Vola libera

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Ancora un tentativo di emulare un poeta – quanto sono vanitoso 😀

Vola libera

Apri le ali,

spicca il volo.

Librati nel cielo azzurro

di questa estate calda.

Sei forte,

sei dolce

e alla fine

arriverà!

E potrai posarti

serena

sul tuo nuovo ramo.

Da La campagna

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battersi per la causa

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Battersi per la causa è un’ottima occasione per parlare di Un caso per tre che non sarà un caso letterario – per quello ci pensano i big 😀 – ma un ottimo prodotto a quattro mani.

Un caso per tre – Andreotti Marcolongo

Sì, scritto a quattro mani, due teste, quattro occhi, due cuori, ecc Un binomio perfetto Elena e io, garanzia di cosa non saprei ma garantiamo che siamo noi.

Quindi cosa aspettate? Non siate timidi ma fatevi avanti. Il carrello è lì pronto per accogliere e soddisfare le vostre richieste. Non ne avete? Peccato, perché state perdendo molto. Vi state perdendo un giallo coi fiocchi e contro fiocchi. Pensate a cosa state perdendo. Al costo di un caffè con cornetto vi portate a casa la versione digitale e per una pizza in meno la versione che odora di carta

la mano è mia

La mano è mia. Non è un gran ché ma non ho altro di meglio. Quella di scorta è in riparazione.

Bando alle ciance

Su Amazon trovate sia la versione cartacea al prezzo di € 6,50 o quella digitale per Kindle € 2,99.

In libreria basta il codice ISBN 9781794474901

Per gli amanti dell’epub

Kobo a solo 1,99€

Google libri a solo 1,99€

IBS a solo 1,99€

Bookrepublic a solo 1,99€

LaFeltrinelli a solo 1,99€

Siete all’estero e non potete rinunciare a questo libro? Fate bene, anzi benissimo perché se andate da Barnes&Noble lo trovate a $2,99

Per chi ama il brivido vi dò una dritta – mica è storta 😀 – la pagina dell’autore su Amazon. Per gli amanti dell’epub li trovate anche qui.

Questa è la pagina dell’autrice di Elena. Meglio di così si muore ma è meglio vivere e leggere i nostri romanzi. Chi legge non fa peccato, tanto meno se sono i nostri.

Basta col pippone e adesso scatenatevi sul web e rompete il porcellino.

Alla prossima

 

 

 

Vertigine

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Scopro che oggi è la giornata della poesia e ripescando tra vecchie cartelle propongo questa:

Mifflin Township, Columbia County.- autore Nicholas A. Tonelli from Pennsylvania, USA – licenza CCA -2.0

Vertigine

Vola, vola
come una farfalla
tra fiori e prati.
Non aver paura,
domani è un giorno speciale.
E’ il 22 di giugno!
Noi ti siamo accanto,
come nel bosco fatato,
creato nel cielo con candide nuvole
che disegnano scenari
fantastici,
bevendo una tazza di camomilla.
Vola sempre più in alto
senza temere vertigini

due poesie

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Proseguo con le mie inopportune poesie – sempre vecchie –

 

foto personale

La cacciata

E Adamo,

sapendo di trasgredire,

salì sull’albero a staccare

il rosso frutto.

E insieme a Eva

lo mangiò.

Il mio melo – foto personale

 

Fico – foto personale

Le foglie di fico

All’alba i sogni svaniscono,

la rugiada adorna le foglie di fico,
che si ristorano
dopo la grande arsura.
Cammini sul prato bagnato
e il sole si leva all’orizzonte:
inizia una nuova giornata.

Queste poesie come il fieno e il nuovo giorno sono tratte dalla raccolta La campagna. Non correte a cercarla perché non la troverete 😀

Il fieno

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Nuova poesia ma che dico vecchia del 2007 😀

Autore S.Yao – tratto da Wikipedia –

licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported

Il fieno

Mare verde di erba medica

macchiata qua e là

di punti gialli

s’increspa sinuosa

sotto il vento impetuoso.

Uccelli dal manto serico

si tuffano, emergono

e si immergono

nel verde del campo.

