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La mia storia – miniesercizio 75

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Sono tornati i miniesercizi di Scrivere creativo.

Le regole sono sempre le stesse

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una rete da pesca

– Una sedia a sdraio

– Un impiegato comunale

– La foto seguente

Rocco attraversava il ponte di ferro due volte al giorno. I suoi passi risuonavano metallici sotto i suoi piedi, mentre l’acqua verdastra del canale, che tagliava in due il quartiere, sembrava immobile. Gli alti edifici vi si specchiavano grigi. In basso erano ricoperti di muschio verde, la parte superiore annerita dal tempo. Il sole faticava a illuminarlo.

Rocco era figlio di un minatore siciliano, venuto in Belgio a cercare fortuna ma invece aveva trovato la morte a Marcinelle. Non si sentiva più italiano né parlava la lingua dei suoi genitori. Adesso faceva l’impiegato comunale a Bruges e conosceva solo il fiammingo.

Tutte le mattine alle otto passava sul ponte per recarsi all’ufficio anagrafe dove lavorava. Gli piaceva stare a contatto col pubblico, anche se a volte era indisponente.

Delle antiche origini siciliane aveva conservato il piacere della pesca. Alla domenica o nei pomeriggi estivi si appostava sulla riva del Handelkom con la sedia a sdraio e il bilancino, sperando di pescare qualcosa. Quello che prendeva lo ributtava in acqua, anche se passava interi pomeriggi a gettare la rete nel canale e ritirarla grondante ma vuota. Per lui era un passatempo, mentre osservava i barconi che lentamente scivolavano sulle acque grigiastre.

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Disegna la tua storia – nro 20 – la lavatrice

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Quando l’assistenza se ne andò, Viola si mise le mani nei capelli. Il bagno era in condizioni pietose. Acqua, pedate, manate un po’ ovunque e lei fra mezz’ora doveva raggiungere il posto di lavoro.

«Maledetta lavatrice» bofonchiò esasperata, osservando quel disastro.

Doveva fare il bucato grosso, come tutti i mercoledì ma quel giorno non fu così. Almeno lei ci provò ma tutto congiurò per il contrario.

Viola in quella giornata era di turno al pomeriggio. Lavorava in un supermercato come cassiera. Sei ore estenuanti a combattere con i clienti e col lettore di codice a barre. Quel bip risuonava nelle orecchie come un colpo di spillo sulla pelle. Il turno più massacrante era quello serale, perché quando tornava a casa alle ventidue non riusciva a smaltire quel suono. Lo udiva di continuo per almeno un paio d’ore.

Viola divideva l’appartamento con Giacomo, lo storico compagno di banco della scuola. Vivevano insieme da almeno dieci anni ma rimandavano la regolarizzazione della loro convivenza nel futuro prossimo. Non avevano fretta e stavano bene così. Giacomo era un impiegato di una ditta di logistica. Aveva trentacinque anni e qualche capello bianco. Tranquillo e posato aveva un potere calmante sui nervi di Viola specialmente quando tornava alla sera.

Quel mercoledì lei riempì il cestello della lavatrice per bene, sistemando il carico in modo omogeneo. Le avevano detto che altrimenti quello si poteva rovinare. Aveva cambiato la lavatrice da qualche mese dopo aver pensionata la vecchia comprata quando avevano messo su casa. Era il modello di punta della gamma, ricco di programmi e complicato come uno smartphone. Giacomo rideva quando la vedeva armeggiare col libretto delle istruzioni.

«C’è poco da sfottere» diceva Viola piccata facendo le boccacce.

Anche quel mercoledì con le istruzioni in mano programmò la lavatrice, mettendola in movimento. Tuttavia dopo dieci minuti la luce se ne andò. Aspettò qualche minuto paziente che ritornasse ma alla fine decise che era un problema suo. Scese nella stanza dei contatori e imprecò. Era scattato l’interruttore generale. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, riuscì nel suo intento.

Tornata nell’appartamento, adesso in tilt era il programma della lavatrice. Lesse i codici d’errore sul display e il manuale nella sezione ‘segnalazioni’.

Viola non era la persona adatta al turpiloquio ma la parolaccia scappò lo stesso.

