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Disegna la tua storia – Contest di webnauta – una storia da spiaggia

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Non so se sarò una storia da spiaggia, se rispetterà tutte le prescrizioni del contest di webnauta ma pazienza la storia mi è uscita così. Le regole le trovate qui ma anche sul blog di webnauta.

Avverto i quattro lettori che è un po’ lunghetta, più di quello che sono solito a scrivere. Quindi siete in tempo per cambiare blog.

Buona lettura

Arrivati a marzo si pone il problema di come superare lo spartiacque estivo, come se poi tutto il resto dell’anno filasse liscio.

È questo il pensiero di Emilia che non sa come organizzare i tre mesi estivi. Qualcuno strabuzza gli occhi. «Tre mesi di vacanza?» «Sì, proprio così. Giugno, luglio e agosto. Per settembre si torna a casa per riprendersi dalla sbornia vacanziera».

Un pensiero ondivago si fa strada nella mente di Emilia che non sa decidersi quest’anno. L’anno scorso è stato un viaggio a piedi per l’Europa del sud. Tanti i chilometri e tantissimi i posti visitati. Quello precedente si è affidata al treno che l’ha portata in giro per la Russia. L’anno ancora prima partendo da Milano ha raggiunto il nord America e da lì è iniziato un viaggio verso la Patagonia. Per gli altri anni non ricorda dove.

Però il problema è adesso. Giugno è vicino e gli amici con i quali condivide le vacanze estive premono per sapere dove. Però Emilia non riesce a decidere né il mezzo né le località da toccare. Viaggiare a piedi è stancante. Ricorda le piaghe dello scorso anno. Il treno è bello perché durante gli spostamenti si può chiacchierare in santa pace. L’aereo è costoso e poi i viaggi low-cost sono snervanti. Mi imbarcate? Non mi imbarcate? Bicicletta? Barca? Auto? Tanti mezzi ma non tutti graditi dai tre compagni di viaggio: Sara, Michele e Marietto. “No, devo trovare qualcosa di originale? Ma cosa?” riflette Emilia, legando i lunghi capelli con un elastico. Siamo a marzo ma fa già caldo.

Sono ormai quasi dieci anni che fanno questa scorpacciata di vacanze e quindi le idee sui luoghi diventano sempre più complicate. “Ma loro vengono a rimorchio. Mai una volta che suggeriscano un itinerario da esplorare. Devo fare tutto io. Tappe, prenotazioni e organizzare ogni dettaglio” mormora un po’ infastidita ma al tempo stesso soddisfatta, pensando alle esperienze passate.

In realtà non è così. A lei piace fare tutto da sola e poi presentare il tour seduti a tavola con grandi slide proiettate sul soffitto. ‘Con la pancia piena si ragiona meglio’ è sempre stato il suo motto ma adesso si trova un po’ in difficoltà.

“Ma quest’anno dove li porterò?” si domanda aprendo google map sull’Europa.

Seduta davanti al suo computer gira gli occhi per la stanza. Di fronte sta la libreria con sotto il divano. Alla sua destra un mobile dei primi del novecento in radica e borchie di rame in stile liberty. Alle sue spalle l’impianto hi-fi. Però per terra ci sono libri accatastati alla rinfusa.

“Un viaggio solo acqua? Oppure un mix?”

Niente, nessuna idea, quando l’occhio cade su un volume dei Meridiani mescolato insieme ad altri testi. ‘Teatro completo. Testo inglese a fronte. Vol. 4: Le tragedie’ di William Shakespeare. Un vecchio volumetto un po’ malmesso. Lampadina.

«Ecco la destinazione. Stratford-upon-Avon e al ritorno Limoges» esclama entusiasta. «Con quale mezzo?» e l’entusiasmo si sgonfia come un palloncino bucato.

Tre sere più tardi sono attorno un tavolo pieno di briciole e gocce di vino. Con un colpo di mouse srotola sulla parete un’immensa carta dell’Europa occidentale che pare animata di vita propria.

«Ecco questo è l’itinerario proposto».

Sara rimane interdetta. Pare un serpente che si morde la coda.

«Non ti pare di essere stata un po’ ondivaga?»

«Cosa c’è di male andare per mare?» replica divertita Emilia.

«Oh, Bardo del mio cuore, stiamo arrivando!» esclama Emilia salendo sul treno per Varazze, dove un Oceanis 48 li sta attendendo.

Quest’anno non si è badato a spese. Una bella barca da crociera comoda e sicura per affrontare l’oceano Atlantico e le sue insidie.

Nessuno di loro sa governare un’imbarcazione ma hanno ingaggiato un skipper per i tre mesi. Non hanno fretta e chi ne avrebbe con oltre novanta giorni a disposizione? Con lo skipper avevano concordato il piano di navigazione. Quello ambizioso in assenza di tempeste che prometteva traiettorie diritte. Quello prudente se il tempo non sarebbe stato clemente per veleggiare sottocosta.

Dopo venti giorni di navigazione siamo a Brest per il meritato riposo. Un giorno solo ma camminare sul solido terreno è una sensazione appagante. Un vento gagliardo ci ha spinto verso Gibilterra e poi in direzione nord. Sono stati venti giorni di allegria con lo skipper che ci ha torchiato per bene, perché di miglia marine ne abbiamo dovuto macinare molte. Ora so che il cockpit non è un dolce e il genoa non è l’altra squadra di Genova. Marietto sa come alzare una vela senza aggrovigliare i cavi. Passi da gigante senza dubbio. Ci rimane un tratto insidioso quello che sta davanti alla Cornovaglia, che doppiata ci fa arrivare a destinazione.

«Bardo, aspettaci che stiamo arrivando».

