La kitsune – parte ventiseisima

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Nuovo capitolo e non anticipo nulla. Per chi volesse leggere qualche puntata erretrata trova gli indirizzi qui.

Fiume tagliamento – opera di Ziegler175 – 1999 – licenza Creative Common Attribute

Buona lettura

Pietro sfogliò i fogli alla ricerca di qualcosa d’interessante ma si domandò come poteva riconoscerlo dalle veloci letture di poche righe. Elisa lo lasciò fare senza suggerirgli nulla.

Di Amanda abbiamo letto già a sufficienza. Proviamo con gli appunti di Klaus” si orientò, accantonando per il momento i riferimenti ad Amanda.

Dalle memorie di Klaus

15 Novembre 1998

.

A distanza di mesi, riprendo la penna per scrivere qualcosa, che un giorno forse getterò nel camino a bruciare.

Arrivando a Casarsa, oltre tre anni fa, non avrei mai pensato che quella donna che avevo incrociato casualmente potesse diventare importante come lo è in questo momento.

Una fugace apparizione, una meteora è stata quel giorno e in apparenza sembrava non avermi visto. Non ho più pensato a lei, né l’ho incontrata. Diciamo che era sparita come una nuvola spazzata dalla tramontana.

È capitato che una sera durante una cena al ristorante Ugo mi ha presentato lei e il marito, un uomo gretto e vecchio, che fin dal primo istante ha urtato la mia sensibilità. Non sono riuscito a capacitarmi come una donna, bella, giovane e piena di fascino, avesse potuto sposare un personaggio di così modesta caratura. Pensando così gli ho fatto nun gran complimento.

Ho intuito che quella fugace visione non era passata nell’indifferenza per entrambi. Lei ha dimostrato che io ero il centro delle sue attenzioni, perché ha mandato segnali precisi e inequivocabili. Le occhiate che mi ha lanciato, il modo di parlare, i sorrisi che mi ha rivolto non sono passati inosservati, anche se io ho cercato di controllare le mie emozioni. Devo ammettere che rivedendola ho avuto le medesime sensazioni della prima volta: non ho potuto distogliere il pensiero di tenerla fra le mie braccia.

Durante la cena sono rimasto ai margini dei loro discorsi, perché non conoscevo gli argomenti. Non mi va di parlare di quello che ignoro. È meglio tacere e ascoltare che fare affermazioni a sproposito.

Al momento del congedo, quando le ho stretto la mano, l’ho percepita calda e palpitante come mai mi era capitato di sentire nella mia vita. Ha indugiato a lungo, come se fosse riluttante a lasciarla, ma è stato quello sguardo carico di passione che mi ha colpito. Un brivido ha percorso il mio corpo ma mi sono trattenuto mascherandolo perché non era né il posto adatto, né il momento di mattane giovanili.

L’ho vista allontanarsi ma ha dato l’impressione che avrebbe voluto voltarsi verso di me per vedere il mio viso. L’ho seguita, finché non è sparita nel buio della notte.

Ugo durante il tragitto verso casa mi ha spiegato tutto di lei e del marito, delle infinite chiacchiere e pettegolezzi che li hanno sempre circondati. Le spiegazioni non sarebbero state necessarie, perché avevo compreso già tutto. Il pensiero che una donna dolce e bella si sarebbe appassita al fianco di un uomo meschino come quello mi faceva ribollire il sangue.

Dopo quell’incontro sono arrivati i primi bigliettini, i pizzini come li chiamano i giornalisti. Non ci ho creduto pensando a uno scherzo per mettermi in difficoltà con Ugo. Non ho risposto per non cadere nel tranello o nell’inganno di un’illusione atroce. Ho scoperto solo più tardi che le mie mancate risposte, oltre ad alimentare un fuoco più intenso, la stavano portando alla disperazione.

Mi ha confidato: «Sono sicura che tu avevi percepito la mia disponibilità a conoscerci, a frequentarci, a scambiare altri segnali, ma non ho compreso il motivo per il quale hai tardato a rispondermi. Al terzo biglietto sono entrata in crisi, perché mi sono detta che non sarei mai riuscita a coinvolgerti. Invece…».

Mi sono domandato perché scriveva messaggi così compromettenti, che l’avrebbero messa in difficoltà, senza trovare una spiegazione razionale. Più ho ritardato la risposta, più questi diventavano infuocati e frequenti. Ero dibattuto se dare corda alle sue fantasie oppure no. Ammetto di essere stato meschino perché il timore, che potesse nuocere al rapporto professionale con Ugo, era troppo forte per vincere le mie resistenze. Mi sembrava che sarebbe stata solo un’avventura e nulla più. In realtà mi stavo sbagliando e di grosso, sacrificando un amore genuino per un posto di lavoro.

Mi sono reso conto che avrei perso un’occasione irripetibile e ho risposto semplicemente: «Vediamoci», e la bella favola è iniziata.

Il luogo dell’incontro è stato una insenatura discreta del Tagliamento, un sabato ai primi di settembre di tre anni fa. Accettando, non ero del tutto convinto perché avevo il timore che potesse nascondersi qualche pericolo occulto. È la diffidenza innata che c’è in me a creare questo tipo di pensiero. Sono stato abituato a vivere da solitario, in simbiosi con la natura. Per questo faccio sempre attenzione senza accontentarmi di quello che appare perché potrebbe essere ingannevole. Nel bosco sei solo con te stesso e non puoi contare sull’aiuto degli altri. Invece è andato tutto bene. Lo dico col senno del poi. È stata una giornata che ricorderò per tutta la vita. Però, lo ammetto, quel giorno avevo molti dubbi.

Mi domando come abbia fatto a raggiungere quel posto, isolato e lontano da qualsiasi punto toccato da mezzi pubblici, perché è sempre stata senza patente. Un giorno glielo chiederò. Non ora, ma più avanti.

La località è incantevole tra rive petrose e boschetti golenali, lingue sabbiose e canali d’acqua che scorrono lenti. È stata la prima volta che mi sono avvicinato a questo fiume rimanendone affascinato.

Amanda aveva scelto un luogo di grande effetto scenografico come prima volta, dimostrandosi una fine psicologa nel coinvolgimento dei miei sensi. E non l’ho delusa. È andato tutto come lei aveva previsto e sperato che andasse.

Abbiamo camminato mano nella mano fino a lambire le acque verdi che scorrono lente tra sassi bianchi e strati sabbiosi, come se fossimo due giovani amanti. Perché forse non lo eravamo?

Di cosa abbiamo parlato? Non ricordo, né mi interessa riportarlo alla mente, perché sono stati gli sguardi, lo sfiorarsi dei corpi, le parole che rammento meglio. Sono state poche ore ma intense di sensazioni e di emozioni profonde. Ho capito che questa donna sarebbe stata mia e io non avrei rinunciato mai a lei per nessuna ragione al mondo.

Ora dopo quasi tre anni passati insieme tra mille sotterfugi e incontri clandestini non rimpiango nulla di quello che ho fatto o detto. Lo rifarei punto per punto esattamente come allora.

Ma questo non mi appaga più. La vorrei tutta per me senza condividerla con nessuno. Riuscirò nel mio intento? Non lo so, ma ci proverò.

La settimana scorsa sono salito a San Vito di Cadore per definire un’operazione che mi stava a cuore. Mi ero comprato prima di scendere in pianura un bosco sulle pendici del monte Antelao con una baita in buone condizioni. È stata una vera occasione, perché il vecchio proprietario era stanco di lottare con tutti senza riuscire a mettere a frutto quell’area.

Personalmente non m’interessa che la zona sia vincolata senza la possibilità di abbattere un albero o costruire baite e case. Entrando nel bosco l’ho sentito parlare: mi ringraziava e questo mi ha commosso. Per me quello sarà il nostro rifugio segreto se Amanda si deciderà di lasciare il marito.

Dunque la settimana scorsa ho preso accordi con un’impresa del posto per rendere abitabile tutto l’anno la baita. Ho investito una parte dei pochi soldi che mi sono rimasti. Non c’è luce, né acqua, nessuna comodità cittadina. L’interno necessita di grossi interventi dopo anni d’incuria. Mi hanno assicurato che posso ampliarla un poco e costruire un edificio di supporto. Quindi aspetto il preventivo dei lavori che ho in mente di eseguire.

Per il momento non dico nulla del progetto ad Amanda perché prima voglio capire se è disponibile a fuggire con me, ma soprattutto se è pronta a vivere una vita spartana e solitaria. Non intendo forzarle la mano. Deve essere una decisione autonoma.

Se fosse vero, sarebbe come toccare il cielo con un dito.

Speriamo bene.

Elisa era rapita da queste parole che ascoltava per la prima volta. L’amore di Klaus per Amanda era stato genuino e intenso senza mai una sbavatura. Si domandò se anche Pietro nutriva simili sentimenti e sospirò.

«Stai sognando?» le chiese, osservandola.

