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Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia -Una strana fotografia

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Marzia di Alchimie mi ha mandato questa fotografia.

immagine inviata da Marzia

È una fotografia particolare ma vi lascio alla lettura.

Buona lettura

Pippo, che in realtà si chiama Ernesto, sta svuotando la casa di zia Gina, che anche lei aveva un nome diverso: Euridice. Sembra una costante ma nessuno della famiglia Nometti è conosciuto col suo vero nome.
Il padre di Pippo era Gino che faceva di nome Olao. La sorella di Gino, nonché zia di Pippo, è la famosa Gina, che morendo gli ha lasciato in eredità il casale di campagna e diecimila pertiche di campi, coltivati a maggese.

Pippo, aprendo l’armadio di noce della camera da letto di zia Gina, si è imbattuto in una scatola per scarpe piena di fotografie che sembrano piuttosto vecchie. Sono tutte in bianco e nero, qualcuna ingiallita, altre con gli angolini, quelli che un tempo si usavano per esporle negli album di famiglia. Altre ancora avevano delle date scritte da una mano femminile.

«È la scrittura di zia Gina?» mormorò, girando il retro di una fotografia di gruppo.

19 agosto 1919’ legge Pippo seguito dal nome della località ‘Venusia’ e dall’elenco delle persone del gruppo ‘Gino, Michele, zia Egle, zio Loris, Anneta, Nino, nonna Tina, nonno Bricco’.

Pippo sorride, perché a parte Gino, che era suo padre, gli altri sono dei perfetti sconosciuti. Stringe gli occhi per osservare meglio il viso di suo padre, che avrà avuto sì e no dieci anni.

«Forse Anneta e Nino sono i miei nonni» ammette a malincuore Pippo, perché in effetti non solo non li ha mai conosciuti ma ne ignora pure i nomi.

Mette a parte questa immagine sbiadita e vecchia di cent’anni e continua la rassegna facendo diversi mucchietti. Le immagini di famiglia a sinistra, quelle con paesaggi al centro e i viaggi a destra. Tutte le altre non catalogate sul coperchio.

Pippo si ferma nella selezione. Ha un sussulto e torna su quella fotografia con bisnonni e nonni e la gira.

«Venusia?» ripete con tono interrogativo. «Ma che paese è? Ma dove si trova? Mai sentito nominare».

Una reazione giustificata per una località che gli è sconosciuta.

Prende il fido telefono e fa una ricerca. Pensa che zia Gina gli abbia voluto tirare un bidone, inventandosi un paese fantasma.

Venusia è un minuscolo paese di Ludilandia, quasi impossibile da individuare sulle carte geografiche. Solo quelle molto dettagliate in scala 1:1000 è riportato dove si trova. Abitanti 369. A zero metri sul livello del mare…

«Ci devo andare» dice Pippo, riponendo l’immagine sul mucchietto famiglia.

Arrivato sul fondo della scatola vede una fotografia singolare, completamente diversa da tutte le altre. C’è una ragazza appesa in alto, in apparenza nuda nella parte inferiore, con la gonna che le copre il viso. La testa è in basso e le gambe in alto come se fossero a cavalcioni di un’asta.

Pippo ride. La posizione è innaturale. Guarda il retro è bianco o meglio c’è il timbro dello sviluppatore con una data. ‘19 ago 2019’.

«Mi prende in giro!» esclama basito Pippo. «Sviluppata oggi?»

Non può credere a quel timbro. Una foto vecchia, senza dubbio vista la grana del cartoncino e i bordi frastagliati, tipici di mezzo secolo prima.

Pippo l’osserva con attenzione. «Come può reggersi su quella traversa sottile col sostegno di una sola gamba?» esclama sorpreso, scuotendo la testa.

“Hanno usato Photoshop per confezionare un fake” riflette cercando di capire chi possa aver messo quest’immagine insieme alle altre.

«l casale di zia Gina è chiuso da almeno cinque anni» dice Pippo, infilando il cartoncino nella tasca interna della giacca. «Un burlone sapendo che venivo ha voluto tendermi un tranello».

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Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – Le nuvole

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Giusto con omaggio ferragostano vi delizio – ma sarà vero – con questa storia. L’immagine è di Etiliyle ed è splendida.

Buona lettura.

Pino ha sempre la testa fra le nuvole e si perde con la fantasia a rincorrerle nel cielo.

Sì, insomma, ha una bella immaginazione. Non che sia un difetto ma qualche volta lo è. Fantasticare fa bene ma non deve esagerare, perché potrebbe capitare, come è capitato, di rischiare di farsi male.

Pino è il figlio di Roberto, che non ha mai sopportato Venusia, senza trovare la forza di tornare a Ludi. Non ci sono molti bambini a Venusia, anche perché quei pochi che nascono, quando cominciano a frequentare le superiori a Ludi, non vedono l’ora di crescere un po’ e abitare là.

A Venusia non esiste nessun tipo di scuola o di asilo, perché sarebbe uno spreco. Bambini in età scolare sono in media una dozzina ma tutti spaiati con l’età. Quindi si radunano in casa dell’uno e dell’altro dove alcuni venusiani, quelli più istruiti, impartiscono le lezioni. Li preparano da privatisti per l’esame di quinta elementare e quello di terza media. A quattordici anni un scuola bus li viene a prendere per condurli a Ludi a frequentare le superiori. Quelli più bravi frequentano anche l’università, ma gli altri cominciano a lavorare.

Pino è uno dei pochi bambini nati a Venusia. Gli altri sono d’importazione. Non sorridete al pensiero che i bambini assomiglino alle mercanzie, perché arrivano coi genitori quando hanno quattro o cinque anni e poi restano lì finché non fuggono a Ludi.

Ci sono due cose che i venusiani faticano a digerire: i neonati e gli animali.

Di animali non ce ne sono molti. Giusto un paio di cani. Di gatti ce ne è uno solo che vive la sua indipendenza con sussiego. Va e viene e difficilmente accetta qualche carezza. Per i neonati la situazione è leggermente complicata, perché coppie disposte a mettere al mondo prole ce ne sono poche e le poche nicchiano alquanto.

Quindi quando Pino è nato da Roberto e Andrea c’è stata una piccola rivoluzione. Non nel senso di rivolta ma di cambio di abitudini. Erano anni che non si festeggiava una nascita e così fu festa grande. Venusia quasi non si riconosceva perché le feste erano abolite da un pezzo.

Tornando a Pino e alla sua fervida immaginazione, bisogna dire che la fantasia lo porta lontano inseguendo le anatre che si fermano nello stagno. Una sera di fine settembre, è appostato tra i canneti a sbirciare il moto delle anatre. Si levano in volo per poi tornare eleganti a posarsi sulle acque placide. Immergono la testa mettendosi a perpendicolo con la superficie. Tutte attività che Pino ha sempre osservato. Però questa sera sembra che ci sia più movimento e le anatre appaiono inquiete come se avvertissero un pericolo.

Il ragazzino si avvicina ancora di più verso l’acqua per osservare meglio i movimenti, quando… Splash cade in acqua e le anatre volano via starnazzando “Quac, quac, quac”.

