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La storia di Micol – Micol e Arno – parte 2

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Ho appena pubblicato su Caffè Letterario la seconda e ultima parte del racconto Micol e Arno.

La prima parte la trovate qui.

Buona lettura

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La storia di Micol – Micol e Arno – parte 1

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Nuova puntata di Micol che prosegue nei suoi ricordi. La seconda parte sarà pubblicata su Caffè Letterario il 6 marzo

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Doug Knuth from Woodstock, Uploaded by AlbertHerring, CC BY-SA 2.0,

 

A venticinque anni Micol sentì la necessità di uscire dal quel nido sicuro che era la casa dei suoi genitori e provare a camminare con le proprie gambe. Poi l’alzarsi presto alla mattina e tornare tardi alla sera cominciava a farsi sentire, in particolare nei mesi più rigidi.

Avvertiva una sensazione di malinconia al pensiero di lasciare la casa che per vent’anni l’aveva protetta, alla rinuncia della calda presenza di sua madre e alla sicurezza che suo padre infondeva. Però doveva compiere il passo adesso, altrimenti non sarebbe mai più riuscita a tagliare il cordone ombelicale che la legava al passato.

Inoltre erano i frequentatori della corsa mattutina e serale che gli avevano dato l’ultima spinta a trovare una sistemazione a Bolzano. La corriera era sempre strapiena di viaggiatori spesso ubriachi e rissosi, da cui doveva difendersi e tenerli lontano. Erano sempre pronti ad allungare le mani, specialmente d’estate quando si indossavano pochi indumenti.

Micol parlò con i genitori della sua volontà di abitare in città, eliminando due viaggi scomodi. Loro non erano d’accordo e tentarono di dissuaderla dal suo proposito senza successo. Si rassegnarono alla sua partenza, perché avevano compreso che era la soluzione migliore. Micol d’altra parte viveva gran parte del suo tempo a Bolzano.

Il bosco la inghiottiva solo durante le giornate di ferie. Il suo pellegrinaggio sulla tomba di Konnie si era interrotto da un paio d’anni, da quando riposava anonimo insieme agli altri nel cinerario comune dopo la sua riesumazione dal campo. Non mancava comunque di recarsi nel piccolo cimitero dietro la chiesa per salutare l’amico scomparso tanti anni prima.

Cercò qualcosa in città che fosse comodo e che potesse guardare le montagne e i boschi che amava. Trovò nella parte vecchia di Bolzano, a Gries al di là del Talvera, un bilocale, da dove poteva scorgere le cime rosate del Catinaccio al sorgere del sole. La nuova casa stava in un caseggiato costruito di recente: una sala con angolo cottura e una stanza da letto. Un ampio balcone guardava le montagne.

Cominciò una nuova vita non meno solitaria rispetto a prima, mentre nel fine settimana continuava a rifugiarsi nella vecchia casa. Questa l’abbracciava, facendole sentire il calore di quel mondo che in città non poteva assaporare.

La ferita che portava nel cuore non aveva intenzione di rimarginarsi e bastava un pensiero o un oggetto a ricordarle Konnie.

I corteggiatori non mancavano ma era lei a sottrarsi, creando giorno dopo giorno il vuoto intorno a sé. Qualche conoscenza femminile era il massimo che aveva. Però non c’era quella complicità femminile che di solito agisce da collante. Erano contatti marginali, più in superficie che in profondità. Qualche volta avvertiva la solitudine che si era creata per tenere lontane le persone ma poi scacciava subito questa sensazione avendo il timore di contaminarsi.

Sul lavoro era discreta senza partecipare alla vita sociale dell’azienda. La credevano timida o schiva ma in realtà non avevano capito nulla.

Un giorno Micol conobbe Arno. Aveva già trentacinque anni ed era in crisi perché si sentiva sola. Incontrò Arno casualmente in piscina, al Lido di Bolzano, una domenica di luglio. Anzi si scontrò con lui mentre entrava in acqua.

«Acc…» e stava aggiungendo qualcosa di sgradevole, ma lui si era trattenuto.

Micol era imporporata perché non stava guardando davanti a sé finendogli addosso.

«Scusa» borbottò allungando la mano a mezz’aria.

«Di nulla» replicò Arno, scrutandola dall’alto in basso.

Arno era più alto di Micol, con due spalle che parevano un armadio quattro stagioni.

Il nervosismo svanì in fretta osservando il viso pulito di Micol e si trasformò in una risata.

«Arno» disse, stringendo con vigore quella mano rimasta a mezz’aria.

«Micol» sussurrò in modo appena percettibile.

Arno la trascinò verso l’area di ristoro senza che lei opponesse resistenza.

«Cosa prendi?»

Micol scosse il capo in segno di diniego, Avrebbe voluto entrare in acqua per fare qualche vasca, ma non osava dirlo apertamente. Arno la intimoriva o forse si era trovata suo malgrado incastrata.

«Un nome strano il tuo» aggiunse mentre osservava quegli occhi grandi e mobili di un colore insolito in AltoAdige. Erano di un blu intenso.

«Era il nome della nonna materna» disse con voce timida.

Arno le teneva le mani senza lasciarle, affascinato da quel colore degli occhi. La trovava buffa per quel modo incerto di proporsi come se avesse il timore di scoprirsi o di mostrare un lato negativo della sua personalità.

Micol andò nel pallone, incapace a dire di no a quel ragazzo che conosceva appena. Anzi non lo conosceva per nulla. Non sapeva se fosse sposato o fidanzato o avesse qualcuno nella sua vita. Ignorava, se fosse una persona rispettabile e dove vivesse. Insomma era un perfetto sconosciuto. Eppure avvertiva che stava incastrandosi con le sue stesse mani. Se le avesse proposto di fare sesso, non avrebbe saputo dire di no. Rabbrividì, perché alla sua età era ancora vergine e si sarebbe vergognata a confessarlo.