«No» rispose con un filo di voce.

«Mi ponevo la domanda se…».

«Quale domanda?»

Elisa l’osservò incuriosita per conoscere cosa avrebbe voluto chiederle.

«Nulla» disse spegnendo la curiosità negli occhi e sorrise.

«Fuori c’è buio. Chiudiamo tutto e prepariamoci a superare la terza notte fra queste mura» suggerì Elisa, mentre una ventata d’inquietudine passava sulla pelle.

Chiudendo l’ultima imposta, sembrò a Pietro di scorgere due occhi rossi e luminosi che lo osservavano e la sagoma indistinta di una volpe tra i cespugli che facevano corona alla radura.

Pietro non vorrai credere che una volpe monti la guardia alla baita?” si chiese incerto se dare corpo a quella sensazione.

Cominciò a pensare che anche la sua mente vacillasse vittima delle suggestioni di Elisa.

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La kitsune – parte venticinquesima

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Nuovo capitolo si aggiunge alla storia. Vi ricordo che qui trovate i link alle puntate precedenti.

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Sistemati accanto al camino, si prepararono per proseguire la lettura. Pietro notò come era curiosa quella scrittura: ordinata, precisa e decisamente inusuale nella grafia. Rotonda con pochi svolazzi. Le righe seguivano delle linee diritte immaginarie ma non era in grado di dare un volto alla mano che aveva scritto quei fogli.

Non erano queste sensazioni che lo facevano riflettere: erano gli avvenimenti che l’avevano coinvolto in una avventura che a tratti aveva contorni irreali. Aveva l’impressione di vivere una ‘second life’, una vita virtuale, in una condizione dove tutto era liquido e immateriale. Forse al ritorno a Belluno si sarebbe accorto che aveva solo fantasticato con la lettura di un romanzo di King senza mai muoversi dalla poltrona di casa.

Scosse la testa perché in effetti non era così. Elisa, la volpe, la baita, il bosco erano realtà concrete che poteva toccare con mano e non il frutto dell’immaginazione.

Dal diario di Amanda 10 ottobre 1999

Sono passati quasi tre mesi dalla mia fuga, ma mi sento triste tra questi monti che non percepisco come miei, perché fin dal primo momento non sono riuscita ad amarli.

Klaus si prodiga in mille modi per alleviare il mio dolore, ma la malattia è dentro di me e mi consuma a fuoco lento. Non esistono medicine per combatterla. Non so se la decisione di venire qua sia stata saggia, ma per il momento è perdente. Riuscirò a vincere la scommessa? Non lo so, ma a volte temo di no, perché lo scoramento è troppo forte per essere vinto.

Sento che qualcosa sta cambiando. Piccoli mutamenti non percettibili, timidi passi in avanti, sia pure modesti. Nella giornata odierna uno spiraglio di fiducia si sta insinuando nella testa.

Ieri sera Klaus ha affrontato il problema. Finalmente mi sono sciolta in un pianto liberatorio. Prima nemmeno le lacrime uscivano dagli occhi, ma si è rotto l’incantesimo. Così ho ascoltato le sue parole e le mie che uscivano fluide come non mi sarei mai aspettata.

Ho preso la decisione di restare e di superare la depressione che mi sta avvolgendo in una tela mortale. Devo farlo per non finire nel baratro.

Dove potrei andare, mi sono chiesta come ieri sera, riflettendo sulla domanda di Klaus: «Vuoi andare da qualche parte, dove pensi di trovarti meglio? Dillo e ti accontento». So che per lui sarebbe una sconfitta e un travaglio interiore devastante. Lui mi ama, ma è disposto a sacrificare tutto per rendermi felice.

Qualsiasi posto sarebbe come questo. Poi sarei sola, senza di lui. L’alternativa sarebbe una gabbia dorata come quella di Guido. Mi devo rinchiudere nuovamente dopo esserne fuggita? NO. Non potrei!

Senza il suo aiuto sarei riuscita a uscire dal bozzolo per diventare una farfalla? Sarei stata in grado di condurre un’esistenza costituita dall’ordinaria quotidianità? Non lo so, ma ne dubito. Se Klaus non ha avuto successo in questi mesi nel trasformare la mia vita, è serio pensare che in una località sconosciuta, senza appoggi o conoscenze, sarei in grado di farcela da sola? Non credo, anzi sarebbe il contrario.

Questo dilemma è stato sciolto: rimango e provo a superare la china, perché ritengo che la parte della salita più faticosa e difficile sia terminata. Se fosse vero, e lo saprò nei prossimi giorni, posso cominciare a scucire, una volta per tutte, le negatività che mi sto cucendo addosso. I dubbi rimangono intatti, mentre non mi abbandono a facili ottimismi. Percepisco che qualche cambiamento sta avvenendo.

Ieri sera sono riuscita a concedermi a lui come mai era avvenuto prima. È stato bellissimo, perché è avvenuto con naturalezza.

Ho fatto tutto io, prendendo l’iniziativa, perché percepivo la necessità di passione, che per troppo tempo mi è mancata. Mentre lui mi assecondava con molta delicatezza, ho sentito il desiderio salire prepotente e manifestarsi in tutta la sua potenza.

È stato magnifico! Non avrei voluto che questo scemasse finché esausta mi sono addormentata tra le sue braccia, che mi hanno trasmesso calore e sicurezza.

Devo ammettere che non ero tesa come le altre volte. Il pianto ha avuto il potere di sciogliere le incrostazioni che stavano sedimentando dentro di me. Riconosco che Klaus ha fatto di tutto per mettermi a mio agio senza pretendere nulla, né chiedermi qualcosa.

Oggi, per la prima volta, andando nel bosco ho sentito una ventata di novità, che ha calmato un poco le angosce interiori. La scelta di rimanere ha avuto un preciso risvolto nell’affrontare con calma un modo di vivere che non avevo mai sperimentato. Devo osservare quello che mi circonda con altri occhi, in maniera distaccata, cercando di coglierne le positività e non solo i lati negativi.

È stata una splendida giornata dove vedo la mia vita che si trasforma. Però ho paura a scriverlo, a dirlo. Se la cima è stata raggiunta, ne voglio assaporare la vista, prima di scendere di nuovo a valle.

Sono illusioni oppure timide realtà da consolidare? I dubbi rimangono, ma spero che questi vengano spazzati via dall’iniezione di fiducia che ho avuto.

Pietro osservò Elisa, che se ne stava rannicchiata sulle sue gambe, abbracciandolo con calore. Non aveva commentato, né battuto un ciglio. Molte delle situazioni che stavano vivendo sembravano mutuate da questi fogli.

«È strano leggere quello che si è già vissuto o che preannuncia il tuo futuro» affermò Pietro, accarezzandole i capelli.

«Hai ragione. Vedere il film della propria vita può essere sconvolgente».

Pietro guardò verso la finestra. Il cielo rosso del tramonto annunciava che la giornata volgeva al termine.

«Leggiamo ancora o ci prepariamo per la notte?»

Elisa scosse la testa e volle proseguire la lettura dei fogli.

La kitsune – parte ventiquattresima

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Nuova puntata della storia, di cui troverete qui i link alle parti precedenti

Antelao – opera di Antonio De Lorenzo- licenza GFDL/CC-by-2.5

Un altro giorno era volato via in un amen, mentre il mattino inoltrato li accolse addormentati e abbracciati. Di questo passo non avrebbero nemmeno cominciato a conoscersi che era già tempo di tornare a Belluno.

«Buon giorno, Elisa» disse Pietro che si allungò nel letto, stiracchiandosi.

La ragazza rispose con suoni inarticolati e impastati dal sonno.

«È prestissimo. Ho sonno» e si girò su un fianco riaddormentandosi.

Pietro scivolò fuori dalle lenzuola e non aveva fatto due passi, quando udì la sua voce stizzita e angosciata.

«Dove stai andando? Non lasciarmi sola! Aspetta, vengo con te».

Lui si fermò stupito: «Hai paura di restare sola?»

«Sì!»

L’occhio adesso era sveglio. Elisa saltò giù dal letto, infilandosi qualcosa.

Aperte le imposte uscirono sul prato. Sole e nuvole si rincorrevano nel cielo.

«Facciamo colazione qui?»

Elisa si guardò intorno respirando l’aria frizzante del mattino.

«Ok. Il clima è ideale. Cosa mi prepari? Per il caffè ricordati la miscela. Ah! Ah!» concluse con una sonora risata.

Finita la colazione, si diressero verso il bosco.

«Oggi la passeggiata è possibile senza sprofondare nel fango. L’ultima volta… Ti ricordi?» disse Elisa tenendo la mano di Pietro, che annuì.

Camminarono allegri come due ragazzini al primo innamoramento, raccogliendo fiori spontanei e qualche fragolina. Percepivano il bosco come amico, udivano i sussurri delle fronde mosse dal vento.

