Archivi categoria: Riflessioni

Ci risiamo.

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Da ieri pomeriggio sono finito nello spam di diversi blogger. Non tutti ma diversi. Quindi se non vedete commenti o risposte ai vostri commenti, il motivo c’è: SPAM

Di certo Nadia, quella di svolazzi, poi Marco Camalieri, l’ho scoperto poco fa. Altri non ricordo. Spam a macchia di leopardo. E’ vero che c’è una FAQ a proposito dove ci sono le istruzioni per togliersi dagli impicci ma la cosa mi annoia. Se l’antispam fa cilecca, è meglio toglierlo dai piedi. Fa meno danni.

Aggiornamento. Anche i miei commenti per Lucia Lorenzon finiscono nello SPAM

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Considerazioni libresche

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foto di Veronica

Vorrei fare alcune considerazioni sulle due kermesse libresche concluse da poco. Premetto che non le ho viste nessuna delle due. Non mi interessa riportare cifre o dire chi ha vinto, perso, ecc. Semplici pensieri nati dalle letture di blogger, media o altro.

1) Quando c’è sana concorrenza, le idee nascono, si sviluppano e fioriscono. Concorrenza significa competizione e non urlare più forte. Credo che di questo il salone di Torino abbia trovato lo stimolo per migliorarsi, per produrre un prodotto che possa piacere. Forse se non ci fosse stata la scissione e di conseguenza lo stimolo, non avrebbe saputo innovarsi e offrire qualcosa di nuovo. Riavvolgere il nsatro del tempo è fatica inutile.

2) Se ‘tempo di libri’ non ha suscitato entusiasmi si è voluto bocciare l’arroganza di Mondazzoli e Gems, le quali ha creduto che sarebbe bastato il loro nome per attirare gli amanti del leggere. Non hanno capito che il lettore non si guida al guinzaglio come un docile cagnolino ma ama spaziare libero senza imposizioni. A parte uno di loro, non ho letto autocritiche ma solo giustificazioni. ‘Abbiamo avuto poco tempo’, ‘questa era l’edizione zero’. Però un merito l’hanno avuto: stimolare Torino a innovarsi. E non è poco!

3) si dovrebbe insegnare ai signori del marketing che i numeri vanno letti come si leggono le storie. Istat ha certificato che 59% degli italiani non legge un libro. Dico leggere e non comprare. Due cose distinte. Rispetto a dieci anni fa il numero dei non lettori è cresciuto del 5%. Ma solo il 14% legge con una certa regolarità (dieci anni fa erano il 15%). Intendo quella fascia di persone che leggono almeno un libro al mese. Non vi annoio con i dati per età che sono sconfortanti. In soldoni i giovani sono il 10% circa della popolazione presa in esame, mentre migliora la percentuale tra gli over cinquanta – due persone su dieci. Quindi le kermesse vanno tarate su questi numeri. Il radical chic che compra il volume X, reclamizzato in TV, sui media in genere e che lo ripone intonso in libreria a prendere polvere, difficilmente si scomoderà per unirsi alla folla festante che frequenta i saloni del libro. Al massimo segue distaccato qualche conferenza di un vip. Il lettore forte, quello che legge almeno un libro al mese, cerca testi fuori dalle righe e sarà anche quello che affollerà le kermesse libresche. Se queste sono piatte, tendenzialmente le eviterà. Se invece sono interessanti, vicino al loro modo d’intendere la lettura, farà in maniera di andarci.

4) La competizione o la concorrenza in Italia è vista in due modi. Urlata, isterica, ricca di colpi bassi oppure addormentata con qualche sonnifero in maniera che lo status quo rimanga invariato e non disturbi il manovratore.

In conclusione i due saloni possono coesistere ed entrare in una competizione d’idee virtuosa se sapranno darsi un target e un’identità precisa in date distanti, senza tentare di forzare la mano o inglobare l’altro con la forza. Devono seguire il lettore e non costringerlo alle loro logiche editoriali.

Qui come altrove. Con Zena a Ferrara

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Qui come altrove con Zena - Foto personale

Qui come altrove con Zena – Foto personale

Nella splendida location di Palazzo Paradiso a Ferrara, sede della Biblioteca Ariostea, Zena ha presentato la sua ultima fatica letteraria Qui come altrove.