Altri uccelli in gara tra loro

giocano a nascondersi

in un girotondo da bambini.

Al posto del mare verde

c’è una distesa giallastra,

che emana un sapore acre e pungente.

Gli uccelli si aggirano

sperduti come naufraghi

nel mare in tempesta

alla ricerca dei vecchi giochi.

Ecco è il fieno.

È un nuovo giorno

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A corto d’idee ripesco una vecchia poesia. Vecchia perché ha dodici anni.

luna – foto personale

È un nuovo giorno.

Sta sorgendo misterioso

tra la nebbia mattutina,

che a strati avvolge la campagna.

Un sole rosso è a strisce

e si scorge in lontananza.

Come relitti fumanti vedo

sull’orizzonte spuntare

alberi e tetti.

Il paesaggio muta

con velocità impressionate:

sembra un quadro macchiato di

grigio sporco,

di verde bagnato dalla rugiada,

di rossiccio sporcato dal sole nascente,

il tutto in turbinare di colori

che appaiono e scompaiono,

inghiottiti dalla nebbia del mattino.

Il nuovo giorno è ormai sorto

e la magia mattutina si dissolve

insieme alla nebbia.

Morire di tecnologia – chiarimenti

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Oggi ho pubblicato questo post ma ho peccato di chiarezza.

Sono sicuro di non aver espresso con la dovuta lucidità il mio pensiero sulla tecnologia. Faccio un inciso per definire quello che secondo me è il perimetro di tecnologia. È quell’insieme di hardware e software che consente all’hardware di vivere. L’hardware senza l’ausilio del software sarebbe inutile ferraglia. Qualcuno potrebbe opinare che certi meccanismi vivono di vita propria ma non è esattamente così. Faccio un esempio. Un sensore che reagisce su stimoli esterni innesca un processo che è stato programmato dall’uomo. In questo caso non esiste a valle un programma – software – che opera ma esistono dei meccanismi che ne comandano altri. Caso tipico un sensore di movimento che aziona una sirena. Se il sensore di movimento non fosse collegato a nulla, sarebbe ferraglia inutile. Spero di aver chiarito cosa intendo per tecnologia.

Dunque io non sono contro la tecnologia perché sono molteplici i casi in cui è indispensabile. Ad esempio governa processi complessi, come previsioni del tempo o gestione di sonde spaziali. Sono solo due esempi banali. Oppure gestisce processi dove il fattore tempo è vitale, l’alert di pericolo di uno tsunami.

Dove invece vedo pericoli nel suo utilizzo? Mi viene in mente l’uso dell’intelligenza artificiale che può essere utilissima ma si può prestare a manipolazioni. Altro esempio è quando la tecnologia si sostituisce nel potere decisionale dell’uomo. Faccio un esempio. La macchina a guida autonoma. Potrebbe essere la soluzione agli incidenti stradali ma se manipolo il software di gestione posso creare l’attentato perfetto sotto forma d’incidente. Ancora supponiamo che gli arsenali atomici siano gestiti in modo autonomo dalle decisioni umane è sufficiente un falso segnale di attacco per scatenare il finimondo.

Una visione fosca e impropria della tecnologia? Può darsi ma anche probabile. Scoprire queste manipolazioni a posteriori potrebbe, anzi sono quasi certo, essere troppo tardi.

In conclusione ben venga la tecnologia ma sia sempre l’umano a prendere la decisione finale.

Morire di tecnologia

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Opera di William Blake – Illustrations to Milton’s “On the Morning of Christ’s Nativity”

Si può morire di tecnologia? Sembra assurdo ma pare di sì.

Prendo lo spunto dalla tragedia dell’aereo etiope caduto, sembra per un eccesso di tecnologia, per fare qualche riflessione sull’argomento.

Ho sempre sostenuto, e non da oggi, che la tecnologia deve servire all’uomo per prendere decisioni più rapide e con un tasso di errore minore. In altre parole essere al suo servizio e non sostituirlo.

Però pare che si vada nella direzione opposta. Se non fermiamo questa deriva la tecnologia sarà un moloch che ci divorerà con due effetti perversi.