«È un posto fatato questo. Ascolta come parla di storie e animali. Ti ricordi cosa ha scritto Klaus? ‘Gli abeti mi parlano e io parlo con loro’. Sì, si sentono i loro bisbigli. Ci parlano!» esclamò eccitata Elisa.

Camminarono senza curarsi d’imprimere nella memoria i punti che avrebbero permesso di ritrovare la strada per la baita. Erano troppo infoiati per le novità che osservavano per pensare che avrebbero avuto difficoltà nel tornare indietro. Una calma rilassante li faceva sentire leggeri e appagati.

Il sole alto sull’orizzonte filtrava tra le chiome dei larici, illuminando porzioni di terra, quando un certo languore fece capolino. Pranzi e colazioni non seguivano gli orari canonici, poiché davano ascolto agli stimoli della fame, che adesso consigliava di riprendere la strada del ritorno.

Camminarono, tornando più volte al punto di partenza senza trovare il sentiero giusto. Si erano smarriti: ogni roccia sembrava identica all’altra, ogni albero pareva la copia dell’altro.

Lo stomaco brontolava, mentre l’ansia faceva capolino in Pietro con una sensazione di oppressione sul petto.

Elisa invece appariva calma, a suo agio nel bosco come se ci avesse sempre vissuto.

«Forse… Diciamo senza il forse, ci siamo persi. Tutti i sentieri sembrano uguali. Si prendono gioco di noi e ci riportano al punto di partenza» affermò Pietro con la fronte aggrottata e lo sguardo cupo.

Elisa sorrise, mentre teneva ben stretta la sua mano come se fosse un portafortuna.

«Ma no! Ci stiamo divertendo… Non dire che hai paura! Vedi…» disse volgendo lo sguardo sulla sinistra.

«Cosa?» la interruppe Pietro che non vedeva nulla.

«Vedi quella piccola volpe? Ci fa segno di seguirla. Ci condurrà fuori dal bosco!»

Pietro rise al pensiero che una volpe insegnasse loro la strada del ritorno.

Elisa ne era convinta insistendo che avrebbe fatto da guida. Riluttante e scettico Pietro seguì le sue tracce, scuotendo il capo e borbottando parole stizzite. Dopo poco scorsero tra gli alberi la sagoma della baita, mentre la volpe sparì nel folto del bosco.

«Questo è il bosco degli elfi. Qui ogni creatura è fatata. Tu non mi hai creduto, ma la volpe ci ha condotto a casa».

Pietro sgranò gli occhi per la sorpresa, perché non aveva creduto alle parole di Elisa.

Troppi eventi singolari si stanno verificando” si disse Pietro fermo con la bocca aperta. “Marco col suo misterioso annuncio, Elisa che afferma di conoscermi. Quando credevo che tutto fosse finito, mi trovo invischiato in una vacanza non programmata in una baita posta in mezzo a un bosco”.

Però le stranezze come se fossero uscite dalla penna di Stephen King si moltiplicavano. “Elisa assomiglia come una goccia d’acqua ad Amanda. Sembra che abbia vissuto nel corpo e nella mente dell’altra, ma non può essere. Elisa era vergine l’altra notte e non avrebbe dovuto esserlo”. Pietro scosse il capo perché non gli tornava niente. L’affermazione che era stata a scuola con lui al Castello appariva insensata. “Tra noi ci sono dieci anni di differenza! Almeno è quello che mi ha fatto credere. Supposto che mi abbia mentito, nessuna delle mie compagne di classe era rossa con gli occhi blu. Un falso clamoroso!” Pietro era sempre fermo con lo sguardo perso nel nulla, mentre Elisa continuava a parlare. “A volte sembra che sia stata davvero nella mia classe, ma non può essere vero, almeno con le fattezze di Amanda”. Erano altri i fatti che minavano le sue certezze. “Compare un PC con una internet key funzionante, un fascio di fogli che sono il diario di Amanda e gli appunti di Klaus. Dulcis in fundo una volpe ci riporta a casa, altrimenti a quest’ora staremo brancolando in mezzo al bosco! Ah! dimenticavo. Gli alberi parlano. Se racconto questo a qualcuno mi ricoverano senza indugio in manicomio! Dove sono finito?” Si chiese se i misteri fossero terminati o le sorprese avessero cessato di essere tali. Si dava del mentecatto, perché aveva ancora tre giorni per vivere questo incubo ma concluse che non gli dispiaceva essere qui con Elisa. Pietro basito con l’aria da beota riprese a camminare.

Elisa era serena e gioiosa come una bambina di ritorno da una scampagnata e non abbandonò per un istante la mano di Pietro.

«Accendiamo il forno e cuociamo l’impasto di pane rimasto. Oggi sarà migliore dopo aver lievitato per un giorno intero».

Pietro si lasciò trascinare dalla gioia impetuosa di Elisa non avendo la forza per mettere fine a questo strano gioco.

La kitsune – parte ventitreesima

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Breve puntata della nostra storia, Le latre come al solito le trovate qui.

foto personale

«Perché?» domandò Pietro, che aveva notato gli occhi di Elisa spegnersi alla sua risposta. «Perché hai fatto quel viso quando ho detto che non posso essere Klaus?»

Elisa si rinchiuse nel silenzio, aspettando che lui riprendesse a leggere i post di Amanda. Rimase col broncio come una bambina capricciosa senza dire una parola. Pietro la osservò, scosse il capo e disse prima di riprendere la lettura di un altro pezzo che non poteva essere Klaus, perché era troppo distante sia fisicamente sia psicologicamente. Poi continuò a scorrere in silenzio quello che Amanda aveva scritto.

Dal blog di Amantea

Il tempo vola e io con lui.

Mi sembra ieri, ma non è così. Questo blog mi tiene compagnia, ma spesso non ne avverto il bisogno, perché la mia vita è piena e mi sento felice. Pensavo di trasformarmi in un’orsa solitaria senza stimoli, ma per fortuna sono diversa. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo. Ogni giorno ho stimoli nuovi. Mi sento un’altra donna rispetto a pochi anni fa. Sono rinata e diventata una persona matura che sa quello che vuole. Non sapevo usare il PC, che sembrava un oggetto complicato e difficile, un mostro che si animava da solo, un qualcosa dotato di personalità e intelligenza, che era in grado di ribellarsi ai miei comandi. Forse ero condizionata da quello che si legge sui giornali “Il computer è impazzito! Ha generato le cartelle pazze. Il computer ha dato i numeri, sfornando dati sbagliati”. Ora so che non è così. Vive nella misura nella quale io lo libero e lo guido. Aspetta paziente i miei input, restituisce quello che gli ho richiesto. Se fa le bizze, la colpa è mia. Senza di esso questo blog non avrebbe vita e io con esso. E voi non avreste potuto leggere quello che scrivo.

Ricordo quando siamo andati a Bolzano per comprarlo. Una mattina di giugno siamo partiti di buon’ora. Dopo un viaggio che mi è sembrato interminabile siamo arrivati stanchi e affamati. Era mezzogiorno, quando abbiamo pranzato in piazza Walther, prima di recarci da Euronics ad acquistare due PC e quanto serviva per il collegamento a Internet.

È stata inebriante girare per Bolzano: Lauben Gasse, Museum Strasse, Korner Platz. Vie e piazze del centro dove avrei comprato tutto quello che vedeva. Sembravo una bambina viziata e capricciosa, che desiderava ogni cosa. Sempre col naso appiccato alle vetrine, desiderosa di entrare in ogni negozio. Forse il mio amore avrebbe comprato l’intera città per me, ma avevamo il problema di caricarlo sul fuoristrada. Quindi mi sono limitata a poco, oltre al PC: qualche oggetto per la casa, delle tende ricamate e delle morbide pedule.

Quando sul tardo pomeriggio abbiamo ripreso la strada di casa, avevo una certa nostalgia della città e gli ho chiesto ingenuamente «Perché non andiamo a vivere a Bolzano?»

Lui ha sorriso: «Forse un giorno».

Quando abbiamo imboccato la nostra strada e ci è apparsa la nostra baita, ho dimenticato tutto, perché mi sono sentita a casa mia. Ho capito che la domanda era stata posta fuori luogo, perché. smaltita la sbornia della novità, avrei rimpianto il bosco, i suoi profumi, i suoi silenzi, i suoi abitanti e soprattutto la nostra casa.

Postata da Amantea il 20 settembre 2002 – commenti (1) Ma veramente vivi in un bosco?

Un bacio Elisa Utente Anonimo

«Finalmente un commento! Non ti sei sprecata molto! Domandina e bacio» ironizzò Pietro prima di abbracciarla stretta e baciarla.

«Non sono io! E poi sei molto pungente stanotte» disse dopo essersi divincolata.

Accantonato il PC, la riafferrò per baciarla su collo, sui capezzoli induriti dalla passione e ancora più giù. Lei si sciolse morbida e disse: «Ho voglia di te».

