Un caso per tre – un giallo a 4 mani – nona puntata

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Il paese è in ebollizione. Albertino e Francesca hanno smosso le acque. Prosegue l’avventura di Debbi – uscita dalla fantasia di Elena (nonsolocampagna) e Walter. Buona lettura. Naturalmente per chi avesse perso qualche puntata la può trovare qui. 1,2, 3, 4, 5, 6, 7, 8

L’alba in montagna è sempre uno spettacolo emozionante ma nessuno dei tre l’aveva apprezzato, perché stanchezza e tensione era stata troppo forte.

Insieme a Elisa, Debora e Walter anche gli altri clienti che avevano partecipato alle ricerche rientrarono alla spicciolata ma preferirono ritirarsi nelle loro stanze anziché fermarsi nella hall come loro.

Maria servì la colazione alle otto a chi erano rimasto nell’hotel, pregandoli di fare silenzio.

«Vi prego di parlare sottovoce» li esortò Maria mimando con le mani il gesto del silenzio.

Erano all’incirca le undici del mattino, quando Puzzone avvicinò il naso umido al volto di Walter che si svegliò intorpidito nelle articolazioni. Osservò Debora e sua figlia che a bocca aperta russavano lievemente e sorrise, mentre con cautela si alzava.

Le giunture scricchiolarono con un rumore leggero, mentre muoveva le mani per ripristinare la circolazione, prima di dirigersi verso la reception.

«Buongiorno, signor Bruno» salutò Roberto da dietro il bancone. «Sua moglie è uscita mezz’ora fa».

Walter fece una smorfia che assomigliò vagamente a un sorriso. Sofia era la sua compagna da circa dieci anni e per il momento nessuno dei due aveva intenzione di compiere il gran passo.

«Mi dà la chiave?»

«Subito. Una notte movimentata» affermò Roberto, girandosi per prendere la chiave.

Walter ringraziò con un cenno del capo senza rispondere, mentre si avviava verso le scale seguito da Puzzone.

Fatta la doccia e agganciata alla pettorina il guinzaglio, andarono alla ricerca di Sofia. Sarebbe stata più pratico una telefonata, ma preferì girare per il paese per cogliere gli umori della gente. Un pensiero gli ronzava nella testa: “Perché il maresciallo non ha fatto annusare ai cani un indumento di Albertino?” Dedusse che la ricerca era fumo negli occhi per chi seguiva le loro mosse. “Dunque il maresciallo ha dei sospetti ma non vuole scoprire le carte” rifletté, imboccando il corso principale, che gli apparve più movimentato rispetto al giorno precedente.

Capannelli di persone parlavano con vivacità, gesticolando con mani e corpo. Pensò che l’argomento fosse la sparizione del bambino.

Vide un assembramento di persone davanti a un negozio. D’istinto si avvicinò. Era il panificio. Dentro una donna che dimostrava all’incirca la sua età parlava agitando un maglione rosso come se fosse un trofeo.

«Questa è la maglia di Albertino. L’ha lasciata qui l’altro ieri» concionava la ragazza, mostrandola ai presenti.

Walter s’intrufolò nel gruppetto di donne, spingendo Puzzone ad annusare il golf.

«Porti fuori quel cane» urlò una signora con voce isterica. «I cani non possono entrare».

«Lo faccio subito» si scusò abbozzando un sorriso. «Volevo solo quel pezzo di pane».

Walter indicò con l’indice una forma esposta dietro il vetro del bancone.

«Vieni Puzzone. Cerchiamo un altro posto per il pane. Qui non ti vogliono» ironizzò Walter uscendo dal negozio.

Gli accarezzò la testa. “Bravo. Hai fiutato l’odore?” gli sussurrò in un orecchio.

Il cane come se avesse compreso le parole del capobranco mosse il muso in su e giù, scodinzolando con vigore.

«Ora mettiamoci in caccia» mormorò Walter, quando si sentì chiamare.

Sofia dall’altra parte della strada agitava la mano per attirare la sua attenzione.

«Ciao. Sono venuto a cercarti. Il gestore mi ha detto che eri scesa in paese» affermò Walter mimetizzando l’irritazione per l’incontro.

