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Incipit profetico – la mia storia nro 3

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Scrivere creativo aveva proposto questo incipit lasciando libero di scrivere quanto volevamo. l’ho ripescato e ve lo propongo.

Nel 2020 l’acqua scomparirà dalla terra, ma noi saremo pronti. Ci siamo preparati al viaggio verso Marte“.

Stava scritto su una stele ritrovata nel deserto siriano da una spedizione di archeologi alla ricerca della città perduta dei Templari.

Marcello guardò Sabrina e poi Flavia. Leggeva sui loro volti la sua stessa sorpresa per questa stele scritta in italiano.

Sabrina scoppiò in una grande risata. Non poteva crederci. “Nel 2017 trovo in pieno deserto una stele con una profezia minacciosa. Tra tre anni l’acqua scomparirà dalla terra e ci sarà una migrazione di massa interstellare” si disse tra i singhiozzi e le lacrime causate dal troppo ridere. Si accasciò sulla sabbia, tenendosi la pancia. Non accennava a smettere sotto gli occhi increduli dei compagni di avventura.

Marcello teneva in mano quel pezzo di argilla un po’ sbrecciato dove si leggevano nitide quelle parole italiane, incise rozzamente. La grafia appariva incerta ma il senso era chiaro. Anche lui pensò che qualche burlone si voleva prendere gioco di loro.

Erano partiti un mese prima, a ottobre, da Torino diretti a Palmira, liberata dai neri seguaci di Al Baghdadi. Erano tre ricercatori dell’università, che aveva pagato tutto. Viaggio, attrezzature e tanti auguri. Ne avevano bisogno visto il posto prescelto per la loro spedizione. Nessuno era riuscito a dissuaderli dalla loro incoscienza. Spedita a Antakya una Renegade modificata per consentire di dormire al suo interno, raggiunsero la Turchia via mare. Attraversato il confine siriano, seguirono le antiche vie carovaniere per arrivare all’oasi di Palmira, l’antica Tadmor, alla ricerca di una mitica città fondata dai Templari nel 1197, di cui si erano perse le tracce. La sua localizzazione era incerta come la sua esistenza. Esistevano dei codici manoscritti, la cui autenticità era assai dubbia, ritrovati in una bottega antiquaria. I tre ricercatori si erano infervorati e avevano ottenuto l’appoggio dell’università nel loro pazzesco progetto. Con l’incoscienza dei loro trent’anni erano partiti verso un paese dilaniato dalla guerra, dove USA e Russia combattevano la loro war game. Mille difficoltà si erano frapposte tra loro e l’avanzamento della spedizione. Prima i turchi che li guardavano come foreign fighters, poi i siriani che li avevano classificati come spie, infine le molte fazioni che pretendevano un pedaggio per il loro passaggio. Insomma il classico percorso a scalini, costellati di trabocchetti. Alla fine la loro ostinazione aveva prevalso ed erano riusciti a imboccare la strada per Palmira.

Adesso a metà strada tra Damasco e Palmira questo ritrovamento li gettò nella confusione. Sabrina si rotolava nella sabbia in preda a un riso frenetico e convulso. Flavia balbettava parole sconnesse. Marcello continuava a leggere quella frase con una profezia al limite dell’assurdo per via della lingua scelta. La lastra pareva vecchia ma la frase italiana era fuori luogo. “Se fosse scritta in arabo o in caratteri cuneiformi sarebbe plausibile anche se improbabile. Ma in italiano? Nel deserto siriano? No, puzza d’imbroglio” pensò Marcello, mentre si domandava se il sole del deserto siriaco stesse giocando dei brutti scherzi. Allucinazioni o peggio.

«Calma, Sabrina» affermò Marcello, sollevandola da terra. Le lacrime era impastate di sabbia, i capelli in condizione penosi come i vestiti.

Con una salvietta umida le ripulì la faccia ridotta a una maschera e l’aiutò a togliersi la polvere dai pantaloni color cachi. Sotto le ascelle era impossibile, perché la sabbia aveva aderito alla camicia.