Palazzo Paradiso - la sala

Palazzo Paradiso – la sala – foto personale

 

Un folto pubblico ha seguito gli scambi tra l’autrice e i due scrittori, Penoncini e Pazzi, mentre Cristina Rossi ha letto con la sua splendida voce, brani tratti dal suo libro.

Due ore intense e ricche di spunti e riflessioni ci hanno accompagnato. I cinquanta pezzi, che compongono la raccolta, sono autentica poesia. Leggeri e pieni di grazia conquistano il cuore, come è stato sottolineato più volte.

Per me è stata l’occasione di conoscere di persona questa splendida signora, sempre sorridente e dai tratti gentili, dopo averla conosciuta virtualmente attraverso il suo blog Colfavoredellenebbie.

Due parole su questo prezioso libro.

I pezzi cominciano tutti col titolo del libro ma di volta in volta è la donna che ripara i sogni oppure la vecchia che sente tutti i movimenti oppure il ragazzo che lima le parole. Ma è solo qualche spizzico questo breve elenco.

Due sono i pezzi che mi hanno colpito. Il primo, che introduce la raccolta, è un affettuoso omaggio a quel uomo dei suoi sogni che adesso è altrove. Una grande perdita per lei ma è sempre nei suoi sogni.

L’altro è la donna che non può sopportare quel rumore. Secondo me è pura poesia. ‘Gli occhi chiusi, con le mani a pugno. Spera che il passero trovi la sua strada e niente spaventi la sua fuga’.

Grazie, Zena

Aggiornamento

Per chi volesse acquistarlo questo è ISBN 9788897648635

Disponibile on line su amazon, ibs e mondadori store e sicuramente anche in libreria.

Una voce africana interessante Chimamanda Ngozi Adichie

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Tratta da Wikipedia

Tratta da Wikipedia

Non conoscevo la scrittrice nigeriana, Chimamanda Ngozi Adichie, prima che Miriam Translature con una recensione della sua ultima fatica, Americanah, non alzasse il velo su di lei. Incuriosito dalle belle parole ho comprato il romanzo e l’ho cominciato a leggere.

É suddiviso in sette parti. Un libro tosto, 494 pagine, scritte fitte. Le prime sei parti sono un lungo flash back, dove Ifemelu, la protagonista assoluta del romanzo, rievoca in un lungo flashback la sua vita prima in Nigeria poi negli Stati Uniti, mentre è Trenton per farsi le treccine. Ha tutto il tempo per rievocare la sua vita, perché l’operazione dura sei o sette ore. Ifemelu ha deciso di tornare alle origini, in Nigeria, per ricontattare il vecchio e inesausto amore, Obinze. La settima e ultima parte riguarda proprio questo rendez-vous, questo ritorno alle origini.

Dunque se le prime sei parti sono veramente notevoli per come descrive prima la sua vita in Nigeria, poi la sua esperienza americana, non sempre esaltante, perché sperimenta sulla sua pelle cosa vuol dire la pelle scura. Molto interessanti sono le considerazioni delle differenze razziali tra i neri non americani, i neri afroamericani e gli altri non bianchi. Molto curioso è anche come il blog su WordPress le consenta di fare soldi a palate. Beh! Siamo in America!

In mezzo ai ricordi di Ifemelu ci sono due incisi, piuttosto lunghi, che riguardano Obinze. Il primo ci mostra Obinze nella realtà. Si è sposato, ha avuto una bambina, è ricco e potente. Il secondo ci descrive l’avventura di Obinze in Inghilterra da clandestino fino alla sua espulsione. Se il primo inciso è in un qualche modo un’anticipazione della settima parte. Il secondo è proprio avulso dalla storia. Presente o non presente non avrebbe alterato il testo.

Comunque queste sei parti sono il meglio dell’intero romanzo. Fresche le pagine, che si leggono velocemente per sapere cosa avviene. Di piacevole lettura, ben dosate nello stile e nel tono. Se avessi visto la parola fine al termine del dialogo tra Ifemelu e il cugino Dike, che ha tentato il suicidio, avrei detto che era un romanzo di livello elevato. Anche se c’era un piccolo neo: non era stato spiegato le motivazioni del gesto del cugino. Ma pazienza non era un cosa grave.

