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Disegna la tua storia – un’immagine di waldprok – La campagna

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Riprendo una vecchia fotografia di Waldprok. Una campagna gialla e seccata dal sole. Una splendida immagine ed ecco che Venusia e i suoi abitanti riprendono fiato.

Fotografia di Waldprok

Buona lettura.

Venusia è immersa in una pianura piatta come una tavola a parte quella piccola protuberanza che i venusiani si ostinano a chiamare montagna.

Tutto interno si estende la campagna coltivata a grano e vigneto, costellata qua e là da piccoli specchi d’acqua.

Venusia si trova sulla rotta di migrazione delle anatre e quelle pozzanghere nemmeno troppo profonde sono il punto di sosta ideale per gli uccelli migratori. Pino conosce il periodo del passo e si apposta nello stagno grande per vedere le anatre posarsi sull’acqua dopo il lungo viaggio. Restano lì per diversi giorni prima di spiccare il volo per raggiungere la destinazione finale. In primavera lo stormo proveniente da sud si dirige verso nord, un punto imprecisato dell’orizzonte. In autunno vanno verso sud, verso il mare che scavalcheranno per svernare in una zona della terra calda. Questo glielo ha raccontato Riccardo, un giovane che sogna di fare l’etologo, di essere il Konrad Lorenz di Venusia.

Pino ascolta in silenzio le storie degli animali e del loro comportamento che Riccardo gli racconta con dovizia di particolari.

«Le anatre che vedi nello stagno arrivano da meridione dove d’inverno la temperatura è mite oppure da settentrione dove d’estate non fa troppo caldo. Riescono a volare per molti chilometri nella classica formazione a V» spiega il futuro etologo, mentre Pino ascolta a bocca aperta le sue parole. «Venusia è metà strada tra la partenza e l’arrivo. Il posto ideale per riposarsi. Nessun cacciatore a disturbarle».

Riccardo spiega che la campagna e lo stagno forniscono cibo in abbondanza per questi uccelli migratori che sembra che abbiano informato col passaparola le loro compagne che il posto è ospitale e il pasto è ottimo.

Pino ride quando ascolta questa affermazione.

«Ma le anatre non parlano» afferma il bambino con le lacrime agli occhi per il ridere. Lui, da quando frequenta lo stagno, non le ha mai sentite parlare ma solo emettere dei suoni ‘Quac, Quac,…’ piuttosto monotoni.

«Le anatre parlano un linguaggio che gli umani non comprendono» afferma Riccardo, perché è convinto che quel ‘quac, quac’ variato nella cadenza sia il loro dialetto.

«Ma sanno solo dire ‘quac, quac’!» ribatte Pino per nulla convinto che quello sia il linguaggio delle anatre per comunicare tra loro.

Riccardo gli accarezza il capo sapendo che sarà dura fargli capire che ogni specie animale comunica tra loro mediante dei suoni che a noi umani sembrano tutti uguali.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – artisti di strada

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Questa bella immagine di Etiliyle mi ha suggerito questo mini racconto

Buona lettura

Il borgomastro di Venusia ha un’idea: colorare i lastroni della piazza con la fontana senz’acqua. Però c’è un intoppo: nessuno dei suoi concittadini sa tenere un pennello in mano. Quindi decide di convocare il consiglio dei saggi che governa Venusia per studiare come fare. Il più giovane dei savi ha ottanta cinque anni, il più vecchio non ricorda nemmeno l’anno di nascita. Insomma una allegra squadra di giovanotti di una volta.

«Voi siete i saggi di Venusia» attacca da lontano Roberto B., il borgomastro. «Quindi mi potete illuminare con la vostra saggezza».

Un mormorio si leva da quel uditorio di persone che non hanno ben compreso cosa vuole da loro il borgomastro. Quasi tutti sono sordi e quelli più giovani, si fa per dire, portano l’apparecchio acustico.

È tutto un “cosa?”, “come?”, “perché?”, finché Martino non si alza per chiedere cosa vuole da loro.

«Non abbiamo ben capito perché ci abbia convocati» spiega Martino, stringendo gli occhi da miope.

«Come ho detto» ripete con pazienza Roberto B., sospirando perché forse doveva convocare i pochi giovani venusiani meno tonti e senza problemi della prostata. «Vorrei abbellire la piazza della fontana…».

