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Sally e Jean – Capitolo 27

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La storia è finita – Dio vuole dirà qualcuno – Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

Lilium – Foto personale

Buona lettura.

Lucy era soddisfatta. L’esame era andato benissimo, ricevendo i complimenti del professore, perché lei, unica tra gli allievi di lingua madre non francese, aveva preso la lode per la critica su Madame Bovary.

Aveva imparato bene il francese, tanto da ragionare come una parigina autentica, dimenticandosi di essere americana. Si esprimeva in maniera quasi perfetta con una parlata impreziosita dall’inflessione di chi fosse sempre vissuto a Parigi.

Non avrebbe mai immaginato un anno prima, partendo per la Francia, che sarebbe riuscita a impadronirsi con tanta proprietà di una lingua dai toni dolci e arrotondati perdendo l’asprezza gutturale della parlata americana.

Adesso doveva pensare al futuro prima di ripartire ai primi di agosto per Syracuse. E poi voleva fare la turista per godere gli ultimi scampoli di una lunga vacanza ricca di soddisfazioni e stimolante per le esperienze vissute.

I rapporti con Sally si erano normalizzati trasformandosi da conflittuali in amichevoli. La chiacchierata di chiarimento aveva prodotto i suoi effetti, perché si era fatta vedere più spesso a casa di Jean. In apparenza non aveva mostrato interesse verso di lei. Almeno questo era quello che lasciava trasparire, rimanendo fredda e distaccata nel loro rapporto. Però qualche messaggio di segno opposto l’aveva lanciato e neppure troppo velatamente.

Quando Sally arrivava, Lucy con molta discrezione scivolava via, lasciandoli soli dopo i soliti convenevoli di benvenuto. Si appartava nella sua stanza con le orecchie tappate dalle cuffie dello stereo oppure usciva.

Percepì che Sally avrebbe voluto approfondire la reciproca conoscenza, ma lei con tatto era riuscita a evitare il contatto diretto usando all’inizio come alibi la necessità di preparare l’esame senza distrazioni.

Adesso che la prova era stata superata trovava più difficile a resistere alle sue lusinghe. Quindi cercava di mantenere un atteggiamento distaccato, quasi freddo, dando l’impressione che l’episodio di qualche mese prima era stato archiviato in modo definitivo.

Lucy non desiderava combattere un’altra battaglia con Sally per vincere la guerra. Se fino a qualche mese prima avrebbe voluto guerreggiare per conquistare Jean, adesso si era resa conto che non ne valeva la pena. Era un bel uomo ma tutto sommato vanesio ma forse aveva capito che non sarebbe riuscita a scalzare Sally dal suo cuore.

Quindi rinunciò a tramare, dedicando gli ultimi giorni della sua permanenza a Parigi a frequentare Rachid. La ragazza le aveva fatto conoscere Claude, che era un bel ragazzo dai modi educati e gentili.

La sua presenza favoriva il loro incontri, perché non era facile distinguere quale delle due ragazze frequentasse. Questa era un’ottima copertura per l’amica.

A Lucy piaceva fare da paravento alla loro storia d’amore, perché percepiva buone sensazioni nel loro rapporto. Formavano una bella coppia ma nutriva molti dubbi che la storia sarebbe arrivata in porto dopo una navigazione difficile e piena d’ostacoli rappresentati da barriere sociali e culturali, che si frapponevano fra loro.

Queste sensazioni non le aveva palesate a Rachid per non creare imbarazzi inutili e prematuri. “Se il loro amore è solido” rifletté osservandoli. “Supererà ogni intralcio. Ma se è solo innamoramento, naufragherà sulla prima scogliera che incontreranno”.

Le giornate scorrevano veloci e il tempo della partenza si avvicinava. Le dispiaceva lasciare Parigi dove aveva trovato un contesto favorevole ai rapporti umani, un aspetto impensabile prima di partire da Syracuse.

Avvertiva che la sua personalità era maturata, diventando più riflessiva e attenta ai valori della vita. Aveva sperato di trovare amore e sesso che invece non l’avevano sfiorata per nulla. Questo era dipeso un po’ per scelta personale, in parte perché non aveva incontrato delle persone in linea con i suoi obiettivi.

Jean secondo lei non era adatto a impersonare l’uomo della sua vita, perché aveva capito che per lui le donne erano ‘usa e getta’. Solo con Sally le sembrò che avesse trovato il giusto equilibrio nel rapporto con l’altro sesso. Aveva notato che la loro storia si era consolidata ogni giorno di più.

