La kitsune – parte quarantanovesima

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Con questa puntata si chiude la storia di Elisa e Pietro. Lascio qui l’elenco delle puntate precedenti per chi le volesse leggere.

 

Molti segreti rimasero tali senza che nessuno li svelasse o desiderasse conoscerli. Entrambi ritenevano giusto non affrontarli e così preferirono tacere.

Pietro ed Elisa rientrati a Belluno non si posero più domande sulle vicende che li avevano coinvolti. Era come se non volessero risvegliare ricordi dolorosi. Però Pietro cercò in silenzio le risposte ai mille interrogativi che si era trascinato al loro rientro.

Si chiese che fine avesse fatto la kitsune, senza scoprirlo mai. Gli giunse all’orecchio in modo casuale diverse voci su questa misteriosa volpe. Alcuni affermarono d’averla incontrata che si aggirava attorno alla baita. Però forse erano solo “si dice” e nulla più perché nessuno saliva dal paese fin lassù. Altri sostenevano che nessuna volpe abitava quel bosco perché era a quota troppo elevata per questo animale e poi avrebbe faticato a procurarsi il cibo. Quindi aggiunsero che era una favola inventata da qualche burlone. Però pensò che fosse stato un sognare a occhi aperti, un vagabondare con la mente per distrarsi e fantasticare senza agganci con la realtà la giustificazione di eventi che non potevano essere spiegati logicamente. Alla fine rinunciò a capire se era un animale o un mito senza pensarci più. In effetti non la vide mai comparire tutte le volte che si recarono alla baita e se ne scordò completamente.

Marco era sparito, come era comparso in maniera strana, lasciando Pietro perplesso sulla sua esistenza. Provò a comporre il numero memorizzato per contattarlo, ma ascoltò la voce pre registrata che come un mantra lo informava che era inesistente.

Eppure sono sicuro del numero e che almeno una volta mi ha risposto” si disse volendo scacciare il pensiero di essere uscito di senno.

Nel registro delle chiamate riscontrò che il 13 giugno aveva effettivamente telefonato a quel numero. Dunque non si era sognato. Però adesso era sparito.

La volpe, Marco, un bosco dotato di poteri magici, Elisa, una donna, che afferma di essere la cugina di una compagna di scuola che in realtà non si sa chi sia! Un vero rompicapo che devo decifrare da solo. Se lo raccontassi a qualcuno, sarei preso per visionario, un fan del genere fantasy. Però non è vero! Elisa sta al mio fianco, la volpe l’ho vista, con Marco ho parlato. Unico dubbio è il bosco, ma esiste”.

Cercò inutilmente il ritaglio di giornale che credeva di aver conservato senza trovarlo. Si era volatilizzato in maniera del tutto singolare.

Forse l’ho gettato via, perché non mi interessava” concluse per nulla convinto.

Dopo diversi tentativi lasciò cadere gli sforzi di mettersi in contatto con Marco. Di questo non ne accennò con Elisa, perché non volle coinvolgerla nelle ricerche. Da quando erano tornati gli era apparsa giorno dopo giorno strana o meglio stranita. Non desiderò acuire il suo senso di malessere con domande sulla vicenda del bosco e su Marco.

Pietro verificò sui giornali dell’epoca se le cronache avessero segnalato la morte di Klaus o eventi riconducibili ai fatti narrati nel racconto senza trovare tracce. Concluse che questi erano il frutto della fantasia di un ignoto scrittore. Convenne che fosse inutile intestardirsi nella ricerca di riscontri agli eventi che li avevano coinvolti.

Qualche settimana più tardi Pietro ricevette un messaggio del notaio Bombardi di Cortina perché doveva recarsi al più presto nello suo studio notarile per comunicazioni urgenti.

Lo contattò telefonicamente per verificare che non fosse un altro scherzo del destino visto i molti misteri che si erano addensati su di lui rendendo surreali le vicende che lo avevano coinvolto.

Questa volta sembrava tutto reale: notaio, lettera e testamento. Concordato il giorno dell’appuntamento, si recò con Elisa a Cortina. Il notaio gli lesse il testamento olografo nel quale Klaus Pinchler lo nominava erede universale dei suoi beni. In apparenza non pochi: un cospicuo conto bancario, il bosco degli elfi e annessa baita, una villetta in una zona periferica a Cortina, una bella casa a Sappada e altre proprietà in Carnia.

«Questa avventura incredibile per certi versi ha prodotto frutti insperati che stento a pensare che non sia un sogno a occhi aperti» sussurrò a Elisa, che annuì per conferma.

«Mi scusi, dottor Bombardi» chiese con tono umile Pietro. «Klaus Pinchler in che data ha scritto questo testamento?»

«Era il 15 settembre 2006».

Pietro non replicò perché era il primo tassello che combaciava nel disegno generale. Dunque si convinse che anche gli altri misteri si sarebbero svelati. Almeno così sperava.

«Però il sig. Pinchler ha posto alcune clausole precise affinché lei possa prendere possesso dei beni» e gli lesse un documento allegato al testamento.

Lui, oltre a essere il proprietario, era nominato custode del bosco con la condizione che non lo avrebbe mai alienato e l’avrebbe conservato nello stato nel quale si trovava. Un ulteriore impegno lo vincolava: era quello di mantenere curato il terreno sotto il grande abete alla destra della baita senza altre specificazioni, ma Pietro ne conosceva i motivi.

Pietro divenne il nuovo proprietario del bosco, dopo aver pagato la tassa di successione risparmiando i trecentomila richiesti.

Di ritorno da Cortina Elisa gli pose la richiesta di andare a vivere stabili nella baita, ma lui rispose in maniera evasiva come per prendere tempo. Voleva riflettere perché effettivamente Klaus era esistito e con lui probabilmente anche Amanda. Però era inquieto perché quella ricostruzione che appariva il frutto della fantasia di un ignoto autore adesso acquistava una consistenza per nulla fantastica.

Elisa tentò invano di adattarsi alla vita cittadina, perché la nostalgia del bosco, della natura selvaggia del monte Antelao la stavano distruggendo giorno dopo giorno.

Solo quando erano alla baita sembrava rinascere, diventare allegra, essere l’Elisa che Pietro aveva conosciuta nei quattro giorni passati a luglio.

Eppure l’affetto, il desiderio di stare uno vicino all’altro non era scemato, ma era cresciuto. Però su Elisa scendeva un velo di tristezza con il loro ritorno a valle e tale rimaneva fino al successivo week end.

Era una domenica di metà settembre, quando Elisa disse seria: «Pietro, io rimango qui. Tu puoi tornare a Belluno da solo. Sto bene solo quando sono tra i larici e gli abeti del bosco».

A nulla servirono le suppliche di Pietro, che a malincuore la lasciò nella baita con la promessa che l’avrebbe raggiunta il fine settimana seguente.

«Mi raccomando tieni sempre aperto il telefono. Chiamami a qualsiasi ora del giorno e della notte e io sarò qui in un baleno. Non mi piace lasciarti qui da sola. Torno a Belluno a malincuore».

Un lungo e appassionato bacio suggellò la loro separazione.

Durante il viaggio di ritorno prese la decisione di lasciare Belluno, il posto di lavoro e stabilirsi nel bosco degli elfi. Gli servivano qualche settimana per attuare il progetto e si ripromise di non dire nulla a Elisa, perché voleva farle una sorpresa.

Nei giorni seguenti la chiamò più volte nella giornata senza accennare a quello che aveva in mente.

Arrivato il fine settimana, Pietro salì alla baita senza fare la solita telefonata quotidiana, ma al suo arrivo la trovò vuota e in ordine con telefono acceso sul tavolo. Elisa sembrava essersi volatilizzata. Era scomparsa senza lasciare tracce.

Si sentì perso, perché aveva compreso che se ne era andata senza lasciare nessuno scritto. Attese che ritornasse, ma la speranza fu vana. Rimase alla baita anche nei giorni seguenti con l’illusione che sarebbe ricomparsa come era scomparsa all’improvviso.

Pietro l’aspettò invano nei fine settimana successivi il suo ritorno, ma capì che era tornata da dove era venuta e che non l’avrebbe mai più rivista.

Con le prime nevicate non salì più alla baita, perché aveva compreso che Elisa era sparita per sempre dalla sua vita. Si maledì per non avere ceduto subito alle sue richieste, di avere taciuto quello che aveva in mente. Questa era la punizione che la kitsune gli aveva riservato.

Pietro era curioso sapere chi fosse veramente. Di certo non era la cugina di Maria, ma non avrebbe mai conosciuto la verità. Questo pensiero lo tormentò perché lei aveva condito il racconto con molti particolari che erano veri, mentre si domandò come avesse potuto esserne a conoscenza.

Elisa ha conservato gelosamente la propria identità senza mai svelare chi era nella realtà” si disse, mentre riordinava quegli appunti che avevano letto insieme durante quei fatidici quattro giorni di luglio.

Forse era vera l’affermazione di Elisa che sosteneva di essere una elfa e Marco un elfo. A entrambi era stata assegnata una missione al termine della quale sarebbero scomparsi. Però…”. Scosse il capo per negare l’evidenza.

La nostalgia lo assalì mentre ricordò i capelli rossi e gli occhi blu, ma non poté nulla per scacciare dalla mente quei ricordi. Percepì che c’era un vuoto dentro di sé non più colmato dalle sensazioni che la ragazza gli aveva saputo trasmettere.

L’aveva amata per quello che era stata senza esitazioni, ma adesso era perduta per sempre per colpa sua e delle sue indecisioni.

Nella primavera del 2010 con lo scioglimento della neve riprese il pellegrinaggio alla baita, che trovava sempre intatta e ordinata, ma desolatamente vuota. Non scorse nessuna traccia di un suo passaggio, nessun segno tangibile per spiegare l’improvvisa scomparsa, anche se era conscio di essere stato la causa dell’abbandono.

Il 14 luglio 2010 raggiunse la baita per trascorrere qualche giorno di relax fra larici e abeti, ma anche per ricordare con un pizzico di nostalgia quanto era avvenuto un anno prima.

Trovò la porta aperta e questo lo mise in apprensione, perché qualcuno aveva violato il suo mondo.

Si aggirò per le stanze alla ricerca delle tracce dell’intruso senza scoprire nulla. Tutto sembrava in ordine, nessun oggetto era mancante o era stato spostato.

«Eppure sono certo di avere chiuso con cura la porta due settimane fa quando sono ripartito. Chi è che si è introdotto furtivamente?» disse ad alta voce per convincersi che non stava sognando.