«Che stronzo! Certo che lo so che il programma è bloccato» esclamò indispettita. «Pensa forse che non me ne sia accorta?»

Lesse le istruzioni per ripartire. Un’ora dopo era ancora lì esausta e arrabbiata. Con la vecchia lavatrice sarebbe stata sufficiente girare una manopola e premere un tasto. Qui serviva una doppia laurea. La prima in lettere per capire le istruzioni scritte in un italiano astruso. «Maledetto Google» imprecò aggiungendo qualche altro epiteto colorito. La seconda in informatica per mettere in sequenza tutti i comandi come se fossero istruzioni di un programma.

Alla fine Viola arrabbiatissima diede una manata sul display e la lavatrice riprese a funzionare. Osservò l’oblò per verificare se effettivamente stava lavando oppure facesse finta.

Era da pochi minuti in cucina, quando udì un rumore di ferraglia. Si mise in ascolto ma tornò il silenzio. Riprese a lavare l’insalata, quando quel rumore infernale si fece sentire di nuovo.

Inquieta andò in bagno a controllare la lavatrice, che le sembrò un essere umano. Borbottava, grattava ed emetteva sberleffi, finché un solenne ‘crash’ mise fine alla cacofonia di suoni. Un fumo azzurrino filtrava dal retro, mentre un filo d’acqua scorreva da sotto.

Chiuso il rubinetto dell’acqua e staccata la spina, osservò, livida in faccia, il disastro.

Non restava che chiamare l’assistenza.

Disegna la tua storia – nro 19 – I numeri

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In effetti è il diciassette ma per Tania rimane il diciannove. Mica semplice districarsi tra i numeri, specialmente se si è al termine di una giornata estiva col sole che picchia e il caldo che non dà tregua.

Però riavvolgiamo il nastro del tempo e pensiamo alla simbologia dei numeri.

Tania ci crede che tutto sia un numero e che quindi simbolicamente le nostre esistenze siano dominate dalla loro influenza.

Il diciannove è secondo la scienza dei numeri un numero karmico, associato alla vita precedente. Tania è convinta che in una vita precedente lei era una donna coraggiosa e abile nel comando. Guidava un esercito e tutti i maschi le obbedivano. La sua insegna era originale: una mano con al centro l’occhio di Dio. Il suo occhio, che dominava il mondo. Da dove ricavasse questa certezza non è dato di sapere ma lei ci credeva e non ne faceva mistero.

Tania è una ragazza di vent’anni. Non alta e nemmeno bassa. Si dice che è nella normalità, dove per normale non si capisce bene quale sia il metro di valutazione. Però per tutti era così. Non bella, non brutta, né snella e neppure grassa. Insomma una ragazza che poteva sembrare anonima. In effetti lo era. Convive con un ragazzo, Roberto, che di grilli per la testa ne ha pochini. Razionale ma passionale al punto giusto. Un po’ il contro altare di Tania, di cui accetta con pazienza le sue sparate sulla numerologia. Se si esclude questa fissa, lei è una ragazza gradevole con cui vivere.

Lei è ossessionata dai numeri al tal punto che tutto è un numero. Il suo nome, Tania, corrisponde al cinque.

«Cosa significa il cinque?» chiede Roberto mentre sono nel letto.

«Ma come?» lo guarda sorpresa Tania con aria di rimprovero. «Non conosci il valore del numero cinque?»

Lui abbozza un sorriso. Sa quanto sia permalosa e quindi si trattiene dal ridere apertamente. Non crede che un numero possa cambiare il corso della vita. Con pragmatismo è convinto che ognuno forgia la sua esistenza con le proprie mani. “Altro che cinque!” pensa, mentre la sfiora con le labbra il collo, che invitante è lì per essere baciato.

Tania si scosta, ignorando il suo gesto e lo guarda torva.

«Il cinque è il simbolo del molteplice, del mutevole e dell’esplorazione. Chi sta sotto questo numero è alla costante ricerca di nuove mete. È irrequieto e attivo, fortunato e passionale, estroverso e tende a vivere nuove esperienze».

Roberto trattiene la risata. “Ha descritto l’esatto contrario di come è Tania» si dice, allungando una mano sul suo seno. «Conservatrice, fredda e apatica! Ci vuole solo la mia pazienza per sopportarla in questi momenti». Sospira, mentre lei allontana la mano infastidita.