La gita a Stratford-upon-Avon è stata magnifica. Dieci giorni per la vallata del Seven e dell’Avon in barca, in bicicletta e a piedi sotto il sole e la pioggia che non può mancare da queste parti. Questa bella cittadina vive nel ricordo del suo illustre antenato e ogni angolo ce lo ricorda. Adesso dopo la circumnavigazione della perfida Albione con una puntata a visitare le Orcadi siamo a S. Nazaire pronti per raggiungere Limoges attraverso la valle della Loira e dei suoi castelli. Ho promesso loro la clafoutis più invitante della loro vita. Non sanno cosa li aspetta! Pensano a tutto: porcellane, vino, luoghi misteriosi. Non sanno, i poverini, che si mangeranno una fetta di torta con dentro le ciliege nere ma forse con altra frutta di stagione, perché le ciliege a fine luglio sono un pallido ricordo. Abbiamo due settimane per raggiungere Limoges e puntare su La Rochelle dove il nostri skipper impaziente ci aspetterà per riportarci il 31 agosto a Varazze. La Loira appare un fiume sonnacchioso che scorre su un letto sabbioso in questo periodo. Quest’anno è ancora più magro perché un inverno mite e asciutto l’hanno prosciugato. Tuttavia noi non demordiamo. Qualsiasi mezzo è buono e poi siamo in perfetta forma e rilassati. Il colorito scuro ci fa sembrare dei vu’ cumpra’ se non fosse per i capelli che variano dal rossiccio di Marietto al biondo cenere di Sara con tutte le sfumature intermedie. Ci muoviamo come un sinuoso serpente allungando la strada pur di visitare i vari castelli che sono in zona.

«Limoges!» è il grido di tutti noi coi piedi piagati dalle vesciche, quando arriviamo in centro città. Affamati, distrutti ma felici ci sistemiamo sotto un ombrellone della ‘brasserie Le Cap’tain’ di fronte a les Halles. Mangiamo di tutto ma la sorpresa arriva alla fine. Una torta intera di clafoutis alle pere, che non è la stessa cosa di quella alle ciliege ma per mangiarla dovevamo fare come prima tappa questa magnifica città fondata da Augusto nel 10 d.C. Però non era possibile e una bella risata mi sfugge dalla bocca.

Da La Rochelle riprendiamo il viaggio di ritorno con la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Siamo tutti stanchi ma felici. Un’esperienza favolosa, frutto di una brillante idea. Un po’ ci dispiace tornare all’ovile ma dopo tre mesi su una barca abbiamo voglia di calpestare la terra e non ballare sul ponte di legno di un Oceanis 48. Per fortuna non abbiamo dovuto affrontare tempeste ma solo mare mosso. Una cosa accettabile tutto sommato, da firmare prima della partenza. Il vento ha spirato nella giusta direzione gonfiando le vele e facendoci correre veloci sull’acqua.

Adesso siamo qui sul terrazzo della mia casa a vedere le immagini più significative della vacanza, a gustarci uno spritz con tartine al prosciutto ma in particolare a ridere per qualche disavventura capitata nei tre mesi di viaggio.

Non credo di avere mai avuto un’abbronzatura così perfetta. Sembro proprio una marocchina.

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Un caso per tre – un giallo a quattro mani – quindicesima puntata

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Riprende la storia di Debora e Walter con l’aiuto di Puzzone e Lina. Elena (nonsolocampagna) e io vi conduciamo per parola verso la soluzione, ancora lontana, dell’intrigo, Per i più pigri lascio i link delle puntate precedenti. La cadenza delle pubblicazioni rallenta. Solo al venerdì. Si avvicinano le ferie e si legge meno.

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Buona lettura.

Una camera nel sottotetto con un lucernario per dare luce e aria, un letto in stile IKEA a una piazza, una sedia e un piccolo armadio si presentava così la stanza che la proprietà aveva destinato a Cecilia. Fredda nel periodo invernale, calda in quello estivo.

Da un paio d’anni prestava servizio come stagionale in qualità di cameriera ai piani. Lei abitava a Roccaraso ma preferiva rimanere in hotel piuttosto che affrontare il viaggio quotidiano al termine del turno giornaliero.

Sdraiata sul letto a riposare, pensò a Bruno, “il signor Walter” come l’aveva chiamato quando si era presentato per scusarsi. Le aveva fatto piacere e allo stesso tempo le aveva tolto la preoccupazione che la signora Maria venisse a conoscenza che lei aveva aperto una stanza al momento libera senza autorizzazione.

Il signor Walter l’aveva colpita per i suoi modi gentili e garbati, ma durante la visita si era rafforzata la prima impressione facendo scattare una forte empatia. In maniera irrazionale e puerile aveva mostrato uno spicchio di mutandine e una porzione di seno sperando di fare colpo. Però lui si era negato con garbo senza ferire il suo amor proprio.

È stato meglio così” pensò Cecilia, scoprendo il giorno dopo che lui era legato a una donna affascinante dal carattere deciso e alquanto gelosa.

Walter era in auto aspettando Debora per recarsi alla caserma dei carabinieri.

Nell’attesa ripensò, a quando si era recato da Cecilia, per giustificare il suo comportamento davanti alla stanza 216. Ragionandoci giudicò che fosse stata una mossa felice perché su Albertino erano usciti altri pettegolezzi che sommati a quelli riferiti da Sofia potevano costituire la chiave d’interpretazione della sua scomparsa.

Cecilia gli aveva raccontato alcuni episodi in cui era stato implicato Albertino, un ragazzino curioso e sveglio Questi gettavano una nuova luce su di lui. Sempre in giro per il paese e nei dintorni non gli sfuggivano gli amori clandestini né episodi di dubbia liceità. Questa curiosità d’impicciarsi degli affari altrui poteva essere il motivo del suo rapimento.