Percepì il pianto di un neonato proveniente dalla stanza di sopra.

Calma Pietro!” si disse col cuore in tumulto mentre si precipitò nella camera che aveva visto pochi minuti prima vuota e silenziosa.

«Sì, è inconfondibile! È il pianto di un neonato!» esclamò sorpreso, mentre entrava.

Girò intorno al letto e vide dalla parte dove era solita coricarsi Elisa un cesto con dentro una bambina che si succhiava il pollice e piagnucolava come se avesse fame.

Aveva pochi radi capelli di un bel colore ramato e due grandi occhi blu che risaltavano sulla carnagione rosata.

Non appena lo vide smise di piangere e gli sorrise come se l’avesse riconosciuto.

«Chi sei?» domandò con tono ingenuo, pensando che potesse rispondergli.

Vide un biglietto scritto a mano, appuntato sul cuscino:

Ecco nostra figlia. Abbi cura di lei’.

Nessun’altra indicazione, che sarebbe apparsa superflua. Era chiara la provenienza. Era la stessa grafia degli appunti. Dunque era stata Elisa a scrivere quello che avevano letto insieme. Un velo di commozione gli scese sul volto.

Pietro era diventato padre di una bella bambina, che chiamò Amanda.

FINE

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La kitsune – parte quarantaottesima

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Penultima puntata. La storia volge al termine. lascio qui gli indirizzi per chi volesse leggere l’intera storia.

okami kami by okami

 

Elisa aveva appena accennato a parlare quando Pietro la fermò, perché voleva sapere senza ignorare il contesto.

«Hai detto che Marco appartiene a questo bosco, al mondo fatato che lo popola. Dunque è un elfo. Però…».

Elisa gli mise un dito sulla bocca per farlo tacere. Stava facendo troppe domande e lei non poteva rispondere a tutte. Ormai il suo mondo era quello reale con tutte le sue compulsioni, con gli errori che gli uomini commettevano, con le gioie e i dolori che accompagnavano la loro esistenza.

Guardò fuori dalla finestra e la vide nel mezzo della radura.

«Pietro!» esclamò con la voce impaurita. «È là nel prato che mi aspetta!»

«Chi, di grazia?» replicò infastidito da tutte queste storie fantastiche. «Chi sta nella radura? Non dirmi che è la volpe? Io non sono un cacciatore, né intendo diventarlo. Se vuole stare là, che ci resti! A me non importa nulla. Basta che resti al suo posto. Nel bosco».

Si girò verso la finestra, notando solo un lampo rossastro che si infilava tra le felci e i rovi del sottobosco.

«La guardo e fugge!» disse ridendo Pietro, mentre stringeva con calore Elisa.

Le ricordò che aveva lasciato molti punti oscuri nel racconto. Se era una elfa, perché temeva la volpe e perché la kitsune cercava d’impadronirsi di lei e non di un’altra. Quale era l’effettivo ruolo di Marco nel contesto. Chi aveva deciso di coinvolgerlo nell’acquisto del bosco. Inoltre chi aveva scritto tutto quello che avevano letto.

Però Elisa adesso era sfuggente e non svelava nulla rimanendo nel vago. Pietro nonostante gli sforzi non riuscì a ottenere le risposte che avrebbe desiderato conoscere, mentre la giornata cominciava a smorzare i toni con la luce che perdeva d’intensità.

«Che ne dici, se saliamo in camera? Tra poco comincerà a fare buio. Partiamo stasera oppure domani mattina?» chiese con tono dolce, mentre la baciava.

«Muh!» replicò Elisa con le labbra incollate a quelle di Pietro. «Sì, saliamo. Ho voglia di te. Partiamo domani o non partiamo affatto. Vorrei restare con te finché la morte non ci separerà!»

«Uh, non è possibile restare. Domani devo tornare al lavoro. Non sono ricco come Klaus, che si poteva permettere di vivere per molti anni senza fare nulla. Però stare insieme fino alla morte è un pensiero che mi solletica molto. Quasi, quasi…».

E mentre salivano le scale, aggiunse: «E poi come faccio a pagare il mio debito con Marco?»

«Dunque pensi di acquistare il bosco?» esclamò allegra Elisa. «Sarebbe il più bel regalo di nozze che mi potresti fare!»

Pietro corrugò la fronte infastidito che lei si dovesse sposare con qualcuno che non era lui.

«Con chi ti sposeresti, di grazia? Lui sa che sto insidiando la sua promessa sposa?»

«Non essere ingenuo! Sei tu il mio promesso sposo!»

«E da quando?»

«Dal primo giorno che ti ho incontrato!» rispose con garrula eccitazione.

«E io non ne sapevo nulla! Non conoscevo donne, né avevo intenzione di frequentarne perché le ritenevo fonte di guai e scocciature. Invece mi ritrovo fidanzato con le pubblicazioni di nozze prossime allo scadere… Ah! sono proprio da ricovero».

Elisa sorrise mentre lui la prese in braccio per fare gli ultimi gradini. Appoggiò la testa sul petto, socchiudendo gli occhi. Non gliene importava nulla della volpe, di quello che sarebbe stato il suo futuro, gli era sufficiente stare le braccia di Pietro.

Mentre entravano nella camera, colto da un ricordo della conversazione interrotta esclamò: «Se sei una elfa, come puoi essere la cugina di Maria Marcon? Non mi pare che lei vivesse in un bosco».

Elisa lo guardò negli occhi con lo sguardo sorridente replicandogli che questo era un segreto che voleva custodire ancora per un po’.

«Ora non è il momento di parlarne, perché voglio fare all’amore» concluse decisa, troncando la discussione.

Si spogliarono e si stesero sul letto. Pietro la guardò e pensò che era davvero bello stare lì e tenere stretta una donna come lei. Più l’osservava e più sentiva la passione crescere dentro di lui. Eppure solo pochi giorni prima questi pensieri non lo sfioravano, né avrebbe immaginato che potessero affiorare nella sua mente. Però adesso esistevano pronti a lievitare come le sensazioni che provava nell’accarezzare quella pelle morbida e vellutata.

Senza dire nulla, muovendo solo gli occhi e le mani continuò a sfiorare con delicatezza quel corpo che rispondeva flessuoso come un giunco mosso dal vento.

Si assopirono dolcemente uniti e abbracciati sognando mondi paralleli e convergenti.

Pietro si svegliò avvertendo una presenza estranea che lo turbò, mentre Elisa continuava a dormire col respiro lieve e sereno di chi era rilassato e tranquillo. Gli occhi, abituati al buio notturno, spaziarono per la camera, mentre gli altri sensi erano in allarme. Percepì un leggero fruscio come qualcosa che sfiorasse silenziosa il pavimento. Però non era in grado di localizzarne la provenienza. Il rumore gli sembrò svanire in lontananza.

È nella camera? Ma non vedo nulla. Forse proviene dalla stanza al pianoterra. Ma chi sarà?” rifletté tenendosi pronto a difendere la ragazza che continuava a dormire serena.

Non erano passi umani, ma qualcosa d’altro che non riuscì a catalogare. S’irrigidì d’istinto per un senso di timore che irrazionalmente lo aveva coinvolto. Subito il pensiero corse a quanto Elisa aveva affermato nel pomeriggio.

Cos’è?” si chiese senza muoversi, cercando di non svegliare il suo sonno tranquillo.

È forse la volpe che vuole riprendersi quello che ritiene suo?” Questo pensiero lo fece rabbrividire per un fugace istante. Però fu solo un attimo prima di riprendere il controllo di sé.

Non aveva nessuna intenzione di perderla perché era entrata di prepotenza nella sua vita e perché adesso la desiderava con passione. L’avrebbe difesa con tutte le forze, perché non poteva rinunciare a Elisa.

Udì rumori soffusi, come un leggero grattare di unghie sul legno, che si avvicinavano furtivi e in maniera altrettanto circospetta si allontanavano. Sembrò che volesse mettere alla prova la tenuta del suo auto controllo, del suo dominare le emozioni.

La paura prese il sopravvento sulla ragione mentre avrebbe desiderato avere qualcosa a portata di mano, perché percepiva la propria impotenza di fronte a un pericolo sconosciuto.

Dunque un corpo estraneo, forse poco amichevole, si aggirava per la casa. Non era un essere umano, ma un’entità che voleva penetrare nella sua mente per prenderne possesso e suscitare le paure più irrazionali.

Cosa mi sta inducendo a sognare a occhi aperti senza realizzare nulla di concreto? Domani potrei percepire che ne sarebbe valsa la pena. I sogni possono essere ristoratori per lo spirito, perché le persone comprendono il bisogno di ritirarsi dalla realtà per incontrare la loro interiorità”.

Pietro non ritenne le circostanze adatte a lasciarsi andare a fantasiose immagini su un futuro che non conosceva.

Provò a resistere alla tentazione di aprire la mente all’intruso senza apprezzabili risultati, ottenendo un martellante bussare sempre più insistente.

«Chi sei?» domandò con tono duro. «Cosa vuoi? Perché sei entrato in questa baita come ospite non gradito? So che mi stai ascoltando. Rispondi».

Una voce femminile, modulata con armonica bellezza, irruppe prepotente nella testa e lo fece sobbalzare per lo spavento. Elisa borbottò qualcosa di poco intellegibile, mentre Pietro la strinse a sé accarezzandola con dolcezza. Lei riprese il sonno regolare come rassicurata dalla presenza del suo uomo.

Si impose di auto controllarsi con maggiore rigore e di mantenere la calma, perché non voleva prestarsi al gioco di questa entità misteriosa dalle sembianze femminili.

«Non puoi sottrarmi questa donna. Mi appartiene, come tutto quello che ti circonda è mio. Lasciala e ritorna da dove sei venuta. Non sfidarmi, non accrescere la mia irritazione» replicò con un cipiglio minaccioso, sapendo di bleffare.

La voce femminile aveva assunto un tono duro, autoritario, quasi stridulo nel riaffermare che quella donna che Pietro stringeva e proteggeva non poteva essere sua.

«Chi sei? Questa donna è mia ormai» continuò per nulla intimorito.

«Ha fatto una scelta di vita. Io le appartengo come lei a me. Chiunque tu sia, non hai più potere su di lei. Domani Elisa partirà e dividerà la sua vita con me. Questo bosco tra non molto sarà mio e con esso tutto quello che vive qui. Rassegnati, tu dovrai dividere il tuo potere con il mio. Tu governerai la notte, io il giorno».