Il trio si avviò verso la Jeep per mettersi al riparo, anche se il sole di novembre non era così caldo da essere insopportabile.

Sistematisi sotto la tenda della Renegade, Marcello chiede il parere alle due compagne, mostrando loro la piccola lastra.

«Sembra vecchia» azzardò il ragazzo, passandola a Flavia, che l’esaminò.

Scosse il capo la ragazza. Era impossibile stabilire l’età dell’oggetto.

«Potrebbe essere un fake» affermò Flavia, che esaminava da ogni angolazione l’argilla. «Sembra una tavoletta di quelle usate in quest’area ma l’italiano…».

La ragazza scuoteva i capelli rossi in segno di diniego. Il viso cotto dal sole autunnale mostrava la sua incredulità sulla bontà della scritta.

Marcello annuì. La sua affermazione non faceva una grinza.

«Ammettiamo che tu abbia ragione» rispose il ragazzo nel riprendere l’oggetto, che osservò con meticolosa cura. «Ma come è finito qui? Proprio mentre cercavano le tracce dell’antica via carovaniera?»

Sabrina, che si era ripresa dalle risate convulse, era rimasta in silenzio ascoltando i due compagni.

«Non ci stai tirando un pacco?» fece poco convinta della storia del ritrovamento. «Come l’hai trovato?»

Marcello stava rispondendo piccato all’insinuazione della ragazza, quando decise che non era il caso di polemizzare e accendere il litigio.

«Come avete visto, eravamo da poco…» cominciò a raccontare.

«Io non ho visto nulla, a dire il vero. Ho notato solo che tenevi fra le mani qualcosa» esclamò Flavia con timidezza come se avesse paura delle reazioni del ragazzo.

«Io?» disse ridendo Sabrina. «Ho sentito solo il vostro vociare».

Marcello le guardò. Non gli volevano credere e pensavano che lui volesse burlare di loro. “In effetti non hanno tutti i torti” rifletté il ragazzo, tornando sul posto del ritrovamento. “Non hanno visto nulla. Hanno sentito solo la mia esclamazione. Chiunque potrebbe pensare male”.

Marcello si chinò nel punto dove la sabbia era smossa e ragionò che potevano esserci altre tavolette con nuove indicazioni.

Sabrina osservò da sopra la spalla cosa faceva il compagno. Non comprendeva quel suo raspare tra sabbia.

«Cosa stai facendo?» chiese curiosa, attirando l’attenzione di Flavia, rimasta sotto la tenda.

Marcello sollevò il capo, girandosi di novanta gradi.

«Qui ho trovato il primo reperto. Qualcosa mi suggerisce che ce ne sono altri».

La ragazza sorrise ma il ghigno allegro del viso si trasformò in una maschera di sorpresa. Vide affiorare qualcosa che pareva vagamente una tavoletta di argilla. “Aveva ragione Marcello” pensò abbassandosi per osservare meglio.

«Credo di averne trovato altre» affermò il ragazzo, mentre ripuliva con le mani dalla sabbia una lastra molto simile al primo ritrovamento.

In 2020, water will disappear from the ground, but we will be ready. We were prepared for the trip to Mars

«Non è possibile!» esclamò affranto Marcello, sedendosi sulla sabbia e allungando il nuovo reperto a Sabrina.

La ragazza guardò il pezzo incredula. Prima in italiano, adesso in inglese. Stava per mormorare qualcosa, quando Marcello la precedette.

«Ragazze, accetto scommesse! Ne troveremo a centinaia scritte in tutte le lingue del mondo».

Frugò freneticamente nella sabbia e comparvero altre tre tavolette di argilla.

«Questa è in spagnolo» esclamò per nulla sorpreso il ragazzo.

«E le altre due in francese e tedesco» fece Sabrina ridendo di gusto. Un burlone aveva colpito duro.

