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Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – L’arco

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Questa volta è il turno di Etiliyle e le sue belle immagini.

Etiliyle-Luca Molinari Photo

Buona lettura

A Venusia il parco è davvero squallido. Due alberi spelacchiati, un prato ridotto a una risaia asciutta, un rigagnolo dal fondo secco.

Il borgomastro si vergognava quando ci passava davanti: ne andava del decoro di Venusia. Così una mattina di aprile decide che deve essere sistemato a puntino. Chiama Severino, il segretario tuttofare, che ne sa una più del diavolo.

«Il parco delle rimembranze fa schifo» esordisce Roberto B. col viso schifato.

«Cosa dovrei fare? Sistemarlo di persona?» risponde il segretario prendendo in contropiede il borgomastro.

Roberto B. lo guarda storto, perché non perde il vizio d’interromperlo mentre parla.

«Bisogna organizzare un contest d’idee su come sistemarlo» continua ignorando la domanda del segretario.

«Un contest… di cosa?» chiede Severino, spalancando la bocca per la sorpresa. Il borgomastro sta usando parole raffinate mai sentite prima. “Che razza di novità sono queste?” riflette spalancando gli occhi un po’ acquosi.

Roberto B. inspira aria nei polmoni, conta fino a dieci e poi l’espelle. “Devo dare una lezione di bon ton al ragazzo” pensa il borgomastro, prima di riprendere a parlare.

«Deve preparare un bando per i nostri concittadini su come vorrebbero vedere il parco…».

«Cosa mettiamo in palio?» interviene Severino, mentre il borgomastro sbuffa come il mantice nella fornace di Pietro, il fabbro ferraio di Venusia.

«Voglio un’idea creativa per abbellire il parco» conclude Roberto B. sospirando. «Si metta subito al lavoro, perché ha già poltrito abbastanza».

Con un gesto deciso della mano lo congeda ma il segretario indugia nella stanza del borgomastro. Non ha compreso bene cosa deve mettere in palio. “Un pallone gonfiato? Una pacca sulla spalla?” pensa, grattandosi la guancia un po’ ispida per la barba malfatta.

«È diventato sordo all’improvviso? Ora esca in fretta ed entro stasera voglio leggere il bando. Sciò!» dice Roberto B. visibilmente arrabbiato agitando la mano destra con energia.

Severino batte in ritirata, perché sa che il capo sta per esplodere se resta un microsecondo in più nella stanza.

Chiuso nel suo ufficio si scervella cosa mettere nel bando. Tutte le idee sono sparite e non sa come iniziare. Il cestino è pieno di pallottole di carta. Ha già consumato una risma di carta. Quando… lampadina! “Ecco cosa scrivere!” si dice felice e beato.

Contest delle idee. Chi avesse un’idea di come sistemare il parco delle rimembranze è pregato di telefonare a 389010403. Quello sono io. Non si vince nulla ma una in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.pacca sulla spalla non si nega a nessuno. Firmato il vostro amato Borgomastro.

Tutto feli in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.ce si presenta a Roberto B. mostrando con orgoglio il manifesto, che suscita un grugnito come risposta da parte del borgomastro.

«È questo sarebbe il bando delle idee?»

«Cosa non va? Chiedo come sistemare il parco. Non prometto nulla come fanno tanti politici. Insomma c’è tutto» replica il segretario.

Il borgomastro allarga le braccia che fa ricadere sui fianchi sconsolato prima di congedarlo.

Sei mesi più tardi il parco delle rimembranze è come in fotografia. Un arco con sopra un’aquila in marmo, poggiato su un gruppo di rocce da cui parte un ruscello con i pesciolini rossi e tanti alberi intorno.

Se Severino avesse dovuto aspettare le idee dei venusiani, starebbe ancora in attesa. Per fortuna Lorenzo è pieno d’idee e di libri sulla capitale Ludi e sa navigare in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Gaia Conventi – il mercatino

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Una nuova entrata Gaia Conventi che nel suo blog fatiquei propone le sue splendide immagini. Ecco il mercatino del vintage del fine settimana scorsa.

Buona lettura

Nella piazza della fontana senz’acqua tutti i lunedì si tiene a Venusia il mercatino delle pulci. Ogni abitante porta qui quello che scova negli scantinati, nelle soffitte e in fondo ai cassetti.