Era assorto nei suoi pensieri, quando Debora salì sull’Audi.

«Ciao. Ti vedo serio. Qualcosa non va?»

«No. Stavo riflettendo su Albertino. Abbiamo sempre pensato al rapimento scartando l’ipotesi di un allontanamento volontario. Potrebbe essere incappato in qualcosa di grosso tale da indurlo a nascondersi. Quello che mi ha indotto a pensarlo è stata quella ricerca notturna sconclusionata» affermò Walter avviando l’auto.

Debbi rimase in silenzio a riflettere su questa ipotesi ma in assenza d’indizi non era plausibile.

«Ma hai delle novità su questo fronte?»

«No. Niente che non conosci già. Solo uno spunto di riflessione» disse Walter, imboccando la strada per Roccaraso.

«Cosa diciamo al maresciallo?» s’informò Debora. «Accenniamo anche al misterioso uomo e alla felpa?»

Walter scosse la testa perché non era d’accordo su questo. Secondo lui rischiavano di mettersi nei guai inutilmente.

«Mi limiterei al telefono e allo zaino. Il resto è argomento scivoloso che possiamo sfruttare più avanti se capita l’occasione».

Debora rimase in silenzio. Lei ne avrebbe accennato, essendo convinta che facesse parte della banda, perché era sconosciuto al personale dell’hotel.

Arrivati a destinazione Walter parcheggiò l’Audi poco distante dalla caserma.

«Il maresciallo ci attende» dichiarò Debora all’appuntato all’ingresso.

Qualche istante più tardi furono fatti accomodare in una stanza con le finestre dotate di robuste inferriate.

«Mi sembra di essere in carcere» mormorò Walter, mentre dalla porta di fronte a loro comparve il maresciallo.

«Buongiorno signora».

Poi volse il viso verso Walter, che non ricordava di aver mai visto.

«Bruno. Walter Bruno» anticipò la domanda Walter, presentandosi.

Il maresciallo annuì, quando Debora prese la parola.

«Mentre facevo una passeggiata nel bosco il mio cane ha trovato questo» e allungò lo zaino al maresciallo. «In quel posto c’erano anche tracce di un piccolo fuoco e di pneumatici».

Debbi rimase in silenzio in attesa delle sue reazioni, prima di parlare del telefono.

«Sarebbe in grado di ritrovare il posto?» s’informò il maresciallo, che appoggiò lo zainetto su una sedia.

A spanne si direbbe uno zainetto simile a quelli usati dai ragazzi, che portano a tracolla” rifletté il maresciallo, al quale sembrava strano che nessuno avesse notato i resti di un fuoco, visto che era vietato durante l’estate. Doveva organizzare una battuta con quelli della scientifica.

Lo riprese in mano per esaminarlo meglio. Lo zainetto appariva in uno stato precario sporco e con qualche traccia di fango sull’esterno. Aperta la cerniera controllò l’interno. Nulla d’interessante al suo interno. Lo pose sulla scrivania in attesa di farlo analizzare dalla scientifica, anche se dubitava che potesse fornire utili indicazioni. Semplice scrupolo. Poi l’avrebbe sottoposto ai genitori per sincerarsi che appartenesse ad Albertino.

«Certamente. Quando vuole la posso accompagnare» confermò Debora. «Ma c’è qualcosa che le vorrei mostrare. Puzzone, il cane di…».

Fece una piccola pausa prima di proseguire.

«Il cane del signor Bruno ha trovato in un cespuglio dell’hotel questo telefono» e lo allungò al maresciallo.

Lui lo osservò con sguardo dubitativo.

«Ma potrebbe essere di un ospite dell’hotel» suggerì, mentre armeggiava per accenderlo.

«Abbiamo indagato e nessuno ha perso un telefono» tagliò corto Debbi, che si aspettava questa obbiezione.

«Secondo Giuseppe, il giardiniere, potrebbe appartenere ad Antonio De Grandis, il fidanzato di Francesca Forti, la ragazza trovata morta nell’hotel» affermò Walter sporgendosi leggermente in avanti.

Il maresciallo interruppe le manovre sul telefono e sollevò lo sguardo posandolo su Walter.

«Perché?»

«Dice che ne aveva uno uguale» spiegò Walter aggiungendo la sua opinione. «Però secondo me potrebbe essere di Albertino».

Il carabiniere spalancò la bocca per la sorpresa. “Ma chi pensa di essere? La signora crede di essere Jessica Fletcher. Lui Sherlock Holmes?” pensò prima di rispondere.

«Per quale motivo lei afferma che appartiene ad Albertino?»

Walter capì d’essersi incastrato da solo e doveva tirarsi fuori con eleganza.

«Puzzone ha un olfatto molto sviluppato. Qualche giorno fa ha avuto modo di annusare una maglia del bambino, rimasta nell’hotel, quando andava in piscina» spiegò con calma Walter.

«E con questo?»

Walter sorrise, perché quella mezza verità rendeva plausibile la successiva affermazione.

«Lui punta solo su odori familiari» concluse, appoggiandosi di nuovo allo schienale.

Il maresciallo esplose in una sonora risata.

«Ingegnosa come trovata. Mi dica invece la verità su questo telefono» disse con voce burbera mentre il viso tornava serio e indagatore.

«Signor maresciallo capisco le sue perplessità. Lei prenda un indumento di Albertino e lo nasconda da qualche parte. Io vengo con Puzzone e vedrà coi suoi occhi cosa è capace di fare» lo sfidò Walter.