Pino annaspa cercando di riguadagnare la riva, quando una mano robusta lo agguanta riportandolo sulla terra gocciolante.

«Pino, ti è andata bene» dice una voce familiare, mentre lui arrossisce sputando l’acqua ingoiata.

“Domani nella battaglia pensa a me”

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Il post che pubblico era stato pensato per un contest che scade domani. L’unico vincolo posto era che il racconto di 3500 battute doveva finire con la frase “Domani nella battaglia pensa a me”.

Oggi ho deciso di non partecipare per un dettaglio del regolamento che riporto integralmente.

DIRITTI D’AUTORE: gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione in ogni tipo di formato al promotore del concorso senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli autori. Eventuale materiale inviato non sarà restituito e resterà a disposizione degli organizzatori per l’utilizzo a fini promozionali.L’ammissione al concorso implica infatti l’accettazione dell’utilizzo, della pubblicazione e della diffusione della propria opera sia in luoghi pubblici che privati con ogni mezzo attualmente conosciuto (a mero titolo esemplificativo: tv, radio, internet, telecomunicazioni, sistemi analogici e/o digitali, on line e off line) o che verrà inventato in futuro, in tutto il mondo, sia unitamente al contest contest “PODCASTORY –Domani nella battaglia pensa a me” (anche al fine di attività di comunicazione e promozione dell’evento delle edizioni successive) sia collegata a future attività degli organizzatori a favore della propria utenza. Tutto ciò senza ricevere e/o pretendere alcun corrispettivo a proprio favore, essendo ogni pretesa dell’utente soddisfatta dall’opportunità di partecipare.

In pratica conservo i diritti ma non li posso sfruttare.

Quindi ho pensato bene di pubblicarlo qui.

Buona lettura.

tratta da wiki commons – licenza Creative Commons 4.0 – riproduzione in scala della piana di Waterloo. autore Chris Mckenna

A Venusia le feste non sono mai gradite, diciamo sopportate. Quindi il Carnevale passa quasi inosservato ma neppure Natale o Capodanno sfuggono alla regola.

A Venusia ognuno fa gli affari suoi senza mischiare il diavolo e l’acquasanta. I venusiani sono personaggi strani ma Roberto lo è doppiamente.

Quando qualcuno si chiede il motivo, dovete sapere che Roberto è arrivato per sbaglio a Venusia. Aveva solo cinque anni e da allora è sempre rimasto a Venusia. Solo per sbaglio? Calma e gesso se avete la pazienza di leggere le spiegazioni, altrimenti fate come volete.

Venusia è un piccolo puntino anonimo nella vasta pianura di Ludilandia. I suoi abitanti vivono nel loro minuscolo mondo e oltre alle feste non amano i bambini ma nemmeno gli animali. Ne nascono pochi, perché non sopportano i loro pianti da neonati, dover cambiare i pannolini e tante altre amenità del genere.

«Inquinano» affermano in coro i venusiani per giustificare il loro ostracismo. «E poi costano una fortuna mantenerli».

Così quei pochi che nascono, più per un errore materiale che per l’amore tra una coppia, una volta adulti scappano a Ludi, la capitale della regione. Non tutti per amor di verità ma gran parte. Alcuni restano, qualcuno arriva al seguito dei genitori.

Sembrerà strano ma se i giovani scappano, gli adulti arrivano. I rari viaggiatori che tornano da Venusia, una volta a Ludi ne decantano i pregi.

«È un posto da favola» spiegano convinti. «Si vive tranquilli. I ritmi sono lenti. Niente stress».

Non solo questo. Aggiungono: «Con poca spesa si vive molto meglio che a Ludi».

Quindi qualche famiglia, stanca dei rumori di Ludi e delle difficoltà di vivere, decide di trasferirsi a Venusia. Dapprima prendono in affitto una casa e se si trovano bene con pochi venusi la comprano. Non mancano le buone occasioni e l’offerta supera di gran lunga la domanda, facendo rimanere basso il prezzo. Sono case basse di legno e mattoni col giardino davanti e l’orto sul retro.

Quando Roberto è arrivato a Venusia, anche se aveva solo cinque anni si è messo di traverso, perché doveva giocare senza compagni. Questo lo scocciava non poco. Era felice perché fino a quattordici anni la scuola era in casa. Non esistono scuole a Venusia per mancanza di materia prima. Poi se qualcuno vuol continuare, deve fare il pendolare con Ludi dove si trovano le superiori e l’università.

«Quando sono grande» aveva promesso Roberto col cipiglio dello scontento, «me ne torno a Ludi. Qui pare di essere in prigione».

Roberto è diventato grande: lo scontento non è mai passato ma non è mai andato via da Venusia. Ha trovato l’anima gemella che sopporta la sua malinconia e le sue paturnie. Lui col muso lungo e lo sguardo torvo, lei solare e sempre allegra. Come abbiano potuto fare coppia, è un mistero per tutti i venusiani. Da loro è nato un bel bambino, Pino, che adesso ha dieci anni. Roberto, tanto per mostrarsi diverso dagli altri, adora il figlio e gli ha trasmesso la curiosità di conoscere la natura. A differenza degli altri venusiani non frequenta Sghego, l’unica osteria del paese. Odia giocare a carte ed è astemio. Preferisce curare l’orto e lavorare il legno con molta abilità. Intaglia mobili e altri oggetti, che vende ai venusiani per pochi venusi. Il costo della materia prima. Da qualche mese sta lavorando a creare un esercito di legno. Man mano che comandanti e soldati sono pronti, li dispone con cura su un tavolaccio che riproduce la piana dove si è svolta la battaglia di Waterloo con l’esatta disposizione dei due eserciti contrapposti.

Roberto ha lasciato per ultimo Napoleone, che sistemato sul campo di battaglia urla soddisfatto: «Domani nella battaglia pensa a me».

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – la statua

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Walter e Puzzone riposano in attesa del gran finale, così Waldprok mi offre il destro per scrivere una nuova storia.