Qualcuno può opinare che dopo un po’ non ci sia nulla da scambiare ma si sbaglia e grossolanamente. Sembra che sia un pozzo senza fine. C’è sempre della mercanzia nuova, si fa per dire perché è vecchia e talvolta mal messa.

Ognuno di buon mattino, quasi subito dopo che l’unico gallo ha cantato al nuovo giorno, carica chi sul carretto, chi sulle spalle le cose che tra un lunedì e l’altro ha scovato in casa.

Arrivati sulla piazza vanno a cercare il loro rettangolo numerato. L’uno a Carola, il due a Sandra e così via. Ognuno ha il suo pezzetto codificato da un numerino che Sghego nella sera della domenica applica al selciato.

Si deve sapere che qualche anno prima non esisteva questo ingegnoso sistema. Chi primo arriva, bene alloggia. E non racconto i litighi che sorgevano.

«Questo posto è mio» diceva Elisa, indicando col dito un invisibile segnale di occupato. «Glielo ho messo stanotte prima che il gallo canti!»

Veronica scuoteva il capo, stringeva le labbra e socchiudeva gli occhi incattiviti. Non vedeva nessun segnale e poi era arrivata prima lei.

Sghego, che faceva oltre che l’oste anche il vigile, si metteva in mezzo alle due litiganti e proponeva la classica monetina.

«Se esce la fortezza, è di Carola. Se esce la fontana è di Veronica».

Dalla tasca destra estraeva l’immancabile monetina da cinque venusini e la lanciava in aria. La perdente mugugnava e andava a cercarsi un altro posto che era anche il più sfigato. La lite, che non interessava nessuno, le aveva fatto perdere tutti gli altri posti.

Così Severino, il segretario del borgomastro ha una grande idea.

«Mettiamo a sorteggio i posti» spiega al borgomastro, che non capisce il motivo del sorteggio ma non può dimostrarsi più ignorante del suo segretario.

Roberto B. annuisce come se avesse compreso tutto mentre in realtà non ha capito una minchia.

«Fatto il sorteggio che si fa?»

Severino sorride sotto i baffi, perché deve spiegare con poche parole la funzione del sorteggio.

«Ma signor borgomastro» esclama fingendo di scandalizzarsi. «Il vigile nella sera della domenica mette i patacchini per terra».

«E la gente che se ne fa dei patacchini?» insiste il borgomastro sempre più in confusione.

«Non litiga».

«Ma i venusiani si litigano per adesivo piazzato per terra?» afferma il borgomastro spalancando gli occhi leggermente acquosi.

Severino si mette una mano davanti alla bocca e si fa venire il singhiozzo per non ridere in faccia al borgomastro.

«Ma se Elisa ha il sessantanove, dico un numero a caso, lo cerca e sistema la sua roba nel rettangolo assegnato» spiega con pazienza il segretario che sta ancora tossendo per aver mandato indietro la risata.

«Ok. Proceda pure col sorteggio» dice il borgomastro per togliersi dalla situazione d’imbarazzo.

E così da quel giorno ognuno ha il suo numero e può arrivare anche dopo la colazione delle nove, perché nessuno glielo porta via.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il Tevere

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I nostri simpatici venusiani scoprono per merito di Etiliyle e della sua immagine il Tevere. Buona lettura

A Venusia le notizie arrivano poche e in ritardo. Il 29 giugno si celebra la festa del paese ma tre giorni dopo, il primo luglio, tutti i cittadini di Ludilandia erano invitati a Ludi. Tre giorni di festeggiamenti ospiti nei migliori alberghi della capitale.

L’invito per il borgomastro, il capomastro e quaranta muratori di Venusia è arrivato per il tramite di un fattorino ricoperto di polvere solo il trenta giugno ovvero la vigilia della grande festa. Nel palazzo comunale si sono agitati e non poco.

«Il capomastro?» domanda con gli occhi spalancati per la sorpresa il borgomastro. «Ma chi è?»

Il borgomastro si gratta la testa quasi calva, temendo di essere passato in seconda linea. “Se io sono il mastro del borgo, il capomastro è il mio capo” riflette, ripetendo più volte l’equazione ma il risultato non torna.

