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Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – Il villaggio fantasma

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Una splendida immagine di Etiliyle e un pizzico di fantasia per confezionare questo piccolo racconto

A Venusia andando verso levante si trovano i campi coltivati, per lo più vigneti, perché il vino non deve mai mancare. Lontano due miglia dall’ultima casa di Venusia c’è un piccolo boschetto di arbusti nemmeno troppo vistosi. Dicono che dietro si trovi il villaggio fantasma, che per i venusiani è altrettanto sacro come il bosco degli spiriti. Quindi nessuno si azzarda ad arrivare fino lì.

Per raggiungerlo si passa tra un appezzamento di terreno e l’altro, piccole strisce di terra dove l’erba non cresce mai, consumata dal continuo passaggio degli agricoltori e dei loro mezzi.

Sandra e Lorenzo sono una bella coppia. Lei è alta e dal fisico slanciato, con una chioma che ricade sulle spalle. Lui è più alto della compagna ma magro come un chiodo dai capelli castano chiari che d’estate tendono al rossiccio. Lei studia da medico, lui è già ingegnere. Delle credenze popolari non gliene importano niente per il banale motivo che non ci credono.

«Solo superstizioni» afferma Lorenzo quando parla coi suoi compaesani. «Fantasmi? Tutto ridicolo».

Alza le spalle e ci fa una gran risata.

Hanno esplorato il Castello e non sono morti, né hanno visto ombre vagare per le stanze. Eppure il Castello è curato da tutti i venusiani che si tassano ogni anno per la sua manutenzione.

Sandra aggiunge che i suoi concittadini pagano anche il vitto e l’alloggio del fantasma. «Che sia il famoso fantasmino? Quello del fantasma formaggino?» afferma con le lacrime agli occhi, mentre recita la famosa barzelletta.

«Un inglese, un francese e un italiano si sfidano a resistere una notte in un castello infestato da un fantasma. Il primo giorno si reca nel castello l’inglese. A mezzanotte appare un fantasma urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’inglese scappa terrorizzato.

Il secondo giorno si reca nel castello il francese. A mezzanotte il fantasma entra nella sua stanza urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!” e il francese scappa ancor più terrorizzato.

La terza notte è il turno dell’italiano. A mezzanotte il fantasma entra e urla “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’italiano risponde “Vieni qui che ti spalmo sul panino!”» e giù gran risate pensando ai suoi concittadini.

Un giorno d’estate Sandra e Lorenzo decidono di arrivare al mitico villaggio nascosto.

Tenendosi per mano si avviano a percorrere le due miglia che li separa dal boschetto. Qui trovano un vero intrico di rovi e arbusti: biancospino e gelsomino selvatico, sambuco e gelso. Ci girano attorno finché non trovano una piccola apertura con un sentiero appena accennato. Un passaggio sotto una cupola di verde.

Sandra e Lorenzo si abbassano per non rimanere impigliati coi capelli nei rami delle piante. Sono allegri e felici per questa scampagnata che hanno programmato da tempo. Il boschetto non è molto lungo da attraversare e dopo pochi minuti sbucano fuori.

«Oh!» mormora Sandra facendo una smorfia di disappunto. «Tutto qui?»

Quattro case o meglio qualche muro ricoperto d’edera è quello che resta del villaggio fantasma.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Il sentiero nel bosco

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Una bella foto di Waldprok un po’ di parole mie ed ecco confezionata la storia.

Il viottolo conduce nel bosco sulla montagna di Venusia. Ai venusiani, come si sa, non piace avventurarsi dentro. Dicono che si disturbano gli spiriti.

“Ma sarà vero?” si domanda Sofia, mentre avanza con passo sicuro su questo sentiero insieme al fido Tobia.

Lei non ci crede. Per lei è un semplice bosco, nemmeno troppo curato, cresciuto selvaggio e senza una guida. Proprio per questa peculiarità Sofia lo trova attraente. Gli alberi crescono e muoiono e nuove essenze nascono al posto di quelle vecchie.

Se tira il vento da nord gagliardo, quelli malati chinano la testa e franano sul terreno, dove malinconici aspettano che insetti e il tempo li trasformino in humus fertile per la terra.