Un silenzio ostinato coprì gli ultimi pensieri formulati nella mente di Pietro, che comprese che l’entità sconosciuta era ancora lì a metabolizzare le ultime affermazioni.

Si stupì di riuscire a capire il linguaggio di questo essere inquietante attraverso un processo mentale e a colloquiare con esso per la medesima via.

Però si chiese chi fosse questo misterioso personaggio che parlava con tono e voce femminile. Nutriva dei dubbi che sarebbe riuscito a tener testa e respingerlo dove era sempre stato. Altre domande sorsero nella sua mente, perché doveva comprendere chi era e in quale maniera riusciva a esprimersi attraverso il pensiero. Non avrebbe mai pensato di stabilire un contatto verbale attraverso questa via. Questa novità lo atterriva e allo stesso tempo lo ralleggrava.

«Chi sei?» formulò con tono ruvido la domanda per conoscere il suo nome.

Un silenzio assordante arrivò alla sua mente, anche se era sicuro che la figura non si fosse mossa dal piano terra o da dove si trovava.

Per quali motivi non aveva il coraggio di mostrarsi visivamente rappresentava il nuovo pensiero di Pietro turbato da questo dettaglio.

Era certo che l’essere era in grado di leggere nella mente le sue riflessioni, ma questo non lo disturbava. Anzi era proprio la sfida che intendeva proporre. Sapeva che era impotente ad agire nei suoi confronti, perché era immune ai sortilegi per la sua condizione di umano. Consapevole di questa superiorità decise che non l’avrebbe utilizzata per scacciarlo, ma se ne sarebbe servito per negoziare le sorti di Elisa in condizioni di vantaggio.

«Perché sono più forte di te? Non lo so. Ma non m’importa di conoscerne le motivazioni. Non ho paura nello sfidarti a viso aperto. Se hai coraggio, mostrati».

Pietro continuò a meditare convincendosi che la partita fosse decisa a suo favore.

«Dunque non parli più? So che sei sempre qui e che riesci a leggere i miei pensieri. Però ho la forza del vincente. Se non hai più nulla da dire, abbandona la baita e torna da dove sei venuto».

Il silenzio, rotto dal leggero sibilare del respiro ritmato di Elisa, coprì il pensiero.

Percepì che l’entità restava muta perché aveva perso la battaglia, ma non si decideva a lasciare la baita per non ammettere la sconfitta. Rimaneva taciturna senza nessuna speranza di vincere l’ostinazione di Pietro.

«Ti concedo…» continuò come un sovrano che magnanimamente accorda la grazia al condannato. «Ti concedo di rimanere fino all’alba, ma poi te ne devi andare a mani vuote. Questa donna è mia e resterà mia. Torneremo qui senza problemi, perché il tuo potere è in frantumi. Lo so che mi stai ascoltando. Addio» affermò con voce ferma affinché il messaggio giungesse chiaro a destinazione.

La sua presenza non lo inquietava più e riprese il sonno interrotto.

Quando il chiarore del giorno nascente fece capolino nella stanza, svegliandolo dal sonno, stava albeggiando. Non percepiva più esseri estranei all’interno della baita ed era sicuro che non sarebbero più tornati.

«Elisa» sussurrò mordicchiandole il lobo destro dell’orecchio. «È tempo di svegliarsi. Tra poche ore torniamo a casa».

La ragazza si stiracchiò come una gatta dopo una lunga dormita.

«Buongiorno! È già ora di partire? Stavo meravigliosamente bene tra le tue braccia».

«Sì» affermò Pietro. «stanotte è venuta la kitsune, ma se è andata via a mani vuote e non tornerà più. La storia me la racconterai meglio in un’altra occasione. Ora penso solo a te e al nostro futuro».

A Elisa brillarono gli occhi e lo baciò.

La kitsune – parte quarantasettesima

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Chi è Elisa? Presto lo saprete. Mentre qui trovate gli indirizzi delle puntate precedenti,

Illustration in Carmilla, Joseph Sheridan Le Fanu’s vampire story.
by Fiston

 

Elisa smise il broncio che aveva abbruttito il suo volto, mentre gli occhi tornarono a brillare.

«È una storia quasi surreale, ma spero che tu mi creda. Io non sono quella che appare, ma quella che stava nascosta in questo bosco. Marco ha un compito da portare a termine prima di sparire. Io sono il suo braccio operativo, quella che deve trasformare i suoi progetti in realtà. Come folletti benevoli gli elfi hanno deciso di salvare il bosco che da millenni li ospita e li nutre, poiché è minacciato dalle motoseghe delle aziende di legname o dalla voglia di costruire nuovi comprensori sciistici. Qui si annidano elementi fatati che vorrebbero vivere in tranquillità, ma si sentono minacciati da forze che tramano nell’ombra. Marco è un elfo ed è stato incaricato di trovare qualcuno che ami e custodisca integro quello che ci circonda. Quando hai telefonato, ha compreso che tu avresti potuto essere la persona giusta. Credo che abbia avuto buon fiuto».

Elisa si fermò a rifiatare, mentre lo sguardo di Pietro passò da ironico a sorpreso. Stentava a credere a quanto Elisa stava dicendo.

«Tu vivi in apparenza nel tuo mondo in maniera monotona: casa e lavoro, lavoro e casa. Senza sprazzi o colpi improvvisi di testa. In realtà sei un istintivo. Una sorta di anarchico razionale. Sei una contraddizione continua. Dietro la maschera di razionale logica si annida una persona che improvvisa, che assume atteggiamenti incomprensibili e in contrasto con il modello che hai costruito esternamente».

Pietro percepì che la sua intimità era stata violata e messa in piazza come panni stesi al sole.

«Come puoi affermarlo con tanta sicurezza? Mi conosci appena e Marco per nulla!» replicò con veemenza.

Elisa sorrise, perché era sicura di aver centrato l’obiettivo.

«Ecco. Vedi come ti agiti per dimostrare che le mie affermazioni sono sbagliate! Non tenti di demolire razionalmente le mie asserzioni, ma mi chiedi conto di quello che dico».

«Ammettiamo» rispose caustico Pietro. «Ammettiamo pure che la diagnosi sia corretta. Per quale motivo siete sicuri che possa essere la persona adatta a difendere voi e il bosco che vi ospita?»

Rimase in silenzio aspettando la risposta. Avvertì una tensione interna, accompagnata da sensazioni che andavano dal disagio esterno al conflitto interiore.

«Perché hai accettato di essere coinvolto in questa avventura? Perché hai letto con tanta avidità le storie che ti abbiamo fatto trovare? La risposta è semplice: la tua curiosità ha stimolato l’istinto, sempre sorvegliato da una razionalità vigile e prudente. Ricordi l’episodio della volpe che ci ha guidato verso casa? Se tu fossi quello che hai sempre dichiarato di essere, non l’avresti seguita ma avresti provato a usare la logica che si annida in te. E se ti dicessi che quella volpe è il nume tutelare del bosco? Cosa ne pensi?»

Pietro scoppiò a ridere.

«Ancora quella volpe! Ma è una fissazione la tua! Quale fantastica storia mi vuoi proporre? Dunque la volpe è la regina del bosco e governa tutti noi! Bella! Bellissima immagine… Ma ti devo credere? Avete raccontato molte storie fantastiche a cominciare da…».

«Ricordi quello che hai letto nel racconto?» lo interruppe Elisa. «Klaus è stato punito perché la voleva cacciare via. Ha ucciso Amanda, che era l’aspetto umano della kitsune. Per questo è finito tragicamente».

Pietro si rannuvolò pensieroso e osservò la ragazza.

«Così tu hai preso il posto di Amanda?» chiese con imbarazzo, credendo poco all’intera spiegazione.

«No!» si schernì la ragazza. «Io sono Elisa e basta! La kitsune lo sa e vorrebbe…».

«Kitsune? Cos’è di grazia? Stavamo parlando di una volpe dall’intelligenza quasi umana o meglio dotata di poteri magici. Ora mi parli di Kitsune. È il suo nome, come tu sei Elisa?»

«Non ricordi quella parte del racconto, nel quale Klaus parla di una volpe, la kitsune, che può assumere sembianze umane?»

«Beh! pensavo che fosse una leggenda… Mi pare di rammentare che fosse una figura mitologica giapponese. Qui siamo dalle parti di Cortina, mica sul monte Fuji! Uh! Che sbadato… Siamo in un’epoca globale e quindi la volpe giapponese si è localizzata in Italia! Ah! Ah!” e Pietro cominciò a ridere.

Elisa esternò il suo disappunto corrugando la fronte e restringendo le labbra a due sottili linee rossastre.

La storia sta prendendo una piega imprevedibile che potrebbe scatenare delle sensazioni dagli aspetti non chiari” pensò Elisa. “Non devo cadere nella trappola rispondendo colpo su colpo. Capisco che non tutto sia limpido. Il coinvolgimento di Pietro è stato forzato. Lui reagisce in modo caustico. Come posso convincerlo che la kitsune non è un elemento immaginario, ma reale e concreto?”

«Della volpe» affermò Elisa decisa a proseguire la narrazione senza parlare della volpe. «Ne parliamo dopo. Riprendiamo da dove il racconto è stato interrotto….».

Aspetta!” interruppe Pietro. «Chiariamo il discorso volpe o kitsune o come diavolo si chiama. Chi è? Come agisce? E perché sta intorno a questa baita?»

Elisa trasse un profondo respiro perché di questo ne voleva parlare più avanti.

«La kitsune è una volpe che si aggira in questo bosco, che le appartiene. Sembra incredibile, ma è vero. Quando Klaus ha acquistato questo bosco, non ha voluto considerarla come colei che lo governa. Ed è entrato in conflitto sottovalutandola, perché pensava di essere il più forte. Quando è tornato con Amanda, non ricordò più che c’era e l’ha ignorata come se fosse un qualsiasi animale del bosco. Un giorno la kitsune si è impossessata del suo corpo, dal quale è uscita quando Klaus l’ha uccisa scambiandola per la volpe alla quale dava la caccia. Da allora ha cercato di materializzarti in un corpo di un’altra donna senza riuscirvi. Come è morto Klaus, l’hai letto. Per entrare in un corpo femminile, serve che ci sia buio. Non chiedermi il perché, ma penso che abbia necessità dell’oscurità per entrare attraverso il dito della mano…».

«Ci devo credere?» chiese perplesso Pietro.

«E perché no!» replicò con veemenza Elisa diventando rossa per lo sforzo di essere credibile.

