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Scrivere creativo – miniesercizio 77

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Scrivere creativo propone una nuova sfida in meno di 200 parole con un minimo di 10 scrivere una storia che

– Una banca

– Una donna logorroica

– Un mouse che non funziona

– La foto seguente

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O.T. per i maniaci dell’esattezza per me questo è il numero 77, per scrivere creativo il numero 74. Quindi leggete e se volete potete commentare oppure andare sul blog per proporre la vostra storia.

Buona lettura

Viviana camminava in silenzio sotto il porticato, immersa nei suoi pensieri, quando fu affiancata da Clelia, una vecchia amica.

«Hai sentito di Ely?»

Viviana la guardò di sbieco. “Che me ne importa di Ely” pensò senza rispondere.

L’amica cominciò a raccontare che Ely aveva piantato il compagno o forse era vero il viceversa ma non lo sapeva.

«Ora è disperata. Vorrebbe tornare indietro» disse seguito da un nuovo effluvio di parole.

Viviana continuava a camminare svelta senza ascoltare quel fiume di lettere che entrava da un orecchio per transitare veloci nell’altro prima di perdersi sotto il porticato.

Arrivata i fondo si accorse di aver superato l’ingresso della banca. Doveva sbrigarsi se voleva pagare quel F24 che scadeva nella giornata odierna.

«Ciao» disse secca Viviana, girando i tacchi.

Infilata la porta della banca, superata bussola dopo il rituale ‘è pregato di depositare gli oggetti metallici nell’apposita cassettiera’, finalmente era di fronte alla cassiera, una belloccia un po’ svampita.

Allungò il modello e dettò il numero di conto.

«Mi dispiace deve tornare» disse la ragazza con lo sguardo acquoso e la mano sul cartello ‘chiuso’.

«Perché?»

«Il mouse non funziona» e chiuse la cassa.

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Miniesercizio nro 76 – il gelato

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Scrivere creativo riparte con i miniesercizi. La regola è sempre quella. Un miniracconto tra 10 e 200 parole. La traccia? Eccola.

– Un ufficio

– Una persona che non fa altro che lamentarsi

– Una gonna

– La foto seguente

compleanno

In ufficio Flavia stava male. Un lamento continuo. Non c’era nulla che potesse darle pace. Il computer che era lento. La collega Cecilia che era troppo invadente. Il capo che non la considerava. Insomma ne aveva con tutti.

La giornata non era cominciata bene eppure doveva essere ben diversa. Era arrivata in ritardo perché il treno era stato soppresso. Il capo le aveva fatto una bella filippica perché non si impegnava adeguatamente. Arrivava in ritardo e andava via presto.

«Flavia!»

Era la voce odiosa del capo che la chiamava. Si alzò dalla sedia di colpo e successe il patatrac. La gonna si era impigliata nel bracciolo e lei diede uno strappo violento per districarla con esiti infausti. Rimase con la camicetta bianca e mutandine nere. La gonna di cotone blu penzolava come un ridicolo trofeo sulla poltrona.

Flavia ebbe una crisi di nervi, mentre tentava inutilmente di coprire le nudità. Si mise a piangere disperatamente con il petto che si alzava e si abbassava come un mantice.

Era lì impotente con la voce del capo che urlava quando irruppero nell’ufficio gli altri colleghi.

«Buon Compleanno, Flavia!» e deposero sul suo tavolo un gelato con in cima uno stelo scintillante.

 

La mia storia – miniesercizio 75

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Sono tornati i miniesercizi di Scrivere creativo.

Le regole sono sempre le stesse

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una rete da pesca

– Una sedia a sdraio

– Un impiegato comunale

– La foto seguente

Rocco attraversava il ponte di ferro due volte al giorno. I suoi passi risuonavano metallici sotto i suoi piedi, mentre l’acqua verdastra del canale, che tagliava in due il quartiere, sembrava immobile. Gli alti edifici vi si specchiavano grigi. In basso erano ricoperti di muschio verde, la parte superiore annerita dal tempo. Il sole faticava a illuminarlo.

Rocco era figlio di un minatore siciliano, venuto in Belgio a cercare fortuna ma invece aveva trovato la morte a Marcinelle. Non si sentiva più italiano né parlava la lingua dei suoi genitori. Adesso faceva l’impiegato comunale a Bruges e conosceva solo il fiammingo.

