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La kitsune – parte quarantesima

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Lo storia volge verso il finale con grande gioia di tutti. Per chi fosse curioso di leggere le puntate precedenti può trovare qui il link.

opera di Utugawa Kuniyoschi – pubblico dominio

 

Elisa tra le braccia di Pietro aveva calmato l’agitazione interiore che l’aveva assalita qualche ora prima. Si sentiva appagata di quello che finora le aveva riservato il destino durante questi quattro giorni. Però non voleva pensare al futuro, perché l’angoscia avrebbe ripreso il sopravvento. Per il momento percepiva soddisfazione e piacere per come si erano snodati gli avvenimenti.

La lettura non l’aveva aiutata di certo, ma la presenza di Pietro sì. Provava sicurezza nello stare accanto a lui, perché la calma e la protezione, che trasmetteva, riuscivano a sopire i dubbi che l’angosciavano. Intuiva che non sarebbe stato in grado di risolvere le difficoltà nelle quali si dibatteva, ma comprendeva che era uno speciale talismano che le infondeva speranza sul futuro e protezione al presente.

Sarà così oppure sono solo mie fantasie?” rifletté osservando il viso sereno di Pietro.

L’intuito femminile le suggeriva che non si stava sbagliando, che lui era la persona che aveva cercato. Forte di questa convinzione si sistemò meglio per ascoltare la voce forte e sicura di Pietro.

La pazzia

Klaus camminò nel buio rischiarato dall’incerta luce del lume a olio andando a zig zag come ubriaco di paura avanzando tra dubbi e angosce. Incespicò nei rovi, che graffiarono i vestiti e la faccia, correndo il rischio di cadere più di una volta, mentre avanzava con passo incerto.

Non era consapevole dei rischi, che affrontava, accecato dal terrore di vedere apparire la figura di Amanda, come due anni prima quando era andato alla caccia della volpe sparando alla cieca.

Dove sei?” urlò con tutto il fiato che aveva nella gola, mentre l’eco lontano rimbalzò quel ‘dove sei?’, che interpretò come una muta risposta alle sue invocazioni.

Il panico mescolato alla pazzia per i gesti non ponderati stava prendendo il sopravvento sulla lucidità del pensiero.

Si addentrò incautamente nel bosco perdendo subito l’orientamento nella notte oscura e senza stelle, girando più volte su se stesso come se fosse nella caverna del mistero al luna park.

In lontananza vide due occhi rossi che lo fissavano maligni, quasi a farsi beffe del terrore che aveva inondato la sua mente.

Prese la mira dopo aver posato la lanterna e sparò, ma gli parve di udire un ghigno feroce di scherno, mentre quei globi rossi si spostavano di lato.

Esci sei hai coraggio!” ripeté inferocito e arrabbiato più che mai “Sei uno spirito del male, ma io ti ucciderò” ed esplose un secondo colpo, che gli sembrò una cannonata nel buio silente della notte.

Riprese la lanterna, ma quegli occhi rossi erano sempre là, immobili e irriverenti, mentre dentro di lui cresceva ira e sgomento che si avvilupparono tra loro in un intreccio dal quale non riuscì a districarsi.

Si mosse a destra, poi a sinistra prima di finire lungo disteso tra le felci umide e un rovo di more, per poi rotolare più in basso fermato dal tronco di un abete.

Non perse la presa sulla lanterna, che si era spenta nella caduta, né del fucile ben saldo nell’altra mano.

Provò a contare i danni: solo qualche ammaccatura e nuovi graffi nel viso e nelle mani. Però adesso era nel buio più completo senza sapere dove stava e quanto distava dalla baita.

Sono in bell’impiccio” pensò in un momento di lucidità.

«Non aveva detto, Klaus, che un fucile in mano a un uomo in preda all’ira era un pericolo per tutti?» commentò stupito Pietro, fermandosi nella lettura.

Si pose il pensiero se lui fosse stato al posto di Klaus come si sarebbe comportato e quali sensazioni avrebbe provato in quegli istanti. Però lui era Pietro e non sapeva maneggiare un fucile. Dunque il parallelismo non poteva reggere. Non sarebbe uscito nella notte buia nel bosco alla ricerca di un fantasma che aleggiava solo nelle fantasie malate di Klaus.

«È stato un incosciente!» replicò acida Elisa. «Non capisco perché sia uscito di notte nel bosco! Eppure come boscaiolo doveva conoscere a fondo i pericoli. Però il rimorso di avere ucciso Amanda ha alimentato la sua pazzia e gli ha tolto la lucidità di pensiero. Klaus in quei due lunghi anni era stato roso dal tarlo del tormento per quello che aveva commesso».

Pietro riprese la lettura.

Potrebbe avere girato in tondo dopo essersi addentrato nel bosco, ma nulla poteva dargli certezze. Però quegli occhi rossi lo precedevano sempre beffardi.

Klaus non era il tipo che si spaventasse facilmente, ma questa volta qualche meccanismo non aveva funzionato nella sua testa. Appoggiato al tronco resinoso di un abete lungo un pendio inclinato verso il basso, provò a saggiare con un piede la pendenza se questa fosse troppo ripida per arrischiare la risalita.

È troppo pericoloso tentare di muoversi. Aspetterò la mattina” mormorò rassegnato.

Agganciata la lanterna inutilizzabile alla cintura, si guardò intorno con la speranza di capire in quale pasticcio si era cacciato. L’unico segno di vita erano sempre quei due punti rossi, che sembravano tizzoni ardenti pronti ad accompagnarlo all’inferno.

Maledetti!” urlò con voce stridula piena di terrore, sperando di rincuorarsi per affrontare un nemico invisibile e beffardo. “Maledetti occhi! Cosa volete? Non sono pronto per andarmene all’inferno! Aspetterete ancora”.

Chiuse i suoi per non guardare, mentre sentì dei sassi rotolare verso di lui e un calpestio di rametti spezzati, che lo costrinsero a spalancare gli occhi nel tentativo di vedere chi fosse.

I sensi erano all’erta senza che riuscisse a distinguere nulla: solo due tizzoni rossi che si aggiravano inquieti a destra e a sinistra.

Afferrò saldamente il fucile e prese la mira con calma. L’obiettivo era ciò che stava tra quei due punti e sparò.

Ah!” gli parve di udire, mentre qualcosa volteggiava attorno al suo viso. D’istinto si mosse e subito riprese a rotolare verso il basso senza controllo.

Tutto ruotava in un caleidoscopio di dolori e di rimbalzi, mentre perdeva la cognizione dei sensi e del tempo.

Come un dejà vu rivide la scena di due anni prima. Era tornato indietro nel tempo, anzi questo si era fermato, cristallizzato quando aveva premuto il grilletto.

Si chiese «perché l’ho fatto?».

Pietro sospese la lettura per riflettere sull’ultima domanda di Klaus ‘perché l’ho fatto?’. Trovare risposte esaurienti era quasi impossibile perché il suo era un esercizio retorico: lui non avrebbe mai sparato alla volpe. In realtà non avrebbe nemmeno imbracciato un fucile, perché odiava le armi. Eppure si sforzava di trovare una spiegazione logica nel comportamento di Klaus. Aveva letto molto e aveva imparato a conoscerlo, o almeno così gli sembrò. Però non riuscì a inquadrare il motivo dell’atteggiamento aggressivo verso la volpe.

Quale motivazione l’ha spinto a darle la caccia? Non è sufficiente motivarla con le piccole ruberie dalla dispensa. C’è una spiegazione di fondo che mi sfugge, che non concorda con la personalità di Klaus. È come se avesse una personalità sdoppiata, una sorta di lato B del suo carattere. Forse dalle righe seguenti potrò trovare qualche giustificazione più convincente” e riprese a leggere con questo pensiero latente.

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La kitsune – parte trentanovesima

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prosegue la lettura del diario di Klaus tra presente e passato. Per te, che hai perso qualche puntata puoi trovare qui i link del passato.

opera di Utugawa Kuniyoschi – pubblico dominio

A Pietro riprese la lettura perché aveva capito che Elisa voleva eludere le sue domande.

Klaus si alzò e accese il lume, appoggiato sul tavolo, per illuminare la stanza. Doveva affrontare una lunga veglia, mentre riandava indietro nel tempo.

Erano da pochi mesi nel loro rifugio, ma Amanda sembrava triste, come pentita di essere fuggita. Lo sguardo basso e gli occhi spenti erano sempre più frequenti sul suo viso e si notavano vistosamente.

Amanda” le chiese con dolcezza mentre la stringeva a sé. “Cosa ti turba? Non sei più l’allegro passerotto che ho conosciuto, ma una donna triste e incupita, senza sorriso e con l’insofferenza dipinta sul tuo viso”.

Lei non rispose mentre le lacrime rigavano il volto. Aveva solo singhiozzi mentre il petto ansimava. Klaus rimase in silenzio attonito, ma non era sua intenzione trattenerla contro la sua volontà, anche se questo gli costava dolore.

Amanda espose la sua situazione emotiva, spiegando che, passata l’euforia della ritrovata libertà, adesso era entrata in una crisi d’identità che le toglieva il respiro. Nella prigione dorata di Guido poteva avere a disposizione qualsiasi cosa desiderasse senza limiti: denaro e libertà di movimenti. Poteva incontrare gente, usufruire delle comodità della casa. Però si sentiva infelice, perché era considerata un oggetto e non poteva disporre della sua vita. “Ma adesso cosa è cambiato?” chiese. Qui non vedeva nessuno a parte il bosco, il cielo e sua maestà, Antelao. Solo Klaus era l’unico essere vivente col quale poteva scambiare due parole, non era mai scesa a valle tra la gente, per paura di essere riconosciuta. Era rimasta confinata lì, isolata e solitaria.