Il maresciallo assunse un’aria incredula ma un guizzo negli occhi gli fece accettare la sfida.

«Lei vada a prendere questo cane dal fiuto infallibile. Lo metterò alla prova» sogghignò il maresciallo sicuro che ne sarebbe uscito con le ossa rotte.

«Signor maresciallo, mentre aspettiamo il ritorno del signor Bruno, le vorrei porre alcune domande sul caso di Francesca Forti» esordì Debora rimasta in silenzio fino a quel momento.

Mezz’ora più tardi Walter si presentò con Puzzone al guinzaglio, che appariva annoiato sbadigliando vistosamente. Con aria di sufficienza si sedette accanto a lui, perché non capiva cosa avrebbe dovuto fare.

Il maresciallo osservò il cane e con un ghigno soddisfatto affermò che poteva lasciarlo libero di girare per la caserma.

«I colleghi sono abituati ad avere cani tra i piedi» disse con tono ironico.

Walter si abbassò e sussurrò qualcosa a Puzzone, che con fare indolente cominciò a muoversi per le stanze. Pareva spaesato come se cercasse di capire cosa volevano da lui. Poi senza un apparente motivo alzò le orecchie e la coda assunse una linea diritta, dirigendosi sicuro verso una porta.

Walter che conosceva bene il suo comportamento avvicinò la mano alla maniglia.

Il maresciallo rimase esterrefatto con gli occhi che mostravano sorpresa ma anche sbalordimento. Era ormai sicuro di aver vinto la scommessa, quando la sua certezza si sgretolò con Puzzone davanti al ripostiglio delle scope dove aveva nascosto un indumento di Albertino.

«Mi ha convinto» disse, ammettendo la sconfitta. Aveva giudicato impossibile annusare l’odore del bambino mescolato coi detersivi ma si doveva ricredere.

Ritornati nella stanza, il maresciallo affermò che avrebbe controllato se telefono e zainetto fossero di Albertino, pur avendo la quasi certezza che fossero due oggetti appartenenti al ragazzino.

«Grazie per l’aiuto e la collaborazione» si congedò il maresciallo, mentre Walter e Debora riprendevano l’auto per tornare all’hotel.

«Saputo qualcosa di Francesca?»

«Durante il viaggio ti racconto» disse Debbi. «Hai lasciato di sasso il maresciallo».

Walter sorrise. Conosceva bene le doti di Puzzone.

Disegna la tua storia – un’immagine di Marzia – Un puf!

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e come un puf! ecco sul mio blog.

Caffè Letterario

Marzia propone un indovinello ed io raccolgo la sfida. Ecco l’immagine

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ed ecco il racconto

Il ventisei di giugno a Venusia si festeggia SS. Giovanni e Paolo ed è festa grande.

La grande piazza, quella con la fontana senz’acqua, che in realtà è anche l’unica del paese, si riempe di bancarelle e stand colorati. Qualcuno propone il palo della cuccagna ma fare un buco nell’asfalto è come fare un buco nell’acqua. Allora si ripiega sulla giostra, quella di una volta, coi cavallini, i cigni e animali alati, ma il problema è un altro. La giostra gira vuota o quasi per mancanza della materia prima: i bambini. Niente giostra, nemmeno il palo della cuccagna. Ma cosa fare?

«Idea!» esclama Valentina, che vorrebbe essere la creativa del paese.

Tutti si voltano e aspettano la grandiosa e meravigliosa invenzione della sua mente vulcanica.

«Facciamo uno stand dove al posto dei barattoli mettiamo le…

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Avviso agli internauti

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Per chi non conosce e quiondi non frequenta webnauta propongo una succosa notizia. Avete nel cassetto un racconto da spiaggia? Sì? Buttatelo, perché non vi serve ma leggete questo

Racconti da spiaggia.

Le Parole Coordinate e le Parole Impreviste

Anche per questo contest c’è da scrivere qualcosina e per fornire la direzione del nostro viaggio in terre lontane e fantastiche abbiamo bisogno di una mappa e di una rotta. A darci una mano ci sono le Parole Coordinate.
Per questa edizione il Navigatore diventa ONDIVAGO, ed è questo il punto nave di partenza, mentre BARDO – CLAFOUTIS – BRILLANTE sono le prime tre coordinate da toccare durante la navigazione in mare aperto.
Non forniamo le definizioni delle parole, ognuno le utilizzi per il significato che più gli infonde ispirazione. Così come non vi diremo di salpare su un optimist, un flying dutchman o un trimarano da sessanta piedi, scegliete la barca e l’andatura che preferite, purché arriviate in tempo all’arrivo in porto.

Queste sono quindi le Parole Coordinate da rispettare:

Ondivago – Bardo – Clafoutis – Brillante

Si tratta in sostanza di scrivere secondo una matrice di prompt, ne avevamo parlato qui: Che cosa sono le Matrici di prompt 

Nel mese di luglio arriveranno a sorpresa agli iscritti alla Newsletter altre due parole, le Parole Impreviste, come al Monopoli.
Potrebbero essere il tassello mancante alla vostra storia oppure mettervi il bastone fra le ruote della narrazione. Ancora non sappiamo quali sono, le troveremo a sorteggio. Si chiamano impreviste proprio per questo, come le tempeste e le burrasche!
Solo chi comprenderà nel testo anche le Parole Impreviste potrà concorrere per i premi in palio.