Marcello e Sabrina si abbracciarono con le lacrime agli occhi per la risata provocata da quella scoperta, quando Flavia si alzò e indicò un punto del cielo.

«Ragazzi! Un drone ci sta spiando».

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Incipit profetico – esercizio nro 18

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Il profeta morirà, ma non necessariamente sarà la fine…”.

El profeta morirá, pero no necesariamente será el final...”

Sono queste la parole incise sull’architrave del tempio dal tetto rosso, che gli è apparso all’improvviso uscendo in una radura della giungla. Sandro le legge e non ne capisce il senso. Prende il tablet con babilon per tradurre la frase. Si domanda quale profeta dovrà morire. Di solito finiscono male, pensa grattandosi la guancia ispida per la barba cresciuta in quei giorni. Ma a quale fine si riferisce? Del mondo? Della sua setta?

Deve indagare per comprendere meglio il senso della frase.

Sandro era partito un mese prima da Rovi, la sua città natale, diretto nel Centro America. Un viaggio a lungo desiderato che finalmente poteva realizzare. Aveva preso ferie e due mesi di permesso non retribuito. Senza dirlo a nessuno aveva comprato un biglietto di sola andata per Città del Messico. Da lì sarebbe andato verso lo Yucatan o il Chiapas o forse altrove. Non lo sapeva nemmeno lui.

Salutati gli amici e la compagna incredula, che per poco non stramazza al suolo per la sorpresa, non certo positiva, si era imbarcato alla Malpensa per il lungo viaggio verso l’ignoto.

Non conosceva una parola di spagnolo ma a dire il vero nemmeno di altre lingue. Oltre all’italiano parlava il rovese, il dialetto di Rovi. In effetti non era un campione nel conoscere la grammatica italiana. Gli strafalcioni erano il corredo più nutrito del suo esprimersi.

Giunto nella capitale messicana si era diretto verso il sud del paese ed era pervenuto dopo mille giri viziosi a Palenque. Da qui raggiungere il misterioso tempio era stato un gioco da ragazzi.

Sistemato lo zaino sulle spalle aveva varcato l’ingresso finendo in una camera dove a stento vedeva i suoi piedi.

«Bienvenido gringo. Te estaba esperando» dice una voce cavernosa, della quale non riesce ad individuare la figura.

«Non potresti parlare in italiano?» risponde Sandro, che stringe gli occhi per mettere a fuoco chi parla.

Una breve risata accompagna altre parole che lui non capisce.

«Il 12 dicembre di quest’anno io morirò ma non ci sarà la fine del mondo» profetizza la voce.

Disegna la tua storia – nro 24 – eccomi

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Nuovo disegno nuova sfida tosta proposta da Scrivere creativa

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Un trillo, una nota, uno sgorbio nero sul pentagramma. Ecco le impressioni di Silvia, che osserva il disegno.

“Che ci sta a fare quel coso che assomiglia più a uno spermatozoo che a una nota” pensa la ragazza, socchiudendo gli occhi.

Eppure non si rassegna. Deve vincere quel contest che assegna due biglietti per il concerto del 15 ottobre del Boss a Milano.

«Che diavolo d’idea hanno avuto!» borbotta Silvia corrugando la fronte.

Aveva ricevuto una mail che diceva.

Guarda il disegno, disegna una storia con le parole e spedisci il tutto a Contest impossibili entro il 15 settembre. Se sei stato capace di costruire una bella storia vinci due biglietti per il concerto di Springsteen del 15 ottobre prossimo a San Siro Milano

Silvia ha scaricato il disegno sul suo portatile e ha visto lo sgorbio, entrando nel panico.

Impossibile disegnare una storia credibile e originale, si è detta, abbandonandosi sullo schienale della sedia. Quel disegno le ha seccato tutte le idee, che erano già scarse per natura.

«Non vincerò mai il contest e addio possibilità di assistere gratis al concerto del Boss.