A forza di grattarsi furiosamente in testa si sono formate mille croste sanguinolente. Convoca il suo segretario, che ne sa una più del diavolo per capire chi sia questo capomastro. “Ma poi quaranta muratori… Ma dove li trovo?” si chiede tremando al pensiero di non essere più il capo indiscusso di Venusia.

Il segretario entra senza bussare, tanto chi comanda è lui.

«Mi ha chiamato, signor borgomastro?»

Sembra quasi una presa in giro, mentre il borgomastro agitato come il mare in burrasca non se ne accorge.

«Lei conosce bene gli ingranaggi del palazzo comunale, Chi é il capomastro? E come possiamo racimolare quaranta muratori?»

Il segretario ghigna pensando che il borgomastro è proprio un pataccone.

«Deve sapere, signor borgomastro, a Ludi sono tutti massoni. Il Capomastro è il capo della combriccola. I muratori sono gli adepti. Per un lapsus freudiano pensano che anche Venusia sia massone…» spiega il segretario con un sorriso da ebete sulla faccia.

«Mi scusi ma il massone dove lo trovo?» domanda ingenuamente il borgomastro. «Un masso si può recuperare ma un massone no!»

Il segretario si mette una mano sulla bocca per coprire la risata.

«È una loggia di fabbri e muratori» prova a spiegare paziente, suscitando lo scoramento del borgomastro.

Riflette come illustrargli che in realtà l’invito è per lui e quaranta cittadini di Venusia dove lui è il capomastro e gli altri sono i muratori.

«Signor Borgomastro, il messaggio è in codice, perché se intercettato da una potenza straniera…».

Il segretario si gira perché non può ridere in faccia al suo capo. Poi si ricompone e riprende la spiegazione.

«…Come le dicevo il messaggio è in codice a prova d’intercettazione. Il capomastro è lei, i quaranta muratori sono quaranta venusiani».

Il borgomastro fa fuoriuscire tutta l’aria dai polmoni per lo scampato pericolo ma adesso c’è il problema della scelta dei quaranta.

«Ma per quelli?»

«Mettiamo i nomi nell’urna poi chiamiamo Sghego per far estrarre chi partirà con lei per Ludi. Li carichiamo sul pullman che arriva domattina alle sette e si va a Ludi» spiega il segretario, che esce per organizzare la pesca miracolosa.

Alle sette il borgomastro, il segretario, Sghego e quaranta venusiani partono per Ludi. Arrivati alla periferia dopo tre ore di viaggio dai finestrini vedono un corso d’acqua ampio ma sporco che scorre placido tra due muraglioni ricoperti di erbacce.

«E quello cos’è?» domanda Ermete.

«Ma sei proprio ignorante» replica Berto. «Quello è lo scolo di Ludi».

Tutti ridono mentre sciamano felici per la capitale che tutto sommato appare più sporca e incasinata di Venusia.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – le rotoballe

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E’ tempo di trebbiatura e Etiliyle ha colto in momento in cui le stoppie diventano rotoballe.

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Nella zona orientale di Venusia ci sono i campi coltivati, dove si produce quanto serve per la piccola comunità. Le vigne producono il raboso, un vino forte e robusto come lo sono i venusiani. Qualche vigneto di bianco è a macchia di leopardo per una Albana dolce, come piace alle donne. Piccoli orti orlano le case situate ai margini di Venusia. Poi ci sono i campi di grano e di mais. Più grano che mais, perché quest’ultimo non ama la siccità e a Venusia c’è penuria di acqua.

Quando a giugno si trebbia il grano, rimangono le stoppie che vengono raccolte in rotoballe. Rimangono lì malinconiche e sole, finché qualcuno non arriva a portarle via. Dove non si sa. In effetti Ermete si è sempre chiesto dove finiscono. “Dovrebbe essere il foraggio delle bestie” riflette grattandosi il mento. “Ma di stalle a Venusia non ce ne sono”.

Qualcuno potrebbe chiedersi se sono tutti vegani a Venusia. In effetti vegani proprio no ma vegetariani quasi.

