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la mia storia – miniesercizio nro 72

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Riprendo le sfide delle 200 parole di Scrivere creativo.

Vi propongo questa.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un vulcano attivo

– Una tastiera per computer

– Un pescatore ubriaco

– La foto seguente

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Pino guardava la pioggia che bagnava la finestra. Mille gocce scivolavano sul vetro a formare immagini fantastiche.

«Ecco un vulcano attivo» esclamò osservando un punto del vetro dove la goccia si infrangeva per originarne altre mille.

«Ecco il pennacchio che fuma» esultò battendo le mani.

Poi l’eruzione e la lava che scendeva veloce verso il basso. Un tripudio di immagini, di fantasie per effetto della pioggia ora violenta, ora leggera.

Pino torno alla sua scrivania. Doveva scrivere per domani un tema: Vita da pescatore. Però l’ispirazione si era seccata. Provo a poggiare i polpastrelli sulla tastiera del computer, sperando che si producesse la magia che questi accarezzando i tasti producessero la storia.

«Nulla» disse sconsolato il ragazzo, tornando a osservare i ghirigori della pioggia.

Il suo vulcano s’era spento. Non fumava più, non eruttava lava, s’era chetato. La pioggia no. Quella incessante continuava a bagnare il vetro.

Tornò alla tastiera e cominciò a scrivere.

Toni era un pescatore solitario. Usciva con la sua barca a motore al tramonto per andare a pescare con la lampara. Aveva sempre con sé una bottiglia di vino. Gli serviva per scacciare la solitudine e prendersi una bella sbronza.

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Incipit profetico – la mia storia nro 8

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Riprendo un vecchio incipit profetico di Scrivere creativo e propongo la mia storia.

«Sarà buio. Sarà sangue. Sarà ovunque» espresse il pensiero Alba, che pareva in trance.

Alfonso la guardò sbalordito. Non capiva quel tre volte ‘sarà’. Si interrogò se doveva chiedere spiegazioni, quando lei riprese a parlare.

«Noi saremo là e assisteremo incapaci di frenare quell’orgia di violenza».

Adesso Alfonso era terrorizzato, perché la compagna profetizzava qualcosa di mostruoso. Erano partiti con una spedizione di visionari per il deserto del Sinai alla ricerca delle tavole di Mosé. John il capo spedizione era convinto che si trovassero nascoste nelle grotte del monte Sinai, dalla parte opposta del Monastero di Santa Caterina. Le cercava non nella cosiddetta grotta di Mosé ma dalla parte opposta. Nella spedizione composta da sette uomini e quattro donne c’erano anche Alfonso e Alba, due giovani ricercatori dell’università di Oxford. Con loro c’erano anche altri due italiani, Simone e Patrizia, che venivano da Torino.

Quando erano arrivati al Monastero, Alba pareva pervasa dal demonio. Parlava di notte in una lingua incomprensibile. Al risveglio diceva di non ricordare nulla. Buio assoluto. Di giorno si mostrava inquieta e tendeva ad appartarsi. Diceva che salire sul monte Sinai avrebbe portato sfortuna e si rifiutò di seguirli. Alfonso rimase con lei, perché non voleva lasciarla sola ma anche perché sembrava più inquieta del solito.

Erano accampati fuori le mura del Monastero, quando ritornò indietro Peter, un giovane americano, alla ricerca di un siero antivipera.

«Patrizia è stata morsa da un serpente velenoso. È incapace di muoversi e necessita di soccorso» spiegò agitato l’americano, prima di sparire dentro le mura del luogo sacro.

Alfonso ricordò che Alba aveva profetizzato sventure e a quanto pare erano arrivate.

«Alba» chiese il giovane alla compagna, tenendole una mano. «Cosa facciamo?»

«Dobbiamo andarcene, prima che sia troppo tardi. Dobbiamo puntare su Har Karkom. Nelle sue viscere troveremo le tavole».

Alfonso in silenzio preparò gli zaini per partire verso il deserto del Neghev. Lì era territorio israeliano e non avevano i permessi di entrare. In qualche modo sarebbero passati. Si unirono a una carovana di beduini che arrivava vicino a Al Qosimah al confine con Israele. Però abbandonarono la carovana nei pressi di Qesm Nakhl che distava poco dal confine e una decina di chilometri dalla montagna obiettivo.

Qui Alba aveva cominciato a straparlare e pronunciare frasi sconnesse in italiano, inglese e una lingua del tutto sconosciuta. Era quasi sera e trovarono ospitalità in una tenda dei beduini, che solcavano quel deserto come una nave sul mare.