Presa dal delirio dei numeri non accetta gli slanci passionali di Roberto, anzi li trova fastidiosi. Lui vorrebbe fare sempre all’amore ma lei si concede poco e male.

«Il diciassette è un numero insulso» prosegue, mentre Roberto dà segni d’insofferenza con viso e col corpo.

Sbuffa e fa delle smorfie. “Quando inizia coi numeri non finisce più” pensa, cercando d’isolarsi acusticamente. “Anche stasera si va in bianco”.

Tania prosegue in un’estasi mistica. Non si accorge che Roberto si è girato voltandole la schiena e non la sta ascoltando.

«Non dice nulla. Non è un numero universale, né maestro e neppure karmico. Insomma un numero sciocco» declama ad alta voce con gli occhi in delirio.

«Tu che sei il numero otto potresti raggiungere i risultati più elevati. Saresti in grado di gestire il potere. Se tu fossi capace d’intuire la profondità dell’anima, non avresti confini a vincolare la tua vita» prosegue Tania agitando le mani e alzando di un’ottava la voce. No si accorge dell’indifferenza del compagno.

Roberto si gira e la guarda incredulo. “Stasera ha veramente superato i limiti: Altro che confini!” si dice, osservandola, mentre continua a blaterare ad alta voce.

«Che ne dici, se ci mettiamo a dormire?» chiede Roberto, appoggiato su un gomito, interrompendo il suo delirio dialettico.

Tania lo fulmina con gli occhi, anzi se fossero dotati di laser l’avrebbe incenerito.

«Ma ho voglia di fare all’amore» afferma decisa, dando la colpa a Roberto se lui vuol dormire.

«E allora smetti di cianciare e vieni sotto le lenzuola» rimbecca Roberto, afferrandola e trascinandola verso di lui.

I numeri a quel punto sono andati in soffitta sconfitti dalla passione.

Disegna la tua storia – nro 18 – la gita in montagna

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Quando Doriana mise un piede su quel sentiero si sentì male, perché non voleva ammettere che soffriva di vertigini e quello le provocava.

Si fermò esattamente come un mulo che non ha intenzione di proseguire: puntando i piedi.

«Che ti prende?» bofonchiò Germano sorpreso, guardandola in viso.

Il volto della ragazza era verdognolo per il terrore di andare avanti ma anche perché doveva confessare che se avesse fatto un passo in più avrebbe avuto una crisi di panico.

Labbra serrate e respiro affannoso ma in particolare il cervello non comandava le gambe. Tutto il suo sistema fisico e mentale era andato in tilt.

«Ti aspetto, qui sotto questo castagno» mormorò Doriana, accasciandosi a terra.

Cominciò a tremare, dapprima in modo appena percettibile ma poi più vistosamente. Un tremore convulso che non riusciva a dominare.

Germano la scrutò con cura. Non l’aveva mai vista in quello stato. Fece mente locale e decise di restare con lei. Lasciarla sola gli avrebbe fatto perdere la concentrazione e quel sentiero non perdonava gli errori. Stretto era un eufemismo: consentiva di mettere un piede dietro l’altro e in certi punti non era nemmeno possibile. Si dovevano strisciare. Il corpo aderente alla roccia doveva essere ben centrato sul sentiero per evitare di cadere di sotto. Il salto non era uno scherzo. Qualche centinaia di metri in caduta libera e morte assicurata. C’era un filo di ferro a cui tenersi ma era un palliativo. Difficilmente avrebbe sorretto una persona che rischiava di precipitare di sotto.

«Non mi hai detto che soffrivi di…» disse Germano, accoccolandosi di fianco a lei.

La ragazza scosse il capo, abbassando gli occhi. Era stata una sua proposta quella gita sulle montagne del Trentino e adesso ne provava vergogna, perché si trovava in una situazione imbarazzante.

«Mi dispiace» sussurrò affranta, portando le gambe vicino al petto.

Germano rise per spezzare quel clima che da allegro si era trasformato in funereo. Avevano riso e scherzato dal punto di partenza fino a lì ma adesso quel senso di spensieratezza era svanito, lasciano il posto a pensieri cupi.

