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Daniele – parte ventiseiesima

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il mio roseto – foto personale

Di sicuro all’interno della stazione ci sarebbe stato il negozio per comprare quanto serviva per rendersi meno riconoscibili, pensò Daniele, osservando l’orologio digitale. Bastava avere la pazienza di aspettare che aprissero le porte dell’emporio e un pizzico di fortuna per non incrociare qualcuno che dava loro la caccia. I due ragazzi ignoravano se i romani avessero lanciato l’allarme per Venezia ma stavano all’erta come se questo fosse vero.

All’apertura del negozio Daniele e Natalina acquistarono quello che avevano deciso al bar. Trovarono tutto senza troppa fatica. Si osservarono allo specchio: non assomigliavano più a quelli che avevano lasciato Roma dieci ore prima.

Erano le nove, quando lasciarono la stazione ferroviaria ma cominciava la parte più insidiosa. Avvicinarsi all’ostello senza farsi notare e sfuggire a eventuali cani da guardia.

Daniele, avviandosi, cinse con il braccio le spalle di Natalina, che aveva il viso interamente nascosto. In testa un berretto di pelo grigio che le copriva la fronte e le orecchie. Due occhialoni scuri da vamp degli anni venti sugli occhi enormi e il resto coperto da una grande sciarpa nera di cashmere. L’abbigliamento di Natalina gli era costata una piccola fortuna. Tutta griffata, comprese le sneakers. Avevano deciso di sostituire le scarpe col tacco basso, con le quali era partita da Roma, perché del tutto inadeguate a camminare a Venezia, con queste più comode e agevoli da usare. Specialmente se ci fosse stata la necessità di correre.

Daniele sul ponte delle Guglie si fermò ad ammirare il panorama. La nebbia avvolgeva la città in una morsa umida e irreale, impedendo di vedere a più di cento metri di distanza. Il ragazzo pensò che poteva essere un valido aiuto ma anche un pericoloso intoppo, perché dava una mano sia in positivo che in negativo. Rendeva evanescente i contorni delle persone e delle cose ma allo stesso tempo avrebbe impedito il riconoscimento da lontano di eventuali soggetti che sorvegliassero la struttura. L’umidità penetrava a fondo dando l’impressione di mille aghi conficcati nel corpo. Natalina batteva i denti per il freddo e lo sollecitò a rimettersi in marcia.

C’è tempo per ammirare il paesaggio nebbioso” disse la ragazza infreddolita. Lei era abituata al caldo brasiliano e mal sopportava le basse temperature padane. Daniele annuì. Osservò il display del telefono. Secondo il navigatore dello smartphone non erano molto distanti dalla meta.

Si fermarono per fare una seconda colazione in una torrefazione del caffè, incontrata lungo il tragitto. Dentro si percepiva il forte aroma di caffè appena tostato. I chicchi scuri stavano nell’apparecchiatura a tamburo rotante, tipico delle lavorazioni artigianali. Sacchi pieni di caffè, già pronto per l’uso e ancora da tostare, stavano di fianco. Il profumo era inebriante. Addossati alla parete stavano i vari tipi di miscele in grani, visibili attraverso il vetro dei contenitori in lucente ottone. Il banconiere prelevò con una paletta i chicchi ancora caldi per macinarli. Stava iniziando il rito della preparazione di una bevanda cremosa dal gusto inconfondibile. I due ragazzi osservarono il processo incuriositi e affascinati. L’ambiente caldo li riscaldò, mentre gustavano la tazzina di caffè insieme ai basi in gondola, che accompagnavano la degustazione della bevanda.

Daniele si informò sul tragitto più breve per l’ostello prima di abbandonare quel locale che aveva il fascino vintage dei primi del novecento.

Alle tre di notte Marco e Alice si trovarono di fronte al boss. Parevano due cani bastonati nel raccontare i loro insuccessi.

L’ambulanza in quale ospedale si è fermata?” chiese l’uomo fumando nervosamente un sigaro toscano. “Almeno quello siete riusciti a saperlo?”

Marco abbassò la fronte. Non osava guardarlo in faccia. Ammise di ignorarlo.

Siete degli incapaci” strepitò l’uomo, masticando la punta del sigaro. “Uscite immediatamente prima che …”.

Senza aspettare oltre, velocemente Marco e Alice guadagnarono la porta per sottrarsi alla sua ira.

Figura di merda” biascicò Marco, salendo sull’Audi. “Proviamo a fare il giro dei Pronto Soccorsi. Forse abbiamo culo di conoscere dove sono finiti quei due stronzi”.

Non fu un’impresa semplice, perché cambiano i turni e le persone. Il Pronto soccorso di notte è un porto di mare, dove pochi sono disponibili a rispondere alle domande. Solo alle dieci di mattina scoprirono che un’ambulanza vuota, intorno alle nove e mezza di sera, era arrivata al San Camillo. La coppia, un uomo e una donna, dopo aver depositato gli indumenti di lavoro nell’armadietto, aveva chiamato un taxi. “Diretto dove” ammise l’informatore, “non saprei. Però era uno della 3570. Quello lo ricordo bene”.

Marco contattò via telefono la cooperativa per ottenere l’informazione dove avesse terminato la corsa quel taxi ma ricevette un diniego sdegnato. “Queste informazioni non sono fornite” rispose piccata la centralinista.

Sembrava tutto perso ma Alice aveva un conoscente, un tassista, che lavorava per quella cooperativa. Con una vaga promessa di uscire una sera con lui e alcune moine da vera commediante riuscì a conoscere la destinazione della corsa. “Qualche minuto prima delle ventidue sono scesi a Stazione Termini” riferì Alice al compagno.

Era mattina inoltrata, le undici, quando finalmente intuirono che la coppia che dovevano sorvegliare forse avevano preso il notturno per Venezia. Un posto che avevano setacciato inutilmente due settimane prima ma ancora caldo.

Antonio” disse Marco al telefono, “la nostra preda è a Venezia. Sono arrivati due da Roma per portarla via”.

Udì un paio di bestemmie colorite prima che chiedesse dove era stata localizzata.

Mettete sotto controllo i soliti posti” rimbeccò Marco, chiudendo la conversazione. Ignorava completamente dove potesse essere.

Daniele, uscendo dalla Torrefazione, accantonò tutte le precauzioni e puntò con decisione su Fondamenta Canal, dove si trovava l’ostello. “Dobbiamo sbrigarci” suggerì il ragazzo, “prima che i lupi romani scoprano come li abbiamo beffati”.

Alle nove e mezza erano davanti al portone per farsi ricevere.

Sono Natalina Strapetti” disse porgendo il passaporto. “Mia sorella è alloggiata presso di voi. Potreste chiamarla oppure accompagnarci nella sua stanza?”

La donna, non più giovanissima, osservò il documento che Natalina le mostrava e poi alzò lo sguardo per riabbassarlo dopo qualche secondo. Senza dire una parola, li invitò con un cenno del capo a seguirla.

Bussò e disse: “C’è tua sorella, se apri”. In silenzio tornò da dove era venuta.

I due ragazzi aspettavano di sentire la chiave girare nella serratura ma inutilmente.

Natalia” disse Marco, accostando il viso il più vicino possibile alla porta. “Aprici. Non abbiamo molto tempo per allontanarci senza pericolo”.

Qualche istante dopo il battente si aprì mostrando il viso di una ragazza impaurita. Natalina entrò e l’abbracciò senza parlare. La stanza era come nel sogno. Due letti a castello addossati alle pareti. Una finestra che dava sul cortile interno e di fronte un grande armadio, capace di contenere una persona. Al centro un tavolo di legno e due sedie impagliate. Daniele sorrise, mentre stringeva Natalia in un abbraccio affettuoso.

Dobbiamo sbrigarci” affermò il ragazzo che, aperto l’armadio, trasse uno zaino, che le apparteneva di certo. “Il tempo stringe. Tra meno di mezz’ora dobbiamo essere fuori di qui”.

Daniele consultò l’orologio. Segnava qualche minuto dopo le dieci. Si chiese se avevano già scoperto dove si erano diretti. Lo ignorava ma aveva la sensazione di sì. ‘Se la fortuna ci assiste’ pensò, ‘potremmo anche svignarcela senza problemi’. Il piano delle prossime mosse era già delineato. Con un motoscafo taxi avrebbero raggiunto Piazzale Roma. Alla stazione delle corriere avrebbero deciso quale bus prendere. Il primo che avrebbe portato più distante possibile o verso una destinazione poco appetibile. Poi avrebbero agito a braccio senza un canovaccio prestabilito. L’idea era di portarla all’estero. Dove non era chiaro. Daniele si era preso una settimana di ferie e il posto non doveva essere lontanissimo.

Riempire lo zaino fu questione di poco, perché il bagaglio era ridotto al minimo. Natalia abbracciò la donna alla reception, mentre Daniele saldava il conto e chiamava il motoscafo taxi. L’appuntamento era a Campo San Marcuola tra mezz’ora. Non dovevano sbagliare strada se volevano essere puntuali. Un pallido sole tentava di bucare quella capa nebbiosa, mentre la visibilità diventava sempre migliore. Col cuore in gola raggiunsero il posto prestabilito, trovando il motoscafo pronto ad accoglierli.

Erano le undici quando raggiunsero Piazzale Roma, da dove partivano i bus verso la terraferma. Nessun incontro sgradevole, nessuna faccia che mostrasse interesse verso di loro. Una buona stella sembravano proteggere i tre fuggiaschi.

Furono fortunati perché dopo poco sarebbe partita una corsa verso Padova via Riviera del Brenta, dove sarebbero arrivati una ventina di minuti prima delle tredici. Natalina aveva proposto di prendere un taxi.

Lasciamo troppe tracce dietro di noi” aveva contraddetto il ragazzo. “Saranno furiosi e li avremmo alle calcagna in un batter d’occhio. Di certo presiederanno taxi e Ferrovia, più facili da vigilare. La stazione delle corriere è più complicata da tenere sotto controllo. Questo è un orario molto trafficato. Le destinazioni sono troppe. Servirebbero molte persone”.

Mentre Daniele e le due ragazze erano in movimento verso Padova, Antonio bussò all’ostello.

Sappiamo che Natalia Strapetti è alloggiata presso di voi” disse l’uomo sicuro di beccarli tutti e tre.

La donna alla reception scosse il capo in segno negativo.

Eppure sua sorella mi ha dato appuntamento qui” mentì Antonio che cominciava a spazientirsi.

Nessuna donna di nome Natalia Strapetti alloggia qui” replicò calma.

Eppure…” disse Antonio interrotto dalla signora alla reception.

La prego di andarsene o sarò costretta a chiamare la polizia, se lei insiste. Qui non c’è nessuna Natalia Strapetti” e con il braccio teso indicò la porta di uscita.

Antonio bestemmiò. Era la seconda volta che lo mettevano fuori dall’ostello senza possibilità d’appello. Ordinò alla persona che era con lui di sorvegliare l’edificio. Si consultò con chi aveva mandato alla stazione e al posto dei taxi di Piazzale Roma, ricevendo una risposta negativa. “Nessuno che corrisponde alle descrizioni è apparso” dissero entrambi.

Antonio pensò che avrebbero potuto dirigersi verso Chioggia e da lì puntare a Rovigo. C’era anche l’altra opzione. Quella di Punta Sabbioni assai più comoda per svanire nel buio verso Jesolo e Trieste. Bestemmiò. Sapeva che le prede gli erano sgusciate di mano. Adesso cercarle era solo un colpo di fortuna. ‘Quei due ragazzi sono stati furbi. Prima a beffare Marco. Ora è il mio turno’ rifletté Antonio, mentre stava arrivando a Piazzale Roma. Avrebbe consultato gli orari delle corriere per capire se per caso avessero preso un bus.

Quando arrivarono a Oriago, Daniele decise si scendere. Doveva nascondere le tracce e confondere gli inseguitori. Da lì sarebbe tornato a Mestre, puntando verso Treviso o Tessera. Consultò l’orario dei voli in partenza. Alle tre dal Marco Polo c’era un volo per Francoforte, da questo aeroporto si potevano trovare molte combinazioni per diverse destinazioni. Daniele aveva già in mente un posto: Lisbona. Natalina sarebbe stata perfetta col suo portoghese come guida e interprete. Provò a comprare tre biglietti. Ebbe fortuna. Era sufficiente presentarsi al check-in per le tredici e trenta. Tutto bagaglio a mano. Adesso doveva organizzare il tragitto. Prima però doveva fare un paio di telefonate.

Antonio era convinto di essere in ritardo solo di pochi minuti per intercettarli. Consultò l’orario delle partenze. Non ebbe dubbi. ‘Se dovessi prendere un bus per far perdere le mie tracce, salirei su quello che va a Padova’ pensò vedendo le altre destinazioni nella mezz’ora precedente. ‘Possibilità di prendere un treno per Milano o Bologna. Noleggi auto. Possibilità di restare in città senza essere trovati’. Doveva sbrigarsi se voleva seguire il bus. Spedì quello di guardia ai taxi a Padova in macchina, mentre lui avrebbe tallonato la corriera. La raggiunse pochi chilometri dopo la fermata di Oriago centro e controllò chi scendeva alle fermate successive. Arrivato a destinazione, il mezzo pubblico si vuotò ma dei tre fuggiaschi nemmeno l’ombra. Nuova sequela di bestemmie, perché aveva compreso che era scesi prima che lui agganciasse l’autobus. ‘Forse già dopo poche fermate. A Mestre’ bofonchiò Antonio, masticando amaro. ‘Con oltre un’ora di vantaggio è impensabile intercettarli’.