Ma quali sono le mie esigenze?” si chiese in uno degli ultimi giorni di permanenza a Parigi. “Non ho ben chiaro quali siano i miei obiettivi sentimentali. Nemmeno riesco immaginare quale uomo desidero. Fare sesso solo perché lo fanno tutte non è una priorità o una motivazione stimolante”.

Forse la rigida educazione che i suoi genitori le avevano inculcato la condizionava nelle scelte. “Forse è un alibi che mi fa comodo usare per giustificare che non ho trovato l’uomo che fa al caso mio” si disse Lucy, intrecciando le mani dietro la nuca. “A volte mi scopro di sognare una donna, come Sally, che forse inconsciamente mi ha attratto. Ma è questo quello che voglio?”

Lucy socchiuse gli occhi concentrandosi su questo pensiero. “Non lo so, ma lo dubito. Se penso di essere arrivata alla mia età e sono vergine in tutti i sensi, la questione mi deve costringere a ragionare su questi aspetti della mia personalità. Però ora devo pensare al mio futuro e agli obiettivi che vorrei raggiungere e che mi sono imposta”.

La sua idea era quella di un secondo anno a Parigi che le sarebbe stata utile per conseguire il suo PH.D per proseguire nella carriera accademica. “La convivenza con Jean mi ha fatto risparmiare un bel gruzzolo, che sarebbero benedetti qualora i miei genitori non fossero d’accordo per un secondo anno alla Sorbonne” si disse, facendo un rapido calcolo. “La possibilità di ripetere nel prossimo ottobre il sodalizio di quest’anno sono migliori rispetto a qualche settimana fa. L’ostacolo Sally è stato rimosso. Ho un paio di giorni per riflettere”.

Lucy girò da turista gli ultimi due giorni prima di prendere il volo verso New York.

Le rimaneva un giorno per sciogliere i dubbi e procedere all’iscrizione per il prossimo ottobre. Ne avrebbe parlato stasera con Jean, se c’era, e telefonato ai genitori per strappare il loro consenso.

Adesso si godeva l’aria di Parigi.

FINE

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Sally e Jean – Capitolo 26

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Ancora un piccolo sforzo e poi tutto sarà finito. con vostra grande gioia. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

Sally

Jean capì che era Sally la donna che desiderava. Lucy poteva essere un capriccio. Troppo gelida e attenta per essere passionale.

«È la gelosia e non la supposta attrazione che ti ha impedito di tornare qui e stare con Jean?» chiese senza troppe perifrasi Lucy, osservando le loro espressioni per cogliere sfumature e variazioni di umore.

Alla sua esternazione Jean e Sally abbracciati rimasero muti.

«Chi non è geloso?» affermò con impeto Lucy guardando la coppia seduta sul divano. «È da stronzi credere all’affermazione di quello che dichiara di non essere geloso! Se manca il senso del possesso, viene meno pure il desiderio verso l’altra persona. Però c’è un limite affinché la gelosia non soffochi l’amore. È il rispetto verso il compagno, la sensazione che il possesso non prevarichi la libertà dell’altro. Capisco che, vedendomi in modo inaspettato, sia nato il sospetto che Jean ti avesse teso una trappola. Hai percepito gelosia verso di me, una donna, che non conoscevi e che avrebbe potuto contendere il tuo possesso».

Lucy stette in silenzio, osservando sia l’uno che l’altra, sperando in una replica alle sue tesi esposte con foga e sincerità.

Però nessuno dei due fiatò.

«Non è mia intenzione corteggiare Jean per conquistarlo» affermò calmando il tono della voce, sapendo di mentire. «Se questa fosse stata la mia intenzione, l’avrei fatto prima con discrete possibilità di successo. Quindi tranquillizzati. Prima di ritirarmi nella mia stanza vorrei aggiungere questo».

Jean tenendo abbracciata Sally le fece un cenno di lasciarli soli, di non proseguire nella discussione. Lucy comprese il messaggio.

Lui si sentiva preso tra due fuochi e non desiderava creare ulteriori attriti tra le due donne.

«Sono contento» affermò Jean rompendo il silenzio. «Sono contento che vi siate chiarite. In fondo erano problemi creati dall’immaginazione senza fondamenti reali. Vado a prendere tre coppe e la bottiglia di champagne per brindare alla ritrovata armonia».

E si alzò sparendo in cucina.

Lucy si avvicinò a Sally per abbracciarla e sussurrarle il suo disappunto per avere creato queste crepe nel rapporto con Jean.