Springsteen è il suo idolo. Stravede per lui e la sua chitarra. Possiede tutti i suoi album e la sua camera è tappezzata con i suoi poster.

Sa che i suoi non la lasceranno andare al concerto di San Siro ma due biglietti gratis avrebbero aperto tutte le porte. Ha già pensato chi invitare. Non Gianluca, che non ama quel tipo di musica ma Liliana, l’amica del cuore.

Però adesso deve confezionare questa benedetta storia, altrimenti il concerto resterà un sogno.

Chiude gli occhi e vede lui, The Boss, ma è troppo poco e il foglio resta bianco.

Poi un’idea folgorante.

‘Angelo se ne andava muovendosi sinuoso sulle linee rosse alla ricerca della sua compagna Ovetto Rosa

E la storia prosegue.

Tuttavia Silvia non ha vinto nulla ma si è beccata un terribile cazziatone da parte di sua madre.

«A San Siro? A Milano? Ma ti rendi conto che hai solo dodici anni?»

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Disestoria – nro 23 – cosa scrivo

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Nuovo disegno, nuova storia da inventare. Scrivere creativo sono sempre loro.

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Italo osserva con curiosità quello strano coltello sul tavolo della cucina. Non gli sembra di averlo mai visto. Avvicina il viso per esaminarlo meglio. Un manico di legno, una lama semicurva. È proprio questa il motivo della sua curiosità e dello stupore nel vedere quest’oggetto.

Rachele, sua moglie, non è ancora rientrata dal lavoro. Fa la donna delle pulizie a ore. Esce alla mattina presto prima di lui e non rientra mai prima delle venti, qualche volta anche dopo se la sua impresa deve pulire un ufficio con dei tiratardi. Non prende molto, anzi poco anche con gli straordinari, pensa Italo, girando intorno all’oggetto. Per fortuna che con i due stipendi riescono a vivere decentemente.

«Tutta colpa dei migranti, che accettano pochi spiccioli, pur di fare qualche lavoretto» borbotta Italo, che preferisce non toccare quel coltello. «Così anche Rachele, se vuole lavorare, deve accettare quella paga da fame. Fare straordinari pagati pochissimo e accettare qualche palpata da Ciro, il suo capo».

Quest’ultimo pensiero lo fa ribollire di ira, perché, se lo denuncia per violenza sessuale, Rachele non può dimostrare nulla. Lei gli racconta che lo fa con tutte e non solo quello. Non importa la carnagione, purché sia donna. Sua moglie gli ha giurato che con lei si è limitato a palpeggiare il suo seno florido e infilare una mano tra le gambe. Italo le ha prestato fede ma qualche dubbio c’è. Più di una volta l’ha vista tornare rossa in viso e di umore nero.

Adesso però deve pensare a questo coltello e come è finito sul tavolo della cucina. Stamattina non c’era quando è uscito per andare al porto a scaricare delle merci. Ma in questo momento è lì, in bella mostra. Qualcuno ce lo deve aver messo. Da solo non è arrivato di sicuro.

Si avvicina ancora, perché gli pare di aver intravvisto delle macchie scure, come sangue rappreso.

Lo squillo del campanello lo fa sobbalzare. “Rachele ha le chiavi” riflette. “Io non aspetto nessuno”.

«Chi è?» domanda attraverso l’uscio chiuso.

«Polizia. Apra senza fare storie» dice un voce dal timbro meridionale.

Italo capisce. Sono venuti per il coltello.

 

Disestoria – nro 22 – la mia versione

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Barbara guarda il disegno. “Sembra la dea Kalì in salsa occidentale” si dice, poco convinta della schifezza che aveva appena prodotto.

“È vero che Skizzo fa davvero schifo” pensa, mentre cancella tutto e non salva nulla. “Ma mi ci metto pure io a fare porcate”.