Telefonò a Marco per comunicargli il fiasco dell’operazione.

Daniele chiamò Sara. Si accertò che stesse bene e le impartì le istruzioni per raggiungerli.

Stasera ti metti in macchina” disse Daniele. “Dovrai viaggiare tutta notte”.

Lo sai che non mi piace guidare col buio” replicò irritata la ragazza.

Daniele fece una debole risata. “Rassegnati, se vuoi sparire senza essere beccata”.

Si udì un grugnito di disapprovazione.

Alle venti paghi l’hotel con la mia carta e ti dirigi verso Teramo e poi prendi la A14. Arrivata a Parma…”.

Sarò cotta come un prosciutto” chiosò ironica Sara.

“… punta direttamente verso La Spezia” proseguì Daniele senza raccogliere la sua battuta. “E da lì arrivi a Ventimiglia”.

Nuova risata stridula di Sara.

Hai capito bene?” disse deciso Daniele.

Più o meno” borbottò Sara. “E lì che faccio?’

Consegni la macchina dopo aver fatto il pieno. Vai in stazione e parti per Tolosa”.

Si udì un bel fischio. Non di ammirazione. “E secondo te, come ci arrivo?”

In treno” affermò Daniele, che non aveva colto la sottile ironia delle ultime parole.

Una nuova risata risuonò nel telefono. “E moh! A Tolosa ci arrivo in una bara. Non dormo, non mangio, non piscio”.

Daniele rise. In effetti non aveva messo nel conto che il viaggio sarebbe durato molte ore col rischio di condizioni climatiche difficili. Era inverno e gennaio.

Ok, Sara” disse Daniele con tono paternalistico. “In tre ore e mezza sei ad Ancona. Ti fermi in un albergo e riprendi il viaggio domattina. Viaggiando tutto il giorno con qualche sosta per soddisfare i tuoi bisognini…”. Daniele fece una risata di scherno, prima di riprendere il filo del discorso. “È sufficiente per arrivare a Ventimiglia. Nuova sosta e riparti il giorno dopo”.

Sara emise un grugnito di approvazione. “Ok, Daniele. Tra due giorni a Tolosa”.

Le due sorelle ridevano, orecchiando la conversazione al limite del surreale tra i due ragazzi.

Ultima telefonata. Poi in marcia verso il Marco Polo” disse Daniele, mettendosi in contatto con Eliseu. Natalia sbiancò. Non immaginava che anche lei fosse coinvolta nella sua vicenda.

Ciao, Eliseu. Missione compiuta. Tra un paio d’ore siamo in volo” fece Daniele. “Clara come sta? Dalle un bacio da parte mia”.

Il ragazzo sentì la voce della figlia che litigava con la zia.

Ciao, papi. Mi manchi” disse Clara in fretta, prima che Eliseu riprendesse il controllo.

Ci sentiamo stasera” fece la donna, chiudendo la conversazione.

Al ristorante Vettore trovarono un autista disposto a portarli al Marco Polo dietro compenso.

In aeroporto Daniele chiese a Natalia quali documenti d’identità aveva con lei.

La carta d’identità e la patente” disse.

Il passaporto?” domandò Daniele.

A Roma. Nel mio appartamento” rispose Natalia.

Fattosi consegnare le chiavi dalla ragazza, disegnò la piantina dove si trovava il documento.

Dove penso di arrivare tra due giorni, basta quello che hai. Però la destinazione finale è Bahia. E serve il passaporto” concluse Daniele.

Alle tre del pomeriggio i tre ragazzi erano in volo verso Francoforte, da dove sarebbero partiti per Lisbona.

FINE

Daniele – parte venticinquesima

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Ireos – foto personale

Ormai mancava poco alla destinazione. Un paio di stazioni. All’incirca un’ora di viaggio e poi sarebbero arrivati. Erano solo loro due, anche se un paio di persone erano salite nelle fermate precedenti. Però avevano preferito altri compartimenti. Evidentemente non gradivano la loro presenza, pensò Daniele. Il viaggio era filato liscio. Solo una mezz’ora di ritardo aveva accumulato il treno, nonostante il lungo viaggio. Quindi sarebbero arrivati poco prima delle sei. Il buio era ancora fitto. Anzi una nebbia umida e compatta impediva di vedere fuori anche le luci. Era da un paio d’ore che faceva da compagna di viaggio silenziosa. La carrozza era ben riscaldata e i vetri umidi per la condensa colavano gocce come se piovesse. Daniele aveva coperto col suo piumino Natalina, che ogni tanto mugolava. ‘Starà sognando’ si disse più volte il ragazzo, sorridendo.

Adesso era venuto il momento di svegliarla. Tra poco sarebbero arrivati. Le accarezzò i capelli con dolcezza. Lei si agitò come se qualcuno le volesse interrompere un bel sogno. Daniele passò con la mano sul collo, titillandole il lobo dell’orecchio. Natalina aprì dapprima un occhio e poi l’altro.

Che c’è?” domandò, facendo roteare lo sguardo alla ricerca di qualcosa di familiare.

Si eresse di scatto, facendo scivolare il piumino per terra. Sembrava sorpresa di trovarsi su un treno. Daniele la baciò delicatamente su una guancia. “Tranquilla” le disse. “Siamo quasi arrivati”.

Natalina sgranò gli occhi. “Arrivati?”

Daniele sorrise. “Sì. Tra un po’ scendiamo a Venezia”.

La ragazza si girò di scatto per osservare il suo viso. ‘È vero che abbiamo preso un treno’ ricordò, facendo affiorare nella mente gli ultimi istanti di lucidità prima del sonno profondo. ‘Ma come siamo finiti a Venezia?’

E che ci facciamo a Venezia?” chiese con lo sguardo sorpreso e un po’ sospettoso.

Andiamo a prendere tua sorella” ribatté Daniele con calma.

Adesso Natalina era sveglia completamente, mentre percepiva che il treno stava rallentando fino a fermarsi. “Ma perché Nati dovrebbe essere a Venezia?” fece, aggrottando le sopracciglia. Non capiva per quale motivo dovesse essere proprio lì e non in un altro posto.

Daniele le accarezzò il viso prima di spiegare. Natalina gli appariva fragile e smarrita ma sapeva che non era vero. Raccolse il piumino dal pavimento e lo pose sul sedile davanti. Guardò fuori dal finestrino. Le poche persone che aspettavano il treno si stringevano sciarpe intorno al collo e portavano berretti di pelo in testa. Qualcuno camminava nervosamente, lasciando dietro di sé una leggera scia di vapore. Doveva esserci molto freddo. Di sicuro molti gradi in meno rispetto a Roma.

Hai una sciarpa?” le domandò.

Natalina fece segno di no con la testa. “Non hai risposto alla mia domanda” lo incalzò la ragazza.

Ho l’impressione che patiremmo il freddo” ribatté Daniele, continuando a ignorare quello che le aveva chiesto.

Mi stringerò a te” replicò asciutta Natalina.

Daniele la strinse, prima di baciarla, mentre il treno si metteva in movimento per fermarsi tra poco più di mezz’ora a Venezia Santa Lucia. “Riportiamo a casa Natalia” ribatté deciso.

Natalina scosse il capo. Non le aveva spiegato nulla. Lo guardò con lo sguardo interrogativo in attesa di una spiegazione convincente.

Ricordi cosa mi hai detto?” le chiese Daniele.

Ho ancora sonno. Sono tutta indolenzita per avere dormito scomoda. Quindi non sono in vena di ascoltare degli indovinelli” disse Natalina, strizzando gli occhi.

Daniele fece una debole risata. “Ma la spiegazione del mistero è nel tuo sogno!”

Insomma di quale sogno parli?” disse spazientita. “Quando dormo di solito sogno e li ricordo pure. Quindi prova a spiegarti. Forse riesco a trovare il sogno giusto nel mio catalogo”.

Daniele sospirò. “Ti avevo chiesto, perché eri del parere che tua sorella fosse in pericolo. Tu mi hai descritto un sogno. Lei era in una stanza coi letti a castello e un armadio addossato a una parete. Ricordi ora?”

Natalina lo guardò stupefatta. Certo che ricordava quel sogno angosciante ma da quello ricavare che Natalia si trovasse a Venezia ci voleva solo l’immaginazione e fantasia di Daniele, pensò, distendendo i lineamenti del viso. “E tu hai dedotto da quel sogno strampalato e confuso che Nati si trova a Venezia?” domandò, guardandolo con gli occhi sgranati per l’affermazione che le appariva talmente assurda da credere che Daniele avesse preso un colpo in testa.

Sei mai stata in un ostello?” le chiese Daniele.

No”.

Quello che hai descritto è tipico degli ostelli per la gioventù” replicò il ragazzo sereno.

A Natalina sembrò di sognare. ‘Ammesso che sia l’arredo di una stanza di ostello, perché questo doveva trovarsi proprio a Venezia?’ si domandò incredula.

Se io mi volessi nascondere, dove andrei?” disse Daniele, ponendosi una domanda pleonastica. “Nel posto dove nessuno pensa che possa andare” fece, dandosi la risposta da solo.

Ma sarebbe il primo luogo che esplorerei, se fossi in loro” ribatté Natalina poco convinta della sua spiegazione.

Daniele rise, stringendola. “Finiamo la chiacchierata al bar della stazione, mentre facciamo colazione” disse, alzandosi. “Raccogliamo le nostre cose. Il treno sta sul ponte translagunare e tra poco si ferma”.

Un aria gelida li accolse. La nebbia galleggiava intorno alle luci gialle. Il marciapiede era bagnato come se avesse piovuto. Pochi nottambuli o forse stanchi pendolari erano sulle banchine in attesa di imbarcarsi sul treno. Chiusero tutti i bottoni del piumino ma il gelo si insinuava lo stesso sotto, facendoli rabbrividire. Velocemente si infilarono nel bar. Un banconiere assonnato stava lucidando dei bicchieri. Lo specchio alle sue spalle rifletteva un locale vuoto. La macchina del caffè emetteva qualche sbuffo di vapore.

Un caffè, un cappuccino e due brioche” ordinò Daniele, cercando con l’occhio il tavolino più defilato e lontano dai vetri appannati ma che consentisse di osservare chi entrava.

Si sistemarono in attesa dell’ordinazione, mentre Daniele depose la borsa per terra. Senza alzare troppo il tono della voce, riducendolo a un bisbiglio, Daniele iniziò a spiegare la sua tesi.

Hai ragione, dicendo che Natalia venendo qui si sarebbe gettata nelle fauci del leone”.

Daniele fece una pausa, perché il banconiere stava portando la loro colazione. Il caffè era amaro e forte ma lo avrebbe tenuto sveglio dopo la notte insonne. Addentò la brioche, che sembrava plastica, facendo una smorfia di disgusto.

Natalia è scomparsa da un mese. Ma con te si è fatta viva una decina di giorni fa. Giusto?” chiese Daniele a conferma.

Natalina annuì, mentre finiva il suo cappuccino, non meno amaro del caffè di Daniele. Se non fosse stato per il lungo viaggio, avrebbero convenuto che in quel bar servivano colazioni tutt’altro che invitanti.

Dunque per venti giorni ha vagato alla ricerca di un posto sicuro, braccata dai suoi amici. Probabilmente li ha fregati un’altra volta oppure ha minacciato di svelare tutto alla polizia” raccontò Daniele, cercando di ricostruire i movimenti di Natalia.

All’inizio avrà usato diversi nascondigli a Roma. Di certo ne avrà avuti più di uno. Ma l’ambiente dei tossici è chiacchierone e poco sicuro. I segreti sono quelli di Pulcinella. Poi avrà preso il primo treno a lunga percorrenza per scendere alla prima stazione e dirigersi verso un’altra destinazione”.

Natalina lo guardava ammirata, perché era esattamente quello che avrebbe fatto anche lei, se avesse dovuto far perdere le sue tracce.

Sono certo che hanno controllato i posti veneziani, non appena hanno scoperto che era partita col treno. Natalia non è una sciocca e avrà girato su e giù per l’Italia, prima di puntare su Venezia. Loro hanno montato la guardia per diversi giorni, sperando di pizzicarla. Poi hanno desistito” spiegò Daniele, sbottonando il piumino.

Perché avrebbero rinunciato?” domandò curiosa Natalina.

Daniele sorrise, prendendole la mano. “Se dopo una dozzina di giorni non si era recata a Venezia, hanno ritenuto che avesse puntato verso altre località. Brancolavano nel buio, deducendo che non sarebbe mai andata lì. Quindi hanno concentrato le ricerche a Roma, seguendo Sara. Perché? Dopo venti giorni di vita randagia era plausibile che si fosse messa in contatto con l’amica. Tu eri troppo distante per darle aiuto”.

Natalina scosse la testa. La ricostruzione era debole. “Ma perché non è andata all’estero? Perché dieci giorni fa mi ha contattato?” chiese la ragazza.

Daniele annuì per confermare che non aveva spiegato alcuni dettagli. “Credo che Natalia sia scappata in fretta e furia con pochissimo bagaglio per muoversi più agilmente. Ma con scarso denaro e forse della merce non piazzata e difficile da sbolognare senza lasciare una traccia. Questo loro lo sapevano e hanno pensato che avrebbe tentato di mettersi in contatto con Sara. Forse anch’io ero sotto controllo senza essermene accorto. Se le persone più vicine fossero sotto controllo, logicamente secondo tua sorella quella più sicura per chiedere aiuto rimanevi tu. E l’ha fatto”.