Arno parlava ma Micol non ascoltava. Lei sentiva il viso in fiamme. Se le avessero portato uno specchio, avrebbe visto riflesso il suo volto con un colorito rosso acceso. Lo percepiva, perché credeva d’avere la febbre.

«Vieni. Andiamo a fare l’ultima vasca, prima di andare a casa mia» affermò Arno, guidandola verso la piscina.

Micol annuì. “L’ultima nuotata? Ma è la prima volta che oggi entro nell’acqua” pensò, seguendolo docile come un cagnolino. Poi ricordò quello che aveva appena detto e impallidì. “Non posso andare a casa sua” si disse, mentre finivano nell’acqua insieme.

Micol nuotò con vigore per scacciare quel pensiero che le martellava la testa ‘andare a casa di Arno’. L’invito non era per fare conversazione ma sesso e lei non voleva. Però qualcosa le impediva di negarsi, di sottrarsi all’influsso di questo compagno di cui ignorava troppe cose.

Fece una, due tre, quattro vasche sotto gli occhi divertiti di Arno, finché non la fermò, portandola fuori dall’acqua.

Paralizzata andò negli spogliatoi femminili per la doccia e indossare gli abiti, sapendo che lui l’aspettava all’ingresso.

«Devo dire di no» affermò sotto il getto di acqua bollente per togliere i residui di cloro ma percepì che non ce l’avrebbe fatta.

Usciti nel piazzale dove avevano parcheggiato i loro mezzi, Arno le cinse le spalle con un fare protettivo ma anche di possesso.

«Vado a prendere la mia bicicletta» balbettò mangiandosi qualche parola.

Lui rise e scosse la testa.

«La veniamo a prendere domani» disse col tono sicuro di chi è certo che verrà con lui, mentre apriva la macchina per farla accomodare.

«Ma…» mormorò Micol tentando l’ultima difesa, che sapeva essere inutile.

Arno la spinse con delicatezza sul sedile passeggero, prima di salire e avviare l’auto.

Micol capì che non avrebbe detto di no a qualsiasi proposta di Arno.

Aveva perso la scommessa con se stessa.

L’appartamento di Arno era in pieno centro a Bolzano in un palazzo antico molto elegante. Micol rimase sorpresa ma non si sottrasse per evitare di fare sesso e lo seguì docile su per le scale.

La storia di Micol – Micol e il viaggio

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Nuovo episodio che vede protagonista Micol. Ormai è diventata una donna.

origine sconosciuta

Una sera di luglio…

Micol era cresciuta, diventando una ragazza dal viso paffutello, su cui spiccavano due grandi occhi verdi, e dalla statura non eccelsa che tradiva le origini non tirolesi. Non si poteva dire che fosse una bellezza mozzafiato, anzi appariva un po’ anonima.

Aveva imparato il tedesco alla scuola materna delle Marcelline, dove era stata accettata malvolentieri, perché non era di madrelingua tedesca. All’inizio aveva faticato a sopportare lo sdoppiamento della sua personalità dove una parte ragionava in italiano e nell’altra in tedesco. Adesso, col senno del poi, ringraziava quella scelta, perché era diventata una bilingue perfetta

Una sera di fine luglio Micol prese la corriera “Korner Platz – Jenesien Gasthof Konig” come faceva da due anni all’uscita del lavoro. Questa partì stracolma di persone dalla piazza sotto il monumento di Hofer. Non era una novità, perché quella era l’ultima corsa serale.

Micol fu fortunata a trovare un posto vicino al finestrino passando sulle gambe di uno sconosciuto che puzzava di vino e sudore. L’uomo brontolò qualche parola in dialetto che non afferrò pienamente. Si sedette dopo aver buttato lo zainetto sotto il sedile e arricciò il naso per l’afrore ma non era una novità su quella corriera.

Si girò e lo guardò male senza aprire bocca, perché non le andava di parlare con persone sconosciute, in particolare su questa corriera piena di uomini e donne dall’aspetto poco raccomandabile. Qualche donna anziana indossava il dirndlkleid, classico costume tirolese femminile, mentre molti uomini portavano le lederhosen, le classiche braghe corte di cuoio con bretelle alquanto stazzonate. Se questo faceva folklore, il resto delle persone faceva arricciare il naso per il lezzo che emanavano.

Micol notò che la serata non prometteva bene, perché i viaggiatori erano più irascibili del solito a causa del gran caldo che era stato opprimente durante tutta la giornata con la complicità dei divieti. Per evitare blackout elettrici Infatti era stato vietato l’accensione dei condizionatori negli uffici. Tutti aspettavano con impazienza la brezza serale che avrebbe abbassato la temperatura e spazzato via la cappa di afa che li aveva costretti a boccheggiare durante il giorno. All’imbrunire il vento gelido, incuneato tra la stretta vallata del Sarntal, arrivava in città e raffreddava la calura dando una sensazione di refrigerio

Micol era giovane e sopportava meglio di altri il caldo di questa estate ardente. Erano settimane che la temperatura in città batteva ogni record e le previsioni non lasciavano presagire che sarebbe tornata a livelli più bassi.

Micol aveva venticinque anni e da due sopportava questa corsa che la riportava tutti i giorni con qualsiasi tempo dal centro città a casa. Quando faceva molto freddo e le strade erano lucide lastre di ghiaccio, Micol incrociava le dita per scaramanzia e ringraziava il santo protettore che era al suo fianco a ogni tragitto.