Tutte le mattine alle otto passava sul ponte per recarsi all’ufficio anagrafe dove lavorava. Gli piaceva stare a contatto col pubblico, anche se a volte era indisponente.

Delle antiche origini siciliane aveva conservato il piacere della pesca. Alla domenica o nei pomeriggi estivi si appostava sulla riva del Handelkom con la sedia a sdraio e il bilancino, sperando di pescare qualcosa. Quello che prendeva lo ributtava in acqua, anche se passava interi pomeriggi a gettare la rete nel canale e ritirarla grondante ma vuota. Per lui era un passatempo, mentre osservava i barconi che lentamente scivolavano sulle acque grigiastre.

La mia storia – miniesercizio nro 74

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Tornano le mini storie, quelle S 200 parole al massimo, proposte da Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una batteria al litio

– Un business plan

– Una carpa al forno

– La foto seguente

Bigio pedalava sulla ciclabile che costeggiava il mare. Il giorno sta cedendo il passo alla sera. Il cielo era rosseggiante. Nelle orecchie ascoltava la sua playlist preferita dal MP3, quando vide per terra una cartellina. Fermatosi, la raccoglie. Sul frontespizio era stampigliato A&A – Business plan.

Bigio si domandò chi l’avesse persa. Aprendola, notò che era piena di cifre e disegni per lui incomprensibili. Pensava di vedere figure familiari ma non era così. L’infilò nello zainetto e riprese a pedalare. Doveva affrettarsi prima che lo store chiudesse. Doveva comprare due pile al litio, un paio di carpe, che sua madre avrebbe cotto al forno e una penna rossa.

Abbandonata la bici all’ingresso si fiondò dentro qualche istante prima della chiusura.

Una ventina di minuti dopo Bigio trionfante uscì con suo sacchetto di carta con gli acquisti ma la bici era sparita. Una brutta sorpresa. “Come ritorno a casa?” si chiese smarrito. Era stato sciocco a non chiuderla con la catena.

Mugugnando si avviò verso casa a piedi.

«Mi hanno rubato la bici» disse alla madre, porgendole il sacchetto.

«E adesso?» domandò seria, afferrando la confezione di pile. «Queste cosa sono?»

«Le batterie».

«Ma non funzionano sul PC!» replicò ridendo la madre.

Incipit profetico – la mia storia nro 3

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Scrivere creativo aveva proposto questo incipit lasciando libero di scrivere quanto volevamo. l’ho ripescato e ve lo propongo.

Nel 2020 l’acqua scomparirà dalla terra, ma noi saremo pronti. Ci siamo preparati al viaggio verso Marte“.

Stava scritto su una stele ritrovata nel deserto siriano da una spedizione di archeologi alla ricerca della città perduta dei Templari.

Marcello guardò Sabrina e poi Flavia. Leggeva sui loro volti la sua stessa sorpresa per questa stele scritta in italiano.

Sabrina scoppiò in una grande risata. Non poteva crederci. “Nel 2017 trovo in pieno deserto una stele con una profezia minacciosa. Tra tre anni l’acqua scomparirà dalla terra e ci sarà una migrazione di massa interstellare” si disse tra i singhiozzi e le lacrime causate dal troppo ridere. Si accasciò sulla sabbia, tenendosi la pancia. Non accennava a smettere sotto gli occhi increduli dei compagni di avventura.

Marcello teneva in mano quel pezzo di argilla un po’ sbrecciato dove si leggevano nitide quelle parole italiane, incise rozzamente. La grafia appariva incerta ma il senso era chiaro. Anche lui pensò che qualche burlone si voleva prendere gioco di loro.

