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La sbronza – il seguito

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Ho scritto il seguito di una sbronza che potete leggere qui.

Dan avanzò di un passo. Poi un altro. Quel imbecille di negro mi vuole aggredire. L’ho sempre detto che bisogna farli fuori tutti, si disse, mentre con gli occhi azzurri chiaro cercava d’inquadrarlo. Lo vedeva barcollare avanti e indietro, ora a destra e poi a sinistra. Non potrebbe starsene fermo quello sporco negro, mormorò ficcando le mani ancora più a fondo nelle tasche.

Sentì il freddo delle chiavi, mentre una folata di vento ancora più gelida spinse alle spalle lo spolverino blu e penetrò nella camicia. Rabbrividì ma non aveva tempo di pensare al freddo adesso doveva difendersi da quello stronzo di negro che impugnava un revolver.

Non aveva nulla con cui difendersi e lo sguardo ruotò intorno alla ricerca di qualcosa. Nulla, proprio nulla. Non poteva entrare da Schmidt & Schindler, perché la porta era chiusa e poi dentro avrebbe trovato i suoi compari. Dalla padella alle braci, pensò con la mente annebbiata dal troppo bere.

Però, merda, disse a denti stretti, non potrebbe stare fermo un attimo? Di sicuro era stato lui a rubarmi la macchina. Era una certezza che veniva dal fatto che non c’era più dove l’aveva parcheggiata.

Sonny era fermo col cavo avvolto sul pugno destro e la scatola dell’interruttore a penzoloni. Aspettava e basta. Quello sporco bianco continuava a tenere la mano dentro la tasca della giacca che mostrava il gonfiore di una calibro 38. Barcollava minaccioso col ghigno a tratti illuminato dalle luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor. Non era un bel vedere, rifletté Sonny che girò velocemente lo sguardo verso la porta di servizio della tavola calda. Era troppo distante, se avesse voluto correre per infilarsi al sicuro. Il tempo di girarsi e fare i cinquanta passi e lui sarebbe morto stecchito da un proiettile calibro 38, che gli avrebbe aperto un buco nella schiena grosso come un pugno. E lui a morire non ci stava. Maledisse una volta di più quegli ubriaconi molesti di bianchi, che si ritenevano unti dal signore e liberi di sparare ai negri.

Dan mosse qualche passo in avanti mentre Sonny ne faceva due indietro. Si fronteggiavano senza proferire parola, mentre le folate di vento facevano rotolare un bidone della spazzatura in mezzo al vicolo. Un rumore sordo che rimbalzava tra le pareti della strada.

Dan e Sonny si voltarono all’unisono in direzione del frastuono generato dal bidone. Non videro niente. Don arretrò di tre passi, tenendo sempre le mani in tasca. Sonny si spostò di lato verso il muro.

«Che cazzo ha di muoversi come se fosse ubriaco?» esclamò Dan, retrocedendo di altri tre passi.

Sonny sogghignò. «Gli ho fatto paura» borbottò, mentre si avvicinava alla porta di servizio.

Dan con la coda dell’occhio vide un poliziotto che a piedi perlustrava la Trentasettesima, mentre la macchina della NYPD andava a passo d’uomo a fianco.

«Ehi! Polizia!» urlò Dan, agitando una mano. «Un cazzo di negro mi vuole sparare!»

Sonny s’infilò rapido nella porta di servizio che chiuse con fracasso alle sue spalle.

Dan si girò e non vide più nulla. Il negro si era dissolto. Devo smettere di bere, pensò tornando sulla Trentasettesima, oppure vedrò negri che mi vogliono sparare dappertutto.

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Una sbronza

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Era il ventotto dicembre e non era riuscito a smettere di bere. Anzi, era più sbronzo di prima.

Un vento gelido e tagliente come un rasoio fischiava per la Quinta Avenue, gli gonfiava lo spolverino e gli sferzava le costole. Di abbottonarsi la giacca non gli passava neanche per l’anticamera del cervello. Era troppo ubriaco per farci caso. L’andatura era barcollante mentre andava in direzione nord, verso la Trentasettesima Strada, dritto nelle fauci del vento, imprecando come un ossesso.

Tra una folata e l’altra, il volto affilato e arcigno si era fatto paonazzo, mentre gli occhi azzurri chiaro avevano un che di spiritato. Era un’immagine davvero terrificante, con la sequela d’imprecazioni lanciate contro la notte.

Quando raggiunse la Trentasettesima si accorse che dall’ultima volta, che era passato di lì, c’era qualcosa di diverso. Però non capiva dove fosse il diverso.

Quando fosse stata, quell’ultima volta, proprio non riusciva a ricordarselo. C’era un vuoto nella sua testa. Gettò un’occhiata all’orologio per tentare di capirci un po’ di più. Erano le quattro e trentotto del mattino.

Una risata isterica ruppe il silenzio della notte. Per forza che la strada era deserta, pensò. Chiunque avesse avuto un briciolo di buon senso se ne sarebbe restato a letto. A un’ora del genere e col vento gelido da nord era molto meglio scaldarsi con una bella donna piuttosto che girare come uno scemo per la strada alla ricerca di qualcosa che non sapeva nemmeno lui.

In un momento di lucidità ebbe l’intuizione sul diverso che l’aveva colpito. Avevano spento le luci da Schmidt & Schindler, la tavola calda in cui prima aveva visto gli uomini delle pulizie al lavoro. Si ricordava benissimo delle luci lasciate accese, proprio per gli inservienti. E adesso erano spente.

S’insospettì all’istante. Spinse le porte a vetri piazzate in diagonale, proprio sul cantone, ma le trovò chiuse. Schiacciò il viso contro la vetrata sulla strada. Le luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor si riflettevano sulle superfici d’acciaio inox delle cucine e sui banconi in materiale plastico. Il suo sguardo frugò tra le scintillanti cuccume di caffè, i contenitori di minestra, i tostapane, i recipienti per il latte e per i succhi di frutta, e gli scomparti refrigerati. Poi passò sul pavimento in linoleum su entrambi i lati del bancone. Nessun segno di vita.

Pestò sulla porta e ne scrollò la maniglia.

«Aprite questa cazzo di porta!» gridò battendo i pugni sul vetro.

Nessuno si fece vivo.

Sbirciò dietro l’angolo, verso l’entrata di servizio sulla Trentasettesima.

Vide il negro nello stesso istante in cui il negro vide lui: indossava uno spolverino marrone di tela sopra una divisa di cotone blu, guanti bianchi da lavoro e un feltro scuro. Aveva qualcosa in mano.

Capì all’istante che era un uomo delle pulizie. Tutavia la vista di un negro lo convinse che la sua macchina era stata rubata, e non smarrita. Non avrebbe saputo dire il perché, ma ne era certo.

Ficcò una mano all’interno del soprabito e barcollò in avanti.

Arrivano i guai, pensò d’istinto il negro alla vista di quel bianco ubriaco che gli veniva incontro traballante. Ogni volta che esco a scaricare la spazzatura c’e’ sempre un ubriacone bianco del cazzo in cerca di guai.

Per di più era solo. Jimmy, che lo stava aiutando con l’immondizia, era sceso nel seminterrato a piazzare i bidoni sul montacarichi. E il terzo inserviente, Fat Sam, doveva essere andato nella cella frigorifera a prendere qualche pollo da mettere sulla griglia per colazione. Da lì, anche con lo sfiatatoio spento, non sarebbe stato in grado di sentirlo, se avesse gridato. Lo stesso valeva per Jimmy, giù di sotto dov’era. E quel bianco del cazzo aveva già cominciato ad agitare la pistola, neanche fosse stato uno sceriffo dell’Alabama. Prima di riuscire a chiamare aiuto, sarebbe stato stecchito.

Afferrò il pesante cavo collegato alla scatola dell’interruttore e se lo passò attorno al polso, a mo’ di arma rudimentale. Se quel figlio di puttana mi punta la pistola addosso, pensò, gli sbatto questo sulla testa fino a ridurgliela in pappa.

Gli bastò un’altra occhiata per cambiare idea. Da quando sono qui, è la terza volta che un bianco di merda mi punta una pistola contro, si ritrovò a pensare. Se riesco a sfangarmela e non mi succede niente, devo mollarlo, questo lavoro. Devo trovarmi un posto in un negozio dove ci lavora anche altra gente, com’è vero che il mio nome è Luke Williams. Perché questo sembrava pericoloso. Non come altri ubriaconi bianchi, che erano dei semplici rompicoglioni cacasotto. Questo sembrava davvero stronzo. Sembrava capace di sparare a un nero, così, tanto per passare il tempo.

Romano – una vita – parte seconda

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tramonto - foto personale

tramonto – foto personale

La prima parte la trovate qui.

Un rumore nella notte interruppe il suo flashback. La magia di quel giorno era svanita. Si guardò intorno alla ricerca della fonte senza trovarlo. Provò a ricalarsi nei ricordi.

Romano ebbe un gesto di stizza ma non c’era nulla da fare se non riprendere la lettura della lettera.

Gli occhi si posarono su un verbo. Un moto di rabbia lo colse, leggendo quel ‘odiarla’ inserito accanto a sua figlia. “Sì, Cristina è mia figlia” disse Romano irritato per il comportamento assurdo di Flora, riprendendo in mano il foglio.

Niente. Non c’erano alternative. Dovevo abbandonarla. Scelsi l’orfanotrofio delle stelline, in via dei mille. Discreto e riservato. Gestito da personale laico. Firmai tutti i documenti perché potesse essere adottata in fretta. Avevo tempo fino al ventunesimo compleanno per conoscere la sua destinazione. Poi sarebbe calato il silenzio. Tutto quello che la legava a me sarebbe stato cancellato per sempre. Il destino mi ha punito. Un male maligno mi sta portando rapidamente alla tomba. Ho ancora poche settimane di lucidità o forse anche meno poi…

Si chiama Cristina ed è nata il giorno di Natale. Se vuoi conoscerla, devi recarti presso quella struttura, che ignoro se esista ancora, entro il ventiquattro dicembre prossimo. Dovrei allungarti una chiave ma l’ho smarrita.

Addio

Flora

30 novembre.

Romano gettò la lettera sulla scrivania con rabbia. Senza quella chiave non avrebbe concluso nulla, ammesso che esistesse ancora quel orfanotrofio. Sembrava volesse prendersi gioco di lui. Una volta di più Flora lo voleva punire.

Punire di cosa?” urlò in silenzio la sua disperazione. “Perché l’ho amata?”

Quel dubbio scavava nella sua mente come un tarlo. Non era per nulla convinto della sincerità della lettera. Dopo vent’anni riemergeva attraverso un messaggero anonimo, parlando di una figlia finita in adozione come se fosse un oggetto da mandare in discarica. “È davvero morta?” si domandò. Appoggiando il mento sul palmo aperto. “Perché mi vuole torturare ancora?”

La sua razionalità lavorava a pieno regime. Faceva mente locale se esistessero ancora strutture di quel genere, tanto care agli scrittori dell’ottocento. Ricordava la famosa ‘ruota degli esposti’ ma da tempo era stata chiusa. Di certo negli anni settanta non operava. “Il brefotrofio?” pensò. “Uhm! Forse no”. Qualcosa non lo convinceva. Sembrava uno scherzo di cattivo gusto.

Accese il PC. Doveva controllare se quella struttura esisteva. Aveva molti dubbi. Fece qualche conto. Erano gli anni delle rivolte studentesche, delle occupazioni e forse qualche residuo di orfanotrofio era sopravvissuto. “Ma ne siamo sicuri?” pensò, grattandosi la guancia. La barba che stava spuntando ispida gli dava noia, prurito.

Si riscosse. Non poteva perdere tempo. Mancavano due settimane al day after e poi avrebbe ignorato il viso di sua figlia, cosa stava facendo. Non avrebbe potuto trasmetterle nulla che potesse ricordarle chi era.

Avviò il motore di ricerca. Pareva sparita. C’era solo un riferimento a Milano, il famoso orfanotrofio delle Stelline, in corso Magenta, che adesso era diventato un centro congressi. A Roma ne aveva pescati due. “Ma sono per caso gli eredi di quello di vent’anni fa, dove è finita Cristina?” si domandò, grattandosi la guancia ruvida per la peluria che stava crescendo. Si annotò gli indirizzi. Domani ci sarebbe andato di persona. Però il tarlo era ‘senza chiave, mi diranno qualcosa?’.