Era l’ora del tramonto e il sole aveva arrossato le cime dei monti che facevano corona alla città. Nonostante la spettacolare visione del paesaggio il viaggio quella sera era cominciato male.

All’interno della corriera c’era una temperatura che Micol col sudore, che appiccicava la camicetta alla pelle, giudicò molto elevata. L’assenza di ventilazione fece sentire in tutta la sua gamma l’afrore che i vicini di posto emanavano. Il lezzo di sudore misto all’alito impregnato di vino scadente arrivava a zaffate alle sue narici.

Micol sporse la testa fuori dal finestrino alla ricerca di una bava d’aria pulita.

L’uomo al suo fianco l’osservava con un’intensità, che pareva volesse spogliarla. Avvertì fastidio che mascherò volgendo gli occhi verso quella massa di persone che si accalcava nella corriera. Si sentiva impotente perché non riusciva a togliersi da dosso le punture che l’insistenza del vicino generava sulla pelle.

Ebbe l’impressione di giacere nuda su una lastra di metallo scrutata dagli sguardi di persone sconosciute, pronte a toccarla. Le loro mani scivolavano sulla sua pelle come le gocce di sudore che scendevano in minuscole perline nell’incavo del seno e dietro la schiena.

La sua lingua pareva ingrossata tanto faticava a uscire dalla bocca per umettare le labbra screpolate, perché aveva finito la scorta di acqua che portava nello zainetto e doveva resistere fino a casa.

Il viaggio arrancò tra fermate e ripartenze e fu penoso per imprecazioni, bestemmie e rutti delle persone ubriache e nervose. Litigavano col vicino di posto alzando la voce e le mani. Doveva sopportare rumori e puzze durante quel tragitto di un’ora.

Micol era riuscita a tenere abbassato il finestrino che faceva entrare a fiotti aria fresca che le scompigliava i capelli neri.

L’uomo al suo fianco si avvicinò centimetro dopo centimetro, mentre Micol si addossava al finestrino. Alla fine si trovò immobilizzata, stretta tra la parete della corriera e l’uomo. Il terrore la colse, quando avvertì una mano che frugava sotto la camicetta e l’altra che tentava d’insinuarsi nei jeans.

Micol ebbe le medesime sensazioni di un animale braccato dai cani e rintanato in un pertugio senza uscita. Ritenne inutile gridare, perché nessuno l’avrebbe ascoltata o difesa. Doveva uscire dalla situazione con le sue forze.

Lo lasciò armeggiare, mentre studiava una via d’uscita allo stallo in cui si trovava. Posti liberi non c’erano, ma accanto all’autista c’era un minuscolo spazio che forse poteva rappresentare la sua salvezza.

Col cuore che batteva forte e un groppo alla gola afferrò con una mano lo zainetto sotto il sedile e con l’altra abbrancò i testicoli dell’uomo che urlò dal dolore allontanandosi di scatto da Micol.

Tutti si girarono mentre l’urlo svanì fuori dai finestrini. Nessuno dei presenti capì da dove era arrivato quel grido.

La corriera si era svuotata in parte e questo le facilitò il compito di allontanarsi. In un baleno Micol saltò l’uomo accasciato sul sedile e si portò vicino all’uscita pronta alla discesa per raggiungere casa di corsa. La prossima fermata era la sua.

Il cuore martellava nel petto, mentre con lo sguardo controllava le mosse dell’uomo. Le nocche era bianche, mentre stringeva lo zainetto. Mai come quella sera le apparve lungo il percorso. La fermata prenotata era distante e non arrivava mai. Mentalmente pregò che l’uomo rimanesse seduto sul sedile e lei potesse scendere senza patemi. Lanciò un’ultima occhiata preparandosi alla discesa.

L’uomo ululava per il dolore con gli occhi pieni di lacrime e iniettati di sangue. La collera per la fuga della preda gli aveva congestionato il viso. Si alzò barcollando e tra spintoni e bestemmie cercò di avvicinarsi a Micol, ma per sua sfortuna incrociò una persona alticcia che lo bloccò.

L’alterco durò quel tanto che le permise di scendere e vedere la chiusura della porta alle sue spalle, mentre si avviava col cuore in gola verso casa. Si fermò un istante per esaminare chi c’era dietro di lei: ebbe la fugace visione dell’uomo che gesticolava con l’autista nel tentativo di farsi aprire la porta. La corriera riprese la sua corsa.

Micol s’affrettò a rifugiarsi nell’intrico dei vicoli del paese che la inghiottirono con l’aiuto delle ombre della sera. Conosceva ogni anfratto, ogni pertugio tra case e staccionate, dove bambina aveva giocato a nascondino sentendosi al sicuro.

Chiuso il portone di casa con qualche affanno tirò un sospiro di sollievo, riflettendo che era giunto il momento di sospendere quei viaggi. Erano diventati troppo pericolosi.

La storia di Micol – Micol e la bambina – parte 3

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Con questo si chiude il primo racconto della Storia di Micol. Le altre due parti le trovate qui e qui.

cappella e il cimitero di montagna — Foto Stock ...

Foto di Lucillabee – tratto da https://it.depositphotos.com

Il tempo aveva cercato di lenire il dolore che Micol portava dentro, ma tutto era stato vano, perché si solidificò diventando parte del suo corpo.

La bambina percorreva tutti i giorni il ripido sentiero sterrato che portava al piccolo camposanto posto in alto sopra il paese. Teneva in mano il mazzo di fiori selvatici raccolti nei luoghi dove lei e Konnie erano soliti andare, quando correvano e camminavano nel bosco e nei prati.