Erano partiti un mese prima, a ottobre, da Torino diretti a Palmira, liberata dai neri seguaci di Al Baghdadi. Erano tre ricercatori dell’università, che aveva pagato tutto. Viaggio, attrezzature e tanti auguri. Ne avevano bisogno visto il posto prescelto per la loro spedizione. Nessuno era riuscito a dissuaderli dalla loro incoscienza. Spedita a Antakya una Renegade modificata per consentire di dormire al suo interno, raggiunsero la Turchia via mare. Attraversato il confine siriano, seguirono le antiche vie carovaniere per arrivare all’oasi di Palmira, l’antica Tadmor, alla ricerca di una mitica città fondata dai Templari nel 1197, di cui si erano perse le tracce. La sua localizzazione era incerta come la sua esistenza. Esistevano dei codici manoscritti, la cui autenticità era assai dubbia, ritrovati in una bottega antiquaria. I tre ricercatori si erano infervorati e avevano ottenuto l’appoggio dell’università nel loro pazzesco progetto. Con l’incoscienza dei loro trent’anni erano partiti verso un paese dilaniato dalla guerra, dove USA e Russia combattevano la loro war game. Mille difficoltà si erano frapposte tra loro e l’avanzamento della spedizione. Prima i turchi che li guardavano come foreign fighters, poi i siriani che li avevano classificati come spie, infine le molte fazioni che pretendevano un pedaggio per il loro passaggio. Insomma il classico percorso a scalini, costellati di trabocchetti. Alla fine la loro ostinazione aveva prevalso ed erano riusciti a imboccare la strada per Palmira.

Adesso a metà strada tra Damasco e Palmira questo ritrovamento li gettò nella confusione. Sabrina si rotolava nella sabbia in preda a un riso frenetico e convulso. Flavia balbettava parole sconnesse. Marcello continuava a leggere quella frase con una profezia al limite dell’assurdo per via della lingua scelta. La lastra pareva vecchia ma la frase italiana era fuori luogo. “Se fosse scritta in arabo o in caratteri cuneiformi sarebbe plausibile anche se improbabile. Ma in italiano? Nel deserto siriano? No, puzza d’imbroglio” pensò Marcello, mentre si domandava se il sole del deserto siriaco stesse giocando dei brutti scherzi. Allucinazioni o peggio.

«Calma, Sabrina» affermò Marcello, sollevandola da terra. Le lacrime era impastate di sabbia, i capelli in condizione penosi come i vestiti.

Con una salvietta umida le ripulì la faccia ridotta a una maschera e l’aiutò a togliersi la polvere dai pantaloni color cachi. Sotto le ascelle era impossibile, perché la sabbia aveva aderito alla camicia.

Il trio si avviò verso la Jeep per mettersi al riparo, anche se il sole di novembre non era così caldo da essere insopportabile.

Sistematisi sotto la tenda della Renegade, Marcello chiede il parere alle due compagne, mostrando loro la piccola lastra.

«Sembra vecchia» azzardò il ragazzo, passandola a Flavia, che l’esaminò.

Scosse il capo la ragazza. Era impossibile stabilire l’età dell’oggetto.

«Potrebbe essere un fake» affermò Flavia, che esaminava da ogni angolazione l’argilla. «Sembra una tavoletta di quelle usate in quest’area ma l’italiano…».

La ragazza scuoteva i capelli rossi in segno di diniego. Il viso cotto dal sole autunnale mostrava la sua incredulità sulla bontà della scritta.

Marcello annuì. La sua affermazione non faceva una grinza.

«Ammettiamo che tu abbia ragione» rispose il ragazzo nel riprendere l’oggetto, che osservò con meticolosa cura. «Ma come è finito qui? Proprio mentre cercavano le tracce dell’antica via carovaniera?»

Sabrina, che si era ripresa dalle risate convulse, era rimasta in silenzio ascoltando i due compagni.

«Non ci stai tirando un pacco?» fece poco convinta della storia del ritrovamento. «Come l’hai trovato?»

Marcello stava rispondendo piccato all’insinuazione della ragazza, quando decise che non era il caso di polemizzare e accendere il litigio.

«Come avete visto, eravamo da poco…» cominciò a raccontare.

«Io non ho visto nulla, a dire il vero. Ho notato solo che tenevi fra le mani qualcosa» esclamò Flavia con timidezza come se avesse paura delle reazioni del ragazzo.

«Io?» disse ridendo Sabrina. «Ho sentito solo il vostro vociare».

Marcello le guardò. Non gli volevano credere e pensavano che lui volesse burlare di loro. “In effetti non hanno tutti i torti” rifletté il ragazzo, tornando sul posto del ritrovamento. “Non hanno visto nulla. Hanno sentito solo la mia esclamazione. Chiunque potrebbe pensare male”.

Marcello si chinò nel punto dove la sabbia era smossa e ragionò che potevano esserci altre tavolette con nuove indicazioni.

Sabrina osservò da sopra la spalla cosa faceva il compagno. Non comprendeva quel suo raspare tra sabbia.

«Cosa stai facendo?» chiese curiosa, attirando l’attenzione di Flavia, rimasta sotto la tenda.