E si rifugiarono sotto le lenzuola.

La kitsune – parte ventidueseima

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Un nuovo tassello della storia che svela quello che ormai tutti sanno. Chi volesse leggere gli arretrati può trovare i link qui.

pane fatto in casa – foto personale

Continuarono a leggere il blog di Amanda che riportava sensazioni ed emozioni con scarsi commenti e ancora più rare visite. Non pareva riscuotere un gran successo. Però a loro non interessavano questi aspetti, preferivano concentrarsi su quello che scriveva.

Dal blog di Amantea

Pane! Ho preparato il pane!

A fianco della baita c’è una piccola costruzione composta da due corpi: uno è il forno, l’altro è la dispensa. Entrambi sono in muratura. Un percorso coperto ci consente di raggiungerli anche quando nevica o piove. È una gran comodità perché d’inverno restano sempre disponibili, anche quando la neve è alta molti metri tanto che sembra una muraglia che copre tutto. Sì, perché qui nevica copiosamente. Gli accumuli raggiungono facilmente i tre o quattro metri e oltre, quando tira vento, ma per noi è come se non ci fossero.

La camera adibita a dispensa è fresca tanto d’estate come d’inverno consentendoci di conservare le provviste a lungo senza pericolo che si guastino. Non ho ancora capito come Klaus sia riuscito a ottenere tutto questo, perché per me rimane un vero mistero. Capisco che durante l’inverno, che comincia a ottobre o ancora prima e finisce ad aprile, il freddo sia il migliore frigorifero del mondo. Però nel periodo estivo, sia pur breve, i cibi si conservano benissimo per molte settimane. Ha provato a spiegarmelo, ma per me è troppo complicato il sistema di conservare la neve ghiacciata invernale per quasi dodici mesi.

Non provo neppure a spiegarlo nel blog, perché non saprei cosa scrivere. Per me rappresenta un miracolo, perché, anche quando la temperatura scende di molti gradi sotto lo zero, non ghiaccia nulla, ma c’è un clima ideale per la conservazione dei cibi.

Però voglio parlare del prodigio del pane.

L’altra stanza contiene in un angolo un ampio forno a legna dove è possibile cuocere qualsiasi vivanda, ma soprattutto il pane. A centro c’è un tavolaccio per preparare quanto deve andare cotto Io non ho mai impastato nulla, nemmeno quando abitavo coi miei genitori. Ho sempre osservato con curiosità mista a invidia Klaus quando approntava il composto che poi finiva a dorarsi nel forno.

Cucinare non è stato mai il massimo delle mie aspirazioni, né credo lo sarà mai! Lui però con somma pazienza si è adoperato a insegnarmi le varie tecniche, ma i risultati sono sempre stati modesti. Proprio non riuscivo sbloccarmi perché una parte di me si rifiutava di cooperare. Era come se avessi una dicotomia: il lato A che si impegnava nell’esecuzione dei comandi che riceveva, il lato B che malignamente si divertiva a distrarmi con ordini discordanti. Il risultato era qualcosa che cotto era al limite dell’immangiabile senza la lievitazione giusta e l’amalgama corretto. Quello che ne usciva era o qualcosa duro come un osso o dalla mollica tipo chewingum appiccicaticcio.

Oggi è stato un gran giorno, perché il lato A ha sconfitto il lato B, relegandolo in un angolo, dove non può più nuocere. Finalmente sono riuscita a miscelare la giusta misura di acqua e farina col lievito di birra e pizzico di sale.

La consistenza era ottimale per sfornare dei pezzi fragranti e croccanti al punto esatto. L’impasto era morbido senza attaccarsi alle mani, elastico e soffice. Man mano che lo ho estratto dal forno, ho capito che da questo momento sarò in grado farlo sempre.

Ho saltato e ballato come una bambina alla quale avevano regalato il gioco tanto desiderato, mentre sentivo crescere l’autostima e la soddisfazione di mangiare il pane preparato con le mie mani.

Come Klaus più volte mi ha spiegato, la preparazione è semplice: farina, sale, acqua e lievito di birra con l’aggiunta di semi di finocchio o sesamo o cumino.

Detto così, in effetti, sembra banale. Però l’arte sta nel dosare i vari componenti, lavorare con le mani l’impasto fino a che questo non ha la consistenza giusta.

Ho dovuto vincere le resistenze interne che mi hanno impedito di eseguire correttamente ogni manovra. Non è stato facile!

Mi sono chiesta perché prevaleva il lato B, quello malignetto, senza trovare la giusta risposta. In compenso oggi mi sono sentita soddisfatta mentre vedevo crescere la pagnotta scura col cumino dentro nel forno e assaporavo il profumo del pane appena sfornato.

Sono sicura che lo scoiattolo che alberga nel terzo abete da sinistra sia uscito per capire da dove proveniva quel delizioso odore di cibo appena cotto. Domani gli regalerò qualche briciola perché anche lui sia partecipe del grande evento.

Klaus era visibilmente appagato dai miei progressi, e lo ha dimostrato con le attenzioni che mi ha riservato.

Vinto questo scoglio psicologico, credo che nulla mi impedirà di migliorare ancora.

Postata da Amantea il 10 novembre 2000 – commenti (0)

Pietro spostò il computer dalle sue game e allungò verso l’alto le bracca facendole crocchiare.

«Non riscuote molto successo il blog, ma scrive bene. E così hai imparato anche a preparare e cuocere il pane?»

«Sì».

«Si capiva dal modo con il quale manovravi le mani. Hai compreso perché il lato B ti impediva di apprendere i segreti del pane?»

Elisa arrossì leggermente, imporporando le guance. Pietro aveva intuito tutto.

«Sì, è la resistenza ai cambiamenti. Volevo cambiare tutto senza modificare nulla. Mi piaceva emulare Klaus, ma desideravo che il pane continuasse a prepararlo lui, mentre lo osservavo. Pare curioso? Ma non troppo. Ora tu sei Klaus».

«No, non posso essere lui. Troppe evidenze ci separano. Non so parlare agli alberi, né colloquiare con gli elfi».

Pietro scoppiò a ridere, mentre Elisa mostrò sul viso la delusione.

la Kitsune – parte ventunesima

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eccoci con la nuova puntata della storia di Pietro ed Elisa. Le precedenti le trovate qui

Kitsune

Pietro, sistemato sulle gambe il PC, lo accese, mentre Elisa si accoccolava sotto le braccia.

«Chissà se la internet key funziona ancora».

«E perché no?» replicò la ragazza sicura.

Pietro sorrise sornione, adesso il problema era se c’era campo dando per scontato che funzionasse tutto.

«Vediamo… Mentre il baraccone parte, facciamo qualche ciacola. Pensi di trovare qualcosa d’interessante nascosto dentro? Per i documenti si fa presto. È un gioco da ragazzi. Ma navigare su internet è come mollare gli ormeggi sull’oceano senza conoscere la direzione da prendere».

«Non ti preoccupare. È facilissimo» replicò Elisa.

Pietro sorrise facendo scivolare la mano sul suo corpo, che rispose subito alla sollecitazione inarcandosi. “Il computer può attendere” pensò, mentre la baciava sull’incavo del collo, sapendo che Elisa conosceva tutti i segreti di Amanda.

Lanciato il browser, si collegò a qualche sito conosciuto per verificare l’internet key.

«Dove navigo?» disse dopo la verifica.

«Scrivi www.splinder.com. Amanda tiene lì il suo blog».

«Allora conosci userid e password».

«Certamente. Amantea e rosacrociata».

Dal blog di Amantea

14 Luglio: una data magica. Sì, il 14 luglio è una data magica per me. Troppi ricordi felici sono associati a questo giorno! È il giorno della presa della Bastiglia con la cacciata del re tiranno da parte del popolo. Quel giorno, era 14 luglio 1789, è stata presa la fortezza prigione, simbolo dell’oppressione, della monarchia assolutista. “Liberté, Egalité, Fraternité” era il grido che risuonava per Parigi, scossa dai tumulti. Lo so che quell’insignificante episodio non aveva contato nulla allora, ma ora ha assunto un aspetto profetico non solo per i francesi, ma anche per me.

Questi ricordi affiorano nella mia mente come piccoli frammenti di un disegno distrutto, che lentamente si va ricomponendo.

Il 14 luglio 1995 l’ho visto per la prima volta e ho tremato non per il terrore, ma per una sensazione che non sono riuscita a comprendere immediatamente. Ho finto di non notarlo, mentre passavo nel piazzale dove lui era fermo con il suo fuoristrada. Mi sono domandata chi era quel forestiero, alto, biondo con due braccia che sembravano due tronchi d’albero. Avrei voluto fermarmi a osservarlo meglio, ma non potevo, dovevo darmi un contegno per non alimentare ulteriori chiacchiere tra questi malevoli compaesani, pronti solo a parlare male di me.