Lui riposava in un angolo fiorito, da dove poteva osservare le cime dei castagni e delle querce, che ornavano il margine del bosco, che si allargava imponente verso il basso. Era il suo regno, del quale conosceva ogni segreto, sentiero e animale. Si sentiva libero quando respirava l’acre odore della resina dell’abete, mentre la terra ancora umida di neve mostrava il croco giallo che faceva capolino tra ciuffi d’erba gialla e grumi di fango.

L’amore verso il bosco l’aveva trasmesso a Micol, mentre le spiegava la differenza tra un fungo porcino e un boleto velenoso. Lei aveva imparato a conoscere i fiori spontanei che crescevano nei prati degradanti verso il dirupo, chiamandoli per nome.

Adesso non c’era più, ma la passione era rimasta intatta dentro di lei, che prima di salire da Konnie passava a raccogliere centaurea, genzianelle e botton d’oro. Così anche da lassù lui poteva assaporare il profumo e i colori del bosco.

Quel minuscolo cimitero stava accanto alla chiesa, chiuso da un muro ricoperto di edera. Il cancello in ferro battuto, che alla notte mostrava il debole chiarore delle luci votive, era sempre aperto ad accogliere il dolore dei vivi.

Micol percepiva un vuoto dentro di sé come se gli avessero asportato l’anima, era spaesata e insicura per la mancanza del conforto che Konnie al suo fianco le dava.

Doveva riorganizzare la sua esistenza con l’uso della fantasia per far vivere l’amico, affinché le potesse tenere compagnia durante gli spostamenti nel bosco. Iniziò a parlare come se lui fosse al suo fianco, a chiedere consigli, a porre domande, che non ricevevano risposte. Non aveva importanza, perché sapeva che Konnie era l’ombra che proiettava nel terreno accanto a lei senza sentirsi mai sola.

Finita la scuola elementare, iniziarono i viaggi quotidiani con suo padre per raggiungere la scuola media a Bolzano. Qui conobbe altri ragazzi senza che nessuno di loro riuscisse a sostituire l’immagine del bambino dai capelli color grano maturo e dagli occhi azzurri slavati.

Così alla fine c’erano due Micol nello stesso involucro. Una ufficiale gentile, carina, impegnata e rispettosa, con ottime votazioni a scuola, in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati. L’altra, quella autentica e sognatrice, solitaria, incapace di amare, decisa di rimanere single, portando dentro di sé l’icona di Konnie.

Cresceva, ma la dicotomia restava, mentre la frattura diventava più ampia tra le due personalità che tentavano una difficile coabitazione nello stesso corpo. Nessuno pareva capire il trauma subito molti anni prima, perché loro l’avevano rimosso dalla mente, mentre per lei era vivo e palpitante come il suo cuore.

Il traguardo finale era il diploma di ragioniere e poi trovare un lavoro per rendersi indipendente. Non c’erano altri obiettivi, nemmeno per gli affari di cuore, perché aveva alzato le barricate per isolarlo.

In molti cercarono di abbatterle, ma la Micol nascosta riuscì a respingerli tutti, mentre Micol visibile mostrava una vista diversa fatta di gentile maniere.

Uno solo ci provò. Max scalò un tratto prima che una bordata di gelo non lo ricacciò ai piedi del muro.

Micol lo aveva conosciuto tramite Anna, una compagna di classe dell’ultimo anno di ragioneria, durante una festa organizzata per salutare l’anno in più che aveva accumulato. In precedenza Micol si era rifiutata di partecipare a feste o incontri in birreria usando l’alibi di abitare fuori Bolzano perché i genitori non vedevano di buon occhio che prendesse la corriera di sera. In realtà erano bugie per coprire la sua volontà di starsene da sola in un angolo buio. I suoi avrebbero desiderato che socializzasse con i coetanei, mentre la vedevano seria e silenziosa come un fantasma che galleggiava a mezz’aria.

Max era molto diverso da Konnie, che Micol aveva immaginato diventare adolescente insieme a lei. Konnie era alto e biondo, mentre Max aveva una statura poco al di sopra della media e i capelli castano chiari. La sua figura non era appariscente come quella dell’amico scomparso. A lei appariva insignificante, quasi anonimo. Anche gli occhi di Max sembravano smorti rispetto a quelli di Konnie mobili e luminosi.

Avevano tuttavia diverse affinità: le passeggiate nel bosco, l’ascolto della musica classica e la passione verso gli scrittori italiani. A quel primo fortuito incontro ne seguirono altri senza particolari afflati: qualche passeggiata lungo il Talvera, un’escursione sul Renon tra i boschi e sentieri di montagna e poco altro.

Lui avrebbe desiderato una partecipazione emotiva maggiore, ma Micol dopo un breve entusiasmo iniziale era diventata più taciturna e lontana psicologicamente. Quel timido fuoco divenne una fiammella sempre più tremula fino a dissolversi. La loro storia si esaurì per inerzia.

Il tempo passò senza che la ferita iniziasse a chiudersi.

La storia di Micol – Micol e la bambina – parte 2

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La prima parte la trovate qui.

Konnie era un ragazzetto di sei o sette anni, quando lo conobbe. Frequentava la scuola elementare, dove aveva imparato qualche rudimento d’italiano, che non avrebbe avuto occasione di usare prima dell’arrivo di Micol.

Era biondissimo con occhi azzurri slavati, molto più alto di lei, che era di statura bassa e fragile come una soprammobile di cristallo. Micol aveva i capelli neri con due splendidi occhi verdi che davano luminosità al viso anonimo.