Quello che proprio non è andato giù è la settima parte. Il rientro a Lagos di Ifemelu. Sono cento pagine poco incisive con una narrazione frammentaria e incongruente, come se si fosse tagliato con la mannaia questa parte. Manca la coralità delle parti precedenti. I personaggi minori appaiono e scompaiono nel nulla. La narrazione diventa caotica e veloce. Insomma mi ha lasciato molto perplesso. Gli stessi protagonisti, Ifemelu e Obinze, appaiono sbiaditi, delle caricature di quelli che abbiamo avuto il piacere di conoscere prima. L’impressione è che si volesse chiudere la storia per non trasformarla in una mega storia.

Un vero peccato.

Ma chi è questa scrittrice? Nata a Enugu il 15 settembre 1977 da genitori di etnia igbo. É la quinta di sei figli. Cresce a Nsukka nella casa dello scrittore nigeriano Chinua Achebe. Il padre era professore universitario nell’Universita di Nsukka. Completati i primi studi universitari, a diciannove anni si trasferisce in America. Qui inizia un prestigioso percorso accademico. Un primo titolo accademico in Comunicazione alla Drexel University a Philadelphia, che trasformò in una laurea in scienze politiche e della comunicazione nella Eastern Connecticut University. Seguì un dottorato in scrittura creativa alla Johns Hopkins University di Baltimore. É stata membro accademico a Princeton University e ha conseguito un MA – Master Accademy – in studi africani a Yale University.

Attualmente si divide tra la Nigeria e gli Stati Uniti.

Per avere appena trentotto anni non c’è dubbio che la sua preparazione culturale sia notevole.

Questo si nota ampiamente nel romanzo Americanah, che leggendo queste note biografiche fa intuire come abbia trascritto molte delle sue esperienze nel romanzo Americanah.

Ovviamente non competo con Miriam, che ha presentato un quadro molto più completo e articolato.

Da leggere i due post di Miriam Translature

Storie, identità, voci e colori per Chimamanda Ngozi Adichie: non siamo tutti uguali

Amore, razze e capelli in ‘Americanah’ di Chimamanda Ngozi Adichie

In risposta a un perfettamente logico

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L’amica Ale in arte Musa in un suo commento al post su Caffè Letterario risponde così a una mia osservazione

Perfettamente logico non ammette repliche

Ovviamente il perfettamente logico vale per me e non per gli altri. Quindi scrivo questo piccolo pezzo per spiegarlo. Tuttavia prima di addentrarmi nella riflessione devo fare alcune premesse doverose.

La prima mi piace scrivere ma non sono uno scrittore La spiegazione va da sé.

La seconda è che le mie storie nascono da spunti, idee o pensieri, raramente indotti da altri, come nel caso Il mazzo di fiori. Non riesco a programmare qualcosa a tavolino.

La terza è che conosco l’inizio e la fine della storia. Quello che sta in mezzo è un mare ignoto e segue le regole della fantasia. Anche questo depone a favore della prima premessa.

La quarta è che non racconto mai storie personali. Questo non significa che non possa inserire nel contesto pensieri, sensazioni, situazioni  o eventi personali oppure descrivere luoghi che conosco perfettamente.

Veniamo al post che ho pubblicato su Caffé Letterario in tre parti (prima, seconda e terza). Spulciando tra i tanti appunti, ho trovato una vecchia traccia, poche righe di un incipit mai andato oltre, e ho deciso di svilupparlo in tre parti per Caffè Letterario – tre erano le date da coprire. Ho scritto subito, come faccio di solito, le righe finali, giocando sui due personaggi: Dario, la voce narrante, e Antonella, la voce virtuale. Perché ho scritto quel finale, senza conoscere cosa stava tra l’inizio e la fine? Primo ho pensato a Dario, come un uomo sposato felicemente e con prole. Secondo Antonella è una donna dal carattere impulsivo e che ama ottenere quello che desidera e non accetta le sconfitte. Con queste tracce dei due personaggi era possibile un finale diverso? Certamente, e forse in linea col mondo di ragionare dei ragazzi d’oggi. Come? Dario lascia la famiglia e si butta tra le braccia di Antonella. Però che prospettive potevano esserci per loro? Nessuna. Sarebbe finita come finiscono tante storie di oggi. Litigi, separazioni e dolori in quantità.