Era il quattro luglio del 2020. Una giornata calda con un’afa opprimente come è tipica di questa stagione a Venusia. La piatta pianura mandava umidità che unita alla temperatura rendeva l’aria irrespirabile.
Nonostante il clima consigliasse di starsene chiusi in casa, all’ingresso di Venusia i suoi cittadini avevano posto la statua di legno, commissionata a Umberto, il mago del intaglio. Umberto usava bulini, scalpelli, sgorbie e mazzuoli con la stessa abilità di un brasiliano nel palleggio. Era un virtuoso in grado di estrarre da un tronco d’acero le sculture più belle del paese.
“Chi erano quei due? Quell’uomo e quella donna?” si domandò un passante casuale, osservando la scultura.
Era la coppia più famosa del paese, perché, andata in televisione, aveva sbancato molla e triplica, il quiz condotto sul canale uno da Michele Buonasera. Erano diventati una gloria nazionale, perché avevano vinto il montepremi e il jackpot milionario, rispondendo alle domande sul Tripudio di Venere.
Era una montagna di venus, che avevano distribuito ai cittadini di Venusia, perché tutti potessero godere della loro fortuna.
Così il borgomastro per riconoscenza aveva deciso di mettere la loro statua all’ingresso del paese come tutti i benefattori di Venusia.
Fu festa grande per Donato e Luisa, i due vincitori del quiz, portati in trionfo da due seggiole, quelle usate per la processione di San Marcellino, il loro patrono. Il cinque giugno lo si festeggiava con tutto il paese in piazza. La banda, le giostre e i saltimbanchi allietavano i venusiani dalla mattina alla notte, quando i fuochi d’artificio mandavano tutti a letto con l’appuntamento al prossimo anno.
Il quattro luglio si svolse questa particolare processione, nella quale al posto della statua del santo stavano loro due.
La lunga fila si fermò davanti alla statua ricoperta da un telo bianco, che il borgomastro con gesto teatrale la tolse. Un ‘oh!’ di stupore si levò dalla folla osservando con quanta abilità Umberto li aveva ritratti.
Donato era commosso alla vista della scultura, quando gli chiesero a gran voce di fare il discorso.
«Non so parlare in pubblico» si schernì l’uomo con gli occhi lucidi. Non si aspettava questi ringraziamenti.
«Discorso, discorso» gridava la folla impaziente.
Allora Luisa con un colpo deciso strappò il megafono al compagno e iniziò a parlare.
«Siamo commossi» urlò la donna con i lucciconi agli occhi. «Non abbiamo fatto niente di speciale per meritare tanto onore».
Il lungo applauso accompagnò queste ultime parole, mentre la folla intonava gli ola di ringraziamento come allo stadio per incitare la propria squadra.
Il borgomastro con la fascia a tracolla strappò il telo che copriva la statua, mentre la gente applaudiva con frenesia. Era un tripudio di grida festose, mentre la coppia in piedi dispensavano baci.
«Amici, compaesani» strillò forte Donato per sovrastare il baccano della folla festante, «andiamo tutti da Sghego a brindare e mangiare. Paghiamo tutto noi».
Poi allungò la mano verso Luisa, che con prontezza la strinse forte, mentre con un balzo saltarono sulla strada.
E la festa continuò.

La Bella, la Sirenetta e Prezzemolina – Le fiabe mai raccontate

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il mio frutteto - Foto personale

il mio frutteto – Foto personale

Una sera di fine ottobre si ritrovarono sul social Fiabe&co2.0 La Bella, la Sirenetta e Prezzemolina.

Era il social emergente, che aveva schiantato e spazzato via la concorrenza. Twitter era fallito un anno prima. Un crack così non l’aveva mai visto nessuno. Milioni di azionisti avevano minacciato di picchiare a sangue Dorsey, il CEO, perché era riuscito ad azzerare tutti i loro soldi.

Tumbir navigava a vista tra le acque infide di scogli sommersi. Di certo non sarebbe arrivato a fine anno.

Istangram aveva chiuso due anni prima. Di questo si erano persi i ricordi. Nessuno lo rimpiangeva.

WordPress vivacchiava tra i sussulti di Lady Nadia e gli anatemi di Lady Alessandra. Però era gratis e qualche fan incallito, come Newwhitebear, lo frequentava ancora. Li chiamavano i ‘nostalgici’.

Facebook aveva conservato qualche milione di iscritti. Gli irriducibili, come si definivano loro ma Zuckenberg pensava di chiudere bottega. Pieno di grana poteva permettersi di vivere di rendita, facendo il finto filantropo.

Insomma una disfatta su tutta la linea.

Un giorno di qualche anno fa i fratelli Grimm con la collaborazione di Andersen, Perrault e Afanasjev decisero che era tempo di cambiamenti. “Basta la foresta pietrificata dei social spammatori!” argomentarono, dondosi da fare nel creare da nulla la loro creatura. Nacque Fiabe&co2.0. Fu un successone. Tutti in fila per iscriversi. A darsi di gomito per affermare ‘io mi sono iscritto ancor prima che emettesse un vagito”.

Ma adesso torniamo alle nostre amiche che videochattano, videoparlano, videoano solo. Insomma fanno quello che meglio riesce a loro.

La Bella non ricordava il proprio nome, anzi era l’unico che conoscesse. Da quando era in fasce la chiamavano così. E quello era rimasto appiccicato come un nastro adesivo. Lei era La Bella e basta. Non che le dispiacesse sentirsi chiamare così. Tutt’altro! Sapeva di essere il meglio del reame ma fingeva umiltà, mentre dentro di sé gongolava per la soddisfazione, pensando come erano scorfano le sorelle. Ma l’aspetto peggiore era come erano finite. La maggiore aveva sposato una persona, che passava il suo tempo a specchiarsi. Non faceva altra attività che quella. La sorella maggiore, se voleva un po’ di sesso, doveva arrangiarsi come poteva. Il marito era fisso davanti allo specchio. “Manco fosse Narciso” pensò La Bella, sghignazzando. La seconda aveva incrociato uno bello spirito. Tanto bello, quanto vanesio. “Beh!” si diceva sempre, “almeno ho sposato la Bestia. Bruttina ma tanto di buon cuore. E poi mi lascia campo libero. Faccio quello che voglio” e giù una sghignazzata da far spavento anche alla Bestia.

La Sirenetta stava sul proprio scoglio a Copenhagen, sempre indaffarata mandare via gli scocciatori, che pretendevano di prendersi un pezzo della sua coda. Aveva faticato un sacco a recuperarla. Mica adesso poteva regalarla impunemente ai turisti armati di forbici e macchine fotografiche. I più terribili erano i giapponesi. Sembravano cavallette. Un sospiro le sfuggì dalla bocca. Il principe consorte se ne stava sempre dentro il suo palazzo di rilucente pietra gialla. La Sirenetta non era convinta che fosse vera pietra ma mattoni auriferi. Rilucevano troppo. E quando non era dentro, stava sul terrazzo a rimirare il chiaro di luna. “Uffa, che barba” si disse la Sirenetta, vagamente annoiata. “Se non fossi su questo scoglio a prendere sole e difendermi dagli scocciatori. Sai che noia, sai che barba!” La Sirenetta segnava al sorgere del sole un’asta, che barrava al tramonto. Teneva il conto di quanti giorni le rimanessero da vivere, prima di diventare spuma nell’acqua. “E va bene che campo trecento anni. E di giorni ne mancono ancora un bel po’” rifletté, mentre si metteva in posa davanti alla webcam. “Però prima di diventare spuma, mi voglio godere la vita”.

Prezzemolina, con le stimate del prezzemolo come marchio di fabbrica sul palmo della mano sinistra, curava le sue preziose trecce lunghe venti braccia. “Uffa” si disse un giorno. “Questi capelli saranno la mi rovina”. Perdeva delle ore a lisciarli, spazzolarli e intrecciarli. Poi quando aveva finito ricominciava a scioglierli, lisciarli, spazzolarli e intrecciarli. Insomma un ciclo perpetuo a movimento continuo. Il solito principe, che aveva sfidato l’orchessa per impalmarla, soffiava come un mantice in azione dal fabbro ferraio “Da quando è scesa dalla torre” pensò arrabbiato, “non fa altro che quello. Giorno e notte. Se mi avvicino per fare all’amore, mi risponde ‘Aspetto, quando ho finito’”

Dunque le tre amiche, che si erano incontrate per la prima volta su Fiabe&co2,0, tutte le sere alle venti avevano l’appuntamento. Cascasse il mondo, tremasse la terra, avessero un febbrone da cavallo, si trovavano sempre davanti al monitor. Cuffie nelle orecchie, webcam attiva, microfono aperto e pronte a digitare sulla tastiera.