Sofia gli diede un bacio in maniera inaspettata facendogli esclamare un ‘oh!’ di sorpresa, prima di prenderlo sottobraccio.

«In paese non si parla di altro. Solo di Albertino» cinguettò la compagna.

«Cosa dicono».

Sofia stette in silenzio per un attimo prima di rispondere.

«Mah! Le cose più disparate. Chi dice che è una testa calda, pronto a mettersi nei guai. Chi afferma che l’hanno preso delle persone di fuori per costringere i genitori a vendere senza specificare cosa. Chi parla di debiti non pagati. Insomma di tutto un più» concluse Sofia, che qualcuno aveva fermato perché era un’ospite ‘Al orso bruno’. La notizia della loro partecipazione alle ricerche si era diffusa in un baleno.

«Come abbiano fatto a saperlo, resta un mistero» concluse Sofia, stringendosi al compagno.

Walter cercò di mettere insieme i pezzi del puzzle, ascoltando la compagna. Qualcosa di vero ci doveva essere tra tutte le chiacchiere ma non era in grado di stabilire cosa.

«C’è molta agitazione» affermò Walter che aveva riacquistato la parola. «Sono capitato nel negozio della zia. Una baraonda indescrivibile».

Ritornati all’hotel scorse Debora che parlava col marito.

«Ciao» fece Walter avvicinandosi. «Riposata? Il paese è in ebollizione per la scomparsa di Albertino. Di Francesca nulla?»

Debbi era passata dal maresciallo per la sua deposizione, mentre aspettava aveva ascoltato alcune frasi smozzicate ma interessanti.

«Sembra che accanto al corpo di Francesca sia stato trovato qualcosa» precisò Debora con fare da cospiratore.

«Cosa?»

«Una bustina contenente della polvere bianca».

«Cocaina? Droga?» chiese Walter raddrizzando le spalle.

Debbi scosse la testa. Poteva essere un sì oppure un ‘non so’, andando verso Maria, mentre Walter si avviò in camera con Puzzone.

Stavano salendo le scale, quando Puzzone s’impuntò. Voleva scendere. Era come se avesse annusato qualcosa di familiare.

«Dai, Puzzone» esortò Walter cercando con dolcezza di farlo recedere dal proposito, perché conosceva quanto fosse testardo.

Si affidò al suo fiuto, trovandosi davanti alla porta sigillata coi timbri del magistrato.

«Puzzone non si può aprire» spiegò a bassa voce. «Su, da bravo andiamo in camera».

Puzzone lo guardò capendo che doveva risalire. Tornarono su senza che opponesse resistenza. Però teneva la coda orizzontale, la bocca chiusa con la testa protesa in avanti e le orecchie inclinate. Sembrava che prestasse attenzione o fosse curioso di scoprire quale segreto si nascondesse questa volta al piano di sopra. “Cosa?” si chiese Walter, perché era un chiaro segnale che qualcosa lo aveva attirato. Il suo olfatto aveva trovato una traccia che seguiva senza tentennamenti. Non si fermò al primo piano come faceva di solito ma proseguì fino al secondo, fermandosi davanti alla stanza 216.

Di nuovo inchiodato come prima. “Stavolta sarà una bella impresa riportalo giù” pensò Walter sconsolato.

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Miniesercizio nro 76 – il gelato

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Scrivere creativo riparte con i miniesercizi. La regola è sempre quella. Un miniracconto tra 10 e 200 parole. La traccia? Eccola.

– Un ufficio

– Una persona che non fa altro che lamentarsi

– Una gonna

– La foto seguente

compleanno

In ufficio Flavia stava male. Un lamento continuo. Non c’era nulla che potesse darle pace. Il computer che era lento. La collega Cecilia che era troppo invadente. Il capo che non la considerava. Insomma ne aveva con tutti.

La giornata non era cominciata bene eppure doveva essere ben diversa. Era arrivata in ritardo perché il treno era stato soppresso. Il capo le aveva fatto una bella filippica perché non si impegnava adeguatamente. Arrivava in ritardo e andava via presto.

«Flavia!»