«La fèmine del speziâr, sai quella dai pelocs ros. Po sì, proprio jê a jè!1 Quella che dice a malapena “ciao”, “Buongiorno” o “Buonasera”. Ha la puzza sotto il naso, perché è la moglie del farmacista! Fino a ieri viveva nella merda e non aveva i soldi per comprarsi uno straccio di vestito, ora si atteggia a gran signora, non cagando nessuno».

Questa era la chiacchiera più benevole, ma chissà a cosa pensavano, quando prendevo il pullman per Pordenone alla mattina presto per tornare nel tardo pomeriggio! Io non ho mai voluto prendere la patente. Guidare mi ha sempre terrorizzato e ho usato i mezzi pubblici per spostarmi.

Se mi fossi fermata a guardare per bene quel forestiero, avrebbero detto sicuramente: «Pensa già di mettere la cuarnadure a sô marît2». Come se io fossi una poco di buono pronta ad alzare la gonna davanti a ogni uomo!

Guido mi bastava e avanzava per pensare di stare con qualcun altro! Ci sarebbe mancato solo quello per aumentare i pettegolezzi dei compaesani. Loro non hanno mai perdonato che io, figlia di Germano e Gina, due spiantati sempre pronti a elemosinare qualsiasi cosa, abbia sposato Guido, il farmacista. Lui è ricco, possiede mezzo paese e non so quanti ettari di campagna, ha un conto a otto, nove cifre in banca. Tutti a pensare che l’ho fatto per danaro! Solo io so che non è vero!

Dei suoi soldi non me ne importa nulla, anche se non me ne ha fatto mai mancare, alimentando con un fisso il mio conto. Però ne ho usato pochi, gran parte li ho girati ai miei. Loro sembravano una voragine senza fine che inghiotte tutto e non restituisce mai nulla. Poi cosa me ne sarei fatta? Per dei vestiti da mettere in mostra? In quale occasione? Non lo so! A parte i rari avvenimenti mondani, ai quali partecipavo con Guido, al massimo andavo a Pordenone in corriera! Non mi sembra una grande metropoli per esibire abiti griffati!

Altri malignavano che mi aveva comprata, ma io fingevo di non sentire, anche se mi faceva male. Sì, questa non è una malignità, purtroppo, ma la colpa è di mia madre.

Casarsa è cresciuta, è diventata un grosso paese, ma la mentalità è rimasta quella di cinquant’anni prima. Campagnola e maliziosa, maschilista e pettegola.

Ormai pochi si sono spaccati la schiena nei campi, perché molti sono finiti nelle industrie dei dintorni. Un tempo lavoravano tutti per la Zanussi, ma poi il lavoro è diminuito e molti giovani sono andati a stare in città e tornavano solo per salutare i propri vecchi.

Però quel giorno ho percepito che qualcosa sarebbe cambiato, se lui avesse deciso di fermarsi in paese.

Cosa veniva a fare quell’uomo in un paese dove tutti fuggivano?

Me lo sono sempre chiesta e non ho mai avuto il coraggio di chiederlo.

So solo che l’uomo che l’ha chiamato per nome ha una falegnameria industriale nei paraggi.

Klaus, questo è il suo nome, conosce il legno come le sue tasche e faceva il boscaiolo prima di scendere a valle.

Quando sono arrivata a casa avevo il fuoco di San Antonio dentro di me. Avrei voluto conoscerlo, parlarci, ma non potevo. Dovevo comportarmi da irreprensibile moglie. La visione di quel giorno mi accompagnava di notte. Però erano solo fantasie erotiche.

Poi per lunghe settimane non l’ho più visto pensando che fosse fuggito dopo avere conosciuto meglio Casarsa.

Che brutto colpo sarebbe stato per me se fosse successo!

Invece è capitato l’incredibile la sera di San Lorenzo nel ristorante da Tiziano: ho potuto conoscerlo. Ho creduto di morire perché da vicino era più imponente e interessante. Ha superato la mia immaginazione, quando lo sognavo durante i rapporti con Guido.

Klaus è un uomo di poche parole, anche se intelligente e colto. Questo mi ha stupito alquanto, perché non lo avrei mai creduto. Quella sera ha usato sì e no venti vocaboli, ma mi ha colpito con quale proprietà li ha detti.

Avrei voluto chiedergli di tutto, subissarlo di domande, ma non ho potuto, ho dovuto trattenermi. Ho dovuto fingere di essere una moglie fedele, che non si intromette nei discorsi da uomini. Ero l’unica donna e non ho voluto creare problemi.

Dentro di me quel fuoco, che aveva bruciato impetuoso il 14 luglio e sembrava quasi spento, ha ripreso vigore, divorando anima e corpo..

Postata da Amantea il 14 luglio 2000 – commenti (0)

«Non ci sono molti commenti» ironizzò Pietro, vedendo lo zero di fianco. «Dimmi, come fai a conoscere tutti questi segreti?»

«Nemmeno sotto tortura te li rivelo» rispose Elisa ridendo. «Un giorno ti spiegherò tutto. Per il momento li custodisco dentro di me. Abbi fiducia. Te lo prometto».

«Va bene, Anzi non va bene niente. Questi misteri mi mettono di cattivo umore” replicò asciutto, socchiudendo gli occhi che mostravano irritazione.

«Mi dispiace, ma non mi sento pronta a parlarne. Però ti prometto che prima di partire, ti spiego tutto. E vedrai che alla fine non sono dei misteri così appassionanti».

1È la donna del farmacista, quella dai capelli rossi. Ma sì, proprio lei.

2Pensa già a mettere le corna a suo marito.

La kitsune – parte ventesima

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Una nuova puntata arricchisce la storia. Per chi ne avesse perso qualcuna la può recuperare qua.

L’abete – foto personale

Quando il buio cominciò a coprire oggetti, alberi e piante, rientrarono chiudendo con cura finestre e porte. Nessuno sarebbe potuto entrare nella loro fortezza, che Elisa percepì essere inviolabile, mentre fuori si agitavano il vento, il bosco, gli animali, che ululavano incapaci raggiungerli. L’essere più inquietante era una volpe che si aggirava attorno alla ricerca di un punto debole. Si muoveva silenziosa cercando di passare inosservata.

Però Elisa si sentiva al sicuro perché poteva contare su una doppia protezione: Pietro con l’amore sbocciato nella notte e la baita sigillata nelle porte e nelle finestre. Con questo stato d’animo cominciò a chiacchierare, mentre si tenevano per mano.

Con abilità evitò di parlare di Klaus, di Amanda, del bosco e di tutto quello che ruotava intorno a questo. Discussero di loro, di cosa facevano, di libri, di musica e dei loro mondi passati e presenti. Scoprirono passioni comuni e disaccordi inaspettati in modo naturale come due innamorati che mostravano e rivelavano i lati nascosti del loro carattere.

Il tempo volò senza che se ne accorgessero. La lancetta dell’orologio sulla parete era ferma sulle dieci mentre fuori era buio pesto, perché le nuvole basse avevano coperto la luna. Il loro cielo era sempre luminoso come di giorno, senza che alcuna copertura lo offuscasse. Lo stimolo della fame fece di nuovo capolino nelle loro menti per segnalare che era giunto il momento d’interrompere le chiacchiere.

Come la sera precedente si immersero nella vasca, percependo crescere l’eccitazione per la nuova notte che si apprestavano a trascorrere insieme. Era un modo piacevole e stimolante per scoprire nuove sensazioni nello stare insieme e per ridestare la sessualità addormentata per troppo tempo.

Pietro non aveva mai immaginato in quale maniera sarebbe cambiata la sua visione della vita. Appena ventiquattro ore prima non aveva percepito l’esigenza di avere vicino una donna, ma adesso non ne poteva fare a meno. Sentiva degli stimoli sconosciuti, che desiderava esauditi, ignorandone la loro esistenza. La sua percezione del mondo femminile era mutata. Se prima le riteneva non credibili, subdole, adesso non aveva importanza se Elisa gli nascondeva dei segreti. Stava bene con lei.

Che rilevanza ha se Elisa era Amanda o viceversa? Sarà vera questa ipotesi o è solo il frutto della mia immaginazione? Però ci sono differenze tra le due donne e non da poco. A parte l’età lei era vergine ieri sera! È inutile cercare di risolvere il quesito. Sarà il tempo che farà giustizia di tutte le perplessità”.

Portati in camera due vassoi col pane ancora fragrante, un pezzo di formaggio di montagna stagionato, fette di speck e la bottiglia di vino rosso, si sistemarono nel letto con il PC.

«Hai eretto un muro tra noi» commentò imbronciata Elisa, osservando il computer che stava tra loro.

«Lo elimino subito» replicò ridente Pietro, deponendolo sul tavolino.

La ragazza voleva ritardare l’apertura del computer perché sapeva che c’era il blog di Amanda, conosciuta sul web col nick di Amantea. Adesso aveva voglia di fare all’amore, di possedere Pietro, di abbandonarsi tra le sue braccia.