“Che stai facendo, Sirenetta?” le chiese La Bella, che non capiva i movimenti dell’amica.

La Bella udì un forte brontolio simile al mare in burrasca. “E va bene che suo padre è il dio del mare. Ma ricordarlo sempre è troppo” si disse, storcendo il naso.

“Lasciami perdere” borbottò la Sirenetta, mentre teneva stretto lo smartphone tra orecchio e spalla. Quello era sempre attivo. La chiamavano la telefonista seriale. Sempre con lei, ovunque fosse. Anche in bagno.

“Ma dimmi cosa è successo?” si inserì Prezzemolina, che aveva appena finito di raccogliere la treccia ma si apprestava a scioglierla.

“Amiche care” sbuffò la Sirenetta. “Qualche coglione di writer si è divertito a scrivere sul mio scoglio preferito”.

La Bella sorrise. Prezzemolina aggrottò la fronte.

“Ma cosa ha scritto?” chiese curiosa Prezzemolina, mentre era alle prese con la sua treccia.

“Ha scritto che i danesi non vogliono migranti provenienti dal mare” esclamò con il viso rosso per la rabbia la Sirenetta. “’Torna da dove sei venuta. I danesi non ti vogliono sui loro scogli’ Ma vi sembra il modo di ringraziare chi attira milioni di visitatori l’anno?”

La Bella si allontanò un attimo fuori dalla visuale della webcam, chiudendo il microfono. Non riusciva a trattenere una risata fragorosa. Poi ricomposta si mise di nuovo in postazione.

“Ma non hai la pelle scura, Sirenetta!” chiosò La Bella con lo sguardo serio, mentre rideva di lei.

La Sirenetta arrossì un pochino, prima di rispondere.

“Beh! In realtà” sospirò rumorosamente la Sirenetta. “Un pochino lo sono. Sai a forza di stare sullo scoglio al sole, mi sono dorata. È bella ma pare l’abbronzatura del muratore”.

Una breve risata uscì dalla bocca della Sirenetta, che continuava a dare olio di gomito per togliere le scritte dallo scoglio.

Prezzemolina, rimasta in silenzio fino a quel momento, decise di intervenire.

“Sono dei razzisti, quei danesi!” fece alzando la voce. “Dovrebbero essere più riconoscenti, quegli zoticoni!”

La Bella di rincalzo. “Non ti meritano, Sirenetta. Posso darti ospitalità nel pazzo della Bestia. È tanto vasto che a volte mi perdo. Per fortuna il lupo, che si è pappato l’orchessa mi ritrova e mi riporta nelle mie stanze”.

La Sirenetta strabuzzò gli occhi. “E come ci arrivo?” disse, interrompendo per un attimo di strofinare lo scoglio.

Prezzemolina sospirò, pensando che sarebbe bello trovarsi tutte e tre sotto lo stesso tetto. “Sai quante chiacchiere?”

Prezzemolina stava per dire qualcosa, quando udì una possente voce.

“Bella, che fai? Ho fame!”

“Uffa” disse La Bella, corrugando la fronte. “Ma lo sai che sto parlando con le amiche. Ancora un attimino”.

Poi volgendo lo sguardo alla webcam, aggiunse. “Lui pensa solo a mangiare. È grasso come un porcello all’ingrasso. Ci sentiamo domani alla stessa ora”.

“Ciao” rispose la Sirenetta. “A domani”. E spense la webcam.

“A domani” disse Prezzemolina, che stava rifacendo la treccia.

Una vita – parte dodicesima

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Foto personale

Foto personale

Il sole era alto e scottava, quando Luca scese nell’atrio del casale, dove trovò Maria appisolata su una vecchia poltrona di vimini.

La osservò in silenzio, ascoltò il rapido sibilo del naso e il rauco gridare della bocca semi aperta e decise che non era il caso di svegliarla.

Si guardò intorno, diede una rapida sbirciata al giardino sperando di incrociare il viso di Simona ma tutto sembrava calmo e tranquillo come una delle tante giornate di luglio.

Trasse un profondo respiro, si girò per ritornare nella camera e si avviò lentamente verso le scale, quando un gemito potente richiamò la sua attenzione.

“Signor Luca!” udì una voce impastata da sonno e stanchezza che sembrava provenire dal mondo degli inferi.

“Signor Luca!” ripeté la voce. “Simona è andata al mare. La troverà al bagno Garden”.

“Grazie” rispose l’uomo voltandosi lentamente come se avesse il timore di svegliare completamente quella voce, mentre vedeva il viso di Maria contratto in una smorfia di stizza e di fastidio.

Non era sua intenzione di andare al mare ma doveva fingere di essere contento, come gli imponeva la parte razionale, perché così doveva apparire agli occhi della gente. La fantasia insorse, affermando che doveva dirlo apertamente che non ci sarebbe andato. Il nuovo bisticcio confuse le idee di Luca che stava incerto se dire a Maria, che sarebbe andato altrove. Risalì in camera come per istinto senza un preciso motivo.

Di lì a qualche minuto ridiscese le scale e chiese come avrebbe fatto a raggiungere il famoso bagno Giardino.

Maria provò a spiegargli che il bagno si chiamava Garden e non Giardino, che non sarebbe stato difficile raggiungerlo e che li avrebbe aspettati per cena.

Luca annuì uscendo, ma intuiva che non sarebbe stata una passeggiata. Il caldo mozzava il respiro e ronzava pericolosamente nella testa.

Girò a lungo per il paese cercando con affanno la strada del mare senza riuscire a trovarla, distratto dal pensiero di Ersilia.

Dopo la fugace avventura con la francesina dal sorriso dolce era ritornato in città in attesa di cominciare la sognata università, che avrebbe cambiato tutte le sue abitudini scandite dagli orari del liceo.

Una sera, mentre sedeva solitario nei giardini pubblici, incrociò lo sguardo di Ersilia e subito divenne audace.

“Ciao!” le disse andandole incontro mentre la testa entrava in tumulto come al solito.

Ersilia allargò le braccia e lo strinse con vigore a sé, mentre lui la baciava sulle labbra senza timori e senza arrossire. Questa volta il colpo secco, che aveva dato ai suoi pensieri, non l’avevano mandato in tilt e la partita poteva continuare.

L’abbraccio gli sembrò lunghissimo con le bocche che continuavano a restare unite. Si guardarono e scoppiarono a ridere, forse pensando all’ultimo incontro che era stato un fallimento.

Luca cominciò a parlare in maniera sciolta e senza timore, le prese la mano e camminarono a lungo nel buio rotto dalle lampade pubbliche. Lei sembrava felice di ritrovare quel ragazzo impacciato e timido dopo diverse storie una più fallimentare dell’altra. Quell’incontro casuale le aveva aperto gli occhi. Luca era imbranato ma sincero nelle sue manifestazioni d’affetto.