«La fontana senz’acqua?» chiede Piero, il giovincello della squadra, come se a Venusia ci siano piazze a iosa e fontane che buttano acqua o vino.

In effetti se lo facessero ci sarebbe la coda a bere.

«Bravo Piero! Proprio quella» lo canzona il borgomastro con il tono sarcastico della voce. «Vorrei abbellirla con dei disegni».

«E dovremo farli noi?» suggerisce Armando dalla testa liscia come un uovo, mentre trema al solo pensiero di dover colorare il quaderno del nipotino.

Roberto B. sbuffa perché se si prosegue così non si arriva da nessuna parte.

«No, non voi» si affanna a spiegare il borgomastro a cui è venuta la pelle d’oca all’idea che lo facciano loro.

“Se lo volessi affidare a voi starei fresco, visto che non sapete tenere in mano nemmeno una matita” riflette Roberto B. visibilmente adirato. Inspira aria per mascherare l’irritazione prima di proseguire.

«Vorrei trovare uno o più artisti che sappiamo come tenere in mano un pennello» conclude il borgomastro che sta sudando copiosamente anche se la temperatura non è calda. Rivoli si sudore scendono dalle tempie e sotto le ascelle si formano dei grossi aloni nella camicia.

«Ma signor borgomastro basta dirlo chiaro che volete qualche madonaro a decorare i lastroni di porfido della piazza» esclama Oreste che si è appena svegliato del pisolino.

«Bravo Oreste!» afferma Roberto B. che si morde la lingua per non averci pensato lui. «Facciamo un bel concorso e così senza spendere un venusino ci ritroviamo decorata la piazza».

«Ma il concorso chi lo fa?» chiede Amilcare che ha sentito qualche parola smozzicata. «Il concorso per diventare borgomastro?»

Roberto B. diventa rosso come un peperone e pare un vulcano pronto a eruttare parolacce ma si trattiene. L’idea del concorso d’idee gli piace e non ha certo bisogno di questi vecchi bavosi per metterlo in piedi.

«Ragazzi mi siete stati di grande aiuto per risolvere questo problema. Potete tornare alle vostre occupazioni» li congeda il borgomastro ansioso di liberarsi di questa compagnia.

Qualche settimana dopo una bella squadra di artisti di strada sono al lavoro sui lastroni di porfido della piazza per trasformarli in opere d’arte.

 

Scrivere creativo – miniesercizio 80 – Una giornata a Tokyo

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Nuova sfida sulle 200 parole e tre lemmi slegati tra loro proposta da Scrivere creativo. Ecco l’esercizio proposto.

Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.

L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.

Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.

Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una parola che nessuno può dire

– Un venditore zoppo

– Una città dell’estremo oriente

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Sofia camminava per le vie di Tokyo osservando i passanti che la sfioravano. Qualcuno con un inchino sembrava volersi scusare di averla lambita. Era un mondo diverso da quello in cui era vissuta.

Aveva vinto un favoloso viaggio di una settimana a Tokyo collezionando le figurine Liebig, che aveva deciso di premiare i clienti affezionati ai suoi prodotti.

Sofia adesso si trovava lì in mezzo a gente sconosciuta, che parlavano un linguaggio strano composto da segni ancor più misteriosi. Era tutto un inchino. “Prego, prima lei”. “No, prima lei”. E così rimassero sulla soglia del negozio per ore a scambiarsi cortesie, finché esausti non decisero di andarsene senza essere entrati nella bottega.

Sofia era senza parole nel vedere questo siparietto che non riusciva a capire. “Stare impalati per ore per stabilire chi deve entrare per primo” pensò Sofia, mentre guardava la vetrina di un verduraio. “Mi sembra uno spreco senza senso”.

Alzò gli occhi e lesse l’insegna “Frutta e verdura di Haruki Yamamoto”, mentre dentro vide un omino grinzoso che zoppicava. Dal labiale evinse che stava pronunciando un’imprecazione scurrile.

Non seppe il perché ma scoppiò a ridere. “Anche in Giappone si usano pronunciare le parolacce” si disse, mentre si allontanava.

Scrivere creativo – miniesercizio 79 – Pieter

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Riprendo un vecchio esercizio di scrivere creativo di qualche settimana fa. Di seguito il testo proposto.

Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.

L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.

Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.

Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una chiave

– Un vecchio arrampicato su un albero

– Una specifica via di Berlino

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Pieter camminava lungo Unter den Linden verso la porta di Brandeburgo quando si chinò a raccogliere una chiave. Rimase sorpreso perché era come quelle che si usano per aprire le vecchie porte, arrugginita e scomoda da mettere in tasca.

Girò lo sguardo intorno a sé per vedere se qualcuno la reclamava. Rimase basito, perché ebbe l’impressione di essere invisibile. Avvertiva lo sfioramento dei corpi ma loro non provavano la medesima impressione.

“Che sia fatata?” si chiese, stringendola e fu catapultato in un altro mondo.

Si trovava in una foresta dove il sole faticava a penetrare. Odore di muschio, di umidità stantia. Si guardò intorno: “Dove sono finito?” ma non capì nulla salvo che aveva dismesso il gessato e il cappotto foderato di agnello. Le eleganti scarpe erano sparite e i piedi erano nudi incrostati di fango.

Sbigottito con la chiave in mano mosse un passo sul tappetto verde di soffice erba. In preda al panico si diresse verso l’albero dalla chioma ampia come il suo giardino.

Alzò gli occhi, sgranandoli perché seduto sul ramo stava il vecchio Adolf che lo salutò con la mano.

Diede una capocciata contro il tronco mentre guardava in alto svegliandosi in un lago di sudore.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – L’arco

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Questa volta è il turno di Etiliyle e le sue belle immagini.

Etiliyle-Luca Molinari Photo

Buona lettura

A Venusia il parco è davvero squallido. Due alberi spelacchiati, un prato ridotto a una risaia asciutta, un rigagnolo dal fondo secco.

Il borgomastro si vergognava quando ci passava davanti: ne andava del decoro di Venusia. Così una mattina di aprile decide che deve essere sistemato a puntino. Chiama Severino, il segretario tuttofare, che ne sa una più del diavolo.

«Il parco delle rimembranze fa schifo» esordisce Roberto B. col viso schifato.

«Cosa dovrei fare? Sistemarlo di persona?» risponde il segretario prendendo in contropiede il borgomastro.

Roberto B. lo guarda storto, perché non perde il vizio d’interromperlo mentre parla.

«Bisogna organizzare un contest d’idee su come sistemarlo» continua ignorando la domanda del segretario.

«Un contest… di cosa?» chiede Severino, spalancando la bocca per la sorpresa. Il borgomastro sta usando parole raffinate mai sentite prima. “Che razza di novità sono queste?” riflette spalancando gli occhi un po’ acquosi.

Roberto B. inspira aria nei polmoni, conta fino a dieci e poi l’espelle. “Devo dare una lezione di bon ton al ragazzo” pensa il borgomastro, prima di riprendere a parlare.

«Deve preparare un bando per i nostri concittadini su come vorrebbero vedere il parco…».

«Cosa mettiamo in palio?» interviene Severino, mentre il borgomastro sbuffa come il mantice nella fornace di Pietro, il fabbro ferraio di Venusia.

«Voglio un’idea creativa per abbellire il parco» conclude Roberto B. sospirando. «Si metta subito al lavoro, perché ha già poltrito abbastanza».

Con un gesto deciso della mano lo congeda ma il segretario indugia nella stanza del borgomastro. Non ha compreso bene cosa deve mettere in palio. “Un pallone gonfiato? Una pacca sulla spalla?” pensa, grattandosi la guancia un po’ ispida per la barba malfatta.

«È diventato sordo all’improvviso? Ora esca in fretta ed entro stasera voglio leggere il bando. Sciò!» dice Roberto B. visibilmente arrabbiato agitando la mano destra con energia.

Severino batte in ritirata, perché sa che il capo sta per esplodere se resta un microsecondo in più nella stanza.

Chiuso nel suo ufficio si scervella cosa mettere nel bando. Tutte le idee sono sparite e non sa come iniziare. Il cestino è pieno di pallottole di carta. Ha già consumato una risma di carta. Quando… lampadina! “Ecco cosa scrivere!” si dice felice e beato.

Contest delle idee. Chi avesse un’idea di come sistemare il parco delle rimembranze è pregato di telefonare a 389010403. Quello sono io. Non si vince nulla ma una in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.pacca sulla spalla non si nega a nessuno. Firmato il vostro amato Borgomastro.