Deposto il mouse e incrociato le dite dietro il capo, socchiude gli occhi. Prova a concentrarsi. Domani deve per forza consegnare il prototipo di disegno al capo. Non può ammannirlo con un’altra scusa. Ormai le ha esaurite tutte. Mal di testa, le sue cose, il litigio col compagno, il figlio, che imbratta i suoi schizzi. Insomma un campionario di giustificazioni che vincerebbe l’award degli alibi improbabili. Una bella litania di appigli uno più debole degli altri.

Niente. Nessuna idea, né tanto meno un qualcosa che possa condurla fuori dalle secche del foglio vuoto. Ride. “Foglio vuoto? No! Schermo azzurro!” si schernisce, cercando un briciolo di creatività.

Eppure era piena d’entusiasmo una settimana prima, quando Malaspina, il suo capo le aveva detto: «Barbie, mi devi preparare un albero di Natale, stilizzato per la campagna promozionale di questo inverno delle acciughe marinate». L’aveva preferita rispetto Beatrice, che fa la civetta pur di scavalcarla nelle grazie del capo.

Tuttavia lo odia quando storpia il suo bel nome, Barbara, in quello dell’odiata bambolina che ha fatto impazzire milioni, se non miliardi, di bambine nel mondo insieme a Ken. “Quella biondina slavata e vezzosa!” pensa incattivendosi al pensiero che Malaspina la chiami così.

Però adesso deve darci sotto, perché domani arriva tra otto ore e non ha prodotto nulla. Non può ammettere che si sono seccate le idee e deve passare la mano alla rivale.

Prende carta e matita. Comincia a disegnare ed esce fuori questo disegno.

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La nuova sfida di Scrivere creativo.

Disestoria – nro 21 – la mia interpretazione

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Scrivere creativo ci propone delle sfide stimolanti. Da un disegno, come questo, dobbiamo inventarci una storia

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Alberto era in riva al mare che giocava con le piccole onde spiaggiate. Un gioco innocente. Avvicinarsi all’acqua col reflusso e saltare indietro quando la piccola cresta si posava sulla spiaggia senza rumore.

Alberto era un bambino di dieci anni, che amava fantasticare su tutto. A scuola era sempre distratto e la maestra Verdi lo richiamava in continuazione.

«Dolci, cosa stai pensando?»

«A nulla. Ascoltavo».

«Di cosa stiamo parlando» insisteva la maestra.

Alberto a questo punto girava gli occhi sperando di trovare l’ispirazione giusta. Però ogni tanto gli tiravano qualche tiro mancino. In particolare Luca, il compagno di banco. “Sta parlando di Verdi” gli sussurrò una volta con fare serio. E lui subito rispose franco con un bel sorriso come dire ‘ vedo che ero attento’.

«Stava parlando di lei» fece ritto in piedi con gli occhi vispi.

Una risata generale coprì le parole della maestra.

Dunque Alberto era lì, sulla spiaggia dove un gabbiano volava radente all’acqua con suo verso stridulo, mentre il sole iniziava la sua discesa dietro la linea dell’orizzonte.

Il cielo era striato di rosso come se le nuvole bianche grondassero sangue.

Alberto era assorto nel suo gioco di saltelli in avanti e indietro, quando con la coda dell’occhio notò qualcosa di curioso ma anche inquietante. Aprì la bocca e rimase fermo, mentre l’onda gli bagnava i piedi.

«Non è possibile» borbottò interdetto. «Non è possibile che il sole sopra il mare sia nero e sotto rosso».

Di corsa si allontanò dalla riva e volò verso la duna, scivolando più volte. Arrivato in cima si volse e vide un’onda gigantesca che avanzava verso di lui.

Si gettò a capofitto nella pineta, correndo col cuore in gola. La sentiva dietro di lui che diceva: «Sto arrivando a prenderti».

Col fiatone fece la scalinata che lo portava sulla strada.

Una cosa lo colpì. Nessuno mostrava paura né fuggiva. Tutti tranquilli.

«Devo smettere di sognare» disse accasciandosi sulla panchina.