«Ora lo so e possiamo tornare indietro. Al rifugio ci arriviamo per una via più comoda» affermò deciso.

Due grosse lacrime scesero sulle guance di Doriana, perché aveva tolto il piacere di quella ferrata al compagno. Era colpa sua e non sapeva come rimediare.

Germano si avvicinò e le cinse le spalle. Scostò il capelli castani che cadevano sulle spalle per mettere a nudo il collo. Con delicatezza la baciò e poi le prese la mano per alzarla.

«No!» fece la ragazza opponendosi a quel gesto. «Lasciami qui e ti aspetterò al ritorno».

Germano scosse il capo per negare questa possibilità. Ne avevano già parlato, quando avevano organizzato la giornata.

«Questo sentiero si può fare solo in un senso. Da qui verso il rifugio. Non è possibile fare il tragitto inverso» spiegò con calma il ragazzo. «Quindi se tu non te la senti, non si fa nulla. Si torna da dove siamo partiti».

«Ma…» tentò di dire Doriana, incrociando i suoi occhi con quelli di lui.

Germano mise l’indice sulle labbra della ragazza per farla tacere.

«Facciamo il picnic e poi si torna» disse, mentre sfilava lo zainetto dalle sue spalle.

La giornata era splendida e il luogo silenzioso.

Disegna la tua storia – nro 16 – Il concerto

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Quando Carmela aprì il post, rimase di stucco.

«E moh! Che faccio?» disse, osservando il disegno.

Chi l’aveva disegnato voleva vedere come l’avrebbe interpretato. Insomma ognuno avrebbe visto, quello che voleva vedere.

Lei si alzò dalla sedia e camminò lentamente per la stanza, soffermandosi sui dettagli dello studio. Non era la prima volta ma non sarebbe stata l’ultima. Il poster attaccato alla porta non le piaceva più. Anzi di domandò perché era ancora lì dopo tanto tempo.

«Mi ricorda un pessimo episodio» mormorò, mentre con delicatezza lo staccava per poi piegarlo con cura.

Aveva diciotto anni, quando lo comprò all’ingresso del campo sportivo, dove la sua band preferita si sarebbe esibita una sera di aprile. Era la prima volta che sua madre aveva detto ‘sì’. Fino a quel giorno era sempre stato un ‘no’. «Circola droga». Con queste parole aveva giustificato la sua negazione al permesso di assistere alle esibizioni delle varie band nella sua città.

Adesso era maggiorenne ed era più difficile impedirle di andare. Così a malincuore aveva detto sì. “Però forse sarebbe stato meglio che avesse detto no” pensò Carmela, mettendo in una scatola il poster piegato.

L’avvicinamento al grande giorno non era stato dei più felici. Due interrogazioni finite male e il compito di greco era stato un disastro ma il pensiero di andare finalmente con tutta la banda ad assistere al concerto rock aveva messo in seconda fila i risultati scolastici. Ricordò che aveva ignorato quelle avvisaglie che si tradussero in una bocciatura a fine anno.

Anna, Flora, Sandra, Elena e quel figo di Enzo erano con lei quella sera, che in qualche modo segnò la sua esistenza. All’ingresso aveva comprato il poster, appena archiviato dopo vent’anni di onorata presenza, ma quello che era successo durante l’esibizione fu la svolta. “Tutte noi sbavavamo per Enzo, che con la maestria di un giocoliere ci faceva volare alto prima di mollarci a terra deluse” ricordò Carmela sospirando. “Era il mio turno ed ero al settimo cielo, abbarbicata su di lui”.

«Prendi» mi disse, dandomi una mentina colorata, che misi in bocca senza pensarci due volte. Aveva uno strano gusto che aveva cercato di annacquare con diverse birre.

“Fu un delirio di colori e di mondi rotanti e mi ritrovai al Pronto Soccorso mezza morta. Quel fetente mi aveva rifilato una pastiglia di ecstasy, che io ignara di droghe avevo succhiato”.

Mia madre non disse nulla, quando mi aveva riportato a casa, nemmeno un ‘te l’avevo detto’. Per molti mesi non mi rivolse la parola ma aveva ragione.