Aveva trovato un edificio, alla Bufalotta, ora in sfacelo, che fino al 1973 era un orfanotrofio femminile. “La lettera parla di Stelline, non di Bufalotta” si disse, scorrendo l’elenco fornito dal motore di ricerca. Quello, che cercava, doveva essere una struttura che accoglieva i neonati, visto che Cristina aveva poche settimane, forse mesi di vita. Qualcosa non tornava nella lettera. Un’indicazione palesemente sbagliata. Informazioni nebulose o quanto mai incerte. L’assenza di un qualsiasi strumento per accedere alle notizie riservate su sua figlia. Scosse la testa.

Se per caso Flora mi ha raccontato un’altra bufala?” rifletté Romano, appoggiandosi allo schienale della poltrona. “Ne sarebbe capace. Però non la capisco. Non comprendo il senso di questa lettera. Una sottile perfidia nei miei confronti. E quel misterioso messaggero chi è? Che rapporti ha con Flora?”

Rise isterico a questo pensiero. Non erano domande banali. Dentro era racchiusa tutta la sua ansia. Vivaldi era terminato da un pezzo ma non aveva nessuna voglia di inserire un nuovo CD.

A quell’epoca Flora abitava in un monolocale nella zona degli antiquari. Piccolo ma caldo. Era sera, quando lo raggiunsero. Fecero all’amore con passione tutta la notte. Romano la lasciò al mattino con la promessa di sentirsi in giornata. Iniziò così la loro storia. Era lui che andava da lei e mai il viceversa.

«Qui sono a casa mia» fece Flora un giorno per ricusare le insistenze di Romano.

«Ma la mia è anche casa tua» specificò Romano.

«No. Casa tua è tua» precisò Flora con puntiglio. «Casa mia è mia».

Lui rinunciò a controbattere. Lei era un tipetto tosto ma riservato. Non aveva mai detto di quale località fosse originaria. Solo il cognome che non diceva nulla. Gli aveva confidato che il suo sogno era diventare una brava interprete o una traduttrice.

«Mi piace girare il mondo» gli aveva confidato Flora, mentre era accoccolata su di lui dopo una maratona amorosa.

«Dove?» le aveva domandato.

«Il mondo» rise Flora con quella risata allegra, mostrando una fossetta nella guancia destra.

Per un anno andò tutto bene. Lei studiava con profitto. Lui teneva un corso nella facoltà di matematica. Poi qualcosa si incrinò. “Cosa?” si domandò Romano, preso nel vortice dei ricordi. “Una sera mi disse che non mi voleva a a casa sua. Così senza spiegazioni. Pensai che avesse trovato un altro più giovane di me”.

Romano scosse la testa, ricordando quella volta. Non era da lui fare scenate di gelosia. Quindi non replicò. Per una settimana non si fece vedere, né sentire. Sembrava volatilizzata. L’andò a cercare in facoltà ma nessuno era in grado di dirgli dove fosse finita. Continuò le ricerche senza arrivare al nulla. Le compagne di corso alzavano le spalle e ridacchiavano dietro, quando se ne andava. Decise di dimenticarla ma inutilmente. Era sempre presente davanti agli occhi.

Passò l’estate e arrivò l’inverno. Romano aveva cominciato a non pensare più a lei. Era assorbito dalle lezioni all’università, dagli esami. Insomma Di lei solo un bel ricordo.

Era il 20 dicembre e il giorno dopo sarebbero iniziate le vacanze di Natale. Era fermo alla buvette dell’università, quando incrociò un collega, che conosceva di vista.

«Ciao, Romano» lo apostrofò Alberto. «Hai sentito?»

«Cosa?» fece Romano, guardandolo negli occhi.

Alberto sorrise, appoggiando la tazzina del caffè sul bancone.

«Ieri è successo un casino» proseguì, prendendo una sigaretta dalla tasca. «Una ragazza del secondo anno di slavistica per poco non partoriva in aula»,

Romano sbiancò. Per una curiosa associazione di idee pensò a Flora e alla sua sparizione misteriosa.

«Ma no!» esclamò poco convinto Romano. «Ci credo che sia scoppiato un casino. Ma come è finita?»

«È arrivato il 118 per portarla in ospedale» concluse Alberto, salutandolo per uscire a fumarsi la sigaretta.

Romano intrecciò le mani dietro la nuca. Ricordò bene quei giorni. Fece il giro di tutti gli ospedali, finché non scovò Flora al Bambin Gesù. Il resto lo sapeva. Guardò l’ora erano quasi le sette.

«Papi, papi» lo riscosse una vocina. «Ero preoccupata perché parlavi nel sonno. Flora, Cristina. Chi sono?»

Romano – una vita – parte prima

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un calendario dell'avvento artigianale - foto personale

un calendario dell’avvento artigianale – foto personale

Romano andò a letto.

Mezz’ora dopo era ancora lì, a occhi aperti… no, non aperti, di più… sbarrati!

E come avrebbe potuto dormire, o anche soltanto assopirsi? Come avrebbe potuto rallentare il battito del suo cuore? In che modo avrebbe potuto cercare di placare il tremito che sentiva nelle vene, nelle arterie, il furore contro il destino che si era accanito in quella maniera incomprensibile verso il sangue del suo sangue?

Perché era Cristina! Finalmente Flora se l’era fatta uscire di bocca la verità, dopo quella bugia detta nella nursery in ospedale! Ma quella bugia… perché? Perché? Perché? La domanda continuava a ballonzolare nella sua testa.

Romano diede un’occhiata alla sveglia: segnava zero e ventiquattro. Si alzò dal letto. Inutile stare lì, meglio alzarsi, tanto non sarebbe riuscito a dormire. Se ne rendeva conto perfettamente.

Infilò una maglietta sopra gli slip che portava normalmente a letto. Estate e inverno dormiva solo con i boxer. Un abitudine contratta da quando aveva sei anni. Nemmeno Flora era riuscito a convincerlo a mettere il pigiama.

Faceva freddo. Il riscaldamento era spento. Non pensò di riattivarlo. Prese la felpa e i pantaloni della tuta dalla sedia per indossarli. Nei piedi nulla. Quelli erano abituati a stare senza nulla. “Ho i piedi sempre caldi” si disse, mentre finiva di vestirsi.

In cucina ignorò la caffettiera da tre, già pronta sul fornello per la mattina. Romano prese dal pensile quella da sei, che teneva per quando aveva ospiti. Sapeva che sarebbe stata una notte lunga. Molto lunga. Dopo averla preparata, la mise sul fuoco. Nell’attesa che l’aroma del caffè inondasse le sue narici andò in mansarda per accendere lo stereo.

Doveva stemperare l’inquietudine che aveva in corpo. Nell’alloggiamento accanto all’apparecchio passò in rassegna la sua collezione di CD di musica classica. Con un dito scorreva i dorsi con i nomi dei musicisti, ne estraeva uno per leggere cosa conteneva per poi riporlo nella stessa posizione. Era meticoloso e pignolo. Bach, Beethoven, Händel, Haydn, Mozart, Schubert, Schumann, Vivaldi. Tutti ordinati in ordine alfabetico per facilitare le ricerche.

Cercava un CD che avrebbe potuto aiutarlo a concentrarsi sui dilemmi che lo stavano attanagliando. Scosse la testa, mentre sentiva borbottare la moka. Doveva andare a spegnere il gas, prima di creare casini e rovinare caffè e Bialetti. Cosa ascoltare ci avrebbe pensato dopo esserselo versato. Scelta una tazza grande, di quelle da tè, la riempì fino all’orlo, zuccherandola pochissimo. Tornò in mansarda per sedersi davanti alla scrivania. L’impianto stereo era alle sue spalle. Sorseggiò il caffè. Era troppo caldo. Continuò la scansione dei titoli. “Schubert?” si disse, aggrottando la fronte. “No. Qualcosa di più morbido. Händel?” Pensò il concerto grosso. Quello londinese con strumenti originale. Un musicista straordinario per Romano, che adorava la musica barocca. “Ma forse non è adatto al momento” pensò, riponendo la custodia nello spazio rimasto vuoto. Passò oltre, fermandosi su Vivaldi. “Concerti per violino? O le quattro stagioni con molti stromenti?” Diede un’altra sorsata dalla tazza, prima di scegliere tra le due custodie.

Decise per un qualcosa di pacato, di tranquillo, qualcosa che avrebbe potuto calmare la sua agitazione, la sua frenesia. “’Le humane passioni’ vanno bene. Proprio quello che sto passando ora” fece sorseggiando il caffè che era intiepidito. “Sono cinque concerti per violino. Il solista è Giuliano Carmignola. Un eccellente violinista”. Inserì il cd nel cassettino e premette il tasto PLAY. Dale prime note del violino si acquietarono un poco i nervi.

Si accoccolò sulla sua amata poltrona, senza accendere il computer.

Finì di bere il caffè. Cominciò a ragionare da persona razionale come si considerava. Prese un blocco di carta riciclata per appuntare qualche nota. Cominciò a scrivere.

Uno: Cristina è davvero mia figlia. Due: Flora, dopo vent’anni che non ci vedevamo, ha mandato qualcuno con l’incarico di comunicarmi la sua morte e consegnarmi una lettera. Tre: l’ha fatto per necessità, quindi non mi devo fare pippe mentali sui motivi del suo silenzio e comportamento. Quattro: la lettera dice una cosa che mi ha lasciato di sasso. Cristina è stata abbandonata in orfanotrofio. Tra quindici giorni scade il termine per poterla riconoscere. Cinque: la vorrei riabbracciare, anche se so che è stata adottata da quando aveva sei mesi. Sei: ce la farò?

Il violino continuava in sottofondo a diffondere le note di Vivaldi. Romano non l’ascoltava ma gli serviva per raccogliere le idee.

Rilesse il blocco e la lettera. Questa conteneva una verità lapalissiana. In realtà non sapeva ancora nulla, cosa avrebbe dovuto oppure potuto fare. Flora nella sua disperazione prima di morire non era stata affatto chiara, se la situazione era davvero senza speranza oppure no.

Intanto il tema del CD era rimasto tranquillo, pacato, rilassante, quasi coinvolgente. Si fermò un attimo ad ascoltare prima di riprendere le riflessioni.

Rilesse la lettera e gli venne un moto di rabbia. Nemmeno in punto di morte aveva avuto un ripensamento verso di lui.

Quando leggerai questa lettera, io non ci sarò più. Sarò sepolta in un cimitero di campagna, che non ti rivelo. Chi ti porterà notizia e lettera, ha fatto voto di silenzio e so che lo manterrà

Quando ti ho lasciato, ero incinta ma questo lo sai anche tu. In ospedale ho negato che Cristina fosse nostra figlia e ti ho allontanato da me. Non intendevo rivederti mai più. Ho sofferto troppo la tua vicinanza. Ti odiavo perché mi avevi messo incinta.

All’inizio volevo tenere Cristina ma poi… Era troppo te. Quando si attaccava al seno mi sembrava di vedere la tua bocca che mi succhiava i capezzoli. Era troppo uguale. Stessi capelli castano chiari. Stesso taglio degli occhi obliqui, Stessa forma della bocca con labbra sottili e appena accennate. Ma quelle due fossette mi ricordavano te. Avrei finita per odiarla.

Romano fece un sorriso amaro. Adesso i capelli erano bianchi. Il corpo di cinquantacinquenne era appesantito da un pizzico di pancetta. Gli occhi e le fossette, no quelli erano rimasti uguali.

Non capiva quell’odio, quel rancore. Eppure le aveva chiesto di sposarla.

«No!» gli aveva urlato in faccia con rabbia. «Niente nozze riparatrici. Dovevi pensarci prima».

Romano fu travolto dai ricordi. Accantonò la lettura.

Il giorno dopo il suo primo incontro con Flora pareva tutto ritornato alla normalità. Gli scontri tra gli studenti e la polizia si era conclusi con una grande retata. Erano rimaste solo le tracce del selciato parzialmente divelto e le carcasse di auto bruciate. Per il resto c’erano più poliziotti che studenti, che frettolosi entravano nella facoltà di Matematica. Romano entrò in Istituto e si avviò direttamente verso il suo studio per prendere alcuni testi per la prossima lezione. Aveva però l’impressione che sarebbe stata rinviata a data da destinarsi.