Era la voce odiosa del capo che la chiamava. Si alzò dalla sedia di colpo e successe il patatrac. La gonna si era impigliata nel bracciolo e lei diede uno strappo violento per districarla con esiti infausti. Rimase con la camicetta bianca e mutandine nere. La gonna di cotone blu penzolava come un ridicolo trofeo sulla poltrona.

Flavia ebbe una crisi di nervi, mentre tentava inutilmente di coprire le nudità. Si mise a piangere disperatamente con il petto che si alzava e si abbassava come un mantice.

Era lì impotente con la voce del capo che urlava quando irruppero nell’ufficio gli altri colleghi.

«Buon Compleanno, Flavia!» e deposero sul suo tavolo un gelato con in cima uno stelo scintillante.

 

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

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nuova pubblicazione su Caffè Letterario

Caffè Letterario

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte…

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – ottava puntata

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – ottava puntata

ecco la nuova puntata del giallo a quattro mani. La storia comincia a svilupparsi.

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Walter e Debora, grazie al loro istinto, cominciano a ipotizzare delle connessioni tra la morte di Francesca e il rapimento di Albertino. Dovranno, però, trovare gli indizi a supporto delle loro intuizioni, al momento solo tali.

Questa puntata è il mio contributo al racconto scritto con Gian Paolo Marcolongo (Newwhitebear)

Potete trovare le puntate precedenti qui 1,2,3,4,5,6,7

«Mi scusi, signor maresciallo … C’è qualche aggiornamento sull’incidente della receptionist dell’hotel ‘All’orso bruno’?» Debbi si fece avanti, non potendo trattenere la curiosità che covava dal pomeriggio.
«Lei è?»
«Mi chiamo Debora Nardi …»
«Un nome che non mi risulta nuovo …»
«Non saprei … sono una criminologa investigativa, anche se finora per passione.».
«Ecco dove l’ho vista. In tv a ‘Giallo notte’, mi sbaglio? Sa, noi del mestiere dobbiamo essere fisionomisti …»
«Sì, si tratta di me. Fui…

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Avviso ai naviganti

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Calma. Non sono sparito, Un semplice incidente di percorso e imbianchini in casa.

Linux ha deciso dopo un aggiornamento di non voler ripartire. Conclusione recupero dati e rifatto sistema.

La presenza di imbianchini in casa ha rallentato le operazioni. Ma tra un giorno dovrei, uso il condizionale, essere di nuovo operativo sistemando gli ultimi dettagli.

Quindi riponete lo champagne in frigo, non è ancora detto che vi lasci.

A presto

Un caso per tre – un giallo a 4 mani – settima puntata

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La storia si fa ingarbugliata. Compare il morto e Debora e Walter cominciano il loro lavorio mentale. Elena (nonsolocampagna) si dimostra abilissima nel tessere la tela ma ora leggete la settima puntata. Per chi volesse leggere le puntate precedenti le trova qui 1,2,3,4,5,6

Erano in giardino a conversare sul Veneto, che Debora non aveva mai visitato, quando irruppe Elisa.

«Mamma, hai sentito?» disse la figlia rossa in viso per la corsa e l’agitazione.

«Certamente. È stata Lina a trovarla» rispose con tono serafico, quasi saccente, Debora.

Elisa stava per replicare ma rimase a bocca aperta, che richiuse con lentezza. C’era qualcosa che non quadrava.

«Lina? Dici sul serio oppure mi prendi in giro?»

La ragazza mosse lo sguardo con decisione sui presenti. Prima su sua madre, poi sugli altri. Scosse la testa. Forse c’era un equivoco. Lina non poteva averlo trovato, perché era certa che lo stavano cercando, anzi stavano organizzando una battuta.

«Mamma, credo che tu abbia preso una cantonata. Se hanno bloccato le vie d’accesso e controllano chi transita, non può averlo scovato Lina» disse tutto d’un fiato Elisa.

Walter collegò il blocco dei carabinieri al ritorno dall’altopiano con quello che stava dicendo Elisa. “Non è stata la morte di Francesca a scatenare tutto questo” rifletté, grattandosi la nuca, mentre Puzzone stanco di rincorrere un pezzo di legno era venuto a stendersi ai suoi piedi.