Incipit profetico – nro 17

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foto personale

Nuova sfida proposta da Scrivere creativo.

 

“Farò l’infermiere mamma! Non voglio più discuterne!…” esplose come un petardo Michele, girando le spalle alla madre.

“Ma sei sicuro?” gli chiese, mentre accendeva i fornelli.

Un sorriso illuminò il viso di Chiara, perché suo figlio non avrebbe mai fatto quel mestiere.

“È inutile che tu insista” concluse il ragazzo, che si sedette vicino al tavolo. “Ho deciso e nulla mi farà cambiare idea”.

Michele era un ragazzo di dodici anni, non troppo alto. Anzi un po’ gracile, come aveva diagnosticato il dottor Busto, il loro medico di base.

“Signora” aveva detto l’ultima volta che lo aveva visitato. “È troppo gracile. Deve fare sport e stare all’aria aperta. Movimento e bistecche. Ecco la ricetta”.

Chiara aveva annuito, mentre il figlio aveva fatto una smorfia come per dire che la cura proprio non gli piaceva.

Poi arrivati a casa aveva affermato che voleva fare l’infermiere.

“Michele” fece la madre con tono morbido e vellutato. “Sai cosa deve fare l’infermiere?”

Michele annuì, mentre giocava con un coltellino svizzero.

“Deve curare gli ammalati”.

Chiara represse il sorriso ma non poté fare a meno di correggerlo.

“Quello è compito del dottore” spiegò con calma la madre. “L’infermiere fa altro. Come le punture…”.

Fece una pausa di sospensione, perché Michele aveva una paura folle della puntura. Quelle rare volte che ne aveva avuto bisogno, era stato tragicomico. Lui con la chiappa nuda che correva per la stanza e lei con la siringa in mano a rincorrerlo.

“Ma dai, ma’” affermò il ragazzo con gli occhi sbarrati. “Mi vuoi impaurire!”

Chiara sorrise prima di riprendere l’elenco delle attività dell’infermiere.

“Poi tamponare le ferite” aggiunse con un pizzico di ironia e cattiveria. Conosceva il suo pollo come le sue tasche.

Michele strabuzzò gli occhi e si piantò nell’indice la punta della lama. Sbiancò per il terrore, vedendo sgorgare il sangue dal polpastrello.

“Ma’, sto morendo dissanguato!” esclamò con la voce tremula.

Chiara si avvicinò con un piccolo tampone imbevuto di disinfettante, che passò sul dito, tamponando la minuscola ferita.

“Ma’” affermò risoluto Michele. “Non farò più l’infermiere”.

Incipit profetico – nro 16

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Scrivere creativo ci chiede di proseguire la storia dopo la battuta iniziale

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“Allora ragazzi, finiamo il panino veloci, perché tra cinque minuti si visita il castello…” era la voce della prof di lettere, che a malincuore aveva accettato di accompagnarli in gita al castello dei Borgia.

Qualcosa le aveva suggerito di rinunciare ma non ne ebbe il coraggio. ‘Dovevo accampare una scusa’ si disse, mentre racimolava quella scolaresca indisciplinata e chiassosa. Le due ore di lezione nel liceo Monti erano un supplizio. Usciva stremata e senza voce. Eppure provava un sentimento di … ‘No, né amore o altro’ si disse, osservando Mario, che tentava di arraffare dei chewingum di soppiatto.

“Mario” intimò Lucia con lo sguardo severo e la fronte corrucciata.

“Paga” soggiunse a bassa voce.

Il ragazzo sbuffò, lanciandole un’occhiata malevola. Per un euro deve farmi la ramanzina, pensò mettendo sul bancone la moneta.

“Andiamo ragazzi” incitò Lucia, che con gli occhi li contava.