Sofia studia da agronomo e la sua ambizione è quella di diventare la guardiana del bosco. A lei piace quando la natura cresce ribelle senza regole imposte dall’uomo, in particolare dai venusiani che di ecologia ne capiscono ancora meno. Parlate loro di vino, di non fare nulla, di oziare da Sghego e diventano dei campioni mondiali in queste categorie ma di natura nulla. Per loro non esiste, è un’appendice di Venusia che non bisogna curare. Però sono dei bravi diavoli paciosi che non amano i litigi. Sulla montagna e relativo bosco hanno le loro teorie: è abitato dagli spiriti dei venusiani antichi che si aggirano tra gli alberi pronti a fare i dispetti più curiosi. Ad esempio visitarli durante il sonno e far prendere un coccolone ai più paurosi.

Nel bosco crescono piante e fiori e trovano riparo gli animali. Nessuno li disturba e loro non recano disturbo a nessuno. Solo d’inverno, quando la neve ricopre tutto, i più intraprendenti si spingono sul limitare di Venusia alla ricerca del cibo che scarseggia nel loro habitat.

Così il piccolo branco di lupi cerca in qualche pollaio galline e pulcini ma quelli sono già finiti in pentola spennati, bolliti e mangiati. I lupi ci rimangono male perché a loro non hanno lasciato nulla da razziare. Ripiegano su qualche bidone del rusco, dove si trova sempre qualcosa di poco gustoso. I venusiani sono parchi nel mangiare e gli scarti alimentari sono davvero avanzi scarsi. Però questo serve per sfamare anche il lupo a digiuno, visto che la fame lo scaccia dal bosco.

Tobia nella sua corsa sfrenata nel sottobosco fiuta l’afrore del selvatico e vorrebbe stanarlo ma Sofia gli ha insegnato di lasciarli in pace.

«Non ti hanno fatto nulla» dice mentre lui seduto sulle zampe posteriori ascolta e annuisce. «Lasciali in pace e non disturbarli».

Però è una bella sofferenza per Tobia vederli, fiutarli e non fare nulla. Lo scoiattolo sul ramo più alto sembra fargli un marameo di scherno, mentre lui lo guarda in cagnesco.

Lui corre felice senza che nessuno lo trattenga, mentre Sofia cammina spedita sul sentiero che la porta a casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di waldprok – La campagna

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Riprendo una vecchia fotografia di Waldprok. Una campagna gialla e seccata dal sole. Una splendida immagine ed ecco che Venusia e i suoi abitanti riprendono fiato.

Fotografia di Waldprok

Buona lettura.

Venusia è immersa in una pianura piatta come una tavola a parte quella piccola protuberanza che i venusiani si ostinano a chiamare montagna.

Tutto interno si estende la campagna coltivata a grano e vigneto, costellata qua e là da piccoli specchi d’acqua.

Venusia si trova sulla rotta di migrazione delle anatre e quelle pozzanghere nemmeno troppo profonde sono il punto di sosta ideale per gli uccelli migratori. Pino conosce il periodo del passo e si apposta nello stagno grande per vedere le anatre posarsi sull’acqua dopo il lungo viaggio. Restano lì per diversi giorni prima di spiccare il volo per raggiungere la destinazione finale. In primavera lo stormo proveniente da sud si dirige verso nord, un punto imprecisato dell’orizzonte. In autunno vanno verso sud, verso il mare che scavalcheranno per svernare in una zona della terra calda. Questo glielo ha raccontato Riccardo, un giovane che sogna di fare l’etologo, di essere il Konrad Lorenz di Venusia.

Pino ascolta in silenzio le storie degli animali e del loro comportamento che Riccardo gli racconta con dovizia di particolari.

«Le anatre che vedi nello stagno arrivano da meridione dove d’inverno la temperatura è mite oppure da settentrione dove d’estate non fa troppo caldo. Riescono a volare per molti chilometri nella classica formazione a V» spiega il futuro etologo, mentre Pino ascolta a bocca aperta le sue parole. «Venusia è metà strada tra la partenza e l’arrivo. Il posto ideale per riposarsi. Nessun cacciatore a disturbarle».