«Mi dica Elisa…» cominciò Walter, subito interrotto dalla ragazza.

«Dammi del tu o mi sento vecchia» replicò Elisa sedendosi sul dondolo di fronte a loro.

«Ok. Chi stanno cercando?»

«Allora non sapete nulla?»

Walter sorrise, pensando che, se si andava avanti così, forse all’indomani si sarebbe saputo che era il ricercato.

«No. Però se ci spieghi, lo impariamo» fece Walter, socchiudendo gli occhi e intrecciando le dita dietro la nuca.

«Albertino».

Debora che era rimasta muta fino a quel momento intuì d’aver frainteso le parole della figlia.

«E chi sarebbe?» chiese Debbi con un filo di voce.

«Il figlio più piccolo del postino, mamma».

«Spiegaci cosa è successo» intervenne Walter che intuì che era scomparso un ragazzino. Questo spiegava in parte il blocco ma non tutto.

Se fosse semplicemente scomparso” pensò Walter, “avrebbero organizzato delle battute per rintracciarlo. Quindi si suppone che sia stato rapito”.

Elisa tirò su le gambe che le abbracciò.

«Albertino è scomparso da stamattina o meglio da metà mattinata. Sua mamma ha pensato che fosse dalla zia, che fa la panettiera, come tutte le mattine da quando è in vacanza. Però non è tornato dopo la chiusura del panificio» spiegò Elisa, parlando con calma.

«Credono che sia stato un rapimento. Immagino» affermò Walter quasi certo d’aver colpito nel segno.

Elisa rimase in silenzio, ripensando a quello che aveva ascoltato in paese di ritorno da Roccaraso. La parola ‘rapimento’ non l’aveva udita ma a pensarci bene spiegava perfettamente tutto il trambusto a Roccapietrosa e lo spiegamento di forze. Però adesso doveva chiarire cosa aveva trovato Lina.

«Mamma, cosa ha trovato Lina?» chiese Elisa, cambiando argomento.

Debora colta in contropiede farfugliò qualcosa, perché adesso il suo pensiero era tutto concentrato su Albertino.

«Lina ha trovato morta Francesca… la receptionist» disse Walter scandendo le parole.

Elisa spalancò gli occhi nocciola, aprendo la bocca come se volesse dire qualcosa. Era rimasta senza parole. Nel giro di poche ore erano successi due eventi luttuosi a sconvolgere la quiete del paese.

«Signor Walter…» cominciò Debora.

«Mi chiami Walter. Anzi può darmi del tu» la interruppe.

«D’accordo e tu chiamami Debora o Debbi».

Una franca risata sancì il patto.

«Walter, tu cosa pensi di Albertino».

Walter stette in silenzio per qualche istante. Un’idea su questo avvenimento se l’era fatta e quindi la espose senza remore.

«Credo che sia stato rapito, anche se non lo dicono apertamente» disse in modo conciso.

Debbi annuì. Anche lei aveva pensato alla medesima cosa. Però c’era una stranezza. Non trovava nessun legame tra i due eventi. Erano apparentemente slegati ma forse lei vedeva del torbido in ogni cosa che attirava la sua curiosità.

Stava per esporlo quando Maria richiamò la loro attenzione.

«Signori potete rientrare e radunarvi in sala da pranzo? Abbiamo un annuncio da fare».

Debora e Walter alzandosi si scambiarono un muto messaggio attraverso gli occhi. Le loro supposizioni prendevano corpo.

Sofia soffiò forte. Era venuta in vacanza per rilassarsi ma sembrava che tutto congiurasse per il contrario.

La sala si riempì alla spicciolata e tutti commentavano indispettiti per questa convocazione. In un angolo su una pedana improvvisata stava il maresciallo tutto impettito.

«Signore e signori, un attimo di silenzio».

Il brusio si placò e gli sguardi puntarono sul carabiniere che si schiarì la voce con un colpo di tosse.

«Cerchiamo dei volontari per formare delle squadre per procedere alla ricerca di un bambino scomparso da metà mattina».