Lei di rimando la baciò con trasporto e disse: «Ho capito che sei una ragazza sincera e spero che in futuro possiamo diventare delle buone amiche. Le mie erano solo sensazioni distorte da uno stato d’animo instabile e confuso».

Lucy abbozzò un falso sorriso, perché aveva sperato di battere la rivale. Se voleva rinnovare il sodalizio con Jean a ottobre doveva mostrarsi felice della ritrovata armonia tra loro.

«Ah! Avete finto di rappacificarvi affinché io mi allontanassi per potervi abbracciare e strapparvi i capelli!» esclamò ironico Jean di ritorno con le tre coppe e la bottiglia.

Aveva capito che era solo una tregua ma andava bene così, mentre Sally lo guardò in malo modo per la battuta sarcastica.

Lucy intuì che tra loro si stava stabilendo una complicità che si sarebbe consolidata nel tempo. Quando non lo sapeva con certezza, perché tra poco avrebbe fatto ritorno negli States. “Ma è quello che cerco?” pensò Lucy, mentre i dubbi continuavano a vagare nella sua mente, sollevando senza piacere la coppa per brindare alla ritrovata armonia. “Non è l’amore verso una donna lo sbocco della mia sessualità. Né credo che sia il suo pensiero, perché vedo tra loro un vero rapporto tra uomo e donna. Dunque è quella sensazione che lei ha definito come attrazione? Ora è meglio che non ci pensi più e mi concentri sull’esame che dovrò sostenere tra due settimane”.

Sally baciò con ardore Lucy e Jean prima di brindare, mentre Lucy sollevò la coppa e aggiunse: «Che vi porti fortuna! Vi auguro ogni felicità e gioia possibile. E spero che duri tutta una vita».

Jean le invitò a sedersi accanto a lui perché desiderava ringraziarle, anche se percepiva che la famosa attrazione era scoccata ancora una volta. “Pazienza” si disse “forse ci sarà minore tensione tra loro. Ma almeno non dovrò subire la pressione della gelosia. Se il mio rapporto con Sally durerà, sarà il tempo il migliore giudice. Se Lucy il prossimo ottobre vorrà tornare, avrò meno grattacapi per un sì o un no ragionato. Aspettiamo e pazientiamo”.

Egoisticamente pensò che alla fine non ci rimetteva nulla se tra le due donne fosse nata una complicità. Lui si trovava bene con Sally perché il rapporto era sincero senza ossessioni da entrambe le parti. L’intesa sessuale era più che buona, le discussioni tra loro erano pacate, i loro discorsi vertevano su argomenti interessanti e variegati. In conclusione non c’erano motivi di attrito, a parte la presenza di Lucy in casa. Se tra le due donne veniva a cessare l’immagine conflittuale, anche questo aspetto perdeva d’importanza.

«Vi lascio soli» affermò Lucy, ritirandosi a meditare su Madame Bovary.

Sally e Jean – Capitolo 25

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Stiamo andando verso la fine. Ancora poco dovette pazientare e poi tutto sarà finito. con vostra grande gioia. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

 

Sally si rivolse a Lucy che composta sulla poltrona aspettava la risposta alla sua domanda.

«Forse non sono stata chiara» ammise con le guance ancora arrossate e la voce stridula. «Ma solo confusa. Ho provato ogni volta che pensavo a te tre sensazioni: angoscia, gelosia, attrazione. Un vortice senza fine, un’emozione lunga come una vita. Ma perché? Anche adesso si accavallano senza un motivo logico. Forse le voglio cacciare nel fondo dell’anima per dimenticarle».

Gli occhi azzurri di Lucy parevano di ghiaccio, mentre Sally parlava, ma dentro era un ribollire di pensieri. La percepiva come un’antagonista senza manifestare le sue sensazioni. Una domanda le sorse spontanea: perché Jean si era comportato in quel modo con lei qualche istante prima dell’arrivo di Sally e forse ci avrebbe riprovato se non avesse suonato. Avvertiva un senso di stonato nel suo atteggiamento. Se avesse ceduto alle sue avance, adesso sarebbe pentita. Si era illusa di averlo conquistato ma vedendolo accanto a Sally che le teneva la mano con dolcezza, percepiva che non gli suscitava nessun sentimento. Rimase in silenzio per ascoltare cosa avevano da dire.

Sally fece una pausa per rifiatare, per riordinare i pensieri confusi che danzavano nella mente e uscivano dalla bocca, mentre Jean l’abbracciò con tenerezza.

“Vigliacco di un traditore” pensò Lucy, osservandoli schifata.