Riccardo spiega che la campagna e lo stagno forniscono cibo in abbondanza per questi uccelli migratori che sembra che abbiano informato col passaparola le loro compagne che il posto è ospitale e il pasto è ottimo.

Pino ride quando ascolta questa affermazione.

«Ma le anatre non parlano» afferma il bambino con le lacrime agli occhi per il ridere. Lui, da quando frequenta lo stagno, non le ha mai sentite parlare ma solo emettere dei suoni ‘Quac, Quac,…’ piuttosto monotoni.

«Le anatre parlano un linguaggio che gli umani non comprendono» afferma Riccardo, perché è convinto che quel ‘quac, quac’ variato nella cadenza sia il loro dialetto.

«Ma sanno solo dire ‘quac, quac’!» ribatte Pino per nulla convinto che quello sia il linguaggio delle anatre per comunicare tra loro.

Riccardo gli accarezza il capo sapendo che sarà dura fargli capire che ogni specie animale comunica tra loro mediante dei suoni che a noi umani sembrano tutti uguali.

La mia storia – miniesercizio nro 73

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Proposto da Scrivere creativo il 31 ottobre lo pubblico al posto della terza parte de Il sorriso

che sarà pubblicata il giorno 4 novembre.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un palloncino viola

– Una ricetta di cucina

– Un atleta fallito

– La foto seguente

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Giuseppe guardava con curiosità quel palloncino viola che dondolava pigro in mano a un giovane dall’aspetto atletico.

Guardò sua madre che lo teneva per mano nella speranza che cogliesse il suo desiderio ma non fu così. Lei aveva solo gli occhi per quel giovane e non per quello che teneva stretto nel pugno.

Enrico si era ridotto a vendere palloncini colorati dopo aver fallito l’avventura di calciatore. Giovane promessa bruciata dal suo scarso rendimento in campo. L’unica cosa di buono rimasta era un fisico atletico che colpiva l’immaginazione delle donne. La madre di Giuseppe non aveva saputo resistere dall’osservarlo.

Giuseppe, visto il suo scarso interesse per il palloncino viola, volse lo sguardo verso una vetrina. C’era esposto un disegno con uno strano ghigno.

«Mamma cos’è?»

«Stasera inizia Simhian e i morti escono nel mondo» provò a spiegargli. «Quello è una zucca di Halloween».

«Ma io ho paura dei morti» piagnucolò il bimbetto.

«Ma no. Loro sono buoni se gli offri un dolcetto» gli disse la madre.

«Andiamo a casa a preparare i dolcetti».

«Oltre ai biscottini ti preparo il risotto di zucca. Quello che ti piace tanto».

Allegri si avviarono verso casa.

la mia storia – miniesercizio nro 72

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Riprendo le sfide delle 200 parole di Scrivere creativo.

Vi propongo questa.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un vulcano attivo

– Una tastiera per computer

– Un pescatore ubriaco

– La foto seguente

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Pino guardava la pioggia che bagnava la finestra. Mille gocce scivolavano sul vetro a formare immagini fantastiche.

«Ecco un vulcano attivo» esclamò osservando un punto del vetro dove la goccia si infrangeva per originarne altre mille.

«Ecco il pennacchio che fuma» esultò battendo le mani.

Poi l’eruzione e la lava che scendeva veloce verso il basso. Un tripudio di immagini, di fantasie per effetto della pioggia ora violenta, ora leggera.

Pino torno alla sua scrivania. Doveva scrivere per domani un tema: Vita da pescatore. Però l’ispirazione si era seccata. Provo a poggiare i polpastrelli sulla tastiera del computer, sperando che si producesse la magia che questi accarezzando i tasti producessero la storia.

«Nulla» disse sconsolato il ragazzo, tornando a osservare i ghirigori della pioggia.

Il suo vulcano s’era spento. Non fumava più, non eruttava lava, s’era chetato. La pioggia no. Quella incessante continuava a bagnare il vetro.

Tornò alla tastiera e cominciò a scrivere.

Toni era un pescatore solitario. Usciva con la sua barca a motore al tramonto per andare a pescare con la lampara. Aveva sempre con sé una bottiglia di vino. Gli serviva per scacciare la solitudine e prendersi una bella sbronza.