Se prima c’era silenzio adesso era tombale. Il volo di una mosca avrebbe avuto lo stesso impatto sonoro del bang di un aereo a reazione.

Walter fece un passo avanti.

«Io ci sono col mio cane».

Debora si spostò accanto a Walter. Ben presto imitati da molti altri.

«Bene. Si formano delle squadre di due o tre persone per battere il bosco e le aree circostanti. Se mi volete seguire in caserma vi fornirò altre istruzioni».

Sofia mugugnò, perché come al solito Walter si cacciava nei guai. Andrea non disse nulla perché sapeva che Debbi non avrebbe ascoltato le sue esortazioni alla prudenza. Elisa si sarebbe unita a sua madre e quel uomo che le assomigliava tanto nel carattere.

Si ritrovarono nella casermetta che stentava a contenerli tutti.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il prato

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Etiliyle produce magnifiche immagini. Questa volta è un prato.

Il rio Venusia nasce all’interno del bosco degli Spiriti su quella collinetta che pare una pagnotta verde costellata di alberi e scende verso meridione lambendo il paese. Dove finisca non si sa, perché costeggia l’unica strada che dalla città porta a Venusia ma ai venusiano poco importa. È il loro fiume che anche d’estate è un rivolo d’acqua.

Da un lato corre un sentiero, una striscia polverosa d’estate e fangosa il resto dell’anno, a parte quando la neve la ricopre. Sull’altra sponda si estendono i prati che ai alternano con piccoli cespugli di rovi.

In primavera è un tappetto di margherite pratoline, per diventare erba alta. A turno i venusiani falciano i prati, facendo essiccare l’erba al sole.

Il profumo del fieno riempe le narici di Mina, che sta camminando sulla strada. Colta dal desiderio di passeggiare sul prato appena falciato, passa il rio Venusia in un punto facilmente guadabile senza bagnarsi i piedi.

Prende un stelo reciso dal terreno e si solletica il naso. Muove qualche passo sul prato dapprima timido poi sempre più sfrontato. Infine si rotola fra l’erba tagliata. I lunghi capelli biondi si riempono di fili che stanno ingiallendo. L’effluvio è intenso, penetrante, dà quasi la sensazione di ubriacare l’olfatto per la sua forza.

Mina è distesa con le mani incrociate dietro la nuca e lo stelo fra i denti. Chiude gli occhi e sogna di volare lontano, via da Venusia, mentre un sorriso compare sulle labbra, che si increspano.

«Ma veramente vorrei andare via da Venusia?» sussurra con lo sguardo sognante. «Ma dove?»

Non conosce altri posti che questo e quindi scaccia il pensiero.

«È assurdo che possa volare via» mormora mentre il vento le accarezza il viso, una bava leggera che trascina con sé qualche filo d’erba ormai secco. È una brezza fresca che scivola lieve su di lei.

Si alza, cercando di far cadere dal vestito e dai capelli minuscoli fili, che sembrano incollati. Il corpetto blu è costellato di piccoli puntini gialli. Sorride constatando l’inutilità dei suo sforzi, mentre compie passi di danza appena accennati.

Una farfalla variopinta, una vanessa, si posa sui suoi capelli come se questi fossero un fiore.

Mina sta ferma avvertendo il lieve battito delle ali. Non la vede ma la sente. Poi come si è posata con la stessa leggerezza riprende il volo alla ricerca di un fiore in un altro prato che non è stato ancora falciato.

«Ciao, farfalla» dice Mina mandandole un bacio con la punta delle dita.

Riattraversa il rio e riprende la strada verso casa.

un caso per tre – un giallo a quattro mani – sesta puntata

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – sesta puntata

ecco la sesta puntata del giallo più intrigante che sia mai stato scritto. Per chi avesse perso qualche puntata ecco i link 1, 2, 3, 4, 5

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Continua il racconto a quattro mani scritto da Gian Paolo (Newwhitebear) ed Elena.

In questa puntata accade uno strano incidente. Omicidio? Secosìfosse, WaltereDeborasarebberoassolutamentenel loro elemento naturale.