«Ciao Romano!» echeggiò nel corridoio dietro di lui una voce, che conosceva bene.

Si voltò e vide Giuseppe, un suo collega e carissimo amico.

«Oh, Giuse’, come va, che fai?» rispose Romano, dandogli una pacca sulla spalla.

«Niente oggi» rispose Giuseppe, prendendolo sotto braccio. «Lezioni sospese fino a nuovo ordine. Siamo in vacanza forzata!»

Romano fece una faccia strana come di sorpresa. In effetti lo immaginava. Troppa tensione per riprendere la normale attività didattica.

«Vado di fretta, Giuse’» disse Romano, sottraendosi alla stretta dell’amico.

«Vabbe’ Romano, se vedemo dopo da Toio?» strinse l’occhio Giuseppe.

«Sì, po’ esse… anzi no» fece Romano, pensando a Flora. «Devo vede’ se riesco a trova’ ‘na ragazza, una de’ lettere».

«Una?» lo rimproverò Giuseppe, stringendo gli occhi e aggrottando la fronte. «A Roma’, ecché fai… abbandoni l’amichi? Non presenti le nuove amiche?»

«Nooo» esclamò facendo un viso contrito. «L’ho conosciuta ieri… nun zò… boh… me piace… ma io je piacerò? Vabbe’, po’ esse che vengo co’ lei… Ciao Giuse’!»

Romano si sfilò dall’amico per chiudersi nel suo ufficio, per non dare troppe spiegazioni. Si diede del somaro per essersi lasciato sfuggire quella frase.

Rimase una buona mezz’ora, fingendo di cercare i due libri, che sapeva perfettamente dove erano nel caso che quel impiccione del suo amico avesse messo dentro la testa.

Uscì dall’istituto e si avviò verso la facoltà di lettere.

“Dunque… letteratura slava, aveva detto…” ricapitolò le informazioni. “Sì, sì, russo, polacco, ceco… cazzo ma ‘ndo trovo ‘sta slavistica?”

Fatto quattro gradini si trovò in atrio deserto.

«Scusi, il dipartimento di slavistica dov’è?» fece Romano, avvicinandosi a una bidella, che stava pulendo il pavimento.

«Al primo piano, le scale di là» indicò a sinistra la bidella col braccio teso.

Romano salì i gradini e la vide di spalle in fondo al corridoio.

«Flora!» gridò da venti metri di distanza.

Lei si voltò col suo splendido sorriso che le illuminò il volto.

«Romano!» disse, avviandosi di corsa a piccoli passi verso di lui.

Si abbracciarono, mentre lui cercò le sue labbra.

Lei non si ritrasse.

A Romano sembrò che in quel momento l’intero universo si fosse fermato, meno il suo cuore, che batteva a trecento al minuto. Sperò che il bacio non finisse mai ma dovette riprendere fiato.

«Flora!» disse, guardandola negli occhi.

«Romano!» fece lei con una sguardo che parlava più di mille parole. Luccicava per la felicità.

«Andiamo!» la esortò, trascinandola per un braccio.

«Sì, aspetta… un attimo!» oppose resistenza la ragazza. «Ciao Chiara, Vado. Poi ti chiamo»

Flora fece un cenno di saluto all’amica, che la guardò con gli occhi basiti. Si chiese chi era quell’uomo di certo più vecchio di loro. Aveva l’aria di uno che ci sapeva fare con le donne. Loro giocavano a esserlo con i loro vent’anni.

«Dai Romano. Andiamo!» disse Flora, facendosi abbracciare da lui.

Romano pensò che di certo avrebbe evitato Toio, dove avrebbe trovato Giuseppe. L’altro locale era Marco. Anche qui c’era il rischio di incrociare qualche rompiscatole.

«Andiamo, dove siamo stati ieri?» domandò Flora, che ricordava quel locale nella zona universitaria, dove Romano le aveva accompagnate.

«Ok. Va bene!» concordò Romano, fingendo di essere contento.

Dopo dieci minuti erano nel locale di Marco, il quale, appena li vide entrare, apostrofò Romano.

«Oh, Roma’, ciao! Me presenti ‘sta bella signorina, eh?, visto che ieri sete scappati manco foste evasi da Rebbibbia?»

«Uh, Marcoli’, me dispiace, manco t’ho pagato» borbottò Romano col viso contrito. «Flora, Marco».

«Piacere!» fece allegra la ragazza, allungando la mano.

«Er piacere è mio, Signori’» e le strinse con calore la mano.

«Embe’?» disse, volgendosi verso Romano. «Ieri nun hai pagato? Che c’è probblema? Tanto c’ho so’… si nun è oggi, sarà domani, Roma’, de te me fido. Che volete oggi?»

«Come ieri, Marcoli’, come ieri» rispose Romano e, visto che era libero lo stesso tavolo del giorno prima, si accomodarono lì.

«Questo sarà il nostro tavolo!» fece Flora, sedendosi.

«Ah, perché, hai intenzione di venire sempre qui?» la guardò sorpreso Romano.

«Beh, se va a te» sorrise, prendendogli la mano.

«A me? Con te verrei dappertutto!» esclamò Romano con gli occhi che brillavano per la felicità. Non avrebbe mai immaginato di averla conquistata in solo due incontri.

«Non correre, Romano» fece Flora, ammiccando. «Vola basso. Ci conosciamo da poco».

«Dici?» disse Romano, mostrando le sue fossette. «A me sembra di conoscerti da una vita, Flora. Me lo fai un altro sorriso? Quelli dei tuoi».

«Che ha di speciale?» domandò Flora con lo sguardo stupito.

«Mi piaci quando sorridi» fece Romano. «Mi sembra di annegarvi dentro».

Flora sorrise con un leggero rossore sulle guance. Era la prima volta che un uomo le chiedeva di sorridere. Ripensò ai coetanei solo pronti a sbavare, toccare, senza mai un complimento gentile.

Arrivò Marco, con i soliti stuzzichini, le patatine, naturalmente, e le birre.

Iniziarono a parlare fitto, quasi sottovoce, raccontandosi le loro vite, i progetti per il futuro ma Romano più che ascoltare Flora, continuava a guardarla, beandosi dei suoi sorrisi.

Finito di mangiare e bere, si alzarono.

«Marcoli’, grazie de tutto, me fai er conto?» disse Romano, alla cassa. «Oh, pure quello de ieri, eh?»

«No, quello de ieri considera che sia omaggio. Te l’ho offerto io» rispose Marco, battendo lo scontrino. «Oggi so’ cinquemila, Roma’».

«No, Marco, no» fece Romano, scuotendo la testa.

«Di’, voj litiga’?» disse Marco quasi offeso. «Ieri ho offerto io».

«Vabbe’, vabbe» concluse Romano, pagando la sola consumazione odierna. «Basta che nun t’encazzi!»

«Ebbravo, o vedi che quanno voj sai puro esse intelligente?» salutò Marco, incassando il biglietto da cinquemila lire. «Va’, va’, annatevene regazzi’, che c’ho da fa’»

Romano e Flora, appena usciti dalla porta del locale, non resistettero. Si abbracciarono stretti, mentre lei cercò le sue labbra.

Fu un limone coi fiocchi. Lingue che si cercavano, saliva che si mescolava. Era quello bello. Quello de core, de panza, de tutto. Quello che aveva gli ingredienti giusti al posto giusto, esattamente dove devono essere. Quello che si faceva in due e ci si trovava in due. Le labbra, le lingue, le salive e i corpi diventarono un unicum di curiosità e desiderio, di grazia e sostanza, di poesia e carne ma lasciava presagire orizzonti di piacere a breve termine. E fece venire voglia di continuare.

Sembrò durare un’eternità.

«Flora».

«Romano?».

Un scambio di sguardi mise fine a quel botta e risposta.

«Andiamo?» disse Flora, prendendolo per mano con il suo sorriso che toglieva il fiato. «Vieni da me?»

«Sì» rispose Romano, mentre si incamminarono.

Davide – una vita

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Ragazza - disegno di Veronica

Ragazza – disegno di Veronica

Nostra figlia…” udì in lontananza Davide dietro la porta.

Assurdamente l’eccitazione di vedersela lì davanti viaggiava in parallelo con un dolore cupo che si andava allargando dal petto fino alla gola, che pareva stretta in una morsa.

La aprì e si trovò di fronte Sandra, scarmigliata e col viso rigato di lacrime. Le sensazioni di prima si stavano tramutando in fastidio. ‘Che autorizzazioni ha per comparirmi davanti come un doloroso ricordo del passato?’ si domandò Davide con sguardo accigliato. Si girò di scatto, dandole le spalle.

La porta era aperta, mentre Sandra stava sulla soglia. Lei era lì. Doveva esserci un senso in quella presenza. Davide non lo sapeva ma doveva scoprirlo in fretta. Era un fantasma che si materializzava all’improvviso. Non poteva lasciare dubbi dentro di sé.

Il rumore della porta, che si chiudeva, lo fece sobbalzare. Sandra l’aveva accostata con delicatezza e vi si era appoggiata con la grazia e l’abbandono di un bambino sul punto di assopirsi.

“Tua figlia se ne è andata” aggiunse con un filo di voce.

Troppi concetti per una frase sola, e così breve per giunta, fu il pensiero di Davide.

Come se ne è andata?” domandò, continuando a voltarle le spalle.

Avvertì solo un respiro rauco, interrotto dai singhiozzi. Si voltò per fissare in viso Sandra, che aveva il volto rigato dalle lacrime. Davide avrebbe voluto scuoterla, farsi spiegare quell’affermazione ma non riuscì a dire nient’altro. Si limitò a osservarla.

Lui in piedi impietrito da sensazioni dolorose. Lei accasciata per terra con le spalle appoggiate alla porta.

Davide percepì sul palmo la sensazione di lanugine calda della testolina della sua bambina, quando la portarono su dal nido dopo la nascita. Era grande e teneva su la testa, già curiosa e avida di vedere e sapere. Sandra non sapeva che fosse lì. Non glielo avrebbe permesso. Non poteva non vedere sua figlia, che da poche ore era venuta al mondo.

Era l’unico flash che aveva di lei. Poi un buio che dura da vent’anni. Adesso Sandra si presentava alla sua porta a invocare il suo aiuto. ‘Per cosa?’ si chiese Davide, socchiudendo gli occhi. ‘Se ne è andata, perché è morta oppure per qualche motivo ha lasciato la casa di Sandra?’ Era questo il suo dubbio che Sandra non aveva voluto chiarire. Si girò per osservarla.

Sandra era ancora una bella donna. Aveva cinquant’anni portati con dignità e decoro. Adesso era una pantera grigia, capace di essere una cacciatrice pericolosa. Lui aveva perso qualche capello, mostrando una incipiente calvizia. Quelli che restavano erano bianchi candidi. ‘Ma cosa ha fatto in tutti questi anni?’ sospirò Davide, tornando al quesito irrisolto, mentre corrugava la fronte. ‘Ma ora perché è qui?’

Ritornò indietro negli anni, quando lui e Sandra vivevano insieme. La bella favola era durata poco, schiantata contro un muro, composto da una miriade di incomprensioni, recriminazioni e sospetti. Lui sapeva di non avere nulla di cui vergognarsi, nulla di importante. ‘Ma cosa è rilevante e cosa non lo è in un rapporto a due?’ si era chiesto allora, quando Sandra se ne andò. Era la medesima domanda che stava per rivolgere a se stesso, vedendola con lo sguardo spento di una persona sconfitta.

L’unica certezza era che un giorno Sandra portò via il suo pancione e il suo odore, lasciando i suoi yogurt nel frigo. Da quel momento sparì. Solo casualmente seppe che era nata Sofia, perché un amico medico, che lavorava in ginecologia, lo avvertì del parto di Sandra. Era giusto che lo sapesse.

La corsa in ospedale fu diversa da come l’aveva immaginata. Da solo, col cuore in gola. La sensazione calda di quella testa di bimba, tutta nel suo palmo.