Il primo sarà che perdendo la nostra capacità decisionale deleghiamo alla macchina tutti i nostri processi .

Il secondo sarà che finiremo in balia del primo dottor Stranamore che usando il software ci costringerà a rispettare i suoi volere.

Primo tenere presente che la tecnologia è ferro e prende vita solo attraverso il software che qualcuno di noi produce.

La cosiddetta Intelligenza Artificiale (AI) è il frutto del pensiero umano, quindi di qualcuno di noi che la plasma secondo delle specifiche che sono ignote alla maggioranza. L’auto a guida autonoma, le sempre più spinta automazione degli aerei, tanto per citarne qualcuno, in caso di errori producono molti morti. E gli errori sono umani, perché dietro tutto questo stanno degli uomini.

Ma è quello che veramente vogliamo nel nostro futuro?

La storia di Micol – Micol e i ricordi – parte 3

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Con questo cala il sipario sulla storia di Micol. La prima parte la trovate qui e la seconda qui.

PERFECT PELARGONIUMS: Angel Pelargonium "Henry Weller ...

tratto da perfect-pelargoniums.com

Micol aveva continuato a vivere a Bolzano nel suo bilocale a Gries, ma il venerdì sera partiva e riapriva la vecchia casa. Restava lì fino al lunedì mattina, quando tornava in ufficio.

Durante quei fine settimana si recava nel piccolo camposanto accanto alla chiesa dove si erano riuniti per sempre Rubens e Vittoria. Nessuno li avrebbe potuto separare.

I suoi ricordi diventarono più sfumati nei contorni, mentre un senso di angoscia saliva dalla gola verso la testa. Tentava di abbattere quel muro che aveva eretto a protezione.

La vecchia casa dei genitori era là, sopra Bolzano, e le ricordava momenti felici ma anche tristi. Un misto di dolore e d’importanza, che avevano segnato la sua esistenza.

Nel piccolo camposanto, lassù sopra il paese, Konnie non c’era più da un pezzo, ma il suo spirito vagava libero tra gli alberi ed i prati. Non era più prigioniero della terra consacrata ma ricercava la pace tra i canti degli uccelli e profumi del bosco.

I genitori riposavano nella piccola cappella dove avevano voluto restare per sempre, lontani dalle loro radici, che lei aveva voluto rintracciare.

Andava di rado e sempre di corsa, perché un fantasma la inseguiva: era la promessa che aveva fatto a suo padre.

Si domandò che fine avrebbe fatto quella casa ormai chiusa da tempo, dove si aggirava solo l’ombra dei genitori, e che odorava di muffa stantia.

Micol non aveva mai voluto sposarsi, né avere un erede al quale lasciare la vecchia abitazione vicino al bosco. I pochi o molti parenti rimasti erano per lei dei perfetti sconosciuti senza volto e senza nome sparsi nella pianura piatta e polverosa di Venusia. Erano pallide figure diafane come l’acqua del torrente che scorreva nel bosco dietro la casa. A lei non importava nulla delle loro esistenze anonime, perché questo pensiero non la sfiorava. Con lei sarebbe morta per sempre quella casa dal balcone di pino, ma l’idea non la spaventava più, perché aveva chiaro cosa le avrebbe riservato il futuro.

Come alcuni anni prima aveva deciso all’improvviso di andare alla ricerca delle origini dei genitori senza trovarle, così stabilì che la ricerca si era conclusa con insuccesso. Era giunto il momento di fare ritorno tra quei monti che l’avevano accolta a quattro anni, perché la casa dal balcone di pino erano le sue autentiche radici.

I pelargonium dovevano ritornare a fiorire da aprile a ottobre, le aiuole dovevano riempirsi di fiori colorati, mentre Konnie e i suoi genitori sarebbero riapparsi per incanto al suo fianco per tenerle compagnia.

Adesso era consapevole che il suo posto era là.

 

La storia di Micol – Micol e i ricordi – parte 2

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Ecco la seconda parte di questo nuovo episodio . La prima parte la trovate qui.