Quando dieci anni dopo era sul punto di morte, mi guardò e pronunziò le fatidiche parole. «Ricordati di quella sera». “Credo che siano state le ultime parole che pronunziò prima di morire” si disse con un filo di commozione.

«Adesso nella vecchia casa di famiglia abito solo io e Jack» mormorò Carmela con un filo di voce, mentre chiudeva in uno scaffale dell’armadio quel vecchio poster. In qualche maniera l’aveva ammonita in tutti questi anni a non prendere caramelle da nessuno senza conoscerne il contenuto.

Tornò a osservare il disegno ma non ci vedeva nulla. “Una lampada a stelo?” si chiese, mentre accarezzava la testa di Jack.

Disegna la tua storia – nro 15 – il mostro

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Quando Massimo spuntò dietro la curva, vide in lontananza tra i rami di un bosco una costruzione imponente. Si fermò sul ciglio della strada per osservare meglio quel parallelepipedo che superava in altezza il bosco e le alture prospicienti.

«Ma è mostruoso» borbottò a mezza voce.

Gli sembrava impossibile che una simile bruttura fosse stata edificata in quel posto, che ricordava come una vallata piena di verde. Non poteva crederci. Forse i suoi occhi erano velati dalla stanchezza e gli facevano vedere mostruosità inesistenti.

Aveva solo un mezzo: fare quell’ultima ripida salita e poi l’incanto della valle delle Saline si sarebbe aperto dinnanzi ai suoi occhi. Era un posto meraviglioso, abitato da fate e gnomi, da elfi e altre creature fatate. In realtà Massimo ricordava che quella striscia di terra tra due montagne era attraversata da un torrente dalle acque fresche e chiare e contornata da larici e abeti. Però adesso pareva che fosse cambiato tutto dall’ultima volta che c’era stato.

“Da quando non vengo qui?” si domandò basito mentre negli occhi c’era ancora stampata quell’immagine che faceva violenza con i suoi ricordi. Non lo rammentava ma di certo diversi anni. Si alzò dal ciglio erboso per affrontare quel tratto di strada duro e asfissiante.

Afferrò la borraccia e ne bevette un lungo sorso prima di riprendere la bicicletta.

Pedalò di buona lena ma la salita sembrava non finire mai. I tornanti si succedevano con lenta monotonia. Uno dopo l’altro. Il respiro si faceva più affannoso, mentre le gambe s’indurivano per lo sforzo. Pescò da una tasca una barretta d’energia, sperando si scollinare in fretta. Non aveva nemmeno il fiato di dire ‘a’, mentre continuava a salire. Passata la curva vide la strada spianare e il coso ancora più vicino. Il valico era lì a portata di gamba.

Massimo si fermò per riprendere fiato e calmare il respiro. Il cuore batteva forte come se fosse impazzito. Doveva affrontare la discesa con lucidità per non rischiare un ruzzolone.

Guardò quel parallelepipedo grigio. Faceva impressione. Dire mostruoso era puro eufemismo. Brutto, di un grigio sporco come se avesse qualche millennio di storia alle spalle ma eccessivamente alto. Rovinava la visuale. Oltre a quello c’erano altre note stonate come se la valle fosse stata profanata. Dal fondo arrivava un rumore incessante, un rombo grave che si avvicinava e poi spariva.

Respirò a fondo prima di affrontare la discesa e scese con prudenza tra due ali di bosco. Questa non faceva impressione, era più dolce e meno impegnativa.

Massimo pennellava le curve e rilanciava l’andatura subito dopo. L’odore della resina entrava nei suoi polmoni, quando a un trattole narici avvertirono il puzzo tipico delle automobili.

Fatta l’ultima curva vide l’inimmaginabile. Un’autostrada sfregiava la vallata e tante costruzioni stavano intorno a quel mostro che svettava alto nel cielo.

Due grosse lacrime bagnarono le sue guance. La valle delle Saline era scomparsa.

Disegna la tua storia – nro 14 – I ponpon

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«E sì!» esclamò Rosalba, vedendo quel disegno su una rivista fai da te.

«Cosa?» domandò Alfonso, drizzandosi eretto.