“Mettila giù” disse Sandra con lo sguardo gelido e vigile. “Subito”.

Lei non ebbe bisogno di gesti o di alzare il tono. Era già fin troppo imperiosa così, nonostante avesse partorito da poche ore. D’istinto Davide la strinse al petto.

È anche mia” disse Davide, guardandola di sbieco. “Non puoi dirmi questo”.

“No, non lo è!” fece Sandra, chiudendo gli occhi.

Sofia la vide quel giorno e poi mai più.

Come un dèja vu Davide percepì l’angoscia di quel giorno, il mesto ritorno a casa, il pianto di rabbia e di impotenza. Fu determinato nella voglia di ricostruirsi una vita ma era anche sgomento, perché avvertiva la sensazione di non riuscirci.

Si riscosse. Tornò a guardare quella donna accasciata per terra. Chiedeva un aiuto, ignorandone i motivi. Non aveva spiegato nulla. Solamente che Sofia era andata. ‘Certo non l’ha detto’ fece Davide, avvicinandosi per alzarla da terra, ‘Ma è di sicuro sparita nel nulla come lei da questa casa’.

Formalmente erano ancora marito e moglie. Nessuno dei due aveva chiesto né la separazione, né il divorzio. Strana sensazione provò Davide. ‘È come se fosse rientrata dopo avere fatto la spesa sotto casa’. Scosse il capo, perché alla fine non era cambiata per nulla in questi anni. Era rimasta come la ricordava. Sandra doveva spiegare troppe cose. Dai motivi, per i quali se ne era andata, a cosa aveva fatto in questi vent’anni e per finire perché chiedeva il suo aiuto.

Vieni” le disse Davide, sollevandola per un braccio.

Si sedettero accanto sul divano. Sandra si guardò intorno alla ricerca di ricordi familiari del passato. Ripassò lo sguardo due volte su oggetti e mobilio, senza cogliere nulla di familiare.

È cambiato tutto” sussurrò Davide, che aveva intuito cosa cercasse con gli occhi.

Sandra annuì col capo. Davide aveva cancellato dalla loro casa ogni segno che potesse ricondurla alla loro unione. Lei chiuse gli occhi, perché non voleva umiliare il suo orgoglio con delle lacrime riparatrici.

Davide la sfiorò con lo sguardo, cercando le parole, oltre che ai pensieri, per lenire il suo stato d’animo.

“Racconta” le disse secco. Doveva sapere e finora era rimasto all’oscuro su tutto.

Al resto avrebbero pensato dopo. Agli anni persi, agli abbracci mancati, alla solitudine di uomo single. Per questi ci sarebbe stato tempo alla fine del racconto, adesso c’era altro. Più importante. I motivi per i quali Sofia se ne era andata.

Abbiamo fatto tre giorni fa una litigata feroce” iniziò Sandra con un filo di voce. “Ha sbattuto la porta. Se ne è andata via con la macchina, facendo urlare le gomme”.

Davide sorrise. ‘Come potrebbe Sofia essere diversa dalla madre’ sogghignò divertito. ‘Il DNA non mente’. Ricordava bene le liti furibonde tra loro, che per poco non terminavano con l’arrivo dei carabinieri. Le porte sbattute con violenza. Le sgommate dell’auto. Un copione visto molte volte nei due anni da marito e moglie. Adesso Sofia lo ripeteva con sua madre con le medesime modalità.

E poi?” suggerì Davide per stimolarla a parlare per comprendere i motivi del litigio e del perché Sandra era vicino a lui.

Poi?” disse Sandra, alzando lo sguardo su di lui. “Niente”.

Per lei sembrava sufficiente quello che aveva detto. Era inutile sprecare parole.

Come niente?” fece Davide, spalancando gli occhi per la sorpresa.

Un litigo finito nel nulla. Davide scosse la testa. Sandra non era cambiata. Era sempre la stessa. Quando ritornava, una volta sbollita l’ira, non c’era mai staro niente. Tutto era normale. Semplici incomprensioni sulle quali non c’era nulla da discutere.

Per questo fai una tragedia?” domandò Davide sempre più basito dal comportamento di Sandra. “Se non c’è nulla ma un semplice litigio, perché sei qui vicino a me dopo vent’anni di silenzio?”

Sa tre giorni ignoro dove sia” spiegò Sandra, che si stava ricomponendo e riprendendo il suo aplomb.

Hai provato a cercarla?” chiese Davide, alzando il tono della sua voce. Scosse la testa. ‘Sempre così. Non è cambiata’ pensò, osservandola.

Perché credi che sia qui?” fece Sandra, agitando le mani. “Qui a umiliarmi davanti a te?”

Lui la guardò di sbieco. Si era presentata chiedendo il suo aiuto e adesso affermava di essersi umiliata. Il conto non gli tornava. Non era l’assenza di tre giorni a preoccuparla ma qualcosa che non voleva rivelare. ‘Perché?’ si chiese con lo sguardo accigliato.

Ma il motivo del litigio si conosce?” disse Davide leggermente alterato. “Oppure anche quello è niente?”

Sandra aprì la bocca e poi la richiuse, stringendo le labbra. Davide dava segni di impazienza. Si alzò e camminò nervosamente per la stanza. ‘Che vuole questa donna da me?’ pensò scuro in volto, mentre stava decidendo se metterla alla porta. La sua presenza gli aveva già rovinato la giornata e forse anche i prossimi mesi. Vedendola, l’amore assopito dentro di lui stava rialzando la testa in modo pericoloso. Ci aveva messo del tempo per scacciare la sua immagine dagli occhi ma era stato sufficiente vederla, perché tornasse di prepotenza a galla. Doveva agire prima che fosse troppo tardi.

Stava per afferrare Sandra e scuoterla con vigore, quando il campanello squillò. Si fermò di botto. Guardò in direzione della porta.

Quale altro intruso si permette di rompere?” sbottò irosamente, andando ad aprirla.

C’erano due persone, che si tenevano per mano. Un uomo non più giovane e una ragazza di circa vent’anni, che varcarono la soglia senza curarsi di Davide. Lui rimase impietrito dalla sorpresa e per la rabbia di un’intrusione non gradita senza chiedere il permesso di entrare.

Cosa fai qui?” apostrofò Sandra la ragazza, guardandola.

Come sapevi che ero qui?” ribatté Sandra, che imporporò il viso per la collera.

Davide chiuse la porta e si domandò chi fossero questi due. ‘Perché diventa rossa?’ pensò. Non capiva nulla e sperò che ci fossero delle spiegazioni.

È stata Bea a darmi questo indirizzo” replicò acida la ragazza, che teneva per mano un uomo ben più vecchio di lei. “Quando ho esauriti tutti quelli che conoscevo”.

Solita impicciona, Bea” commentò Sandra, che faticava a controllarsi.

La ragazza finalmente si degnò di osservare Davide, come se fosse lui l’intruso in quella casa. Lo sguardo era fiero e le labbra fremevano per il nervosismo.

E quello chi è?” domandò a Sandra la ragazza, indicandolo col viso.

È tuo padre” disse ridendo.

Bertrando – Una vita

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foto personale

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Quella voce…

Bertrando si irrigidì, non capiva. Non era possibile, a furia di pensarci, di immaginare, di sognare, di desiderare, ecco, certo, iniziava ad avere le allucinazioni, a sentire le voci. Si appoggiò allo schienale, scacciò con la mano dal viso qualcosa che solo lui poteva vedere, infastidito, quasi fosse sufficiente quel gesto per allontanare i pensieri, i desideri persi in un passato lontano. Ma poi la sentì nuovamente. “Sì, era lei” si disse Bertrando con lo sguardo che spaziava per la stanza, come se cercasse qualcosa che non vedeva. Un appiglio per non sprofondare nell’angoscia. “Oramai ne sono certo. Non posso sbagliare”. Si avvicinò alla porta esitante. Aveva paura di chi stava dietro.

Sconvolto non connetteva bene i pensieri. Gli pareva di avere preso una sbronza. Sì, una ciucca di quelle che ti mettono ko per due giorni, lasciandoti come biglietto da visita un’emicrania feroce. Stralunato, ubriaco da ciò che sentiva salirgli dallo stomaco tornò a sedersi sulla poltrona.

Si prese il viso tra le mani. Chiuse gli occhi, come se fosse sufficiente a non udire. “Non è possibile” sospirò Bertrando, stringendo le labbra. “Una voce dal passato si sta insinuando nella mia testa”. Eppure ricordava con nitidezza che l’aveva chiusa fuori. L’aveva scacciata dai suoi pensieri. Era stato troppo male tanti anni prima. “Cosa vuole?” si domandò incerto se tornare vicino alla porta o ignorarla. “Perché ritorna? Perché mi vuole fare ancora del male?”

Era stata una storia di grandi passioni ma anche di furibonde liti. Erano stati anni che non poteva cancellare. Però quello che gli aveva fatto male. Troppo. A Bertrando si inumidì l’occhio a quel ricordo. “Quello che mi ha fatto male” proseguì nel suo pensiero, “è stata quell’accusa”.

Un vulnus mai sanato. Anni trascorsi a nascondersi, inseguito dai media. Gli amici, se così si potevano chiamare, che gli avevano voltato le spalle come se non l’avessero mai conosciuto. Alla fine l’accusa era caduta ma nessuno se ne accorse. Nessuno gli chiese scusa. Nemmeno lei, accecata dalla sua vendetta.

Quale vendetta?” si chiese, mentre le mani passavano nervose nei radi capelli, che era incanutiti. “Quale sgarbo le ho fatto per accusarmi di quella infamia?”

Era difficile per lui dimenticare. Era impossibile cancellare quei sei mesi rinchiuso in una cella con altri quattro detenuti. Dei tagliagola, dai quali si era dovuto difendere. Era invecchiato di vent’anni, quando finalmente l’avvocato lo fece uscire. Tuttavia la sua vita era rimasta sconvolta. Solo, senza uno straccio di lavoro. Senza una casa, perché la loro era rimasta a lei. Come un barbone andava a dormire nel dormitorio pubblico e scroccava un pasto caldo alla mensa della Caritas. Poi decise che doveva andarsene ma non poteva fino al processo. La giustizia lo voleva giustiziare a fuoco lento. Rosolarlo come un tenero maialino. Un supplizio quotidiano. Un fantasma per tutti, fuorché per la giustizia. Non poteva avvicinarsi a lei, perché avrebbe rischiato di finire nuovamente dietro le sbarre. Non poteva vedere sua figlia, Dalila, perché…

Perché?” si domandò restando bloccato sulla poltrona, mentre quella voce lo torturava. ‘Apri. So che ci sei’.

Non poteva aprire. Doveva ripercorrere il suo calvario. Era riuscito tramite il suo avvocato ad avere un posto come guardiano notturno in una fabbrichetta.

Giorno dopo giorno come una formichina aveva messo da parte qualcosa, che gli avrebbe permesso di ricompensare Arturo, il suo unico amico, il suo avvocato, che aveva capito la sua sincerità. Il resto serviva per il bilocale dove abitava adesso, mentre continuava a frequentare quella mensa di diseredati per risparmiare.

Questo gli aveva permesso di ricostruire la sua identità e avere fiducia in se stesso. C’era ancora il vuoto intorno a lui ma di questo non gliene importava nulla. Poi finalmente arrivò il giorno della resurrezione.

Il signor Benforte è assolto per non avere commesso il fatto”.

Però nessuno lo seppe. Lei non si fece vedere quel giorno, conscia della bugia detta e incapace di osservare il crollo di quel castello di infamie che aveva costruito con pazienza. Arturo gli aveva suggerito di procedere contro di lei per calunnia e diffamazione ma Bertrando era troppo stanco per lottare ancora nelle aule di tribunale. Lasciò perdere. Quel modesto lavoro era sufficiente per sentirsi vivo.

Adesso lei era lì, dietro una porta chiusa. “Cosa vuole ancora da me?” si disse con l’angoscia che montava impetuosa nella sua mente. L’unico modo era aprirle per sentire cosa gli doveva dire. Si alzò, mentre quella voce aveva un filo di implorazione, un qualcosa di anomalo. Non era la solita voce di Nicole, altera e dispotica. Sembrava implorare qualcosa. “Ma cosa?” si domandò, sapendo che la risposta era farla entrare.