Cosa ci faccio qui?” si era domandata più volte, seduta sotto la tettoia malinconica e triste, mentre osservava lo scoiattolo intento a raccogliere qualche briciola. “Questo non è il mio posto. Non sono una donna che ama la montagna. Eppure mi sono arrampicata sulle pendici di questo monte, maestoso e arcigno che mi sovrasta con le sue cime”.

Pietro si interruppe per un istante, perché percepì l’inquietudine di Elisa. “Cos’è che la rende triste? È la malinconia depressiva di Amanda o i timori per un futuro incerto?”

Si chiese se doveva fare qualche commento a margine della lettura, chiederle i motivi di quel pianto silenzioso che scendeva dai suoi occhi. Capì di essere frenato da sensazioni indefinite e contraddittorie, che non riusciva a tradurre in parole. Comprese che era rimasto poco tempo a loro disposizione: poche ore per le scelte future. “I nostri cammini si sarebbero separati per sempre oppure avrebbero proseguito insieme?”

Lui non riuscì a immaginarlo, né era in grado di stabilirlo. Questo gli dava un fastidioso senso d’inadeguatezza, che non gli piaceva per niente.

«Perché ti sei fermato?» chiese Elisa guardandolo negli occhi, mentre il suo viso fece una smorfia di dolore.

«Ho avvertito la tua tristezza e mi sono fermato a osservarti. Ho visto che il blu dei tuoi occhi si è velato di nubi nere. È forse il racconto dell’inquietudine di Amanda che ti turba?»

«No!» rispose in maniera perentoria, quasi urlando. Non desiderava che si notasse l’ansia che stava prendendo il sopravvento. Voleva riacquistare la sicurezza dei pensieri, delle emozioni. Doveva riprendere il controllo di sé.

Pietro non replicò preferendo rimanere in silenzio, perché percepiva che era turbata da motivi che non riusciva a decifrare. Quel ‘No!’ scandito più con rabbia che per convinzione non serviva nulla, anzi rendeva più chiara la relazione tra le parole lette e l’umore confuso con le lacrime. Pietro intuì che non era il momento adatto per esplorare le motivazioni, perché sarebbe stata un’inutile cattiveria, che avrebbe acuito il loro senso di disagio. Confidava di trovare un momento più adatto per approfondire la questione nelle prossime ore.

Sospirò, per nulla persuaso che sarebbe stata la mossa giusta quella di sorvolare sul disagio di Elisa, mentre la giornata lasciava il posto alla sera.

È meglio proseguire nella lettura del racconto che ha troppi punti di contatto con la realtà che ci circonda” dedusse prima di leggere il resto.

Dunque i pensieri cattivi affioravano dal lago che si andava prosciugando dentro di lei. Però Amanda non riusciva a scacciarli dalla testa, perché erano troppo insistenti. Coi giorni si immalinconiva sempre di più, afflosciandosi come un pallone sgonfiato. Faticava a parlare, a mangiare con lo sguardo perso dietro la montagna a rivedere la piana, le acque sonnolente del Tagliamento d’estate. Non riusciva più essere se stessa, ma solo un guscio privo di sostanza.

Klaus aveva capito il dramma esistenziale di Amanda, ma non trovava uno sbocco al problema. “La riporto da Guido?” si domandò, mentre osservava in negativo la straordinaria metamorfosi di questa donna che amava. “Oppure tento di recuperarla? Ma come?”. Domande che richiamavano altre domande senza riposte ma lui doveva affrontare e risolvere la questione.

Amanda, capisco che questa vita non è quella che ti sei aspettata lasciando Guido” disse riaprendo il discorso interrotto da molti silenzi e altrettanti pianti. “Io non posso offrirti altro. Se lo desideri, domani ti accompagnerò dove vuoi e le nostre strade si divideranno. Tu nella località che hai scelto, mentre torno tra queste montagne. Queste sono la mia linfa ma sono stato troppo egoista”.

Accese il lume posto vicino al letto per osservare in viso Amanda mentre aspettava la risposta.

Spegni” gli rispose con un filo di voce. “Se ti guardo, non riesco a risponderti”.

Klaus spense il lume e si sistemò stringendola forte.

Ero consapevole, che questa vita non era la tua, ma ho sperato vanamente che essa la potesse diventare. Però ho sbagliato e devo riparare. Ora taccio e ascolto quello che mi vorrai dire, se vuoi”.

Amanda lo baciò con trasporto e disse: “No, non hai sbagliato nulla con me. Tu sei sempre stato sincero e trasparente nei tuoi pensieri. Sono stata io a sopravvalutare le mie forze. No, domani sarò qui, come dopodomani e i giorni seguenti. La mia vita senza di te non ha uno scopo. E poi dove potrei andare? Da Guido? No, là ho giurato che non tornerò mai più. Allora dove? Non ho un posto, una casa dove rifugiarmi. È questa la mia nuova casa e questa sarà anche nel futuro”.

E quella notte fecero all’amore con un trasporto che mai era avvenuto prima di allora e dormirono abbracciati e appagati. Il giorno successivo Amanda si sforzò di vedere i lati positivi nella situazione, uscì con lui nel bosco a raccogliere funghi e fiori. Percepì che la spiegazione della sera precedente aveva avuto successo.

Mentre Klaus rievocava nel sogno quei lontani giorni, un rumore di graffi sul vetro lo svegliò.

Chi sei?” urlò balzando in piedi verso la finestra. “Chi sei, anima dannata?”

Però la finestra era muta e opaca senza che mostrasse il volto di qualcuno. Prese il lume dal tavolo e imbracciò il fucile, uscendo dalla porta a rincorrere un fantasma. “Ah! Ah!” una roca risata risuonò beffarda tra il vento che fischiava gelido sulla faccia.

E lui si gettò all’inseguimento.

Ho voglia di fare l’amore” disse Elisa baciandolo.

 

La kitsune – parte trentottesima

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Prosegue la lettura dei fogli e con essi la storia. Per chi volesse leggere le altre puntate trova i link qui.

 

Nel sonno tumultuoso come il temporale Pietro proseguì la lettura assieme a Elisa.

Un brivido di gelo percorse la mente di Klaus fino a renderla torpida d’idee. Non gli sembrava vero che un ignoto sconosciuto avesse scostato quei rovi spinosi per lasciar passare una persona leggera ed eterea.

Sto ancora sognando” disse parlando ad alta voce per udire e non pensare. “Tracce misteriose di un piede piccolo e lieve, che danza, sfiorando il prato. Di chi sono? Chi era ieri sera quella misteriosa figura apparsa nel vetro della sala? Non può essere Amanda, perché è morta e riposa tranquilla, qui ai piedi di questo abete. Sembra una fanciulla, una ragazza giovane, esile e fragile. Ma sono sicuro di questo?”

Col caffè ormai freddo e la fetta di pane che si sbriciolava nella mano Klaus continuò la perlustrazione della radura senza trovare altre tracce. Tutto partiva da lì e terminava vicino alla finestra in un rompicapo assurdo e inquietante.

«Se il racconto è vero» parlò nel sogno Pietro. «Il mistero è degno del miglior thriller. Sembra quell’autore. Non riesco a ricordarne il nome… Quello che ha scritto Shinning…».

«Stephen King» lo soccorse la ragazza. «Forse la spiegazione è più semplice di quanto non appaia…».

«Come più semplice?» esclamò incuriosito Pietro. «Cosa te lo fa supporre? Tracce leggere sul prato, segni sul legno della finestra, la tomba pare profanata. E tu dici che la soluzione è più semplice? Per me è un rompicapo astruso».

«Prova a ragionare. Tutto questo non è forse il frutto delle suggestioni di Klaus? Secondo te chi avrebbe potuto materialmente raccontare l’intera storia? Solo Klaus! Nessun altro! Dunque questo è un racconto di fantasia, che qualcuno cerca di spacciare per vero!»

Pietro scosse il capo, non convinto dalla logica della ragazza. Qualche mano misteriosa aveva fatto pervenire il manoscritto come il PC, perché desiderava che loro lo leggessero. Pertanto qualcuno aveva narrato quello che era successo. Di certo un osservatore esterno.

Voleva capire chi era il burattinaio che muoveva i fili delle marionette in questa narrazione sospesa tra il fantastico e il reale, quando rumori provenienti dalla porta d’ingresso li svegliarono di soprassalto.

Pietro aprendo gli occhi si guardò intorno. Non riuscì a mettere a fuoco dove si trovava ancora intontito dal sonno. La stanza era immersa nella penombra per effetto del fuoco morente nel camino. Poi con lentezza gli occhi si abituarono alla scarsità di luce. Tuttavia il passaggio dal sonno alla veglia era stato brusco tale da non riuscire a collegare le immagini e le parole del sogno con la realtà. Tutto pareva quieto: il vento aveva cessato di scuotere le imposte, il tuono s’era chetato a timidi borbottii, la pioggia aveva smesso di sferzare la baita. Si udivano solo i loro respiri e null’altro.

Pietro adesso era vigile, pronto a catturare luci e rumori. Osservò la ragazza, che stava riprendendo conoscenza, ma non si capacitò dei molteplici misteri che galleggiavano intorno a loro. Era stato quel frastuono improvviso che lo inquietò, mentre si domandava quale fosse l’origine e chi l’avesse prodotto.

«Cosa facciamo qui, accovacciati per terra, vicino al fuoco quasi spento?» chiese Elisa come se avesse dimenticato dove si trovassero.