“Ci vediamo domani alle undici in piazza” le disse senza nemmeno porsi il problema se lei era disponibile o desiderava rivederlo.

“Alle undici” rispose Ersilia, mentre un nuovo focoso bacio suggellava quel fortuito incontro.

Giorno dopo giorno la loro storia si cementava nelle aspettative e nelle convinzioni fino a diventare solida come il granito. Gli anni dell’università volarono come coriandoli al vento perché volevano convalidare il loro amore con il matrimonio.

Le immagini scorrevano veloci dinnanzi agli occhi senza posa e senza interruzioni, quando all’improvviso tutto diventò buio e i ricordi sparirono.

Luca aprì gli occhi, ma vide solo buio.

Sentiva freddo senza percepire da dove venisse. Eppure doveva essere estate ma non ricordava quando.

Si mosse, ma si sentiva impacciato, legato come se fosse costretto in qualcosa d’angusto. Non capiva il motivo di queste sensazioni sgradevoli.

Provò a parlare ma non udiva il suono della sua voce. Solo un sibilo, che attribuì ai suoi polmoni.

Richiuse gli occhi per verificare che non fosse un sogno. Percepiva che era una realtà diversa che non riusciva a focalizzare. Provò a concentrarsi su un pensiero, su Ersilia ma mille altri immagini si affollavano caotiche nella mente.

“Quale è stata l’ultima sensazione?” si chiese incerto senza trovare una risposta degna di questo nome.

“Dove sono?” provò a chiedersi inutilmente.

E chiuse gli occhi per calmare il peso che aveva dentro.

E fu per sempre.

FINE

parte undecima

Una vita – parte undecima

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copertina

copertina

Simona si sentiva leggera, stanca ma appagata dalla lunga chiacchierata notturna. La mente era lucida, mentre dubbi e incertezze erano volati via col sorgere del sole.

Maria l’ascoltava attenta mentre sorseggiava un caffè ormai freddo e annuiva convinta. Percepiva un cambiamento benefico nella ragazza, come se l’involucro protettivo nel quale era avvolta mostrasse le prime fattezze di quello che sarebbe diventata tra non molto. Lei conosceva tutta la storia di Simona, anche se non ne aveva mai parlato direttamente, perché Lina le aveva narrato tutti i particolari. Il padre aveva strepitato a lungo tentando di intercettare la cognata per conoscere il nascondiglio della bambina. Però era stato dissuaso dalla minaccia di uno scandalo, che avrebbe travolto tutti e lui per primo. Il destino era stato benevole con loro e aveva dato una mano alla zia, perché il padre una notte, tornando a casa ubriaco, era stato travolto da un auto. La sorella, sempre più debole psichicamente, non aveva retto alla perdita del marito, dapprima richiudendosi in un mutismo esasperato, poi suicidandosi per il rimorso di non averlo contrastato.

Così i genitori di Simona se ne erano andati tragicamente travolti dalle loro stesse debolezze senza che lei sapesse che era rimasta orfana.

Simona conosceva qualcosa ma non tutto, perché zia Lina e Maria non avevano voluto aggiungere un trauma alla drammatica scoperta di come avesse vissuto pericolosamente coi genitori. Questo peso era stato un macigno sulla vita affettiva della ragazza, perché avvertiva l’incompletezza delle informazioni ricevute. Aveva percepito il caldo affetto delle due donne che l’avevano accudita e protetta durante quegli anni ma si sentiva incompiuta e dimezzata. Le sensazioni, che un padre premuroso poteva offrire a una figlia, non erano sostituibili minimamente da una figura femminile. Non era mai riuscita a essere del tutto sincera con loro, perché a torto non percepiva nelle due donne la sensibilità di una madre. Quindi determinati aspetti delle emozioni che i primi amori avevano suscitato in lei erano stati taciuti oppure minimizzati, perché provava una certa vergogna a confidarsi con loro. Però adesso comprendeva quanto fosse stata ingiusta e ingrata nei loro confronti, perché se era cresciuta solare e serena il merito era tutto loro.

Sia Simona che Maria sapevano di essere state in debito una con l’altra ma adesso era venuto il momento di chiarire tutto senza che queste rivelazioni potessero costituire un trauma.

Mentre Luca dormiva di un sonno profondo e senza sogni, Maria cominciò a parlare. “Credo che sia giunto il momento di raccontare quello che in tutti questi anni io e Lina abbiamo taciuto” e cominciò a narrare senza tralasciare nulla. La ragazza aveva gli occhi lucidi per l’emozione perché il mosaico incompleto dentro la mente prendeva forma e consistenza, lasciando intravedere il disegno finale.

Adesso comprendeva perché quel buffo ometto calvo e anziano aveva suscitato in lei delle sensazioni mai provate prima. Non le ricordava un padre, del quale aveva perso la fisionomia ma nemmeno le trasmetteva quell’amore paterno che non aveva mai assaporato. “No, non sono questi gli aspetti di quella empatia sorta tra me e Luca” si disse, ascoltando il lungo monologo di Maria. Era dunque quell’aria sognante, quasi eterea che aleggiava intorno a lui il vero segreto dell’attrazione. Il racconto di Maria era crudo, disincantato tale da non suscitare rimpianti, molto diverso da quello che avrebbe voluto ascoltare nel suo immaginario. Non provava odio verso i genitori, ma semplicemente disgusto per quello che avevano fatto e per quello che non erano riusciti a donare.

“È vero” si disse e ribatté silenziosamente: “È vero. Ho sempre sognato una madre che mi avrebbe guidato nel difficile cammino di diventare donna, mentre il padre mi avrebbe fornito sicurezza e protezione verso i guasti del mondo. Però non ho avuto né l’uno né l’altro”.

Questo non le aveva impedito di crescere pacata e piena di voglia di vivere per l’affetto sincero e premuroso di zia Lina e Maria. Però avvertiva che in realtà gli erano mancati i sogni, il cullarsi nelle notti tra desideri e visioni, perché due genitori ingrati e per nulla affettuosi glieli avevano rubati.

Luca sembrava vivere in una dimensione che non apparteneva al mondo del reale ma in una atmosfera soffice e ovattata, come le nubi che amava vedere scorrere nel cielo azzurro.

“Ecco il motivo per il quale mi sono sentita risucchiare verso di lui” ripeteva felice Simona. Lei amava distendersi su quel prato ad osservare il cielo e le nuvole bianche che componevano e scomponevano immagini fantastiche, mentre la fantasia la spingeva a salire e cavalcare quei batuffoli di bambagia bianca come mitici destrieri. Non aveva mai compreso la vera natura di quelle fantasticherie, che attribuiva alla sua natura appassionata e desiderosa di affetto.

“No!” ripeté con forza silenziosamente. “No! Non riuscivo a esprimere i miei sogni, perché non sono stata in grado di materializzarli”.

La vicinanza di Luca, che inseguiva il sogno di essere se stesso, le aveva aperto gli occhi su questo spicchio nascosto della sua personalità. Era proprio un viaggio apparentemente assurdo, seguendo il solo istinto, la molla che lo teneva in vita dopo un’esistenza dedicata all’apparire piuttosto che all’essere. Aveva intuito che lui era alla ricerca del cambiamento interiore, perché non era importante la meta ma il percorso, il movimento che conduce alla rivelazione di una parte di sé che per tanti anni era rimasta mascherata.