Questa notte non voleva addormentarsi nemmeno per un secondo. Non desiderava altri scherzi come quello della nottata precedente.

Mangiarono con lentezza come per assaporare meglio il cibo senza fretta. Avevano perso la cognizione temporale, proiettati in una dimensione spazio-tempo dove il tempo si era fermato e lo spazio era dilatato all’infinito. Era un modo per centellinare sapori e sensazioni. Era una sorta di petting gastronomico per stimolare i sensi che erano già di per sé eccitati dagli odori dei corpi che emanavano.

Accantonati i resti della cena, Elisa cominciò a baciare Pietro che sembrò restare passivo senza reazioni, come se volesse scaldare ancor di più le emozioni che erano già intense. Poi cominciò a ricambiare con grande passione, diventando sempre più attivo. Non c’era la necessità di parlare. I gesti lo facevano per loro e comunicavano i desideri senza equivoci o fraintendimenti.

Fecero all’amore in silenzio, rotto dai sospiri e battiti dei loro cuori. Rifiatarono senza addormentarsi. Sembravano posseduti dal sacro furore dell’amore tanto intensa era la passione che trasmettevano l’uno verso l’altra. Elisa si sentiva protetta, perché nessuna minaccia avrebbe potuto incuterle paura. I loro corpi nudi, appena coperti dalle lenzuola, emanavano un odore di muschio che la eccitarono. Pareva che volessero recuperare gli anni perduti, ma in realtà erano attratti l’un l’altro.

«Non ho sonno. Ora possiamo mettere tra noi il PC!»

«Lo appoggio sulle mie gambe. Non ci dovrà dividere».

E risero allegri.

La kitsune – parte dicianovesima

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Elisa e Pietro cominciano la loro avventura nella baita. Per le altre puntate leggete qui.

Colpo d’occhio – foto personale

Buona lettura

Elisa era rimasta senza parole, incapace di parlare. Non osava pensare per il timore che Pietro le potesse leggere la mente. Ricordava nettamente quando aveva visto Klaus e l’effetto prodotto su di lei quella volta.

Aveva ascoltato con piacere i pensieri di quell’uomo forte e deciso che l’aveva spogliata con lo sguardo. Non li aveva mai rivelati, finché una mano femminile ignota non li aveva trascritti. Pietro li stava leggendo per lei ma Elisa si pose la domanda su chi aveva trovato il diario di Amanda e gli appunti di Klaus per ricopiarli in bella grafia su questi fogli, comparsi durante la notte. La sera precedente non c’erano né PC né fogli, perché li avrebbe notati quando aveva perlustrato la stanza. Aveva avvertito presenze oscure ed era andata alla loro ricerca senza esito. Dunque un ‘ignota persona aveva aspettato che cadesse sotto i colpi del sonno e della stanchezza per farli comparire. Elisa ricordò di aver fatto di tutto per rimanere sveglia, ma l’appagamento era stato talmente elevato che le difese erano andate in frantumi. Adesso sorgeva in lei la curiosità di conoscere il resto della storia.

Pietro, in attesa che Elisa parlasse, prima di riprendere la lettura, le chiese con un velo di ironia: «Sei già stanca?»

«No. Sto aspettando che tu prosegua. Mi sembrano interessanti».

«Amanda sembra la tua gemella. Non convieni?»

«Davvero?» replicò spalancando gli occhi come se fosse sorpresa.

«Chissà quante donne hanno capelli rosso fuoco e occhi blu! Non credo di essere l’unica. Poi io a quell’epoca ero una bambina!» si difese sapendo di mentire.

«Già! Non ci avevo pensato. Però» replicò Pietro fingendo di accettare la sua affermazione.

«Cosa però?» replicò Elisa staccandosi da lui. «A cosa stai pensando? Stanotte eri latte e miele, ora sei come un cane da caccia che ha annusato la preda e la incalza per stanarla»,

«Siamo in un bosco, Il paragone calza» affermò con un bel sorriso sulle labbra, afferrandola per baciarla.

«Lasciami!» replicò stizzita «Giuda!»

Pietro la tenne stretta senza lasciarla libera, mentre cercava di divincolarsi. Elisa, sentendo quella stretta forte ma sincera, oppose una resistenza che aveva l’aspetto di una recita dai toni deboli per sciogliersi nell’abbraccio.

«Sono stata sciocca pensando d’ingannarti. È vero. Amanda mi assomiglia. Sembriamo due gocce d’acqua. Però io non posso essere lei, né lei me. Ci sono troppe incongruenze temporali e geografiche. A Casarsa, o come diavolo si chiama quel posto, non so dove sia. In quegli anni vivevo a Venezia. Non potevo essere contemporaneamente in due località distinte. Inoltre con Amanda ci sono molti anni di differenza. Nel 1995 avevo solo undici anni e non potevo essere già sposata. Questa è la verità».

Pietro la stringeva con vigore percependo un calore sincero da parte di Elisa anche se era piena di ambiguità e di enigmi. Il primo sembrò sciolto: lei e Amanda erano un tutto uno nonostante i tentativi di negare l’evidenza. Come questo fosse stato reso possibile non lo sapeva, ma l’avrebbe scoperto.

Il secondo era che il bosco conteneva uno o più segreti che avrebbe trovato il modo di risolvere. Se quegli alberi davvero parlavano, ne avrebbe imparato il linguaggio con pazienza e ascoltato le loro voci.

Era venuto il momento di aprire il PC per esplorarlo dopo aver accantonati i fogli.

«Chissà se la batteria è carica» affermò con calma serafica.

Il computer rimase muto. Avrebbe dovuto collegarlo a una presa se lo voleva vedere in funziune ma senza l’aiuto dei pannelli non era possibile.

Al PC ci penserò più tardi dopo la verifica del fotovoltaico. Ho notato che alle prese non è possibile collegare nulla con il generatore in funzione. Evidentemente serve in condizioni d’emergenza per le luci. Ora sento la voglia di alzarmi, di uscire e di respirare l’aria del bosco” rifletté Pietro stiracchiandosi.

«Ci alziamo? La giornata è splendida. È un peccato sprecarla restando rintanati nella baita» disse Pietro, accennando a scendere dal letto, perché era curioso di verificare i pannelli solari. «Proviamo ad attivare i pannelli?»

«Quali pannelli?» chiese stupita Elisa.

«Quelli che operano con la luce del giorno. Si risparmia carburante e si elimina un fastidioso rumore. Poi, forse, possiamo rimettere in funzione il PC».

Pietro si alzò, aprendo il lucernario della camera, mentre Elisa, che era decisa di stargli accanto, lo seguì.

S’infilarono jeans e polo scendendo al piano terra, dove sta l’interruttore dei pannelli, che attivarono. Quando le batterie si sarebbero ricaricate, avrebbero avuto una buona scorta di energia elettrica per il resto della giornata.

Aperte le finestre, uscirono all’aperto dirigendosi verso edifici adiacenti. Pietro li voleva esplorare per rendersi conto delle loro funzionalità. Elisa trottava dietro di lui senza fiatare.

«Ho fame. Il cuoco cosa prepara?» sbottò Elisa, dopo essersi seduta sul prato.

«Chi sarebbe il cuoco?»

«Tu» replicò con aria scanzonata.

«Uh! Caschi male. Le mie conoscenze si limitano a pochi piatti. Spaghetti olio e formaggio, insalata o radicchio, un ovetto o una bistecca grigliata e stop» rispose ridendo.

«Mi sa che moriremo di fame» chiosò Elisa. «Sono più limitata di te. La famiglia è una grande risorsa. Ma tu… non hai detto che sono dieci anni che vivi da single? Come hai fatto a sopravvivere?»

«Te l’ho appena detto» rispose, facendo una pausa. «Veramente no. Esistono tavole calde, trattorie a prezzi economici. Un pasto abbondante a mezzogiorno e uno leggero ma molto leggero alla sera. Qui…» e si guardò intorno, «non vedo ristoranti. Se non vogliamo morire d’inedia dobbiamo darci da fare. Se tu sai fare il pane, abbiamo un forno che ci aspetta».

Elisa sorrise con dolcezza, perché si ricordava come si faceva il pane. Glielo aveva insegnato Klaus.

«Per il pane dobbiamo pulire il tavolo, accendere il forno, preparare gli ingredienti. Rimanendo qui, non si combina nulla».

Pietro l’afferrò con forza e tenerezza stringendola al petto. Si baciarono, mentre sollevava la polo per affondare le mani sui seni.

«E no! Sul prato, no! Dati un contegno! La natura ci guarda! La possiamo turbare!» disse ridendo, mentre sgusciava dall’abbraccio per rientrare nella baita.

Ripulita la sala dalla polvere per dare una parvenza di pulito, prepararono l’impasto con farina integrale e lievito di birra, lasciandolo a lievitare sotto il sole, mentre il forno si scaldava.