La mia storia – miniesercizio nro 71

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Altro miniesercizio impegnativo di Scrivere creativo e nuova sfida.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un tweet che non doveva essere “tweettato”

– Un salmone affumicato

– Una donna in crisi di panico

– La foto seguente

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Ragazzi, per favore, non andate a dire in giro che non ho votato la porcata”.

Il tweet era in bilico tra la punta del mouse e il tasto DEL. Matteo chiuse gli occhi cercando di valutare cosa fare, quando un urlo lo fece sobbalzare e il dito premette il tasto di sinistra.

«Porca vacca!» imprecò, accompagnando il tutto con una bestemmia. Il tweet era davanti a lui, beffardo e impettito. Tutto colpa di Agnese e delle sue crisi di panico. Non voleva farsi curare e così quando meno te l’aspettavi emetteva delle urla spaventose. Roba da infarto. Il tweet era partito e non poteva più fermarlo.

Aprì in un nuova scheda il sito on line del suo media preferito. Sgranò gli occhi per la sorpresa. Un’immagine in bianco e nero campeggiava sullo schermo.

Matteo pensò che fossero i binari del tram ma poi si ricredette. “Se lo fossero, il tram deraglierebbe di certo” sì disse osservando meglio la figura. “No. Non poteva. Ma allora cosa sono?”

«Caro» annunciò alle sue spalle Agnese, reggendo il vassoio. «Ti ho portato le tartine al salmone e un bicchiere di vino».

Matteo la guardò in cagnesco ma virò verso un sorriso e la baciò.

La mia storia – miniesercizio nro 70

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Simpatica questa nuova avventura proposta da Scrivere creativo. Cosa?

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un orto incolto

– Un panettiere pigro

– Un panettone scaduto

– La foto seguente

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Clara camminava verso un punto non definito. Ai lati c’erano piccoli appezzamenti chiusi da reti rabberciate. Erano l’immagine della desolazione. Un tempo erano orti, che il comune assegnava ai pensionati, adesso un ammasso di erbacce.

Seguiva il sentiero tra macerie e terreni incolti. La guerra aveva colpito duro quest’area. Non si vedeva volare una mosca né sentire una voce umana. Solo il rumore dei suoi passi sullo sterrato polveroso.

In lontananza vide delle costruzioni fatiscenti. Camminò per lunghe ore come se inseguisse il miraggio della fata Morgana.

«Che cerchi?»

Udì la voce di un uomo in bianco, anche se questo affiorava solo qua e là.

«Chi sei?» fece Clara, fermandosi.

«Nulla. Una volta facevo il pane».

Appoggiato al tronco stava l’uomo con una cicca spenta in bocca.

«Lo vuoi?» chiese il panettiere, allungando una confezione.

«Cos’è?» disse Clara, allungandosi per osservare meglio.

«Un panettone Motta dei tempi buoni».

Spalancò gli occhi sorpresa. “Di certo sarà scaduto” pensò, riprendendo il cammino.

Si fermo davanti a un palazzo dalle forme strane. Pareva disabitato con i rivestimenti esterni cadenti e le finestre senza imposte.

“Forse prima di questa fottutissima guerra era un palazzo di prestigio. Adesso è solo un rudere” e passò oltre.

La mia storia – miniesercizio nro 69

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Nuovo appuntamento alle ministorie di Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un lecca-lecca

– Il portiere della nazionale di calcio a cinque

– Un gioco di ruolo

– La foto seguente

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Jacopo arrivò al campo in anticipo. Teneva in bocca un chupa chups. Parcheggiata la macchina, prese la sacca dal sedile posteriore. Il lecca lecca gli gonfiava la guancia, mentre la passava da un lato all’altro.

«Porca miseria» esclamò davanti agli spogliatoi, chiusi con un bel lucchetto.

Lo toccò perché era di discreta fattura ma senza la chiave non poteva entrare.

«Pazienza» borbottò, sedendosi sulla panca di fianco alla costruzione.

Prese il tablet per mettersi a giocare. Doveva far passare mezz’ora prima che l’allenatore della squadra arrivasse con la chiave.