Jean iniziò un discorso contorto senza che le due donne vi prestassero attenzione.

Loro erano più attente a fronteggiarsi che ascoltare quello che Jean diceva. Si scambiavano muti messaggi in codice che solo loro decifravano. Era la guerra per la conquista di Jean secondo Lucy, mentre per Sally era anche qualcosa d’altro.

«Perché sei gelosa di Lucy?» chiese Jean, trascurando l’aspetto più inquietante della questione: l’attrazione sessuale accennata più volte ma mai approfondita.

Sally si era ricomposta e il rossore sparito, lasciando il posto a uno sguardo gelido. Aveva compreso che Lucy non avrebbe rinunciato a darle battaglia.

«Penso che ognuno voglia raggiungere il suo scopo e cerchi risposte alle domande che si affacciano tutti i giorni» riprese Sally, mentre Lucy ascoltò senza intervenire. «Gelosia, chiedi?»

Sally si fermò per guardare Jean sottraendosi alla sua stretta. Le labbra erano ridotte a una fessura e gli occhi blu mandavano lampi di collera.

«Ma angoscia e attrazione!» ribatté alzando di un’ottava la voce.

A Lucy non sfuggì quel rimarcare di Sally sulla parola ‘attrazione’ con una modulazione diversa della voce, che da piatta divenne quasi stridula.

«Sono tre sensazioni diverse e strane che si mescolano tra loro» ribadì con forza. «La gelosia è un sentimento irrazionale che nessuno è riuscito a spiegare in modo esauriente. Ho sperato che col vostro aiuto di tentare di comprenderne le motivazioni».

Come diceva un famoso statistico, Tuckey, Sally pensò di trovare la risposta esatta alla domanda sbagliata sulla gelosia, anche se era formulata in modo preciso. “Come posso credere che gli altri rispondano in modo esauriente e preciso a una domanda mal formulata sulla gelosia?”

Sally si accorse in questo momento della discussione che si stava incastrando da sola battendo il tasto della gelosia, perché aveva notato che Lucy faceva una strana smorfia agli accenni della sua attrazione verso di lei. A Jean questo dettaglio era sfuggito e credeva che lei fosse solamente gelosa di Lucy. In effetti non sapeva se fosse gelosa di Lucy che viveva sotto lo stesso tetto con Jean oppure di lui essendo attratta da Lucy.

Adesso non ne era più tanto sicura. Quel lontano episodio, quando Lucy l’aveva baciata sul collo, aveva acceso il suo immaginario erotico. Doveva parlare con più cautela.

«Perché ti avrei suscitato gelosia?» chiese con tono secco Lucy.

Jean guardò Sally, curioso di conoscere i motivi della sua gelosia verso Lucy ma la discussione sembrava prendere una strada sbagliata. Si stava inaridendo tra repliche e controrepliche che non trattavano il vero motivo dell’incontro.

«Hai accennato all’attrazione» affermò Lucy che voleva capire la portata dell’affermazione rimasta tra le pieghe dei loro discorsi.

«Attrazione verso chi?» le domandò con una veemenza del tutto inaspettata, anche se per lei era chiaro chi era l’oggetto.

Le voci si chetarono d’incanto, mentre Jean osservò Sally ricordando quelle parole dette a Versailles a cui non aveva dato peso.

Sally si morse la lingua, perché adesso era nell’angolo e doveva dare delle spiegazioni.

«Hai ragione. È venuto il momento di parlare di questo. L’ho messo tra i ricordi che non volevo ripescare» affermò Sally con un filo di voce, guardando Lucy, mentre ignorò la presenza al suo fianco di Jean.

Un lampo di cattiveria attraversò i suoi occhi azzurri. Era decisa nell’affondare il colpo.

«Hai accennato che io ti genero oltre all’angoscia, della quale non ho capito molto, e alla gelosia, che rimane incomprensibile, attrazione. Almeno è quello che ho intuito, anche se non hai specificato chi sia l’oggetto del desiderio. Presumo che sia la mia persona che ti ha interessata. Quale genere di attrazione provi?»

Jean passò con lentezza lo sguardo da Sally a Lucy. Stava intuendo la feroce schermaglia tra le due donne.

Sally era incerta se parlare con chiarezza o tergiversare sull’argomento. Sapeva che Lucy era stata più abile nell’affondare il colpo ma doveva chiarire quella parola. Amava Jean e non lo voleva perdere.