«Come faccio a sapere che tu non sei la kitsune sotto mentite spoglie? E poi chi sei veramente?»

«La kitsune ha bisogno del buio. E noi abbiamo tenuto accesa sempre la luce. Non è mai riuscita a entrare nella baita, perché abbiamo sempre sbarrato porte e finestre prima che calasse l’oscurità. Poi sono sempre stata al tuo fianco, perché tu sei il mio talismano. Colui che mi protegge! Capisci perché io sono Elisa e non la kitsune?»

«Però tu avresti potuto esserlo prima che io comparissi nella tua vita. Anzi prima che tu irrompessi nella mia! E…»

«Non hai capito nulla…»

«Ti sembra che possa capire qualcosa! Però hai ragione, perché non so chi sei veramente».

Elisa strinse le spalle e si aggrappò disperatamente a Pietro senza dire nulla, ma solo riflettendo su loro.

La storia della kitsune è troppo fantastica per apparire vera e reale. Però è così! Lei mi sta dando la caccia, ma finché io sarò con Pietro non potrà nulla! Lui è dubbioso. Pensa che io gli stia raccontando una favola, una storia inventata. Insomma una frottola ben congegnata. Come dargli torto? Dovrebbe incontrare la kitsune e parlarle, ma lei non può farlo finché non entra nel corpo di una donna. E io non voglio! Io amo Pietro e desidero stare accanto a lui. Non voglio finire come Amanda! Chissà dov’è finito il suo corpo? Ma forse la spiegazione è che era diventato un guscio vuoto o… Ma perché devo pensare a quella donna che mi assomiglia nel fisico in modo tremendo. Io sono una elfa che ha scelto di vivere come una donna umana con le passioni e le emozioni che può provare. Un giorno, spero lontano, morirò come tutti gli esseri umani, ma questi quattro giorni mi hanno fatto comprendere che la mia scelta va nella direzione giusta. Ma ora devo spiegare chi sono. Chissà se mi crederà?”

E sospirando ricominciò a parlare.

La kitsune – parte quarantaseisima

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Ancora tre puntate poi cala il sipario sulla storia. Lascio qui gli indirizzi per leggere gli arretrati

 

Pietro la teneva stretta sul petto, riflettendo su quello che si erano detti. “Nessun mistero su come mi ha conosciuto o meglio su come ha imparato a conoscermi”.

Ammettendo che fosse vera l’affermazione, Pietro fece un calcolo sull’età che avrebbe avuto in quel periodo. “All’incirca sette, otto anni a braccio” si disse ma, anziché scemare, i dubbi crescevano, perché la ritenne troppo piccola per raccogliere le confidenze della cugina. Si chiese quali motivi l’avevano spinta a salire da Venezia fino a Belluno. Un altro punto da chiarire.

Quella cugina petulante… tanto diversa” pensò mettendole a confronto. Trovò che Elisa era una ragazza deliziosa, molto differente nel fisico e nel carattere con la quale avrebbe passato insieme giorno e notte.

Pietro emise un sospiro, perché c’erano punti oscuri e incongruenze vistose. Gli apparve strano il motivo per il quale l’aveva cercato. In realtà non l’aveva spiegato per nulla. “Di sicuro non per fare un piacere alla cugina, che le caverebbe gli occhi, così non può più vedermi” si disse, accennando un pallido sorriso. Accantonato il motivo della venuta di Elisa a Belluno, gli vennero in mente altri due dettagli dubbi. “Come ha fatto a rintracciarmi? Quali rapporti ha con Marco?”

C’erano aspetti inquietanti: la straordinaria assomiglianza con Amanda, la conoscenza dei segreti tra i due amanti, la sua insistenza nella scoperta degli eventi avvenuti nella baita e per l’acquisto del bosco. “Una domanda alla volta, ma devo conoscere tutti i particolari” concluse.

Elisa stava abbandonata su Pietro, rilassata e serena, perché percepiva che lui era sinceramente innamorato. Era il suo sesto senso femminile a suggerirglielo.

Fin’ora non sono sorti problemi tra noi” rifletté Elisa, socchiudendo gli occhi. “Ho soddisfatto al momento la sua curiosità senza troppi affanni. Sarà sempre così? Sarebbe bello, ma domanda richiama domanda. Pietro non si accontenterà di rimanere in superficie”.

«Non dirmi che mi hai cercato solo per fare un piacere alla cugina rompicoglioni, perché non ci credo!» attaccò Pietro per iniziare il chiarimento di questo punto.

Elisa sorrise, guardandolo negli occhi con aria di sfida ma rimanendo in silenzio per costringere Pietro a parlare.

«Perché un mese fa? E non un anno o sei mesi fa?» proseguì cadendo nel tranello.

Elisa assunse un’aria sorniona, quasi aspettandosi queste parole.

«Hai detto che mi hai visto nelle foto che tiene la cugina, ma sono vecchie di tredici e più anni! Non sono rimasto lo stesso! Sono cambiato fisicamente. Allora ero magro come uno stecco e coi capelli tagliati a spazzola. Ora sono robusto di corporatura e la capigliatura è diversa. Capelli lunghi e ondulati. Quale altra storiella mi vuoi propinare?»

Elisa cambiò espressione da sorridente a imbronciata sentendosi offesa ma non reagì alle provocazioni, rimanendo in silenzio e misurata le parole. “Lo sapevo che avrebbe cominciato a demolire la mia storia. Non l’ha bevuta per nulla! E adesso?” rifletté col viso serio.

Pietro le arruffò i capelli dandole dei leggeri morsi sul collo, aspettando con pazienza che la ragazza si decidesse di parlare.

Ci sono tormenti che non guariscono, nemmeno col tempo, al contrario ricominciano a far male in certe ‘condizioni atmosferiche’. Se accade, inconsciamente ci richiudiamo su di noi, oppure reagiamo da persone ferite senza motivo apparente. Nel peggiore dei casi, diventiamo offensivi, senza volerlo, forse senza esserne consapevoli. Non so il perché ma credo che questa sia una di quelle occasioni. Chiedo delle spiegazioni e lei di rimando mette il broncio, come se la parte offesa fosse lei e non io”.

Pietro aspettò con pazienza che Elisa si decidesse a parlare, a svelare quei numerosi segreti che custodiva dentro di sé.

Elisa per contro continuò a rimanere muta con un’ostinazione irritante che rasentava la maleducazione.

Tuttavia, se ‘fa bello’ come in questo momento, Elisa avrebbe l’opportunità di far emergere questi aspetti attraverso un colloquio franco e onesto” rifletté Pietro deluso dal comportamento della ragazza. “L’apertura franca dei propri pensieri la porterebbe a essere più libera nel comportamento e nella relazione ma si è richiusa a riccio e non ne vuole parlare”.

Di nuovo Pietro espresse ad alta voce i suoi pensieri.

«Senza dubbio hai rivelato particolari significativi del mio passato. Però il racconto zoppica per essere credibile. Ad esempio non sai spiegare i motivi per i quali mi hai cercato. Poi come hai fatto a rintracciarmi e a riconoscermi quel famoso sabato» affermò Pietro con gli occhi che esprimevano delusione.

Poi con un brusco cambio nel tono della voce affrontò un altro punto: «Visto che non vuoi parlare dei motivi per i quali mi ha cercato, cambiamo argomento. Quale disegno sta dietro a Marco e al bosco?»

Elisa sembrò ridestarsi cominciando a parlare.

«La storia è lunga e forse non riuscirò a raccontarla tutta per bene. Forse serviranno più giorni per narrarla compiutamente. Avevo sperato che ti fossi accontentato di qualche spiegazione, ma…».

Pietro sorrise e la strinse a sé come se non volesse che fuggisse via.

«Devo sapere. Devo conoscerti. A volte mi sembra che tu non abbia nessun segreto, a tratti appari come una ragazza piena di misteri. Però… Però hai fascino! Non avrei mai creduto che una donna potesse trasmettermi tutte le sensazioni che in questi giorni sei riuscita a donarmi. Prima di conoscerti, in realtà non le conoscevo per niente…».

Fatta una breve pausa Pietro riprese il discorso lasciato in sospeso.

«Prima di conoscerti credevo che il genere femminile fosse composto solo di scocciatrici pronte a dare unicamente delle noie ma mi ero sbagliato! E di molto».

Pietro si fermò osservando le sue reazioni.

«Mi hai convinto che si possono allacciare relazioni, frequentare nuovi amici o iniziare un nuovo amore senza che si traduca in dubbi interiori. Mi hai insegnato che esiste la possibilità di realizzarmi uscendo dal mio guscio. Ho compreso che i cambiamenti non provocano attriti con l’esistenza quotidiana, ma piuttosto che sono i benvenuti. Non devo permettere ad abitudini conservatrici o all’insicurezza di privarmi di questa occasione. Ora posso apportare quelle variazioni che miglioreranno la qualità della mia vita, anzi della nostra vita. In questi anni, forse il pensiero della cugina, mi ha distratto in senso negativo. Adesso ascolto in silenzio quello che mi racconterai, perché è meglio dissipare i dubbi prima di avviarci insieme su un sentiero comune».

La kitsune – parte quarantacinquesima

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La storia volge verso l’epilogo con vostra gioia. Per i ritardatari fornisco qui l’indice delle puntate.

foto di Franca Odelli

 

All’esterno un sole caldo invitava a stare all’aria aperta dopo la clausura forzata della giornata precedente. Pietro ed Elisa si sistemarono sul prato sotto gli abeti che facevano da corona alla baita. Volevano programmare l’ultimo giorno prima della partenza, ma i discorsi erano stentati con ragionamenti nebulosi, vaghi e inconcludenti, come se avessero timore di scivolare su tematiche pericolose. Era un diversivo per non analizzare quello che più volte avevano iniziato e lasciato cadere nel vuoto, rimandando i chiarimenti a dopo.

Ma quando dopo?” pensò Pietro, prima di prendere con decisione l’iniziativa di affrontare gli argomenti volutamente accantonati. Conoscendo l’ostinazione di Elisa nell’elusione delle domande decise di aggirare la sua resistenza abbordando il chiarimento da lontano.

«Per fortuna torniamo a Belluno, perché le scorte sono quasi esaurite. All’arrivo ero convinto che fossero superiori alle necessità ma ho sbagliato le valutazioni. Il moto fisico e intellettuale praticato ha stimolato il nostro appetito!»

Pietro rise alla battuta per nulla spiritosa, raccogliendo un timido sorriso di Elisa.