Pietro sorrise stringendola con affetto e aggiunse che si erano addormentati mentre leggevano il racconto di Klaus. La ragazza non replicò e addossandosi con maggior vigore cercò un riparo per proteggersi da un nemico invisibile.

«Cosa vuoi fare? Restiamo qui o saliamo in camera?»

«Rimaniamo accanto al fuoco. Però ho fame e sento freddo» aggiunse mentre il corpo aveva un brivido. Sembrava il guizzo della fiamma tra le braci che diventavano sempre più nere.

Pietro mise altro olio nella lampada che si era spenta. Ravvivato il fuoco, tagliato altro speck e formaggio, dopo essersi coperti con un secondo plaid di lana, riprese la lettura dal punto d’interruzione nel sogno. Si aspettava che Elisa avesse qualcosa da ridire ma non mosse obiezioni come se la parte sognata l’avesse effettivamente ascoltata.

Pietro rimase sorpreso da questo comportamento chiedendosi se effettivamente avesse sognato quella lettura.

Scuotendo il capo e borbottando misteriose parole, ritornò lentamente alla baita, mentre percepiva angoscia nel petto. Si sedette e ritornò con la mente a quel giorno maledetto, quando l’aveva uccisa perdendola per sempre.

Era troppo alterato per ragionare freddamente a causa di quella maledetta volpe, che violava la dispensa. Era diventato un punto d’onore cacciarla e ucciderla, ma invece ha ucciso la persona che amava di più.

Era inutile dirsi che non doveva andare a caccia in quello stato di collera irrazionale, lui che da cacciatore aveva sempre sostenuto che un fucile in mano a una persona infuriata era un pericolo per tutti. Così era stato. Adesso era vano piangere sul latte versato, perché il tempo fuggiva inesorabile e le scelte sbagliate rimanevano senza nessun appello.

Seduto sulla sedia, incapace di muoversi osservava la finestra nella speranza di riconoscere chi fosse veramente la donna della sera precedente.

Rimase immobile, nell’apatia del giorno che scorreva le ore come i grani del rosario.

Il sole che calava rosso dietro le cime dei monti lo trovò ancora seduto sulla sedia col fucile appoggiato allo schienale e il libro rovinato a terra. Le ombre della sera cominciavano a occultare le luci, mentre la stanza spariva nel buio.

«La chiave del mistero è la volpe, che gira intorno alla baita. Cosa cerca?» domandò alla ragazza. «Tu hai detto di saperlo».

Elisa lo guardò incerta se rispondere oppure no, ma alla fine pose una domanda.

«Non saprei. E poi sei sicuro che sia la stessa del racconto?» rispose con calma.

Pietro scosse il capo in segno di dissenso, perché in realtà non aveva risposto ma aveva posto una nuova domanda lasciando insoluta la sua.

La kitsune – parte trentasettesima

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Prosegue la storia e il finale non è ancora arrivato. Per chi volesse leggere le altre puntate può trovare qui ilink.

Illustration in Carmilla, Joseph Sheridan Le Fanu’s vampire story.
by Fiston

Pietro osservò il fuoco che aveva ripreso forza e illuminava il viso sereno di Elisa, mentre riandò ai pensieri interrotti poco prima.

Quel fatale 13 giugno. Ma poi sarà stato così fatale?” pensò, rilassandosi un po’. Non lo sapeva ma lo pensava perché aveva avuto il potere di lasciare un segno nella sua vita. Un segno che non sarebbe scomparso tanto in fretta. Ricordò di aver letto un annuncio, che aveva trovato singolare dalla sua prospettiva mentale e l’aveva indotto alla telefonata. Sorrise nel ripensare a quell’azione, perché Marco non si era mostrato sorpreso dalla sua telefonata, anzi pareva che fosse ansioso di udire la sua voce. “Sul momento non ci ho fatto caso, ma, ora riflettendoci a mente fredda, direi che questa sia l’impressione giusta. Sì, sembrava preparato a rispondere alla chiamata!” Troppo sollecita era stata la sua venuta alla Caffetteria Belluno per parlare con lui, formulando una proposta di vendita allettante. Però erano state le domande poste, curiose e indagatrici, che avrebbero dovuto metterlo in guardia, svelando il suo piano. “Poi quel bizzarro episodio di Elisa che ha affermato di conoscermi! E mi invita per il giorno dopo a una gita sul monte Antelao, come se fosse stata un’iniziativa personale e improvvisata, quando il viaggio era già stata concordato con Marco! Coincidenze? Caso? O regia occulta per incastrarmi nell’acquisto del bosco?”

Le stranezze erano troppe per essere solo coincidenze. Eppure qualcosa di buono questa avventura gli aveva riservato: Elisa. Senza la sua conoscenza avrebbe sempre pensato che le donne fossero un mistero buffo, come diceva Dario Fò, o semplici scocciature, come arguiva lui. “Sarà strano: l’ho trovato intrigante e per nulla scocciante!”

Pietro sfiorò con le labbra la fronte della ragazza, che accennò a una smorfia di piacere e soddisfazione.

Però dorme veramente o finge di dormire?” si chiese con ostinazione Pietro. Stentava a credere che si fosse innamorato di quest’essere dolce e forte, timido e risoluto.

Ma è amore o innamoramento?” si domandò con una punta di dubbio. “Ma chi se ne frega! È stata mia, lo sarà ancora per un giorno! E poi…” e la guardò rannicchiata sulle gambe, mentre riposava appoggiata al suo petto.

Quello che mi lascia sconcertato è quanto è successo dopo. Per un mese non ho pensato al bosco, a Marco, a Elisa. Per me erano evaporati come acqua al sole. Poi mercoledì sera è ricomparsa con le chiavi della baita. Mi chiedo se sto vivendo un sogno o un incubo. Lei sicuramente è un sogno, ma il resto sta diventando un incubo”.

Ripensò al modo con cui erano apparsi il PC e fogli vergati a mano, che descrivevano episodi risalenti anni prima. Sembravano reali, accaduti nella baita, dove si trovava, e in questo bosco. Ripercorrevano un tratto di vita di un uomo e una donna finiti fra queste quattro mura. “L’uomo, non mi assomiglia per nulla. Anzi siamo totalmente diversi fisicamente e mentalmente. Però la donna pare la copia sputata di Elisa, che dimostra di conoscere quanto è descritto. Ha forse vissuto quelle vicende in prima persona?”

Eppure qualcosa non tornò a Pietro: tra le due donne c’erano almeno dieci anni di differenza ma forse anche di più. Nelle vicende narrate Amanda aveva l’attuale età di Elisa o quasi. Dunque un vero rompicapo dove le soluzioni potrebbero essere molteplici e per nulla scontate.

Pietro prese una fetta di formaggio e un pezzo di pane, che masticò con lentezza. Tutta la vicenda sembrava ai suoi occhi un gigantesco puzzle, che lui doveva ricostruire senza conoscere il disegno finale. Tra le varie tessere compariva una misteriosa volpe, che pareva dotata d’intelligenza umana. Si domandò se quest’animale selvatico fosse stato mitizzato da Elisa.

No! Non è un essere immaginario, perché l’ho visto anch’io. Si aggira intorno alla baita alla ricerca di qualcosa e suscita grande angoscia nella ragazza. Lei afferma che vuole entrare, ma per fare cosa? Sarà vero? Ci sono troppi misteri. Un osservatore affermerebbe che solo un folle può credere a questo. Però io non sono pazzo, ma lucido e razionale”.

Un rumore indistinto lo bloccò nei suoi ragionamenti perché gli era sembrato di avere udito qualcosa dalla porta d’ingresso. Con cautela, per non svegliare la ragazza, si girò verso l’entrata, senza vedere o sentire nulla. Il furioso temporale estivo continuò incessante. Rimase in vigile attesa ascoltando i minimi bisbigli. Tutti i sensi erano allertati, ma percepiva solo il placido respiro di Elisa e il frastuono della pioggia.

Immerso come sono in un’atmosfera ricca di suggestioni rischio d’immaginare quello che non c’è ma in questo momento ho sentito rumori che ho percepiti chiaramente”.

Il respiro cadenzato di Elisa era l’unico sottofondo chiassoso nella stanza, mentre si domandò come potesse avere udito quel grattare sommesso sulla porta.

Non posso essere stato contagiato da Klaus. Io sono Pietro e non ho ucciso nessuna donna, né ho dei rimorsi di coscienza da tacitare. Qui siamo solo io ed Elisa, che mi ha promesso di spiegare tutto entro domani. Però il nervosismo si sta impadronendo di me. Devo rimanere calmo per valutare ogni particolare. Devo mantenere lucidità per scacciare l’inquietudine che mi sta assalendo”.

Distolse i pensieri dagli ultimi avvenimenti concentrandosi sugli impegni che lo aspettavano lunedì, mentre si addormentò anche lui.

 

 

La kitsune – parte trentaseisima

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Riflessioni, dubbi e nuovo passo delle memorie di Klaus. E per chi volesse leggere le parti passate può trovare i link qui

OLYMPUS DIGITAL CAMERA – tratta da wikipedia

 

Pietro gettò nel fuoco morente alcuni ceppi per ravvivarlo, come doveva fare coi loro sentimenti.

«La storia è lunga» affermò all’improvviso Elisa, che si era ridestata da una lunga afasia. «Ma perché raccontarla ora? Abbiamo ancora molto da esplorare, diversi segreti da condividere e da aprire con cautela. Non è il momento adatto. Rimandiamo a domani sera, l’ultima che trascorriamo insieme qui».

«Però possiamo vivere a Belluno» proruppe con forza Pietro, guardandola fissa negli occhi.