Esitò davanti alla porta chiusa. Avvertiva che quella presenza lo avrebbe destabilizzato. Percepiva che non avrebbe portato nulla di buono. Questa sensazione negativa la sentiva nonostante il portoncino fosse chiuso e lui al riparo dietro di esso.

Emanava una forza esiziale verso di lui. La personalità di Nicole lo aveva tormentato nel passato, gli aveva rubato i sogni. Però non era riuscito a cancellare le sensazione che le aveva dato nei cinque anni burrascosi trascorsi con lei.

Tolse la catenella. Sentì il respiro affannoso di Nicole. La mente voleva obbligare la mano a non aprire ma il cuore spingeva nella direzione opposta. Girò il chiavistello, che produsse un frastuono incredibile. “Solo io sento questo rumore?” si chiese ansando per l’emozione. Apri piano. Una piccola fessura.

Nicole era lì, immobile, che sbirciava con i suoi occhi nocciola il viso di Bertrando.

Ti sei deciso ad aprirmi?” fece con un ghigno, storcendo al bocca.

Bertrando scostò il battente quel tanto per vedere il suo viso. Era sempre intatto. Affilato come una lama di coltello. Una piccola fossetta sul mento. I capelli biondi come l’oro vecchio. Un tuffo al cuore. Un ritorno a dieci anni prima, l’ultima volta che l’aveva vista. Era dinnanzi a lui, aspettando che aprisse completamente la porta. Sapeva che lo avrebbe fatto.

Non mi fai entrare?” sussurrò Nicole, come faceva un tempo. “Devo parlarti. Non mi va che tutti sentano le nostre parole”.

Bertrando spalancò l’uscio mettendosi di lato per farla entrare. Poi chiuse con dolcezza la porta.

Si guardarono in silenzio. lui era rigido, ghiacciato. Il suo cuore si era quasi fermato, perché l’emozione gli aveva chiuso la gola. Avrebbe voluto dirle qualcosa, qualunque cosa ma nessuna gli uscì dalle labbra. Non riusciva a staccare gli occhi dal suo viso. Quel viso, quello sguardo, quella pelle, quelle labbra che aveva imparato a memoria. Erano come le poesie che bastava un abbrivio per ricordare ogni parola e inflessione della voce, mentre le declamava con sicurezza.

Sapeva che poi sarebbe stato male ma volle imprimersi tutto nella mente. Per altri giorni, per nuovi ricordi, per notti insonni.

Era bella, magrissima per nulla sfiorita dal tempo. Sembrava che si fosse scordato di lei, che l’avesse solo sfiorata, accarezzata piano, lieve, temendo di sciuparla. Gli occhi erano cambiati, diversi. Più tristi e profondi. Vi si leggeva un dolore radicato in profondità, impossibile da alleviare. Occhi asciutti, senza più lacrime.

“Nicole” mormorò Bertrando.

La lingua sembrava arrotolata, impedendo alle parole di uscire. Avvertiva nel petto un macigno che lo schiacciava, lo opprimeva. Si odiò. Avrebbe voluto prenderla tra le braccia, stringerla, accarezzarla, cullarla, lavare tutto quel dolore che sentiva emanare dalla sua persona. Invece non riuscì a dar voce ai pensieri, rimanendo muto.

“Non mi fai accomodare?” fece Nicole, muovendo per la prima volta gli occhi con filo di curiosità. Girò lo sguardo su quella stanza che fungeva da sala e cucina. Spoglia ma ordinata. “Non è cambiato” si disse Nicole con un sorriso che mostrò le fossette sulle guance. Però immediatamente ridivenne spento, senza luce.

A lui parve che la voce fosse stanca, rassegnata, priva di calore. Intuì che gli doveva annunciare qualcosa, come se stesse compiendo un servizio, qualcosa che non voleva ma che doveva fare.

Bertrando si scostò e la fece accomodare sulla poltrona. Nicole si fermò accanto al tavolo senza sedersi. Diede una nuova occhiata circolare, senza soffermarsi su nulla, indifferente.

Si girò verso quell’uomo, che aveva amato e poi odiato con tutte le sue forze. Le costava fatica e dolore essere al suo cospetto. Fissò il suo viso. Uno sguardo che ricordava Nicole di quell’epoca lontana, quando vivevano insieme. Mandò bagliori, che parevano sfidarlo prima di spegnersi di nuovo.

“Bertrando… tua figlia… nostra figlia… Dalila sta morendo!”

La Bestia, il Principe Azzurro e il Principe – Le fiabe mai raccontate

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foto di Veronica

foto di Veronica

La locanda “Alla Strega Violina” stava nel centro del paese. Era l’unico posto dove gli uomini di Pizzi si trovavano per giocare a carte, a bere vino e vedere la televisione satellitare. Era un edificio quadrato con la base in muratura e il resto in legno in mezzo a una corte dove il fico faceva buona guardia con la sua maestosa chioma. Lo chiamavano ‘rubacuori’, perché nessuno resisteva a staccare dai rami un fico. Nero, piccolo e dolcissimo.

L’oste era un tale Franceschiello, un compare che aveva imparato l’arte onorata dal brigante Sparasassi. Furbo e accorto aveva fregato un po’ tutti nella regione di Fiabilanda, facendo i soldi a spese dei gonzi, che si ritenevano più scaltri di lui. Con questi denari si era comprato un bel pezzo di terreno, dove al centro aveva costruito la locanda.

Al piano terra stavano due grandi sale più i servizi. Al primo piano le camere per gli ospiti di passaggio per Pizzi, diretti al Castello della Fantasia, un posto fantastico, dove si era ammessi solo se l’immaginazione superava la realtà. In tanti ci provavano, in pochi ce la facevano. Tuttavia il flusso dei viandanti era cospicuo, facendo le fortune di Franceschiello, che ancora una volta aveva dimostrato di avere buon fiuto per gli affari. Insomma aveva sempre tutte le camere affittate. Chi non trovava posto si adattava a dormire per terra nella rimessa degli Ippogrifi per quattro soldi di cacio. Insomma faceva soldi che accumulava nell’unica banca di Fiabilanda, la ‘Banca di Pollicino’, che chiamavano familiarmente ‘Polli’, come quelli da spennare.

Nella prima sala al pianoterra c’erano i tavoli dove a mezzogiorno e alle venti si mangiava, mentre nel restante tempo servivano per fare oziare gli uomini di Pizzi. Nella seconda sala, aperta dalle venti fino alla mattina, c’era il grande schermo in 16k UHD, dove si vedeva la televisione di stato, GF TV, l’unica che trasmetteva nella regione in regime di monopolio. Altre possibilità non ce ne erano. O così o pomì. La programmazione? Rigorosamente film e programmi sereni, che finivano come nelle fiabe della migliore tradizione. ‘E tutti vissero felici e contenti’. Solo alla domenica c’era un diversivo. Si poteva osservare Valentino Rossi e Lewis Hamilton che correvano a trecento chilometri all’ora come pazzi spericolati, tra capitomboli impressionanti e sportellate da capogiro. Nessun altro sport era permesso. In particolare era bandito il calcio, perché creava tumulti e litigi. E poi gli ultras invece di amarsi se le suonavano di santa ragione. Dunque abolito per legge e punito. Chi osava infrangere il divieto era costretto per punizione a vedersi per dodici mesi senza interruzione di sorta Pollyanna oppure Love Story a scelta. Tutti i giorni per dodici ore filate. Chi era stato colto a barare, dopo l’espiazione della pena, era talmente rintronato che baciava persino le chiappe del primo ministro Medici, notoriamente sporche. Insomma un lavaggio del cervello dagli effetti irreversibili. Lupo Ezechiele fu il primo a essere colto in flagranza di reato. Adesso serviva messa e accompagnava Cappuccetto Rosso dalla nonna nel bosco. Dopo i primi sprovveduti, gli altri hanno preso a rigare dritti.

Era la sera di San Martino, l’undici novembre di un anno che non finiva mai. Nella sala dei tavolini in un angolo stavano la Bestia, il Principe Azzurro e il Principe, quello senza attributi o colori variopinti, il consorte della Sirenetta. C’erano solo loro, gli altri erano nella sala della TV a guardare il solito programma scemo di Scotti Unavolta, che col suo faccione bonario presentava ‘Caduti in piedi’. Un programma talmente mieloso, che la Principessa sul pisello cadeva addormentata sulla sedia. Il suo respiro ronfante era la sinfonia di sottofondo al programma. Gli altri? Si sentivano solo le grasse risate dei pizzini. Non sono quella della mafia ma così si chiamano gli abitanti di Pizzi.

Dunque il trio era nel tavolino d’angolo a giocare coi dadi. La Bestia, sfortunato in amore, si rifaceva a spese dei due principi, che invece erano fortunati con le donne. Tutte le femmine dai dieci anni in sù li sognavano e sbavavano al pensiero che arrivassero con la cabrio decapottabile rigorosamente bianca e prenderle e portarle nel loro castello. La Bestia invece no. Nessuna lo voleva per le mani. Solo la Bella resisteva alla sua presenza.

Ma non indugiamo su questi dettagli marginali, che annoiano e appesantiscono la narrazione.

La Besta beveva il solito immarcescibile succo di Bruttezza, un liquido giallognolo, colore del piscio, e tirava i dadi.

“Dodici” annunciò la Bestia con voce afona e lo sguardo vuoto.

Sul tavolo due bei sei erano le facce visibili dei dadi.

“Hai un culo della malore!” sbottò il Principe Azzurro, gettando le sue fiche verso al Bestia. Aveva la faccia schifata. ‘Mai vista una fortuna così’ pensò, osservando il vuoto delle fiche. Doveva pensare a come giustificare a Prezzemolina che aveva perso l’intero stipendio della novena.

“Sarai cornuto stasera!” rincarò la dose il Principe, quello semplice. Notando che davanti a lui c’erano due fiche. Immaginava cosa avrebbe detto stasera la Sirenetta.

La Bestia rise, raccogliendo le fiche, che i due perdenti gli avevano lanciato. Aveva una montagna di fiche, che impilò per colore e dimensioni. ‘Posso regalare alla Bella due vestiti nuovi, un monile di giada antico’ si disse, ridendo sotto i baffi. ‘Poi ne avanza per andare a trovare nel bosco la figlia del Sultano’. Si deve sapere che lei doveva sbarcare il lunario dopo che era stata cacciata di casa col marito dallo suocero.

“Ci ha provato una volta col principe dell’oriente” ridacchiò la Bestia, mostrando le otturazioni scadenti dei suoi denti. “Ma ha preso un fracasso di legnate!”

“Solito maschilista” rimbeccò il Principe Azzurro, mentre agitava i dadi nel bussolotto di pelle umana.

“Ah! Ah!” rise a bocca larga la Bestia. “Prezzemolina ha un palco in testa che fa invidia al Cervo Maestoso del bosco di Fiabilanda”.

Il Principe Azzurro smise di agitare il bussolotto e guardò di sbieco la Bestia. Guai a toccargli la sua Prezzemolina. “Beh!” pensò il Principe Azzurro, che inghiottì la saliva, facendo ballonzolare il pomo di Adamo. “Biancaneve è stato un bel bocconcino. A letto è stata super. Altroché quell’insipida della Prez, che ogni sera ha una scusa buona per mettersi a dormire. Il mio omonimo, il marito di Bianca, è una frana a letto, secondo lei. Ma vale a capire queste donne”.

“Cosa vorresti insinuare?” affermò con forza il Principe Azzurro.

“Nulla, nulla” si affrettò a dire la Bestia, conosceva quanto fosse irritabile il Principe Azzurro. “Pollicino va a raccontare in giro che ha visto la cabrio decappottabile bianca parcheggiata davanti alla casa dei sette nani”.

Il Principe, quello semplice, impalmato con la Sirenetta, scoppiò in una lunga risata. “Touchè!” fece lui, volgendosi verso il principe Azzurro visibilmente contrariato per queste chiacchiere, tipiche di Alfonso Signorotti.

“Dai! Muovi le mani e tira i dadi” disse la Bestia, che tracannava un boccale di birra rossa, sporcando con la schiuma la barba ormai bianca.