Alfonso tentò varie lingue per farsi comprendere con effetti negativi. Voleva sapere se c’era un check point vicino per attraversare la frontiera senza rischiare la vita. Gli israeliani non erano teneri coi clandestini. Alla fine rinunciò. Provò usare il tablet senza significativi risultati. Google map indicavano sommariamente le strade. L’unica via che attraversava il confine era molto più a sud, il valico di Taba. Tornare indietro si rischiava di perdere la bussola e vagare nel deserto. Prospettiva poco allettante. “Un vero peccato” sospirò Alfonso, che si stava pentendo di essersi allontanato dal Monastero di Santa Caterina e dal gruppo. Aveva lasciato un biglietto con la loro destinazione ma di certo John non l’avrebbe presa bene la loro diserzione. Quindi ho trovavano queste benedette tavole o una bella lavata di capo non l’avrebbero scansata.

Alba continuava a mormorare incessante la sua profezia come una litania religiosa, finché esausta non si addormentò. Alfonso si strinse vicino nel sacco a pelo doppio che li accoglieva e sognò prati verdi e boschi folti.

Un rumore assordante lo svegliò. Controllò l’ora sul quadrante fosforescente. Erano poco più delle sei ora locale. Pareva il rumore di un aereo in avvicinamento. Uscì dalla tenda. Il sole tingeva di rosso il cielo e un aereo stava passando sopra di loro.

Alba silenziosa si pose al suo fianco, quando un boato squarciò il silenzio e una palla di fuoco incendiò il cielo.

Per un attimo fu buio, perché chiusero gli occhi ma subito dopo oggetti incandescenti che lasciavano scie scure di fumo precipitarono a terra. Rimasero a naso in su, assistendo al tragico spettacolo.

Un aereo era esploso in volo col suo carico umano, mentre loro osservavano senza poter fare nulla.

Alfonso guardò ammirato Alba. Aveva profetizzato sangue ovunque e così era stato. Dovevano mettersi in marcia subito per passare in Israele e raggiungere la località che la ragazza farneticando aveva indicato.

Incipit profetico – la mia storia nro 7 – seconda parte

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A grande richiesta metto una coda alla storia che trovate qui.

Venerdì diciassette Cristina si svegliò di buon’ora, stiracchiandosi come una gatta dopo una sana dormita. Sbadigliò vistosamente mentre scalciava le lenzuola lontano. Era giugno e faceva decisamente caldo per il periodo. A piedi nudi si diresse in bagno. Doveva svolgere con urgenza un servizio corporale. Evitò con cura gli specchi, come faceva tutte le mattine. La visione della sua chioma aggrovigliata e delle occhiaie che parevano uscite da un incontro di boxe le metteva irritazione e spegneva il buon umore della giornata.

Doveva prepararsi per andare al lavoro per non fare tardi. Era impiegata in un’assicurazione. Alle diciassette e trenta avrebbe staccato come tutti i venerdì. Nella giornata odierna aveva un motivo in più per non concedersi un attimo di ritardo nell’uscita dall’agenzia. Alle diciannove era prevista la cerimonia nuziale. Un orario insolito come la scelta del giorno. Le era sembrato che ci fosse stata molta urgenza nella preparazione del matrimonio deciso in fretta e furia come se indicibili spinte fossero diventate frenesie. “Che la stronza di Celine abbia incastrato il bel Marco per farsi impalmare?” si chiese mentre tentava di sgrovigliare la matassa setosa che aveva in testa. Se fosse stato così, era stata più furba di lei, che invece si era mostrata riluttante a concedersi. Lo avevano fatto poche volte e sempre usando mille cautele. Rimanere incinta era l’ultimo dei suoi pensieri. Accudire un pupo pure.

Imprecò in modo variopinto mentre tentava con poco successo a trasformare i suoi capelli rossi in qualcosa di vagamente lisciato. Erano stati sempre ribelli con ricci e boccoli in varia misura. Usava la piastra per renderli dritti ma trenta secondi dopo era come prima. La mattina era un delirio pettinarsi. Si rassegnò a lasciarli andare come volevano loro. “È fatica inutile” si disse mentre si truccava in modo leggero. Non amava quei mascheroni pesanti che talvolta vedeva in Clara, la collega d’ufficio.