«Sono etero e lo sono tuttora. Provo grande piacere quando faccio l’amore con Jean come mai avevo percepito finora. Però c’è stato un qualcosa che mi ha turbato. Quando quella mattina di aprile sei apparsa sulla porta del bagno, ho sentito qualcosa che ha creato scompiglio dentro di me. Quel bacio sul collo, le dita che passavano sulla pelle umida mi hanno fatto provare delle sensazioni, che non ho mai percepito. Nessun uomo era riuscito a tanto».

Sally arrossì di nuovo nel descrivere quel ricordo, mentre Jean la guardò stupito. Non si era accorto di nulla o meglio aveva notato nell’atteggiamento di Sally un raffreddamento che aveva imputato alla presenza di Lucy.

«Quando mi hai accompagnata nel tuo bagno personale, ero restia a spogliarmi in tua presenza. Ero terrorizzata che una donna potesse osservare il mio corpo nudo. Avevo l’impressione che lo stesse violentando. Allo stesso tempo sentivo che una parte di me desiderava mostrarsi nuda ai tuoi sguardi, perché provava piacere. Tu volevi aiutarmi a togliere gli indumenti zuppi d’acqua, ma io mi opponevo, mentre mi dava emozioni e piaceri. Ma i veri brividi li ho provati quando le tue mani hanno sfiorato il mio corpo e le tue labbra si sono posate sul collo con una delicatezza che non avevo mai percepito prima. Questa dicotomia mi hanno fatto compagnia in questi mesi, distraendomi e confondendo la mia personalità. Quando stavo con Jean, percepivo in modo confuso che una persona si frapponeva fra noi. Ho compreso che erano gli strascichi di quella giornata. Ora comprendo che quei pensieri sono suggestioni che non hanno motivo di essere. Ti osservo e non provo le stesse sensazioni di allora. Però ti percepisco come un’antagonista che mi ruba il compagno».

A questo punto Sally tacque stringendosi a Jean, che era allibito per questa confessione.

Lucy passò lo sguardo prima su lei e poi su lui, mentre le labbra si increspavano per un motto di stizza. “La gelosia verso di me si è frapposta fra noi e non la voglia di stare con un’altra donna” si disse capendo che aveva perso la battaglia con Sally. “Perché ha enfatizzato questo aspetto? Quel giorno ero curiosa di vederla nuda. Una semplice curiosità senza fini morbosi. Però lei si negava, faceva la ritrosa accrescendo la voglia di toccarla, di baciarla. Solo per capire quali sensazioni si prova”.

Sally e Jean – Capitolo 24

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Eccoci ad ascoltare le parole dei personaggi nel nuovo capitolo. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

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Lucy socchiuse gli occhi sentendo la bella cantilena di Sally che tentava di far comprendere i motivi del suo disagio.

«Quando ho incrociato i tuoi occhi in quel piovoso giorno di aprile, dentro di me è scattato qualcosa che non sono riuscita a comprendere. Una percezione mista tra pericolo, gelosia e attrazione» e fece una pausa come per riaggregare i pensieri, le idee, le sensazioni, ma probabilmente si aspettava una domanda che invece non arrivò.

Nella stanza era calato il silenzio nell’attesa di sentire le parole di Sally, che stentavano a uscire dalla bocca.

«Questa percezione mi ha fatto compagnia in questi mesi. Mi sono interrogata sul malessere che provavo. Mi sono chiesta i motivi per cui percepivo attrazione e repulsione verso una donna che non conoscevo, della quale ho ignorato l’esistenza fino a quella mattina. Se finora ho avvertito sensazioni confuse, quando ti ho vista oggi, ho provato angoscia».

Lucy teneva socchiusi gli occhi come se stesse dormendo, ma ascoltava vigile e analizzava le sue parole. “Quale sensazione di terrore e ansia ho potuto incutere in una donna che ho incontrato una sola volta?” si domandò, aggrottando la fronte, mentre nervosa girava una ciocca di capelli tra le dita. “Forse è stato lo sguardo malevole che ho lanciato vedendo il disastro che stava combinando? Forse è stato il lampo incendiario dei miei occhi, che li ha fulminati? No, non può essere tutto questo! Non riesco a intercettare il messaggio che trasmette. Dunque sta usando i termini sbagliati per descrivere il suo problema”.

Avrebbe voluto interrompere il monologo per porre domande, per ottenere risposte, ma si rendeva conto che le avrebbe agevolato il compito e non desiderava farlo. Quindi rimase in silenzio ad ascoltare.

Sally era delusa dal comportamento di entrambi, perché parlava e loro muti senza porre nessuna domanda per darle il modo di spiegare e di analizzare il suo stato d’animo.