«Ma non è la stessa cosa!» replicò secca mentre si sistemò tra le sue braccia per ascoltare il prosieguo del racconto, rimanendo in silenzio.

La mattina dopo

Un raggio di sole colpì il viso di Klaus come una sciabolata e lo risvegliò dal torpore notturno.

Si guardò intorno mentre sentiva le ossa scricchiolare come legno vecchio e rinsecchito. Depose il fucile accanto alla sedia, mentre si stiracchiava per far riprendere la normale circolazione al sangue intorpidito dalla scomoda posizione che aveva assunto durante la notte.

Perché sono qui?” si chiese come se non ne sapesse i motivi.

I lumi si erano spenti da soli per l’esaurirsi dell’olio e il generatore stava ricaricando le batterie ridotte al lumicino.

Man mano che il sole inondava la stanza, ricordava i motivi per i quali si trovava in quella scomoda posizione.

Ho avuto un brutto incubo” ripeté stancamente a se stesso per auto convincersi che non era realtà quello che ricordava. “Non posso avere visto Amanda! Lei è morta da due anni. Lei sta lì sotto l’abete come fredda sentinella di questo posto. Eppure la suggestione me l’ha fatta vedere”.

Tornava con la mente alla sera precedente, mentre il libro di Carmilla, cadeva rovinosamente a terra. “Ecco” si disse quasi sollevato per avere trovato il capro espiatorio dei sogni malati. “Ecco! È stata la lettura di questo libro dove la perfida Carmilla trama i suoi intrecci”.

Pietro si alzò per prendere dall’architrave del camino quel libro del quale ignorava tutto prima della lettura del racconto.

Pareva usato con le pagine stropicciate, come se fosse caduto per terra. Pietro rimase sorpreso sia del ritrovamento sia dello stato del libro, mentre lo teneva in mano.

«È strano» esclamò Pietro per scacciare i fantasmi che si agitavano dentro di lui per questa catena di eventi poco spiegabili. «È strano che compaiano determinati elementi casualmente come per magia. Prima il PC e i fogli con gli scritti di Amanda e Klaus, ora il libro di Le Fanu. Sembra che una mano invisibile li faccia comparire al momento giusto. Chissà quant’altro apparirà seguendo la lettura!»

Elisa annuì, risistemandosi accanto a lui. Non pareva invogliata a parlare, ma solo ad ascoltare.

Pietro depose il libro accanto a loro.

Però una sensazione indefinita pervadeva lo spirito, nonostante cercasse di calmare il subbuglio interiore per la visione notturna.

Cosa ho visto?” tornò a chiedersi stupito da tanta insistenza nel cercare la causa del malessere che aleggiava dentro di lui. “Cosa ho visto in effetti? Nulla, solo riflessi colorati del sole al tramonto. Così la mia mente malata e angosciata dalle vicende di Carmilla, la bellissima vampira, che uccideva le giovani fanciulle per restare eternamente giovane, ha fatto il resto. Amanda una vampira? Ah! Ah! No, no. Sono proprio malato”.

Scuotendo il capo cominciò a perlustrare la casa alla ricerca delle tracce che lui vedeva nel suo immaginario, ma non esistevano nella realtà.

Il sole aveva illuminato la radura sciogliendo quel piccolo velo di umidità che la notte aveva depositato silenziosamente sul prato e sugli alberi. I fili d’erba luccicavano per le gocce di rugiada colpite dalla luce del giorno. Accese il fuoco nella stufa, mentre imburrò qualche fetta di pane avanzata del giorno precedente e preparò il bricco del caffè.

Nonostante la bella giornata illuminata dal sole di settembre sentiva brividi di freddo correre lungo la schiena senza comprenderne la causa. Però percepiva che qualcosa di anomalo si andava formando nella sua testa. La caffettiera borbottò eruttando il liquido nero, mentre terminava d’imburrare le fette.

Con la tazza in mano e una fetta nell’altra si avventurò fuori della baita, osservando con cura il prato imperlato di acqua trasparente senza avere un’idea precisa di cosa cercare.

Si fermò allibito. Gli sembrò di scorgere qualcosa tra i fili d’erba incurvati dalla rugiada.

Non è possibile!” sbottò ancora una volta terreo in viso per quello che osservava. “Sta continuando il brutto sogno! Vedo segni ovunque, anche nella mia mente”.

Riprese a scrutare quei minuscoli segnali che provenivano da lontano, laddove sapeva che Amanda riposava per sempre. Minuscoli graffi segnavano il legno della finestra ancora umido. Erano minuscole scalfitture appena visibili, ma chiare per lui. Sapeva chi li aveva lasciate. Continuò a osservare come se fosse stato rapito da una visione celestiale, ma non era proprio così.

Dunque il brutto sogno non era un incubo notturno, ma una realtà che non voleva accettare.

Lentamente, passo dopo passo, guardingo e attento si avventurò sul prato verso l’abete che si protendeva a toccare il cielo. L’erba sembrava calpestata di fresco da un piede minuscolo e scalzo, che aveva piegato gli steli e schiacciato i fiori spontanei. Si avvicina a quello che era l’ultima dimora di Amanda sovrastata da rovi e felci.

La terra era ingobbita a segnare che lì riposava il suo amore. Aveva piantato quelle piante per proteggere l’eterno riposo, ma sembrava che qualcosa non fosse più al suo posto. Sembrava tutto di sghimbescio, artefatto come se una mano avesse profanato quel posto divertendosi a scompigliare i rami.

Pietro interruppe la lettura, perché aveva percepito il respiro lieve e regolare di Elisa. Sembrava addormentata. La stanchezza e la tensione accumulata avevano preso il sopravvento.

Si domandò come comportarsi: restare rannicchiati accanto al fuoco o tentare di portarla nel letto.

Non era una scelta semplice da prendere. Si guardò attorno con attenzione soffermandosi sulle imposte, che erano chiuse, sulla disponibilità di legna da ardere per tenere alimentato il fuoco del camino, sul cibo e le bevande sul tavolo accanto. Dunque si poteva restare dove erano sistemati, stringendo Elisa in una morsa calorosa. Fuori il vento e la pioggia facevano sentire la loro voce: le imposte vibravano accompagnate dal rumore delle gocce sui battenti e dal rombo del tuono.

Deposti i fogli coprì alla bella meglio la ragazza, facendo una riflessione su quello che era accaduto dal tredici di giugno. Si interrogò se la lettura dell’annuncio fosse stata originata per un fortuito caso del destino oppure era il frutto di un sottile gioco per coinvolgerlo in questa avventura dai contorni che ancora adesso gli apparivano misteriosi. Pareva un ritornello stonato ma, finché non avesse sciolto i dubbi, avrebbe continuato a risuonare nella mente.

L’annuncio era reale! Come reali sono stati Marco ed Elisa!” confermò convinto. “Quale congiunzione astrale mi ha spinto a leggere l’inserzione sulla vendita del bosco e poi a telefonare a Marco?” Era questo il dubbio che lo assillava in questi giorni, perché era stata la prima volta che aveva letto le inserzioni su case e terreni in vendita. Non aveva avuto intenzione di cambiare abitazione, perché ne aveva una che reputava bella e confortevole. Il posto era tranquillo, la vista interessante.

Perché?” si pose di nuovo la domanda nella speranza di trovare una risposta, mentre avvertiva che Elisa si stava agitando. Doveva calmarsi per non svegliarla. Questo dubbio gli creava agitazione che trasmetteva a Elisa.

Però ricordò di avere agito d’impulso come un riflesso pavloniano allo stimolo della lettura. “Destino? Caso?”

Allungò una mano per gettare un altro ciocco nel fuoco.

La kitsune – parte trentacinquesima

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La sera è brutta, lampi e tuoni ma Pietro ed Elisa sono al riparo nella baita. Per chi voleva può trovare i link delle precedenti puntate qui.

foto di Ivan Sessa – http://www.dolomitimeteo.com copyright Ivan Sessa

Pietro non sapeva come frenare il pianto di Elisa, perché non poteva mentirle, come d’istinto gli era venuto in mente prima di correggersi immediatamente.

Non posso illuderla. Non ho denaro sufficiente per l’acquisto” pensò Pietro cercando una soluzione. “Poi come faccio a lavorare a Longarone e vivere in mezzo al bosco? Se i venti chilometri che dividono Belluno da Longarone sono fattibili tutti i giorni, gli oltre quaranta da percorrere dalla baita allo stabilimento sono impossibili da fare”. Rifletté che forse non sarebbe stato sufficiente un’ora di strada col tempo buono, mentre nel periodo invernale sarebbe stata una pazzia solo a scendere in paese. Il racconto di Klaus e le memorie di Amanda non lasciavano dubbi. “No, non posso promettere quello che sarebbe una stolta illusione” concluse in silenzio Pietro col viso corrucciato.

Pietro era basito, quasi piegato su se stesso, perché non era in grado di ricostruire il clima esistente prima dell’interruzione. L’amara realtà delle difficoltà economiche l’avevano annichilito e non trovava una risposta per soddisfare i loro desideri.

«Elisa, vorrei dirti di sì, ma ti mentirei in maniera vergognosa. Stavo per dirlo, ma un sussulto di dignità mi ha fermato. Il risveglio sarebbe più amaro della verità che ti sto descrivendo. Le mie risorse economiche attuali ammontano a qualche decina di migliaia di euro, forse meno che più. Vivo lavorando come graphic designer in una fabbrica di Longarone con uno stipendio dignitoso ma appena sufficiente per le mie necessità. Se risparmio qualcosa, è perché faccio vita ritirata e solitaria, quasi da eremita. La casa è stata acquistata coll’anticipo sulla futura eredità dei genitori. Avrei potuto atteggiarmi a gran signore, ma avresti scoperto in breve che era solo millanteria la mia».