Tutto feli in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.ce si presenta a Roberto B. mostrando con orgoglio il manifesto, che suscita un grugnito come risposta da parte del borgomastro.

«È questo sarebbe il bando delle idee?»

«Cosa non va? Chiedo come sistemare il parco. Non prometto nulla come fanno tanti politici. Insomma c’è tutto» replica il segretario.

Il borgomastro allarga le braccia che fa ricadere sui fianchi sconsolato prima di congedarlo.

Sei mesi più tardi il parco delle rimembranze è come in fotografia. Un arco con sopra un’aquila in marmo, poggiato su un gruppo di rocce da cui parte un ruscello con i pesciolini rossi e tanti alberi intorno.

Se Severino avesse dovuto aspettare le idee dei venusiani, starebbe ancora in attesa. Per fortuna Lorenzo è pieno d’idee e di libri sulla capitale Ludi e sa navigare in internet. Così è stato un gioco da ragazzi copiare l’immagine di Etiliyle.

Disegna la tua storia – un’immagine di Gaia Conventi – il mercatino

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Una nuova entrata Gaia Conventi che nel suo blog fatiquei propone le sue splendide immagini. Ecco il mercatino del vintage del fine settimana scorsa.

Buona lettura

Nella piazza della fontana senz’acqua tutti i lunedì si tiene a Venusia il mercatino delle pulci. Ogni abitante porta qui quello che scova negli scantinati, nelle soffitte e in fondo ai cassetti.

Qualcuno può opinare che dopo un po’ non ci sia nulla da scambiare ma si sbaglia e grossolanamente. Sembra che sia un pozzo senza fine. C’è sempre della mercanzia nuova, si fa per dire perché è vecchia e talvolta mal messa.

Ognuno di buon mattino, quasi subito dopo che l’unico gallo ha cantato al nuovo giorno, carica chi sul carretto, chi sulle spalle le cose che tra un lunedì e l’altro ha scovato in casa.

Arrivati sulla piazza vanno a cercare il loro rettangolo numerato. L’uno a Carola, il due a Sandra e così via. Ognuno ha il suo pezzetto codificato da un numerino che Sghego nella sera della domenica applica al selciato.

Si deve sapere che qualche anno prima non esisteva questo ingegnoso sistema. Chi primo arriva, bene alloggia. E non racconto i litighi che sorgevano.

«Questo posto è mio» diceva Elisa, indicando col dito un invisibile segnale di occupato. «Glielo ho messo stanotte prima che il gallo canti!»

Veronica scuoteva il capo, stringeva le labbra e socchiudeva gli occhi incattiviti. Non vedeva nessun segnale e poi era arrivata prima lei.

Sghego, che faceva oltre che l’oste anche il vigile, si metteva in mezzo alle due litiganti e proponeva la classica monetina.

«Se esce la fortezza, è di Carola. Se esce la fontana è di Veronica».

Dalla tasca destra estraeva l’immancabile monetina da cinque venusini e la lanciava in aria. La perdente mugugnava e andava a cercarsi un altro posto che era anche il più sfigato. La lite, che non interessava nessuno, le aveva fatto perdere tutti gli altri posti.

Così Severino, il segretario del borgomastro ha una grande idea.

«Mettiamo a sorteggio i posti» spiega al borgomastro, che non capisce il motivo del sorteggio ma non può dimostrarsi più ignorante del suo segretario.

Roberto B. annuisce come se avesse compreso tutto mentre in realtà non ha capito una minchia.

«Fatto il sorteggio che si fa?»

Severino sorride sotto i baffi, perché deve spiegare con poche parole la funzione del sorteggio.

«Ma signor borgomastro» esclama fingendo di scandalizzarsi. «Il vigile nella sera della domenica mette i patacchini per terra».

«E la gente che se ne fa dei patacchini?» insiste il borgomastro sempre più in confusione.

«Non litiga».

«Ma i venusiani si litigano per adesivo piazzato per terra?» afferma il borgomastro spalancando gli occhi leggermente acquosi.

Severino si mette una mano davanti alla bocca e si fa venire il singhiozzo per non ridere in faccia al borgomastro.

«Ma se Elisa ha il sessantanove, dico un numero a caso, lo cerca e sistema la sua roba nel rettangolo assegnato» spiega con pazienza il segretario che sta ancora tossendo per aver mandato indietro la risata.