«Credo di essere ingrassato un paio di chili!» aggiunse, accennando alla pancia. «Le giornate sono volate via. La notte, il giorno, la mattina, il pomeriggio scorrevano in maniera talmente veloce, che mi è sembrato di essere arrivato solo ieri. Sono state le vacanze più stimolanti e deliziose che abbia mai trascorso. Nemmeno quando andavo in campeggio con gli amici, mi sono sentito così bene. Devo ammettere che il merito è tutto tuo!»

Interrotto il monologo afferrò la ragazza per baciarla. Avvertirono l’urgenza di rientrare nella baita.

Il sole era alto al loro ritorno sul prato. La giornata era asfissiante per la cappa di caldo dovuta alla scarsa ventilazione e all’umidità prodotta dal bosco, mentre la pelle avvertiva una sensazione di umido.

Nonostante il clima l’atmosfera era distesa favorendo l’inizio del chiarimento più volte rimandato.

«Ora è venuto il momento di parlare dei molti misteri che ci avvolgono» affermò asciutto Pietro, rompendo la tregua che si era instaurata. Usò il plurale fingendo di coinvolgere nel chiarimento anche se stesso.

«Mi spieghi come hai potuto frequentare il liceo al Castello nella mia classe? Una ragazza così appariscente non mi sarebbe passata inosservata».

Elisa sorrise rasserenata perché le toglieva l’imbarazzo di cominciare dai singoli argomenti. Aveva immaginato che questo fosse il primo tema e si era preparata le risposte, anche se era conscia che poi sarebbero iniziati gli approfondimenti e le inevitabili contraddizioni.

«Beh! È stato facile!» affermò con un sorriso intrigante e lo sguardo malizioso.

Pietro sgranò gli occhi e la guardò con un misto tra sorpresa e stupore come se si stesse prendendo gioco delle sue facoltà mentali.

«Facile?» esclamò basito. «Per Dio! Fai gli indovinelli? Quando ero al liceo, tu avevi appena finito lo svezzamento! Avevi le labbra ancora sporche di latte materno! Spiegati. Devo pensare che tu abbia preso un colpo di sole? Non mi inganni! Oppure devo pensare che mi prendi in giro per ridere alle mie spalle?»

Elisa scoppiò in una grande risata, mentre si stringeva a Pietro.

«Non l’hai ancora capito?» disse facendo una piccola pausa. «Ti ricordi Maria, quella ragazza con le lentiggini e la pelle color latte?»

«No» rispose secco, stringendo gli occhi per concentrarsi sul viso dei compagni di scuola. «No, non ricordo nessuna Maria, né tanto meno una ragazza lentigginosa dalla pelle candida! Di ragazze ce ne erano, anche se poche, ma non ricordo tra loro nessuna Maria».

In realtà i volti femminili erano stati tutti cancellati dalla memoria, perché erano degli scorfani inimmaginabili.

«Ma sì, che la ricordi! Non puoi averla dimenticata! Maria ha spasimato per cinque anni senza che tu la degnassi di uno sguardo! Ti era sempre appiccicata come una sanguisuga. Non puoi averla cancellata dai tuoi ricordi».

«Ammettiamo che la ricordi, ma non è così!» disse a denti stretti per nulla convinto della spiegazione. «’Sta Maria, la candida, cosa c’entra? Mica sei tu! E lei avrà la mia età!»

«È mia cugina. Mi ha raccontato tutto di te!»

Pietro rabbuiò il viso prima di distenderlo in un sorriso come se all’improvviso una luce avesse illuminato i suoi ricordi.

«Io ho trascorso con te i cinque anni al Castello!» aggiunse sorridente Elisa. «Era come se io fossi lì, nell’aula, nei corridoi, in ogni posto dove eri tu. Sapevo come eri vestito, cosa dicevi, quali voti prendevi. Vedevo le fotografie di gruppo, delle gite scolastiche… Ti ricordi quella volta a Roma? Quando ti sei perso nella visita al Colosseo! Oppure il volo Venezia Parigi? Sei stato male, ma non volevi ammettere che era solo paura!…».

«Okay! Okay!» interruppe seccato Pietro che ricordava con fastidio questi due episodi, che avrebbe voluto cancellarli, ma erano sempre pronti a far capolino. Adesso Elisa li tirava fuori dal dimenticatoio, mentre tornavano a pungere dolorosamente.

«Certo che rammento. A Roma volevo fare uno scherzo a compagni e alla prof di Storia dell’arte nascondendomi in un cunicolo. Mi sono perso. Che spavento ho passato! Per fortuna ho incontrato un inserviente che mi ha condotto fuori. Che lavata di capo mi sono preso tra i risolini di scherno e compatimento di tutti!»

L’accenno aveva riacceso la visione di quello spiacevole episodio. Però era il secondo episodio che bruciava di più.

«Frustrante e deprimente è stato il battesimo dell’aria nel viaggio Venezia – Parigi, quando per la paura ho rigettato anche l’anima, mentre sostenevo di aver mangiato qualcosa di indigesto prima della partenza. Tutti mi hanno canzonato e sfottuto fino al ritorno».

Dopo aver spiegato questi due episodi, seguì un silenzio imbarazzato prima di riprendere a parlare.

«Dunque questa misteriosa Maria… tua cugina… che parlava di me con te. Ma Maria, che cognome aveva?» disse, quasi farfugliando, con un tono tra lo stizzito e il curioso.

Lui non ricordava nessuna compagna con quel nome. A dire il vero non aveva presente nessun volto femminile.

«Che cognome ha» esclamò divertita Elisa. «Mica è morta! È viva e vegeta e ancora ti sogna! Quando verrà a sapere dei quattro giorni da sogno con te, mi toglie il saluto e mi caverà gli occhi! Ha sempre sostenuto che o ti sposa o resta single. Il nome? Maria Marcon. Penso che resterà single a vita, se non cambia idea».

Un largo sorriso comparve sul volto di Elisa compiaciuta per l’ultima esternazione.

«Marcon? Quello scorfano! Petulante, piccola e grassa. Certo che la ricordo!» disse mentendo perché aveva una percezione appena accennata della fisionomia. «Era più fastidiosa di una zanzara tigre! Tua cugina? Non posso crederci!»

Pietro infervorato fece una breve pausa prima di rincarare la dose di disprezzo.

«Non vi assomigliate! Non c’è paragone! I tuoi occhi blu, i tuoi capelli rossi sono un inno alla bellezza. No, non c’è paragone… Dunque mi hai conosciuto per interposta persona e sai tutto di me. Dimmi, come hai fatto a scovarmi a Belluno? Sono secoli che non vado a Venezia dai miei. Lei l’ho cancellata da un pezzo».

Elisa strinse le spalle come per nascondere un piccolo segreto, ma in realtà era per stimolare la curiosità di Pietro.

«Uh! Quanto sei curioso! Un interrogatorio in piena regola! Elisa Marcon giura di dire tutta la verità e nient’altro che la verità! Lo giuro, Vostro Onore. Giuro di dire la verità e solo la verità! Lo giuro» e mimando l’atto di giurare pose la mano sul cuore di Pietro.

Poi esplose in una sonora risata. Pietro la prese, mentre rotolavano sul prato.

«Sei una piccola peste adorabile! Se non esistevi, ti dovevano inventare! Per fortuna ci sei e sei meravigliosa! Ti voglio bene e stasera rimani con me!»

Elisa sollevò il capo e disse cupa: «Solo stasera? E no! Non mi accontento di una sola sera».

Lui la fissò e aggiunse serio: «Hai ragione. Una sola sera è troppo poco».

Rimasero immobili sul prato osservando le nuvole che correvano verso una meta sconosciuta.

La kitsune – parte quarantaquattresima

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I nodi vengono a pettine e bisogna sbrogliarli. Per chi volesse leggere le puntate precedenti può trovare qui gli indirizzi.

Antelao – opera di Antonio De Lorenzo- licenza GFDL/CC-by-2.5

 

La mattina li accolse abbracciati e stesi per terra, avvolti in modo approssimativo da due plaid troppo piccoli per coprirli, ma sufficienti per il calore che si erano trasmessi.

Il lume a olio era ridotto a misera fiammella, il fuoco nel camino si era spento, mentre qua e là occhieggiavano qualche brace rosseggiante.

La giornata sembrava assicurare ai due giovani sensazioni piacevoli di pace e armonia dopo il violento temporale che aveva fatto da sottofondo rumoroso alla lettura. La natura si era finalmente placata dopo il furioso sfogo del giorno precedente. Pareva che volesse infondere energia positiva. Questa percezione di benessere sovrastava su qualsiasi altro argomento tanto che lasciarono scorrere il tempo senza prestarvi attenzione. Volevano godersi le ore rimanenti senza l’assillo del prossimo rientro a Belluno.

Rimasero in silenzio, abbracciati senza pensare a nulla se non a loro stessi, ai quattro giorni trascorsi, al piacevole suono del bosco che si andava risvegliando.

Erano immersi in questa atmosfera piacevole, quando ricordarono che dovevano rientrare a Belluno, perché la vacanza era finita. C’erano due incombenze da programmare: la preparazione del bagaglio e la sistemazione della baita.

Il pensiero della partenza aveva avuto il potere di raffreddare l’entusiasmo, l’ottimismo e la vivacità che queste ferie non programmate avevano prodotto.

Avevano vissuto momenti di grande intensità emotiva, scoprendo emozioni che non pensavano di provare. Avevano letto qualcosa che in un certo modo li aveva coinvolti e affascinati. Però era venuto il momento del commiato e di chiarire gli aspetti dubbi, le molte incertezze, che erano state accantonate per non rompere il clima sereno instaurato tra loro. Dovevano comprendere a pieno il senso della loro venuta in questo bosco.

Non sembrò disponibile al chiarimento, almeno questo era l’intendimento di Elisa, perché avrebbe voluto che l’atteggiamento festoso durasse all’infinito. Però non era solo questo che la frenava, perché c’erano aree che non aveva intenzione di svelare. Comprendeva che le spiegazioni erano complicate e potevano generare incomprensioni fino a sfociare in rotture insanabili. Questo la spaventava e la teneva in ansia.

«Pietro, ti amo» disse la ragazza in un sussurro appena accennato per rompere quello stato di latente tensione. «Vorrei che il tempo si fermasse in questo istante. Mi piace il modo d’interpretare il fluire dei secondi, dei pensieri…».