Suo padre, Rubens, si domandava da quale componente della famiglia avesse acquisito quegli occhi, poiché li avevano nocciola o una tonalità leggermente più scura. Rideva quando diceva questo a Vittoria, sua madre, che si rabbuiava in viso prima di esplodere come un vulcano in eruzione. Micol non capiva perché la madre alzasse il tono della voce prima di andarsene nella sua stanza sbattendo le porte.

Adesso ripensando a quelle esplosioni d’ira, comprendeva che suo padre dubitava di essere il genitore, sospettando che Vittoria avesse avuto una relazione con un altro uomo. Ritornando su questi vecchi episodi, Micol era convinta che il suo vero padre fosse lui. Aveva percepito un amore autentico da parte sua, finché era rimasto in vita. Riconosceva che molti tratti della sua personalità si combinavano alla perfezione con quelli del padre, come aveva ereditato dalla madre la determinazione a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Quando Micol arrivò in paese, Konnie la adottò subito e la impose agli altri bambini, che la vedevano come un’intrusa, un corpo estraneo alla loro cultura.

Micol lo ricambiò con altrettanta devozione e pur essendo piccola in tutti i sensi lo difendeva dagli attacchi verbali di chi lo canzonava, perché si sforzava di parlare in un italiano corretto.

Divennero due compagni inseparabili: dove c’era l’uno, c’era anche l’altra. Si divertirono a sfidare il vecchio Kurt salendo sul melo posto nell’orto per rubargli le poche mele agre che produceva. Micol stava di vedetta per avvertire Konnie, quando avvistava il vecchio che si avvicinava urlando ed agitando un bastone nodoso. Kurt minacciava chi sa quali supplizi per i due bambini, perché Micol sentiva solo strepiti inarticolati senza capire una sola parola.

Con rapidità sparivano col loro carico di mele rubate nel bosco, che circondava la parte bassa del paese. Qui non visti ridevano per averlo beffato un’altra volta, mentre le mangiavano con voracità.

Più di una volta sentì il vecchio bussare alla porta di casa per parlare con animosità con sua madre, che rispondeva con fermezza alle sue lamentele. Micol, non vista, sbirciava attraverso la fessura dell’ingresso, cercando di cogliere qualche frammento della discussione. Parlavano un linguaggio sconosciuto alle sue orecchie, mentre loro si capivano perfettamente. Sua madre, ancora rossa in viso e alterata nella voce per la litigata, le diceva che avrebbe fatto i conti con suo padre, perché rubava le mele di Kurt. Non aveva mai capito se lo diceva per incuterle paura o per burlarsi di lei, perché l’argomento non veniva più ripreso fino alla prossima visita del vecchio.

Tra i due bambini cominciò un gioco strano diverso da quello che facevano con gli altri, ma era molto divertente, perché consisteva nel trovare il vocabolo giusto per ogni oggetto che avevano in mano. Konnie lo doveva pescare dal suo dizionario d’italiano davvero scarso, Micol da quello di tedesco non meno deficitario. Il pegno da pagare per ogni errore era una manciata di liquirizia, che abbondava nelle loro tasche, mentre il premio consisteva in un casto bacio sulle labbra. Questo permise di migliorare la conoscenza della lingua più ostica per loro e di far sbocciare un tenero amore infantile.

I due bambini d’estate avevano il loro punto segreto d’appuntamento: il nocciolo posto sulla biforcazione tra il sentiero 1 e 1b. Lì con pazienza aspettavano l’arrivo dell’altro, prima di correre felici tenendosi per mano tra rovi di more selvatiche e le felci. Andavano alla ricerca di uno spiazzo soleggiato, dove si distendevano a chiacchierare spensierati su cosa fare il giorno dopo.

Micol quando era con Konnie si sentiva librare leggera come un pappo dondolante nell’aria, mentre lo osservava dal basso verso l’alto. Percepiva sicurezza e serenità, come all’interno di casa, era pronta a seguirlo in qualsiasi prova temeraria nella quale lui voleva cimentarsi. Lo seguiva scalando con incoscienza alberi che si piegavano pericolosamente sotto il peso dei due bambini, scendendo per dirupi sdrucciolevoli per il muschio umido fino sul limite del ruscello che scorreva placido nella forra.

Micol cresceva integrandosi nel tessuto paesano, tanto da essere considerata una di loro e non una straniera arriva dal sud. Ragionava in tedesco e parlava la loro lingua. Per loro tutto quello, che stava al di sotto delle montagne verso sud, erano persone che minacciavano la loro identità, italianizzandoli. Erano i nemici da combattere e da tenere lontani dalle loro case.

Micol non comprendeva i motivi dell’astio verso le persone che venivano dall’esterno. Lei e i genitori dopo un primo approccio di diffidenza erano entrati a far parte della comunità a pieno titolo. Il bersaglio del loro astio erano i turisti che nel periodo estivo sciamavano nei boschi rumorosi, lasciando dietro di sé carte e sudiciume.

Una lacrima salata scivolò sulla guancia di Micol, mentre ricordò Konnie, quando lei aveva sette od otto anni.

Era un giorno di agosto, quando come il solito Micol aveva raggiunto il posto segreto. In realtà non lo era, ma per loro era come se lo fosse. Qui aveva atteso con pazienza l’arrivo dell’amico.

Passarono i minuti e le ore, mentre lei era seduta su un masso sporgente a osservare i movimenti nel bosco. Si sentiva inquieta, perché per la prima volta Konnie tardava, quando sentì in lontananza, portata dall’eco la voce angosciata della madre: «Micol! Dove sei?»

Nessuno sapeva, tanto meno sua madre, che loro si incontravano il quel punto del bosco. Micol si domandò perché la cercava con tanto affanno. Si alzò per andare incontro a quel suono, che ignorava da dove provenisse, perché ogni anfratto e ogni roccia lo rifletteva in tutte le direzioni. Parole affannate e dolenti.