Lei lo guardò di sbieco, perché come al solito il compagno poneva delle domande inutili. Non vedeva per caso due ponpon rossi e una specie di treccia, si chiese infastidita. E poi che ne sa lui di maglieria e altro.

Rosalba ignorò la domanda e si immerse nella lettura. La stuzzicava l’idea di realizzare quel ponpon senza sapere come utilizzarlo.

Alfonso la guardò in attesa di una risposta che non arrivava. Incerto se tornare alla lettura del quotidiano sportivo o indagare su quella sortita, di cui non aveva capito il senso. Poi capì che era vano aspettare e quindi riprese la lettura dell’articolo. Quando leggeva si isolava dal resto del mondo come se fosse prigioniero in una bolla impermeabile al suono.

In sottofondo Alfonso la sentiva mugugnare. Perse il filo e dovette ricominciare dall’inizio. Si stava innervosendo e si preparò a traslocare nello studio, quando udì la sua voce.

«Hai del cartoncino spesso due millimetri?»

Alfonso alzò gli occhi dal giornale, osservandola sorpreso.

«Perché dovrei avere del cartoncino da due millimetri?» disse puntando lo sguardo su di lei.

«Mi serve di quello spessore» fece Rosalba con tono naturale.

Alfonso era basito. Prima parla da sola, adesso esce con una richiesta strampalata, rifletté, cercando di dare un senso alla domanda.

«Chi ti dice che abbia del cartoncino di due millimetri?»

Rosalba diede segno d’insofferenza, sbuffando. Non le piaceva che a domanda non corrispondesse risposta. Aveva necessità di conoscere se in casa ci fosse di quel tipo di cartoncino e non rispondere a una sua domanda.

«Hai o non l’hai?» domandò la donna con tono aspro.

Alfonso alzò le spalle e si tuffò di nuovo nella lettura del quotidiano, che gli fu strappato con violenza qualche istante dopo.

«Ti ho fatto una domanda ed esigo una risposta» sibillò Rosalba, appallottolando il giornale, che gettò per terra.

Alfonso si alzò dal divano con lo sguardo di fuoco. Le labbra tremavano per la collera, che cresceva a dismisura. Non era sua intenzione litigare per un cartoncino ma se si comportava così era pronto a raccogliere la sfida. La fronteggiò tenendo le braccia lungo il corpo, anche se le mani prudevano.

«Ti sei bevuto il cervello?» l’apostrofò con durezza. «Dove lo dovrei tenere questo cavolo di cartone?»

Rosalba, esasperata per l’atteggiamento del compagno poco collaborativo, si alzò in punta di piedi e lo baciò per fare pace. Per un ponpon era assurdo litigare. L’avrebbe fatto domani dopo aver comprato quanto le serviva. “E sì, manca anche la lana” pensò, mentre l’abbracciava.

Disegna la tua storia – nro 13 – Il pesce

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Quando lesse l’argomento, Lucilla sbiancò per lo spavento. “Scrivere un tema usando questa traccia?” pensò, annaspando nel vuoto della mente.

Incrociò le dita e chiuse gli occhi alla ricerca dell’ispirazione ma li riaprì in fretta. Fabiola l’aveva distolta con quel ‘psiii, psiii’. “Ma che vuole quella rompiscatole?” si disse, voltandosi verso di lei.

Aveva appena compiuto quel movimento appena percettibile, quando udì la voce di Pinzetta.

«Signorina Mordace, non si volti e cerchi di non copiare».

Lucilla lo fulminò con lo sguardo. “Quello scimunito ce l’ha sempre con me” rifletté la ragazza, cercando di concentrarsi sul tema. Era sconsolata dopo mezz’ora non aveva messo giù nemmeno un rigo, né esisteva la speranza di farlo nella prossima mezz’ora. Non aveva mai consegnato in bianco nessun elaborato ma stavolta rischiava grosso. Quel Pinzetta si divertiva un mondo nel assegnare tracce assurde come se loro dovessero partecipare a qualche gara di scrittura creativa.

“L’ultima volta ci aveva dato un disegno e dovevamo immaginare cosa si celasse sotto!” Lucilla scosse la sua testa riccioluta, perché aveva rimediato un brutto voto. Non sarebbe andata meglio nella giornata odierna. “Stronzo!” imprecò mentalmente al pensiero che il foglio fosse ancora bianco e il tempo scorresse inesorabile.