Il Principe Azzurro sentì alle sue spalle un fracasso indiavolato di tavoli e sedie sbattute a terra. Si girò, bianco cadaverico in viso. ‘Se fosse Prez…’ pensò, mosse gli occhi lentamente verso quel rumore. ‘Starei fresco. Una bastonata non me la scanso di certo’

Vide arrivare come una Furia la Bella, che prese la Bestia per un orecchio, tirandolo su di forza dalla sedia.

“A casa, sfaticato!” berciò nervosa e irata la Bella. “Devi lucidare i pavimenti, lavare i vetri e fare il bucato! E te ne stai con questi altri due fannulloni a giocarti i soldi del mutuo del palazzo!”

La Bestia fece una smorfia di dolore. La tirata di orecchie era troppo violenta. Cercò di arraffare le fiche dal tavolo, che caddero rumorosamente a terra.

“Lasciale lì!” gli intimò la Bella, trascinandolo per la sala.

Il Principe Azzurro rise, mentre il colorito del viso tornava normale. Stava per chinarsi a raccogliere le fiche cadute, quando si ritrovò a bocconi sul pavimento. Un dolore atroce lo colse sulla schiena. Udì una voce familaire.

“Che razza di principe sei!” ringhiò Prezzemolina con in mano il manico della scopa. “Dovevi andare al mercato a comprare la cena. E dove ti trovo? Con altri due smidollati e buona a nulla! Ha perdere tutti i tuoi soldi”.

Lo afferrò per la giubba, rimettendolo in piedi. “E poi a casa facciamo i conti” latrò Prezzemolina. “Mi devi delle spiegazioni sulla visita ai sette nani in loro assenza”.

IL Principe, quello semplice e senza attributi, ghignava a più non posso. Osservò il mucchio di fiche tra il tavolo e il pavimento. Aprì il tascapane per metterle dentro, quando fu investito da un’odna marina, che lo bagnò da capo ai piedi. ‘È arrivata anche lei’ mormorò rassegnato alla bastonata, che non arrivò.

“Finisci di raccogliere le fiche” disse gentile la Sirenetta con un largo sorriso stampato sulle labbra colorate di un bel rosso acceso. “Però il tascapane lo dai a me. Ti va di lusso, stasera. I pavimenti del castello ti aspettano”.

E tutti vissero infelici e scontenti.

Un compleanno un contest … un premio

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Il blog Webnauta – navigatore in un oceano di parole di Barbara Businaro – per il  primo compleanno del suo blog ha indetto un contest, poche regole chiare, un tempo massimo in cui inviare il materiale, tre giudici incorruttibili ed un ghiotto premio su cui buttarsi:

una capiente borsa in tela piena traboccante di libri cartacei.

Si tratta di creare un elaborato (racconto, poesia) di max 8000 caratteri con all’interno quattro parole chiave: nel seguente ordine  NAVIGATORE – CHEESECAKE – MANOSCRITTO – FRESIA; entro le ore 24 dell’8 dicembre 2016. Come? Linkare il sito e menzionare il tag #webnauta. Mandare una mail a Barbara Businaro – webnautasmtp@gmail.com con il link del post.

Siccome partecipare è uno stimolo a scrivere qualcosa, eccomi pronto alla disfida. Vincere o non vincere non fa differenza. l’importante è partecipare. Il testo che segue rispetta i criteri stabilita dal regolamento. Le quattro parole chiavi e il rispetto degli 8000 caratteri – il testo ha 7844 caratteri.

Monica era seduta sul divano a leggere un libro. La giornata era stata stressante. Tanti piccoli intoppi e molti problemi. Pose il romanzo ‘Un paese rinasce’ sul tavolo e sospirò, pensando a tutto quello che le era capitato poco prima.

Mentre voleva mettere il vinile di Witney Houston sul piatto, le era caduto per terra, scheggiandosi. Ci teneva molto. Era il ricordo di una giornata particolare.

Porca paletta!” aveva esclamato Monica. In realtà l’espressione era più colorita nella sua mente ma aveva ripiegato su questa più neutra. “Ma adesso che dico a Riccardo?”

Ricordava bene quel giorno di novembre. Era San Martino. Doveva raggiungerlo a Lizzi, dove si teneva un’importante esposizione di floricoltura. Riccardo era lì già dal giorno precedente.

Ti devo spiegare la strada?” si era offerto Riccardo al telefono prima della partenza. “Non è complicata ma ci si può perdere. Specialmente se cala la nebbia. E qui ha fissa dimora!”

Monica rise, mettendo in mostra due simpatiche fossette sulle guance.

Ma no!” fece divertita. “Non mi perdo mai! E poi ho il navigatore in macchina”.

Monica sentì un brontolio dall’altra parte e rise ancora più forte.

Non ti fidi, Rick?” disse Monica, mentre prendeva le chiavi della Golf nuova di zecca.

No!” si espresse Riccardo con un tono di rassegnata e malcelata paura. “L’ultima volta siamo finiti in discarica”.

Monica rise mentre lanciava uno smack di saluto.

Dopo aver preso la macchina dal box, si mise in cammino per Lizzi. Impostò il navigatore, che le rispose pronto “Svolta a sinistra”.

Cominciamo bene” si disse Monica, zittendolo.

Lizzi era a circa centoventi chilometri da Mughi. Monica calcolò che in due ore sarebbe arrivata.

Sono le dieci” pensò, sbirciando l’orologio della macchina. “Alle dodici sono a Lizzi. Giusto in tempo per un lauto pranzo. Rick mi ha detto che nell’unica locanda del paese servono un cheesecake, che fa resuscitare i morti!”

Fischiettando il motivetto di ‘Grande, grande’, procedeva prudente lungo la strada provinciale SP29. Era San Martino ma di sole manco l’immagine. Cielo grigio e nebbiolina ai margini della strada. La campagna era in chiaroscuro nonostante fosse mattina.

Lo schermo si illuminava per segnalare la strada da seguire, mostrando i segmenti da percorrere. Si inerpicò con dolcezza sui primi contrafforti che portavano a Lizzi. Il paese si trovava a circa 500m di altezza, sopra una dolce collina che pareva un panettone basso.

Monica era tranquilla. “Questa volta non mi sbaglierò” pensò, mentre imboccava un viottolo in mezzo al bosco. Non ebbe il minimo sospetto che qualcosa aveva alterato il percorso segnalato.

Proseguì per diversi minuti mentre la nebbia diventava più fitta. Rallentò per non correre rischi. Osservò lo schermò del computer di bordo. Segnalava le dodici e trenta. “Cavoli!” imprecò sottovoce. “Avrei dovuto essere già a Lizzi da mezz’ora”.

Toccò lo schermo per chiamare Riccardo ma pareva che non ci fosse campo. Aggrottò le sopracciglia, mentre rallentava ancora di più. In pratica a piedi sarebbe andata più forte. Fatta l’ennesima curva, sbucò fuori dal bosco e dovette chiudere per un attimo gli occhi. C’era un sole accecante. Quando li riaprì vide un cancello aperto, dove campeggiava un cartello ‘BENVENUTA’.

Monica strabuzzò gli occhi. “Un cartello di benvenuta?” rifletté, mentre imboccava il vialetto di ingresso. “Forse mi aspettano?”

A destra e a sinistra una distesa di fiori colorati. Un’ampia gamma di colori: dal bianco al giallo, dal rosa al blu, dal rosso all’arancione. Si fermò a guardare ammirata. Per lei erano fiori sconosciuti. “Una fioritura tardiva?” si interrogò, notando che da un piccolo ciuffo di foglie nastriformi, erette, abbastanza rigide e carnose, di colore verde chiaro si sviluppava un sottile fusto eretto, scarsamente ramificato. Su questo stelo c’erano numerosi piccoli fiori a trombetta, riuniti in pannocchie arcuate. Aprì il finestrino per osservare meglio e un effluvio di profumo inondò le sue narici.

Riavviò la Golf per raggiungere la corte che stava tra il giardino e la casa. Sembrava che la stessero aspettando. Fermato il motore, scese per raggiungere l’ingresso che era aperto.

C’è nessuno?” disse forte, mettendo la testa nell’androne illuminato dal sole, che entrava di sbieco. “Rick? Non fare il tuo solito! Lo sai che non sopporto i tuoi scherzi, facendomi morire di paura!

Nessuna risposta. Solo l’eco della sua voce che si perdeva tra corridoi e stanze. Proseguì cauta, attenta a vedere chi abitava quel palazzo che pareva disabitato.

Si addentrò, seguendo un corridoio illuminato da candelabri accesi. Una porta era aperta e dava su una stanza grande con le pareti ricoperte di libri. Nel camino ardeva un bel ciocco scoppiettante e di lato c’era una poltrona di raso rosso con un mobile curioso davanti. Era alto come una figura umana con un piano inclinato, sul quale stava un manoscritto, apparentemente molto vecchio.

Monica si avvicinò curiosa. Era scritto a mano. Cominciò a leggere.

Nonostante la fresia sia un fiore molto conosciuto fin dall’antichità, non esistono documentazioni sulla sua origine. Per questo motivo nel linguaggio dei fiori e delle piante è considerata nell’Europa meridionale il simbolo del mistero. Nel nord Europa, invece, per via del suo profumo è il simbolo della nostalgia e dei ricordi. Essendo il fiore che più di ogni altro rappresenta il fascino per l’ignoto è quello adatto da esser regalato in caso di un appuntamento al buio.

Fiorisce dalla metà della primavera alla fine dell’estate (a seconda del clima) ed è celebre per la sua semplice bellezza. Però è noto per l’ inebriante profumo. Fa parte della famiglia delle Iridaceae, e ha origine nell’Africa del Sud, soprattutto nella zona del Capo di Buona Speranza.

Il nome le fu assegnato dal farmacista e botanico Ecklon nel 1800 per onorare Freese, un suo amico medico.

Monica continuò a sfogliare quel curioso libro dove c’era disegnati fiori e piante. Disegni, e non fotografie, dai colori appena impalliditi dal tempo.

Si chiese dove era capitata. Le sembrava un posto magico. Una distesa di libri ben curati e senza un filo di polvere erano allineati nelle scaffalature in noce scuro. Si intravvedevano dai vetri che chiudevano gli scaffali.

Monica si aggirò per la stanza, prima di uscire, inseguendo una melodia che conosceva bene. Era il suono del suo telefono. L’aveva lasciato sul portaoggetti centrale della sua Golf. Uscì nella corte per raggiungere la sua auto.

Aprì la portiera e si sedette al posto di guida. Il suono era cessato. Controllò il display per vedere chi la chiamava. Non riusciva a leggere il numero o il nome, perché gli occhi si chiudevano per la sonno.

Sentì picchiettare sul vetro. Si riscosse come se avesse dormito. Si guardò intorno con l’occhio smarrito. Giardino e palazzo erano spariti. Il bosco pure. Era ferma ai margini di una strada che non ricordava di avere percorsa. Si interrogò se fosse sttao un bel sogno tutto quello che aveva visto e notato.

Il particolare più inquietante adesso era quel picchiare deciso sul vetro. “Chi è?” si domandò con gli occhi colmi di ansia. “Rick!”

Aprì la portiera e lo abbracciò con calore.

Cosa facevi qui addormentata?” le domandò il suo ragazzo.

Monica aprì la bocca per dire qualcosa ma la richiuse per la sorpresa.

Addormentata?” fece Monica, quando riacquistò l’uso della parola. “Ma ero in un giardino pieno di fiori colorati e profumatissimi. Poi c’era un meraviglioso palazzo pieno di libri antichi”.

Riccardo sorrise e scosse la testa. “Non cambia mai! Sempre con la testa fra le nuvole a fantasticare” pensò, mentre le porgeva un pacchetto tutto infiocchettato con sopra quel fiore profumato che aveva visto nel giardino incantato.

Dai. Metti in moto e seguimi” fece Riccardo, scuotendo il capo, e si avviò verso la vecchia Alfa, posteggiata poco più avanti. “Alla locanda ci aspettano per il pranzo”.

Forza Inter!

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tratto da www.bikez.com - Honda 400 del 1980

tratto da http://www.bikez.com – Honda 400 del 1980

Alma era una giovane ragazza di ventisette anni di Mantova dai lunghi capelli neri che incorniciavano un bel viso allungato. Aveva due passioni l’Inter e il motociclismo.