Pietro tacque per osservare le sue reazioni , ma Elisa continuava a piangere come se non avesse ascoltato una sillaba di quanto affermato.

«Questo posto è troppo distante per poter pensare di fare il tragitto tutti i giorni» provò a spiegare un Pietro affranto perché non era in grado di soddisfare le sue richieste.

Continuò con tono dolce immergendosi nel mare blu dei suoi occhi.

«Pensa all’inverno. Hai letto quello che scrive Amanda? No, non posso! Ho capito in queste ore che potrei vivere con te anche nel futuro, perché ti amo, ma la nostra casa è a Belluno. Questa potrebbe essere la casa delle vacanze e niente di più. Mi capisci?»

La sua era una perorazione piena di sentimento, una dichiarazione d’amore che mai aveva fatto prima ma non sembrava che avesse l’effetto sperato. Elisa continuava a piagere sommessa senza cercare lo sguardo dolce di Pietro.

«Pietro, promettimi che compri il bosco! Aspetta a dire di no! Questo è un posto magico e lo è solo per noi! Gli elfi attendono che noi diventiamo i nuovi proprietari. Non possiamo deluderli! Prometti che lo farai!» affermò con forza, una foga veemente che era rimasta sconosciuta a Pietro.

Lui rimase a bocca aperta, sentendo nominare essere magici e invisibili, che aveva trovato solo nei racconti fantastici di Tolkien. Stava per replicare, quando Elisa affermò con decisione: «Riprendi la lettura».

La sorpresa di quelle affermazioni non era svanita, quando riandò al mese precedente. Aveva impulsivamente contattato Marco per l’acquisto del bosco ma adesso non voleva ricadere nello stesso errore. Doveva tenere il punto sul bosco. Non poteva indebitarsi per il suo acquisto, sapendo in partenza che non sarebbe stato in grado di saldare il debito.

Il giorno dopo scelse il grande abete che sovrastava la baita come ultimo riposo per Amanda.

Trascorsero alcuni giorni di apatia e disperazione, poi lentamente riemerse dalle tenebre dell’orrore per quello che aveva commesso.

Sono un assassino. Ho ucciso Amanda e non sconto il mio errore”.

Percepiva intorno a sé il vuoto, non la solitudine, perché era come se la natura lo avesse ripudiato ed emarginato per quello che aveva compiuto.

Però aveva due alternative o sopravvivere o uccidersi. L’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio sui rimorsi, che lentamente finirono sottoterra come Amanda.

Adesso il terrore era tornato e tutte le certezze erano svanite.

Sono sicuro! Era lei!” disse ad alta voce per convincersi che era un brutto sogno.

Dietro al vetro illuminato dagli ultimi raggi della giornata era comparsa la sua figura che voleva entrare in quella che era stata la sua vera casa. Lei si era sentita abbandonata. Mai un fiore per ricordare il 14 di luglio. Mai una muta preghiera per la sua anima dannata. Mai un senso di colpa gli aveva tenuto compagnia in questi due anni. E adesso voleva vendicare l’amore tradito.

Klaus si aggirò per la stanza con la lanterna, aveva acceso le luci in tutta la baita, ma sentiva che Lei era lì silente e pronta a colpire.

Il suo fantasma sta qui accanto a me. Ma sono cieco e non riesco a vederla” e con lo sguardo perduto nel buio della notte si sedette aspettandola.

Passarono le ore e le luci cominciarono a tremolare prima di spegnersi. Klaus era immerso nell’oscurità della notte, ma percepiva solo il respiro affannoso che usciva dal petto.

Amanda! So che sei qui. Sento la tua presenza. Aspetto che tu decida cosa fare di me” e tacque.

Il sole del mattino lo colse ancora seduto sulla sedia di legno.

Elisa riprese il colorito abituale, mentre l’apatia era volata via. La lettura l’aveva colpita dolorosamente, riaprendo una ferita mai sanata.

«Pietro, chiudi le imposte, prima che arrivi lei» chiese quasi implorando.

Fuori la furia degli elementi era al massimo. Pioggia battente, lampi a illuminare il buio e tuoni a rimbombare tra gli alberi del bosco, occultati da strati di nubi basse e dense. Combattendo col vento impetuoso, chiuse le imposte, mentre rivoli di pioggia scivolavano all’interno.

«Una brutta serata!» commentò Pietro asciugandosi dal diluvio. «Speriamo che la notte sia migliore».

«Sì. La notte sarà bellissima!»

Pietro la guardò cercando i motivi della sicurezza della sua affermazione.

«Come potrò mai comprarmi il bosco?» esclamò, sedendosi sconsolato accanto al camino.

La kitsune – parte trentaquattresima

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Prosegue la storia e prosegue la narrazione di Klaus. I link delle altre puntate le trovate qui.

L’abete – foto personale

Pietro riprese la lettura ma in realtà continuava a pensare in quale imbuto senza uscita era finito. Avvertiva di sentirsi prigioniero degli eventi senza che lui potesse governarli.

I giorni scorrevano mai uno uguale all’altro e le stagioni si alternavano senza che Amanda sentisse il desiderio di tornare a vivere in un paese o città. Anzi quando si recava a Cortina per gli acquisti percepiva che la folla la infastidiva e aspettava con impazienza d’imboccare il sentiero che la avrebbe ricondotta alla baita. Quando il fuoristrada iniziava a inerpicarsi tra gli abeti del bosco, si rilassava perché si sentiva finalmente a casa.

Siamo a casa, se Dio vuole!” diceva allegra e distesa, mentre Klaus procedeva con attenzione sullo sterrato.

E lui pronto a ribattere: “Ma se fino a cinque secondi fa sbavavi per restare a Cortina! Allora mentivi? Le paste della pasticceria Alverà ti sono state indigeste? Non mi pare, visto che un bel vassoio sta dietro di te”.

E loro a ridere perché avevano lasciato dietro di sé rumori e smog e si immergevano tra la natura amica. Il rapporto era solido perché era basato sul reciproco rispetto, su un feeling d’interessi comuni, su un’intesa sessuale che non lasciava insoddisfatti nessuno dei due.

Amanda, dopo il primo inverno duro da comprendere, aveva capito che lei non era prigioniera della natura o del suo uomo, ma per penitenza accettava rimanere chiusa dentro la baita. Era una penitenza piacevole, perché bastava che il cielo invernale non minacciasse bufera per indossare le ciaspole, aggirandosi silenziosa nel bosco. Al ritorno era gradevole accostarsi al grande camino per sciogliere il ghiaccio che incrostava i capelli. Si immergeva nella grande vasca piena di acqua bollente a dissolvere gli ultimi residui di freddo, mentre Klaus le massaggiava delicatamente la schiena. Percepiva che quella era la sua vita. L’inverno era lungo, ma la breve primavera era salutata da un tripudio di verde e di fiori, mentre lei si aggirava nel bosco con l’aria frizzante che le baciava la fronte. La neve sciogliendosi aveva impastato di fango ogni cosa, mentre il sole tentava di asciugare l’abetaia, che si andava riempiendo di gemme. Amanda adorava la stagione della rinascita, mentre Klaus lavorava per riparare i danni che l’inverno aveva provocato.

Ormai Guido era un pallido ricordo, che sbiadiva etereo come un fantasma. Tutte le sere lei ringraziava Dio per aver conosciuto questo uomo, che considerava come la provvidenza divina.

Klaus rammentò che erano passati diversi anni tutti felici e ricchi di amore, finché un giorno…

Lui non volle ricordare, ma ora doveva.

Aveva messo in cantina questi ricordi dolorosi, sepolti sotto il gigantesco abete che stava di guardia alla loro felicità, ma adesso sembravano usciti dal loro rifugio e aleggiavano intorno alla baita.

Pietro si fermò pensieroso, ricordando l’episodio accaduto un mese prima, durante la ricognizione della baita e del bosco con Marco. Elisa era scesa di corsa dal fuoristrada per andare sotto un abete, non uno qualsiasi ma quello più imponente. Non ne aveva compreso il motivo in quel momento ma adesso era chiaro. Era alla ricerca del punto dove era stata sepolta Amanda senza trovarlo. Ritenne inutile domandarlo, perché avrebbe risposto come qualche minuto prima: «Non ho rintracciato il punto».

La curiosità gli pizzicava la lingua ma riprese la lettura, perché Elisa sembrava assente, assorta nei suoi pensieri. “A cosa sta pensando tanto da essere fuggita con la mente da qui?” si domandò ma sapeva che era fatica sprecata, perché sarebbe rimasta senza risposte. Sperò di comprenderne di più attraverso la lettura.

Era una bella domenica di luglio di due anni prima, Era uscito col suo fucile sulla spalla. Voleva cacciare. Adesso non ricordava più con precisione quale l’animale era l’oggetto delle sue attenzioni. In realtà lo sapeva benissimo, ma voleva fingere d’ignorarlo. Si intrufolava nella dispensa per saccheggiarla e voleva mettere fine a queste scorribande.

Amanda l’aveva supplicato di non dargli la caccia.

Klaus” gli aveva detto, quando lo aveva visto imbracciare il fucile per uscire “lascia perdere! Non dà fastidio a nessuno! Preleva qualcosa e poi fugge”.

No!” gli aveva risposto duro “Le sue incursioni devono finire!”

Lei sembrava presagire quello che sarebbe successo, ma lui non la volle ascoltare. Si inoltrò nella macchia seguendo le tracce lasciate sul terreno con la vista alterata dall’ira.