«Ma che differenza c’è tra un vegano e un vegetariano?» chiede Berto a Mario, che secondo lui è più istruito, perché ha frequentato la scuola media con risultati scarsi.

Mario assume un’aria assorta da grande intellettuale. Sembra il pensatore di Rodin. Con la mano destra che regge il capo e la sinistra poggiata sul ginocchio, seduto sulla sedia.

Ermete lo guarda con l’occhio distratto, mentre Berto a bocca aperta aspetta il responso.

«Entrambi non mangiano carne» afferma tutto compunto Mario, che in realtà non conosce la risposta.

«Se li chiamano con due nomi diversi qualcosa li differenzierà pure» incalza Berto scontento dell’informazione ricevuta.

Mario finge di non aver ascoltato la lamentela del compare di gioco. Con lentezza solleva il bicchiere mezzo vuoto di raboso per portarlo alle labbra.

«Certo che nessuno dei due mangia carne ma il formaggio lo assaggia solo il vegetariano» viene in aiuto Sghego che sulla porta ha ascoltato la conversazione.

Berto si gira verso l’ingresso perché non capisce il senso della rinuncia. Lui al formaggio di capra non vuole privarsi. Quello ben stagionato e dolce. Le capre brucano l’erba fresca e non prendono il fieno come quelle sciocche delle mucche. “Il segreto del formaggio sta tutto qui” pensa preparandosi alla sua battuta.

«Ma chi è quell’imbecille che non mangia il formaggio a prescindere?»

«Il vegano».

«Sempre pensato che fossero degli sciocchi. Basta pensare solo al nome» dice rinfrancato Berto e torna alla partita a briscola.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Tramonto dopo la tempesta

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Ancora una splendida immagine di Waldprok, che ho rubato per scrivere questo breve racconto.

 

Anche se l’estate è arrivata più o meno nel periodo canonico, a Venusia i cambiamenti climatici ci sono e si avvertono in pieno. Nessun venusiano può impedire temporali improvvisi e violenti e lunghi periodi di siccità anche tenendo comportamenti virtuosi. Ci pensano gli altri a combinare pasticci. Le classiche quattro stagioni esistono solo nei racconti dei vecchi, che ricordano con nostalgia che la primavera era dolce e piovosa, l’estate secca e non troppo afosa, l’autunno profumato e nebbioso e l’inverno rigido e nevoso. Adesso nulla è come prima. Nevica a marzo e fa caldo a febbraio. A luglio o si muore dal caldo o si annega nel pantano. Insomma fare il meteorologo è come vincere al superenalotto. Sì, sì, avete letto bene: superenalotto. I venusiani hanno una vena di ludopatia con le carte, coi gratta e vinci e col lotto.

Torniamo alla nostra estate che non è più quella di prima. Lombroso, un meteorologo famoso che sta di continuo in televisione, afferma che è colpa dell’anticiclone delle Azzorre, che è fuggito non si sa dove.

Ermete si chiede dove stiano queste Azzorre oppure se Azzorre è un signore nerboruto che picchia chi fa gli sgarbi irritando il tempo.

«Ma dai, sciocco» dice Beppe che si vanta di conoscere la geografia. «Sono un posto in mezzo al mare».

«Ma il mare dov’è?» chiede Mario, che al massimo è stato allo stagno delle anitre.

Ermete ride.

«Santa ignoranza! Il mare è laggiù» e indica un posto lontano sull’orizzonte.

«Macchè! Il mare è là» e Beppe allunga il braccio nella direzione opposta.

Berto sbuffa per quei tre che continuano a punzecchiarsi, mentre tiene in mano la carta che deve calare sul tavolo.

«Vogliamo finirla questa partita?» urla indispettito.

Poi alza gli occhi verso il cielo e rimane di sasso. Lo spettacolo è incredibile. Un’ora prima un cielo di piombo stava sopra la testa mentre acqua a rovesci ha allagato tutta Venusia. Chi abita vicino alla montagna ha visto le strade che portano alla piazza trasformate in torrenti fangosi. Un buio pesto che ha fatto accendere i lampioni. Poi come i cumulonembi sono arrivati, sono scomparsi lasciando posto al rosso del sole che tramonta e al grigio nero delle nuvole che se ne andavano.