Chi avesse perso le altre puntate può cliccare qui:1,2,3,4, 5

«Cosa accade, signora Debora? I carabinieri stanno eseguendo dei controlli …». Walter si affrettò a chiedere mentre, con Sofia e Puzzone, guadagnava l’ingresso.
«Un incidente terribile! Francesca, la receptionist, è in fondo alle scale di sicurezza, morta, probabilmente una caduta … Ce ne siamo accorti perché Lina, trovando la porta dell’uscita di sicurezza aperta, si è intrufolata e ne è ricomparsa, poco dopo, con in bocca un foulard. Poco prima avevo visto la ragazza che ne portava uno molto somigliante e mi sono affacciata sulle scale …».
«L’ha vista riversa a terra?» «Sì ed era…

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Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – il pozzo

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Da questa bella immagine di Waldprok nasce il racconto che segue. proseguono le storie di venusia un mitico paese che vive nella mia fantasia.

Andando verso dove il sole sorge si incontra la campagna coltivata di Venusia. Piccoli appezzamenti ben curati con filari di vigne a spalliera, orti e campi a frumento o mais. In mezzo a tanto ordine c’è anche un posto lasciato a se stesso. Appartiene a Mino, che l’ha ricevuto in eredità dal nonno.

Non è molto grande, un fazzoletto di terra grassa e scura che nel centro ha un pozzo, l’unico di Venusia. A forma circolare costruito con pietre a secco. Una carrucola ha agganciato un secchio un po’ ammaccato. A fianco del pozzo c’è un abbeveratoio ricavato da un tronco di faggio, dove il bestiame poteva dissetarsi. L’acqua del pozzo era fresca, leggermente ferruginosa. Non mancava mai anche nei periodi di maggiore siccità.

Il nonno di Mirco teneva due mucche e qualche capra che pascolavano nel terreno attorno. Poi gli animali invecchiano come gli uomini e muoiono come loro. Così quando l’ultima mucca, ormai incapace di produrre il latte e di muoversi, se ne è andata, anche il nonno ha pensato bene di rendere l’anima a Dio.

Mino è stato allevato dal nonno, perché i genitori hanno deciso di emigrare verso la città, anzi molto più lontano.

«Torniamo a prenderti, quando ci siamo sistemati per bene» hanno detto al momento della partenza.

Però evidentemente dopo tanti anni non sono ancora a posto, perché non si sono più visti né si sa dove siano finiti. Quindi il nonno ha fatto da padre e da madre ma evidentemente i suoi insegnamenti non hanno trovato il terreno fertile nel ragazzo. Mino è cresciuto indolente e svogliato, capace solo di cacciare i passeri con la fionda. Per il resto è notte fonda.

Alla morte del nonno si è trovato in possesso di una bella casa spaziosa e di quel pezzo di terra, che avrebbe venduto volentieri trovando la persona giusta e superando certe paure.

Anno dopo anno la terra è diventata brulla e secca, l’abbeveratoio è rimasto desolatamente vuoto e il pozzo si è andato riempendo di fanghiglia. Mino ha preferito bighellonare da Sghego con le carte in mano nel frattempo. A chi gli chiede perché ozia tutto il giorno, risponde che va bene così e il lavoro può aspettare.

«Non mi sento pronto» dice per giustificarsi senza essere preso seriamente.

Erminio vorrebbe acquistare quel pezzo di terra ma Mino glissa, dice che è un ricordo del nonno. In realtà lui vorrebbe monetizzare ma ha il timore che il nonno, chiesto il permesso a San Pietro, scenda in terra per tirargli le dita dei piedi.

Non ha mai raccontato a nessuno questo timore, che è nato una notte, quando la nonna gli è apparsa in fondo al letto per tirargli le dita del piede sinistro. E l’avrebbe fatto se non fosse intervenuto il nonno, cacciando il fantasma.

Da quella notte vive col terrore che un qualche antenato voglia rifarsi di uno sgarbo ricevuto nel passato da parte sua.