Adesso era il momento della scelta del vestito. Optò per il classico: jeans e camicetta per l’ufficio. Avrebbe portato con sé quel vestitino leggero di lino a fiori gialli e rossi di Ken Scott che suscitava gli sguardi lascivi degli uomini, la pochette e le scarpe dello stesso stilista. Sarebbe stata uno schianto. Prima di uscire dal lavoro avrebbe compiuto la metamorfosi da graziosa impiegata a vamp sexy. Dismessi i jeans, tolto il reggiseno, scambiate le mutandine con altre ridottissime di pizzo avrebbe indossato l’abito prescelto che la fasciava come una seconda pelle, mettendo in risalto il suo seno piccolo ma scultoreo. «Fosse solo quello!» cinguettò felice, mentre metteva in moto la sua Smart.

La giornata lavorativa non sembrava finire mai, mentre l’adrenalina saliva a livelli pericolosi.

All’orario di chiusura dell’agenzia si infilò nel bagno per cambiarsi. Uscendo lasciò di stucco le colleghe e l’assicuratore, che faticavano a riconoscerla nella nuova veste.

«A lunedì, ragazze» cinguettò Cristina. «Buon week end, Paolo».

Lo salutò con un gesto della mano, prima di uscire.

La giornata calda ma non afosa l’accolse in strada, mentre un signore apparentemente distinto si lasciò sfuggire ad alta voce: «Che gnocca».

Lo spettacolo era iniziato.

Raggiunto il municipio, si posizionò proprio all’ingresso dello scalone che portava alla sala dei matrimoni. L’attesa non durò molto. I primi inviatati arrivarono alla spicciolata, suscitando versetti appena contenuti di libidine. Le ragazze la guardarono in tralice invidiose e gelose. La sensualità di Cristina oscurava tutte le loro messe insieme, mentre attirava gli sguardi concupiscenti degli uomini.

Cristina non mostrava nessun imbarazzo, nonostante il bisbigliare malevolo delle donne e quello voglioso degli uomini.

Marco arrivò poco prima delle diciannove e sbiancò vedendola. Non immaginava che si presentasse così al suo matrimonio. Finse di non riconoscerla, mettendosi a parlottare col testimone. Tremava al pensiero che all’arrivo di Celine facesse una piazzata.

Cristina gongolava. “Lo stronzo è rimasto senza parole” si disse, accendendo un sorriso smagliante sul viso. Ancora poco e la vendetta sarebbe consumata.

Quando la sposa con dieci minuti di ritardo si avvicinò a Marco, Cristina si staccò dal punto in cui stava da un’ora e puntò su lui, che fece l’atto di nascondersi senza riuscirci.

«Auguri, Marco» e lo baciò con passione sulle labbra sotto gli occhi esterrefatti di Celine.

Poi con un gesto teatrale accarezzò il viso della sposa e si allontanò ancheggiando vistosamente.

Incipit profetico – la mia storia nro 7

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Altro vecchio incipit profetico di Scrivere creativo.

«Marco si sposa venerdì prossimo, ma pioverà e gliela farò pagare».

Cristina borbottò queste parole, mentre stava davanti allo specchio a sistemarsi i capelli, che parevano arrabbiati come lo era lei con Marco.

«Quello spergiuro! Mi ha menato per il naso in tutti questi anni» mormorava la ragazza, dando rabbiosi colpi di spazzola alla chioma, che pareva già in ordine.

Cristina aveva superato i trenta e vedeva allontanarsi la prospettiva di trovare un compagno. Marco era quello che aveva durato di più. “Un anno” pensò con un ghigno feroce. “Però l’infedele diceva di amarmi alla follia, mentre in realtà frequentava Celine. Anzi l’infingardo era ufficialmente fidanzato”. Alla parola fidanzato stringe con violenza il manico della spazzola, mentre le nocche diventavano candide. Se fosse stato a tiro, un bel oggetto contundente l’avrebbe centrato.

Lo specchio rimandava l’immagine di una donna aggressiva e cattiva con la fronte corrugata e le labbra serrate. Sembrava sfigurata dalla rabbia del tutto diversa dalla rappresentazione che mostrava alle persone. Appariva dolce e affettuosa, pronta a offrire i suoi servigi. Dalle maniere educate e per nulla sdolcinate tutti la riteneva una ragazza generosa. Però quando si infuriava usciva la sua vera anima. Ringhiante e decisa a far valere le sue ragioni. Questo aspetto della sua personalità appariva di rado, anzi rimaneva nel chiuso del suo appartamento.

Prese in mano l’invito e lo fece in mille pezzi.

«Quello stronzo mi prende pure in giro. Dopo avermi illusa mi invita al matrimonio e al rinfresco» ringhiò Cristina, mentre dall’armadio sceglieva il vestito per uscire. «E non solo ma anche la lista di nozze! Per chi mi ha presa? Per la scema del villaggio?»