Esaminarono che Marco aveva preparato. Scatole di pasta, di tonno e carne, sottaceti, pacchetti di cracker e fette biscottate, olio di oliva, latte a lunga conservazione, un paio di bottiglie di vino. Era stato generoso nelle provviste.

«Per qualche giorno non si muore» affermò Pietro soddisfatto delle scorte di cibo.

«Se vogliamo cuocere la pasta dobbiamo lavare una pentola. Dove scaldiamo l’acqua?» aggiunse Elisa.

«Ho visto una cucina economica. Basta accenderla».

Qualche ora più tardi al termine del pranzo si sdraiarono sul prato a godere degli ultimi raggi del sole, prima che scomparisse dietro le cime dei monti circostanti.

«Per oggi non siamo morti di fame. Stasera ancora pane fresco. Dove hai imparato a preparare il pane?» chiese Pietro girandosi verso di lei.

Elisa sorrise. Il segreto sarebbe durato finché non avrebbero ripreso la lettura.

«Ah! Ho capito… È stato Klaus» e la strinse a sé.

La kitsune – parte diciottesima

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Il mistero si infittisce. Se volete leggere le altre puntate pubblicate le trovate qui.

Monte Antelao – operso Lunardo – https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Lunardo – Common Creative

Appunti dalle memorie di Klaus 14 Luglio 1995

Non sono abituato a scrivere, anche se leggo molto e volo con la fantasia. Però questa volta lo devo fare. Non posso farne a meno. Devo mettere nero su bianco perché la memoria possa restare anche dopo, quando non ci sarò più.

Pazzia! Ecco la parola giusta. Pazzia! Ma procediamo con ordine.

Oggi è il 14 luglio del 1995. Ho lasciato le mie montagne per scendere a valle e comincio già a rimpiangerle, anzi vorrei ritornare sui miei passi ma devo farmi forza.

Mi domando perché l’ho fatto. Forse non c’è nulla da spiegare. Semplicemente dovevo andare, guidato dall’istinto che mi ha spinto in Friuli, a Casarsa della Delizia. Se non l’avessi fatto, non scriverei come sto facendo.

Ero stanco di girovagare tra i monti, che mi hanno visto crescere solitario come un lupo. Un giorno ho percepito una sensazione nuova, ma non capivo cosa era. Mi sono interrogato, arrovellando il cervello senza giungere a nulla.

Ho continuato a fare il mestiere che conosco, anzi l’unico che mi riesce bene: il boscaiolo. Quando c’è da diradare un bosco, mi cercano, perché sanno che parlo con gli alberi e loro mi capiscono. Cadono solo quelli che devono essere tagliati e non dicono nulla. Accettano il verdetto, perché sanno che è giusto.

Sembrerò pazzo, mentre scrivo questo. Però so di non esserlo. Mi piace odorare il profumo del bosco, dell’abete reciso a regola d’arte senza che esso soffra. Questa è un’arte che richiede precisione e sensibilità. Ormai è un mestiere per pochi e quando sarò morto, non ci saranno più boscaioli. Il bosco sarà tagliato meccanicamente senza selezione e ne soffrirà.

Mi piace cacciare, ma vorrei combattere ad armi pari con la selvaggina. Sono un vigliacco perché uso il fucile. Non sono un cacciatore seriale, ma seleziono con cura chi devo abbattere. Ho un cuore, ma col fucile esso smette di battere.

Leggo i segni del bosco per individuare la preda che inseguo solo col mio istinto. Lui mi aiuta, mi accoglie e mi protegge e io lo ripago difendendolo.

Coi risparmi del mio lavoro mi sono comprato una baita e un intero bosco posto sulle pendici del monte Antelao. L’ho chiamato ‘il bosco degli elfi’, perché sembra dotato di vita e sensibilità. Mi parla di un popolo che abita i suoi alberi. Non so chi sono, né li conosco, perché non si fanno vedere dagli umani. Però so che ci sono. Li ho sentiti. Ho percepito la loro presenza invisibile.

Pietro interruppe la lettura. Era strabiliato. Leggere quanto stava scritto, non oggi, nemmeno ieri, ma quindici anni fa era qualcosa che lo sbalordiva. Aveva ascoltato il nome del bosco poche ore prima da una ragazza, che adesso stava accoccolata sul suo petto.

«Elisa» chiese mostrando meraviglia sul viso. «Hai chiamato questo bosco ‘il bosco degli elfi’. Dove l’hai letto o chi te l’ha suggerito?»

Elisa sospirò.

«L’ho sempre saputo. Nessuno me l’ha detto. Riprendi la lettura» e restò in silenzio.

L’affermazione lapidaria lo lasciò basito. “Come poteva conoscere il nome affibbiato da Klaus al bosco acquistato oltre quindici anni fa? Ne aveva forse meno di dieci all’epoca!”

A Pietro non restò che riprendere la lettura dei fogli, scritti da una grafia minuta.

Un giorno mi accoglierà con la mia sposa, la mia compagna e lì trascorrerò il resto della mia vita.

La casa la tengo in ordine per quando arriverà il momento. È rettangolare, ampia e accogliente con un piccolo forno in muratura con annessa dispensa, un capanno per gli attrezzi e una tettoia per il mio fuoristrada.

Dunque percepì che era giunto il momento di lasciare quei rifugi sicuri e scendere a valle. Però non ne comprendevo i motivi.

Ero restio e titubante, ma dovevo farlo. Mi avevano cercato per un lavoro in una grande segheria nel Friuli. La paga era buona, molto di più di quella da boscaiolo.

Oggi ho raccolto le poche cose che possiedo e caricato il fuoristrada sono arrivato in paese.

Mi sono guardato smarrito perché mi è sembrato un mondo diverso e pensai di aver commesso un errore, di essere capitato nel posto sbagliato, quando…

È passata una donna dai capelli di un rosso così acceso che pareva fuoco e con due occhi blu, che non ne avevo mai visti di simili.

L’ho seguita con lo sguardo, l’ho mangiata con gli occhi, ho creduto di notare un lampo in quel blu incastonato sul viso.

Torna coi piedi per terra!” mi sono detto “Lei è una dea e tu un comune mortale. Le dee non si accorgono di noi”.

Ecco il motivo della mia pazzia: ho pensato che lei mi abbia notato.

Qualcuno mi ha chiamato e mi sono girato per osservare chi mi ha cercato. Nessuno mi conosce. Nessuno sa chi sono, eppure qualcuno ha urlato il mio nome «Klaus!»

Ho cercato di capire chi era, mentre la dea è svanita come un sogno all’alba dopo la notte agitata.

Un omone sorridente mi è venuto incontro con la mano tesa per stringere la mia.

«Benvenuto, Klaus! Sono Ugo e ti aspettavo con impazienza».

Mi ha preso sottobraccio, mentre ho borbottato qualcosa d’incomprensibile. Però la mia testa era altrove alla ricerca della dea.

È questa l’inquietudine che mi ha pervaso negli ultimi tempi? È lei il misterioso filo che mi ha condotto qui come quello di Arianna?

Ugo ha parlato fitto, gesticolando, mentre mi ha mostrato qualcosa. Con lui c’era solo il mio corpo, perché l’anima è stata rapita in altro luogo e ha vagato per rintracciare lei, la mia dea.

La giornata è trascorsa lenta, mentre la mia mente è in subbuglio subissata da informazioni, che non memorizza, da nomi, che mi non dicono nulla, da volti, che ho subito dimenticato. Ho aspettato solo la sera per chiudermi nella stanza a riflettere e pensare a lei, la dea dai capelli rossi e dagli occhi blu.

Ecco la mia pazzia! Sono come il paladino Orlando che è impazzito d’amore verso Angelica, la mitica principessa del Catai, compiendo ogni sorta d’impresa? Sono come lui, che ha inseguito il suo amore nel lontano oriente?

Ecco la pazzia che mi ha colpito! Vedo una dea e me ne innamoro!

Ma dove sarà? Chi è?

Pietro rifiatò dopo avere letto tutto d’un fiato queste poche pagine. Però la mente era in subbuglio, perché troppe erano le assonanze.

Osservò i capelli di Elisa. Sembravano la fotografia della descrizione appena letta. E poi gli occhi blu, quelli che lo avevano stregato la prima volta che l’aveva vista.

Amanda è la fotocopia di Elisa oppure è la reincarnazione? Oppure?” si chiese spalancando la bocca per la meraviglia di una evidente somiglianza. “Ma che differenza c’è? La sostanza è la medesima!”

Era sbalordito da questi particolari che le facevano assomigliare come gocce d’acqua, ma non solo. Troppi punti oscuri, troppe coincidenze per essere casuali. I dubbi crescevano. Le sensazioni di mistero che prima apparivano incomprensibili adesso diventavano concreti, di una consistenza inquietante.