Anche lei doveva operare una trasformazione interiore per incidere sulla prospettiva di quello che voleva veramente dalla vita, per cambiare il suo modo di essere donna, di amare e di essere riamata. Doveva iniziare un nuovo percorso per capire se stessa e gli altri senza la mediazione, di chi le stava intorno, così poteva riappropriarsi di qualcosa che già le apparteneva ma che non sapeva di possedere.

“I miei sogni sono diversi da quelli di Luca. Ma sono questi che devo inseguire se voglio nascere una seconda volta” concluse mentre Maria snocciolava eventi e considerazioni, che non le interessavano più.

Simona abbracciò Maria e disse: “Grazie!”

parte decima parte dodicesima

una vita – parte decima

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Alba - foto personale

Alba – foto personale

Maria aprì la finestra e scorse sotto il fico Simona e Luca.

«Simona, mi porti un cliente e poi lo tieni sotto le stelle?» disse ironicamente la donna, che si era stupita di vederli seduti a chiacchierare sul dondolo.

Lei avvampò per il rimprovero senza rispondere. Pareva una bambina, colta con le mani nel vasetto della marmellata.

«Signora» rispose Luca, vedendo la ragazza con le guance rosse e la bocca chiusa. «Simona mi ha fatto strada stanotte. Poi ci siamo fermati a fare quattro chiacchiere. C’era un invitante cielo stellato sopra di noi».

Maria sorrise, scuotendo il capo per la precisazione di Luca, che riteneva superflua.

«Scendo ad aprirvi il portone» disse, chiudendo la finestra.

Simona era in preda all’agitazione, perché aveva colto nella voce di Maria un rimprovero. Avrebbe voluto scappare, fuggire lontano ma la mano di Luca la trattenne e le trasmise fiducia. Il trambusto interno si placò, mentre dentro di lei avvertiva calma dopo la tempesta per le parole di Maria, comprendendo che le aveva fraintese. La aveva sovraccaricate di significati che non corrispondevano al messaggio che lei voleva trasmettere.

Simona dopo le riflessioni notturne acquisì la consapevolezza che non era più una ragazza. Aveva trent’anni. Era una donna adulta. Era giunto il momento di crescere e uscire dal proprio guscio. Non poteva rimanere chiusa nel suo mondo limitato, nel quale aveva vissuto fino allora. Doveva intraprendere un nuovo cammino per ricominciare a vivere in maniera differente.

Il sole stava sorgendo illuminando il giardino, mentre i primi raggi inondavano il fico già carico di frutti che tra un mese sarebbero diventati dolci e saporiti, mentre le gocce di rugiada diventavano vapore.

Maria sul portone richiamò la loro attenzione. «Restate lì» intimò a Luca e Simona. «Fra cinque minuti vi servo la colazione. Bombolone caldo e caffè bollente!»

Queste parole scatenarono in Luca un’altra ondata di ricordi. Rammentava le veglie estive notturne che si concludevano nel bar della spiaggia tra l’odore dolciastro del bombolone appena sfornato e del caffè amaro che gorgogliava nella napoletana. Allora aveva il gusto della voglia pulita di divertirsi nelle balere, dove si ballava stretti e accaldati al suono delle melodie lente e sognanti. Adesso era il simbolo della trasgressione e dello sballo, assordati da musica techno a tutto volume, a bere e prendere pasticche fino allo stordimento.

C’era un turbinio di idee dentro la mente di Luca, che rendevano sempre più opaca la sua visione dopo la lunga notte insonne e chiacchierata. Avvertiva la necessità di sdraiarsi su un letto e di chiudere gli occhi, di staccare la mente dal corpo ma doveva restare lì ad aspettare la colazione.

Maria portò un tavolo rotondo vicino al dondolo con alcune sedie e si fermò un attimo con loro per soddisfare la curiosità di conoscere gli argomenti interessanti che li avevano tenuti svegli.

«Nessuno» replicò con prontezza Luca, impedendo a Simona di rispondere. «O meglio tanti piccoli racconti di vita vissuta. Nulla in particolare».

Maria si allontanò insoddisfatta senza insistere ulteriormente.

Il leggero moto del dondolo e i caldi raggi del sole li fecero assopire in un dormiveglia rilassante, interrotto dal profumo zuccheroso del bombolone e da quello intenso del caffè.

L’atmosfera si riscaldò come la temperatura della mattina che faceva presagire una giornata caldissima. Erano anni che non gustava una colazione così genuina, perché fino a pochi giorni prima consisteva in un caffè amaro condito da qualche biscotto insapore.

Nonostante il caffè l’avesse svegliato completamente, percepiva la necessità di raccogliere le idee e staccare la spina da tutti quegli avvenimenti che con frenesia aveva vissuto nelle ultime ventiquattro ore. Salutate le due donne, che continuarono a parlare, si ritirò nella stanza a meditare in solitudine e al buio.

Si tolse i vestiti umidi di rugiada e di sudore per indossare pantaloncini e polo, mentre si sistemava su una poltrona di vimini. Aveva letto un libro, del quale non rammentava il titolo. Aveva presente visivamente solo la copertina e ne ricordava il contenuto. Trattava della casa da tè giapponese. Era rimasto incuriosito da quella pratica orientale per consumare una bevanda, che per loro racchiudeva la visione della vita. Si era ripromesso che, se un giorno si fosse recato in Giappone, ne avrebbe frequentato una. Era uno dei tanti sogni desiderati ma difficili da realizzare.

Adesso percepiva la necessità di riflettere, o meglio di svuotare la mente, per concentrarsi. Ripeteva, come un mantra, le tre parole, che ricordava di quella lontana lettura: vuoto, silenzio e meditazione. Però non riusciva a concentrarsi, perché era distratto da mille pensieri.

“Cosa faccio in questa stanza?” si domandò inquieto, perché il silenzio appena disturbato dal canto di un cardellino tardava ad arrivare.

“Perché mi sono lasciato coinvolgere emotivamente da una ragazza che mi ha scambiato per il padre che le manca?” si chiese, mentre tentava di sprofondare nel vuoto che era una dimensione sconosciuta per lui.

“Cosa vado cercando con questo viaggio senza meta?” si interrogò, mentre meditava sui motivi del suo vagabondare tra i ricordi del passato.

Luca si sforzava ma silenzio, vuoto e meditazione erano un miraggio difficile da ottenere.

Poi lentamente la stanchezza prese il sopravento mentre scivolava nel vuoto di un sonno senza sogni.

parte nona parte undecima

Una vita – parte nona

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Luca era interdetto per la determinazione della ragazza nel volerlo accompagnare al casale senza trovarne le motivazioni.

Un pensiero fisso gli tormentava la mente, come il martello del fabbro sull’incudine: “Perché?”. Gli sembrava una ragazza seria, affidabile ma dallo sguardo smarrito come se cercasse disperatamente di estrarre dal proprio petto dei segreti, senza trovare l’ardire di farlo. Eppure non si era dimostrata timida quando lo aveva invitato a fermarsi per la sera e neppure poco prima con l’invito di trascorrere insieme la giornata al mare. Vedeva in lei la figlia e null’altro.