La passione per l’Inter era nata per caso, quando undicenne cominciò a uscire nelle sere di estate. Abitava in un paesino del mantovano dove c’era un bar latteria che ospitava nelle sue sale o sotto il pergolato di vite tutti i giovani e gli uomini del paese e di quelli vicini. D’estate vendeva soprattutto gelati e granite di tipo artigianali. D’inverno caffè corretti col grappino. I due gusti si annullavano a vicenda, così il pessimo caffè era annacquato da una scadente grappa.

Il bar latteria era l’unico posto di ritrovo nel raggio di decine di chilometri. Appoggiati ai grossi platani stavano le biciclette e i motorini in modo caotico. Gli uni addossati agli altri. Le macchine, poche a dire il vero, parcheggiavano nello spiazzo antistante la canonica.

Alma, dunque nelle sere d’estate, andava lì con un paio di amiche e si sedeva al tavolo, consumando un gelato alla crema. Aveva solo undici anni ma era già curiosa dei fatti della vita. Ascoltava i discorsi delle persone, che sorbivano la granita alla menta o al tamarindo. Suoni gutturali e fastidiosi ma era attratta dalla strana processione, che facevano i ragazzi e le ragazze verso i due viottoli laterali, illuminati solo dalla luna, quando c’era. Si muovevano alla spicciolata salvo le coppie più adulte che si incamminavano abbracciati. Dopo un tempo, che non riusciva a quantificare, li vedeva di ritorno. Capelli arruffati, vestiti stazzonati e stropicciati. Le ragazze avevano un viso rosso accaldato. I ragazzi ansavano come mantici.

Non capiva, perché, anziché restare lì a godersi il fresco della sera, erano sempre accaldati e sudati, come se avessero fatto dieci chilometri di corsa. Ne parlava con le due o tre amiche, che venivano lì con lei senza ottenere risposte chiare. Giri di parole evanescenti, rossori e balbettii inspiegabili. Maria faceva le spallucce, come a dire ‘chi se ne frega’. Orietta, diventata rossa come un pomodoro, gesticolava in modo strano e borbottava qualcosa che non assomigliava a parole. Zoe, che aveva una sorella maggiore, frequentatrice assidua dei viottoli, diceva maliziosa ‘fanno all’amore. Vedrai fra qualche anno capiterà anche a te’. Alba, la sorella di Zoe, non si appartava sempre con lo stesso ragazzo ma lo cambiava di frequente. Alma ascoltava dei discorsi, oscuri per lei, su Alba. Non osava chiedere a Zoe, perché tanti uomini parlassero così di sua sorella con parole e gesti che non comprendeva nella loro interezza. Però quello, che capiva meno, erano le risate oscene che facevano al termine delle battute. Avrebbe voluto sapere ma le amiche avevano smesso di rispondere alle sue domande, cambiando argomento.

Ma come è nata la passione per l’Inter, vi chiederete. Un minuto di pazienza e ve lo spiego’ scrisse sul suo blog.

L’anno successivo Alma cominciò a svilupparsi, a diventare una ragazza. I primi filarini, i primi baci strappati al buio, il corpo che prendeva forma. Niente di che, finché a tredici anni cominciò a fare coppia fissa con Aldo, un ragazzo, più vecchio di lei. Arrivò l’estate e iniziò le frequentazioni del bar latteria. C’era il solito via vai verso i viottoli oscuri, quando una sera di luglio Aldo le sussurrò in un orecchio. “Tra cinque minuti mi raggiungi là”. Indicando col capo lo stradello di destra. “Fai cinquanta passi. Sarò alla tua sinistra. Siamo soli io e te”.

Alma ebbe un sussulto, perché finalmente avrebbe capito cosa facevano i ragazzi e le ragazze nel buio delle sera. Aveva un vestito leggero che si apriva davanti e sotto aveva solo delle mutandine leggere di cotone, perché il reggiseno d’estate faceva caldo. ‘Per quei due pomini acerbi che ho, non serve’ diceva a Zoe, che invece aveva un seno formoso e poco sodo ed era costretta a usarlo.

Col cuore a mille, incerta e timorosa che qualcuno la vedesse, fece un largo giro prima di inoltrarsi nel viottolo. Respirava a fatica per l’emozione. La gola era secca come se avesse attraversato il deserto. Si guardava intorno, sperando di non incontrare nessuno. Molte volte si era fermata con la tentazione di tornare indietro. Tutte le paure sparirono, quando infilò lo stradello che portava nei campi di mais. Era buio pesto senza la luna in cielo. Non vedeva nulla, inciampando in continuazione in ostacoli che non riusciva a evitare. Sembrava di avere camminato un’eternità nell’oscurità, sentendo gemiti, sospiri e gridolini in mezzo ai campi. Si stava pentendo di avere accettato l’invito di Aldo, quando sentì la sua voce. “Sono qui. Non mi vedi? A sinistra”. Poi una mano la afferrò rudemente per le spalle e la trascinò a terra senza troppi complimenti. Sentì l’umido della terra bagnata sulle spalle nude e le zolle irregolari che premevano sulla schiena. La sorpresa le impedì di dire qualcosa. Non si era ancora riavuta, quando avvertì due mani impazienti che stavano sbottonando il vestito e le abbassò le mutandine. Poi cominciarono a frugare tra il seno e le cosce in maniera frenetica. Non udì una sola parola ma solo il respiro affannoso del ragazzo. Alma era paralizzata da sensazioni che non riusciva a quantificare. Le parole restavano nella gola senza uscire. Niente di piacevole ma solo fastidio. Avrebbe voluto alzarsi e andarsene, quando avvertì il corpo di Aldo che premeva su di lei con forza, togliendole quasi il respiro. La sua bocca e la sua lingua le bagnavano viso e collo, mentre percepiva qualcosa di duro che si stava strofinando con vigore sul basso ventre. ‘È questo fare all’amore?’ pensò, mentre passiva subiva le attenzioni di Aldo. Non terminò il pensiero che un attimo dopo lo sentì inerte e ansante, mentre la pancia e le cosce si inumidivano con qualcosa di vischioso.

Alma non aveva provato nulla e avvertiva solo un senso di sporco addosso. Si alzò in silenzio, rimise la mutandine al suo posto e riabbottonò il vestito. Si avviò senza aspettarlo verso il bar latteria. Senza salutare le amiche andò a casa.

Quella fu la prima e l’ultima volta che seguì un ragazzo in quei viottoli, perché aveva capito che non avrebbe provato nessun piacere. Da quella sera preferì mettersi vicino a un gruppo di uomini, che discuteva animosamente del calcio mercato. Fu così che imparò a conoscere l’Inter, la grande Inter di Herrera, che aveva vinto tutto quello che si poteva vincere nei favolosi anni sessanta. Imparò a distinguere l’ala dal mediano, il cross dal passaggio in area.

Sentì parlare di Angellilo, il bomber, di Sandro Mazzola, l’antagonista del milanista Rivera, di Burgnich, la roccia, di Facchetti, il gigante buono, di Jair, la gazzella brasiliana.

Il lunedì comprava la Gazzetta per leggere dei suoi idoli, delle loro interviste. Crebbe diventando una donna e con lei la passione interista. Nel bar latteria nelle sere d’inverno partecipava attivamente alle animate discussioni tra interisti, milanisti e juventini. Vedeva alla TV novantesimo minuto e la Domenica sportiva. Era l’unica donna in mezzo a tutti quei maschi. Qualche volta andò con loro a San Siro per vedere dal vivo la sua Inter.

Finite le scuole professionali, trovò lavoro come operaia in un’azienda dei dintorni e trasferì lì la sua passione. Ai primi anni del ventunesimo secolo decise di aprire un blog dal titolo profetico ‘FORZA INTER’. Qui poté sfogare con le parole il tifo per la squadra del cuore: entusiasmo per le vittorie, delusione per sconfitte.

Se L’Inter era la grande passione di Alma, le moto era l’altra, non meno intesa. Aveva da poco compiuto diciannove anni e frequentava Alberto, un ragazzone con la passione per le corse in moto. Alberto la convinse a seguirlo a Monza, dove nell’autodromo c’erano le gare di SuperBike, SBK come diceva lui. Non era molto entusiasta stare per ore sotto il sole cocente coi tappi nelle orecchie. Si erano sistemati in un punto strategico dove si potevano assistere a sorpassi mozzafiato a trecento chilometri all’ora. All’inizio era rimasta fredda ma poi avvertì un brivido e l’adrenalina salire a mille nel vedere quegli spericolati a superarsi in curva a velocità folle. Si dimenticò di Alberto, si appassionò a Colin Edwards e Pierfrancesco Chili. E non solo loro. Ma si innamorò della Honda. Mentre tornavano a Mantova, senza voce e accaldata per il sole dei due giorni, accarezzò l’idea di comprarsi una di quelle moto rombanti e lucide. Costavano troppo per le sue esigue finanze, perché aveva appena iniziato a lavorare da un anno.

Quando alcuni anni dopo riuscì a comprarsela, non quella dei sogni ma una Honda rossa 400 usata, cominciò a girare per le strade intorno a Mantova e al lago di Garda.

Per lei la moto era libertà e vento in faccia. Guardare il mondo come gli altri non potevano apprezzare. L’adrenalina della velocità e la bellezza dei paesaggi. L’asfalto, che si avvicinava in piega, e le gomme mangiate dopo chilometri di curve. La moto era una droga speciale, un amante da coccolare!

La passione era diventata per lei un sentimento che le veniva dal profondo del cuore. Un amore corrisposto. Per lei era un qualcosa che le dava ossigeno nei momenti non rosei e le consentiva di superare le difficoltà quotidiane.

Cominciò, dopo quel fine settimana, ad assistere agli appuntamenti italiani di SBK e del campionato mondiale di motociclismo, senza perderne uno. Andava con un gruppo di appassionati come lei. Partivano il venerdì sera per Milano, per il Mugello, per Misano od ovunque si tenesse la gara con le tende e tanto entusiasmo. Si bivaccava ai margini del circuito con altri venuti dall’Italia e dall’estero intorno al fuoco, cantando, mangiando e bevendo. Tutti insieme assistevano alle prove e alle gare, ognuno tifando per il proprio idolo. La rivalità era sana. Si gioiva o si disperava, se il proprio campione vinceva o perdeva. La domenica sera, al termine delle gare, ognuno tornava a casa contento e felice per le giornate trascorse in allegria e compagnia.

Da quando possedeva la sua Honda rosso fuoco, non faceva più il passeggero sulla moto del suo ragazzo. Preferiva guidarla lei la sua moto, e stare nel gruppo dei bikers. Era una delle poche donne che guidavano, le altre erano passeggeri.

Guidare per Alma era un insieme di sensazioni talmente intense che non poteva descriverle in modo preciso. Una voglia pazzesca di libertà si impadroniva tutte le volte che era in sella. Avvertiva una scossa di adrenalina, che partiva dal cervello e arrivava fino alla punta dei piedi, ogni volta che apriva il gas. Un’emozione che niente al mondo riusciva trasmetterle.

La passione per la moto era per Alma amore e voglia di uscire dagli schemi, quando sentiva il motore salire di giri, quando provava l’ebbrezza della velocità, quando pennellava a dovere la curva. Era il simbolo della libertà conquistata, dell’indipendenza dal resto del mondo, della fantasia che si svegliava con il motore acceso.

Era una sensazione così forte che la eccitava, ancor più rispetto a fare all’amore col suo ragazzo. La faceva sentire bene e le toglieva dalla mente i problemi quotidiani.

La moto era la sua droga, che la prendeva in misura crescente e le impediva di restarne senza.

Elena world’s

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Tratto da ilturista.info

Tratto da ilturista.info

L’azzurro del cielo impallidiva, accecato dal sole di luglio che da giorni picchiava duro. Nei giorni scorsi la temperatura aveva sfiorato i quaranta gradi e il vento era una lama rovente. Nella giornata odierna non sarebbe arrivato nulla a mitigare il clima. Questo lo sapeva anche Elena, quando si avviò verso l’Università. Indossava un vestito leggero di lino bianco e calzava dei sandali bassi. I capelli raccolti dietro la nuca. Occhiali da sole per attenuare il riverbero della luce violenta di luglio.