Natalina era convinta delle spiegazioni. Diversi punti oscuri avevano una spiegazione razionale. Tuttavia non tutto la persuadeva. ‘Perché dopo la famosa telefonata notturna non si era fatta più viva?’ si domandò, mordendosi un labbro.

Aveva cominciato ad albeggiare, anche se la nebbia era ancora abbastanza fitta. Il bar si stava animando con i pendolari che andavano a lavorare in terraferma. Avevano ordinato un toast e un succo di mirtillo per giustificare la loro presenza da più di un’ora. Daniele teneva d’occhio le persone che entravano. ‘Se avessero ragionato un po’, avrebbero allertato di nuovo gli amici veneziani. Natalina assomiglia troppo a sua sorella per passare inosservata e poi potevano avere trasmesso una mia fotografia’, rifletté Daniele, toccandosi la guancia. Avvertì che la peluria era cresciuta. Lo specchio dietro il bancone mostrava un viso con una barbetta nera abbastanza visibile. Un paio di occhiali neri e un Borsalino in testa sarebbe stato un camuffamento abbastanza passabile, tanto da passare inosservato se qualcuno era sulle loro tracce. Il problema era Natalina. Renderla diversa dalla realtà non era semplice. Pensò che una sciarpa, un berretto di pelo e un paio di occhialoni da vamp sarebbero stati sufficienti per non essere riconosciuta. Doveva aspettare l’apertura dei negozi per comprare tutto quello che aveva in mente. Di certo nell’area commerciale della stazione avrebbe trovato tutto quello che cercavano.

Daniele guardò l’orologio posto sopra lo specchio. ‘Ancora un’oretta buona’ si disse.

[continua]

Daniele – parte ventiquattresima

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Quest’anno albicocche – foto personale

Marco alla guida dell’Audi nera seguiva come un ombra l’auto di Daniele. Non capiva cosa stesse facendo. Dopo aver percorso il GRA la macchina aveva puntato verso Napoli ma arrivato a circa metà strada era uscito dall’autostrada per ritornare a Roma lungo l’Appia.

Nello specchietto retrovisore interno vedeva il suv che lo tallonava quasi incollato alle luci di posizione della sua auto. Era infastidito, perché non ne comprendeva il motivo. Alzò le spalle e si concentrò sul Golf. L’orologio del cruscotto segnava le ventitré e mezzo. Imprecò, perché erano due ore che seguiva come uno scemo quell’auto, senza sapere dove si stava dirigendo. ‘Dentro ci sono un uomo e una donna’ rifletté Marco. ‘Ma sono la sorella e il suo amico?’ Adesso i dubbi crescevano. Pensò che lo stessero prendendo per i fondelli portandolo in giro per Roma e dintorni.

Chiamò Alice, che stava pedinando Sara. “Si è rintanata in aeroporto. Pare non voglia schiodarsi” gli confermò la donna. La sentì imprecare. Non comprese il motivo di quella sequela di parolacce.

Ali, che c’è?” chiese Marco allarmato. Poi il nulla. Provò a mettersi in contatto senza risultati. Il nervosismo cresceva. Aveva la quasi certezza che erano stati più scaltri di lui e li avevano fregati, usando due specchietti per attirare delle allodole credulone. Seguiva come un’ombra, qualcosa che gli appariva come un fantasma. L’auto davanti teneva un passo lento, rispettando tutti i limiti di velocità. Era il percorso che lo stava innervosendo. Ormai gli era chiaro che inseguiva una chimera.

Mi hanno bidonato’ si disse, bestemmiando. ‘Mi hanno fanculato!’ L’auto, che stava pedinando, entrò in un enorme casermone del quartiere di Centocelle. Pochi istanti dopo riprese la strada col solo guidatore, immergendosi nel dedalo delle strade del quartiere. Dopo qualche minuto Marco la vide parcheggiata davanti a un grosso condominio. Il guidatore scese ed entrò nel caseggiato. L’orologio digitale del display sul cruscotto segnava quasi le due di notte. Marco si fermò, appoggiando la testa sul volante. Dopo quasi due giorni di sosta davanti alla casa di quell’uomo, che aveva accolto la sorella della ricercata, si ritrovava con un pugno di sabbia in mano. Le due lepri gli erano sfuggite. L’amica era ferma a Fiumicino, bloccando Alice e lui a inseguire un fantasma Un fiasco in piena regola. Duro da digerire e da raccontare al boss. Le ultime luci del condominio si stavano progressivamente spegnendo. La via si stava svuotando del suo traffico, già scarso per natura. Sul display dell’Audi comparve il segnale di una chiamata entrante. Segnalava ‘Alice’.

Dimmi” disse Marco con voce roca.

La strega mi ha messo nel sacco” annunciò con voce funerea.

Silenzio. “Come messa nel sacco?” sbottò irato.

Due poliziotti mi hanno chiesto i documenti e lei è sgusciata via senza che io potessi seguirla” confessò con un filo di voce Alice.

Porca puttana Eva” sbraitò Marco. “Controlla se la preda è tornata a casa. Poi troviamoci al solito posto”.

Sgommando si allontanò per tornare, dove abitava Daniele. Jorge dentro il suv si guardava smarrito. La donna scaricata alcuni minuti prima non era di certo Natalina, né il guidatore era l’amico. ‘Ma chi ho seguito?’ si domandò, immaginando la sfuriata di Juan. ‘È inutile tornare dov’ero prima. Chissà dove sono finiti’.

Come Daniele aveva previsto, Natalina si era accoccolata su di lui, addormentandosi. Visto che il compartimento era vuoto, si era spostata di fianco, appoggiando la testa sul suo petto e in breve un sonno leggero l’aveva colta. Il tepore di Daniele, il rumore ritmato delle ruote sulla rotaia avevano favorito il suo rilassamento.

Dormi” le disse, accarezzandole i capelli.

Stava per cercare il numero di Sara, quando lei lo chiamò.

Dove sei?” le sussurrò per non svegliare Natalina, che aveva ripreso a dormire tranquilla.

All’hotel” chiosò garrula e gli raccontò gli ultimi avvenimenti.

Dopo la sua ultima telefonata Sara si era innervosita alquanto, perché percepiva di essere stata incastrata. ‘Qui non posso passare la notte’ rifletté, osservando che le persone si stavano diradando. Se si muoveva, quella donna l’avrebbe seguita come un’ombra e non si sarebbe liberata di lei. Era ormai mezzanotte e presto l’aerostazione sarebbe rimasta deserta. Era al banco del bar, praticamente da sola, quando vide due carabinieri che perlustravano corridoi e sale. ‘Ecco i miei salvatori!’ si disse. Pagò la consumazione e poi si diresse verso di loro.

Vedete quella donna” fece con uno dei due. “È sempre al telefono e parla di pacchi con aria misteriosa”.

Il carabiniere annuì e la vide intenta a conversare gesticolando al cellulare. Era congestionata in volto. Ogni tanto la voce diventava stridula, mentre si muoveva nervosa, come se avesse qualcosa da nascondere. Il poliziotto fece un cenno al compagno, avvicinandosi alla donna per chiederle i documenti. In effetti aveva un’aria piuttosto sospetta. Una velina riservatissima parlava di probabili attentati in aeroporto. Quindi identificarla avrebbe tolto molti dubbi. Sara nel frattempo di corsa era andata verso l’uscita per recuperare la Smart, che fortunatamente non aveva riconsegnato.

Così mi sono liberata e ho potuto arrivare all’hotel senza nessuno alle calcagna” concluse con tono soddisfatto.

Daniele ridacchiò. Aveva ritrovato la Sara dei tempi del liceo, quando era in grado di uscire pulita dalle situazioni più ingarbugliate.

Bene” disse il ragazzo a conclusione della telefonata. “Resta lì tappata dentro. Ti chiamo quando il pericolo è cessato”.

Fra quanto?” chiese Sara agitata.

Credo entro ventiquattro ore” fece Daniele, chiudendo la telefonata.

Si appoggiò soddisfatto allo schienale. Le luci esterne lasciavano dietro di sé una scia luminosa. Il treno notte sfrecciava sicuro nelle stazioni semi addormentate. La loro carrozza pareva deserta. Solo il loro compartimento era ben illuminato e lo sarebbe stato per tutta la notte. Tanto non avrebbe dormito. Il romanzo acquistato all’edicola, ‘Un paese rinasce’, gli avrebbe tenuto compagnia.

Tutte sono al sicuro’ si disse Daniele, posando il libro sul tavolino.

Il treno rallentò per arrestarsi nella stazione. Poche persone erano sul marciapiede in attesa. L’orologio segnava poco dopo la mezzanotte. Daniele allungò il collo per leggere il nome della stazione. ‘Arezzo’ si disse. ‘Ancora cinque ore prima di arrivare’. Il rumore della porta della sua carrozza gli fece capire che forse ci sarebbero stati ospiti. Doveva immaginarlo ma sperò che andassero in un altro compartimento vuoto. ‘Non ho potuto prenotare una cabina a due posti’ ricordò, ‘perché erano tutte occupate. Per le cuccette Natalina sarebbe finita in una carrozza per sole donne. Lontana da me. Non potevo lasciarla sola. Quindi solo posti a sedere col rischio di avere compagni indesiderati’.

I passi del corridoio sembravano al femminile. Passò una signora, che trascinava un trolley, senza fermarsi. Daniele sospirò ma prima di arrivare c’erano ancora molte soste con possibilità di avere compagnia. Le porte si chiusero con fragore, mentre il capostazione agitava la paletta della partenza. Il treno prese slancio e in breve fu inghiottito dal buio della notte.

Era venuto il momento di ascoltare anche l’amico per sincerarsi che tutto era filato liscio come da programma.

Ciao, Fiore” domandò Daniele con un filo di apprensione.

Tra mezz’ora siamo a casa. Tutto come previsto” rispose Fiorenzo.

Grande!” esclamò Daniele, facendo sobbalzare Natalina. “Ci sentiamo domani”.

Jorge e Juan si trovarono alle tre al McDonald’s di Stazione Termini. Dovevano fare il punto della situazione. L’obiettivo al momento non era centrato e le possibilità di raggiungerlo erano nulle. Juan non era affatto contento di come stava procedendo l’operazione e Jorge invece di aiutarlo sembrava remare contro.

Dimmi come sei riuscito a farti buggerare” chiese Juan, che avrebbe voluto fumare una sigaretta per calmare la collera interna.

Jorge abbassò gli occhi. Doveva ammetterlo. Aveva seguito l’Audi, che a sua volta era incollata al posteriore di un Golf, senza molto criterio.

Quando ho visto uscire l’auto dal cancello condominiale” spiegò Jorge, “ho pensato che la preda volesse fuggire”.

Juan imprecò sottovoce. ‘Basta che vada via un attimo e zac! Combina il patatrac’ pensò, osservando due ragazze dai capelli viola. “Ma prima di gettarti all’inseguimento di un miraggio non potevi valutare chi fosse a bordo?”

Jorge distolse lo sguardo da Juan. Le due ragazze gli mandarono un bacio con la mano. D’istinto lo rimandò indietro, mentre loro ridacchiavano. Pareva che volessero farsi rimorchiare. Sospirò prima di rispondere. “Era buio. Dentro ho notato due ragazzi giovani. Un uomo e una donna. Più o meno della corporatura di chi tenevano d’occhio” fece Jorge, alzando le spalle. Il locale era praticamente deserto. “E poi anche l’altro era partito di scatto al loro inseguimento. Quindi due più due fanno quattro”.

Quale altro?” domandò dubbioso Juan. Non risultava che ci fossero altre persone in agguato.

Quello dell’Audi nera” commentò poco convinto Jorge. “L’ho visto seguire la ragazza stasera. E poi teneva d’occhio anche il ragazzo con una compagna”.

E tu sei un babbeo” rimbeccò acido Juan. La caccia per il momento era sospesa. Era inutile montare la guardia a un posto freddo. Come rintracciare le prede ci avrebbe ragionato nella mattina, dopo una sana dormita.

Le due ragazze dai capelli viola si alzarono. “Ci fate compagnia?” disse quella più rotonda con fare civettuolo.

Juan lanciò un occhiata a Jorge che annuì. ‘Meglio la loro compagnia che stare con Jorge’ pensò.

Dove?” chiese Juan, alzandosi.

Qui vicino” replicò la ragazza, prendendolo sotto braccio.

[continua]

Daniele – parte ventitreesima

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Artù dormiente – foto personale

L’ambulanza arrivò con i lampeggianti accesi. I passanti si fermarono incuriositi per osservare dove andava. Jorge sollevò il capo dallo smartphone e notò che si era arrestata davanti al portone che doveva controllare. Si domandò per chi fosse venuta. Prestò attenzione alle manovre. Dal portellone posteriore due operatori del 118 estrassero la barella e suonarono un campanello che l’ambulanza occultava.

Da una Audi nera un uomo stava al telefono e girò il capo per seguire la manovra del mezzo di soccorso. Chiuse velocemente la conversazione e si concentrò sui due operatori che stavano entrando nel caseggiato. Qualcosa gli tornava storto. In primo luogo il mezzo era arrivato con i soli lampeggianti accesi, come se non ci fosse nessuna urgenza. Poi gli parve che avesse suonato il campanello del personaggio da tenere d’occhio. Scese dall’auto e si appostò abbastanza vicino alla porta e non troppo distante dalla sua Audi. ‘Se l’impiccione e la sorella tentassero una sortita con il 118 li bloccherò’ pensò l’uomo, accendendo una sigaretta. Stava camminando, quando lo smartphone gli annunciò una nuova telefonata. ‘Merda’ si disse, vedendo chi chiamava.