Gettò sulla sedia l’abito di lino a fiori. Un getto di rabbia che non diminuì l’adrenalina che aveva in corpo.

«Scaricata come una vecchia scarpa» tuonò la ragazza rossa in viso come i capelli. «Calmati. Venerdì conoscerà la mia vendetta».

Non sapeva ancora come ma di sicuro avrebbe avuto l’effetto di una deflagrazione. Infilato il vestitino leggero sull’intimo ridotto alle sole mutandine, mise nei piedi un paio di sandali dorati senza tacco. “Tanto non ho bisogno di barare sull’altezza” pensò, mentre prendeva la borsa di tela che pesava come una casa. “Il mio metro e settantacinque è sufficiente”.

A questo pensiero trasformò la grinta rabbiosa in un viso sorridente. Ricordava che Marco era un tappo. Almeno cinque o sei centimetri più basso di lei. Solo questo abbassava tutta la sua boria di figlio di papà. I suoi erano ricchi di loro, avendo ereditato una fortuna dal nonno, che l’aveva costruita coi favori del fascio nel ventennio. Poi intrallazzando e navigando nel sottobosco della politica aveva accresciuto il patrimonio. Marco era un nulla facente, fuoricorso da anni, amante della bella vita e contornato da stuoli di donne attratte solo dalla sua ricchezza. Per Cristina era un ragazzo affascinante anche se a volte di una noia indicibile. Dei suoi soldi non gliene importava un fico secco ma l’avrebbe sposato volentieri. Ci stava bene insieme. “Invece” digrignò i denti, mentre chiudeva la porta blindata del suo trilocale. Il pensiero di venerdì le fece aumentare l’adrenalina e la voglia di vendicarsi.

Prese la Smart per andare in centro. Doveva incontrare Fabia, l’unica amica rimasta tale. Un caffè nella caffetteria del corso principale, due chiacchiere prima del pranzo. Aveva un pensiero fisso mentre con agilità sgusciava tra i mastodontici suv che infestavano la strada. Non aveva mai capito cosa ci trovassero di attraente in queste auto impacciate nel traffico convulso del centro storico.

“Cosa posso inventarmi per venerdì?” si disse muovendo le labbra come se parlassero. “Ma di venere, né di marte non ci si sposa, né si parte, ma neppure un colpo all’arte”. Sorrise per questa filastrocca, perché aveva deciso di mettere i bastoni tra le ruote.

Trovato un pertugio tra due scintillanti auto, parcheggiò con agilità la sua Smart. Diede un colpo al vestito, che aderiva al suo corpo come una seconda pelle, segnando tutto quello che stava sotto. Ancheggiando sotto gli occhi bramosi di due uomini si diresse verso il luogo dell’appuntamento. Sapeva che il suo corpo sodo e ben formato suscitava le occhiate lascive degli uomini. Le piaceva mostrare questo lato della sua femminilità che aveva saputo attrarre Marco, anche se solo per poco.

«Sei un porco!» borbottò, mentre incrociava un signore distinto che si fermò a guardarla male. Aveva pensato che l’insulto fosse destinato a lui.

Cristina proseguì continuando a borbottare epiteti e ingiurie verso Marco, reo di averla abbandonata con una semplice frase: «Venerdì diciassette mi sposo con Celine».

Celine era una ragazzetta di appena venticinque anni, sciocca e fatua come un’ameba. Eppure era riuscita a prendersi il cuore di Marco. “Devo trovare qualcosa di eclatante” si disse, abbracciando Fabia.

Incipit profetico – la mia storia nro 6

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Altra vecchia sfida di Scrivere creativo

«Domenica andiamo a scalare. Puoi dire o fare quello che vuoi, Alberta, ma noi andremo».

Gianni è stato deciso nell’affermazione, lasciando basita Alberta.

Loro convivevano da dieci anni, dividendo la villetta che avevano comprato insieme. Sempre d’accordo salvo qualche piccolo litigio che si ricomponeva in breve tempo. Insomma una coppia affiatata.

Lui aveva trentacinque anni, lei tre di meno. Al momento non avevano deciso se volevano un figlio oppure no. Egoisticamente fino al momento avevano rinunciato, ripromettendosi di decidere domani. Però si sa che domani è un nuovo giorno e così erano passati dieci anni.

Gianni era un consulente informatico apprezzato e ricercato e spesso era in trasferta. Alberta insegnava lettere al liceo scientifico con un incarico annuale. Aspettava con ansia il mega concorso per aspira a entrare di ruolo.