Dopo aver vagato alla ricerca della sorgente, la vide in una radura che correva ad abbracciarla. Non comprese il senso dell’agitazione e il motivo per cui la strinse al petto come se avesse il timore che volasse via col primo refolo di vento.

Le lacrime a quel ricordo scendevano copiose sul suo viso, mentre rammentava l’atmosfera di casa tesa sotto una cappa inquieta. Tra le abitazioni del paese c’era un andirivieni insolito di persone dai visi sconosciuti.

La madre la tenne abbracciata, mentre suo padre, insolitamente tornato presto, le accarezzava i capelli neri. Micol non comprendeva il motivo delle premure di cui era oggetto. Aveva la testa confusa perché Konnie aveva mancato l’appuntamento, perché i suoi genitori la coccolavano in maniera inusuale. Percepiva un silenzio carico di dolore.

Frastornata prese il coraggio di chiedere: «Konnie doveva venire…».

Sua madre le chiuse la bocca e spiegò: «Micol, sii forte. Konnie è volato via».

Poi la voce si incrinò per l’emozione.

Si divincolò, urlò e si rifugiò nella sua stanza nel sottotetto, mentre il singhiozzo divenne un urlo di dolore.

La storia di Micol – Micol e la bambina – parte 1

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Nell’attesa di finire i progetti che ho in mente riprendo un vecchio testo, scritto nel lontano 2009. Revisionato e sistemato lo propongo per la lettura.

tratta dal web

Micol aveva lasciato Venusia, quando aveva quattro anni seguendo i genitori a Bolzano, andando ad abitare in un minuscolo paese che non distava molto dalla città.

L’abitazione era la tipica casa di montagna, in muratura e legno. Nel fienile adiacente suo padre teneva il fuoristrada, un vecchio Land Rover. Sul balcone di pino sua madre esponeva da aprile a ottobre splendidi pelargonium rosso fuoco. Stava adagiata al limitare del paese, ai margini del bosco che si espandeva verso il basso della montagna, ed era circondata da un minuscolo giardino. Davanti e di lato c’erano arbusti bassi, resistenti al freddo, che durante la bella stagione erano abbelliti dalle piante fiorite, mentre dietro l’orto procurava insalatina fresca e carote giganti.

Micol, diventata vecchia, era tornata a Venusia, ma nei suoi occhi conservava le istantanee di quando era bambina.

Rivedeva l’interno della casa dove durante i lunghi inverni stavano accoccolati intorno alla kachelofen, la grande stufa di maiolica con le mattonelle bianche in ceramica di Thun decorate di fiori azzurri. Era posta nel centro della stube, la grande sala da pranzo che era il cuore della casa, con ruvide e scomode panche di legno poste sui fianchi e il letto morbido e caldo sulla sommità.

Quello per tantissimi inverni fu la sua culla accogliente, dove i sogni la coccolavano col dolce tepore della kachelofen. Avverte ancora nelle ossa stanche il calore della legna di abete che bruciava crepitante nella grande bocca. In quegli anni le sembrava tutto enorme: il letto, le panche di legno, la bocca nella quale suo padre introduceva i grossi ciocchi da bruciare, le assi che le impedivano di cadere giù.

Avvertiva sensazioni strane, perché era stata catapultata in un mondo diverso e irreale. Gli altri bambini parlavano un linguaggio che lei non capiva. Solo Konnie, un ragazzino più vecchio di lei in un italiano stentato e pieno di errori cercava di comunicare. L’ingresso alle Marcelline cambiò l’ immagine delle visioni e capovolse un mondo fatto di solitudine per l’incomunicabilità delle parole e affidato al solo gesticolare. Le Marcelline, la kindergarten, era un asilo esclusivo di Bolzano, dove solo i bambini di lingua tedesca potevano accedere. Non ricordava come fosse avvenuto il miracolo del suo ingresso ma era stata ammessa.

L’aveva cominciata a frequentare l’anno successivo al suo arrivo, quando aveva cinque anni. Suo padre la portava a Bolzano alla kindergarten, dove all’entrata l’accoglieva Frau Leone, una signora non più giovanissima dall’aspetto imponente, perché ai suoi occhi anche lei era enorme.

Il primo impatto fu terrificante, perché era l’unica che non conosceva una sillaba di tedesco, mentre Frau Leone la guardava come una bestia rara da conoscere e decifrare. Micol confusa si sentì osservata dagli sguardi canzonatori degli altri bambini, perché non diceva “Willkommen, Frau Leone”. Né comprendeva quando Frau Leone la chiamava; «Micol, kommt hier!» Eppure quel nome, leone, l’aveva sentito da mamma e papà, ma le ricordava una belva feroce dalla grossa criniera. Era frastornata perché adesso quel nome era associato a una signora austera che non parlava l’italiano.

A stento all’inizio aveva trattenuto le lacrime. Doveva farsi forza, come si era raccomandata la mamma prima di salutarla alla mattina, e mostrare la dignità e la fierezza di essere l’unica italiana. Micol sopportò l’essere esclusa dai giochi e dal salmodiare le filastrocche. Senza perdersi d’animo cercò di farsi accettare, d’intrufolarsi nei gruppetti, di fare amicizia, insomma di fare quello che fanno i bambini della sua età: giocare e cantare in gruppo.

Quando suo padre l’accoglieva all’uscita liberava le lacrime che aveva trattenuto, mentre lui la faceva volare in alto con le braccia.

Nei primi giorni di frequenza l’incubo era scendere dal letto. Sapeva che l’avrebbe aspettata una nuova giornata di incomprensioni e stilettate pungenti, attenta a osservare i movimenti dei compagni per ripetere gesti e imprimere parole delle quali non comprendeva il significato.