Mi domando dove sono finito. Marco appare e scompare, si defila e diventa etereo come se fosse inesistente. Elisa afferma di essere stata a scuola con me al liceo. Però dieci anni di differenza la rendono improbabile, per non dire assurda. Leggiamo dei fogli, scritti con grafia minuta, che la descrivono con esattezza. Eppure i fatti risalgono a quattordici anni fa. Dunque avrebbe dovuto essere appena undicenne! Un paradosso! Klaus, un boscaiolo, ha comprato questo bosco e questa baita. Lui non mi assomiglia per nulla, ma gioca una partita importante che ignoro. Se lo acquisto, finirò per identificarmi con lui? La testa sembra impazzire per risolvere questi indovinelli con domande e risposte che si inseguono come un gioco di guardie e ladri. Mi chiedo perché sono qui. È frutto del caso oppure faccio parte di un disegno che non mi è stato rivelato? Elisa è muta, ostinatamente muta, ma percepisce delle presenze che non sento. Ha una paura folle a rimanere sola”.

La osservò nel tentativo di carpire un segnale che gli avrebbe fornito la chiave di lettura degli eventi, ma Elisa era una sfinge.

Doveva affidarsi all’istinto, che lo guidava nelle scelte.

La kitsune – parte diciasettesima

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I nostri due amanti si appassionano alla stroria di Amanda e Klaus. Le altre puntate le potete leggere qui.

Buona lettura

Dal diario di Amanda 14 Luglio 1999

È una bellissima notte di luglio senza luna e con tante stelle, che sembrano lumini accesi nel buio. Il grande carro si vede nitido. È l’unica costellazione che so leggere. Adesso non ho tempo di osservare il cielo, né di pensare, né di parlare, devo solo concentrare lo sguardo in un punto remoto, che non so distinguere.

Lo aspetto con impazienza sfogliando i secondi che scorrono lenti, mentre le lancette fosforescenti si muovono a scatti scandendo il ritmo dei miei battiti.

Ha cambiato idea?” mi dico, ma non lo penso o meglio non lo voglio pensare. Sono mesi che sogno questo giorno e non vorrei vederlo fuggire via, lasciandomi qui tra le braccia di un essere che odio.

Ho preparato la valigia con le poche cose che voglio prendere con me, ma mi sembra pesante, un macigno da trasportare. Forse è l’ansia di fuggire da questa gabbia dorata, dove sono stata rinchiusa per troppi anni, che l’appesantisce.

Sono in giardino vicino all’ingresso e sento le zanzare ronzare nelle orecchie.

Signore, fa che venga presto per mettere fine a questo supplizio” prego mentalmente, mentre mi faccio coraggio.

Da quante ore sono qui? Ormai non viene più! Dovrò mestamente tornarmene di sopra a piangere le mie disgrazie” e quasi urlo dal terrore, quando sento una mano posarsi sulla spalla.

Mi giro terrorizzata di scoprire il mio aguzzino anziché vedere l’angelo salvatore, ma un sospiro di sollievo esce dai polmoni e mi aggrappo a lui, a Klaus. Finalmente è arrivato.

Lo bacio e lo stringo forte, non voglio vederlo fuggire.

«Forza! A questo ci penseremo più tardi» mi dice sottovoce, afferrando la valigia ai miei piedi. «E tutto qui quello che prendi?»

La solleva come se fosse un fuscello.

«Si!»

Sono una bambina che segue la madre. Ecco come appaio a chi ci guarda. Percorriamo un viottolo buio attenti a dove mettiamo i piedi. La fuga è cominciata. La vita prende forma e con essa anche la voglia di essere differente.

Pensieri tumultuosi invadono la mente, quando mi fa salire sul fuoristrada che ci attende. Posso cambiare ancora idea, rinunciare a lui, alla speranza di qualcosa di nuovo, di diverso, ma percepisco che la via è segnata e dal destino non si torna indietro.

Mi aiuta, mi sistema e finalmente mi bacia, stringendomi.

«Ti amo, Amanda» sussurra nell’orecchio mentre un boato squarcia la notte quando il motore prende a girare.

Il viaggio procede in silenzio con poche parole e qualche carezza. Però mi sento rinascere man mano che mi allontano dai luoghi dove sono nata e cresciuta senza provare nessuna nostalgia.

Perché?” mi domando “Perché mi sento più leggera? Perché non provo dolore? Eppure sto abbandonando i miei ricordi, gli agi di una vita dorata. Eppure non so cosa l’avvenire mi riserverà tra monti e boschi che non conosco”.

Le montagne le ho viste solo in televisione, ma facevano i fondali per persone che sciamavano felici. “Lo sarò anch’io?” mi chiedo.

Klaus mi ha detto che saremmo in una casa di legno e muratura senza luce e acqua corrente, riscaldati solo dal fuoco del camino.

«Sei sicura?» mi aveva chiesto, quando abbiamo progettato la fuga. «Sei sicura di non rimpiangere la casa calda e accogliente, il contatto con la gente, i comfort che la vita di città ti riserva?»

Non avevo avuto dubbi. Avevo risposto con un secco «Sì».

Adesso sono con lui, mentre il fuoristrada procede sicuro verso le montagne, che finalmente potrò conoscere.

Nel buio della notte si stagliano minacciose, ma non ho paura, perché sono vicino Klaus, che mi proteggerà.

Il viaggio è al termine dopo aver superato l’abitato di San Vito di Cadore, che non ho mai sentito nominare. Infiliamo sicuri una valle laterale che si inerpica sul dorso di un monte che mi sembra imponente. È uno squarcio nascosto, indicato da un segnavia, mentre la strada si restringe come se volesse ingoiarci.

«Ecco l’Antelao, il re dei monti pallidi» afferma Klaus con un po’ di enfasi, rompendo il silenzio che durava da ore. «Tra poco siamo a casa».

Penso a quale casa si riferisce. Io non ho più una casa, sono una fuggitiva.

È buio, quando ci fermiamo davanti a un’abitazione di legno non piccola, posta in un’ampia radura pianeggiante contornata da giganti neri e minacciosi.

Vorrei scendere, ma lui mi impone di rimanere all’interno prima di sparire inghiottito dall’oscurità.

Ho freddo, o meglio ho la sensazione che il gelo si stia insinuando dentro di me sotto la camicetta leggera, e rabbrividisco, mentre l’ansia sta esplodendo.

Sono pentita, non vorrei avere preso la decisione di abbandonare il paese, Casarsa della Delizia, la casa dove ero padrona, le persone che conoscevo.

Mi guardo intorno e vedo solo buio e qualche stella nel cielo.

Sento Klaus che apre la portiera. Mi solleva e mi prende in braccio. Non capisco, ma lascio fare. Mi piace quando si comporta così, perché so che mi riserverà una sorpresa.

Con un calcio apre la porta e prima di entrare dice baciandomi sulla soglia sotto l’architrave del battente: «Ecco! Questo è tuo. Questa sarà la nostra casa. Benvenuta e che tu possa essere felice».

Tutti i dubbi sono spariti e sento che qui sarò felice.

Pietro si soffermò a osservare Elisa, le sue reazioni al termine della lettura. C’era qualcosa d’inconsueto in quei fogli che lo rendevano perplesso.

«Non comprendo bene l’inizio della storia. Correggimi se sbaglio. Mi sembra che Klaus e Amanda siano finiti in questa baita. Mi pare singolare che noi due, sia pure in modo differente, stiamo ripercorrendo la loro storia. Se la data è giusta, solo dieci anni fa loro erano qui per la prima volta».

Elisa rimaneva muta e si stringeva forte al compagno. Non osava proferire una parola, perché un flash aveva illuminato la sua mente.

Sì. Ricordo la data e il viaggio! Ma come posso essere io? Avrei avuto quindici anni! Amanda molti di più! Cosa sta succedendo? Cosa sta riaffiorando dallo stagno dei ricordi?” rifletté Elisa tormentata da questi pensieri. Non era un mistero quello che avevano letto ma doveva fingere che lo fosse. “Io e Amanda siamo state la medesima entità, ma come è potuto succedere? Posso essere stata in due persone in apparenza differenti contemporaneamente?”

Elisa sorrise, perché conosceva la risposta che era un ‘Sì’ come quello di Amanda.

Pietro era rimasto perplesso per il suo silenzio quasi angosciante. Non riusciva a comprendere cosa si celasse dentro a questo ostinato mutismo.

Elisa era rimasta aggrappata, come un naufrago al relitto in balia delle onde. Aveva percepito tensione e paura nell’abbraccio quasi innaturale. Solo pochi minuti prima era piena di entusiasmo, aveva ricevuto e dato piacere, era serena, come poteva essere una persona che aveva superato una grande prova. Adesso però non avvertiva più queste sensazioni.

«Devo proseguire?» chiese con gentilezza, temendo di vederla scoppiare in lacrime.

«Sì».

Pietro riprese la lettura.