“Dunque sto parlando, come se fossi sul palcoscenico a recitare il monologo della mia vita” pensò Sally, che con lo sguardo sollecitò domande che non arrivavano e si rassegnò a riprendere il discorso interrotto.

«La gelosia ha preso il sopravvento sull’angoscia, quando ho capito che non eri la domestica a ore, ma una ragazza alla pari che viveva con Jean, che supponevo vivesse da solo. Allora è stato come se fossi stata tradita nella fiducia che avevo riposto in lui».

Si fermò una seconda volta in attesa di udire la voce dei due ascoltatori, che continuavano a restare muti. “Dunque i miei pensieri li lasciano indifferenti, come se si aspettassero un racconto diverso, più pepato e polemico. Forse lei è in attesa di balzarmi al collo per avviare un litigio a base di risse verbali e fisiche, mentre lui si ergerà a pacificatore degli animi. Perché il silenzio non viene interrotto dalle loro voci?”

Sally passò lo sguardo rabbioso prima su Jean e poi su Sally ma subito si tramutò in uno carico di dubbi e aspettative senza incontrare un filo d’interesse su quando stava esternando. Dentro di sé avvertiva rabbia e rassegnazione allo stesso tempo. Sospirò e riprese a manifestare le sue sensazioni.

«Si, lo ammetto. Ho provato gelosia per una donna che non conoscevo, della quale ignoravo tutto eccetto il nome e sono stata colta dal dubbio di avere commesso ancora una volta un errore di valutazione. Sono ripiombata nell’angoscia e nel terrore di aver scelto la persona sbagliata. Mi sono domandata perché mi ero lasciata travolgere dal desiderio di stare con Jean. Ero nell’ingresso infreddolita e bagnata, incerta se fermarmi o dire: “Grazie Jean, ma io prendo un taxi per tornare a casa”, quando i miei sentimenti sono mutati un’altra volta. Mi sentivo preso tra due fuochi senza una motivazione precisa…».

Jean era stupito di quanto stava ascoltando. Ne avevano parlato a Versailles, ma non aveva percepito l’intenso senso di disagio che si stava trascinando da diversi mesi. “Eppure quando abbiamo fatto all’amore ho sentito trasporto e passione. Mai un momento d’incertezza o di dubbio, sempre calore e desiderio” pensò sgranando gli occhi per lo stupore per non aver compreso il suo disagio.Ha sempre simulato. Mi ha ingannato, mentre sono stato ingenuo a crederle senza sospettare nulla, senza percepire che lei era incerta tra il mio amore e quello verso Lucy”.

Jean come se si fosse svegliato da un lungo sonno le chiese: «Tutte queste sensazioni ti hanno accompagnata fin’ora? Io ho creduto alla sincerità dei tuoi sentimenti».

«No» rispose Sally che poteva interrompere la monotonia del suo racconto. «Non ho mai dubitato della sincerità dei miei sentimenti verso di te, né dei tuoi. Ho percepito solo un senso di fastidio, come se tra noi ci fosse un fantasma che in qualche modo ci teneva separati. Il desiderio della tua vicinanza è sempre stato molto più forte delle sensazioni incerte che covavo dentro di me. Ma ora vorrei fugare ogni dubbio, esternando con franchezza le percezioni che confuse mi hanno assalito quel giorno».

Questo accenno di confronto svegliò Lucy e preparò la sua domanda. Aprì gli occhi socchiusi, guardò prima l’uno poi l’altra, si stirò mettendosi ritta sulla poltrona.

«Da quello che ho capito» disse con cautela Lucy. «Sembra che io ti abbia suscitato prima terrore poi gelosia. Perché terrore? Non mi pare d’incutere soggezione nelle persone, tenendo presente che non ci siamo mai incontrate prima. Perché avresti dovuto essere gelosa di me, che ero una perfetta sconosciuta? Poi non sembra che Jean abbia mai avuto intenzione di avviare un menage à trois».

Jean rise e strinse fra le sue braccia Sally, che arrossì perché si rese conto di essersi comportata come una donna gelosa senza motivo. Però avrebbe voluto vedere, pensò ricomponendosi subito, chi al posto suo non avrebbe provato gelosia vedendo una bella ragazza, tutt’altro che evanescente, che viveva con quello che sperava diventasse il suo compagno.