Vediamo il percorso logico dei due personaggi. Lo scatto iniziale di Antonella è sicuramente dovuto al fatto che ha compreso che Dario non può essere il suo uomo. Quindi non sarebbe riuscita a raggiungere il suo obiettivo. Dario ha con quel finale il sussulto di riprendere la sua vita per i capelli, prima che sia troppo tardi. Quello che sta in mezzo è il percorso razionale che spiega l’incipit e la fine. Naturalmente io, calato nei panni di Dario, avrei fatto quello che ho scritto nel finale. Ecco il perfettamente logico spiegato.

L’amico

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Quando ti raccontano che l’amicizia è la forma più pura e crudele d’amore, non mentono:
di banalità se ne dicono tante, ma questa è vera. Pura verità. Perché ti domandi curiosa? Perché ritieni che sia una crudeltà verso i sentimenti che provi verso un’altra persona?

L’amicizia non è nient’altro che un amore senza la pretesa di esserlo, è affetto imbandito a senso unico, per il puro piacere di offrire e offrirsi. A un amico dai tutto, quasi fosse una parte di te, senza l’alibi dell’attrazione. Per questo, quando l’amicizia muore, lascia nel cuore la cancrena di una nostalgia incurabile. Ed è peggio di un amore interrotto o calpestato, perché col tempo capisci che tutto sommato era giusto che finisse così. Te ne fai una ragione col tempo. Il tempo scorre e sbiadisce tutto, fuorché le rughe che si accumulano sul viso.

All’amante puoi perdonare l’infedeltà, perché la chimica dei sensi è anarchica e irrequieta; perché la dimensione del piacere non ha un orizzonte fisso, né odora di duraturo. Quando l’amante sparisce o ti tradisce con un’altra persone, ti affanni tra ricerca e rimpiazzi per scovarne un altro che possa surrogare il precedente. La fedeltà è un optional dai contorni evanescenti. Ora c’è, un istante dopo è sparito.

A un amico concedi poco sul piano del tradimento o forse non concedi nulla. Lui ti deve essere fedele per definizione, come tu gli devi essere devoto. C’è simbiosi fra noi, quella che non esiste con l’amante. Così devi calpestare quel sentimento amoroso che germoglia, cresce e mette radice dentro di noi. Capisci perché l’amicizia è una gabbia dove imprigioni emozioni e sensazioni?

Quando hai quindici anni, non comprendi questa sottile linea di confine e preferisci pensare all’amicizia in senso astratto. Tanto più sei giovane, tanto meno perdoni il tradimento di quello che incautamente ritieni un amico. Perché? Ti manca l’esperienza per capire che i punti fermi nella vita sono come punti di sutura: chiudono la ferita, ma lasciano nella carne dentate mostruose. Meglio sarebbe l’imperfezione sottile del vecchio cordolo, una lacrima fatta di carne. Tuttavia in quell’età non riesci a vedere nell’amante un volto passeggero che transita davanti a te e sparisce come il treno nella curva dopo la stazione.

Giulia scuote la testa. Si sta pettinando i capelli, mentre ragiona sull’amante, che avrebbe rivisto tra poche ore, e sull’amicizia con Nicolò. É insoddisfatta del matrimonio, contratto sette anni prima senza amore e senza pathos. Sperava che col tempo e la vicinanza sarebbe nato amore e complicità. Tuttavia non è avvenuto nulla di tutto questo. Se ne è accorta subito ma non ha trovato la forza di troncarlo. Così stancamente si trascina da un amante a un altro senza trovare nessuno stimolo, nemmeno quello sessuale. É solo un modo per ingannare il tempo. Sa che anche Alex, suo marito, la tradisce ma questo aspetto non la preoccupa per nulla. Tra loro non è mai sbocciato niente, neppure l’intesa a letto. La loro unione è stato un fatto puramente tecnico, legato alle famiglie di origini.

Suo padre possedeva un industria chimica che navigava in acque turbolente e stava andando a fondo. Aveva la necessità di trovare un partner finanziario che lo portasse in salvo. Antonio, il padre di Alex, aveva una necessità opposta: doveva trovare un industriale per riciclare del denaro sporco, che aveva accumulato illecitamente. Così suggellarono l’intesa, che blindarono con il matrimonio tra i loro rampolli, anche se loro non erano d’accordo.