“Vediamo cosa vuole dirmi” pensò Luca, mentre continuava a parlare di mille altri argomenti.

«Perché ha intrapreso questo viaggio?» domandò Simona all’improvviso, mentre imboccavano il viottolo che conduceva al casale. «Non mi sembra che abbia una meta precisa».

Luca si fermò di colpo e rise allegro. «Si nota?» chiese con lo sguardo serio. «Quel darmi del lei, mi invecchia oltre misura».

Ripresero a camminare, salendo lungo la ripida salita.

«Ci provo ma non contarci» fece Simona, accennando un mezzo sorriso.

Luca non rispose, perché aveva il fiatone per la fatica di percorrere quel tratto di sentiero che portava all’aia del casale. Si riscoprì vecchio, perché qualche anno prima avrebbe fatto di corsa la salita.

La parte razionale si rammaricò di questi pensieri negativi, perché le mettevano tristezza ma doveva portare pazienza senza lasciarsi prendere dallo scoramento.

Giunti dinnanzi al portone chiuso, Luca si guardò attorno smarrito e perplesso. ”E adesso come faccio?” pensò. Non aveva le chiavi, né poteva importunare la proprietaria, perché non l’aveva avvertita che avrebbe fatto tardi. Lo sguardo si posò sulla vecchia Punto, che avrebbe potuto ospitarlo per la notte. Stava per salutarla, quando Simona lanciò una proposta.

«Ci fermiamo sul dondolo sotto le stelle a parlare» fece la ragazza con un bel sorriso sulle labbra. «Poi apriamo il portone!»

Luca non capiva come avrebbe potuto entrare senza suonare la campanella. Però non comprendeva quel plurale “noi”, perché lui era regolarmente alloggiato lì ma lei no.

Rinunciò a cosa volesse intendere Simona con “poi apriamo il portone”, perché la serata piena di stelle e con un falcetto di luna sembrava invitare alle chiacchiere.

Un brusio appena discreto si levò dal dondolo, mentre ognuno narrava qualcosa di sé. Capì che Simona era di casa nella cascina, che Maria l’aveva accudita come una madre e tanto altro ancora. Tuttavia il vero motivo per il quale aveva voluto restare sotto le stelle non lo aveva ancora rivelato.

Quel dondolarsi nell’aria frizzante di una notte di luglio risvegliò il guardiano dormiente dei ricordi, che prese le chiavi per aprire la stanza della memoria.

E la mente tornò a quella ultima notte trascorsa con la francesina con la quale tra coccole e baci aveva atteso il sorgere del sole prima nella tenda poi sulla spiaggia illuminata da piccoli fuochi.

“Cosa ci siamo detti?” ripensò Luca, rapito da quel ricordo lontano. Non aveva importanza rammentarlo. Sorrise al pensiero di quel mix di inglese, tedesco e dialetto per capire la metà di quello che volevano dirsi. Certe sensazioni non avevano bisogno di parole, perché l’intesa era perfetta, come può esserlo, quando si ha diciotto e sedici anni. La mente vagava libera senza ascoltare il frinire delle cicale e il cupo richiamo del gufo nascosto nel folto del noce.

Simona si fermò a guardarlo incantata dallo sguardo sognante di Luca.

L’improvviso silenzio ruppe il brusio delle parole, mentre lui ritornava sul dondolo ad ascoltarla come se quell’interruzione non fosse mai avvenuta.

Adesso Simona aveva la certezza di essere pronta a raccontare il segreto della sua infanzia, celato con cura dentro di lei. Ebbe un momento di sbandamento, perché non sapeva da dove cominciare. “I ricordi sbiaditi dal tempo o le sensazioni dolorose che portavo dentro?” si domandò, prima di prendere il coraggio a due mani.

La voce era incrinata per l’incertezza. Balbettò qualcosa che lasciava intuire la sua volontà di narrare. Luca la soccorse.

«Racconta. Sono in attesa di conoscere il tuo segreto».

Questa spinta la sbloccò, mentre metteva in fila tutti i ricordi.

«Devo tornare indietro nel tempo» disse Simona rinfrancata per la sicurezza, che Luca, che avrebbe voluto come padre, le infondeva. E aprì la cassaforte di un passato molto remoto.

Di zia Lina e Maria aveva già raccontato, quindi estrasse dal cuore il dolore di non avere avuto un padre, a parte quello nominale.

«Non riesco detestare i miei genitori, perché non sono mai riuscita odiare nessuno. Però quando ho compreso i motivi per i quali mi volevano sempre nel letto con loro, ho chiuso tutto in una cassetta, che ho sepolto in questo giardino» disse tutto d’un fiato Simona.

Adesso riusciva anche a sorridere a quanto era avvenuto tanti anni prima. Si sentiva più leggera, come sgravata da un figlio indesiderato. Un fiume di parole uscì dalla sua bocca.

Raccontò di essere cresciuta senza una figura maschile di riferimento, perché zia Lina e Maria erano rimaste single, disdegnando la compagnia degli uomini. Su questo punto in paese correvano molte dicerie, perché affermavano che dormissero insieme e che facessero all’amore tra loro.

«No, non era vero» negò con forza Simona. «Ognuna dormiva nel proprio letto. Ma questi pettegolezzi mi hanno sempre ferita nell’anima, perché dicevano che anch’io amavo solo le donne».

«Ti credo, Simona» la consolò Luca, cingendole le spalle con atteggiamento protettivo.

Una piccola lacrima scese furtiva dai suoi occhi, mentre sperava che Luca non si fosse accorto per l’emozione e la stizza, legati a questi ricordi.

«È vero» ammise Simona, avvertendo il calore dell’abbraccio di Luca. «Ho avuto pochi amori, se si possono chiamare così i brevi flirt, che duravano il tempo di un battere di ciglia».

Lei, quando stava con un ragazzo, cercava in lui una figura maschile che non aveva mai avuto, mentre a loro interessava solo il sesso.

«Come potevamo trovare quella empatia che fa nascere un sentimento?» recriminò Simona con forza.

Luca annuì col capo. Erano due mondi incomunicabili tra loro.

«Tomaso, l’ultimo, sembrava diverso, mentre io mi sforzavo di vederlo sotto una luce differente» si accalorò Simona. «Però mi accorsi che dopo il periodo iniziale aveva smesso di amarmi e chiusi la relazione».

Avvertiva dentro di lei un vuoto sentimentale, perché a trent’anni non aveva avuto un amore degno di questo nome, senza conoscere nemmeno cosa fosse il sesso.

Il cielo stava colorandosi di colori pastello per annunciare la nascita del sole.

parte ottava parte decima

Una vita – parte ottava

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foto personale

foto personale

Mentre teneva sotto il braccio quello scricciolo effervescente come l’acqua frizzante, Luca si domandò stupito cosa avesse attirato la ragazza a legarsi a uno sconosciuto non certamente giovane, senza capelli e con la pancetta.