Un caso per tre – un giallo a quattro mani – quinta puntata

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Dopo aver conosciuto i vari personaggi, ecco che si profila all’orizzonte qualche nuvola. Elena (nonsolocampagna) e io vi accompagniamo in questa storia  che sta prendendo forma. Per chi avesse perso qualche colpo potete leggere le quattro puntate precedenti qui: 1, 2, 3, 4

Buona lettura

Puzzone trovava noiosa Lina ma tutto sommato, piccolina com’era, poteva anche andare come compagna di giochi. Certo che non mancava di fargli dei dispetti, quando non era vista, ma doveva sopportare. Il capobranco sembrava in sintonia con quella che pareva la guida dell’altro branco. Sospirò, girandosi sulla brandina.

«Senti come sogna» mormorò Walter, abbracciando Sofia e anche loro si addormentarono.

Walter e Sofia avevano deciso di alzarsi presto per prendere la navetta per l’altopiano delle Cinquemiglia. Una gita strana, visto che d’estate era popolato solo di pastori con le loro greggi. Gli avevano letto che questo pianoro, freddissimo d’inverno, d’estate rappresentava un’attrazione per i turisti e quindi si erano lasciati coinvolgere.

Scesi di buon’ora in sala colazione, notarono che la reception era vuota. Walter immaginò che la bionda receptionist forse aveva fatto tardi ieri sera ed era ancora in braccio a Morfeo. C’era qualcosa che non gli tornava in quella ragazza perché gli pareva che lei fosse fuori dal suo ambiente naturale. Una sensazione indefinita più a pelle che razionale. Nel giorno e mezzo di permanenza a Roccapietrosa aveva notato quanto fosse diversa dagli altri abitanti di questo minuscolo paese. La parlata non era quella del luogo. Il suo italiano era perfetto con una scarsa inflessione dialettale che rendeva impossibile individuare da dove provenisse. Aveva scambiato due parole al momento dell’arrivo senza intuire la località di origine, mentre era facile capire che Walter era veneto dal suo accento e dall’intercalare tipico della regione. Con Francesca questo esercizio non funzionava. Poteva arrivare da una qualsiasi città del nord Italia. Rifletté che i gestori, per quanto si sforzassero di parlare un buon italiano, non riuscivano a mascherare l’inflessione napoletana della parlata. In paese si avvertiva con maggior nitidezza. Anche la struttura fisica era differente dalle altre donne incontrate nell’albergo. Lei era alta e slanciata con i capelli biondo grano. Le inservienti era basse, tozze e coi capelli scuri. Walter alzò le spalle, pensando che tutto sommato la questione non lo appassionava. Scosse la testa ma il dubbio rimase a tormentarlo.

Fatta l’abbondante colazione, incrociarono, uscendo, Debora Nardi con i suoi familiari.

«Buongiorno» disse Debbi con un bel sorriso stampato sul viso. «Già di partenza?»

Walter abbozzò un sorriso e annuì con la testa.

«Dove andate, se non sono indiscreta?»

«Tra mezz’ora prendiamo la navetta per le Cinquemiglia. Il tempo di recuperare Puzzone e il cestino col pranzo» fece Walter mostrando una certa fretta.

Loro furono i primi a salire e si sedettero in fondo al minibus, affinché Puzzone avesse un po’ di spazio per muoversi. La vettura era un Mercedes il cui modello Walter non conosceva. Ben arredato internamente con comodi sedili rivestiti di cotone blu e aria condizionata.

Puzzone, indispettito a causa della museruola che gli impediva di aprire la bocca, guardò in cagnesco il capobranco, perché non capiva né gradiva questo strumento di tortura. Tentò invano di toglierla con le zampe ma si rassegnò, sistemandosi fra le gambe di Walter.

La navetta fece il giro di vari hotel della zona riempendola. Poi si diresse verso l’altopiano. Parcheggiato vicino all’unica costruzione in muratura dell’area, dalla navetta sciamarono fuori tutti i turisti che si sparpagliarono sulla piana verdeggiante armati di macchine fotografiche e smartphone per riprendere la vita dei pastori.

Non c’era un albero ma solo prati invasi da migliaia di pecore. Il sole man mano che si levava faceva sentire tutto il caldo dei suoi raggi. L’unico posto fresco era l’edificio dove erano scesi.