Pietro aspettò la continuazione del discorso, ma si era fermata impedendo d’intuire il senso delle ultime parole. “Cosa avrà mai voluto affermare con quel fluire?” si chiese perplesso.

Percepì che Elisa cercava di proiettare energie positive, ma lui desiderava in questo momento conoscere i misteri della baita, di Klaus e Amanda. Aveva intenzione di scoprire meglio l’essenza del bosco degli elfi, un posto veramente magico.

Quella misteriosa volpe cosa rappresenta? È un simbolo oppure un essere reale? Perché si aggira attorno a noi solo di notte? È forse la kitsune del racconto letto? È possibile che sia la volpe del Giappone, un mondo misterioso e lontano? E ammesso che sia vero, come sarebbe arrivata fino a qui? Tante domande, molti dubbi e nessuna risposta. Però il tempo diventa sempre più scarso perché il momento della partenza si avvicina. Devo comprendere tutti i misteri e chiarirli per non lasciare troppi segreti tra noi”.

Pensieri e dubbi frullavano nella mente di Pietro, lui che consciamente o inconsciamente nella routine quotidiana agiva seguendo degli schemi generali. A volte dimostrava intuizione sul loro andamento, altre era preda del terrore di non riuscire a dominarli. Trovava sconvolgenti i cambiamenti radicali della vita che faticava a recepire come propri, ma in altre circostanze erano lo stimolo creativo per modificare il quotidiano secondo schemi inusuali. Percepì che era uno momento per il quale desiderava i cambiamenti aspettandosi una vita più elettrizzante, interessante e viva di quella invariante, quasi monotona che aveva condotto fino allora.

L’incontro con Elisa, inaspettato e coinvolgente, aveva rappresentato un momento di metamorfosi che l’aveva trasformato in un’altra persona. Non desiderava che questa esperienza terminasse nel nulla, esattamente come la curiosità di conoscere quello che stava ruotando intorno a loro era molto forte. Aveva rappresentato un passaggio da un’esistenza grigia a una più frizzante. Pertanto Pietro stimò che questa fosse la fase adatta per iniziare a comprendere cosa gli permettesse di sviluppare la sua personalità rimasta allo stato latente finora. Doveva concedersi nuovi punti di vista con l’aumento della consapevolezza di se stesso e delle sue capacità.

Anche Elisa era consapevole che fosse giunto il momento di dare risposte precise ed esaurienti, ma temeva di rovinare quell’aria di festa e di complicità che si era creata. Si poneva il quesito da quale punto cominciare, perché trovava confuso l’intero discorso che doveva formulare rischiando di essere fraintesa. Era incerta perché non capiva se questo fosse il frutto della sua immaginazione oppure una realtà in apparenza pazzesca e pericolosa. Doveva chiarire prima con se stessa e successivamente con Pietro, che si aspettava delle risposte precise senza troppi polveroni.

Di tutto quello che aveva in mente, aveva la certezza assoluta di un punto solo: Pietro le piaceva moltissimo. Desiderava che i sentimenti fossero ricambiati, perché in questi pochi giorni aveva avuto dei riscontri positivi. Non era asfissiante, ma lasciava vivere. Era disponibile e paziente senza ossessioni o compulsioni. Era curioso ma non facilmente ingannabile se le spiegazioni non erano coerenti o logiche. Nonostante avesse dichiarato che era la prima volta che faceva sesso con una donna, si era dimostrato sensibile al punto giusto e un amante per nulla disprezzabile da questo punto di vista. C’era stato fin dall’inizio un affiatamento sessuale che l’aveva sorpresa. Lei si era sempre sentita a proprio agio e appagata. Però adesso iniziava la parte più difficoltosa: consolidare queste aspettative perché la loro trasformazione fosse duratura nel tempo. Era consapevole che il compito non sarebbe stato facile e che dipendeva molto da lei e dalle risposte ai numerosi quesiti rimasti in sospeso.

Comincio io o lascio il pallino a lui?” Questo fu il primo dilemma che le frullava nella testa. Si strinse a lui per raccogliere il calore che trasmetteva e per acquistare quel minimo di fiducia sull’inizio del discorso.

«Pietro» fece con un tono timido. «Mi piacerebbe…».

Interruppe il discorso come se avesse pudore nell’esternare le sensazioni che provava.

«Cosa ti piacerebbe?» chiese sollecitando la risposta.

«Mi piacerebbe vivere con te fra queste quattro mura» rispose tutto d’un fiato. «Però non ho sentito la tua opinione».

Pietro tardò nella risposta come se cercasse di ragionare senza urtare la sua sensibilità.

«Anche a me farebbe piacere condividere la vita con te, Però… Però vivere qui sarebbe impossibile. Oggettivamente ci sono troppe difficoltà non aggirabili. La prima è economica».

Fece una breve sospensione per chiamare a raccolta i pensieri che tentavano di svicolare.

«Non sono in grado di racimolare la cifra richiesta da Marco. Conosco le tue obiezioni, ma… Lo so che il bosco e la baita valgono molto di più. Però non ce la faccio in tutta onestà. La seconda è che io non vivo di rendita. Ho la necessità di lavorare per vivere, per garantirti un’esistenza decente. E non solo a te. Il bosco è troppo distante dal luogo di lavoro per affrontare il viaggio tutti i giorni. Se ti accontenti di vivere con me a Belluno e passare i week end qui, il discorso è presto fatto. Con Marco possiamo accordarci. Però…».

«C’è sempre un però di troppo! Ho capito…» riprese Elisa delusa dal lungo discorso inconcludente di Pietro rispetto alle sue aspettative.

«Cosa hai capito? Non credo che tu abbia capito nulla!» esclamò Pietro con la voce salita di un’ottava e alterata. «Chi ha iniziato coi però se stata tu! Non intendo litigare o rovinare quello che abbiamo costruito in questi pochi giorni per delle mere questioni linguistiche. Quindi è più opportuno affrontare i problemi concreti, lasciando in disparte i però! Mi hai chiesto se vogliamo affrontare il percorso delle nostre vite insieme? Ho esposto le mie perplessità, in quanto non ho intenzione avviare un’avventura, consapevole che sarebbe un fallimento prima ancora di cominciare. Ci sono altri aspetti da chiarire e forse è giunto il momento per affrontarli. Dunque…».

«Hai ragione» affermò Elisa reclinando il capo. «Ci sono delle questioni rimaste in sospeso da definire. Da dove cominciamo?»

«Sento la necessità di un buon caffè prima d’iniziare» affermò Pietro che percepiva l’esigenza di trovare il momento propizio per avviare le spiegazioni.

Molti argomenti erano rimasti nel limbo dell’indeterminatezza, ma mai affrontati con la sincera voglia di chiarirli.

Voleva prendere tempo e il diversivo del caffè era una buona scusa.

 

La kitsune – parte quarantatreisima

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Pietro termina la lettura e il mistero diventa fitto. per chi volesse leggere gli arretrati li trova qui.

foto di Ivan Sessa – http://www.dolomitimeteo.com copyrighte Ivan Sessa

 

La parola fine…

Era quasi mezzogiorno quando il fuoristrada dei carabinieri aveva iniziato ad arrampicarsi su per la stradina che conduceva alla baita. Arrivata nella radura prospiciente, si fermò innanzi l’ingresso. I militari scesero guardandosi intorno perché il posto sembrava abbandonato più che disabitato. La porta sbatteva mossa dal vento, mentre intorno c’era un innaturale silenzio.

Entrando con cautela, gridarono: “C’è qualcuno? Carabinieri!” senza ricevere nessuna risposta. Questo li insospettì, mentre osservano la stanza dove regnava un notevole disordine, come se gli abitanti fossero fuggiti all’improvviso.

C’è qualcuno?” urlarono ancora, mentre perlustravano le varie stanze, sicuramente abitate, ma adesso deserte e abbandonate.

Eppure sembra che fino a poche ore fa ci sia stata almeno una persona. Perché è fuggita così precipitosamente? Pare strano. Chiediamo lumi al comando?” chiese Carmelo, il più giovane dei due, mentre esaminava con cura i vari oggetti disseminati per la stanza.

No, almeno per il momento” rispose l’appuntato, che guidava la spedizione “Diamo un’occhiata fuori” e si avviò verso l’esterno.

Non toccare nulla” si raccomandò. “La situazione non è chiara”.

Osservando il prato che digradava verso il bosco, notarono che era stato calpestato di recente, quanto non erano in grado di stabilirlo.

Fa attenzione!” gli urlò l’appuntato “Qualcuno ha lottato qui sul prato e ha perso sangue! Gira intorno e non calpestare nulla”.

Il giovane carabiniere si immobilizzò prontamente, perché non aveva notato nulla, ma adesso si accorgeva delle minuscole tracce di sangue che andavano verso il bosco.

Si chinò per guardare meglio e replicò “Giuseppe, hai ragione! Ci sono molte minuscole gocce di sangue rappreso ma da non troppo tempo”.

Giuseppe rise, prima di tornare serio. “Non sapevo che tu fossi così bravo nel valutare a vista gli indizi. Torniamo alla macchina. Qui servono rinforzi per setacciare la zona”.

Giuseppe chiamò la caserma descrivendo quello che aveva notato e aspettando nuove istruzioni. Si sedette fumando una sigaretta e rifletteva su quanto era avvenuto.

Doveva essere una normale operazione di routine. Convocare in caserma Klaus Pinchler per essere interrogato sulla scomparsa di Amanda Pinotti. Solita storia. Lei scappa con l’amante e il marito incarica noi di scovarla. Però adesso cambia lo scenario. L’amante non si trova, ci sono tracce di colluttazione e di sangue. Di sicuro l’ha uccisa e nascosta nel bosco. E noi come fessi qui ad aspettare. Cosa? Non si sa! Poi arrivano i pezzi grossi e loro finiscono sui giornali, in TV, mentre noi non esistiamo. E ci tocca pure montare la guardia”.

Carmelo” aggiunse con tono amareggiato Giuseppe “Avevi avuto buon fiuto quando siamo entrati nella baita, dicendo che qualcosa non quadrava”.

Il giovane sollevò il viso facendo un sorriso forzato per tornare a osservare quel gruppo di rovi e di felci che sembravano disposti in modo innaturale.

Giuseppe” fece Carmelo indicando con la mano un punto del bosco. “Non noti nulla di strano laggiù, tra quei rovi, che sembrano essere stati schiacciati da un corpo? Siamo troppo distanti per vedere bene”.