Forse Simona gliela aveva spiegato, mentre lo accompagnava nel bed and breakfast. Però lui non aveva ascoltato. immerso com’era nei ricordi e adesso non aveva il coraggio di chiederlo apertamente. S’era creato tra loro un’atmosfera di serena fiducia e non voleva incrinarla con domande inopportune. La strinse più vigorosamente per farle assaporare il calore che trasmetteva, ripromettendosi di prestare attenzione a quanto gli stava dicendo.

Simona si sentiva sicura e protetta da questo uomo dall’età indefinita ma dallo spirito giovanile. Appariva taciturno e leggermente svagato ma spandeva serenità a piene mani. Non conosceva nulla di lui, solo il nome “Luca”. Un po’ poco per affidarsi fiduciosa a uno sconosciuto ma percepiva che non le sarebbe capitato nulla di male, finché lui stava al suo fianco. Aveva compiuto ormai trenta anni e si sentiva vecchia nello spirito, perché non aveva combinato nulla di buono fino a quel momento.

La sua infanzia era stata tribolata e amara, segnata da un padre manesco e poco rispettoso del ruolo, da una madre troppo arrendevole, che aveva chiuso un occhio sulle attenzioni del marito verso la figlia. Aveva sei o sette anni, quando una zia la strappò dal quel mondo torbido, che rischiava di inquinare quella bambina, portandola lontana.

Simona aveva un carattere solare, estroverso e incline alla fiducia. Non aveva focalizzato bene le motivazioni che l’avevano costretta a dividere il letto coi genitori, a quei giochi strani ai quali partecipava assonnata e annoiata. Solo quando era diventata una ragazza aveva compreso come avesse ballato pericolosamente sul baratro del precipizio, nel quale sarebbe caduta senza il provvidenziale intervento di zia Lina.

L’affetto della zia e di Maria, la proprietaria del casale, sanò le ferite dello spirito. Dentro di lei rimase il guasto di un’infanzia rubata, che celò con molto impegno senza rivelarlo mai a nessuno. Qualche amore sfortunato, la morte della zia, la perdita delle radici l’accompagnarono nel difficile viaggio di emancipazione economica e fisica. Lasciò la casa accogliente di Maria, che per lei era la vera madre, per stabilirsi in un monolocale in centro paese vicino al bar dove lavorava da un paio di anni. Però quando si sentiva triste si rifugiava in quel casale nella stanza, dove adesso alloggiava Luca. Quella era stata per molti anni il suo regno ed era sempre vuota, a sua disposizione.

Quando Simona si era presentata alla porta con quell’ometto buffo, calvo e un po’ grassottello, Maria aveva intuito che poteva ospitarlo in quella stanza senza timore di urtare la sensibilità della ragazza.

Mentre passeggiavano fra una bancarella e un’altra, Luca percepì che Simona aveva un passato da far riemergere dalle tenebre. “Non è in questo clima festoso il momento più adatto per parlarne” si disse, mentre le acquistava dello zucchero filato. Non aveva pensato all’eventualità di fermarsi qualche giorno ma l’istinto gli suggerì che sarebbe stato opportuno restare lì per raccogliere le fantasie e le confidenze della ragazza. “Ci penserò domani” disse alla parte razionale che impertinente aveva fatto di nuovo capolino per dissuaderlo dal proposito, conscio che avrebbe dato ascolto alla parte sognatrice.

Qualche giovane lanciò occhiate non proprio cordiali a quella strana coppia che si aggirava tranquilla e sorridente tra banchi e le giostre. Forse pensavano al solito vecchio bavoso e danaroso, che si accoppia con una ragazza giovane e piacente. Luca non ci fece caso. Sereno come era accanto a Simona.

Osservarono del movimento verso uno spiazzo dove si ergeva un alto palo. Si diressero da quella parte. Simona sapeva cosa avrebbero trovato, mentre per Luca era semplice curiosità comprendere il motivo di tanto assembramento.

Era il momento dell’albero della cuccagna. Si fermarono per guardare le evoluzioni di gruppi di giovanotti, tesi a scalare quell’asta coperta di grasso con in cima una pentolaccia di coccio, che dovevano abbattere per conquistare il premio. Creavano una piramide umana ma alla fine mestamente il più leggero, che si issava agile sulle spalle degli altri, scivolava verso la base senza riuscire nell’intento di conquistare l’ambito premio. Risero e applaudirono quei tentativi infruttuosi e comici nell’epilogo. Poi si mossero in giro con gli occhi pieni di stupore, osservando quella folla festante, che si aggirava senza pensieri.

Luca le comprò dell’altro zucchero filato, le mandorle caramellate appena tolte dalla pentola di rame, il croccantino sottile. Ricordò che l’aveva fatto per Gloria, quando andavano alle giostre per la festa del patrono della sua città.

Simona percepiva che questa era una serata speciale, perché aveva trovato quel padre amorevole che le era mancato da sempre.

L’assenza di una figura paterna aveva segnato negativamente i suoi rapporti con i ragazzi, perché Simona avrebbe voluto trasfondere in loro quella mancanza, mentre loro cercavano una ragazza da amare e non da accudire.

Stanchi e appagati per il lungo girare, si sedettero su una panchina in attesa dei fuochi di mezzanotte.

«Luca» disse Simona, rompendo il silenzio. «Si fermi anche domani. È la mia giornata di libertà. Possiamo fare un salto al mare».

«Non lo so» rispose pacato mentre osservava quegli occhi vivaci e mobili. «Non le prometto nulla».

“Bugiardo” disse la parte razionale con tono di rimprovero. “Sai già che lo farai. Non puoi mentire a te stesso”.

“Ma no è vero” rimbeccò la parte creativa. “Lui deciderà al momento. Come sempre”.

Le due personalità di Luca presero a litigare, confondendolo, finché non le mise a tacere. Quello che lo rendeva incerto e terrorizzato era il pensiero del costume. Non ricordava da quanto tempo non fosse andato in spiaggia. Tuttavia questi pensieri sparirono in fretta.

Un botto squarciò il nero della notte, che si colorò di mille colori. Erano i tanti attesi fuochi che avrebbero suggellato la chiusura della lunga festa prima di darsi l’appuntamento al prossimo anno. Questo lo distolse dal dubbio di rispondere con un ‘sì’ o con un ‘no’. La meraviglia del cielo colorato gli fece dimenticare la richiesta di Simona.

Tutti a naso in su. «Oh! Oh!» esclamavano, osservando quella cascata di luci multicolore che striavano il cielo, mentre stormi di uccelli impauriti si levavano in volo per cercare nuovi ripari. L’abbaiare sguaiato dei cani era sovrastato dal rombo impetuoso degli scoppi, mentre i giardini ricolmi di persone commentavano lo spettacolo pirotecnico.

«È tempo di salutarci» disse Luca dopo che si era spento l’ultimo boato e tutto tornava buio e silenzioso.

«L’accompagno. Così non smarrisce la strada» ribatté Simona, decisa a trascorrere il resto della notte con lui, perché voleva parlare dei segreti che custodiva in fondo all’anima.

E si avviarono parlottando sottovoce verso il casale di Maria.

parte settima parte nona