«Anziché parlare di cose che non conoscete» fa Berto, ponendo le sue carte sul tavolo e indicando con l’indice il cielo. «Guardate là, che meraviglia ci riserva la natura».

Disegna la tua storia -un’immagine di Etilyile – la prateria

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una bella immagine di Etilyile ed eccovi un raccontino senza pretese.

Etiliyle-Luca Molinari Photo- absolute true green

Di fianco alla montagna, proprio in quel punto dove si incontra con la piana c’era un boschetto di robinie e carpini. Niente d’imponente ma tutto appare selvaggio come l’erba alta che nessuno falcia. A Venusia è considerata la terra di nessuno proprio perché non appartiene a nessuno. Nessun venusiano la reclama, nessuna carta catastale dice a chi appartiene. Un vero buco nero. Il borgomastro fa orecchie da mercante, visto che sembra di tutti e di nessuno. Se la reclamasse dovrebbe provvedere alla falciatura dell’erba, a sistemare i sentieri del boschetto e al taglio degli alberi malati. Il medesimo ragionamento lo fanno anche i venusiani, perché queste incombenze sarebbero a loro carico. Quindi questa porzione di Venusia rimane allo stato brado. Sono pochi i coraggiosi che osano avventurarsi da queste parti, perché dicono che nell’erba alta ci sono in agguato serpenti e bestie feroci.

«Le solite esagerazioni» afferma Sofia, che decide un giorno di giugno di visitare la zona. Al suo fianco sta Tobia, che fa buona guardia.

L’erba dopo l’inverno nevoso era verde e lussureggiante per la primavera piovosa e mite. Papaveri occhieggiano tra il verde. Il lilla rosato del malvone spicca ergendosi sopra l’erba alta fino a mezzagamba.

Sofia cammina circospetta facendo attenzione dove posa i piedi. Indossa dei jeans pesanti infilati negli stivali che arrivano al ginocchio. “Se, come dicono, ci sono serpenti velenosi” e sorride a questo pensiero che ritiene improbabile, “cuoio e tela mi proteggono”.

Tobia non ama correre in prati come questo, perché gli steli ruvidi strusciano sull’addome in modo fastidioso. Per lui è un punto delicato perché il pelo non lo protegge in maniera efficace.

Non senza fatica Sofia e Tobia raggiungono il boschetto cresciuto in modo selvaggio e incontrollato. Alberi caduti che marciscono a terra, rovi cresciuti a formare una matassa inestricabile, sentieri inesistenti. Uccelli nascosti tra i rami, mentre altri animali seguono con gli occhi i due intrusi.

Sofia tocca i tronchi. Alcuni sono sani, altri presentano gli attacchi dei parassiti che ne minano la salute. In lei si risveglia l’agronomo, le nozioni che l’università le impartisce e che metterà a frutto con la luarea.

«Ci sarebbe da lavorare» mormora Sofia mentre raggiunge una parte del bosco che conosce perfettamente. «Tagliare gli alberi malati prima che cadano e infettino gli altri. Ripulire il sottobosco per consentire alle radici di respirare, ripristinare i sentieri per agevoli passeggiate. Già e chi lo fa?»

Poi a passo svelto si avvia verso casa seguita come un’ombra da Tobia.

Scrivere creativo – miniesercizio 77

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Scrivere creativo propone una nuova sfida in meno di 200 parole con un minimo di 10 scrivere una storia che

– Una banca

– Una donna logorroica

– Un mouse che non funziona

– La foto seguente

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O.T. per i maniaci dell’esattezza per me questo è il numero 77, per scrivere creativo il numero 74. Quindi leggete e se volete potete commentare oppure andare sul blog per proporre la vostra storia.

Buona lettura

Viviana camminava in silenzio sotto il porticato, immersa nei suoi pensieri, quando fu affiancata da Clelia, una vecchia amica.

«Hai sentito di Ely?»

Viviana la guardò di sbieco. “Che me ne importa di Ely” pensò senza rispondere.

L’amica cominciò a raccontare che Ely aveva piantato il compagno o forse era vero il viceversa ma non lo sapeva.

«Ora è disperata. Vorrebbe tornare indietro» disse seguito da un nuovo effluvio di parole.