Ognuno coltivava i propri hobby senza interferire. Gianni nel poco tempo libero praticava il tennis, ma amava anche la montagna. Era un discreto rocciatore ma da tempo vi aveva rinunciato, perché Alberta soffriva di vertigini e stava in ansia sapendolo appeso a una parete. Lei invece adorava leggere e qualche volta si dilettava a scrivere brevi racconti.

Dunque quel lunedì Alberta è rimasta interdetta, quando il compagno con tono perentorio aveva annunciato che sarebbe andato con alcuni amici a scalare quella montagna dietro casa. Lei non aveva aperto bocca ma di sicuro non avrebbe lasciato perdere l’argomento. Stasera nel lettone ne avrebbero parlato.

“A Gianni non ho mai negato di andare in montagna, anche se lui sa benissimo che sono in apprensione” ragiona Alberta, mentre si prepara per andare a scuola. “Quello che non mi garba è ‘puoi dire o fare quello che vuoi ma noi andremo’. Ci mancherebbe che io mi metta di traverso. Però…”.

Finisce di truccarsi, infila la blusa di lino marrone e mette le scarpe basse, più comode per la guida.

Gianni è già uscito. Una giornata tranquilla in ufficio. Mentre prende il numero 15, fa mente locale di quello che serve per domenica. “Gli scarponi da roccia, corde e moschettoni, il tascapane. I pantaloni di velluto verdi e il maglione pesante”. Annota tutto mentalmente. Dovrà controllare che l’attrezzatura non più usata da almeno cinque anni sia funzionale e in buono stato. “Non si scherza quando si scala una parete. La minima distrazione può essere fatale” si dice, mentre scende alla sua fermata.

Gianni alla sera, quando rientra a casa, trova Alberta immusonita. Prova a darle il solito bacio come tutte le sere ma lei si scosta infastidita.

«Il tuo è un bacio di Giuda» esclama la ragazza col viso scuro, facendo una smorfia con le labbra.

Gianni rimane incerto se replicare oppure no. Capisce che l’annuncio della mattina l’ha messa di cattivo umore, quindi non vuole innescare un litigio e tace.

«Io non mangio» annuncia Alberta con le braccia conserte. «Devi preparati la cena».

Detto questo si rifugia nel suo studio, chiudendo la porta con violenza.

Lui deve ricucire e spiegare il tono dell’annuncio. “C’è poco da chiarire” pensa mentre apre una scatoletta di tonno. “O rinuncio o litigo”. Aveva fame al rientro ma adesso gli è passata. Pulisce il piatto con un pezzo di pane e beve il solito bicchiere di vino rosso. Riflette cosa è meglio fare. La montagna può attendere ma Alberta no.

Ha deciso. Bussa alla porta prima di entrare. Lei al computer. “Starà parlando con le amiche e gli amici” si dice, avvicinandosi. L’intenzione sarebbe quella di spostare i capelli biondi dal collo e darle un bacio ma per questo ci sarebbe tempo più tardi. Adesso deve parlare.

«Non volevo innervosirti» inizia con tono appena sussurrato Gianni. «Ma volevo scherzare stamattina. Non andrò in montagna con Gigi e Piero. Anzi non era nemmeno in programma».

Alberta si gira con lentezza lo guarda fissa negli occhi e legge la bugia sul naso.

«Sei un adorabile bugiardo» esclama alzandosi per abbracciarlo. «Stanotte me la pagherai. Ti amo».

La mia storia – miniesercizio nro 71

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Altro miniesercizio impegnativo di Scrivere creativo e nuova sfida.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un tweet che non doveva essere “tweettato”

– Un salmone affumicato

– Una donna in crisi di panico

– La foto seguente

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Ragazzi, per favore, non andate a dire in giro che non ho votato la porcata”.

Il tweet era in bilico tra la punta del mouse e il tasto DEL. Matteo chiuse gli occhi cercando di valutare cosa fare, quando un urlo lo fece sobbalzare e il dito premette il tasto di sinistra.

«Porca vacca!» imprecò, accompagnando il tutto con una bestemmia. Il tweet era davanti a lui, beffardo e impettito. Tutto colpa di Agnese e delle sue crisi di panico. Non voleva farsi curare e così quando meno te l’aspettavi emetteva delle urla spaventose. Roba da infarto. Il tweet era partito e non poteva più fermarlo.

Aprì in un nuova scheda il sito on line del suo media preferito. Sgranò gli occhi per la sorpresa. Un’immagine in bianco e nero campeggiava sullo schermo.