Come funziona il contest Racconti da spiaggia

Le regole per la partecipazione sono poche, ma semplici. E in caso di dubbio, siamo qui pronti a rispondere. Ricordatevi dunque di:

  • iscrivervi alla newsletter di questo blog per poter ricevere le Parole Impreviste (se l’indirizzo non corrisponde al dominio del vostro blog, avvisate con una mail ed effettueremo noi l’aggancio manualmente);
  • scrivere un racconto breve (max 10.000 caratteri, spazi inclusi) o una lunga poesia, come preferite. Non sempre ci vogliono tante parole, per scrivere bene. Il tema del testo deve toccare le Parole Coordinate della rotta, ONDIVAGO – BARDO – CLAFOUTIS – BRILLANTE, più le Parole Impreviste che saranno inviate via Newsletter agli iscritti durante il mese di luglio. Chi si iscriverà nel mese di agosto, riceverà tutte le Parole Impreviste direttamente in mail facendone richiesta;
  • se sei un blogger, crea un post con il tuo testo in gara, linkando questa pagina e inviandoci una mail con l’indirizzo del tuo sito: ti inseriremo nella lista dei concorrenti, al termine di questo articolo;
  • se non hai un blog, inviaci una mail con il tuo scritto a barbara.businaro@webnauta.it: provvederemo noi a inserirti in una pagina dentro webnauta (e ti invieremo poi il link via mail);
  • se sei un minorenne, inviaci l’autorizzazione scritta firmata da uno dei tuoi genitori per poter pubblicare a tuo nome (oppure caro genitore, inviaci tu via mail il testo di tuo figlio) e inviarti il premio in caso di vincita;
  • se non sei un blogger, condividi comunque l’iniziativa e il tuo racconto/poesia sui tuoi social, in qualsiasi piattaforma tu sia iscritto, con il tag #webnauta; se il tuo testo ottiene più apprezzamenti, lo noteranno anche i giudici ovviamente ??
  • fate attenzione alla scadenza: inviate via mail o scrivete il testo nel vostro blog entro le ore 24 del 10 settembre 2018;
  • i vincitori saranno proclamati il giorno 13 settembre 2018, proprio con la riapertura delle scuole al termine delle vacanze. Riceveranno poi i premi all’indirizzo che ci forniranno: via mail la gift card elettronica, con pacco tracciabile la tazza e il cappellino webnauta.

Capito? Suvvia mettete al lavoro le vostre sinapsi e dedicate un po’ di tempo a un bel racconto da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone – va bene anche il lago, la montagna e la collina ma pure anche la vostra casa – e rischiate grosso. Cosa? Di vincere uno tre premi.

Forza e coraggio. Io ho cominciato e presto ne vedrete delle belle 😀

Disegna la tua storia -un’immagine di Etilyile – la prateria

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una bella immagine di Etilyile ed eccovi un raccontino senza pretese.

Etiliyle-Luca Molinari Photo- absolute true green

Di fianco alla montagna, proprio in quel punto dove si incontra con la piana c’era un boschetto di robinie e carpini. Niente d’imponente ma tutto appare selvaggio come l’erba alta che nessuno falcia. A Venusia è considerata la terra di nessuno proprio perché non appartiene a nessuno. Nessun venusiano la reclama, nessuna carta catastale dice a chi appartiene. Un vero buco nero. Il borgomastro fa orecchie da mercante, visto che sembra di tutti e di nessuno. Se la reclamasse dovrebbe provvedere alla falciatura dell’erba, a sistemare i sentieri del boschetto e al taglio degli alberi malati. Il medesimo ragionamento lo fanno anche i venusiani, perché queste incombenze sarebbero a loro carico. Quindi questa porzione di Venusia rimane allo stato brado. Sono pochi i coraggiosi che osano avventurarsi da queste parti, perché dicono che nell’erba alta ci sono in agguato serpenti e bestie feroci.

«Le solite esagerazioni» afferma Sofia, che decide un giorno di giugno di visitare la zona. Al suo fianco sta Tobia, che fa buona guardia.

L’erba dopo l’inverno nevoso era verde e lussureggiante per la primavera piovosa e mite. Papaveri occhieggiano tra il verde. Il lilla rosato del malvone spicca ergendosi sopra l’erba alta fino a mezzagamba.

Sofia cammina circospetta facendo attenzione dove posa i piedi. Indossa dei jeans pesanti infilati negli stivali che arrivano al ginocchio. “Se, come dicono, ci sono serpenti velenosi” e sorride a questo pensiero che ritiene improbabile, “cuoio e tela mi proteggono”.

Tobia non ama correre in prati come questo, perché gli steli ruvidi strusciano sull’addome in modo fastidioso. Per lui è un punto delicato perché il pelo non lo protegge in maniera efficace.

Non senza fatica Sofia e Tobia raggiungono il boschetto cresciuto in modo selvaggio e incontrollato. Alberi caduti che marciscono a terra, rovi cresciuti a formare una matassa inestricabile, sentieri inesistenti. Uccelli nascosti tra i rami, mentre altri animali seguono con gli occhi i due intrusi.

Sofia tocca i tronchi. Alcuni sono sani, altri presentano gli attacchi dei parassiti che ne minano la salute. In lei si risveglia l’agronomo, le nozioni che l’università le impartisce e che metterà a frutto con la luarea.

«Ci sarebbe da lavorare» mormora Sofia mentre raggiunge una parte del bosco che conosce perfettamente. «Tagliare gli alberi malati prima che cadano e infettino gli altri. Ripulire il sottobosco per consentire alle radici di respirare, ripristinare i sentieri per agevoli passeggiate. Già e chi lo fa?»

Poi a passo svelto si avvia verso casa seguita come un’ombra da Tobia.

un caso per tre – un giallo a quattro mani – quattordicesima puntata

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – quattordicesima puntata

ecco la nuova puntata del giallo che appassiona i soliti quattro gatti. Per loro un avviso la quindicesima puntata slitta a data da destinarsi. Quando non lo so. Intanto leggetevi questa nuova appassionante puntata.