Viviana continuava a camminare svelta senza ascoltare quel fiume di lettere che entrava da un orecchio per transitare veloci nell’altro prima di perdersi sotto il porticato.

Arrivata i fondo si accorse di aver superato l’ingresso della banca. Doveva sbrigarsi se voleva pagare quel F24 che scadeva nella giornata odierna.

«Ciao» disse secca Viviana, girando i tacchi.

Infilata la porta della banca, superata bussola dopo il rituale ‘è pregato di depositare gli oggetti metallici nell’apposita cassettiera’, finalmente era di fronte alla cassiera, una belloccia un po’ svampita.

Allungò il modello e dettò il numero di conto.

«Mi dispiace deve tornare» disse la ragazza con lo sguardo acquoso e la mano sul cartello ‘chiuso’.

«Perché?»

«Il mouse non funziona» e chiuse la cassa.

Miniesercizio nro 76 – il gelato

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Scrivere creativo riparte con i miniesercizi. La regola è sempre quella. Un miniracconto tra 10 e 200 parole. La traccia? Eccola.

– Un ufficio

– Una persona che non fa altro che lamentarsi

– Una gonna

– La foto seguente

compleanno

In ufficio Flavia stava male. Un lamento continuo. Non c’era nulla che potesse darle pace. Il computer che era lento. La collega Cecilia che era troppo invadente. Il capo che non la considerava. Insomma ne aveva con tutti.

La giornata non era cominciata bene eppure doveva essere ben diversa. Era arrivata in ritardo perché il treno era stato soppresso. Il capo le aveva fatto una bella filippica perché non si impegnava adeguatamente. Arrivava in ritardo e andava via presto.

«Flavia!»

Era la voce odiosa del capo che la chiamava. Si alzò dalla sedia di colpo e successe il patatrac. La gonna si era impigliata nel bracciolo e lei diede uno strappo violento per districarla con esiti infausti. Rimase con la camicetta bianca e mutandine nere. La gonna di cotone blu penzolava come un ridicolo trofeo sulla poltrona.

Flavia ebbe una crisi di nervi, mentre tentava inutilmente di coprire le nudità. Si mise a piangere disperatamente con il petto che si alzava e si abbassava come un mantice.

Era lì impotente con la voce del capo che urlava quando irruppero nell’ufficio gli altri colleghi.

«Buon Compleanno, Flavia!» e deposero sul suo tavolo un gelato con in cima uno stelo scintillante.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il prato

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Etiliyle produce magnifiche immagini. Questa volta è un prato.

Il rio Venusia nasce all’interno del bosco degli Spiriti su quella collinetta che pare una pagnotta verde costellata di alberi e scende verso meridione lambendo il paese. Dove finisca non si sa, perché costeggia l’unica strada che dalla città porta a Venusia ma ai venusiano poco importa. È il loro fiume che anche d’estate è un rivolo d’acqua.

Da un lato corre un sentiero, una striscia polverosa d’estate e fangosa il resto dell’anno, a parte quando la neve la ricopre. Sull’altra sponda si estendono i prati che ai alternano con piccoli cespugli di rovi.

In primavera è un tappetto di margherite pratoline, per diventare erba alta. A turno i venusiani falciano i prati, facendo essiccare l’erba al sole.

Il profumo del fieno riempe le narici di Mina, che sta camminando sulla strada. Colta dal desiderio di passeggiare sul prato appena falciato, passa il rio Venusia in un punto facilmente guadabile senza bagnarsi i piedi.

Prende un stelo reciso dal terreno e si solletica il naso. Muove qualche passo sul prato dapprima timido poi sempre più sfrontato. Infine si rotola fra l’erba tagliata. I lunghi capelli biondi si riempono di fili che stanno ingiallendo. L’effluvio è intenso, penetrante, dà quasi la sensazione di ubriacare l’olfatto per la sua forza.

Mina è distesa con le mani incrociate dietro la nuca e lo stelo fra i denti. Chiude gli occhi e sogna di volare lontano, via da Venusia, mentre un sorriso compare sulle labbra, che si increspano.

«Ma veramente vorrei andare via da Venusia?» sussurra con lo sguardo sognante. «Ma dove?»

