoghi misteriosi. Non sanno, i poverini, che si mangeranno una fetta di torta con dentro le ciliege nere ma forse con altra frutta di stagione, perché le ciliege a fine luglio sono un pallido ricordo. Abbiamo due settimane per raggiungere Limoges e puntare su La Rochelle dove il nostri skipper impaziente ci aspetterà per riportarci il 31 agosto a Varazze. La Loira appare un fiume sonnacchioso che scorre su un letto sabbioso in questo periodo. Quest’anno è ancora più magro perché un inverno mite e asciutto l’hanno prosciugato. Tuttavia noi non demordiamo. Qualsiasi mezzo è buono e poi siamo in perfetta forma e rilassati. Il colorito scuro ci fa sembrare dei vu’ cumpra’ se non fosse per i capelli che variano dal rossiccio di Marietto al biondo cenere di Sara con tutte le sfumature intermedie. Ci muoviamo come un sinuoso serpente allungando la strada pur di visitare i vari castelli che sono in zona.

«Limoges!» è il grido di tutti noi coi piedi piagati dalle vesciche, quando arriviamo in centro città. Affamati, distrutti ma felici ci sistemiamo sotto un ombrellone della ‘brasserie Le Cap’tain’ di fronte a les Halles. Mangiamo di tutto ma la sorpresa arriva alla fine. Una torta intera di clafoutis alle pere, che non è la stessa cosa di quella alle ciliege ma per mangiarla dovevamo fare come prima tappa questa magnifica città fondata da Augusto nel 10 d.C. Però non era possibile e una bella risata mi sfugge dalla bocca.

Da La Rochelle riprendiamo il viaggio di ritorno con la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Siamo tutti stanchi ma felici. Un’esperienza favolosa, frutto di una brillante idea. Un po’ ci dispiace tornare all’ovile ma dopo tre mesi su una barca abbiamo voglia di calpestare la terra e non ballare sul ponte di legno di un Oceanis 48. Per fortuna non abbiamo dovuto affrontare tempeste ma solo mare mosso. Una cosa accettabile tutto sommato, da firmare prima della partenza. Il vento ha spirato nella giusta direzione gonfiando le vele e facendoci correre veloci sull’acqua.

Adesso siamo qui sul terrazzo della mia casa a vedere le immagini più significative della vacanza, a gustarci uno spritz con tartine al prosciutto ma in particolare a ridere per qualche disavventura capitata nei tre mesi di viaggio.

Non credo di avere mai avuto un’abbronzatura così perfetta. Sembro proprio una marocchina.