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Il ritrovamento di oggetti abbandonati permetterà di scoprire qualcosa di più sulla sorte di Albertino? Oppure non hanno nessun collegamento con i fatti criminosi avvenuti in questi, di solito, tranquilli posti di montagna?

Gian Paolo (Newwhitebear) ed io vi accompagniamo verso la soluzione dell’enigma, puntata dopo puntata.

Chi avesse perso le puntate precedenti può trovarle qui1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12, 13

Debora decise, quel sabato mattina, di portare la cagnolina Lina a sgranchire le zampette in una bella camminata al fresco del bosco.

Mentre la bestiola correva annusando felice ogni piccolo anfratto e scavando ogni buca possibile, Debbi meditava sugli aspetti di quel caso ingarbugliato che presentava tre eventi apparentemente indipendenti tra loro. Al momento di concreto c’era la felpa rinvenuta nella camera 216 e le informazioni…

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Un caso per tre – un giallo a quattro mani – puntata tredicesima

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La storia prosegue e il misterioso s’infittisce. Dopo la bella puntata di Elena (nonsolocampagna)  dove Debora fa il punto della situazione con Walter eccovi la nuova puntata. Per chi avesse perso qualche colpo eccovi i link 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12

Buona lettura

Sofia era abbastanza arrabbiata con Walter, perché, dopo aver scelto un posto sperduto tra le montagne, di fatto le sembrava in simbiosi con la presunta criminologa, che vedeva come fumo negli occhi.

Da quando erano arrivati si era annoiata. Un’unica gita alle Cinquemiglia, che era stato uno strazio, una passeggiata nel bosco e due passi a Roccapietrosa e poi basta.

Passava il suo tempo, per fortuna niente pioggia o temperatura gelida, ai bordi della piscina, prendendo il sole e leggendo qualcosa.

Il sabato mattina, abbandonata da Walter, stava oziando ai bordi della piscina ma si sentiva inquieta. Non riusciva a stare ferma. Si alzò per osservare il lavoro del giardiniere che come tutti i giorni spuntava le rose, toglieva i fiori appassiti e sistemava le aiuole. Era un giovane non troppo alto che agli occhi di Sofia doveva avere all’incirca la sua età. Le sembrava troppo giovane per svolgere quel lavoro, che invece lo faceva con notevole perizia.

«Buongiorno. Disturbo?» chiese Sofia dopo essersi avvolta nel pareo giallo.

Il giovane sollevò il viso, tenendo in mano le forbici, per vedere chi lo stava interpellando.

«Mi dica, signora»

Sofia sfoderò un sorriso solare.

«In queste mattine la stavo osservando con quale perizia e cura si dedica al giardino. Mi sembra bravo ma anche giovane».

Il giardiniere arrossì debolmente, mentre riprendeva a eliminare le rose sfiorite. “È una bella donna” pensò, mentre il pareo lasciava intravvedere due gambe ben tornite.

«Mi spiace averla disturbata» affermò Sofia, allontanandosi con un movimento civettuolo delle anche.

«Signora, non volevo apparire scortese ma» fece il giovane mettendosi eretto.

Sofia si girò e stava per replicare quando vide Walter poco distante da loro.

«La stava importunando?» chiese stizzito Walter.

«No, no» si affrettò a dire il giardiniere.

Walter colse l’occasione per fare due chiacchiere con lui.

«Mi hanno detto che lei conosceva bene Francesca. Mi domando il perché si sia uccisa» affermò, mentre Sofia lo prendeva sotto braccio.

Il giardiniere aprì la bocca come per rispondere ma poi la richiuse. Rifletté sulla domanda, che non si aspettava. Lui aveva le sue idee sulla morte di Francesca ma di certo non pensava al suicidio. Doveva usare cautela nel rispondere, perché non comprendeva a quale titolo gli aveva posto il quesito.

Walter intuì il disagio del giovane nella risposta, anche perché nessuno gli aveva detto che tra lui e Francesca ci fosse amicizia e forse qualcosa di più. Aveva sparato a casaccio ma pareva aver colpito il bersaglio.

«Mi scusi ma non volevo metterla in imbarazzo» ammise Walter fingendo dispiacere. «Ho scambiato poche parole con quella povera ragazza. Mi è sembrata solare e piena di vita».

Il giardiniere stava per replicare, quando Sofia intervenne, perché era pentita di avere fatto la civettuola col ragazzo. Voleva rimediare alla figura non proprio brillante di poco prima.

«Ho ascoltato le chiacchiere di alcuni ospiti a bordo piscina. Dicevano che Antonio, il fidanzato di Francesca, ha tentato il suicidio per la sua morte. Sta lottando tra la vita e la morte all’ospedale di Sulmona. Una vera tragedia».

«Non credo che Antonio si sia sparato» esclamò con veemenza il giovane che aveva riacquistato la voce. «E poi erano in rottura. Me l’ha detto la sera prima di morire».

Il giardiniere si sarebbe morso la lingua per essersi lasciato sfuggire quella frase compromettente ma ormai non poteva più smentire.

Walter spalancò gli occhi fingendo sorpresa, mentre stringeva la mano a Sofia. Quell’uscita era stata provvidenziale per sbloccare la situazione.

«Dice sul serio? Quindi secondo lei è stato qualcuno a sparargli?»

Ormai era in ballo e non poteva più tirarsi indietro.

«Francesca la sera prima della sua morte era in giardino in lacrime e mi ha confidato che meditava di licenziarsi e tornare a Mantova. Aveva litigato con Antonio nel pomeriggio. Il motivo non me l’ha detto. Poi conoscendolo ritengo improbabile un suo tentativo di suicidio. Per quanto riguarda Francesca potrebbe essersi gettata dalle scale ma, se l’ha fatto, avrà avuto motivi gravi. Di certo non per Antonio».