Fin dalla prima notte fissarono i paletti della loro unione. Agli occhi della gente dovevano mostrarsi come una coppia modello ma nel letto ognuno portava chi voleva. Nessun obbligo di fare sesso tra loro. Se ne avessero avuto voglia entrambi, si poteva, altrimenti nulla. Di figli nemmeno parlarne. Sarebbero stati solo d’impiccio.

Giulia scaccia questi pensieri infastidita, perché è Nicolò il vero oggetto della sua riflessione. Lo conosce dalla scuola media e tra loro è nata un’amicizia vera, assai rara tra un ragazzo e una ragazza. Lui è stato sempre il primo a correre in suo soccorso, quando è incappata in qualche disavventura amorosa e non solo. Con lui si confida su tutto anche sui particolari più intimi e scabrosi, come non fa con Elena, l’amica del cuore, alla quale tace le proprie intimità. Giulia lo considera un fratello e non un possibile amante.

Per me amicizia ha un significato ben preciso. Uso con sobrietà questa parola, anche se per molti è un termine da sventolare con forza, come fosse un fazzoletto alla partenza del treno. Per tante amiche basta la semplice conoscenza di qualcuno, per definirlo amico o amica. Per me no. Amicizia è sapere che puoi contare su qualcuno per parlare dei tuoi problemi. L’amico è quello che senza secondi fini ti dice che stai facendo una sciocchezza. Se tu poi lo mandi a quel paese, sorride e incassa, perché sa che poi ti pentirai di averlo detto. Quante volte è successo?

Giulia sospira su queste parole. Si guarda allo specchio. Nicolò era proprio così.

Sì, un amico è quello che, se stai attraversando un momento psicologicamente duro, lo percepisce senza che tu glielo dica. E tiene la tua mano senza aprire bocca, perché ha quella sensibilità per comprendere che in quel momento è l’unica cosa da fare. Nicolò è sempre stato così. Ha preso molti calci nei denti, spesso per colpa mia senza protestare. Se ha sbagliato, ha avuto l’umiltà di chiedere scusa. Se ho sbagliato io, accetta le mie giustificazioni, senza aprire bocca. Sì, è stato un amico che, trovandosi sulla linea di confine, anche per un attimo, ha avuto la forza di guardarla e di non oltrepassarla. Quando però…

A Giulia scivola una lacrima nera di mascara, quando ricorda quel giorno.

Accade quello che lei non ha mai pensato che avesse potuto succedere. É venuto il giorno che ci ha provato. Nicolò è a conoscenza che i rapporti col marito sono freddi, perché glielo ha confidato da tempo, da quando è tornata dal viaggio di nozze. Conosce ogni particolare della sua vita matrimoniale: stanze separate, amanti da entrambe le parti, rapporti sessuali pressoché inesistenti.

Un sabato di maggio, due settimane prima, Alex è in viaggio con l’ultima fiamma, l’ennesima della collezioni di amanti. Lei sta attraversando un periodo nero. L’ultimo uomo si è rivelato un meschino profittatore, che voleva fare sesso solo a pagamento. Ne parla con l’amico, rivelandogli che si sente sola e delusa.

“Alex è via con una donna, della quale mi ha detto il nome, che ho dimenticato subito. Vorrei avere un uomo nel mio letto ma questo rimane freddo” dice a Nicolò per telefono.

Lui è arrivato poco dopo, a metà mattino, per tenerle compagnia. Giulia è nella stanza da letto e indossa un camicia sottile e trasparente con niente sotto, mentre davanti allo specchio si prepara per uscire.

Lui si avvicina come fa sempre, quando sono insieme. Lei continua a truccarsi senza prestare attenzione ai suoi movimenti. Sa che è un amico fedele. Nessuna minaccia proviene dal suo muoversi nella stanza.

Nicolò si pone alle spalle, le cinge i seni e la bacia sul collo.

“Ti amo” sussurra con trasporto.

Giulia lo respinge con furore.

“Come ti permetti? Vattene e non farti più vedere!” esclama rabbiosa.

Nicolò esce dalla stanza senza dire una parola. Sa di aver commesso un errore che l’amica non gli avrebbe mai perdonato.