Matteo pensò che fossero i binari del tram ma poi si ricredette. “Se lo fossero, il tram deraglierebbe di certo” sì disse osservando meglio la figura. “No. Non poteva. Ma allora cosa sono?”

«Caro» annunciò alle sue spalle Agnese, reggendo il vassoio. «Ti ho portato le tartine al salmone e un bicchiere di vino».

Matteo la guardò in cagnesco ma virò verso un sorriso e la baciò.

La mia storia – miniesercizio nro 70

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Simpatica questa nuova avventura proposta da Scrivere creativo. Cosa?

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un orto incolto

– Un panettiere pigro

– Un panettone scaduto

– La foto seguente

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Clara camminava verso un punto non definito. Ai lati c’erano piccoli appezzamenti chiusi da reti rabberciate. Erano l’immagine della desolazione. Un tempo erano orti, che il comune assegnava ai pensionati, adesso un ammasso di erbacce.

Seguiva il sentiero tra macerie e terreni incolti. La guerra aveva colpito duro quest’area. Non si vedeva volare una mosca né sentire una voce umana. Solo il rumore dei suoi passi sullo sterrato polveroso.

In lontananza vide delle costruzioni fatiscenti. Camminò per lunghe ore come se inseguisse il miraggio della fata Morgana.

«Che cerchi?»

Udì la voce di un uomo in bianco, anche se questo affiorava solo qua e là.

«Chi sei?» fece Clara, fermandosi.

«Nulla. Una volta facevo il pane».

Appoggiato al tronco stava l’uomo con una cicca spenta in bocca.

«Lo vuoi?» chiese il panettiere, allungando una confezione.

«Cos’è?» disse Clara, allungandosi per osservare meglio.

«Un panettone Motta dei tempi buoni».

Spalancò gli occhi sorpresa. “Di certo sarà scaduto” pensò, riprendendo il cammino.

Si fermo davanti a un palazzo dalle forme strane. Pareva disabitato con i rivestimenti esterni cadenti e le finestre senza imposte.

“Forse prima di questa fottutissima guerra era un palazzo di prestigio. Adesso è solo un rudere” e passò oltre.

La mia storia – miniesercizio nro 69

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Nuovo appuntamento alle ministorie di Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un lecca-lecca

– Il portiere della nazionale di calcio a cinque

– Un gioco di ruolo

– La foto seguente

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Jacopo arrivò al campo in anticipo. Teneva in bocca un chupa chups. Parcheggiata la macchina, prese la sacca dal sedile posteriore. Il lecca lecca gli gonfiava la guancia, mentre la passava da un lato all’altro.

«Porca miseria» esclamò davanti agli spogliatoi, chiusi con un bel lucchetto.

Lo toccò perché era di discreta fattura ma senza la chiave non poteva entrare.

«Pazienza» borbottò, sedendosi sulla panca di fianco alla costruzione.

Prese il tablet per mettersi a giocare. Doveva far passare mezz’ora prima che l’allenatore della squadra arrivasse con la chiave.

Jacopo era il portiere titolare di Schiappe, squadra di calcetto a cinque. Per la sua abilità era finito nel giro della nazionale.

Acceso il tablet si fiondò sui giochi. Fece scorrere le varie schermate. Selezionò ‘Giochi di ruolo’ e tra questi scelse Warlock, il suo preferito. Lui era un mago che sfidava il profondo dark per salvare Blood Elf, imprigionata dal mago antagonista Dwarf. Era arrivato al settimo livello ma il dodicesimo era ancora lontano. Imboscate, battaglie contro mostri e robot in rutilanti scene improvvise e feroci.

«Sveglia, Jacopo» disse Carlo. «Mettiti in tenuta da gioco. Tra cinque minuti si comincia».

“Uffa” pensò Jacopo, chiudendo il tablet. “Ero al nono livello”.

la mia storia – miniesercizio nro 68

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Vediamo cosa propone questa volta Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una brandina

– Una bacchetta magica rotta

– L’inizio del mondo

– La foto non la mostro, provate a immaginarla al termine del miniracconto. Chi indovina vince un BRAVO o BRAVA a seconda del sesso.

 

Livia si fermò a guardare la statua nel mezzo del parco pubblico. La donna scolpita pareva triste ma era l’effetto buffo del tempo che aveva fatto colare lo smog in mille rivoli.

Pensò che una bella pulitura avrebbe reso giustizia alla sua bellezza e tenerezza. Riprese la passeggiata, quando un ragazzino vestito da mago si parò innanzi.