Trovò la tana, ma non la volpe. Però sicuramente era nascosta nelle vicinanze a giocare a guardie e ladri con lui. Vide la coda fulva che scivolava silenziosa in un groviglio di felci e arbusti spinosi. Prese la mira e sparò.

Un urlo disumano scosse la sua mente, mentre atterrito si avvicinava.

Accasciata in una pozza di sangue stava Amanda, il suo amore, e non la volpe.

Perché ti sei nascosta lì?” chiese a un corpo insanguinato per terra che stava esalando gli ultimi respiri.

No! Non puoi andartene così!” urlò mentre la sollevava per correre alla baita.

La stringeva a sé, mentre volava incurante degli sfregi dei rovi verso il loro rifugio.

Non posso perderti! Come potrò sopravvivere?” e incespicando in una radice sporgente quasi rischiò di franare sul sentiero.

Il respiro era sempre più debole come i battiti del cuore, mentre lei era incosciente. Klaus sapeva che non ce l’avrebbe fatta e che una corsa all’ospedale sarebbe stata inutile. La depose sul letto, tamponando la ferita, ma ormai la vita era volata via. Rimase a guardarla inebetito, incapace di prendere una decisione. La vegliò per tutta la notte, maledicendosi di avere sparato alla cieca.

Ho sempre detto che colpire senza inquadrare la vittima è da criminali! Ora sono un criminale! L’ho uccisa e nulla la potrà riportare in vita”. Era scosso da singhiozzi.

«È stato Klaus a uccidere Amanda» sottolineò con calma Pietro, interrompendo la lettura «È la nemesi per la sua furia contro la volpe! E lei l’ha punito, trasformandosi in Amanda prima di essere colpita. Sembra incredibile, ma è andata proprio così».

Elisa lo guardò ma scosse il capo. Lo sguardo era pieno di lacrime e le labbra arricciate pronta a prorompere in singhiozzi.

«No! Non si sono svolti in questa maniera gli eventi…» affermò con veemenza.

«Ma come è andata veramente?» chiese Pietro che non riusciva a trattenere la curiosità di sapere. «Tu conosci la storia e quindi la verità».

La osservò con l’occhio severo, perché voleva delle spiegazioni che tardavano a venire.

«Non è ancora giunto il momento di rivelarla. Devi attendere…» disse Elisa senza guardarlo in faccia. Non era questo il momento delle spiegazioni. Doveva attendere ancora.

Pietro corrugò la fronte perché non afferrava il senso delle sue parole.

«Aspettare cosa? Sono tre giorni che sto in attesa. Tu sai solo dire ‘Aspetta’. Ancora un giorno e due notti e poi lasciamo questo posto. A quando le spiegazioni?»

Elisa si strinse ancora di più a Pietro e disse: «Vorrei fermarmi qui per sempre. Credo che saremo felici. Acquista il bosco e stabiliamoci in questa baita».

Pietro la guardò interdetto: questa richiesta era improponibile. Era fuori della sua portata economica, anche se gli sarebbe piaciuto.

«Non posso permettermelo» rispose laconico e mortificato «E poi non riuscirei a mantenerti, a vivere…».

«Sì, ci riuscirai. Ne sono convinta. Prometti di acquistare il bosco?» supplicò Elisa.

Pietro si sciolse a queste parole, perché aveva ragione ma doveva essere sincero.

«Non posso. Ti mentirei» esclamò con tono deciso.

Elisa non trattenne le lacrime e cominciò a piangere.

 

La kitsune – parte trentatreesima

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Prosegue la lettura. Chissà cosa si nasconde. Come al solito vi lascio qui il link per trovare le altre puntate

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Lei era stata la sua amante in un paese della pianura ai piedi delle montagne, focosa e possessiva, ma poi erano fuggiti tra i monti per sottrarsi ai pettegolezzi dei compaesani e alla furia del marito.

Si erano rifugiati in questa baita, che lui aveva comprato molti anni prima, nascosta e solitaria nel bosco che insieme al monte Antelao aveva fatto da barriera invisibile contro le malignità sul loro conto.

Ricordò che erano stati giorni felici quelli trascorsi con lei. Non importava se c’erano stati tanti piccoli e grandi problemi, perché l’amore aveva vinto ogni difficoltà.

E poi la natura aveva fatto il resto.

Lunghe passeggiate sognando un mondo diverso più immaginario e fantastico che reale. Rapide incursioni a San Vito o a Cortina per acquistare quello che non potevano trovare nei boschi.

Battute di caccia divertenti e faticose per procurarsi del cibo fresco.

Era una vita ricca di spunti emotivi che commentavano accanto al focolare tenendosi per mano.

Chi era Amanda? L’aveva conosciuta bene o era stata solo una meteora nella sua vita?

Lei era una splendida donna dai capelli rossi come i raggi del sole calante e due occhi di un blu intenso che parevano aver catturato tutto il cielo che stava sopra di loro.

Era la moglie del farmacista del paese, un uomo gretto e odioso, che l’aveva sposato giovanissima, comprata col denaro che lui possedeva.

Era la figlia di un bracciante che mendicava d’estate un po’ di lavoro e un bicchiere di vino nelle lunghe serate invernali. Da bambina avrebbe desiderato giocattoli e vestiti come tutti gli altri, ma doveva accontentarsi del nulla, osservando in disparte i coetanei che chiassosi e allegri giocavano senza accorgersi di lei.

A sedici anni era diventata una splendida fanciulla, quando Guido, il farmacista, offrì del denaro ai genitori per comprarla e sposarla. Lui era più vecchio di lei di ben oltre il doppio degli anni, ma era ricco, il più ricco del paese. Tutte le donne avrebbero fatto volentieri patti col diavolo pur di essere scelte come moglie. Però lui aveva adocchiato Amanda, dalla figura esile e acerba ma dal fascino irresistibile.

Aveva pianto, voleva ribellarsi a una situazione tanto odiosa quanto umiliante, ma la madre la convinse che la povertà non avrebbe più albergato da loro. Così due anni dopo lo sposò infelice e scontenta. Aveva sempre sognato il grande Amore con la lettera maiuscola, ma aveva scoperto che era diventata solo uno oggetto acquistato per abbellire la casa di Guido, da mostrare orgoglioso agli amici. Un specie di trofeo da appendere sulla parete del salotto come fanno i cacciatori vanitosi.

Notti di amore senza amore si susseguivano uno dopo l’altro, finché non arrivò dalla montagna un montanaro alto e biondo dagli occhi grigi e luminosi. Non seppe mai il motivo per il quale Klaus era sceso a valle, né glielo chiese anche quando vissero insieme. Aveva avuto solo informazioni frammentarie e di seconda mano, ma questo non l’aveva disturbata più di tanto. Per lei era stato un segno del destino incontrarlo e null’altro.

Subito si sentì attratta da lui e fece di tutto per conoscerlo.

Percepiva che era lui il fatidico principe azzurro che aveva popolato i suoi sogni e ne divenne l’amante.

Era discreto e gentile con lei quanto era ruvido e scontroso con gli altri. Finalmente si sentiva donna e poteva esternare le sensazioni senza finzioni.

Le voci correvano mentre Guido diventava sempre più possessivo per difendere l’oggetto pagato a caro prezzo.

Così Klaus le propose di fuggire tra i monti del Cadore rendendosi invisibili al mondo. Lei accettò. Caricato il fuoristrada con tutto quello che poteva servire, una notte di mezza estate partirono per il re dei monti, il mitico Antelao e sparirono nel nulla.

Guido sembrò impazzire, la fece ricercare, ma non la rintracciò mai: era veramente svanita, inghiottita dal buio. Dopo avere speso una piccola fortuna, si rassegnò a vivere da solo.

Per Amanda cominciò una nuova vita fatta di silenzi, di natura selvaggia e di molto amore. Non rimpiangeva la vita vacua e scialba con quel marito vecchio e ossessivo, che pretendeva solo sesso senza dare nulla in cambio. In pratica le pagava il lusso, che non le interessava come se fosse una donna di strada. Aveva percepito che la sua esistenza stava trascorrendo come quella di una puttana pagata a prestazioni. Adesso era diverso. Klaus la considerava una donna, da amare in silenzio, che poteva gestire il suo corpo e la sua mente come meglio credeva. Non era più un oggetto, ma il soggetto del rispetto di lui verso di lei.

Aveva faticato all’inizio per adattarsi alla nuova vita priva di quei comfort che aveva conosciuto a casa di Guido, ma aveva giudicato equo lo scambio. L’acqua era fredda d’estate e gelida d’inverno, le luci erano lanterne a petrolio o candele fumose. La solitudine era la compagna di tutte le ore, mentre non vedeva nessuno. Il cibo era quello che la natura dispensava d’estate e le vivande conservate d’inverno, quando erano bloccati nella baita dal tempo inclemente.

Imparò a usare le ciaspole per camminare sulla neve alta e compatta, a individuare gli animali del bosco e a rispettarli. La natura la circondava mentre lei l’osservava attenta e curiosa.

Klaus le insegnò molte cose che non avrebbe mai immaginato di conoscere. Cuocere il pane nel piccolo forno di fianco alla baita, cogliere le erbe giuste e i funghi nel bosco, riconoscere i frutti selvatici, Cacciare con astuzia gli animali che popolavano la montagna.

Imparò come amare e rispettare la sacralità dei luoghi, trovando il giusto equilibrio tra la voglia di vivere e contemplare la natura selvaggia. Soprattutto poteva gustare e apprezzare l’amore che lui dispensava senza egoismi.