«Ok. Proceda pure col sorteggio» dice il borgomastro per togliersi dalla situazione d’imbarazzo.

E così da quel giorno ognuno ha il suo numero e può arrivare anche dopo la colazione delle nove, perché nessuno glielo porta via.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il Tevere

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I nostri simpatici venusiani scoprono per merito di Etiliyle e della sua immagine il Tevere. Buona lettura

A Venusia le notizie arrivano poche e in ritardo. Il 29 giugno si celebra la festa del paese ma tre giorni dopo, il primo luglio, tutti i cittadini di Ludilandia erano invitati a Ludi. Tre giorni di festeggiamenti ospiti nei migliori alberghi della capitale.

L’invito per il borgomastro, il capomastro e quaranta muratori di Venusia è arrivato per il tramite di un fattorino ricoperto di polvere solo il trenta giugno ovvero la vigilia della grande festa. Nel palazzo comunale si sono agitati e non poco.

«Il capomastro?» domanda con gli occhi spalancati per la sorpresa il borgomastro. «Ma chi è?»

Il borgomastro si gratta la testa quasi calva, temendo di essere passato in seconda linea. “Se io sono il mastro del borgo, il capomastro è il mio capo” riflette, ripetendo più volte l’equazione ma il risultato non torna.

A forza di grattarsi furiosamente in testa si sono formate mille croste sanguinolente. Convoca il suo segretario, che ne sa una più del diavolo per capire chi sia questo capomastro. “Ma poi quaranta muratori… Ma dove li trovo?” si chiede tremando al pensiero di non essere più il capo indiscusso di Venusia.

Il segretario entra senza bussare, tanto chi comanda è lui.

«Mi ha chiamato, signor borgomastro?»

Sembra quasi una presa in giro, mentre il borgomastro agitato come il mare in burrasca non se ne accorge.

«Lei conosce bene gli ingranaggi del palazzo comunale, Chi é il capomastro? E come possiamo racimolare quaranta muratori?»

Il segretario ghigna pensando che il borgomastro è proprio un pataccone.

«Deve sapere, signor borgomastro, a Ludi sono tutti massoni. Il Capomastro è il capo della combriccola. I muratori sono gli adepti. Per un lapsus freudiano pensano che anche Venusia sia massone…» spiega il segretario con un sorriso da ebete sulla faccia.

«Mi scusi ma il massone dove lo trovo?» domanda ingenuamente il borgomastro. «Un masso si può recuperare ma un massone no!»

Il segretario si mette una mano sulla bocca per coprire la risata.

«È una loggia di fabbri e muratori» prova a spiegare paziente, suscitando lo scoramento del borgomastro.

Riflette come illustrargli che in realtà l’invito è per lui e quaranta cittadini di Venusia dove lui è il capomastro e gli altri sono i muratori.

«Signor Borgomastro, il messaggio è in codice, perché se intercettato da una potenza straniera…».

Il segretario si gira perché non può ridere in faccia al suo capo. Poi si ricompone e riprende la spiegazione.

«…Come le dicevo il messaggio è in codice a prova d’intercettazione. Il capomastro è lei, i quaranta muratori sono quaranta venusiani».

Il borgomastro fa fuoriuscire tutta l’aria dai polmoni per lo scampato pericolo ma adesso c’è il problema della scelta dei quaranta.

«Ma per quelli?»

«Mettiamo i nomi nell’urna poi chiamiamo Sghego per far estrarre chi partirà con lei per Ludi. Li carichiamo sul pullman che arriva domattina alle sette e si va a Ludi» spiega il segretario, che esce per organizzare la pesca miracolosa.

Alle sette il borgomastro, il segretario, Sghego e quaranta venusiani partono per Ludi. Arrivati alla periferia dopo tre ore di viaggio dai finestrini vedono un corso d’acqua ampio ma sporco che scorre placido tra due muraglioni ricoperti di erbacce.

«E quello cos’è?» domanda Ermete.

«Ma sei proprio ignorante» replica Berto. «Quello è lo scolo di Ludi».

Tutti ridono mentre sciamano felici per la capitale che tutto sommato appare più sporca e incasinata di Venusia.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – le rotoballe

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E’ tempo di trebbiatura e Etiliyle ha colto in momento in cui le stoppie diventano rotoballe.