«Ciao» lo salutò. «Come ti chiami?»

«Sono il mago Zurlì» e con un bastoncino spezzato disegnò davanti ai suoi occhi strani simboli.

Lei rise ma il bimbetto con un capello rosso in testa e una mantella di raso sbiadita sulle spalle la guardò torvo.

«C’è poco da ridere. Il mondo finirà». Scappò via.

Livia ricordò quando era piccola, all’incirca l’età del finto mago.

Stava su una brandina al mare e fuori pioveva. Doveva inventarsi qualcosa per passare il pomeriggio. Accoccolata immaginò il Big Bang, allora ignorava che lo chiamassero così, con la formazione della terra. Le avevano spiegato che Dio aveva preso una palla di fango, plasmata e lanciata nel cielo. Fiori, un melo e due incoscienti, Adamo ed Eva, che riuscirono farsi cacciare via a pedate. Un bel disastro.

Ripassò dalla statua. Un piccione era sulla testa del bambino. Un immagine buffa.

Incipit profetico – la mia storia nro 3

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Scrivere creativo aveva proposto questo incipit lasciando libero di scrivere quanto volevamo. l’ho ripescato e ve lo propongo.

Nel 2020 l’acqua scomparirà dalla terra, ma noi saremo pronti. Ci siamo preparati al viaggio verso Marte“.

Stava scritto su una stele ritrovata nel deserto siriano da una spedizione di archeologi alla ricerca della città perduta dei Templari.

Marcello guardò Sabrina e poi Flavia. Leggeva sui loro volti la sua stessa sorpresa per questa stele scritta in italiano.

Sabrina scoppiò in una grande risata. Non poteva crederci. “Nel 2017 trovo in pieno deserto una stele con una profezia minacciosa. Tra tre anni l’acqua scomparirà dalla terra e ci sarà una migrazione di massa interstellare” si disse tra i singhiozzi e le lacrime causate dal troppo ridere. Si accasciò sulla sabbia, tenendosi la pancia. Non accennava a smettere sotto gli occhi increduli dei compagni di avventura.

Marcello teneva in mano quel pezzo di argilla un po’ sbrecciato dove si leggevano nitide quelle parole italiane, incise rozzamente. La grafia appariva incerta ma il senso era chiaro. Anche lui pensò che qualche burlone si voleva prendere gioco di loro.

Erano partiti un mese prima, a ottobre, da Torino diretti a Palmira, liberata dai neri seguaci di Al Baghdadi. Erano tre ricercatori dell’università, che aveva pagato tutto. Viaggio, attrezzature e tanti auguri. Ne avevano bisogno visto il posto prescelto per la loro spedizione. Nessuno era riuscito a dissuaderli dalla loro incoscienza. Spedita a Antakya una Renegade modificata per consentire di dormire al suo interno, raggiunsero la Turchia via mare. Attraversato il confine siriano, seguirono le antiche vie carovaniere per arrivare all’oasi di Palmira, l’antica Tadmor, alla ricerca di una mitica città fondata dai Templari nel 1197, di cui si erano perse le tracce. La sua localizzazione era incerta come la sua esistenza. Esistevano dei codici manoscritti, la cui autenticità era assai dubbia, ritrovati in una bottega antiquaria. I tre ricercatori si erano infervorati e avevano ottenuto l’appoggio dell’università nel loro pazzesco progetto. Con l’incoscienza dei loro trent’anni erano partiti verso un paese dilaniato dalla guerra, dove USA e Russia combattevano la loro war game. Mille difficoltà si erano frapposte tra loro e l’avanzamento della spedizione. Prima i turchi che li guardavano come foreign fighters, poi i siriani che li avevano classificati come spie, infine le molte fazioni che pretendevano un pedaggio per il loro passaggio. Insomma il classico percorso a scalini, costellati di trabocchetti. Alla fine la loro ostinazione aveva prevalso ed erano riusciti a imboccare la strada per Palmira.

Adesso a metà strada tra Damasco e Palmira questo ritrovamento li gettò nella confusione. Sabrina si rotolava nella sabbia in preda a un riso frenetico e convulso. Flavia balbettava parole sconnesse. Marcello continuava a leggere quella frase con una profezia al limite dell’assurdo per via della lingua scelta. La lastra pareva vecchia ma la frase italiana era fuori luogo. “Se fosse scritta in arabo o in caratteri cuneiformi sarebbe plausibile anche se improbabile. Ma in italiano? Nel deserto siriano? No, puzza d’imbroglio” pensò Marcello, mentre si domandava se il sole del deserto siriaco stesse giocando dei brutti scherzi. Allucinazioni o peggio.