Il giardiniere dopo questo monologo sembrava che si fosse sgravato da un pensiero e appariva meno serio rispetto a qualche minuto prima. Quella coppia gli ispirava fiducia e non era pentito di avere esternato i suoi dubbi.

Walter allungò la mano per stringerla al giovane ma poi la riportò al suo fianco.

«Dunque lei dubita sulle cause della morte di Francesca e sul ferimento di Antonio?»

«Sì».

«Un’ultima domanda. Poi la lascio al suo lavoro» fece Walter estraendo il telefono. «Conosce questa persona?»

Gli mostrò il volto dell’uomo misterioso.

«Stavo andando in camera quando l’ho visto entrare in una stanza e uscire poco dopo. Non mi pare che sia un ospite o del personale di servizio. Non mi piace che estranei possano muoversi liberamente per l’hotel».

Il giovane strinse gli occhi per mettere a fuoco quel viso. “Ha ragione” pensò. “Mai visto prima”.

«No. Un viso sconosciuto» ammise il giardiniere, mentre Puzzone arrivava con qualcosa tra i denti. «Forse sarebbe meglio avvertire la signora Maria di questo».

Walter fece una smorfia di disappunto, perché sperava di dare un’identità a quel volto.

Avvertì la presenza di Puzzone e si girò per chiamarlo, quando vide che teneva fra i denti un telefono.

«Ma quello sembra lo smartphone di Antonio» esclamò sorpreso il giovane.

«Sicuro?»

«Sicuro al cento per cento, no. Ma Antonio ne aveva uno uguale».

Walter lo prese con delicatezza e lo mise nella tasca dei jeans.

«Grazie…» disse Walter aspettando che dicesse il suo nome.

«Giuseppe» aggiunse il giardiniere.

«Grazie, Giuseppe» continuò Walter stringendogli la mano.

Walter e Sofia seguirono Puzzone che li stava conducendo dove aveva trovato il telefono.

Sofia sperava che Walter non parlasse del suo comportamento con Giuseppe. “A trent’anni e dopo dieci di felice convivenza fare la stupida con un estraneo è davvero imperdonabile” pensò, stringendosi al compagno. “Stasera mi dovrò far perdonare”.

Walter aveva sbollito la stizza per il comportamento di Sofia, perché la sua uscita che aveva sbloccato il dialogo era stata provvidenziale. Però doveva ammettere che l’aveva trascurata troppo in questi giorni.

Puzzone si fermò presso un cespuglio poco distante da una porta laterale dell’hotel.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Tobia

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L’immagine di Waldprok è stupenda e ritrae un bel cucciolone. Subito corre l’analogia con Tobia, il cane di Sofia.

Buona lettura.

Tobia è il meticcio di Sofia, che l’ha salvato da morte certa un anno prima, quando l’ha raccolto vicino alla discarica. Sembra ancora un cucciolone perché è affettuoso e gli piace giocare. Tuttavia sa mostrare i denti se qualcuno osa toccare la padrona. Quando lo fa è meglio stargli lontano. Ha scoraggiato un’orsa una volta nel bosco senza timori reverenziali per proteggere Sofia da quella minaccia.

Non ha il pelo lungo ma nemmeno corto. Una via di mezzo. Morbido al tatto lascia un’impressione serica a chi lo accarezza. Color nocciola come i suoi occhi leggermente più scuri appare come un tenero tappetto quando è sdraiato ai piedi di Sofia.

Se fosse per lui si sistemerebbe sul letto per far percepire il suo affetto ma Sofia è inflessibile su questo punto.

«Mai sul letto» lo ammonisce, quando con gli occhioni la supplica di accontentarlo. Alla fine si rassegna. Sdraiato tra il muro e letto le fa compagnia durante la notte.

Dal colore uniforme del pelo potrebbe sembrare un cane dal pedigree importante ma le zampe e il muso tradiscono i vari incroci. Le zampe sono forti e robuste, anche se l’arto è tozzo e corto. Potrebbe far pensare a un antenato che ricorda il bovaro del Bernese per via di quegli arti vigorosi, ma il pelo è totalmente diverso. Il muso è un mix tra il cane di San Bernardo e il pastore tedesco con la dentatura di tutto rispetto. Forse ha anche qualche antenato lupo tra i suoi avi per il senso di libertà che possiede. Odia il guinzaglio che gli impedisce di correre come vuole. Non sopporta la museruola che gli nega la possibilità di mostrarsi minaccioso. Si sente libero solo nel bosco dentro la sua natura. Però Sofia per lunghi giorni non c’è e lui resta silenzioso e incupito in un angolo della sua stanza. Si muove solo per mangiare e uscire per soddisfare i suoi bisogni. Poi per due giorni ma non sempre Sofia torna è festa grande. Se c’è bel tempo il bosco li aspetta, altrimenti si deve accontentare di un po’ di movimento vicino a casa.

Per Sofia è solo Tobia, il suo meticcio.

un caso per tre – un giallo a quattro mani – dodicesima puntata

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – dodicesima puntata

è pronta la dodicesima puntata del giallo Un caso per tre, scritto a 4 mani.
Nuovi dubbi? O nuove certezza?

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Più domande che risposte per Walter e Debora.