Erica, la compagna di banco, aveva riempito quattro facciate, mentre lei nulla. “Ma cosa avrà mai scritto?” si domandò curiosa, visto che continuava ad aggiungere frasi una dopo l’altra. “Potrebbe cedermene qualcuna!” si disse ridendo.

«Signorina Mordace, che ha da ridere? Scriva e basta».

Di nuovo Pinzetta la stava redarguendo. Lucilla alzò le spalle come per dire ‘ma chi se ne frega di copiare. Rido per la sisperazione’. Insomma tra lei e il docente continuava la guerra, che era persa in partenza per Lucilla.

Sbirciò l’ora dallo smartphone. Mancavano pochi minuti alla consegna. Doveva sbrigarsi se non voleva consegnare il foglio intonso. Rilesse di nuovo la traccia e le scappò una parolaccia. “Ma che cavolo di traccia è questa?” borbottò mentalmente, visto che nessuna idea valida veniva in soccorso. Doveva tenere la testa abbassata come se stesse scrivendo per non incorrere nelle ire di Pinzetta. Questa volta, secondo Lucilla, aveva oltrepassato il limite ma a quanto pare l’unica in crisi era proprio lei a non avere uno straccio di pensiero da mettere sulla carta. Tutte le compagne scrivevano come se fossero a cottimo con una furia da lasciare sbalorditi. Lucilla provava invidia nei loro confronti.

Sulla lavagna luminosa appesa dietro Pinzetta si leggeva il testo della traccia.

Un pesce nuota nel mare. Immagina a cosa stia pensando’.

“Ma perché i pesci pensano mentre nuotano?” si domandò Lucilla, che ricordava come l’estate precedente al mare, mentre nuotava, l’unico pensiero era quello di rimanere a galla. “D’accordo che sono nel loro ambiente ma non parlano, non scrivono e nuotano soltanto”.

«Ragazze» fece sentire la sua voce petulante Pinzetta. «Ancora due minuti, poi consegnate».

Lucilla ebbe un lampo e prese un pennarello e disegnò questa immagine.

Sotto scrisse con una matita rossa:

e il pesce pagliaccio si fa una grande risata alla faccia di tutti noi’.

La mia storia – miniesercizio nro 74

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Tornano le mini storie, quelle S 200 parole al massimo, proposte da Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una batteria al litio

– Un business plan

– Una carpa al forno

– La foto seguente

Bigio pedalava sulla ciclabile che costeggiava il mare. Il giorno sta cedendo il passo alla sera. Il cielo era rosseggiante. Nelle orecchie ascoltava la sua playlist preferita dal MP3, quando vide per terra una cartellina. Fermatosi, la raccoglie. Sul frontespizio era stampigliato A&A – Business plan.

Bigio si domandò chi l’avesse persa. Aprendola, notò che era piena di cifre e disegni per lui incomprensibili. Pensava di vedere figure familiari ma non era così. L’infilò nello zainetto e riprese a pedalare. Doveva affrettarsi prima che lo store chiudesse. Doveva comprare due pile al litio, un paio di carpe, che sua madre avrebbe cotto al forno e una penna rossa.

Abbandonata la bici all’ingresso si fiondò dentro qualche istante prima della chiusura.

Una ventina di minuti dopo Bigio trionfante uscì con suo sacchetto di carta con gli acquisti ma la bici era sparita. Una brutta sorpresa. “Come ritorno a casa?” si chiese smarrito. Era stato sciocco a non chiuderla con la catena.

Mugugnando si avviò verso casa a piedi.

«Mi hanno rubato la bici» disse alla madre, porgendole il sacchetto.

«E adesso?» domandò seria, afferrando la confezione di pile. «Queste cosa sono?»

«Le batterie».

«Ma non funzionano sul PC!» replicò ridendo la madre.

Disegna la tua storia – nro 12 – Supermick

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Michele era un bravo ragazzo, niente di speciale a dire il vero, come tanti altri della sua età. Studiava con discreti risultati, in effetti stava appena sopra la sufficienza ma in compenso era un asso con la console PS4.