Leggeva e annotava in un diario le impressioni, le sensazioni che il suo uomo le dava e che lei assaporava. Trascorse il primo inverno osservando la neve che aveva ricoperto tutto, cancellando tutte le tracce umane con la sola eccezione delle impronte degli animali che si avvicinavano alla baita alla ricerca di cibo.

A volte rifletteva se questa era la vita che aveva sognato durante le lunghe veglie nel letto di Guido, mentre Klaus la stringeva forte alle spalle.

Perché pormi questa domanda” si disse mentre annotava sul diario “Klaus mi fa sentire una donna. È tenero e affettuoso come il primo giorno. Sotto la scorza dura e ruvida si annida una dolcezza senza uguali. È veramente singolare che un montanaro solitario e silenzioso ami leggere e sappia trasmettere questa sua passione agli altri”.

Nella baita non mancavano mai i libri, che andavano ad acquistare nella vicina Cortina. Era stata contagiata da questo interesse, che prima di conoscerlo non l’aveva nemmeno sfiorata. Così nelle lunghe giornate invernali, chiusi fra le quattro pareti dal muro di neve esterno, stavano seduti accanto al grande camino crepitante a leggere e commentare le loro letture.

«Anche noi stiamo leggendo accanto al camino che scoppietta allegro come il loro. L’atmosfera è la stessa. Lumi a petrolio e tanto amore» affermò Elisa, che si era riscossa dal terrore che l’aveva avvolta come un bozzolo, ammutolendola.

Pietro sorrise, sollevandole il viso, mentre si specchiava nel blu dei suoi occhi. Le sue labbra era invitanti, perché non era più increspate per il terrore. Erano distese e aspettavano quelle di Pietro.

«L’atmosfera è la stessa, ma tu sei viva e te ne stai rannicchiata tra le mie braccia. Il clima del racconto è fosco, mentre noi lo leggiamo con ben altro umore. Altre differenze? Io non sono Klaus, non sono un montanaro, anzi tutt’altro. Mi piace leggere, ma non scrivo. Però tu hai un segreto che non vuoi svelare. Dici…».

Elisa le mise un dito sulle labbra per farlo zittire. Temeva che l’atmosfera si guastasse.

«Non aggiungere altro. Hai detto due cose importanti. Io non sono morta e tu non sei Klaus. Grazie Pietro».

Lui l’osservò un po’ stranito perché non riusciva a comprendere il senso del discorso. Sembrava che la ragazza fosse sollevata da quello che lui aveva affermato. Però la cronologia degli eventi gli lasciavano uno strascico di dubbi. “Quale legame c’è tra le due donne di età differenti e vissute in tempi diversi?” rifletté Pietro ponendo i fogli accanto loro. Provò a ricapitolare la cronologia degli avvenimenti. Il primo appuntamento tra Klaus e Amanda era del 1995. Lei si era sposata a diciotto anni. All’epoca del loro primo incontro aveva all’incirca l’età di Elisa. Klaus era più vecchio. Di quanti anni non lo sapeva, ma era ininfluente. Nel 1999 erano fuggiti da Casarsa per rifugiarsi qui. L’ultimo scritto risaliva alla fine del 2001. “Si potrebbe ipotizzare che Amanda sia morta un paio d’anni dopo, 2003 o 2004. Per due anni Klaus ha vissuto da solo dopo la morte, dunque questo manoscritto descrive una vicenda del settembre 2006 all’incirca, tre anni fa”. Pietro scosse la testa perché Amanda non poteva essersi reincarnata in Elisa che all’epoca aveva circa vent’anni. Lei aveva grosso modo quindici anni in più. Il legame andava cercato altrove, ma non riusciva a intravvederlo.

«A cosa stai pensando» chiese Elisa che aveva notato sul viso di Pietro più di una ruga come se stesse riflettendo su qualcosa.

«A te, aa Amanda. Siete uguali. Stessi occhi, stessi capelli, stesso fascino. Prima ancora di leggere, sai cosa è accaduto alla donna, conosci questo bosco, la baita e sai fare il pane, esattamente come Amanda. Come se tu avessi già vissuto queste vicende. Una differenza c’è e non di poco conto: tu fino a tre giorni fa eri vergine, lei no. Non lo era da molti anni. Però non trovo quello che vi lega, che vi accomuna. Amanda oggi avrebbe circa quarant’anni. Tu ne hai quindici di meno. Stiamo leggendo il racconto di un avvenimento accaduto cinque anni fa. Però la baita non sembra essere rimasta chiusa per questo tempo. Tutto è in ordine e funzionale. Il tempo sembra essersi fermato al momento della stesura di queste vicende. Le lancette dell’orologio sono rimaste immobili fino alla nostra comparsa e da quel momento hanno ripreso il loro incedere. Non è possibile. Qui pare che tutti aspettassero il nostro arrivo per riprendere le attività esattamente dal punto d’interruzione come se quel lasso di tempo non sia mai esistito. Gli eventi appaiono come un rebus dove, guardando le figure, si deve comporre la soluzione, ma senza sapere di quante lettere è composta la frase. E tu…».

«Riprendiamo la lettura» lo interruppe Elisa. «Forse possiamo dare una spiegazione delle tue domande».

Pietro era incerto. Era sicuro che non avrebbe svelato nulla. Ne aveva quasi la certezza. Era la ragazza il tassello mancante della soluzione, ma lei sembrava rimandarne il chiarimento.

Fino a quando?”

La kitsune – parte trentaduesima

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Questo capitolo in origine era molto lungo. L’ho spezzato in due parti per facilitare la lettura.  Lascio il link per chi volesse rintracciare le puntate precedenti. E’ qui.

Temporale – foto di Erika39, licenza Creative Common Attribute 3.0

Buona lettura

Pietro era perplesso, perché trovava singolare come nelle pagine lette riscontrasse una sorta di premonizione di quello che sarebbe accaduto loro anni dopo. C’era un qualcosa che non riusciva ad afferrare, anzi gli sfuggiva. Era come l’acqua che non tratteneva tra le dita. Scosse il capo e si schiarì la voce.

Agli amanti e ai cacciatori

per un piacer mille dolori.

Era questa la frase che campeggiava sopra il camino incorniciata da svolazzi di lettere e ghirlande di fiori. Klaus era immerso nella lettura di un libro, quando un rumore lo distolse, facendogli sollevare lo sguardo. Si guardò intorno senza notare nulla. Solo il silenzio del bosco interrotto dagli ultimi bagliori di un giorno luminoso.

Forse è la suggestione di Carmilla” si disse mentre tornava alla lettura della pagina, dimenticando il motivo per il quale era entrato in ansia.

Era stata una splendida giornata di settembre, tersa e fredda come lo sono in questo periodo sulle dolomiti ampezzane. Il sole declinava dolce giocando a rimpiattino tra le cime del monte Antelao, mentre qualche raggio filtrato dal bosco illuminava la stanza. Klaus non amava la folla e detestava i turisti invadenti che sciamavano sul sentiero che lambiva la casa. Avrebbe voluto prenderli a fucilate, ma non poteva. Adesso era finita e poteva assaporare la pace che i monti intorno disperdevano tra i rami dei larici, che diventavano rossi in attesa di perdere le foglie.

Stava leggendo il libro di Le Fanu, Carmilla, ed era arrivato a un punto cruciale, quando sentì ancora dei rumori più insistenti. Si girò verso la finestra, che era illuminata da alcuni raggi, e gli sembrò di scorgere un’ombra colorata dietro quel vetro quasi opaco per polvere.

Pietro si fermò nella lettura, perché aveva percepito dei movimenti non usuali da parte di Elisa, come se avvertisse un pericolo. A volte gli sembrava un animale selvatico tanto era sensibile a fiutare le minacce. Si guardò intorno senza scorgere nulla. Si udivano solo i rumori del temporale estivo: il tuono e il violento scrosciare della pioggia sulle imposte e sui vetri. Bagliori violacei si mescolavano al rosso delle fiamme e illuminavano sinistramente la stanza.

Il buio esterno era interrotto dal guizzo intenso del lampo, mentre la luce impalpabile dei lumi e del fuoco del ciocco nel camino rischiaravano l’ambiente. Tremule ombre ondeggiavano sulle pareti come un muto balletto di fantasmi a teatro.

Osservò con cura le finestre senza scorgere nulla di particolare. Solo rivoli di pioggia che scivolavano silenziosi sul vetro.

«Cosa hai?» le chiese Pietro «Ti sento tremare».

«Nulla» rispose incerta. «Nulla di diverso da quello che ho sempre percepito».

Una risposta enigmatica oppure no, pensò Pietro che stentava ad abituarsi a queste parole che Elisa pronunciava sempre più spesso. Adesso però aveva un dubbio: riprendere la lettura o confrontarsi con Elisa sulle sue inquietudini. Non trovò la risposta ma avvertì che qualcosa d’insolito stava avvenendo. Si guardò intorno alla ricerca di un segnale che gli fosse sfuggito. In una prima occhiata circolare non notò nulla di diverso da quello che vedeva di norma ma al secondo giro scoprì il motivo della sensazione: appoggiato sul bordo del camino stava Carmilla di Le Fanu. Il medesimo volume che Klaus stava leggendo. Non rimase sorpreso, perché sembrava un rito scoprire quello che in qualche modo era attinente all’atmosfera del momento, e riprese la lettura.

Ma non posso vedere quello che non c’è!” disse ad alta voce come per rincuorarsi e scacciare dei fantasmi, che erano ricomparsi dopo due anni nella sua mente.