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Nella zona orientale di Venusia ci sono i campi coltivati, dove si produce quanto serve per la piccola comunità. Le vigne producono il raboso, un vino forte e robusto come lo sono i venusiani. Qualche vigneto di bianco è a macchia di leopardo per una Albana dolce, come piace alle donne. Piccoli orti orlano le case situate ai margini di Venusia. Poi ci sono i campi di grano e di mais. Più grano che mais, perché quest’ultimo non ama la siccità e a Venusia c’è penuria di acqua.

Quando a giugno si trebbia il grano, rimangono le stoppie che vengono raccolte in rotoballe. Rimangono lì malinconiche e sole, finché qualcuno non arriva a portarle via. Dove non si sa. In effetti Ermete si è sempre chiesto dove finiscono. “Dovrebbe essere il foraggio delle bestie” riflette grattandosi il mento. “Ma di stalle a Venusia non ce ne sono”.

Qualcuno potrebbe chiedersi se sono tutti vegani a Venusia. In effetti vegani proprio no ma vegetariani quasi.

«Ma che differenza c’è tra un vegano e un vegetariano?» chiede Berto a Mario, che secondo lui è più istruito, perché ha frequentato la scuola media con risultati scarsi.

Mario assume un’aria assorta da grande intellettuale. Sembra il pensatore di Rodin. Con la mano destra che regge il capo e la sinistra poggiata sul ginocchio, seduto sulla sedia.

Ermete lo guarda con l’occhio distratto, mentre Berto a bocca aperta aspetta il responso.

«Entrambi non mangiano carne» afferma tutto compunto Mario, che in realtà non conosce la risposta.

«Se li chiamano con due nomi diversi qualcosa li differenzierà pure» incalza Berto scontento dell’informazione ricevuta.

Mario finge di non aver ascoltato la lamentela del compare di gioco. Con lentezza solleva il bicchiere mezzo vuoto di raboso per portarlo alle labbra.

«Certo che nessuno dei due mangia carne ma il formaggio lo assaggia solo il vegetariano» viene in aiuto Sghego che sulla porta ha ascoltato la conversazione.

Berto si gira verso l’ingresso perché non capisce il senso della rinuncia. Lui al formaggio di capra non vuole privarsi. Quello ben stagionato e dolce. Le capre brucano l’erba fresca e non prendono il fieno come quelle sciocche delle mucche. “Il segreto del formaggio sta tutto qui” pensa preparandosi alla sua battuta.

«Ma chi è quell’imbecille che non mangia il formaggio a prescindere?»

«Il vegano».

«Sempre pensato che fossero degli sciocchi. Basta pensare solo al nome» dice rinfrancato Berto e torna alla partita a briscola.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Tramonto dopo la tempesta

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Ancora una splendida immagine di Waldprok, che ho rubato per scrivere questo breve racconto.

 

Anche se l’estate è arrivata più o meno nel periodo canonico, a Venusia i cambiamenti climatici ci sono e si avvertono in pieno. Nessun venusiano può impedire temporali improvvisi e violenti e lunghi periodi di siccità anche tenendo comportamenti virtuosi. Ci pensano gli altri a combinare pasticci. Le classiche quattro stagioni esistono solo nei racconti dei vecchi, che ricordano con nostalgia che la primavera era dolce e piovosa, l’estate secca e non troppo afosa, l’autunno profumato e nebbioso e l’inverno rigido e nevoso. Adesso nulla è come prima. Nevica a marzo e fa caldo a febbraio. A luglio o si muore dal caldo o si annega nel pantano. Insomma fare il meteorologo è come vincere al superenalotto. Sì, sì, avete letto bene: superenalotto. I venusiani hanno una vena di ludopatia con le carte, coi gratta e vinci e col lotto.

Torniamo alla nostra estate che non è più quella di prima. Lombroso, un meteorologo famoso che sta di continuo in televisione, afferma che è colpa dell’anticiclone delle Azzorre, che è fuggito non si sa dove.

Ermete si chiede dove stiano queste Azzorre oppure se Azzorre è un signore nerboruto che picchia chi fa gli sgarbi irritando il tempo.

«Ma dai, sciocco» dice Beppe che si vanta di conoscere la geografia. «Sono un posto in mezzo al mare».