Non conosce altri posti che questo e quindi scaccia il pensiero.

«È assurdo che possa volare via» mormora mentre il vento le accarezza il viso, una bava leggera che trascina con sé qualche filo d’erba ormai secco. È una brezza fresca che scivola lieve su di lei.

Si alza, cercando di far cadere dal vestito e dai capelli minuscoli fili, che sembrano incollati. Il corpetto blu è costellato di piccoli puntini gialli. Sorride constatando l’inutilità dei suo sforzi, mentre compie passi di danza appena accennati.

Una farfalla variopinta, una vanessa, si posa sui suoi capelli come se questi fossero un fiore.

Mina sta ferma avvertendo il lieve battito delle ali. Non la vede ma la sente. Poi come si è posata con la stessa leggerezza riprende il volo alla ricerca di un fiore in un altro prato che non è stato ancora falciato.

«Ciao, farfalla» dice Mina mandandole un bacio con la punta delle dita.

Riattraversa il rio e riprende la strada verso casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – il pozzo

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Da questa bella immagine di Waldprok nasce il racconto che segue. proseguono le storie di venusia un mitico paese che vive nella mia fantasia.

Andando verso dove il sole sorge si incontra la campagna coltivata di Venusia. Piccoli appezzamenti ben curati con filari di vigne a spalliera, orti e campi a frumento o mais. In mezzo a tanto ordine c’è anche un posto lasciato a se stesso. Appartiene a Mino, che l’ha ricevuto in eredità dal nonno.

Non è molto grande, un fazzoletto di terra grassa e scura che nel centro ha un pozzo, l’unico di Venusia. A forma circolare costruito con pietre a secco. Una carrucola ha agganciato un secchio un po’ ammaccato. A fianco del pozzo c’è un abbeveratoio ricavato da un tronco di faggio, dove il bestiame poteva dissetarsi. L’acqua del pozzo era fresca, leggermente ferruginosa. Non mancava mai anche nei periodi di maggiore siccità.

Il nonno di Mirco teneva due mucche e qualche capra che pascolavano nel terreno attorno. Poi gli animali invecchiano come gli uomini e muoiono come loro. Così quando l’ultima mucca, ormai incapace di produrre il latte e di muoversi, se ne è andata, anche il nonno ha pensato bene di rendere l’anima a Dio.

Mino è stato allevato dal nonno, perché i genitori hanno deciso di emigrare verso la città, anzi molto più lontano.

«Torniamo a prenderti, quando ci siamo sistemati per bene» hanno detto al momento della partenza.

Però evidentemente dopo tanti anni non sono ancora a posto, perché non si sono più visti né si sa dove siano finiti. Quindi il nonno ha fatto da padre e da madre ma evidentemente i suoi insegnamenti non hanno trovato il terreno fertile nel ragazzo. Mino è cresciuto indolente e svogliato, capace solo di cacciare i passeri con la fionda. Per il resto è notte fonda.

Alla morte del nonno si è trovato in possesso di una bella casa spaziosa e di quel pezzo di terra, che avrebbe venduto volentieri trovando la persona giusta e superando certe paure.

Anno dopo anno la terra è diventata brulla e secca, l’abbeveratoio è rimasto desolatamente vuoto e il pozzo si è andato riempendo di fanghiglia. Mino ha preferito bighellonare da Sghego con le carte in mano nel frattempo. A chi gli chiede perché ozia tutto il giorno, risponde che va bene così e il lavoro può aspettare.

«Non mi sento pronto» dice per giustificarsi senza essere preso seriamente.

Erminio vorrebbe acquistare quel pezzo di terra ma Mino glissa, dice che è un ricordo del nonno. In realtà lui vorrebbe monetizzare ma ha il timore che il nonno, chiesto il permesso a San Pietro, scenda in terra per tirargli le dita dei piedi.

Non ha mai raccontato a nessuno questo timore, che è nato una notte, quando la nonna gli è apparsa in fondo al letto per tirargli le dita del piede sinistro. E l’avrebbe fatto se non fosse intervenuto il nonno, cacciando il fantasma.

Da quella notte vive col terrore che un qualche antenato voglia rifarsi di uno sgarbo ricevuto nel passato da parte sua.