Puzzone avrebbe voluto correre libero ma Walter lo teneva al guinzaglio, perché i cani dei pastori ringhiavano feroci, mostrando una dentatura robusta e minacciosa. Loro avevano capito che il nuovo arrivato era un cane cittadino, perché il suo pelo lucido e senza croste di fango era ben curato. Poi portava sul muso quel coso stupido che impediva l’apertura della bocca. Dopo i primi ringhi non lo degnarono di uno sguardo. Puzzone era demoralizzato perché non poteva mostrare a quegli zoticoni sporchi di quale stoffa era fatto.

Walter dopo un girovagare per i prati si sistemò all’ombra dell’edificio, dove i pastori ricavavano formaggi e ricotte fresche dal latte di pecora e di capra. Mangiarono in silenzio scacciando mosche e moscerini. La gita, come ammise con Sofia, era stata un mezzo fallimento. Non c’era nulla d’interessante da vedere, a parte le pecore, gli agnelli e qualche becco. In un angolo chiuso da steccati di poteva osservare una mandria di bovini. Sarebbero bastati poche decine di minuti per passare in rassegna tutto questo. Invece dovevano restare lì fino a metà pomeriggio.

«Tempo sprecato» fece Walter, mentre metteva delle crocchette di pollo in una ciotola per Puzzone.

Sofia annuì perché era ansiosa di riprendere la navetta per tornare in paese.

«Sarà piccolo» convenne Sofia sbadigliando, «ma è sempre più vario di questo posto».

Erano all’incirca le cinque del pomeriggio, quando l’autista col clacson chiamò a raccolta tutti gli ospiti per riportarli nei rispettivi hotel.

Scaricati gli ultimi gitanti, sulla navetta rimasero Walter, Sofia e Puzzone oltre l’autista. Poco prima dell’ingresso in paese incapparono in un posto di blocco dei carabinieri, che li fermò.

Walter allungò il collo per vedere cosa era successo e il motivo dell’improvvisa fermata.

«Marescia’, una rapina?» chiese l’autista con tono deferente sporgendosi dalla porta aperta.

Il carabiniere lo guardò di sbieco, grugnendo qualcosa d’intellegibile.

«Documenti» intimò con voce dura il maresciallo e poi rivolgendosi a un carabiniere giovanissimo: «Pasqua’ prendi nota di nome e cognome sul brogliaccio».

«Sì, signor Maresciallo» rispose con tono compito il giovane di leva, mentre annotava sul blocco gli estremi dei documenti che gli avevano dato.

«Dev’essere successo qualcosa di grosso in paese» sussurrò Walter a Sofia, che annuì, stringendosi a lui.

«Questo cane di chi è?» formulò la domanda idiota il maresciallo, come se non fosse chiaro chi fosse il proprietario.

«Nostro» replicò secco Walter, sorpreso dall’inutilità della richiesta, visto che sul minibus c’erano solo loro.

«Come si chiama?»

Walter si schiarì la voce, mentre Sofia accennò a un sorriso subito represso.

«Signor maresciallo, senza offese per i presenti, il suo nome è Puzzone».

L’autista sghignazzò, il giovane carabiniere quasi soffocò per reprimere la risata. Il maresciallo abbozzò e diede l’ordine di passare.

«Se non si scusava prima, avrebbe passato cinque minuti piuttosto brutti» disse l’autista superando lentamente il posto di blocco. «Il maresciallo è un tipo piuttosto permaloso e alquanto scorbutico».

Walter sapeva che quel nome era fonte d’innumerevoli equivoci e quindi lo diceva con tutte le cautele del caso.

Tuttavia era curioso di comprendere i motivi di tanta agitazione. Tutto il piccolo paese era in strada, come se ci fosse stata una scossa di terremoto a metterli in ansia.

«Grazie» disse Walter, stringendo la mano all’autista che si ritrovò sul palmo dieci euro.

«Non si doveva disturbare» fece l’uomo, intascando velocemente il denaro.

Appena scesi, Walter tolse la museruola e sganciò il guinzaglio per lasciare libero Puzzone di correre dopo una giornata di costrizione.

Fatti pochi passi verso l’ingresso, Walter vide Debora venirgli incontro.

«È successo una cosa gravissima» gli annunciò.