«Calma, Sabrina» affermò Marcello, sollevandola da terra. Le lacrime era impastate di sabbia, i capelli in condizione penosi come i vestiti.

Con una salvietta umida le ripulì la faccia ridotta a una maschera e l’aiutò a togliersi la polvere dai pantaloni color cachi. Sotto le ascelle era impossibile, perché la sabbia aveva aderito alla camicia.

Il trio si avviò verso la Jeep per mettersi al riparo, anche se il sole di novembre non era così caldo da essere insopportabile.

Sistematisi sotto la tenda della Renegade, Marcello chiede il parere alle due compagne, mostrando loro la piccola lastra.

«Sembra vecchia» azzardò il ragazzo, passandola a Flavia, che l’esaminò.

Scosse il capo la ragazza. Era impossibile stabilire l’età dell’oggetto.

«Potrebbe essere un fake» affermò Flavia, che esaminava da ogni angolazione l’argilla. «Sembra una tavoletta di quelle usate in quest’area ma l’italiano…».

La ragazza scuoteva i capelli rossi in segno di diniego. Il viso cotto dal sole autunnale mostrava la sua incredulità sulla bontà della scritta.

Marcello annuì. La sua affermazione non faceva una grinza.

«Ammettiamo che tu abbia ragione» rispose il ragazzo nel riprendere l’oggetto, che osservò con meticolosa cura. «Ma come è finito qui? Proprio mentre cercavano le tracce dell’antica via carovaniera?»

Sabrina, che si era ripresa dalle risate convulse, era rimasta in silenzio ascoltando i due compagni.

«Non ci stai tirando un pacco?» fece poco convinta della storia del ritrovamento. «Come l’hai trovato?»

Marcello stava rispondendo piccato all’insinuazione della ragazza, quando decise che non era il caso di polemizzare e accendere il litigio.

«Come avete visto, eravamo da poco…» cominciò a raccontare.

«Io non ho visto nulla, a dire il vero. Ho notato solo che tenevi fra le mani qualcosa» esclamò Flavia con timidezza come se avesse paura delle reazioni del ragazzo.

«Io?» disse ridendo Sabrina. «Ho sentito solo il vostro vociare».

Marcello le guardò. Non gli volevano credere e pensavano che lui volesse burlare di loro. “In effetti non hanno tutti i torti” rifletté il ragazzo, tornando sul posto del ritrovamento. “Non hanno visto nulla. Hanno sentito solo la mia esclamazione. Chiunque potrebbe pensare male”.

Marcello si chinò nel punto dove la sabbia era smossa e ragionò che potevano esserci altre tavolette con nuove indicazioni.

Sabrina osservò da sopra la spalla cosa faceva il compagno. Non comprendeva quel suo raspare tra sabbia.

«Cosa stai facendo?» chiese curiosa, attirando l’attenzione di Flavia, rimasta sotto la tenda.

Marcello sollevò il capo, girandosi di novanta gradi.

«Qui ho trovato il primo reperto. Qualcosa mi suggerisce che ce ne sono altri».

La ragazza sorrise ma il ghigno allegro del viso si trasformò in una maschera di sorpresa. Vide affiorare qualcosa che pareva vagamente una tavoletta di argilla. “Aveva ragione Marcello” pensò abbassandosi per osservare meglio.

«Credo di averne trovato altre» affermò il ragazzo, mentre ripuliva con le mani dalla sabbia una lastra molto simile al primo ritrovamento.

In 2020, water will disappear from the ground, but we will be ready. We were prepared for the trip to Mars

«Non è possibile!» esclamò affranto Marcello, sedendosi sulla sabbia e allungando il nuovo reperto a Sabrina.

La ragazza guardò il pezzo incredula. Prima in italiano, adesso in inglese. Stava per mormorare qualcosa, quando Marcello la precedette.

«Ragazze, accetto scommesse! Ne troveremo a centinaia scritte in tutte le lingue del mondo».

Frugò freneticamente nella sabbia e comparvero altre tre tavolette di argilla.

«Questa è in spagnolo» esclamò per nulla sorpreso il ragazzo.

«E le altre due in francese e tedesco» fece Sabrina ridendo di gusto. Un burlone aveva colpito duro.

Marcello e Sabrina si abbracciarono con le lacrime agli occhi per la risata provocata da quella scoperta, quando Flavia si alzò e indicò un punto del cielo.

«Ragazzi! Un drone ci sta spiando».