Jacopo era il portiere titolare di Schiappe, squadra di calcetto a cinque. Per la sua abilità era finito nel giro della nazionale.

Acceso il tablet si fiondò sui giochi. Fece scorrere le varie schermate. Selezionò ‘Giochi di ruolo’ e tra questi scelse Warlock, il suo preferito. Lui era un mago che sfidava il profondo dark per salvare Blood Elf, imprigionata dal mago antagonista Dwarf. Era arrivato al settimo livello ma il dodicesimo era ancora lontano. Imboscate, battaglie contro mostri e robot in rutilanti scene improvvise e feroci.

«Sveglia, Jacopo» disse Carlo. «Mettiti in tenuta da gioco. Tra cinque minuti si comincia».

“Uffa” pensò Jacopo, chiudendo il tablet. “Ero al nono livello”.

la mia storia – miniesercizio nro 68

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Vediamo cosa propone questa volta Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una brandina

– Una bacchetta magica rotta

– L’inizio del mondo

– La foto non la mostro, provate a immaginarla al termine del miniracconto. Chi indovina vince un BRAVO o BRAVA a seconda del sesso.

 

Livia si fermò a guardare la statua nel mezzo del parco pubblico. La donna scolpita pareva triste ma era l’effetto buffo del tempo che aveva fatto colare lo smog in mille rivoli.

Pensò che una bella pulitura avrebbe reso giustizia alla sua bellezza e tenerezza. Riprese la passeggiata, quando un ragazzino vestito da mago si parò innanzi.

«Ciao» lo salutò. «Come ti chiami?»

«Sono il mago Zurlì» e con un bastoncino spezzato disegnò davanti ai suoi occhi strani simboli.

Lei rise ma il bimbetto con un capello rosso in testa e una mantella di raso sbiadita sulle spalle la guardò torvo.

«C’è poco da ridere. Il mondo finirà». Scappò via.

Livia ricordò quando era piccola, all’incirca l’età del finto mago.

Stava su una brandina al mare e fuori pioveva. Doveva inventarsi qualcosa per passare il pomeriggio. Accoccolata immaginò il Big Bang, allora ignorava che lo chiamassero così, con la formazione della terra. Le avevano spiegato che Dio aveva preso una palla di fango, plasmata e lanciata nel cielo. Fiori, un melo e due incoscienti, Adamo ed Eva, che riuscirono farsi cacciare via a pedate. Un bel disastro.

Ripassò dalla statua. Un piccione era sulla testa del bambino. Un immagine buffa.

La mia storia – miniesercizio nro 67

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Nuova sfida di Scrivere creativo che accetto prontamente

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un bastone di legno

– Una valigia chiusa a chiave

– Leonardo DiCaprio

– La foto seguente

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Andrea amava il vintage, quindi non poteva mancargli una bicicletta stile Olanda. Sella in cuoio e molloni d’acciaio che avrebbero retto un colosso di centoventi chili. La usava di rado, solo quando voleva fare il figo. Pesava una tonnellata e spingere sui pedali era una fatica bestiale.

Sabato decise di fare in bici un giro nella piazza durante lo struscio. Vanitoso com’era voleva mostrarsi alle ragazze che stavano a crocchi in ogni angolo.

Capelli impomatato con un chilo di gel, tirati all’indietro come negli anni trenta, due baffetti appena spuntati. Un doppiopetto gessato e le scarpe bicolori.

Sbuffando e imprecando pedalava con forza verso la piazza, quando Alberto lo apostrofò: «Toh! Arriva il Leonardo della bassa!» tra le risa sguaiate della compagnia.

Andrea scartò bruscamente tanto che per poco non ruzzolò per terra. Cambiata direzione puntò verso casa. Nel baule in soffitta c’era un bastone nodoso e robusto, adatto per usarlo su Alberto.

Abbandonata la bicicletta nel prato di casa, fece a due a due gli scalini per salire nel sottotetto.

Il baule era chiuso ma la chiave mancava. Guardò, armeggiò, imprecò: rimaneva chiuso. Si osservò nello specchio: era coperto di ragnatele. Una risata gli tolse la voglia di vendetta.