Il mio contributo al racconto giallo scritto con Gian Paolo (Newwhitebear)

Se avete perso le puntate precedenti le trovate qui relativi 1 ,2 ,3 ,4 ,5 ,6 ,7 ,8 , 9, 10, 11

Debora e Andrea rimasero ancora un po’ a Roccaraso, passeggiando e guardando i negozi di prodotti tipici; al momento del ritorno recuperarono Elisa alla pista di pattinaggio e ripresero la strada per Roccapietrosa.
In hotel trovarono che il pasto era pronto per essere servito, così si recarono direttamente in sala. Più tardi, Debora approfittò del momento in cui ci si sposta verso il bar o ai divani per il relax, per avvicinarsi a Walter, il quale le mostrò subito la foto della felpa di Albertino rinvenuta nella stanza 216 e il filmato che mostrava l’uomo che vi si era…

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Un caso per tre – un giallo a quattro mani – undicesima puntata

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Mi scuso coi quattro lettori che seguono la vicenda di Debora, Walter e Puzzone che Elena (nonsolocampagna) e io vi mettiamo a disposizione. pensavo di averla programmata per stamattina ma in realtà l’ho solo pensato.

Dunque rimedio e la pubblico ora. Per chi avesse perso qualche puntata qui trovate i link relativi 1 ,2 ,3 ,4 ,5 ,6 ,7 ,8 , 9, 10

«Dai Puzzone muoviti» sollecitò Walter ben sapendo che non si sarebbe mosso.

Si guardò intorno ma il corridoio era sgombro. Nessuno nei paraggi. Tirò un sospiro di sollievo che accantonò subito. La situazione non era sotto controllo se fosse comparso qualcuno. Pensò di agire sulla maniglia nella speranza che la porta non fosse chiusa a chiave ma si fermò, perché poteva esserci qualcuno dentro.

«Puzzone non essere ostinato» gli sussurrò in un orecchio per convincerlo a recedere dal proposito di entrare.

Era chinato, quando avvertì il passo felpato di qualcuno che si avvicinava. “Merda” si disse, sollevandosi e finse di cercare in tasca qualcosa.

Puzzone era sempre immobile col viso rivolto verso la porta, mentre Walter cercava di riacquistare un certo aplomb per mascherare la sensazione di ansia che l’aveva colto.

«Buongiorno».

Walter si girò con lentezza verso quella voce dalla chiara inflessione campana. Davanti ai suoi occhi che tradivano la preoccupazione di giustificare la sua presenza di fronte alla stanza 216 stava una ragazza rotondetta e bassa di statura. Portava un vestito nero sbracciato e un grembiule bianco. Era la cameriera ai piani che per fortuna non aveva mai incrociato. Si rilassò mentre febbrilmente cercava d’inventarsi una scusa.

«Buongiorno» rispose Walter con voce educata.

«Posso esserle utile?»

«Pensavo di avere la chiave ma» fece Walter lasciando cadere il discorso. Un bel sorriso comparve sul suo viso.

«Posso aprirle la porta, se desidera» disse la giovane, estraendo dalla tasca un mazzo di chiavi. «Che bel cane. Come si chiama?»

Walter fece una mezza risata.

«Ha un nome curioso ma la prego non rida» affermò Walter, osservando meglio la ragazza. Voleva imprimersi nella mente quel viso rotondo incorniciato da capelli corvini. «Puzzone».

La cameriera accennò a una risata subito repressa, mentre armeggiava per aprire la stanza.

Puzzone s’infilò senza aspettare altro nella piccola fessura della porta, lasciando all’esterno Walter che riaccostò il battente senza chiuderlo. Aveva notato che la stanza era vuota senza la presenza di ospiti. Non voleva insospettire la ragazza.

«Grazie» fece con voce galante. «Come si chiama, perché ne voglio parlare bene alla proprietaria».

«Cecilia. Ceci per gli amici» rispose arrossendo.

«Grazie Ceci. Le sono debitore di un aperitivo» disse, allungandole una banconota da venti euro.

La ragazza gli fece un bel sorriso, prima di allontanarsi ancheggiando vistosamente.

Walter si introdusse nella stanza, che appariva vuota e sistemata in attesa di un nuovo cliente.

Puzzone nel frattempo era fermo davanti all’armadio. “Ha annusato la pista” rifletté Walter, aprendo l’anta. Dentro le solite coperte e i cuscini di ricambio. Puzzone mise il naso tra le coperte sollevando un lembo.

Walter emise un ‘oh!’ di sorpresa alla vista dell’oggetto. “Di sicuro appartiene ad Albertino” pensò mentre col telefono lo fotografava. Era una felpa grigia con la scritta ‘Berkley’. Il maresciallo aveva spiegato prima d’iniziare le ricerche cosa indossava il bambino nella mattina della scomparsa. Tra gli indumenti citati c’era la descrizione di una felpa come questa. “Non vuole dire nulla ma che stranezza trovarne una simile qui ben lontano dal panificio” rifletté Walter mentre richiudeva l’anta.

Puzzone soddisfatto si lasciò condurre fuori senza opporre resistenza. Stavano girando l’angolo del corridoio quando udì dei passi che salivano le scale. Ritornò indietro dirigendosi verso l’ascensore, quando vide un uomo aprire la stanza 216. Rimasto davanti alla porta chiusa dell’ascensore come se fosse in attesa aspettò l’uscita del personaggio misterioso, tenendo in mano il telefono pronto a scattare un video, quando sarebbe riapparso.

Puzzone dava segni di nervosismo e sarebbe balzato addosso all’uomo se Walter non avesse tenuta salda la pettorina.

La persona con notevole noncuranza scese le scale, dileguandosi.

Di certo la felpa non c’è più nell’armadio” si disse avviandosi verso la sala da pranzo. Rivide il video appena girato. “Tutto sommato è ben riuscito. Il viso dell’uomo è riconoscibile” pensò soddisfatto. Adesso doveva trovare il modo di utilizzarlo.