Che c’è ancora?” rispose indispettito. Non poteva perdere d’occhio la porta.

…”.

Ho capito. Seguila senza tante storie” e chiuse la conversazione.

Fiore, terzo piano. Scala b” gli disse al citofono Daniele, preparandosi a ricevere l’amico.

Fiore aveva all’incirca la sua corporatura e quindi poteva essere scambiato per lui, specialmente nel buio della sera. Per la ragazza che lo accompagnava non aveva un’idea di come apparisse. L’avrebbe scoperto solo quando si sarebbe presentata alla porta.

La luce dell’ascensore si accese. Il rumore del suo movimento ruppe momentaneamente il silenzio del caseggiato. Di solito c’era più caciara ma stasera tutto appariva tranquillo in modo inconsueto. Dalla porta dell’ascensore spuntò la barella e poi i due operatori nella loro divisa arancione. Un cenno di saluto e la porta dell’appartamento di Daniele si chiuse silenziosa alle loro spalle.

Da sotto le coperte spuntò una bambola gonfiabile, sul tipo di quelle usate per le esercitazioni. Messa in posizione e ben occultata, appariva come una persona da trasportare al Pronto Soccorso. In fretta si scambiarono i vestiti. Fiore e Angelica, l’operatrice che faceva squadra con lui, si misero gli abiti di Daniele e Natalina, presero in consegna le chiavi dell’auto del ragazzo, una Golf nera. Completarono gli accordi.

Tu esci per primo con la mia macchina e punti verso il GRA” disse Daniele, che completava la vestizione. Rise vedendo Natalina, impacciata in una tuta di una taglia più grande.

Una boccaccia fu la risposta della ragazza. “Meriti un selfie” affermò Daniele, mentre aiutava Angelica a infilarsi i calzoni di Natalina, visibilmente stretti.

Ora siamo seri” fece Daniele, rivolgendosi a Fiore. “Io vado al Pronto Soccorso del San Camillo. Giusto?”

Fiore annuisce. “Continua” invitò l’amico.

Parcheggio nella zona riservate alle ambulanze e me ne vado. I vostri indumenti li metto nel tuo armadietto, nello spogliatoio. La mia macchina la tieni tu. Passerò nei prossimi giorni a prenderla” completò Daniele, pronto a scendere con la barella. “Poi più tardi ci sentiremo per confermare che tutto procede secondo tempi e modi concordati”

Roger” disse Fiore, strizzando un occhio.

Lui e Angelica scesero nella corte a prendere l’auto di Daniele, uscendo dal parcheggio condominiale con lentezza.

Cazzo” disse l’uomo appostato poco distante, gettando la cicca per terra. “Questi stronzi hanno chiamato il 118 per sviare la mia attenzione”.

Con due falcate si fiondò sull’Audi per mettersi alle calcagna della Golf di Daniele, seguito dal suv di Jorge.

Daniele, visto che il duo era corso dietro a Fiore, con calma messa la barella sull’ambulanza, se ne andò verso il San Camillo. Natalina tolse da sotto le coperte la bambola, i loro vestiti e la borsa da viaggio, tenendoli presso di lei nell’abitacolo.

Nello spogliatoio del 118 si cambiarono e chiamarono un taxi per farsi portare a Stazione Termini, dove un notturno li aspettava per portarli a destinazione.

L’atrio della stazione era il solito casino rumoroso. Un suk da corte dei miracoli, specialmente di sera. Uomini e donne che chiedevano soldi. “Mi presti dieci euro? Mi servono per tornare a casa” diceva la ragazza, che chiaramente era in crisi di astinenza. ‘Altro che biglietto’ pensò Daniele, facendo segno di no con la testa. ‘Ti serve per la dose’. Homeless che preparavano i giacigli di cartone per la notte. Dall’uscita su via Giolitti c’era il consueto banchetto dei personaggi delle tre carte, pronti a spennare l’ingenuo passante, che aveva l’ardire di sfidarli. Non aveva mai capito come qualcuno cadesse nel tranello che quegli astuti giocatori gli tendevano. ‘Eppure lo sanno anche i bambini che il gioco è truccato’ pensò Daniele sorridente. In alto i grandi tabelloni con binari e treni e sotto tante persone a naso in su a scrutarli per conoscere binario e orario di partenza o arrivo. Daniele lesse che il loro notturno tra mezz’ora sarebbe partito. Aveva tutto il tempo necessario per andare all’edicola e comprare un libro. Il viaggio sarebbe stato lungo. Lui sarebbe stato sveglio ma Natalina no. Era quasi certo che sarebbe crollata. Daniele non era mai riuscito a dormire in treno. Luci, rumore e sobbalzi lo tenevano sveglio. Poco lucido ma sveglio.

Dove andiamo?” chiese Natalina rimasta in silenzio fino a quel momento.

Pazienta un poco e lo scoprirai” disse Daniele con un sorriso enigmatico.

Finora il piano aveva funzionato. Stampati i biglietti, acquistati poche ore prima, si avviarono al binario. Il treno era lì pronto ad accoglierli. Prima di salire, Daniele prese il telefono per sentire Sara. Sapeva di essere stato un fetente. Era stata l’esca perfetta per trascinarsi dietro uno di quelli che controllavano le loro mosse. Il suo girovagare verso Fiumicino di sicuro aveva spiazzato l’inseguitore. Sapeva che la donna, che già l’aveva pedinato in modo maldestro adesso era alle sue costole ed era in continuo contatto col compare. Loro puntavano su Natalia e il suo nascondiglio. Quindi non potevano permettersi di seguire solo lui, trascurando Sara. Conoscevano i legami esistenti tra le due ragazze e la possibilità che fosse lei a raggiungere Natalia per portarla in salvo. Adesso però era venuto per Daniele il momento di accertarsi che Sara fosse al sicuro in aeroporto.

Ciao” fece Daniele, sentendo la sua voce.

Un mugugno indistinto fu la risposta.

Daniele stava per ridere ma poi si trattenne. Era davanti alla sua carrozza. Con un cenno della testa invitò Natalina a salire, mentre lui la seguiva. Le mostrò le prenotazioni. Gli scompartimenti erano quelli tradizionali a sei posti. I loro erano accanto al finestrino. Uno di fronte all’altro. Al momento era tutto vuoto ma mancava ancora un quarto d’ora alla partenza.

Problemi?” chiese Daniele, sedendosi.

Sei ignobile!” replicò Sara inviperita. “Io qui costretta a girare e stare dove c’è gente!”

Ma hai solo quella stupida donna alle calcagna!”

E chi lo sa! È di continuo al telefono” esclamò infuriata. “Quando mi vieni a prendere?”

Daniele soffocò una risata. “Martedì, se tutto va come penso io” disse gelido per non sbottare in uno sghignazzamento fuori luogo. Udì una bestemmia e una sfilza di epiteti poco carini. Non immaginava che il vocabolario di una donna fosse così colorito. “Riprendi la Smart e torna in città” le suggerì Daniele.

E dopo avermi fatto fare il giro del mondo” urlò Sara arrabbiata, “mi dici di tornare in città. E dove?”

Fermati in un albergo con garage e resta lì finché non ti chiamo. Poi ti spiego tutto” disse il ragazzo, chiudendo la conversazione.

Mentre il treno con lentezza si metteva in movimento, Natalina soffocava con una mano la risata che voleva uscire dalla sua bocca. Per il momento lo scompartimento era vuoto. Daniele avrebbe preferito la presenza di altri viaggiatori ma non poteva farci nulla.

Ancora un paio di telefonate, prima di dedicarsi a Natalina. Nessun passeggero transitava nel corridoio. Quasi tutti gli scompartimenti erano vuoti. Alcuni erano bui con le tendine tirate. Non era riuscito a trovare una cabina doppia libera ma nemmeno una a quattro posti. Quindi si era accontentato della seconda classe e posti a sedere. Questo non gli piaceva molto ma era un prendere o rinunciare.

Ciao, Eliseu” esordì Daniele.

Ciao”.

Dopo una breve pausa Daniele le chiese se erano al sicuro nell’ambasciata.

Sì. Ho spiegato tutto a mio cognato” confermò Eliseu. “Rimango chiusa dentro finché non mi telefoni”.

Ok. Dai un bacio da parte mia a Clara. Notte”.

[continua]

Daniele – parte ventiduesima

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copertina

Se funziona” ammise Natalina con le lacrime agli occhi, “sarebbe un bella beffa per chi sta di guardia”.

Daniele afferra il telefono e chiama Fiorenzo, un amico di vecchia data. Avevano avuto un percorso scolastico comune che aveva cementato una sincera amicizia. Poi le loro strade si erano divise ma il rapporto era rimasto saldo. Si frequentavano di rado ma si sentivano spesso al telefono. Fiore, come lo chiamava con affetto Daniele, operava nel 118. Qualche battuta sui vecchi tempi prima di spiegargli quale favore desiderava da lui. Natalina trattenne il fiato. Sentiva solo le parole di Daniele. Troppo poco per capire se l’amico li avrebbe aiutati.

Sarebbe perfetto” fece Daniele.

…”.

Ok. Ti aspetto. Spero di ricambiarti la cortesia con gli interessi” e gli dettò l’indirizzo di casa.

Muoviamoci” affermò Daniele. “Tra poco meno di mezz’ora sono qui. Prepariamo una borsa con dentro le nostre cose. Non stiamo via molto. Forse una notte. Al massimo due”.

Dove?” chiede Natalina.

Al pronto soccorso!” fece con ironia tagliente Daniele.

Sara imprecò contro Daniele che invece di proteggerla la mandava allo sbaraglio. Si strinse nelle spalle. Cercò con lo smartphone la farmacia più vicina e impostò il percorso. Uscita in strada finse indifferenza ma dentro moriva dalla paura. Sapeva di essere nel loro mirino e non aveva molte speranze di farla franca. Doveva prestare molta attenzione e seguire le istruzioni di Daniele, anche se non era certo della loro buona riuscita. Con lentezza si mosse nello scarso traffico della sera, tenendo d’occhio gli specchietti laterali e quello retrovisore interno.

Se qualcuno mi segue’ pensò la ragazza, ‘dovrei accorgermene con una certa facilità’. Guidando con prudenza e facendo attenzione a chi stava alle sue spalle, si fermò nella farmacia sulla Trionfale. Impacciata comprò una confezione di pannoloni. Adesso veniva la parte più complicata. Come metterlo. Portava jeans alquanto stretti ed eseguire l’operazione nella Smart avrebbe presentato qualche difficoltà. La prima era che doveva fare lo spogliarello sotto un lampione, attirando gli sguardi dei tiratardi romani. La seconda era l’abitacolo, piuttosto angusto. ‘Nemmeno un bravo contorsionista riuscirebbe a farlo agevolmente’ pensò, mentre tornava verso la Smart. Stava per mettere in moto l’auto quando scorse a cento metri sulla sinistra le luci sfolgoranti di grande bar pasticceria. Si mosse per parcheggiare di fronte, avendo cura di infilare nella capace tracolla un pannolone. Il locale era sufficientemente affollato. Non troppo ma nemmeno poco. Ordinò un caffè, osservando chi entrava nel locale. Solo persone in uscita. Nessun ingresso sgradito o pericoloso. Colse il momento per compiere l’operazione in relativa tranquillità.

I servizi?” chiese al barista.

La prima porta sulla destra al termine del bancone” rispose cortese.

Un’ultima occhiata e poi si infilò nella porta. Qualche minuto dopo riapparve nella sala. Tirò un sospiro di sollievo. Era andato tutto bene, anche se l’ingombrante pannolone le dava non poche noie. L’abbigliamento non era molto indicato, perché la costringeva a una goffa andatura a gambe divaricate. Quella tipica dei cavallerizzi. ‘Sopporterò’ pensò, mentre beveva il caffè, apparso sul bancone.

Pagò, tenendo un occhio rivolto all’ingresso del locale. Nessuna faccia sospetta, così le sembrò. Uscita, si diresse con passo deciso verso la Smart. La zona era ben illuminata. Notò una vettura bianca con una donna a bordo, parcheggiata una cinquantina di metri più avanti. A Sara scattò subito un segnale d’allarme. ‘Quell’auto non è lì per caso’ si disse, chiudendo la portiera. Si immise nel flusso del traffico, piuttosto scarso, anche se era domenica sera e solo le ventidue. Anziché puntare l’aeroporto preferì girare verso Rione Prati. Il Leonardo da Vinci poteva aspettare. Doveva capire se era seguita. La Yaris bianca era visibile alle sue spalle. Le stava dietro come un’ombra, senza cercare di nascondersi. Pareva un gesto di sfida oppure mostrava troppo sicurezza.

Sara chiamò Daniele per prendere istruzioni alla luce del pedinamento. La situazione non le garbava per nulla. Aveva pessime sensazioni. ‘Non mi va di fare da esca’ pensò, richiamando il numero sul telefono.

Ciao” disse la ragazza.

Dimmi. Hai molto?” fece Daniele irritato. Non poteva perdere molto tempo. Fiore era arrivato e si doveva sbrigare. La sceneggiata doveva essere perfetta, se voleva beffare i suoi guardiani.

Solo questo. Sono seguita da una donna con una Yaris. Sono nel rione Prati”.