Sono passate due settimane da quel giorno e lei non lo ha cercato per fare la pace, come altre volte. Lui non la chiama, perché la conosce troppo bene. Preferisce far decantare la rabbia di Giulia, mentre si dà del somaro per quel gesto sciocco e inconsulto.

Adesso nel silenzio della casa si guarda allo specchio. Il tempo scorre ma resta immobile, seduta sullo sgabello. Sa che tra mezz’ora arriverà Alfonso, l’ultimo amante, ma le è passata la voglia di uscire con lui per recarsi al ristorante. Conosce il percorso di quella sera. Cena, poi a letto per finire la giornata. E’ solo noia e nessun piacere. Sente il carillon del campanello di casa.

“Suona” si dice, restando immobile.

Passano i minuti e di nuovo quello squillo imperioso. Giulia continua a guardare lo specchio dove vede le sue nudità. Adesso è il telefono che reclama la sua attenzione. Non risponde. Poi un’altra chiamata e un’altra ancora. Lei resta immobile. Non muove un muscolo. Alla fine cala il silenzio.

Riflette e capisce l’errore.

“Nic, ti aspetto” gli dice al telefono.

Grazie, Melodiestonate! Credi di avermi messo a fuoco?

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Melodiestonate, una dolcissima fanciulla che produce tantissimi post, ha deciso di coinvolegermi in questo nuovo modo di animare il blog.

Non si vince nulla, nemmeno la coppa del nonno, non si deve fare praticamente quasi niente. Voi direte  ‘ma che razza di premio è questo?’. Qui sta il bello, o il brutto dipende sempre dai punti di vista.

Pensi di avermi messo a fuoco?Cominciamo.

utilizzare il logo; Fatto

riportare le regole; lo sto facendo

scrivere dieci caratteristiche o accadimenti personali e sfidare chi legge ad indovinare se e quando si mente; ci sto pensando

nominare 10 blogger che si desiderano mettere a fuoco, comunicando loro di essere stati coinvolti. Ecco questo non lo farò

Pubblicare le risposte nei giorni successivi: sarà esaudito… alla prossima puntata.

Murble, murble … questo mi dà da pensare… Di sera o mattina presto pensare nuoce gravemente alla salute ma io sono un kamikaze e lsfido i luoghi comuni.

Ecco dunque la famose 10 domande.

  1. mi piace essere una persona seria
  2. riesco ingannarvi su tutto
  3. non leggo un libro dalle scuole medie
  4. mi piace navigare in incognito
  5. nessuno conosce il mio vero nome
  6. mi spaccio per uomo ma sono una donna
  7. fossi giovane… non aggiungo altro
  8. è vero che racconto sempre le bugie
  9. sono un famoso scrittore in incognito
  10. che fatica compilare 10 domande

E adesso provate a indovinare.

10 risposte esatte mi conoscete meglio di me.

8-9 risposte esatte comincio a preoccuparmi

6-7 risposte esatte beh! siete in media

4-5 risposte esatte siete sotto la media

2-3 risposte esatte ragazzi mi sopravalutate

0-1 risposte esatte. urca che colpo. Vi ho depistato per bene.

Venghino, venghino lor signori. Le danze sono aperte.

 

Come vorreste che finisse la storia?

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Al contrario delle favole, non c’è il lieto fine. Perché? Non lo so. Ho deciso in questa maniera.

Giovanni e Aurora sono due persone che sono sposate ma non si amano. Ma perché stanno insieme? Forse tutte le persone che stanno insieme si amano? Spesso litigano, a volte si sopportano, molto spesso la loro unione fa naufragio. E quando il naufragio è drammatico, volano gli stracci, che non fanno male ma talvolta è anche peggio.

Dunque cominciamo il nostro viaggio nell’immaginario più o meno remoto, cominciando un percorso che non ha fine, dove ognuno può immaginare un finale diverso.

 

A – come andrà a finire?

 

Dopo la notte ho riflettuto su quanto ci siamo detti ieri sera e mi permetto di tratteggiare un quadro di insieme della situazione, anche se sarà sicuramente lacunoso, inesatto e incorretto, perché molti tasselli mancano.

Per supplire a questo farò ricorso al mio intuito, all’esperienza accumulata nel tempo, all’osservazione della vita quotidiana. Trattando una materia così complessa e difficile cercherò di essere il più attento possibile nel misurare le parole e chiederò la tua comprensione se sarò indelicato o indiscreto.