L’appuntato volse il viso stancamente verso il luogo indicato e annuì convinto che laggiù qualcosa stonava, ma non gliene importava nulla. Adesso arrivavano gli esperti e che se la sbrigassero loro, mentre lui non vedeva l’ora di andarsene da questo posto, che gli metteva angoscia.

Carmelo si alzò per osservare meglio e prima che Giuseppe gridasse: “Non muoverti!” disse eccitato: “Là vedo spuntare una scarpa!”

È di uomo o donna?” chiese Giuseppe alzandosi anche lui.

Non riesco a capirlo. Ma sicuramente c’è il corpo di qualcuno là”.

Dunque le previsioni dell’appuntato si stavano avverando e loro lì a fare la guardia come un cane, che per premio avrebbe ricevuto un osso e una pacca sulla schiena.

Speriamo che arrivino presto. Non aspetto altro che rientrare in paese” e accese un’altra sigaretta, prima di aggiornare il comando della scoperta.

La situazione diventa grigia.” mormorò sconsolato “Ora si deve aspettare anche un magistrato, la scientifica e chissà quante altre persone. Poi dovremo tenere a bada giornalisti e fotografi che arriveranno come cavallette. Doveva essere una specie di gita e guarda un po’ cosa ci capita”.

Molte ore dopo giunsero tutti quelli che Giuseppe aveva elencato, quando ormai la giornata stava diventando sera.

Trovarono Klaus col viso devastato che stringeva il fucile in una posizione innaturale, mentre sotto di lui la terra sembrava smossa di recente. Scavarono senza trovare nulla. Amanda sembrava volatilizzata, svanita nel nulla.

Klaus aveva lottato a lungo contro un nemico invisibile prima di soccombere, ma nessuno capì cosa era successo e tutti parlarono di elementi sopranaturali.

Il caso occupò le prime pagine dei giornali e delle TV per molto tempo prima di finire tra i casi insoluti, tra i misteri d’Italia.

Nella baita sopra il camino sparì misteriosamente il quadro col proverbio

Agli amanti e ai cacciatori

per un piacer mille dolori.”

Come se una mano ignota l’avesse staccato.

In paese dicevano che era un posto maledetto, abitato da spiriti maligni. Qualcuno più coraggioso, che si era spinto fino alla baita, affermò di avere visto una volpe che si aggirava per le stanze, come se fosse la padrona.

E il mistero non fu mai risolto.

Pietro sollevò lo sguardo sopra il camino e notò, come aveva fatto entrando la prima volta, che in effetti c’era il segno di qualcosa che era stato tolto. I contorni erano ancora ben visibili. Altro dettaglio corrispondente al testo letto che si aggiungeva agli altri raccolti in precedenza.

Pietro provò a raccogliere le idee su quanto aveva letto, anche se queste erano confuse, molto di più di quando aveva iniziato la lettura. Però si domandò se poteva essere il riassunto fantasioso di avvenimenti oscuri e misteriosi. Qualcosa non gli tornava ma non riusciva a mettere a fuoco quel che stonava.

Dunque stando alle conclusioni, il corpo di Klaus fu ritrovato, mentre quello di Amanda, no. Sembra si sia volatilizzato. Il mistero è rimasto tale. Il racconto non svela niente. Elisa è reticente. Racconta solo quello che le conviene e nulla più. Anzi cerca di sviare l’attenzione sui particolari che la riguardano da vicino. Lunedì con calma farò delle ricerche su Klaus e Amanda. Non dovrebbe essere difficile, se i loro nomi sono autentici e le date reali”.

Mentre Pietro rifletteva, la ragazza si risvegliò dal torpore sonnolento che l’aveva avvinta nelle ultime ore. Si guardò intorno come se fosse sorpresa a trovarsi lì dinnanzi al camino ancora acceso senza dire nulla.

Finiamo la lettura delle ultime pagine?” chiese stiracchiandosi.

E così Pietro rilesse ad alta voce quello che già aveva letto.

La kitsune – parte quarantaduesima

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Un momento di riflessione dopo tanto leggere. Per chi avesse perso qualche colpo qui troverà i link delle puntate precedenti.

opera di bertha boyton lum

 

La notte passò in un sonnolento dormiveglia interrotto qua e là da poche parole e dall’alimentare il fuoco con nuova legna. Nessuno dei due aveva voglia d’intavolare un discorso su quello che avevano letto. Elisa voleva evitare scomode domande, Pietro preferiva rimandare il chiarimento più avanti.

Pietro si stupì della propria indecisione a chiarire i molti punti oscuri della loro situazione e su quello che avevano letto. Quasi non si riconosceva ma pensò che era dovuto alla vicinanza di Elisa. Il sentimento che provava per lei lo aveva trasformato da una persona decisa a una attendista. Aspettava sempre il momento opportuno che non arrivava mai. Le giornate passavano e la fine della vacanza diventava sempre più incombente. Scosse il capo scacciando questi pensieri e ritornò al documento letto.

Se è un resoconto autentico” era la domanda che turbò Pietro fin dall’inizio delle prime righe. “Chi può avere trascritto gli eventi? Klaus è morto e di certo i morti non riescono a scrivere a macchina o al computer”.

L’alternativa era una novella inventata ma anche questa ipotesi non si reggeva bene. “Se fosse un racconto di fantasia, è stato costruito usando parti vicine alla verità”. Questa riflessione richiamava a cascata altri pensieri. Sembrava il gioco dello Scarabeo che a ogni tessera calata ne veniva associata un’altra fino a comporre la parola. “Ma perché hanno fatto in modo che noi lo leggessimo?” si chiese Pietro, grattandosi la guancia ispida. Subito a seguire il nuovo quesito: “Non ho capito se Elisa lo avesse già letto oppure …”.

Non voleva pensare che Elisa avesse vissuto quell’esperienza perché gli pareva un’idea folle.

Il dubbio rimase lì nella sua mente impalpabile ma concreto, perché tracce di verità erano nella lettura di quei fogli: la baita, il testo di Le Fanu, il computer.

I diari, il blog sono qualcosa di concreto. Ma sul racconto ho mille perplessità”.

Spostò lo sguardo su Elisa che sonnecchiava appoggiata col capo al petto e si domandò chi era realmente. Finora non era riuscito a decifrarla. Era rimasta un punto oscuro.

Non conoscevo la storia della kitsune, che appartiene a un mondo lontano: il Giappone. Ho sempre associato quel paese alle geishe, ai samurai, ai kamikaze, a tutto quel immaginario che abbiamo visto nei film e letto nei libri. Ma la volpe giapponese, la kitsune, quella no. Non l’ho mai incrociata. Adesso compare qui tra le montagne, come se qui fosse il suo habitat naturale! Ci devo credere?”

Il dubbio faceva capolino nei suoi pensieri a dispetto delle coincidenze che erano troppe, perché quella lettura fosse solo frutto di fantasia. La volpe, le strane assomiglianze tra le due donne, la conoscenza di determinati particolari e altri dettagli erano un qualcosa di tangibile e concreto per essere solo immaginario.

Pietro scosse il capo per scacciare pensieri fastidiosi, raccogliendo gli ultimi appunti per leggerli in silenzio.

La kitsune – parte quarantaunesima

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Prosegue la lettura, una lettura inquietante. Per chi lo volesse qui ci sono i link delle puntate precedenti.

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Dunque la domanda era racchiusa in quelle quattro parole ‘perché l’ho fatto?’ e la risposta non lo convinse: “sono un cacciatore”.

Non era vero che fosse un cacciatore, perché era un boscaiolo che amava il bosco e rispettava la natura. Però qualcosa aveva preso il sopravvento mentre si trasformava in un assassino. Forse un demone, una stilla di pazzia, dei ricordi o forse perché il destino aveva deciso così.

Nel vortice nel quale era caduto rammentò qualcosa che aveva letto anni prima facendolo sorridere in un momento così tragico. “In Giappone lo spirito della volpe si incarna in una splendida e leggiadra fanciulla, che si aggira nei boschi. Il suo nome è Kitsune che significa semplicemente volpe. Nella mitologia giapponese si crede che questi animali possiedano una grande intelligenza, vivano a lungo, e abbiano poteri magici. Il principale tra questi è l’abilità di cambiare aspetto e assumere sembianze umane”.

Aveva letto che la volpe imparava a far questo quando raggiungeva una determinata età. Le kitsune apparivano con l’aspetto di una donna bellissima o di una dolce ragazzina, che ammaliavano con la loro leggiadria gli uomini.

Altri poteri, che le sono attribuite, includono la capacità di appiccare il fuoco con la coda o di sputare fiamme. Però quello più pericoloso è il potere di entrare nei sogni dove hanno l’abilità di creare illusioni così complesse da essere quasi indistinguibili dalla realtà. Le kitsune devono mantenere le promesse o il loro rango e il loro potere diminuisce”.

Questi ricordi frammisti a frammenti di visioni lo fecero riflettere: “Amanda è una kitsune? Ed è tornata per mantenere la promessa di vendicare la sua morte?”

Ricordò nel turbinio di salti e di vuoti che si parlava anche di demoni associati alle kitsune.

Ma è veramente un demone la parola kitsune? Le volpi hanno paura dei cani, che sono usati per cacciarle, così le kitsune li temono e li odiano. Anche Amanda aveva paura dei cani”.

Ricordi confusi si mescolavano col dolore del corpo, mentre lo spirito lentamente se ne andava.

Klaus si era aggrappato a questi ricordi, una lettura fatta molti anni prima. La mente riandò indietro nel tempo, dove le kitsune erano presentate come ingannatrici. Talvolta erano molto malevoli, perché usavano i loro poteri per ingannare gli uomini sotto forma di amanti, mentre si presentavano come bellissime donne oppure come fanciulle.

Era credenza generale che la volpe potesse entrare nel corpo delle sue vittime, di norma solo giovani donne, attraverso l’unghia o il seno, possedendole e nascondendo la loro autentica natura.

Sono stato ingannato anch’io?” mormorò senza speranza mentre volò per l’ultimo salto.

Mentre la mente ricordava, percepì una voce proveniente da un mondo ignoto: “La caccia non c’entra! Sei solo uno sciocco che non riesce a mantenere la freddezza delle tue azioni”.

Queste parole risuonavano come cannonate nella sua testa, ma non riusciva a chetarle.

Hai ucciso la tua amante, perché eri stanco di lei” proseguì implacabile la voce della coscienza. “E ora devi pagare le tue colpe!”