Daniele ci pensò un attimo. “Punta sull’Aurelia direzione A12. All’innesto dell’autostrada ritorna verso Fiumicino. Se noti variazione al tuo seguito, rientra in città e fermati in posto sicuro. Altrimenti vai all’aeroporto come concordato. Non fare manovre che potrebbero insospettire il tuo inseguitore”.

Sara rimase in silenzio prima di salutare e chiudere la conversazione. ‘Bell’aiuto mi ha dato’ rifletté indispettita. ‘Quale sarebbe il posto sicuro?’ le verrebbe da ridire, se la situazione non fosse complicata. Con calma imboccò la vecchia Aurelia, che percorse con circospezione. Prestò attenzione a chi la seguiva. La Yaris bianca era sempre lì, dietro di lei a una cinquantina di metri. I suoi fari illuminavano l’abitacolo della Smart. Procedette a velocità costante, uscendo da Roma.

Osservando il retrovisore interno, le parve di notare che la guidatrice fosse occupata a telefonare. ‘A chi?’ si domandò con una punta di ansia. Il traffico era davvero scarso, ammise con un brivido di paura. Un’imboscata sarebbe stata perfetta. Daniele si era raccomandato di fare il pieno prima di consegnare la Smart. ‘Ma dove?’ pensò Sara, che non aveva incontrato nessuna stazione di servizio. ‘Non me ne frega nulla della benzina. O trovo una stazione di servizio con personale oppure il serbatoio rimane a secco’ si disse determinata la ragazza.

Con la Yaris incollata alle sue luci posteriori si diresse verso l’aeroporto. Parcheggiò nell’area più illuminata e vicina all’ingresso. La consegna della Smart l’avrebbe effettuata alla luce del sole. ‘Daniele può dire quello che vuole’ rifletté Sara, ‘ma fare da parafulmine proprio no. Ci tengo a tornare a casa sana e salva’.

Velocemente guadagnò l’ingresso nell’aerostazione e puntò con decisione verso il bar.

La notte sarebbe stata lunga. Restare sveglia sarebbe stata una bella impresa.

Eliseu con Clara chiamò Juan per accertarsi che fosse fuori del portone. A quel punto uscì dirigendosi con passo svelto verso la limousine nera con targa consolare.

Una volta dentro al sicuro Eliseu spiegò al cognato la situazione. “Non dovremmo correre pericoli” disse, stringendo la mano di Clara, “Ma due gruppi di persone stazionavano sotto il caseggiato. Le loro intenzioni non sono amichevoli”

Juan mostrò sorpresa. Non capiva il motivo del coinvolgimento della figliastra e della cognata in quello che stava accadendo. “Nessuno può associarvi a Natalia e sua sorella. Il mio omonimo portoghese ti ha usata come scudo per seguire Natalina senza farsi notare. Gli altri, non credo, ti assoceranno con quei lontani anni veneziani. Non vedo pericoli imminenti”.

Eliseu annuì ma chiarì che era solo una mossa precauzionale, quella di stare chiusa un paio di giorni nell’ambasciata. “Daniele mi spellerebbe viva, se capitasse qualcosa a Clara” concluse.

Juan continuava a comprendere poco quel ragionamento e i motivi per i quali la figliastra correva dei pericoli. Gli sembrò che Eliseu fosse reticente e gli nascondesse una parte di verità.

Va bene” accondiscese Juan. “Per alcuni giorni sarete mie ospiti. L’ambasciata è un porto di mare ma lì starete al sicuro.

Giunto dinnanzi al cancello. La limousine entrò, dopo che gli occupanti furono identificati e ammessi nel recinto interno.

[continua]

Daniele – parte ventunesima

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copertina dell’ultimo libro
Racconti di Vita

Visto che è quasi ora di cenare. Faccio un salto da Toio per prendere qualcosa” spiegò Daniele, alzandosi dalla sedia. Poi si rivolse a Natalina. “Te la senti di arrivare all’angolo della via? All’enoteca? È sempre aperta. Poi guarda se ha qualche stuzzichino per aperitivo”.

Natalina annuì. Avrebbe preferito starsene in casa ma Daniele aveva in mente qualcosa. Vino e mangiare ce ne era a sufficienza per tutti. ‘Noi due in mezz’ora possiamo preparare un’ottima cenetta’ pensò, avviandosi verso la camera per indossare qualcosa.

Ho necessità di verificare quante persone controllano la casa” sussurrò Daniele, mentre infilava un giubbotto pesante. “Tu esci per prima e io ti seguo. Così posso vedere quante persone si muovono. Dobbiamo usare prudenza”.

Prima di uscire Daniele si raccomandò a Sara ed Eliseu di non rispondere al citofono né aprire la porta blindata. “Noi abbiamo le chiavi dell’ingresso” concluse il ragazzo.

Natalina ebbe un brivido. Non le andava di fare da esca ma aveva fiducia in lui. D’altra parte aveva compreso due cose. La prima era che lei si trovava sotto tiro di qualcuno che non vedeva di buon occhio il suo attivismo in Brasile. La seconda, sua sorella era entrata in un giro pericoloso. Daniele aveva intuito questo e non voleva che nessuno di loro corresse dei rischi inutili. Le precauzioni erano d’obbligo.

Uscita dal portone, si avviò per la via, mostrando sicurezza all’esterno ma ansia all’interno. Non doveva voltarsi ma proseguire ignorando chi le stava alle calcagna. Camminò spedita nella strada non ben illuminata. L’enoteca si vedeva in lontananza con le vetrine luminose e i barili a mo’ di tavoli. Nessuno sostava fuori. La temperatura, pur non essendo particolarmente rigida, avrebbe fatto congelare anche i più incalliti fumatori.

Daniele, uscito qualche istante dopo Natalina, allungò il collo, come se stesse cercando qualcosa. Dall’altra parte della strada un uomo ben imbacuccato, molto più del necessario, si avviò lentamente. Nel buio della sera non era facilmente riconoscibile. Anzi si notava solo la statura, mentre il resto era impossibile da decifrare. Dal suv, parcheggiato poco più avanti, scese il compare di Juan e seguì Natalina a una decina di metri. Daniele fischiò leggermente, mentre controllava che la Smart gialla fosse in ordine. Dunque come avevo previsto, pensò il ragazzo, avviandosi verso la trattoria da Toio. Due ospiti non graditi montano la guardia.

Natalina, come da accordi, finse di cercare qualcosa vicino alla vetrina, facendo attenzione al passaggio di Daniele. ‘Nessuno lo sta seguendo…’ pensò ma si corresse subito. ‘No. Una donna è chiaramente alle sue spalle’. Gli mandò un messaggio. ‘Fa attenzione. Una giovane donna con un giubbotto nero è alle tue spalle’.

Sulla parete ben ordinate c’erano innumerevoli bottiglie divise per regione e tipologia di vino. Bianchi, rosati e rossi. Gli spumanti erano in un scaffalatura separata. Chi sapeva cercare avrebbe fatto in fretta ma Natalina non aveva nessuna idea. Inoltre doveva perdere tempo in attesa che Daniele facesse la sua ricomparsa.

Ha trovato qualcosa?” fece una voce cavernosa dietro Natalina.

Lei si girò con calma. “Sì e no” ammise. “Mi può aiutare?”

Un uomo col grembiule blu sorrise e le chiese che tipo di vino cercava.

Un rosso” disse Natalina, guardandolo fisso negli occhi. Era la prima risposte che le venne in mente. Tanto per perdere altro tempo precisò che erano tutte donne. “Non troppo corposo ma nemmeno dolce. Insomma mi consigli lei. Cosa mi suggerisce?”

Un bel sorriso comparve sul volto di Natalina, mentre teneva d’occhio la vetrina.

Il proprietario le mostrò diverse bottiglie, mentre lei annuiva poco convinta. Natalina avvertì nella tasca del piumino la classica vibrazione di un messaggio in arrivo. Doveva sbrigarsi, perché Daniele era di ritorno. “Prendo queste due” disse in tono frettoloso. “Una borsa di plastica va bene. Mi dia anche un vassoio di tartine”. Con lo sguardo indicò degli stuzzichini sul bancone lucido.

Adesso aveva fretta. Sperò che Daniele avesse aspettato un po’ in attesa che lei riprendesse la strada di casa.

Daniele, non vedendola uscire, si fermò una decina di metri prima, come se cercasse qualcosa in tasca. Nel riflesso di una vetrina illuminata vide che la sua inseguitrice si era fermata incerta sul da farsi. Lui si girò e le andò incontro deciso. La donna sembrò fare dietro front ma poi ci ripensò e rimase ferma.

Mi scusi” disse Daniele, osservandone il viso. “Saprebbe dirmi che ore sono?”

Una scusa talmente plateale che non avrebbe ingannato nemmeno un bambino. Lei bofonchiò qualcosa di poco intellegibile in preda all’agitazione di essere stata scoperta. “Grazie. Non importa” fece Daniele con un mezzo inchino e riprese la marcia. I due uomini erano fermi. Quasi di fronte ma su marciapiedi opposti. Avrebbe potuto affrontarli ma lui sorrise, notando la figura minuta di Natalina sgusciare fuori dall’enoteca con due borse di plastica nelle mani.

Affrettò il passo per raggiungerla, incurante delle tre figure che si erano mostrate molto maldestre nel pedinamento. Le diede un bacio sulla guancia e le cinse le spalle. “Missione compiuta” sussurrò nel suo orecchio. Natalina si rilassò e prese sotto braccio Daniele. La sua presenza l’aveva rassicurata.

Rientrati in casa, si informò se qualcuno si fosse fatto vivo. “Nessuno” rispose Sara. “Tutto tranquillo. Qualcosa non va?”

Prima si va a tavola. Poi parliamo” disse Daniele secco.

Consumata in fretta la cena, tornarono nel soggiorno.

Non voglio mettervi in agitazione ma preferisco essere chiaro” esordì Daniele, mentre sorseggiava un succo di mirtilli. “Due gruppi di persone tengono sotto controllo il portone. Finché siamo qui, non corriamo pericoli”.

Si udì il respiro sibilante di Sara ed Eliseu, spaventate. “Chiamiamo la polizia” fece Sara. Daniele rispose con una risata, scuotendo il capo in segno di diniego. “Con quale scusa?” chiese ironico.

Il silenzio calò nella stanza. Daniele le guardò negli occhi, per interrogarle. Poi illustrò il suo pensiero sulle prossime mosse. Si rivolse verso Eliseu. “Tu, a parte Juan, non sei conosciuta all’altro gruppo. Quindi…”.

Eliseu lo interruppe per informarsi chi erano le persone che stavano in strada. Non capiva quali reali pericoli corressero.

Nessuna certezza ma credo che Juan e il suo compare puntino a Natalina per le sue attività in Brasile” e fece una breve pausa, osservando le reazioni della ragazza. Un suo lieve cenno del capo confermò la congettura di Daniele.

L’altro gruppo, un uomo e una donna, sperano che noi li conduciamo da Natalia” concluse Daniele, che rimase in attesa di domande.

Nessuno fiatò. “Quali sono i più pericolosi?” domandò Eliseu. “Non saprei ma non voglio che abbiate delle noie” rispose il ragazzo.

Daniele finì la sua bibita con calma, prima di riprendere a illustrare il suo piano. “Eliseu, hai detto che tuo cognato lavora all’ambasciata?”

Sì”.

Potresti contattarlo per farvi venire a prendere con una loro macchina? Chiedi anche ospitalità per diversi giorni” disse Daniele.

Non capisco i motivi” affermò decisa Eliseu.

Non capisci?” esclamò Daniele sorpreso. “Clara può diventare un oggetto di scambio interessante per Juan, che è l’unico ad associarvi a Natalina”.

Il gelo scese nella stanza. Le parole di Daniele avevano convinto tutti che la soluzione proposta fosse la migliore.

Eliseu prese il cellulare e chiamò l’ambasciata. “Tra mezz’ora saranno qui a prenderci” fece, riponendo il telefono nella borsa. “Sei stato convincente”.

Al cessato pericolo ti chiamo” disse Daniele, mentre annotava il numero nella sua rubrica.

Adesso c’era da sistemare Sara. “Tu” e con gli occhi si rivolse a lei, “dovresti trascinarti dietro uno dell’altro gruppo. Sotto casa c’è una Smart gialla. Piuttosto vistosa. Facilmente riconoscibile”. Daniele fece una bella risata alla sua battuta. “L’ho noleggiata a Fiumicino ieri mattina. Tu dovresti riconsegnarla e pagare il noleggio…”.

Ma…” lo interruppe Sara.

Niente ma. Ti dò carta di credito e documenti” e le spiegò cosa doveva fare e dove andare.

Una volta all’aeroporto resta lì. Sempre in posti ben frequentati. Evita toilette e corridoi poco illuminati…” le illustrò Daniele.

Ma se mi scappa…”.

Ti fermi alla prima farmacia. Compra un pacco di pannoloni e te ne metti uno” affermò deciso Daniele.

Sara divenne paonazza per la rabbia, mentre gli altri ridevano. “E se me ne vado a casa invece?” ribatté incollerita.

Daniele si grattò la guancia. “Non penso sia una saggia idea. Ho il presentimento che stanotte il gruppo di Natalia vorrà forzare la mano. Sanno che li ho individuati. Quindi passeranno all’azione”.

Il silenzio calò nella stanza. Gli sguardi si incrociarono timorosi. La situazione pareva seria. Molto di più di quanto si prospettava a prima vista

Sara, non so se sei nel loro mirino ma certi sgarbi devono essere ricambiati. Comunque credo che, se sono qui, è perché ti hanno seguita e ti tengono sotto controllo. E sai bene il perché”. Daniele espose il suo pensiero con chiara brutalità.