Dovevano essere quattordici ma ne vide solo tredici. ‘Dov’è andato quello sciagurato di Enrico?’ borbottò in silenzio, muovendo la vista in circolarità. Sembrava volatilizzato. Un campanello d’allarme scattò nella sua mente. ‘Cominciamo bene’ rifletté con amarezza. ‘O forse è meglio dire: prosegue male’. Ricordava che alle dieci alla fermata del bus erano iniziati i primi guai. Tutti avevano il biglietto fuorché Roberto e Aldo, che evidentemente volevano fare i portoghesi sulla corriera. Corsa affannosa alla biglietteria e ritorno precipitoso per non perdere il bus.

Adesso questa nuova grana.

“Ragazzi” disse per attivare la loro attenzione, “avete visto Enrico?”

Quel manipolo indisciplinato e rumoroso alzò il brusio della voce ma non si capì nulla.

“Sarà in bagno” suggerì Stefano.

“Ma no!” proruppe Giovanni, ridendo. “È scappato con la cameriera!”

La battuta suscitò l’ilarità generale.

“Ragazzi, cerchiamo di essere seri” protesto Lucia, che sentiva un sudorino freddo lungo la schiena.

“Forse Cesare Borgia l’ha preso e lo sta torturando” affermò con decisione Davide.

Un calpestio di passi frenetici li fece voltare tutti verso l’ingresso.

Enrico coi capelli bianchi e lo sguardo allucinato urlò, entrando di corsa: “L’ho visto! È stato terribile”.

Incipit profetico – nro 15

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foto personale

Quei fantasiosi di Scrivere creativo propongono una nuova sfida.

“Oregon. Questa è la meta. Vivremo felici, non importa il lavoro, non importa il … “.

“Cosa?” chiede Annie, che ha le mani piagate dal manico della zappa.

Donald si ferma con la bocca aperta. La guarda come se fosse un mostro o bestemmiasse in chiesa.

“Ma perché le donne non stanno zitte?” esterna l’uomo irato, girandosi verso quella che chiama casa, mentre in realtà sono quattro assi tenute in piedi con lo spago.

Sarebbe sufficiente una bava di vento per farla crollare in testa ai suoi occupanti.

“Don, non mi hai spiegato cosa non importa in questo schifo di posto?” afferma Annie, gettando via la zappa. “Io me ne torno da mia madre!”

Sfida doppia – mini esercizio e incipit profetico

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Questa volta pubblico una doppia sfida di Scrivere Creativo.

Come incipit profetico ecco cosa ho pensato

“Berrai dal bicchiere di Andrea, ti ammalerai e…”

Quella menagramo di Ofelia, la fattucchiera che mi leggeva la mano, mi ha predetto questo.

Peccato, che abbia toppato alla grande. Io non conosco nessun Andrea.

Mentre come miniesercizio

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un vento molto forte

– Una scuola

– La foto seguente

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Una folata di vento fortissimo strappa il cappello a Roberto che cerca d’inseguirlo prima che scompaia all’orizzonte.

Vola di là dalla strada, oltre una cancellata arrugginita e si appoggia molle su un roseto quasi selvatico sulle ventitré.

“Accidenti” impreca Roberto attraversando la via. Il vento s’è chetato ma pronto a riprendere la sua furia.

Roberto è un uomo di mezz’età, quasi calvo e con la barba grigiastra. Un po’ in sovrappeso e la corsa per inseguire il suo feltro gli ha messo il fiatone. Davanti alla recinzione si chiede come entrare. Non vede cancelli oppure porte. Sbuffando si arrampica per scavalcarla. Si impiglia, strappa i pantaloni ma passa nel giardino. Guardingo si avvicina al suo cappello, temendo un altro colpo di vento che arriva puntuale spingendolo lontano verso un edificio basso dal tetto rosso.

Due bestemmie. Nemmeno sottovoce. Nuova corsa verso il punto dove si è posato. Finalmente riesce a recuperarlo, quando…

Si apre la porta e una signora dai capelli biondi ossigenati compare con due bicchieri di spumante.

«Buon compleanno, Roberto!» e gli porge il flute con un frutto dentro.