Non appena aveva un minuto di tempo ingaggiava battaglie epiche contro mostri, draghi e alieni. Sapeva tutto ma proprio tutto dei suoi eroi virtuali.

Michele stava crescendo a pane e videogiochi e sognava pure. Cosa, mi chiederete. Non saprei ma so per certo che sognava. Sogni a colori sempre. Qualche volta in bianco e nero. Ma come in bianco e nero? Sì, solo sfumature di grigio. Brevi e dimenticati in fredda, mentre gli altri no. Restavamo impigliati nella memoria.

Quello che andava per la maggiore era Michele famoso ‘game developer’, quello che progettava giochi sempre più complicati che facevano la sua fortuna.

Beh! Che c’è di strano? Nulla. Ognuno coltiva le proprie inclinazioni ma procediamo con ordine, perché il disordine è facile crearlo.

Dunque in una notte di luglio calda e afosa Michele sognava. Doveva inventare un nuovo eroe in lotta per sopravvivere al disastro nucleare che il solito pazzo di turno aveva scatenato. Le radiazioni avevano bruciato tutto. Le città apparivano scheletri anneriti. La campagna era terra riarsa bruciata da un sole implacabile. I pochi sopravvissuti erano degli zombie che si aggiravano per le strade cosparse di rottami, alcuni ancora fumanti.

Michele, il super eroe, doveva uccidere i morti viventi in numero elevato. Quanti più possibili. Doveva raggiungere un gruppo di persone asserragliate in un compound dislocato in un punto imprecisato della regione. Ovviamente Michele non conosceva dov’era né era in grado di sapere la giusta strada. Nel punto di partenza c’era una vecchia mappa della terra, che rappresentava l’unica certezza. Già raggiungerla significava combattere zombie e mostri generati dal disastro atomico e non era per nulla semplice. All’inizio possedeva solo una katana e e attraverso i combattimenti recuperava nuove armi. Insomma un percorso a ostacoli.

Dopo essere sfuggito a imboscate e scontri cruenti Michele trovava una maglietta con uno strano disegno, che ricordava quello di Superman, ma molto vagamente.

Una specie di saetta ma molto stilizzata su un fondo bianco.

La indossò e avvertì un grande cambiamento. Vista acuta, forza tipo Hulk, coraggio da vendere. Però quello che gli appariva singolare era che molti zombie preferivano darsela a gambe piuttosto che affrontarlo.

Michele incuteva paura ai suoi avversari. La sua katana seminava morte e distruzione intorno a lui. Il percorso per raggiungere il luogo dove era custodita la mappa era tortuoso e pericoloso ma con la nuova maglietta sembrava meno irto di pericoli. Arrivato davanti all’edificio semi diroccato Michele rimase interdetto e perse di vista i suoi nemici. Una fatale distrazione poteva costargli la vita ma la fida katana mandò bagliori facendolo tornare attento e sulla difensiva. Uno alla volta uccise i vari mostri finché non raggiunse il settimo e ultimo piano guardato a vista da umanoide orribile a vedersi ma altrettanto feroce nel combattere.

Una lotta estenuante dove a turno sembravano soccombere sotto i colpi dell’altro. Sopra la saetta comparve del rosso, mentre Michele avvertiva dolore.

Questo moltiplicò le sue forze e gli diede un forte impulso nella lotta. Era in bilico sul baratro pronto a precipitare sette piani sotto, quando con un colpo di reni risolse la contesa. Aprì la porta e trovo all’interno della stanza un cofanetto di legno con evidenti segni bruciature e un poster appeso alla parete alquanto malridotto. Tracce del fuoco o della combustione atomica erano nette, lasciando a malapena la visione della figura centrale.

Era molto simile a quello notato sulla strada davanti all’ingresso e si leggeva a stento ‘Supermick’.

Michele afferrato il cofanetto si precipitò giù per le scale, appena in tempo per non restare travolto dal crollo del palazzo. Osservava il cumulo di macerie fumanti quando si sentì scuotere sulla spalla. Si voltò e vide il viso di sua madre.

«Sveglia, pigrone o farai tardi a scuola».

Michele grugnendo, perché aveva interrotto il sogno, si alzò e nello specchio vide la sua figura che indossava quella strana maglietta con in cima un segno di sangue.