Sara annuì. Non ci teneva a fare l’eroina. Prese chiavi, documenti e carta e si avviò per uscire. Nel frattempo squillò il telefono di Eliseu per avvertirla che l’auto le attendeva in strada.

Daniele si alzò per accompagnarle alla porta. Baciò sulla guancia Eliseu e strinse Clara al petto. “Siate prudenti. Rimanete chiuse nell’ambasciata. Conto di rivedervi presto”. Le trattenne per consentire a Sara di uscire per prima in relativa sicurezza. Non dovevano associarla a loro.

Rimasti soli, Daniele illustrò a Natalina il piano che aveva pensato.

La ragazza sgranò gli occhi e poi scoppiò a ridere.

[continua]

Daniele – parte ventesima

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la prima rosa – foto personale

Nessuno mostrò sorpresa a quella rivelazione, perché gli unici, che in teoria dovevano ignorarlo, l’avevano ampiamente intuito.

Daniele si avvicinò a Clara per stringerla. “Ciao, piccola”. La ragazza ricambiò la stretta. “Ciao, papà”. Poi ognuno riprese il proprio posto senza aggiungere nulla alla rivelazione di Sara.

Dunque sesso e droga” disse Daniele, roteando lo sguardo sulle tre donne. “Dico bene, Sara?”

Sara annuì col capo. Non poteva negare. Ricordava bene quel giro. Droga contro soldi. Natalia, l’insospettabile universitaria, era una pusher che poteva sfuggire ai controlli. Il coperchio era stato sollevato, tanto valeva spiegare.

Io mi sono tenuta al largo da questo traffico, redditizio per tutti. Natalia tentò più volte di coinvolgermi ma preferì non partecipare” spiegò Sara con gli occhi bassi.

Però oltre a questo c’era anche sesso” incalzò Daniele, deciso a ottenere una confessione completa. Gli dispiaceva per Clara ma gli sembrava una ragazza più matura dei suoi quattordici o quindici anni. L’età esatta non la conosco ma facendo una bozza di conti deve essere quella, pensò Daniele, e di certo capirà di cosa stiamo parlando. “Sesso a pagamento” concluse dopo una breve pausa.

Sara annuì, travolta da tutte quelle rivelazioni. Si vergognava di quel passato, che aveva sperato di cancellare o ridurlo all’oblio ma la scomparsa di Natalia lo aveva portato a galla.

Daniele notò che Natalina aveva il viso serio e sofferente. Anche se ne avevano già parlato in privato, apriva una ferita nel suo animo. Era difficile ammettere che una sorella avesse venduto il proprio corpo in cambio di soldi.

La vostra fuga da Venezia è dovuta a uno sgarbo al boss che vi teneva in pugno” affermò Daniele. “L’avete denunciato alla polizia in modo anonimo per tenervi i soldi dell’ultima fornitura”.

Daniele usò ancora l’arma di affermare il falso per far affiorare la verità.

Sì” ammise Sara. “Natalia spedì le prove che incastravano Carlo. Io dovetti fuggire a Berlino. Lei trovò riparo a Roma”.

Daniele ebbe un lampo. Adesso aveva tutto chiaro. Sapeva dove si nascondeva Natalia ma c’erano degli ostacoli. ‘Li aggiro oppure li affronto di brutto?’ pensò senza trovare una risposta risolutiva. Accantonò la scelta a più tardi.

Eliseu” disse Daniele per attirare la sua attenzione. “Quel Juan era ancora sotto casa, quando siete arrivate?”

La donna sembrò pensarci. “Forse sì. Mi pare d’averlo intravvisto”.

Daniele si strofinò con la mano la guancia. La barba non tagliata gli dava fastidio. Una sensazione di prurito. Però non era il viso non rasato a preoccuparlo ma quel Juan che stazionava nella strada. Doveva escogitare un mezzo per metterlo fuori combattimento. ‘Come?’ pensò.

Il fatto che avesse seguito Natalina non significava nulla. Non era la prova che l’avesse scambiata per la sorella, rifletté Daniele, ma poteva essere interpretato in altro modo.

Hai detto di aver conosciuto un Juan a Venezia. Dico bene, Sara?” domandò Daniele dopo la breve riflessione.

La ragazza ebbe un sobbalzo. Ancora un fantasma del passato. Chi ne ha parlato? Si chiese accigliata. Già il giorno precedente Daniele aveva estratto quel nome. ‘Oggi è più diretto’ si disse. Poi associò la domanda a Eliseu, apparentemente slegata alla sua. Quel nome è molto comune nelle comunità portoghesi e questo poteva depistare. Aveva compreso dove puntava Daniele. Voleva capire se quel Juan fermo sotto casa è anche quello conosciuto a Venezia. Cercava un tassello che unisse quegli anni turbolenti veneziani alla scomparsa di Natalia.

Se cerchi una connessione tra la persona che monta la guardia a casa tua e quella conosciuta a Venezia” disse Sara rinfrancata, “sei fuori strada. Il nome è lo stesso ma le persone sono diverse”.

Eliseu sorrise. Anche lei aveva compreso il senso della domanda. “Quel Juan, che a Venezia si faceva chiamare da Natalia in modo esotico John, è mio cognato. Ha sposato Ana ed è il patrigno di Clara”.

Daniele abbozzò un sorriso amaro. Una stampella della sua intuizione era crollata miseramente. Eppure il suo sesto senso era all’erta. Gli suggeriva che quel personaggio che aveva fatto il viaggio da New York a Roma via Milano aveva uno scopo preciso: cercare Natalia, seguendo la sorella. Ma chi è veramente Juan? Si chiese Daniele. Poi si domandò se invece non stesse inseguendo un fantasma che rischiava di depistarlo.

Tutto era immobile nella stanza. L’aria, le persone, gli oggetti. Sembrava che si aspettasse un qualcosa per stimolare la conversazione ma tardava ad arrivare.

Clara era stata sempre in silenzio, attenta ad ascoltare i discorsi dei grandi. Molto di quello di cui parlavano per lei erano frasi oscure, senza senso. Però la sua ammirazione per Daniele cresceva, se lo coccolava con gli occhi. Aveva un modo di fare, di parlare che le piaceva. Mai un tono di qualche ottava sopra il loro. Mai uno scatto di nervosismo. Sempre razionale nell’esposizione dei fatti.

Daniele ruppe quell’atmosfera silente con una domanda, rivolta alla tre donne.

Chi è quel Juan che monta la guardia alla mia porta?”

Natalina scosse il capo. Per lei era un perfetto sconosciuto. Lo disse apertamente. “L’ho appena intravvisto insieme a Eliseu durante volo notturno. Quel viso non mi ricorda nessuna persona nota. Neppure incrociata durante i miei spostamenti a Bahia”. Natalina continuò a frugare nella mente con la speranza di attribuire a quel volto un significato. “No. Un volto proprio ignoto” concluse.

Eliseu non ritenne opportuno aggiungere altro. Aveva già spiegato come l’aveva conosciuto. Dopo la fiammata iniziale la conversazione era morta, perché lei si era infilate le cuffie per ascoltare della musica.

Decisamente enigmatica questa figura” ammise Daniele. “Non riesco a classificarla. Eppure ha trovato ad attenderlo un compare, che a spanne parlava portoghese come lui”.

Daniele si immerse in una riflessione. Gli venne un sospetto che doveva fugare. Aveva intuito il nascondiglio di Natalia. Non aveva prestato la dovuta attenzione alle parole della sorella ma adesso erano affiorate nella mente. In modo inconsapevole gli aveva permesso di comprendere il rifugio. Però era Juan con il suo compare al centro della sua attenzione. Doveva fare in modo che non lo seguisse, quando si sarebbe mosso alla ricerca di Natalia.

Natalina” fece Daniele per attirare la sua attenzione. “Tre mesi fa ci siamo sentiti per telefono, dico bene?”

La ragazza annuì col capo, anche se non comprendeva il senso di quelle parole. È vero che mi ha raggiunta a New York ma ritengo irrilevante la domanda, pensò, aggrottando la fronte.

Come è andata la raccolta di fondi per i meninos de rua?” domandò Daniele, suscitando la sorpresa di tutti. Non si aspettavano questo cambio di argomento, tanto lontano dalle questioni trattate in precedenza.

Natalina sgranò gli occhi. ‘Che c’entra quella raccolta con Natalia?’ pensò la ragazza, sbalordita da quella uscita di Daniele.

Abbastanza bene” rispose Natalina. “Non tutta la cifra ma un buon tre quarti è stato raccolto”.

Daniele si abbandonò a occhi chiusi sulla sedia, appoggiandosi allo schienale. Sembrava meditare la prossima domanda. “Qualcuno ha promesso e poi ha disatteso?” fece Daniele, azzardando un’intuizione.

Natalina fu colta in contropiede da questa affermazione. Di questo non ne aveva parlato con lui. Anzi erano pochi a conoscenza del fatto. ‘Che abbia capacità di leggere il pensiero?’ si chiese la ragazza, sgranando gli occhi.

In effetti la parte mancante…” e poi si fermò. Adesso comprendeva il nesso tra Juan e la domanda di Daniele. Chi aveva fatto mancare l’ultimo quarto era stato un gruppo portoghese. Juan, caso strano, è portoghese, si disse, cogliendo l’associazione tra le due cose.

La Medeos aveva promesso centomila dollari. Sembravano entusiasti. Hanno notevoli interessi in Sud America e negli States. Sarebbe stata una bella pubblicità. Ma al momento del closing hanno rinunciato. Sembravano intimoriti” spiegò Natalina.

Daniele sorrise soddisfatto. “Ma la cifra mancante…” iniziò a chiedere.

È mia intenzione tornare a New York alla ricerca di altri sponsor. Quei centomila dollari servono e sono urgenti” chiuse l’argomento Natalina.

Sara ed Eliseu si guardarono, non avendo capito il senso di quel dialogo.

In conclusione i due compari sono per te e ti vogliono intimidire” disse Daniele col sorriso sulle labbra.

Credo proprio di sì” ribadì Natalina.

Adesso questo tassello è andato a incastrarsi nel posto giusto, pensò Daniele, ma il problema rimane: come sfuggire alla loro attenzione. Non poteva spiegare la sua idea, perché oltre a Juan e il suo compare di certo c’erano i boss della droga sulle loro tracce. Non poteva coinvolgerle in questa operazione piena di rischi, né tanto meno mettere a repentaglio la loro sicurezza. Adesso c’era anche Clara da proteggere. Nessuna idea.

Daniele si strinse nelle braccia, sperando di trovare l’ispirazione vincente. L’orologio appeso al muro segnava le diciotto passate. Fuori c’era ormai buio da tempo. Lui le osservò, pensando a cosa fare. L’ideale sarebbe tenerle tutte nell’appartamento ma non era praticabile.

La lampadina si accese all’improvviso. Sapeva cosa fare nelle prossime ore.

[continua]

Daniele – parte diciannovesima

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primule in giardino – foto personale

Daniele aggrottò accigliato la fronte. Poi distese i lineamenti e alla fine comparve un leggero sorriso sulle labbra. “Sali” disse, azionando l’apertura della porta. Si mise di lato rispetto al battente semi aperto.

Natalina aveva sobbalzato lievemente a quel trillo inaspettato. Osservò il viso di Daniele alla ricerca del nome di chi aveva suonato. Le bastò una frazione di secondo per capire chi fosse. Al malumore iniziale subentrò la sensazione che forse si sarebbe venuto a capo del mistero di sua sorella.

Eliseu rimase fredda e impassibile sul divano, come se fosse lì per caso. Del nuovo arrivato pareva non importarle nulla sia fosse uomo o donna.

Clara di sghimbescio si volse verso Daniele e incrociò il suo sguardo attraverso lo specchio di lato alla porta. Non abbassò gli occhi né si rimise composta sul divano. Continuò a fissare quello che di certo era suo padre biologico. Più l’osservava, più provava empatia verso di lui. Ana, che considerava la madre, anche se non lo era, aveva sempre sostenuto di ignorare chi fosse. Clara ammise che non le aveva raccontato bugie. Solo Sara ne conosceva l’identità. Quest’uomo le assomigliava tremendamente e poi il richiamo del sangue non poteva mentire. Adesso che era sola, avrebbe voluto vivere con lui. Con Sara, no. Con lei, no. Però non poteva decidere. Sarebbe stato Juan, il patrigno, a stabilire il suo futuro almeno per i prossimi quattro anni. Poi con la maggiore età avrebbe deciso in autonomia. ‘Se deve attendere quattro anni, saprà farlo?’ era quanto si chiedeva con un pizzico di ansia. Si rimise composta. Qualunque fosse la persona che stava salendo, per lei era un dettaglio trascurabile, di poco conto.

Daniele aveva notato lo sguardo insistente della ragazzina ma non voleva farsi suggestionare da pensieri che potrebbero essere falsi. Però la supposizione di Natalina, che Clara fosse la fantomatica figlia, poteva essere vera. Di una cosa aveva la certezza. Juan ed Eliseu non si conoscevano. Hanno fatto il viaggio insieme ma da perfetti sconosciuti, pensò Daniele. Come la falena insegue la luce, loro seguivano Natalina, che avevano scambiata per sua sorella. Quello che gli rimaneva ignoto, era il motivo del loro viaggio, iniziato all’aeroporto di New York, dove Natalina aveva dovuto fare scalo per raggiungere Milano. ‘Un incontro casuale oppure programmato da una regia esterna?’ pensò, Daniele, accogliendo Sara sulla porta. ‘Ecco un nuovo quesito da sciogliere’.