Quindi cominciamo col parlare di te e di tuo marito, di cui conosco poco o niente.

Hai detto che hai convissuto quattro anni e sei sposata da 15, quindi hai iniziato la tua condizione di moglie-convivente quando avevi ventidue anni. Ipotizzando che la relazione stabile sia iniziata un anno prima, significa che fino a 21 anni hai avuto relazioni sentimentali e sessuali sporadiche e poco importanti. Posso sbagliarmi, ma avresti confidato che il tuo futuro marito sarebbe stato la prima e l’unica relazione della tua vita, quindi devo dedurre che avrai avuto altre storie in precedenza. Quante siano state importanti non lo so ma qualcuna ha lasciato il segno come sarà precisato più avanti.

Poiché dopo quattro anni di convivenza avete deciso di sposarvi, devo desumere che avevate giudicato l’esperienza positivamente. Però secondo me anche dopo esservi sposati avete continuato a ragionare come se foste conviventi. Infatti hai detto che inizialmente non desideravi avere figli per motivi di lavoro e perché non ti sentivi pronta alla maternità. Aggiungo io che ognuno di voi conduceva la propria vita in modo indipendente a eccezione delle occasioni in cui avete avuto frequentazioni pubbliche. Forse avete fatto vacanze disgiunte, visto che le vostre professioni non coincidono in termini temporali nelle ferie.

Quando tu sei entrata nell’ottica della maternità, lui ha fatto quattro calcoli vedendo amici e conoscenti che avevano avuto dei figli. Per lui sarebbe stato un cambiamento di abitudini radicali che lo ha spaventato, avrebbe dovuto cambiare lo stile di vita, sarebbe stato condizionato dalle responsabilità paterne. Da qui, secondo me, nasce il suo rifiuto. Ha prevalso l’egoismo sul rapporto di coppia. Nulla da stupirsi, perché si sente talvolta che alcuni mesi dopo la nascita del figlio la coppia si è separata perché il padre era incapace di sopportare le responsabilità, le limitazioni che doveva subire, i cambiamenti al suo modo di pensare.

Questi fattori hanno inaridito il matrimonio, l’hanno svuotato di contenuti, hanno diradato i rapporti sessuali, forse avete anche cominciato a non dormire nello stesso letto. Sono quasi certo che anche lui ha cercato fuori dal matrimonio, quello che non trovava più all’interno.

Tu hai cominciato a sognare innamoramenti virtuali, finché non hai incontrato un tuo ex, trasformando il virtuale in reale e sei stata presa nel vortice dell’amore, che forse non avevi ancora conosciuto o provato. O forse hai fantasticato su questa opportunità. Hai creduto nell’innamoramento, trasformando semplici fantasie in grandi sogni.

Però procediamo con ordine e metodo, se esiste.

In questo momento non provi nulla verso tuo marito e probabilmente anche lui non prova nulla verso di te, anche se apparentemente sembrate agli occhi degli amici e conoscenti essere una coppia felice.

Provo a valutare questo mitico ex, che conosco unicamente attraverso i tuoi occhi. Quindi avevo intuito giusto che prima di cominciare la relazione con tuo marito ne hai avuta una importante o che ha lasciato un segno tangibile dentro di te. Forse è stato il primo con cui ha avuto un rapporto sessuale. Sono nel campo delle ipotesi. Mi piace fantasticare. Lasciarmi trasportare dall’intuito, dalla vena irrazionale che alberga in me.

Mi hai passato tre informazioni importanti e significative, secondo il mio punto di vista:

  1. lui era curioso di vedere come eri cambiata dopo vent’anni;
  2. ti ha accusata di usare violenza psicologica su di lui,
  3. ti manda messaggi pieni di doppi sensi, un po’ sdolcinati per uno sposato.

Vediamo di analizzarli uno alla volta, tenendo presente che è sposato e forse ha figli e dall’età indefinita ma non troppo. Il perché è nella ricostruzione che segue. Forse ha qualche anno più di te o qualcuno meno. Perché? E’ stato un tuo ex e non vi vedete da vent’anni. Dunque è stato l’ultimo uomo prima di conoscere quello che poi hai sposato. E’ nel pieno del vigore fisico. Un fattore non indifferente per un uomo. Bello? Brutto? Alto? Basso? Simpatica carogna o inguaribile romantico? Forse tutto questo oppure nulla di quanto ho detto. Ha importanza? No, nell’economia del ragionamento non conta nulla. Quello che importa per te è che lo trovi interessante, piacevole da frequentare e con qualcosa che complementi la tua esistenza attuale tanto che ti senti attratta da lui.