Eppure aveva visto un viso diafano colorato dall’iridescenza del vetro e aveva udito un leggero grattare su di esso. Non percepiva dove fosse l’origine della fonte rumorosa. “Sul vetro? Sul legno?” Non riusciva a individuarla e questo lo infastidiva. Depose il libro sul bracciolo della rustica sedia di legno posta nel centro della stanza e avanzò cauto verso la finestra, mentre fuori la giornata si spegneva nel buio della sera.

Chi è?” urlò forte in preda a un cieco terrore, mentre accendeva un lume a petrolio posto sul tavolo. La stanza era troppo buia per essere rischiarata da una sorgente così debole. Si avviò verso lo stanzino dove stava il generatore di corrente, che accendeva solo in casi estremi, perché il rumore lo disturbava. Lui preferiva la luce tremolante delle candele sul candelabro o delle lanterne a petrolio, che guizzando producevano immagini fantastiche e ombre che popolavano le pareti. Questo immaginario fatuo ed esitante non suscitava paura, ma scatenava la fantasia per dare un nome alla popolazione dell’oscurità che gli teneva compagnia nella notte. Non aveva inquietudine, perché era abituato alla vita solitaria nel bosco, che non abbandonava nemmeno durante l’inverno, quando la neve occultava tutto. Adesso però un senso di terrore lo aveva preso alla gola e non gli dava scampo.

È solo suggestione!” ripeté per darsi quel coraggio che era fuggito “Accendo le luci e prendo il fucile. Chiunque sia, assaggerà il caldo dei miei proiettili!”

Prese la lanterna dal tavolo per avvicinarsi alla finestra e scrutò fuori.

Niente. Nessuno appariva oltre il vetro imperlato di umidità. Solo le luci nascoste del bosco nel giorno morente emersero alla vista.

Eppure c’era!” gridò con quanta voce aveva nel corpo “Era lei! Amanda! Ne sono sicuro! Non è possibile, perché l’ho vista morire!”

Amanda era una splendida donna, che aveva amato per lunghi anni, finché un giorno…

«Dunque Amanda è morta!» esclamò in preda allo stupore Pietro «È questo il mistero che avvolge la baita? Elisa…».

Osservò la ragazza che si era fatta piccola sistemandosi sotto l’incavo della spalla come se si volesse nascondere.

«Elisa, era lei che cercavi quel giorno di giugno tra le pieghe del terreno?»

«Si» rispose con un filo di voce. «Ma non ho trovato nulla, nessun segno».

E tacquero. Ognuno avvolto nei propri pensieri. Pietro, mentre arruffava i capelli della ragazza, ripensava alla storia che si andava dipanando sotto i suoi occhi. Molti lati oscuri lasciavano svariate zone d’ombra e molte incertezze. Qualche tessera del puzzle era andata a posto, ma il disegno non era ancora comparso, né accennava a manifestarsi. Guardò il volume che stava in bella mostra sotto il naso quasi a farsi beffe dei sensi.

Giuro che fino a pochi minuti fa non c’era!” pensò Pietro quasi arrabbiato per giustificare non averlo notato prima. “Quale mano l’ha messo lì affinché io lo vedessi? La baita sembra popolata di fantasmi, guardata a vista da una volpe che appare sul far della sera prima di scomparire col sorgere del sole. Quali altri misteri dovrò scoprire? Quando riuscirò a convincere Elisa a rivelare quello che conosce? E ora siamo qui a meditare”.

La domanda tornava ad affiorare senza essere formulata seriamente, come se avesse il timore di scoprire il mistero che non voleva conoscere.

Elisa tremava come se la presenza di Pietro non riuscisse più a riscaldarla.

«In questo manoscritto è narrata la fine di Amanda, la mia fine. Di questo ne sono certa. Conosco già quello che sta scritto più avanti, perché l’ho vissuto. Morirò una seconda volta?»

La domanda era nata spontanea perché rappresentava il pensiero angosciante che l’opprimeva. Aveva trovato il suo uomo e forse l’avrebbe perso, come Amanda aveva perso Klaus. Loro avevano vissuto lunghi anni insieme, lei solo poche ore di felicità.

Era la maledizione della volpe che colpiva ancora. La kitsune aveva posseduto Amanda per poi trasformarsi nella bellissima donna che era stata amata da Klaus.

Pietro era rimasto basito all’affermazione di Elisa, ma aveva intuito che tra loro c’era un filo invisibile che le legava e le accomunava. Adesso gli era chiaro il comportamento di Elisa.

Elisa ha sempre saputo che Amanda era morta e ne aveva cercato la tomba invano. Le loro vite si sono intrecciate. Ma come?” rifletté Pietro col viso terreo per l’angoscia che la ragazza agli stava trasmettendo.

Riprese la lettura. Era curioso di leggere il resto della storia.

La kitsune – parte trentunesima

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In un atmosfera quasi autunnale Pietro ed Elisa riflettono accanto al camino. Per i ritardari potete trovare gli indirizzi delle puntate precedenti qui.

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Buona lettura.

 

La baita sembrava favorire le passioni di un uomo e una donna come se fosse una pronuba persona. Era singolare che fino a qualche giorno prima non avevano mai assaggiato il gusto del sesso, né ne avevano avuto sentore, adesso ne facessero una continua immersione non essendo mai sazi. Era una bulimia incontrollata alla quale non volevano porre argine, ma che alimentavano minuto dopo minuto. Pareva che volessero recuperare tutto il tempo perduto con una foga e una continuità davvero fuori dal comune.

La giornata era sfasata temporalmente senza che provassero il minimo fastidio. Notte e giorno si mescolavano senza un ordine preciso perché loro assecondavano le esigenze fisiche e psichiche senza tener conto degli orari.

Era mezzogiorno quando scesero, mentre la giornata virava con decisione al brutto. Nuvoloni neri correvano in cielo, mentre il tuono faceva sentire la sua voce.

«Facciamo colazione o passiamo al pranzo?» chiese con un pizzico d’ironia Pietro.

«Salterei, puntando alla cena. Così potremmo rifugiarci nel letto» replicò Elisa sorridente.

Scoppiarono in una grande risata. Era proprio questo modo di agire senza schemi precostituiti che rendeva le giornate cortissime come se queste durassero lo spazio di un amen. Il tempo volava, senza che loro se ne accorgessero, e al giorno seguiva la notte.

In cucina prepararono qualcosa di veloce, mentre nel forno si cuoceva il pane, preparato dalle mani esperte della ragazza. Osservarono il cielo coperto di nubi grondanti di acqua. Lampi squarciavano il nero, mentre il brontolio del tuono si udiva più vicino. Le luci all’interno tremolavano come il chiarore della giornata. Il bosco sembrava immerso in una nebbia autunnale che trasformava gli abeti in pinnacoli evanescenti che apparivano e scomparivano attraverso le nuvole basse.

«Non mi pare che sia il caso di avventurarci fuori. Potrebbe essere pericoloso per i fulmini» osservò Pietro con la faccia contrariata e scura. «Tra non molto la pioggia cadrà con una tal violenza che girare nel bosco sarà rischioso».

Pietro rimase in silenzio, abbracciando Elisa da dietro, per baciarla con delicatezza nell’incavo del collo. La osservò con attenzione, perché di lei aveva solo la percezione degli occhi blu e dei capelli rosso fuoco. Adesso notava il profilo del naso leggermente a patata e le labbra sottili che assecondavano l’espressione del viso: increspate quando era corrucciata, sorridenti quando era felice.

«Vorrà dire che inganneremo l’attesa con la lettura di nuove pagine» suggerì Pietro dopo la breve riflessione, tenendola stretta tra le sue braccia.

«Ho freddo» affermò Elisa, accettando l’abbraccio. «Accendiamo il camino?»

Pietro la tenne stretta per trasmetterle calore senza rispondere subito alla sua domanda. “Accenderò il camino tra un po’” si disse assaporando il profumo che emanava.

Elisa rimase tra le braccia senza accennare al distacco, perché il freddo svaniva al contatto del corpo di Pietro. Rimasero così nel centro della stanza per lunghi minuti.

«Come vuoi. Ci sistemiamo accanto al camino per goderci il caldo. Prepariamo qualche lume a petrolio per risparmiare un po’ di energia per la notte. Oggi si ricaricheranno meno le batterie. Una fonte incerta e tremolante rende più romantica la lettura».

Tagliarono qualche fetta di speck, un po’ di formaggio di montagna, presero il pane rimasto e una bottiglia di vino. Sistemarono tutto sul tavolo basso davanti al camino, mentre la legna cominciò a crepitare con allegria.

Sagome incerte si disegnarono sulle pareti, rischiarate dalle lanterne, collocate in diversi punti della stanza. Sembravano ombre cinesi prodotte da una mano ignota. Chiusa la porta d’ingresso e lasciate aperte le imposte per far filtrare quel poco di luce che proveniva dall’esterno, si sedettero sul tappeto di lana. Un morbido plaid copriva le loro gambe. Il furioso temporale estivo aveva fatto precipitare la temperatura esterna, ma quella interna era rimasta alta. Non avevano fame, ma lo stimolo era una condizione generata dall’atmosfera creata. Non pensavano che, avendo appena terminato il pranzo, desiderassero mangiare ancora. Però quando ripresero la lettura, involontariamente misero in bocca un boccone di pane ancora caldo, un pezzo di formaggio saporito, mentre sorseggiavano un bicchiere di vino. Sembravano gesti del tutto naturali. Dall’esame dei fogli osservarono sorpresi che contenevano un racconto breve. A prima vista pareva più un’autobiografia con avvenimenti accaduti qualche anno prima che una creazione di fantasia.

«Chi può averlo scritto?» domandò stupito Pietro.

«Non saprei» rispose Elisa che appariva sincera.

Pietro cominciò la nuova lettura incuriosito.