«Ma il mare dov’è?» chiede Mario, che al massimo è stato allo stagno delle anitre.

Ermete ride.

«Santa ignoranza! Il mare è laggiù» e indica un posto lontano sull’orizzonte.

«Macchè! Il mare è là» e Beppe allunga il braccio nella direzione opposta.

Berto sbuffa per quei tre che continuano a punzecchiarsi, mentre tiene in mano la carta che deve calare sul tavolo.

«Vogliamo finirla questa partita?» urla indispettito.

Poi alza gli occhi verso il cielo e rimane di sasso. Lo spettacolo è incredibile. Un’ora prima un cielo di piombo stava sopra la testa mentre acqua a rovesci ha allagato tutta Venusia. Chi abita vicino alla montagna ha visto le strade che portano alla piazza trasformate in torrenti fangosi. Un buio pesto che ha fatto accendere i lampioni. Poi come i cumulonembi sono arrivati, sono scomparsi lasciando posto al rosso del sole che tramonta e al grigio nero delle nuvole che se ne andavano.

«Anziché parlare di cose che non conoscete» fa Berto, ponendo le sue carte sul tavolo e indicando con l’indice il cielo. «Guardate là, che meraviglia ci riserva la natura».

Disegna la tua storia -un’immagine di Etilyile – la prateria

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una bella immagine di Etilyile ed eccovi un raccontino senza pretese.

Etiliyle-Luca Molinari Photo- absolute true green

Di fianco alla montagna, proprio in quel punto dove si incontra con la piana c’era un boschetto di robinie e carpini. Niente d’imponente ma tutto appare selvaggio come l’erba alta che nessuno falcia. A Venusia è considerata la terra di nessuno proprio perché non appartiene a nessuno. Nessun venusiano la reclama, nessuna carta catastale dice a chi appartiene. Un vero buco nero. Il borgomastro fa orecchie da mercante, visto che sembra di tutti e di nessuno. Se la reclamasse dovrebbe provvedere alla falciatura dell’erba, a sistemare i sentieri del boschetto e al taglio degli alberi malati. Il medesimo ragionamento lo fanno anche i venusiani, perché queste incombenze sarebbero a loro carico. Quindi questa porzione di Venusia rimane allo stato brado. Sono pochi i coraggiosi che osano avventurarsi da queste parti, perché dicono che nell’erba alta ci sono in agguato serpenti e bestie feroci.

«Le solite esagerazioni» afferma Sofia, che decide un giorno di giugno di visitare la zona. Al suo fianco sta Tobia, che fa buona guardia.

L’erba dopo l’inverno nevoso era verde e lussureggiante per la primavera piovosa e mite. Papaveri occhieggiano tra il verde. Il lilla rosato del malvone spicca ergendosi sopra l’erba alta fino a mezzagamba.

Sofia cammina circospetta facendo attenzione dove posa i piedi. Indossa dei jeans pesanti infilati negli stivali che arrivano al ginocchio. “Se, come dicono, ci sono serpenti velenosi” e sorride a questo pensiero che ritiene improbabile, “cuoio e tela mi proteggono”.

Tobia non ama correre in prati come questo, perché gli steli ruvidi strusciano sull’addome in modo fastidioso. Per lui è un punto delicato perché il pelo non lo protegge in maniera efficace.

Non senza fatica Sofia e Tobia raggiungono il boschetto cresciuto in modo selvaggio e incontrollato. Alberi caduti che marciscono a terra, rovi cresciuti a formare una matassa inestricabile, sentieri inesistenti. Uccelli nascosti tra i rami, mentre altri animali seguono con gli occhi i due intrusi.

Sofia tocca i tronchi. Alcuni sono sani, altri presentano gli attacchi dei parassiti che ne minano la salute. In lei si risveglia l’agronomo, le nozioni che l’università le impartisce e che metterà a frutto con la luarea.

«Ci sarebbe da lavorare» mormora Sofia mentre raggiunge una parte del bosco che conosce perfettamente. «Tagliare gli alberi malati prima che cadano e infettino gli altri. Ripulire il sottobosco per consentire alle radici di respirare, ripristinare i sentieri per agevoli passeggiate. Già e chi lo fa?»

Poi a passo svelto si avvia verso casa seguita come un’ombra da Tobia.