Sally e Jean – Capitolo 23

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Eccoci ad ascoltare le parole dei personaggi nel nuovo capitolo. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

Si ritrovarono nel salotto che dava sulla corte interna. Una stanza fresca arredata con pochi mobili. Un’ottomana che funzionava da divano in cretonne decorato con un disegno di fiori. Due poltrone e in mezzo un tavolo basso scuro. In un angolo una lampada ad arco illuminava la stanza. Un tappetto persiano antico stava nel centro.

Nonostante le giornate fossero lunghe il chiarore del sole si stava attenuando, mentre la stanza entrava in penombra.

Jean e Sally stavano seduti vicini sull’ottomana, mentre Lucy rigida con lo sguardo corrucciato era sulla poltrona di fronte.

Nessuno di loro riusciva a rompere quel muro di silenzio che li separava. Dovevano parlarsi ma c’era solo tensione e nervosismo.

Lucy si massaggiò le tempie. Lo stress le aveva fatto venire un principio di emicrania, mentre Sally maltrattava un ricciolo che cadeva dalla fronte. Jean non sapeva chi guardare: Sally o Lucy? La pendola batté otto rintocchi e attrasse la sua attenzione.

«Prima di cominciare prendiamo un aperitivo?» propose quasi in un sussurro. Sembrò aver riacquistato il dono della voce. «Oppure niente?»

Né Lucy, né Sally fiatarono, mentre si scrutavano di sbieco per carpire i pensieri che si annidavano nelle loro teste. Le labbra erano serrate ma gli occhi tradivano l’astio che covava dentro di loro.

La scena era surreale. In silenzio con le gambe ben serrate e il busto rigido aspettavano che cominciasse l’altra a parlare.

Jean le osservò, leggendo sulle loro bocche la gelosia che covavano dentro.

Scosse la testa mentre sparì in cucina alla ricerca di un drink e qualche salatino.

La sua assenza sembrò ripristinare l’uso delle corde vocali alle due ragazze. Parlavano una sopra l’altra senza ascoltare quello che dicevano.

«Toh!» esclamò Jean ridendo, mentre compariva con un vassoio. Tre coppe di Kir Royal ghiacciato e un sacchetto di patatine. «Avete ritrovato l’uso della parola?»

Non gradirono la battuta ironica tacendo immediatamente, girandosi verso di lui. Jean riprese il suo posto sull’ottomana dopo aver deposto il vassoio sul tavolino.

«Volete una coppa di Kir Royal?» domandò, prendendone una dal vassoio. «Chablis con crème de Chassis. Servirebbe Aligotè de Bourgogne ma l’ho terminato».

Jean sorseggiò il drink masticando una patatina, mentre le due ragazze sembravano aver perso di nuovo l’uso della favella, lasciando le loro coppe sul tavolo.

«Mi pare che siamo qui per chiarirci le idee. Però vedo che state in silenzio. Per quanto mi riguarda le ho ben confuse» e fece una sonora risata sulla sua battuta stantia.

Lucy e Sally sembravano due stecchi impagliati adatti a scacciare gli uccelli dal vigneto tanto erano distese e sorridenti. Mancava solo un cappellaccio di paglia e una spiga in bocca, poi erano perfette nel ruolo di spaventapasseri.

La battuta strappò un sorriso a Lucy, che allungò una mano per prendere una patatina che ingoiò con un sorso di Kir Royal.

«Buono questo drink» ammise dando un’altra sorsata.

Il cocktail sembrò scioglierle la lingua, perché aprì la bocca come se volesse parlare. Non aveva chiaro il motivo di questo incontro ma sapeva per certo che aveva interrotto la lettura di Madame Bovary col rischio di non rispettare la tabella di marcia programmata per le prossime due settimane.

Stava per formulare una domanda, quando ricordò che doveva condensare nella mente una dicotomia sul romanzo prima che questa svanisse. Quello, che lei criticava nel testo, era la caratterizzazione superficiale e scarna dei personaggi. Non trovava utile e necessario che dovessero ‘crescere ed evolversi’ per forza. Secondo il suo pensiero esistevano sfumature diverse tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Però aveva apprezzato Emma Bovary, anche nella sua negatività, trovandola sincera, nel senso che era un personaggio vero e reale. Non era ‘antiquata’ rispetto alle donne moderne. Si potevano riconoscere in lei, perché, come Emma, speravano d’incontrare un uomo interessante all’uscita da un locale o sognavano qualcosa di ‘diverso e più eccitante’ della semplice vita di famiglia. Magari Emma era stata un po’ esagerata nei comportamenti, ma chi al suo posto non sarebbe impazzita se avesse dovuto starsene sempre rintanata in casa a guardare un misero cortiletto dalla finestra.