Per lei oggi era importante: il giorno della laurea, attesa da cinque anni. Il 16 Luglio 2004 si sarebbe laureata in lingue con una tesi tutta in inglese sui grandi poeti britannici. Era stata preparata con cura nei mesi precedenti in tutti i dettagli, compresa la pronuncia. Per migliorarla aveva trascorso a maggio tre settimane a Londra. Un full immersion nello spirito british. Che magnifica vacanza! Quanti ricordi piacevoli! Non era la prima volta che andava all’estero. Era stata con gli amici in Grecia e in Croazia, con un gruppo di studenti di lingue a Malta e Monaco di Baviera in un progetto di scambio tra università europee. Però mai le era stato permesso di fare un viaggio fuori dell’Italia senza il contorno di persone conosciute e fidate. Questa volta ci andava sola soletta senza accompagnatori o guardie del corpo,

I genitori non avevano visto di buon occhio queste tre settimane da affrontare senza il supporto di persone affidabili. Non erano propensi, perché, secondo loro, lei avrebbe rischiato di incappare in mille pericoli. Pensavano che una giovane ragazza di ventitré anni avrebbe fatto chissà quali e quanti brutti incontri in una grande metropoli piena di insidie. Stupri, violenze, sequestri e, mah!, quant’altro ancora. Elena invece era eccitata e non vedeva l’ora di imbarcarsi per Londra. Anche il viaggio in aereo era per lei una novità. Insomma quante nuove esperienze erano concentrate in queste tre settimane!

Era arrivata la prima volta anche per lei… Inghilterra e Londra, una città, vista finora nelle cartoline e basta, un autentico mito. Racconti fantasiosi, meraviglie da esplorare e gustare. Erano gli ingredienti delle narrazioni di chi c’era stato o millantava di esserci andato. Tuttavia era difficile spiegare a un osservatore esterno, cosa provava alla vigilia della partenza Elena, una laureanda in lingue, che raggiungeva un sogno cullato da molti anni.

Il battesimo del volo andò benissimo senza problemi o apprensioni particolari. La partenza non le mise i brividi, come Giulia, un’amica, le aveva detto. Si sentì proiettata verso il cielo, mentre la terra si allontanava sotto con rapidità. Le Alpi dai colori scuri, macchiate qua e là da puntini bianchi. Il verde dei boschi della Francia. Un braccio di mare, superato in un baleno. Poi la picchiata verso Heathrow. A terra le fece impressione l’aeroporto, immenso e pieno di gente di tutte le razze e nazionalità, dove era facile perdersi nei corridoi, punteggiati di ricchi negozi. Un autentico porto di mare, che dista un quarto d’ora da Londra Paddington, prendendo Heathrow Express. Durante il trasferimento in treno ebbe modo di conoscere e apprezzare la verde campagna inglese. A maggio è nel suo massimo splendore. Gliene avevano parlato ma la vista superò di gran lunga le descrizioni. Sarebbe stato difficile esprimere con parole quello che lo sguardo vedeva.

Aveva prenotato una camera in un hotel nel centro a Londra. Giunta a Paddington doveva prendere due metrò, i famosi “tube” londinesi, scendendo a Bond Street. Il primo impatto con questi mitici mezzi di trasporto fu forte, perché sono diversi dalle U-bahn di Monaco di Baviera, bianche quasi asettiche. Qui erano tutto un colore dagli ingressi alle carrozze. Era impossibile il paragone con la metropolitana romana, sporca e asfissiante per il calore. Sotto la superficie di Londra si respirava aria pulita e fresca. Già da subito aveva cominciato ad amare questa città. L’impatto l’aveva stordita favorevolmente.

Scesa a Bond Street, Elena camminò col naso all’insù per la curiosità di osservare tutto quello che la circondava. Una breve passeggiata la condusse in Manchester Street, dove stava l’omonimo hotel. Quello che per tre settimane sarebbe stata la sua casa. L’albergo era carico di anni. Un grazioso edificio del 1919 in mattoni rossi, piccolo e raccolto, vicinissimo a famosi locali di attrazione e di shopping, a due passi da Regent’s Park e dalle sponde del Tamigi.

Era mattino inoltrato, quando si presentò alla reception del Hotel per espletare le incombenze della registrazione. Elena scalpitava per tornare fuori, per conoscere Londra. La stanza non era grande ma comoda e funzionale. Deposti i bagagli, una breve rinfrescata, un cambio di vestiti per stare più comoda e via per le strade di Londra a fare la turista. La giornata odierna l’avrebbe sfruttata per fare conoscenza con questa città, che amichevole le stava dando del tu. Dal giorno dopo la musica sarebbe cambiata, perché doveva frequentare la scuola per perfezionare la sua dizione e per approfondire le basi grammaticali e sintattiche.

Al termine del secondo giorno le era bastato per capire che tre settimane non sarebbero state sufficienti per godersi Londra nella sua interezza.

La scuola ospitava circa ottocento studenti, provenienti da oltre sessanta paesi. Tutti impegnati a rifinire la loro pronuncia e la conoscenza della lingua.

Una babele di idiomi e persone diverse tra loro per cultura e abitudini. Elena si guardò intorno smarrita. ”Non mi basteranno le tre settimane per conoscerli tutti!”.

Il pacchetto che aveva scelto prevedeva, oltre a dieci ore di intenso studio in aula, anche molteplici attività. La giornata cominciava presto e finiva tardi senza un attimo di sosta. Una frenesia senza fine. Tra queste l’aspettava la gita in barca sul Tamigi, visitare monumenti e musei, trascorrere alcune serate al pub insieme ai compagni. Tuttavia non era tutto, perché nei momenti di libertà, pochi a dire il vero, voleva andare in giro per la città a fare shopping.

La gita sul Tamigi fu emozionante ma non solo. Fu un qualcosa che superò la sua immaginazione. Aveva pensato, leggendo il depliant che fosse la solita uscita su un barcone, come talvolta le era capitato d’estate sulle spiagge del Gargano. In realtà l’enorme imbarcazione, che solcava lentamente un fiume sporco e grigio, sembrava più una discoteca semovente che la classica barca turistica. Ragazze e ragazzi ballavano sotto raffiche di musica sparate a mille watt tra luci al laser e ombre cinesi, intervallate da una breve sosta nel capiente ristorante posto nella parte superiore. Musica, birra, allegria mescolate tra loro come ingredienti di una torta della nonna accompagnarono questa serata speciale, tanto che per molti mesi a Elena rimase stampata nella sua mente, mentre faceva il resoconto agli amici.

Come conviene in tutte le aule scolastiche, Elena aveva stretto amicizia con un gruppetto di ragazze e ragazzi di colore e razze diverse, con cui trascorreva gran parte del suo scarso tempo libero. Per magia scoccò quell’empatia che rende familiare la vicinanza e l’affiatamento, nonostante le palesi differenze esistenti tra loro di linguaggio e cultura. Però lo stare insieme, il trascorrere le ore libere in gruppo cementò la loro amicizia, superando tutte le diversità e le barriere culturali e religiose.

Purtroppo, come tutte le cose belle, anche queste tre settimane finirono. Anzi volarono via in un baleno. A Elena sembrò ieri di essere atterrata a Heathrow. ”Tutte le esperienze, che per un attimo ti portano via dal mondo in cui vivi, ti restano per sempre nel cuore” si disse, mentre preparava il bagaglio per tornare a casa. “Al di là del posto in sé, che alla fine resta lì immutabile, si può tornare sempre a Londra. Ma per quanto si possa pianificare il ritorno, non sarà mai come queste tre settimane. È il momento che conta, sono le persone che incontri, che costituiscono almeno il 70% di ciò che vivrai. La stessa cosa è stata per i miei due mesi a Monaco di Baviera, le mie tre settimane a Malta. Niente sarebbe stato senza le persone che hanno incrociato il mio cammino”.

Il rientro fu con tanti rimpianti e molti abbracci. “Scrivimi” fece col gruppo di amici, ben sapendo che dopo un po’ i contatti si sarebbero sfilacciati. ”Alla prossima volta, Londra!” disse mentre l’aereo si staccava da terra.

Le giornate di esercizio con la lingua, con le prove di esposizioni, con le registrazioni della sua voce riempirono i giorni che mancavano alla laurea. Il 16 luglio Elena festeggiò con i genitori e gli amici il traguardo raggiunto.

Era felice ma preoccupata, perché sarebbe cominciata la parte più difficile della sua vita. Finita la sbornia dei festeggiamenti, delle meritate vacanze senza il pensiero degli esami autunnali, si domandò inquieta e smarrita: ”Che lavoro intraprenderò?”

I genitori premevano, affinché lei trovasse un’occupazione nella scuola. Questo non era il suo pensiero e nemmeno l’obiettivo a breve. La domanda continuava a ballare nella testa di Elena. Si piegò malvolentieri alle loro pressioni e presentò alle scuole medie e superiori, disseminate nel Gargano, la domanda per insegnare lingue (inglese o tedesco). Non aveva molte speranze, che fossero accolte. Anzi in cuor suo avrebbe voluto che la chiamata non arrivasse mai. Invece, ironia della sorte, le diedero un incarico annuale in una scuola media di un paesino non molto distante da San Severo, dove risiedeva. Accettò a denti stretto solo per accontentarli.

Iniziò a insegnare.

L’anno scolastico fu travagliato, perché non riuscì a tenere a bada quei ragazzini, che la mettevano in difficoltà nonostante avessero solo dodici anni. Finii a giugno stremata e stressata. La sua corporatura già esile di per sé divenne ancora più diafana. Era sull’orlo di una crisi depressiva. Durante i mesi estivi cancellò dalla mente la scuola, sperando che il nuovo anno cominciasse senza di lei. Avrebbe avuto la scusa valida per dedicarsi alla ricerca di un lavoro, che lei definiva “serio”. Le sue preghiere non furono esaudite e si ritrovò con un altro incarico in un paesino della provincia di Foggia.

Se il primo anno fu angosciante, il secondo fu un’esperienza terribile. Quei ragazzini erano davvero delle pesti e i genitori ancora di più. Aveva degli incubi notturni e, quando prendeva la macchina per arrivare a scuola, era preda di attacchi di panico. Sull’orlo di una crisi di nervi, decise di cercare un posto come receptionist in uno dei tanti hotel della costa pugliese e di chiudere l’esperienza disastrosa nella scuola. Non ci pensò due volte: alla conclusione dell’anno scolastico sarebbe partita la ricerca. Addio scuola. Addio ragazzini pestiferi e mortiferi. Addio genitori invadenti e permalosi.

Non fu facile ma, come tutte le esperienze di ricerca di lavoro, le permise di acquisire esperienza nel trattare con le persone. Fece numerosi colloqui, conobbe molti albergatori e alla fine fu premiata. Un hotel, che lavorava prevalentemente con clientela straniera, praticamente tutto l’anno, la assunse in prova, vista l’ottima conoscenza del tedesco e dell’inglese.

Così terminò la sua carriera di insegnante e iniziò quella di receptionist.

L’hotel era molto grande e dotato di molte risorse: dalla piscina alla palestra, dalla sauna al kindgarten, dagli animatori agli insegnanti di ballo. Si trovava sulla costa, nella zona di Peschicci, ed era un grande edificio con annessi bungalow e piccole costruzioni destinate al divertimento in tutto immerso nel verde.

Le erano stati offerti due locali con bagno nel seminterrato dell’edificio principale, dove all’occorrenza poteva trattenersi per la notte o riposarsi durante le pause.

All’inizio non pensava che dopo il periodo di prova la confermassero, perché aveva pasticciato in più di una occasione ma con suo grande stupore e gioia le dissero che sarebbe rimasta.

Il personale era numeroso anche nei momenti di maggiore calma, perché era come un minuscolo villaggio. Con alcuni di loro legò fin da subito, con altri i rapporti rimasero freddi e distaccati.

Col primo stipendio si fece un regalo: un bel portatile su cui scrivere tutto quello che le passava per la mente tanto da diventare il suo compagno fidato e inseparabile.

Questi sono stati i suoi primi appunti.