Col passare dei giorni, usando la tenacia e la testardaggine ereditata dalla madre, cominciò a decifrare quel linguaggio ostico dai suoni gutturali, tanto diverso dalle parole conosciute. Finalmente poteva unirsi agli altri per recitare le kinderreim, le brevi filastrocche che accompagnavano i giochi quotidiani.

Eins zwei drei vier fünf sechs sieben,

eine alte Frau kocht Rüben,

eine alte Frau kocht Speck

und Du bist weg.

Wenn die Kinder in den Gassen

wieder Kreisel tanzen lassen,

hopsa und juchheirassa!

ja, dann ist der Frühling da.

Ene, mene, miste,

es rappelt in der Kiste.

Ene, mene, meck,

und du bist weg.

Non era più il brutto anatroccolo che stava a bocca aperta cercando di captare i segnali che giungevano distorti alle sue orecchie, mentre i compagni sicuri che non comprendesse dicevano: «Italienische Dummenkopf!» Aveva imparato a difendersi, rispondendo per le rime senza lasciarsi prevaricare.

Non passò molto tempo dal quel primo giorno, che le parve distante anni luce. Era diventata una di loro, trattata con rispetto, avendo imparato il loro linguaggio, che le sembrò meno armonioso di quello usato coi genitori,

Frau Leone rimase sorpresa dai suoi progressi in un tempo veramente breve, ricredendosi che avesse potuto sopravvivere in un ambiente ostile verso gli stranieri.

Micol aveva capito che, se non voleva essere emarginata, doveva sfoderare tutta la grinta che possedeva. E lo fece senza economie.

La sbronza – il seguito

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Ho scritto il seguito di una sbronza che potete leggere qui.

Dan avanzò di un passo. Poi un altro. Quel imbecille di negro mi vuole aggredire. L’ho sempre detto che bisogna farli fuori tutti, si disse, mentre con gli occhi azzurri chiaro cercava d’inquadrarlo. Lo vedeva barcollare avanti e indietro, ora a destra e poi a sinistra. Non potrebbe starsene fermo quello sporco negro, mormorò ficcando le mani ancora più a fondo nelle tasche.

Sentì il freddo delle chiavi, mentre una folata di vento ancora più gelida spinse alle spalle lo spolverino blu e penetrò nella camicia. Rabbrividì ma non aveva tempo di pensare al freddo adesso doveva difendersi da quello stronzo di negro che impugnava un revolver.

Non aveva nulla con cui difendersi e lo sguardo ruotò intorno alla ricerca di qualcosa. Nulla, proprio nulla. Non poteva entrare da Schmidt & Schindler, perché la porta era chiusa e poi dentro avrebbe trovato i suoi compari. Dalla padella alle braci, pensò con la mente annebbiata dal troppo bere.

Però, merda, disse a denti stretti, non potrebbe stare fermo un attimo? Di sicuro era stato lui a rubarmi la macchina. Era una certezza che veniva dal fatto che non c’era più dove l’aveva parcheggiata.

Sonny era fermo col cavo avvolto sul pugno destro e la scatola dell’interruttore a penzoloni. Aspettava e basta. Quello sporco bianco continuava a tenere la mano dentro la tasca della giacca che mostrava il gonfiore di una calibro 38. Barcollava minaccioso col ghigno a tratti illuminato dalle luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor. Non era un bel vedere, rifletté Sonny che girò velocemente lo sguardo verso la porta di servizio della tavola calda. Era troppo distante, se avesse voluto correre per infilarsi al sicuro. Il tempo di girarsi e fare i cinquanta passi e lui sarebbe morto stecchito da un proiettile calibro 38, che gli avrebbe aperto un buco nella schiena grosso come un pugno. E lui a morire non ci stava. Maledisse una volta di più quegli ubriaconi molesti di bianchi, che si ritenevano unti dal signore e liberi di sparare ai negri.

Dan mosse qualche passo in avanti mentre Sonny ne faceva due indietro. Si fronteggiavano senza proferire parola, mentre le folate di vento facevano rotolare un bidone della spazzatura in mezzo al vicolo. Un rumore sordo che rimbalzava tra le pareti della strada.

Dan e Sonny si voltarono all’unisono in direzione del frastuono generato dal bidone. Non videro niente. Don arretrò di tre passi, tenendo sempre le mani in tasca. Sonny si spostò di lato verso il muro.

«Che cazzo ha di muoversi come se fosse ubriaco?» esclamò Dan, retrocedendo di altri tre passi.

Sonny sogghignò. «Gli ho fatto paura» borbottò, mentre si avvicinava alla porta di servizio.

Dan con la coda dell’occhio vide un poliziotto che a piedi perlustrava la Trentasettesima, mentre la macchina della NYPD andava a passo d’uomo a fianco.

«Ehi! Polizia!» urlò Dan, agitando una mano. «Un cazzo di negro mi vuole sparare!»

Sonny s’infilò rapido nella porta di servizio che chiuse con fracasso alle sue spalle.

Dan si girò e non vide più nulla. Il negro si era dissolto. Devo smettere di bere, pensò tornando sulla Trentasettesima, oppure vedrò negri che mi vogliono sparare dappertutto.

Una sbronza

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Era il ventotto dicembre e non era riuscito a smettere di bere. Anzi, era più sbronzo di prima.

Un vento gelido e tagliente come un rasoio fischiava per la Quinta Avenue, gli gonfiava lo spolverino e gli sferzava le costole. Di abbottonarsi la giacca non gli passava neanche per l’anticamera del cervello. Era troppo ubriaco per farci caso. L’andatura era barcollante mentre andava in direzione nord, verso la Trentasettesima Strada, dritto nelle fauci del vento, imprecando come un ossesso.