Ciao”. Un casto bacio di Daniele sulla guancia accolse Sara.

Lei si irrigidì, osservando il divano. Avrebbe voluto non essere qui ma ormai c’era. Non poteva fare dietro front e sparire.

Credo che Eliseu Mello e la nipote Clara le conoscerai già” fece Daniele, tenendola per un braccio.

La ragazza annuì brevemente e agitò la mano in segno di saluto. ‘Fetente’ si disse Sara, pensando a Daniele. ‘Poteva anche dirmelo che c’erano loro’. Doveva mascherare l’ansia interna. Era conscia che la conversazione avrebbe assunto toni sgradevoli per lei.

Ciao Eli” disse lei rivolta alla vecchia amica. “Ciao Li…” e il saluto rimase a metà.

Daniele sorrise. Ho la conferma che Clara è effettivamente mia figlia, pensò il ragazzo. La ragazzina ebbe un sussulto appena percettibile ma riprese la compostezza della postura. Più che sorpresa mostrò un senso di fastidio. ‘Sempre con quel nome’ sbuffò in silenzio.

Ciao Clara” fece Sara, che ricordava con quanta acrimonia la sera precedente la figlia avesse detto che il suo nome non era Lisa.

Le due donne le fecero posto sul divano, dove Sara si sistemò col busto rigido in mezzo a loro.

L’atmosfera era gelida. Tutti in silenzio o quasi. Daniele chiese a Sara cosa desiderasse. “Noi stiamo prendendo un tè” concluse. La ragazza annuì, accettando l’offerta. Daniele sparì in cucina a preparare un nuovo infusore col tè verde. Dal soggiorno arrivavano appena udibile i loro respiri. Mentre aspettava il bollore dell’acqua Daniele provò a raccogliere le idee. Grandi passi in avanti non c’erano stati. Solo un tassello era andato al posto giusto: Clara o Lisa, come si era abituato a chiamarla. Però era più personale che relativo alla scomparsa di Natalia. La presenza di Eliseu potrebbe servirgli per forzare la mano a Sara, che si era mostrata alquanto reticente.

Rientrato nella stanza, Daniele rimase deluso. Tutti in silenzio, come se aspettassero che fosse lui a parlare. L’imbarazzo era concreto. Nessuno fiatava. Daniele stava per porre una domanda, quando fu preceduto da Natalina.

Quando al JFK di New York sono salita sul volo Air France, ho ascoltato una conversazione in portoghese tra te e un uomo. Sono rimasta stupita. Come mai ti trovi in Italia?”

Un breve sospiro. Uno schiarirsi della voce. “Una settimana fa mio cognato, Juan Pinto, mi ha svegliato nel cuore della notte con una terribile notizia. Ana, mia sorella, era deceduta. Era ammalata e l’avevo sentita qualche giorno prima. Non immaginavo un crollo così repentino. Non sono riuscita a darle l’estremo saluto”.

La sua voce si incrinò per la commozione e gli occhi divennero lucidi. Natalina si alzò per abbracciarla. “Sono addolorata. Non volevo rinvangare questo dolore” disse Natalina dispiaciuta.

Ripresa la compostezza, Eliseu spiegò come avesse fatto il viaggio con questo sconosciuto. L’aveva sentita parlare in portoghese con la compagna Marcia, che l’aveva accompagnata da San Diego dove vivevano.

Daniele sorrise. Aveva intuito anche questo. Tuttavia ascoltò quanto aveva da dire Eliseu senza intervenire.

Quest’uomo disse di essere brasiliano. Ma so riconoscere un portoghese da un brasiliano nella parlata. Secondo me era originario della zona nord del Portogallo. Braganza o da quelle parti”.

Natalina annuì. Non poteva essere brasiliano. Lì si usano altri termini e la cadenza era differente. Ricordava con chiarezza la sua voce.

È stato strano che ti abbia scambiata per tua sorella. Sono una buona fisionomista” disse Eliseu, volgendo lo sguardo verso Natalina. “Ti ho solo intravvista. Il taglio degli occhi e la voce erano identici a quelli di Natalia”.

Natalina sorrise, ammettendo che questi due particolari avrebbero tratto in inganno chiunque. In particolare la voce.

Poi a Roma, dove Clara mi attendeva, ho scoperto che anche tu avevi fatto il viaggio da Milano. Una coincidenza strana. Credevo di aver rivisto casualmente una vecchia amica, che sembrava non avermi riconosciuta. Così vi ho seguito fino a qui” concluse il suo racconto Eliseu.

Potevi fermarmi” convenne Natalina.

Eliseu parve riflettere prima di rispondere. “Quell’uomo, Juan, così ha affermato di chiamarsi, non mi mollava e mi aveva seguito nel volo verso Roma. Non intendevo dargli modo di infastidire anche te”.

Daniele era soddisfatto. La sua intuizione si era rivelata giusta e a quel punto ruppe gli indugi e affrontò il problema degli avvenimenti veneziani.

Eliseu, ci trovi qui, perché abbiamo una questione urgente da risolvere. Natalia è scomparsa e temiamo il peggio” esordì Daniele, modulando la voce di un’ottava in meno rispetto al solito.

Eliseu parve scrollarsi da dosso l’apatia che aveva mostrato fino a quel momento. Stupore misto a dubbi si stamparono sul suo viso. Non capisco, perché ne accenna con noi, pensò, aggrottando la fronte.

Sara ebbe un sussulto di sorpresa. Non comprendeva dove voleva parare Daniele. Ne avevano discusso il giorno precedente senza arrivare a nulla. Riprendere gli stessi discorsi non avrebbe consentito di giungere a conclusioni differenti.

Le uniche che sorrisero furono Natalina e Clara per ragioni opposte. La prima, perché finalmente avrebbero costretta Sara a dire la verità. La seconda, perché forse sarebbe uscita la notizia che il padre aveva un nome.

Perché pensi che possa aiutarti a trovare Natalia?” domandò Eliseu accigliata. “Sono almeno dieci anni che non la vedo o la sento. Forse Sara è più utile di me”.

Daniele fece un cenno di diniego col capo. “Sara mi ha detto” fece una breve pausa per calcare il tono sul concetto che voleva esprimere, “che tu e Natalia eravate molto intime”.

Daniele aveva affermato una falsità sapendo che corrispondeva al vero. Sara divenne paonazza e stava per ribattere che lei non aveva mai detto nulla di simile, quando Eliseu rispose con tono pacato.

Sì, hai ragione. Abbiamo avuto una relazione molto stretta” fece, senza provare il minimo senso di imbarazzo. A lei erano sempre piaciute le donne e non l’aveva mai nascosto. “Però dopo un anno il sodalizio si sfasciò. Gli atteggiamenti di Natalia non mi piacevano e voleva coinvolgermi nelle sue tresche amorose e non solo quelle”.

Per Natalina ebbe l’effetto della deflagrazione di una bomba. Per Sara una spiacevole verità, che aveva tenuto nascosta. Non ne aveva mai parlato con nessuno di questo. A Clara la rivelazione non era tale. Sapeva da tempo che zia Eliseu aveva tendenze sessuali opposte alle sue. Lei non le condivideva ma le capiva.

L’imbarazzo durò qualche secondo, perché Daniele riprese a fare domande. “Puoi aggiungere qualche dettaglio, Eliseu?” E attese che parlasse.

Una piccola pausa. Un sospiro. Poi spiegò. “Natalia qualche mese dopo il suo arrivo a Venezia cominciò a frequentare delle persone che non mi piacevano. Uomini anziani o comunque più vecchi di noi. Se fosse stato solo sesso, mi sarebbe dispiaciuto ma tutto sommato era suo diritto vivere come meglio credeva. Ma la droga no. All’inizio mi coinvolse o almeno ci provò. Ma poi gli dissi chiaramente che non ne volevo sapere dei suoi traffici. L’avevo vista fornire bustine. Coca da sniffare. In cambio riceveva buste gonfie. Immagino che contenessero banconote”.

Il silenzio calò sulla stanza. Daniele non si rallegrò di avere intuito anche questo. Qualcosa gli diceva che presto sarebbe arrivato alla soluzione.

Poi i nostri rapporti si sono raffreddati. Natalia e Sara si sono trasferite di casa, in un campiello non molto distante da dove eravamo. Noi siamo rimaste all’ostello. Anzi sono rimasta da sola, perché Ana è tornata a Coimbra con Clara”.

Sara avvertì lo sguardo pungente di Eliseu e Clara. Però prima che loro rivelassero la verità, le anticipò.

Clara è mia figlia” disse senza imbarazzo. “Un medico compiacente ha certificato che la madre era Ana. È nostra figlia, Daniele”.

Adesso il silenzio faceva davvero paura, tanto era assordante.

[continua]

Daniele – parte diciottesima

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foto personale

Daniele appuntò su un foglio i suoi dubbi e le parole di Natalina. Era inutile proseguire sul filone di John o Juan. Non avrebbe cavato un ragno dal buco.

Stava per iniziare a esaminare i motivi della fuga precipitosa da Venezia di Natalia, quando lo stacco musicale lo informò che era in arrivo una telefonata. Guardò il display e rimase sorpreso. Non tanto chi stava chiamando ma perché chiamava. Sul volto di Daniele aleggiava lo stupore. Lo sguardo di Natalina si posò su di lui. Non capiva esattamente la situazione. Forse è Nati che chiama? Ma no, pensò, avrebbe esclamato qualcosa.

…”.

Ciao” disse Daniele.

…”.

No. Non sono solo” fece il ragazzo, sistemandosi meglio.

Forse è Sara, pensò Natalina delusa, ma non comprendo il motivo del suo viso sorpreso.

…”.

Mi spiace. Ma è no. Lei resta qui”.

…”.

Vedi tu”.

…”.

No. Non vengo a prenderti. Ciao” concluse Daniele, riponendo il telefono sul tavolino basso.

Natalina sta per chiedere spiegazioni, quando il campanello dell’ingresso trillò. Una lunga sonata, come se avesse fretta di essere aperto. Lo sguardo interrogativo di Natalina si posarono sugli occhi sorpresi di Daniele.

Non può essere Sara’ si interrogò Daniele. ‘Troppo poco tempo è intercorso tra la telefonata e il suono del campanello. Solo se fosse stata sotto, all’ingresso, avrebbe potuto essere già qui. Mi ha chiesto di andarla a prendere a casa. Quindi…’. Si alzò, mentre udì un nuovo squillo perentorio. “Vengo, vengo” disse il ragazzo con uno sbuffo di impazienza.

Sullo schermo del citofono vide un volto di donna, che non conosceva. I capelli scuri volavano per il vento.

Sì?” fece Daniele, sollevando la cornetta.

L’ingegner Daniele Proietti?” domando la voce femminile.

Sì” disse meccanicamente. Come a dire ‘se hai suonato questo campanello, chi vuoi che sia’.

Posso salire, se non disturbo?” proseguì con accento non perfettamente italiano.

Terzo piano. Scala B” la informò Daniele, mentre azionava l’apertura elettrica della porta.

L’ingresso era semi socchiuso. Daniele aspettava il rumore della porta dell’ascensore che si apriva. Natalina lo osservava incuriosita. Non riusciva a immaginare chi potesse essere. Daniele era stato laconico. Spiccio nella telefonata e parco al citofono. Doveva attendere per togliersi la curiosità.

Una figura femminile accompagnata da una ragazzina si presentò nel vano della porta, che Daniele teneva aperto. La donna appariva giovane. Poteva avere all’incirca la loro età.

Lei allungò la mano. “Eliseu Mello”.

Si accomodi” disse Daniele, stringendo con vigore la mano protesa. “Daniele Proietti”. Si mise di lato per fare entrare le due ospiti.

Natalina si levò dal divano per osservarle. Due perfette sconosciute, pensò.

Mi chiami Eliseu e può darmi del tu” soggiunge, facendo un passo verso il soggiorno.

Chiusa la porta alle sue spalle, Daniele osservò quel viso infantile. Aveva un aspetto familiare ma si concentrò sulla donna.

Lei…” lui indicò col viso Natalina, “è…”.

Non terminò la frase, perché Eliseu lo precedette.

Ciao, Natalia. Non ti ricordi di me?”

Sul viso di Daniele comparve un accenno di sorriso che sparì quasi subito. ‘Dunque avevo ragione. Seguiva Natalina convinta che fosse sua sorella’ si disse.

Lo sguardo di Natalina trasmetteva stupore e sorpresa.

Mi dispiace deluderti, Eliseu” cominciò con tono compassato Daniele. “Lei è Natalina, la sorella di Natalia”.

Adesso la sorpresa si trasferì sul volto di Eliseu. Emise un “Oh!” di stupore misto al rammarico della pessima figura. Eppure non aveva avuto dubbi quando l’aveva vista. Sembrava proprio quella ragazza conosciuta quindici anni prima. Forse esaminandola con più attenzione, qualche particolare avrebbe dovuto metterla in guardia. La statura più bassa, il seno meno pronunciato. Dettagli quasi marginali.

Daniele avvertì uno sguardo, si sentì osservato e valutato. Si volse verso quella ragazzina che non assomigliava per nulla a quella che aveva chiamato zia. Eliseu aveva il colorito della pelle che tendeva all’olivastro, lei era di un incarnato bianco che la rendeva splendente. Però c’era un qualcosa di familiare in quel viso, qualcosa che gli ricordava qualcuno. ‘Chi?’ pensò, mentre girava lo sguardo verso di lei.