Marcello sollevò il capo, girandosi di novanta gradi.

«Qui ho trovato il primo reperto. Qualcosa mi suggerisce che ce ne sono altri».

La ragazza sorrise ma il ghigno allegro del viso si trasformò in una maschera di sorpresa. Vide affiorare qualcosa che pareva vagamente una tavoletta di argilla. “Aveva ragione Marcello” pensò abbassandosi per osservare meglio.

«Credo di averne trovato altre» affermò il ragazzo, mentre ripuliva con le mani dalla sabbia una lastra molto simile al primo ritrovamento.

In 2020, water will disappear from the ground, but we will be ready. We were prepared for the trip to Mars

«Non è possibile!» esclamò affranto Marcello, sedendosi sulla sabbia e allungando il nuovo reperto a Sabrina.

La ragazza guardò il pezzo incredula. Prima in italiano, adesso in inglese. Stava per mormorare qualcosa, quando Marcello la precedette.

«Ragazze, accetto scommesse! Ne troveremo a centinaia scritte in tutte le lingue del mondo».

Frugò freneticamente nella sabbia e comparvero altre tre tavolette di argilla.

«Questa è in spagnolo» esclamò per nulla sorpreso il ragazzo.

«E le altre due in francese e tedesco» fece Sabrina ridendo di gusto. Un burlone aveva colpito duro.

Marcello e Sabrina si abbracciarono con le lacrime agli occhi per la risata provocata da quella scoperta, quando Flavia si alzò e indicò un punto del cielo.

«Ragazzi! Un drone ci sta spiando».

Incipit profetico – esercizio nro 18

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Il profeta morirà, ma non necessariamente sarà la fine…”.

El profeta morirá, pero no necesariamente será el final...”

Sono queste la parole incise sull’architrave del tempio dal tetto rosso, che gli è apparso all’improvviso uscendo in una radura della giungla. Sandro le legge e non ne capisce il senso. Prende il tablet con babilon per tradurre la frase. Si domanda quale profeta dovrà morire. Di solito finiscono male, pensa grattandosi la guancia ispida per la barba cresciuta in quei giorni. Ma a quale fine si riferisce? Del mondo? Della sua setta?

Deve indagare per comprendere meglio il senso della frase.

Sandro era partito un mese prima da Rovi, la sua città natale, diretto nel Centro America. Un viaggio a lungo desiderato che finalmente poteva realizzare. Aveva preso ferie e due mesi di permesso non retribuito. Senza dirlo a nessuno aveva comprato un biglietto di sola andata per Città del Messico. Da lì sarebbe andato verso lo Yucatan o il Chiapas o forse altrove. Non lo sapeva nemmeno lui.

Salutati gli amici e la compagna incredula, che per poco non stramazza al suolo per la sorpresa, non certo positiva, si era imbarcato alla Malpensa per il lungo viaggio verso l’ignoto.

Non conosceva una parola di spagnolo ma a dire il vero nemmeno di altre lingue. Oltre all’italiano parlava il rovese, il dialetto di Rovi. In effetti non era un campione nel conoscere la grammatica italiana. Gli strafalcioni erano il corredo più nutrito del suo esprimersi.

Giunto nella capitale messicana si era diretto verso il sud del paese ed era pervenuto dopo mille giri viziosi a Palenque. Da qui raggiungere il misterioso tempio era stato un gioco da ragazzi.

Sistemato lo zaino sulle spalle aveva varcato l’ingresso finendo in una camera dove a stento vedeva i suoi piedi.

«Bienvenido gringo. Te estaba esperando» dice una voce cavernosa, della quale non riesce ad individuare la figura.

«Non potresti parlare in italiano?» risponde Sandro, che stringe gli occhi per mettere a fuoco chi parla.

Una breve risata accompagna altre parole che lui non capisce.

«Il 12 dicembre di quest’anno io morirò ma non ci sarà la fine del mondo» profetizza la voce.

Disegna la tua storia – nro 24 – eccomi

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Nuovo disegno nuova sfida tosta proposta da Scrivere creativa

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Un trillo, una nota, uno sgorbio nero sul pentagramma. Ecco le impressioni di Silvia, che osserva il disegno.

“Che ci sta a fare quel coso che assomiglia più a uno spermatozoo che a una nota” pensa la ragazza, socchiudendo gli occhi.