 

Lui dice di essere curioso, di vedere come sei cambiata dall’ultima volta che vi siete frequentati.

Una persona sposata non fa queste affermazioni se non nascondono uno scopo. Provo a intuire come uomo perché. Ha percepito che tu sei fragile, sei vulnerabile, perché il tuo matrimonio non funziona, perché cerchi fuori da questo delle sensazioni che non trovi al suo interno. Intuisce anche che tu difficilmente chiuderai il rapporto con tuo marito (le motivazioni te le spiegherò più avanti). Dunque una facile avventura extra con rapporti sessuali (scusa la franchezza, ma non ne posso fare a meno) tranquilli, sicuri. Forse qualche week end lontani da tutti insieme. Insomma niente di pericoloso per lui e il suo mondo.

Poi scopre che tu hai trasformato in amore questa avventura, che hai 41 anni e non 13 e non cerchi solo sesso e compagnia, ma pretendi qualcosa di più.

Allora prende paura e dice che tu eserciti su di lui violenza psicologica per riportare nei binari da lui stabiliti la vostra relazione.

Giustamente tu ti offendi e litigate, interrompendola. Dico giustamente perché non sei una ragazzina, ma una donna matura. Lui capisce di trovarsi in un vicolo cieco: non vuole rompere il suo matrimonio e non vuole allo stesso tempo perderti. Ipotizzo che lui si trovi bene con te in tutti i sensi.

Quindi ti manda messaggi sdolcinati, pieni di lusinghe sperando di riportare indietro il vostro rapporto come all’inizio: chiacchiere e un po’ di sesso tranquillo e sicuro. Lui ha capito che tu lo ami e gioca sui tuoi sentimenti per raggiungere il suo scopo. Quindi vorresti dimenticarlo, ma non riesci e stai male, molto male. Sei in un tunnel buio e senza luci in fondo. Questo ti crea dei problemi, che vorresti risolvere ma non sai come.

Veniamo alle conclusioni.

 

Proseguiamo come deve reagire la nostra dolce Aurora e perché lo deve fare.

E mi aspetto, miei pazienti lettori che proviate a proseguire la storia.

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Hena di Grazia Giordani

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Biografia, storia romanzata, romanzo? Hena di Grazia Giordani (Il cerchio, 14€), uscito a dicembre 2012, è un felice connubio di questi tre generi, una simbiosi ben riuscita a una scrittrice, che sa trasformare le parole in pensieri ed emozioni, che fuoriescono prepotenti dal testo.

La sua scrittura leggera, facile e gradevole, che ho imparato a conoscere prima su Splinder e ora su wordpress (https://giornalistacuriosa.wordpress.com/), anima questo libro che con una cavalcata lunga una vita ripercorre la storia della madre Ena, che per un vezzo si aggiunse una H, per diventare Hena.

Se la prima parte, quella che si conclude con la morte del marito e padre di Grazia, Giorgio, è a tratti corrosiva, aspra e ironica senza mai andare oltre le righe, la seconda sfuma nella tenerezza, i toni si addolciscono, mentre esce prepotente la figura di Ennio, il secondo marito di Ena e patrigno della scrittrice, che non ha avuto la fortuna di conoscere il padre naturale. La prima parte è filtrata dai ricordi altrui e dalle carte di Ena, la seconda invece è lei stessa a filtrare ricordi ed eventi. C’è sempre una continuità tra i due mondi come se Grazia fosse sempre presente.

Parte degli avvenimenti sono i ricordi appuntati su un mitico diario delle madre, andato semi distrutto durante un incendio che ha mandato in cenere la casa. Il fuoco finale è una specie di catarsi naturale che purifica tutto.

E’ un romanzo che iniziato a leggere si prosegue fino alla fine senza interruzioni per l’indubbia qualità dell’autrice che riesce a tenere desta la curiosità del lettore.

Il volumetto agile e gradevole è corredato da numerosi documenti e da diverse fotografie che accompagnano il lettore.

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