Scusatemi. Presa dalla foga di salutare una vecchia conoscenza, ho dimenticato di presentarvi Clara. Clara Mello, la ragazza della mia povera sorella, Ana” e col capo la invitò a fare un passo avanti.

Ciao, Clara” disse Daniele, accarezzandole una guancia.

Ciao” la salutò Natalina, stringendole le mani con calore.

Clara divenne rossa a quel contatto. Aveva provato un brivido. Quell’uomo, alto, affabile le piaceva. Se fosse stato suo padre ne sarebbe stata fiera. Juan, il marito di sua madre, era una brava persona ma troppo fredda per lei. Tra loro non era mai scattata empatia. Per questo motivo Ana aveva preferito rimanere a Vicenza, quando Juan si era trasferito a Roma nell’ambasciata. Da una settimana viveva con lui ma sperava di partire con la zia Eliseu per l’America.

Sedetevi” le invitò Daniele, indicando il divano. Raccolse i fogli dal tavolino, ponendoli in un cassetto di un piccolo scrittoio.

Prendete qualcosa? Un caffè? Un tè? Una cioccolata calda?” chiese loro, muovendo con rapidità gli occhi sulle due donne.

Natalina stava accanto a Daniele, leggermente smarrita per questa improvvisa irruzione dal passato lontano di Venezia. Poi si soffermò su Clara. Pare la versione di Daniele al femminile, pensò, osservandone il viso. Lo sguardo in rapida successione passò dagli occhi di Clara a quelli di Daniele. Ebbe un sussulto. ‘Sono identici!’ rifletté. ‘Come è possibile?’ C’era anche un altro dettaglio del tutto uguale. Una fossetta sul mento. Ricordava di averla notata proprio stamattina, mentre facevano all’amore.

Per me un tè” disse Eliseu, che aveva notato come Natalina mettesse a confronto Clara e Daniele. Sorrise. Mia sorella non aveva mentito nel raccontarmi che il padre biologico era Daniele, pensò compiaciuta. Era stata Sara a rivelarlo ad Ana in un momento di intimità. Solo un nome e una fotografia alquanto sbiadita.

Poi si rivolse alla ragazza. “Tu cosa prendi?”

Una cioccolata calda” disse Clara, senza staccare gli occhi da quella coppia. ‘Se Daniele è mio padre, sarei felice di vivere con lui e Natalina’. Avvertì che le guance imporporavano. Non aveva dubbi adesso. Gli assomigliava in modo tremendo.

Daniele si avviò in cucina, seguito da Natalina.

Hai visto?” gli sussurrò in un orecchio.

Cosa?” rispose col labiale Daniele.

Natalina lo guardò sorpresa. Lui sempre attento, pronto a cogliere anche il più minuscolo dei dettagli, non aveva associato Clara a Lisa. “Lisa” borbottò, mentre preparava la cioccolata calda.

Il contenitore del tè rimase a mezz’aria, mentre il cucchiaino gli cade dalla mano. Daniele era impietrito. L’evidenza dei fatti era sotto il suo naso e non aveva saputo coglierla. Ecco cos’era quell’aria familiare che aveva trovato in Clara. Era sua figlia, quella che lui conosceva come Lisa. Natalina aveva visto quello che lui aveva solo avvertito in modo indistinto.

Natalina ridacchiò, mentre raccoglieva il cucchiaino da terra. “Faccio io” gli disse, mentre finiva di riempire l’infusore col tè verde. “Controlla la cioccolata che sia al punto giusto”.

Su un vassoio stava una tazza grande per il cioccolato e un piattino coi biscotti danesi. Su un altro le tre tazze da tè con i biscotti secchi, la zuccheriera, un bricco di latte freddo.

Questo” fece Natalina, indicando il vassoio di Fulgenzi con l’uomo, “lo porti tu a Clara”. E aggiunsi sottovoce. “Vedrai che faccia felice farà”.

Io porto quello con il tè” concluse, strizzando un occhio.

Clara si mangiava con gli occhi Daniele. Avrebbe voluto abbracciarlo, sentire il suo calore, vedere i cartoni preferiti con lui, parlare e prendergli la mano. Erano anni che sognava tutto questo ma non si era ancora realizzato. Essere stata servita da lui come se fosse la sua piccola principessa l’aveva mandata in orbita. Il suo sguardo diverso, insistente le aveva fatto comprendere che anche lui aveva realizzato che lei era sua figlia.

Daniele assorto a contemplare Clara, non ascoltava quello che Natalina ed Eliseu si dicevano ma in particolare aveva dimenticato che Sara stava arrivando.

Il trillo imperioso del campanello gelò l’atmosfera. Se erano dimenticati di Sara. Quello squillo li riportò alla realtà.

Sullo schermo illuminato del citofono c’era il viso di Sara.

[continua]

Daniele – parte diciassettesima

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foto personale

Il cielo era terso, luminoso come può essere a Roma in gennaio, quando la tramontana spazza via nuvole e inquinanti. La vista poteva spaziare lontana, mentre i gabbiani intrecciavano i loro voli. La cima del pino ondeggiava sotto il vento impetuoso. Nessun rumore penetrava nella stanza, solo lo sguardo assorto di Sara fissava un punto lontano dal suo bilocale all’ultimo piano.

A volte ritornano” disse, “e fanno male”.

Tornò a fissare l’orizzonte come se questo potesse suggerirle le risposte, che invece doveva trovare dentro di sé. Riavvolse il filo dei ricordi. Di quanti anni? Di molti, almeno quindici. Non pochi. Quasi metà della sua vita. Eppure aveva solo trentacinque anni. Un’età che consente di guardare indietro col filtro della maturità e osservare il futuro con il senso della consapevolezza di avere una vita davanti da sé.

La visita della sera precedente era stata uno choc. Un colpo tremendo. Prima Daniele, mentre l’accompagnava a casa, aveva fatto un accenno a Juan. ‘Di certo non è lui’ aveva pensato, mentre i fari illuminavano fugacemente il viso di una persona. Quel ragazzo muscoloso e aitante, che aveva conosciuto a Venezia non poteva rimanere uguale dopo quindici anni. Il tempo corre, si disse, e noi non rimaniamo uguali.

Nello specchio dell’ingresso tutti i giorni vedeva che i segni si facevano più marcati. Le zampe di gallina attorno agli occhi. I segni delle rughe sulla fronte. I capelli meno folti. Erano tutti segnali esteriori che giorno dopo giorno invecchiava. Quindi nemmeno Juan poteva restare identico a quando l’aveva conosciuto a Venezia. Un colpo di fulmine l’aveva travolta. Una passione ardente ma effimera. Poi dopo la nascita di Lisa l’aveva allontanato, cancellandolo dalla sua mente. Lui aveva sempre creduto che la figlia fosse sua. ‘Povero sciocco!’ si disse con un sorriso stanco. ‘Sei arrivato secondo!’

Imperioso tornò il ricordo di ieri sera. “A volte ritornano e fanno male” ripeté stancamente.

Era da pochi minuti in casa, quando qualcuno suonò chiedendo di salire. Non poteva non impedirlo. Rammentava bene che quelle persone stazionavano vicino al portone d’ingresso del suo palazzone. Un blocco grigio di sei piani nella periferia di Roma. Non ho potuto. L’ho riconosciuta. Ho capito subito chi era. Il sangue non mente. Le ho fatte entrare, perché conoscevo il motivo di quella visita. Sapevo che prima o poi a volte ritornano. E questo era avvenuto.

Sara si strinse con le braccia le gambe e tornò a guardare fuori. Il sole era alto nel cielo, come può esserlo in gennaio. Un colloquio penoso. Ricordava ogni singola parola.

Ciao” disse entrando.

Ciao” rispose Sara con accento irritato.

L’ingresso dava direttamente sul soggiorno. Un tavolo rotondo, due poltrone in un angolo. Un mobile basso appoggiato alla parete. Era il colpo d’occhio che presentava, accedendo all’appartamento di Sara.

Si accomodarono sulle due poltrone in silenzio, mentre lei prendeva una sedia. C’era imbarazzo e si avvertiva in pieno. Sara le osservò ma non disse niente. Aspettava che parlassero. Anzi che parlasse. L’altra era troppo giovane per dire qualcosa.

Come sta tua sorella?” fece Sara per mettere fine a quell’atmosfera surreale.

La donna strinse le labbra e gli occhi si inumidirono.

È morta” rispose seccamente.

Sara aprì e chiuse la bocca. Non si aspettava questa risposta. “Ana è morta?”

Sì” confermò Eliseu con la testa.

Sara spostò lo sguardo sulla ragazzina. Un groppo le tolse il fiato. Gli occhi annaspavano alla ricerca di un punto fermo. La notizia era un vero choc. Immaginava tutto ma non che fosse morta.

Se anni prima aveva dei dubbi, adesso erano fugati. ‘Il seme non può essere che uno’ pensò, riacquistando un minimo di lucidità. Quella fossetta sul mento, quegli occhi color nocciola e il loro taglio era un imprinting inequivocabile. Il viso franco dal colorito bianco non poteva che essere quello di suo padre. Si commosse. Un flash. Ricordava una neonata con pochi peli biondicci sulla testa dalla corporatura minuta ma dalla voce gagliarda. Poi il buio. ‘A volte ritornano e fanno male’ si ripeté, avvertendo una lacrima bagnarle il viso.

Questa è Clara” disse Eliseu, vedendo il suo sguardo smarrito e commosso.

Clara?” replicò Sara sorpresa. Per lei era Lisa e non Clara.

Eliseu accennò a un sorriso, osservando il suo stupore nel sentire questo nome. Ana, sua sorella, aveva insistito nella registrazione all’anagrafe con questo nome. Gli accordi era che dovesse chiamarsi Lisa ma sua sorella era stata irremovibile. ‘È mia figlia e il nome lo scelgo io’ aveva ribadito senza arretrare di un millimetro.

Clara” disse la donna, volgendosi verso la ragazzina. “Questa è la tua vera madre. Ana lo è stata finché ha vissuto e ti ha voluto tanto bene. Ma ora devi conoscere quella naturale”.

Zia” disse sotto voce Clara, “per me Ana sarà sempre mia madre e la ricorderò come tale”.

Sara avvertì una fitta nel costato. Sua figlia la stava rinnegando. ‘Non posso meritare nulla di più’ convenne, abbassando gli occhi. “L’ho ripudiata un’ora dopo la nascita. Non posso pretendere gratitudine’. Però c’era qualcosa che non tornava. Parlava un italiano perfetto con un lieve accento veneto. Questo la sorprese.

Ma dove sono vissute Ana e …”. Sara non riuscì a pronunciare Clara. Le mancò la voce.

Clara” suggerì Eliseu.

Sara annuì col capo.

In Italia. In particolare a Vicenza. È volata a Coimbra il tempo necessario per le registrazioni. Poi è tornata” spiegò Eliseu.

Sara non osò chiedere come fosse morta Ana ma Eliseu le lesse la domanda negli occhi.

Un tumore all’utero se l’è portata via in sei mesi. La settimana scorsa è stata sepolta a Vicenza. Io non ho potuto assistervi. Sono arrivata ieri da New York. Ho fatto il viaggio con Natalia ma lei ha finto di non conoscermi”.

Sara sobbalza. Con Natalia? Non è possibile, pensò. Poi ebbe un flash. Ha scambiato Natalina per sua sorella. Non rivelerò che ha preso un abbaglio.

Come mai a Roma e non a Vicenza?” chiede Sara perplessa.

Eliseu sorrise. Si aspettava la domanda.

Clara è a Roma col patrigno” spiegò la donna. “Ana si è sposata con Juan. Ricordi l’addetto al consolato di Venezia? Però da diversi anni è stato trasferito all’ambasciata di Roma. Ana e Clara sono rimaste a Vicenza”.

Dunque era chiarito anche che fine avesse fatto il suo Juan. Però a Sara tutte queste chiacchiere interessavano in modo relativo. Intuiva che lo scopo della visita era un altro.

Mi domando” fece Eliseu, “perché Natalia abbia finto di non conoscermi?”

Ritenne inutile perdere tempo su questo tema, preferì andare al sodo.

Immagino che l’obiettivo del nostro incontro sia un altro, oltre a quello doloroso della morte di Ana” disse Sara, puntando gli occhi su Eliseu.

La donna rise. Sara non era cambiata per nulla da quando l’aveva conosciuta. Sempre intuitiva e determinata. Puntava al concreto senza tanti giri di parole.

Hai ragione. Clara vorrebbe conoscere suo padre. Ana glielo aveva promesso ma la malattia ha vanificato tutto. Prima di lasciarci mi ha chiesto di farlo”.

Sara rifletté su questo punto. Poi decise. “Ecco il suo numero di telefono” e lo dettò a Eliseu.

Clara era rimasta sempre attenta ma in silenzio. Aveva ascoltato tutto senza battere ciglio. Composta ed educata non vedeva il momento per parlare finalmente con suo padre. Sara le rimaneva antipatica. Non era scattato nulla che la facesse desiderare di abbracciarla. Si alzò, facendo capire che la visita era terminata.

Sara tornò a scrutare l’esterno. Il ricordo dell’incontro della sera precedente le bruciava ancora. Sua figlia l’aveva trattata con freddezza e le aveva fatto intendere chiaramente che non avrebbe desiderato intrattenere rapporti con lei.

Chissà se Lisa ha chiamato suo padre?”

Stava per comporre il numero ma si fermò.

[Continua]