Eppure non si rassegna. Deve vincere quel contest che assegna due biglietti per il concerto del 15 ottobre del Boss a Milano.

«Che diavolo d’idea hanno avuto!» borbotta Silvia corrugando la fronte.

Aveva ricevuto una mail che diceva.

Guarda il disegno, disegna una storia con le parole e spedisci il tutto a Contest impossibili entro il 15 settembre. Se sei stato capace di costruire una bella storia vinci due biglietti per il concerto di Springsteen del 15 ottobre prossimo a San Siro Milano

Silvia ha scaricato il disegno sul suo portatile e ha visto lo sgorbio, entrando nel panico.

Impossibile disegnare una storia credibile e originale, si è detta, abbandonandosi sullo schienale della sedia. Quel disegno le ha seccato tutte le idee, che erano già scarse per natura.

«Non vincerò mai il contest e addio possibilità di assistere gratis al concerto del Boss.

Springsteen è il suo idolo. Stravede per lui e la sua chitarra. Possiede tutti i suoi album e la sua camera è tappezzata con i suoi poster.

Sa che i suoi non la lasceranno andare al concerto di San Siro ma due biglietti gratis avrebbero aperto tutte le porte. Ha già pensato chi invitare. Non Gianluca, che non ama quel tipo di musica ma Liliana, l’amica del cuore.

Però adesso deve confezionare questa benedetta storia, altrimenti il concerto resterà un sogno.

Chiude gli occhi e vede lui, The Boss, ma è troppo poco e il foglio resta bianco.

Poi un’idea folgorante.

‘Angelo se ne andava muovendosi sinuoso sulle linee rosse alla ricerca della sua compagna Ovetto Rosa

E la storia prosegue.

Tuttavia Silvia non ha vinto nulla ma si è beccata un terribile cazziatone da parte di sua madre.

«A San Siro? A Milano? Ma ti rendi conto che hai solo dodici anni?»

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Disestoria – nro 23 – cosa scrivo

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Nuovo disegno, nuova storia da inventare. Scrivere creativo sono sempre loro.

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Italo osserva con curiosità quello strano coltello sul tavolo della cucina. Non gli sembra di averlo mai visto. Avvicina il viso per esaminarlo meglio. Un manico di legno, una lama semicurva. È proprio questa il motivo della sua curiosità e dello stupore nel vedere quest’oggetto.

Rachele, sua moglie, non è ancora rientrata dal lavoro. Fa la donna delle pulizie a ore. Esce alla mattina presto prima di lui e non rientra mai prima delle venti, qualche volta anche dopo se la sua impresa deve pulire un ufficio con dei tiratardi. Non prende molto, anzi poco anche con gli straordinari, pensa Italo, girando intorno all’oggetto. Per fortuna che con i due stipendi riescono a vivere decentemente.

«Tutta colpa dei migranti, che accettano pochi spiccioli, pur di fare qualche lavoretto» borbotta Italo, che preferisce non toccare quel coltello. «Così anche Rachele, se vuole lavorare, deve accettare quella paga da fame. Fare straordinari pagati pochissimo e accettare qualche palpata da Ciro, il suo capo».

Quest’ultimo pensiero lo fa ribollire di ira, perché, se lo denuncia per violenza sessuale, Rachele non può dimostrare nulla. Lei gli racconta che lo fa con tutte e non solo quello. Non importa la carnagione, purché sia donna. Sua moglie gli ha giurato che con lei si è limitato a palpeggiare il suo seno florido e infilare una mano tra le gambe. Italo le ha prestato fede ma qualche dubbio c’è. Più di una volta l’ha vista tornare rossa in viso e di umore nero.

Adesso però deve pensare a questo coltello e come è finito sul tavolo della cucina. Stamattina non c’era quando è uscito per andare al porto a scaricare delle merci. Ma in questo momento è lì, in bella mostra. Qualcuno ce lo deve aver messo. Da solo non è arrivato di sicuro.

Si avvicina ancora, perché gli pare di aver intravvisto delle macchie scure, come sangue rappreso.

Lo squillo del campanello lo fa sobbalzare. “Rachele ha le chiavi” riflette. “Io non aspetto nessuno”.

«Chi è?» domanda attraverso l’uscio chiuso.

«Polizia. Apra senza fare storie» dice un voce dal timbro meridionale.

Italo capisce. Sono venuti per il coltello.