Eccomi – foto personale

Un brutto giorno di ottobre sentì al telefono la voce di suo padre: «La mamma sta male. Vuole vederti».

Era un fulmine che annunciava la tempesta imminente dopo la lunga bonaccia estiva, quello che aveva ascoltato. Il brontolio del tuono, i lampi improvvisi, le nubi nere cariche di pioggia ronzavano nella sua testa, mentre l’affanno la spingevano a correre veloce verso la casa dei genitori.

Sapeva che sua madre non stava bene da alcuni anni ma sperava che il momento dell’addio fosse il più lontano possibile. Negli ultimi tempi, ogni volta che saliva da loro, la trovava sempre più fragile, ma determinata a superare la malattia che la stava divorando. Però ignorava che questa progrediva con sempre maggior velocità, finché la telefonata ricevuta le fece capire che era arrivata al capolinea.

La stanza dei suoi genitori era ampia e luminosa arredato con i mobili essenziali. Il letto con le testiere in ferro laccato, il comò di abete bianco con sopra lo specchio e l’armadio di quercia addossato alla parete. Però quando arrivò la trovò buia illuminata fiocamente da una lampada in un angolo.

Sua madre stava nel grande letto spossata e consunta, ma sempre battagliera negli occhi, le tenne la mano percependo la grande forza che voleva trasmetterle. Le sue paure sparirono, perché Micol era consapevole che le sarebbe rimasta accanto anche dopo come una presenza protettiva.

Micol uscì dalla stanza con gli occhi lucidi e si avviò nel bosco per raccogliere i fiori selvatici che desiderava donarle come aveva fatto per lungo tempo con Konnie. Avvertì che il buio calava dentro di lei, perché un’altra parte del suo corpo se ne stava andando per sempre. Era una ruota che girava spietata senza che nessuno potesse fermarla. Non voleva pensare che anche sua madre sarebbe morta: aveva sperato che avesse continuato a vivere a lungo.

Durante la notte se ne andò in silenzio come in silenzio aveva vissuto. Alla mattina non poteva restare nella casa e si diresse verso il bosco. Percorse il ripido sentiero che conduceva verso le nuvole, che vagavano come fiocchi di neve in cielo. Raccolse un altro mazzo di fiori che sarebbero sfioriti in un battito di ciglia per salutare la madre che era sparita dalla sua esistenza. La casa era più vuota e silenziosa, mentre suo padre si aggirava smarrito, ma determinato a resistere in solitudine tra quelle pareti che conoscevano il suo dolore ma anche le gioie di una vita trascorsa con Vittoria. Sul balcone di pino i pelargonium rossi sfiorivano, chinavano la testa nonostante le cure di Micol e lentamente si seccarono non sentendo più la presenza amica della madre.

Rubens non volle abbandonare la sua casa come il capitano sulla propria nave, nonostante le sue affettuose e insistenti sollecitazioni di Micol. Lei era preoccupata del suo stare solo specialmente durante i lunghi e nevosi inverni.

Una sera d’estate seduti nel piccolo giardino lui parlò a Micol tenendole le mani. Il suo corpo si era rinsecchito diventando quasi gobbo e l’occhio si era spento colmandosi di tristezza.

«Quando cinquant’anni fa io e tua madre siamo saliti qui, avevamo fatto due scommesse una con noi stessi e l’altra con l’ostilità del posto. Le abbiamo vinto entrambe. Sono vecchio. Il mio percorso finisce qui accanto alla mamma. La casa, un giorno e penso presto, sarà tua Ti chiedo un ultimo sforzo di non lasciarla morire».

A Micol si riempirono gli occhi di lacrime mentre stringeva fra le braccia la persona fragile e orgogliosa che era suo padre.

Quel discorso era stato il suo testamento spirituale. Quando arrivò settembre chiese un ultimo sforzo a Micol di assisterlo nel trapasso.

«Tra poco raggiungo Vittoria» disse in un momento di lucidità. «Torneremo insieme e più nulla ci dividerà».

A Micol sembrò che fosse crollato tutto il suo mondo.