No! Non è vero” replicò Klaus sperando di sfuggire al destino ormai segnato. “Io l’amavo e l’amo tuttora. Senza di lei mi sono sentito perso. Io non dovevo trasformarmi in cacciatore, che non mi appartiene. Però per il piacere di sparare alla volpe mi sono macchiato di sangue”.

No. Non era una volpe, ma la tua amante! Non puoi essere perdonato, come ora che sei uscito deciso a ucciderla una seconda volta”.

E con queste parole sentì l’ultima fitta, prima che il buio e il silenzio calasse dentro di lui.

Era notte inoltrata, almeno così credettero i due giovani, quando terminarono la lettura che li aveva tenuti avvinti col fiato sospeso.

Deposero i fogli, ormai spiegazzati e stropicciati, sul tavolino dove c’erano avanzi di cibo. La stanza era in una penombra rischiarata dalle ultime lingue delle fiamme nel camino e dalla luce tremolante di un lume a olio.

Si guardarono interrogandosi con gli occhi senza dire nulla.

Pietro gettò nuova legna nel fuoco che lentamente riprese forza come se questo fosse un segnale positivo per il loro futuro. Un lampo passò velocemente nella sua testa e si spense nel buio del dubbio che i fogli avevano alimentato.

La lettura lo aveva lasciato pensieroso. “Quale mistero si annida nel racconto? Quale messaggio occulto si cela tra le parole lette? Esiste davvero oppure è il frutto della mia fantasia?” rifletté Pietro, socchiudendo gli occhi.

Erano pensieri che faticava a focalizzare ed esprimere con chiarezza per il timore di risvegliare un drago dormiente.

Si strinsero l’un l’altro in silenzio per scacciare le riflessioni amare e rincuorarsi a vicenda. Rimasero a osservare le vampe che si agitavano nel camino tra guizzi e scintille incandescenti.

Pietro interruppe l’assenza di suoni e disse: «È strano questo racconto, se fosse vero».

Poi ricordò l’incerto colloquio avuto nel sonno, quando Elisa metteva in dubbio la verità della narrazione. “È stato solo un sogno o veramente abbiamo discusso se il racconto potesse corrispondere al vero?” pensò Pietro osservando il viso della ragazza nella semioscurità della stanza. Sul suo viso si disegnavano delle ombre rossastre che si muovevano al ritmo del fuoco nel camino.

Elisa non raccolse la provocazione stringendo le spalle. Un gesto che Pietro non riuscì a interpretare come segno di assenso oppure di fastidio. Neppure lei riuscì a comprendere il gesto perché era stato istintivo.

«Però tu conosci segreti che non vuoi rivelare. Sei sempre stata in silenzio durante la lettura» incalzò Pietro.

«Non ne ho» rispose recisa sistemandosi meglio fra le sue braccia.

«Ho capito»

Pietro restò muto a contemplare il guizzare delle fiamme sulla legna, che crepitava spezzandosi in mille braci ardenti.

La kitsune – parte quarantesima

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Lo storia volge verso il finale con grande gioia di tutti. Per chi fosse curioso di leggere le puntate precedenti può trovare qui il link.

opera di Utugawa Kuniyoschi – pubblico dominio

 

Elisa tra le braccia di Pietro aveva calmato l’agitazione interiore che l’aveva assalita qualche ora prima. Si sentiva appagata di quello che finora le aveva riservato il destino durante questi quattro giorni. Però non voleva pensare al futuro, perché l’angoscia avrebbe ripreso il sopravvento. Per il momento percepiva soddisfazione e piacere per come si erano snodati gli avvenimenti.

La lettura non l’aveva aiutata di certo, ma la presenza di Pietro sì. Provava sicurezza nello stare accanto a lui, perché la calma e la protezione, che trasmetteva, riuscivano a sopire i dubbi che l’angosciavano. Intuiva che non sarebbe stato in grado di risolvere le difficoltà nelle quali si dibatteva, ma comprendeva che era uno speciale talismano che le infondeva speranza sul futuro e protezione al presente.

Sarà così oppure sono solo mie fantasie?” rifletté osservando il viso sereno di Pietro.

L’intuito femminile le suggeriva che non si stava sbagliando, che lui era la persona che aveva cercato. Forte di questa convinzione si sistemò meglio per ascoltare la voce forte e sicura di Pietro.

La pazzia

Klaus camminò nel buio rischiarato dall’incerta luce del lume a olio andando a zig zag come ubriaco di paura avanzando tra dubbi e angosce. Incespicò nei rovi, che graffiarono i vestiti e la faccia, correndo il rischio di cadere più di una volta, mentre avanzava con passo incerto.

Non era consapevole dei rischi, che affrontava, accecato dal terrore di vedere apparire la figura di Amanda, come due anni prima quando era andato alla caccia della volpe sparando alla cieca.

Dove sei?” urlò con tutto il fiato che aveva nella gola, mentre l’eco lontano rimbalzò quel ‘dove sei?’, che interpretò come una muta risposta alle sue invocazioni.

Il panico mescolato alla pazzia per i gesti non ponderati stava prendendo il sopravvento sulla lucidità del pensiero.

Si addentrò incautamente nel bosco perdendo subito l’orientamento nella notte oscura e senza stelle, girando più volte su se stesso come se fosse nella caverna del mistero al luna park.

In lontananza vide due occhi rossi che lo fissavano maligni, quasi a farsi beffe del terrore che aveva inondato la sua mente.

Prese la mira dopo aver posato la lanterna e sparò, ma gli parve di udire un ghigno feroce di scherno, mentre quei globi rossi si spostavano di lato.

Esci sei hai coraggio!” ripeté inferocito e arrabbiato più che mai “Sei uno spirito del male, ma io ti ucciderò” ed esplose un secondo colpo, che gli sembrò una cannonata nel buio silente della notte.

Riprese la lanterna, ma quegli occhi rossi erano sempre là, immobili e irriverenti, mentre dentro di lui cresceva ira e sgomento che si avvilupparono tra loro in un intreccio dal quale non riuscì a districarsi.

Si mosse a destra, poi a sinistra prima di finire lungo disteso tra le felci umide e un rovo di more, per poi rotolare più in basso fermato dal tronco di un abete.

Non perse la presa sulla lanterna, che si era spenta nella caduta, né del fucile ben saldo nell’altra mano.

Provò a contare i danni: solo qualche ammaccatura e nuovi graffi nel viso e nelle mani. Però adesso era nel buio più completo senza sapere dove stava e quanto distava dalla baita.

Sono in bell’impiccio” pensò in un momento di lucidità.

«Non aveva detto, Klaus, che un fucile in mano a un uomo in preda all’ira era un pericolo per tutti?» commentò stupito Pietro, fermandosi nella lettura.

Si pose il pensiero se lui fosse stato al posto di Klaus come si sarebbe comportato e quali sensazioni avrebbe provato in quegli istanti. Però lui era Pietro e non sapeva maneggiare un fucile. Dunque il parallelismo non poteva reggere. Non sarebbe uscito nella notte buia nel bosco alla ricerca di un fantasma che aleggiava solo nelle fantasie malate di Klaus.

«È stato un incosciente!» replicò acida Elisa. «Non capisco perché sia uscito di notte nel bosco! Eppure come boscaiolo doveva conoscere a fondo i pericoli. Però il rimorso di avere ucciso Amanda ha alimentato la sua pazzia e gli ha tolto la lucidità di pensiero. Klaus in quei due lunghi anni era stato roso dal tarlo del tormento per quello che aveva commesso».

Pietro riprese la lettura.

Potrebbe avere girato in tondo dopo essersi addentrato nel bosco, ma nulla poteva dargli certezze. Però quegli occhi rossi lo precedevano sempre beffardi.

Klaus non era il tipo che si spaventasse facilmente, ma questa volta qualche meccanismo non aveva funzionato nella sua testa. Appoggiato al tronco resinoso di un abete lungo un pendio inclinato verso il basso, provò a saggiare con un piede la pendenza se questa fosse troppo ripida per arrischiare la risalita.

È troppo pericoloso tentare di muoversi. Aspetterò la mattina” mormorò rassegnato.

Agganciata la lanterna inutilizzabile alla cintura, si guardò intorno con la speranza di capire in quale pasticcio si era cacciato. L’unico segno di vita erano sempre quei due punti rossi, che sembravano tizzoni ardenti pronti ad accompagnarlo all’inferno.

Maledetti!” urlò con voce stridula piena di terrore, sperando di rincuorarsi per affrontare un nemico invisibile e beffardo. “Maledetti occhi! Cosa volete? Non sono pronto per andarmene all’inferno! Aspetterete ancora”.

Chiuse i suoi per non guardare, mentre sentì dei sassi rotolare verso di lui e un calpestio di rametti spezzati, che lo costrinsero a spalancare gli occhi nel tentativo di vedere chi fosse.

I sensi erano all’erta senza che riuscisse a distinguere nulla: solo due tizzoni rossi che si aggiravano inquieti a destra e a sinistra.

Afferrò saldamente il fucile e prese la mira con calma. L’obiettivo era ciò che stava tra quei due punti e sparò.

Ah!” gli parve di udire, mentre qualcosa volteggiava attorno al suo viso. D’istinto si mosse e subito riprese a rotolare verso il basso senza controllo.

Tutto ruotava in un caleidoscopio di dolori e di rimbalzi, mentre perdeva la cognizione dei sensi e del tempo.

Come un dejà vu rivide la scena di due anni prima. Era tornato indietro nel tempo, anzi questo si era fermato, cristallizzato quando aveva premuto il grilletto.

Si chiese «perché l’ho fatto?».

Pietro sospese la lettura per riflettere sull’ultima domanda di Klaus ‘perché l’ho fatto?’. Trovare risposte esaurienti era quasi impossibile perché il suo era un esercizio retorico: lui non avrebbe mai sparato alla volpe. In realtà non avrebbe nemmeno imbracciato un fucile, perché odiava le armi. Eppure si sforzava di trovare una spiegazione logica nel comportamento di Klaus. Aveva letto molto e aveva imparato a conoscerlo, o almeno così gli sembrò. Però non riuscì a inquadrare il motivo dell’atteggiamento aggressivo verso la volpe.

Quale motivazione l’ha spinto a darle la caccia? Non è sufficiente motivarla con le piccole ruberie dalla dispensa. C’è una spiegazione di fondo che mi sfugge, che non concorda con la personalità di Klaus. È come se avesse una personalità sdoppiata, una sorta di lato B del suo carattere. Forse dalle righe seguenti potrò trovare qualche giustificazione più convincente” e riprese a leggere con questo pensiero latente.