 

Disestoria – nro 22 – la mia versione

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Barbara guarda il disegno. “Sembra la dea Kalì in salsa occidentale” si dice, poco convinta della schifezza che aveva appena prodotto.

“È vero che Skizzo fa davvero schifo” pensa, mentre cancella tutto e non salva nulla. “Ma mi ci metto pure io a fare porcate”.

Deposto il mouse e incrociato le dite dietro il capo, socchiude gli occhi. Prova a concentrarsi. Domani deve per forza consegnare il prototipo di disegno al capo. Non può ammannirlo con un’altra scusa. Ormai le ha esaurite tutte. Mal di testa, le sue cose, il litigio col compagno, il figlio, che imbratta i suoi schizzi. Insomma un campionario di giustificazioni che vincerebbe l’award degli alibi improbabili. Una bella litania di appigli uno più debole degli altri.

Niente. Nessuna idea, né tanto meno un qualcosa che possa condurla fuori dalle secche del foglio vuoto. Ride. “Foglio vuoto? No! Schermo azzurro!” si schernisce, cercando un briciolo di creatività.

Eppure era piena d’entusiasmo una settimana prima, quando Malaspina, il suo capo le aveva detto: «Barbie, mi devi preparare un albero di Natale, stilizzato per la campagna promozionale di questo inverno delle acciughe marinate». L’aveva preferita rispetto Beatrice, che fa la civetta pur di scavalcarla nelle grazie del capo.

Tuttavia lo odia quando storpia il suo bel nome, Barbara, in quello dell’odiata bambolina che ha fatto impazzire milioni, se non miliardi, di bambine nel mondo insieme a Ken. “Quella biondina slavata e vezzosa!” pensa incattivendosi al pensiero che Malaspina la chiami così.

Però adesso deve darci sotto, perché domani arriva tra otto ore e non ha prodotto nulla. Non può ammettere che si sono seccate le idee e deve passare la mano alla rivale.

Prende carta e matita. Comincia a disegnare ed esce fuori questo disegno.

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La nuova sfida di Scrivere creativo.

Disestoria – nro 21 – la mia interpretazione

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Scrivere creativo ci propone delle sfide stimolanti. Da un disegno, come questo, dobbiamo inventarci una storia

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Alberto era in riva al mare che giocava con le piccole onde spiaggiate. Un gioco innocente. Avvicinarsi all’acqua col reflusso e saltare indietro quando la piccola cresta si posava sulla spiaggia senza rumore.

Alberto era un bambino di dieci anni, che amava fantasticare su tutto. A scuola era sempre distratto e la maestra Verdi lo richiamava in continuazione.

«Dolci, cosa stai pensando?»

«A nulla. Ascoltavo».

«Di cosa stiamo parlando» insisteva la maestra.

Alberto a questo punto girava gli occhi sperando di trovare l’ispirazione giusta. Però ogni tanto gli tiravano qualche tiro mancino. In particolare Luca, il compagno di banco. “Sta parlando di Verdi” gli sussurrò una volta con fare serio. E lui subito rispose franco con un bel sorriso come dire ‘ vedo che ero attento’.

«Stava parlando di lei» fece ritto in piedi con gli occhi vispi.

Una risata generale coprì le parole della maestra.

Dunque Alberto era lì, sulla spiaggia dove un gabbiano volava radente all’acqua con suo verso stridulo, mentre il sole iniziava la sua discesa dietro la linea dell’orizzonte.

Il cielo era striato di rosso come se le nuvole bianche grondassero sangue.

Alberto era assorto nel suo gioco di saltelli in avanti e indietro, quando con la coda dell’occhio notò qualcosa di curioso ma anche inquietante. Aprì la bocca e rimase fermo, mentre l’onda gli bagnava i piedi.

«Non è possibile» borbottò interdetto. «Non è possibile che il sole sopra il mare sia nero e sotto rosso».

Di corsa si allontanò dalla riva e volò verso la duna, scivolando più volte. Arrivato in cima si volse e vide un’onda gigantesca che avanzava verso di lui.

Si gettò a capofitto nella pineta, correndo col cuore in gola. La sentiva dietro di lui che diceva: «Sto arrivando a prenderti».

Col fiatone fece la scalinata che lo portava sulla strada.

Una cosa lo colpì. Nessuno mostrava paura né fuggiva. Tutti tranquilli.

«Devo smettere di sognare» disse accasciandosi sulla panchina.