Tra una folata e l’altra, il volto affilato e arcigno si era fatto paonazzo, mentre gli occhi azzurri chiaro avevano un che di spiritato. Era un’immagine davvero terrificante, con la sequela d’imprecazioni lanciate contro la notte.

Quando raggiunse la Trentasettesima si accorse che dall’ultima volta, che era passato di lì, c’era qualcosa di diverso. Però non capiva dove fosse il diverso.

Quando fosse stata, quell’ultima volta, proprio non riusciva a ricordarselo. C’era un vuoto nella sua testa. Gettò un’occhiata all’orologio per tentare di capirci un po’ di più. Erano le quattro e trentotto del mattino.

Una risata isterica ruppe il silenzio della notte. Per forza che la strada era deserta, pensò. Chiunque avesse avuto un briciolo di buon senso se ne sarebbe restato a letto. A un’ora del genere e col vento gelido da nord era molto meglio scaldarsi con una bella donna piuttosto che girare come uno scemo per la strada alla ricerca di qualcosa che non sapeva nemmeno lui.

In un momento di lucidità ebbe l’intuizione sul diverso che l’aveva colpito. Avevano spento le luci da Schmidt & Schindler, la tavola calda in cui prima aveva visto gli uomini delle pulizie al lavoro. Si ricordava benissimo delle luci lasciate accese, proprio per gli inservienti. E adesso erano spente.

S’insospettì all’istante. Spinse le porte a vetri piazzate in diagonale, proprio sul cantone, ma le trovò chiuse. Schiacciò il viso contro la vetrata sulla strada. Le luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor si riflettevano sulle superfici d’acciaio inox delle cucine e sui banconi in materiale plastico. Il suo sguardo frugò tra le scintillanti cuccume di caffè, i contenitori di minestra, i tostapane, i recipienti per il latte e per i succhi di frutta, e gli scomparti refrigerati. Poi passò sul pavimento in linoleum su entrambi i lati del bancone. Nessun segno di vita.

Pestò sulla porta e ne scrollò la maniglia.

«Aprite questa cazzo di porta!» gridò battendo i pugni sul vetro.

Nessuno si fece vivo.

Sbirciò dietro l’angolo, verso l’entrata di servizio sulla Trentasettesima.

Vide il negro nello stesso istante in cui il negro vide lui: indossava uno spolverino marrone di tela sopra una divisa di cotone blu, guanti bianchi da lavoro e un feltro scuro. Aveva qualcosa in mano.

Capì all’istante che era un uomo delle pulizie. Tutavia la vista di un negro lo convinse che la sua macchina era stata rubata, e non smarrita. Non avrebbe saputo dire il perché, ma ne era certo.

Ficcò una mano all’interno del soprabito e barcollò in avanti.

Arrivano i guai, pensò d’istinto il negro alla vista di quel bianco ubriaco che gli veniva incontro traballante. Ogni volta che esco a scaricare la spazzatura c’e’ sempre un ubriacone bianco del cazzo in cerca di guai.

Per di più era solo. Jimmy, che lo stava aiutando con l’immondizia, era sceso nel seminterrato a piazzare i bidoni sul montacarichi. E il terzo inserviente, Fat Sam, doveva essere andato nella cella frigorifera a prendere qualche pollo da mettere sulla griglia per colazione. Da lì, anche con lo sfiatatoio spento, non sarebbe stato in grado di sentirlo, se avesse gridato. Lo stesso valeva per Jimmy, giù di sotto dov’era. E quel bianco del cazzo aveva già cominciato ad agitare la pistola, neanche fosse stato uno sceriffo dell’Alabama. Prima di riuscire a chiamare aiuto, sarebbe stato stecchito.

Afferrò il pesante cavo collegato alla scatola dell’interruttore e se lo passò attorno al polso, a mo’ di arma rudimentale. Se quel figlio di puttana mi punta la pistola addosso, pensò, gli sbatto questo sulla testa fino a ridurgliela in pappa.

Gli bastò un’altra occhiata per cambiare idea. Da quando sono qui, è la terza volta che un bianco di merda mi punta una pistola contro, si ritrovò a pensare. Se riesco a sfangarmela e non mi succede niente, devo mollarlo, questo lavoro. Devo trovarmi un posto in un negozio dove ci lavora anche altra gente, com’è vero che il mio nome è Luke Williams. Perché questo sembrava pericoloso. Non come altri ubriaconi bianchi, che erano dei semplici rompicoglioni cacasotto. Questo sembrava davvero stronzo. Sembrava capace di sparare a un nero, così, tanto per passare il tempo.

Disegna la tua storia – La partenza

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Ripubblico qui il post del mio turno su Caffè Letterario.

Buona Lettura

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

Chi vuole partecipare al gioco del 2019?

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Morena Fanti e Io e il silenzio propongono una sfida che potete leggere qui.

Come sarà il 2054? Non lo sapete? Non avete la mitica sfera di cristallo? Non importa. Armatevi di penna stilografica, inchiostro di seppia marrone e carta in abbondanza – ma non troppa per non disboscare un’intera foresta – e mettete a frutto la vostra fantasia.

Nulla vi sarà precluso. Voli tipo Icaro o cadute all’inferno. Insomma il racconto è nelle vostre mani, anzi nella vostra testa.

Iscrivetevi – è tutto gratis  e non si vince nulla, almeno credo 😀 – Ci possiamo divertire spremendo le meningi.

Ah! per le regole… non so. Leggete e aspettate