«Lucy» domandò cortese Jean, guardando Lucy che era rimasta con le labbra aperte e lo sguardo che puntava verso la porta. «Hai visto un fantasma? Stai a bocca aperta ma non parli».

Si riscosse dall’improvvisa afasia, provocata dalle riflessioni sul romanzo, spostando gli occhi prima su Jean e poi su Sally, che era immobile con lo sguardo perso nel vuoto.

Lucy si concentrò sull’altra dimenticando il padrone di casa, che continuò a parlare.

A chi sta parlando Jean?” si domandò incerta se ignorarlo oppure no. “È Sally che mi interessa ascoltare. Devo comprendere perché sta qui. Perché ha telefonato per parlarci. Da quando ha messo piede in casa, ha detto solo «Ciao» e dato un rapido bacio a Jean. Cosa dovrei dire o ascoltare?”

Lucy, memorizzate le sue riflessioni su Madame Bovary, iniziò a parlare per chiarire i motivi dell’incontro.

«Jean, puoi interrompere il tuo monologo?» chiese con decisa gentilezza. «Non ho ben compreso il mio ruolo in questa stanza. Io sono un ospite, che abita qui in attesa di finire il corso e prendere l’aereo tra circa un mese per New York. Mi sembra, anche se nessuno l’ha mai affermato, che siete in relazione. Dunque in questo momento sarei il classico terzo incomodo che si frappone tra due innamorati, reggendo il moccolo. Però entrambi volete che stia qui senza avermi messo in condizione di conoscere i motivi della mia presenza. Per me Sally è stata una meteora. Questa è la seconda volta che ho il piacere d’incontrarla e parlarle. Jean è uno splendido padrone di casa, discreto e riservato, che ho molto apprezzato e che ringrazio con sincerità. Da quel che intuisco, formate una splendida coppia. Qualcuno sarebbe così gentile da spiegarmi cosa sta avvenendo? Mi basta poco e poi mi ritiro in buon ordine per continuare la mia lettura su Emma Bovary».

La parole di Lucy invece di produrre gli effetti desiderati ebbero il risultato opposto. Sia Jean sia Sally rimasero in silenzio.

Sally non staccava gli occhi da Lucy, affascinata dalla sua personalità. Ammise che aveva carisma, perché era in grado di dirigere la discussione sui binari che lei voleva, imponendosi agli altri. Però era solo questo aspetto che la attirava. Era in grado d’intuire la situazione e adeguare la sua strategia. Non abbassava la guardia e faceva in modo che nessuno potesse oltrepassare le sue difese. “Ma la desidero?” pensò Sally, sapendo che non sarebbe riuscita a sottrarsi ai suoi tocchi, anche in presenza di Jean. “Amo lei o lui?”

Sally uscì dall’apatia che l’aveva colta entrando in casa di Jean e affermò con tono convinto: «Hai ragione. Ti dobbiamo delle spiegazioni».

E cominciò a parlare.

Sally e Jean – Capitolo 22

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La storia cresce. Un nuovo capitolo si aggiunge agli altri che potete trovare qui.

Un caso per tre

L’incantesimo si ruppe al suono del telefono. Lucy si spostò indietro, sciogliendosi dall’abbraccio. Passò la mano sulla fronte e guardò stupita Jean, domandandosi se questo fosse la storia e i sentimenti che doveva raccontare, ma forse era solo irritata con se stessa per essersi lasciata coinvolgere nell’abbraccio.

Jean finse di non aver udito il suono del telefono che continuava a squillare. Fece un passo indietro, staccandosi da Lucy.

Adesso erano uno di fronte all’altra, ma nessuno parlava, mentre il telefono continuava a suonare. C’era tra loro tensione e silenzio, che si ruppe, quando Jean si decise a rispondere.

Si spostò nel corridoio, senza chiudere la porta, mentre Lucy corrugò la fronte, perché non capiva la situazione. Era entrato nella sua stanza senza averne il permesso, l’aveva abbracciata come se volesse esprimere dei sentimenti, ma adesso udiva solo un «Ciao» e tanto silenzio.

Jean pareva concentrato nella telefonata, tacendo e annuendo col capo. Lucy si chiese chi fosse perché udiva in lontananza solo una voce femminile.

«Se vuoi, questo è il momento giusto. Ti aspetto» disse chiudendo la conversazione.

Lucy lo guardò socchiudendo gli occhi con le braccia conserte in attesa che Jean tornasse nella stanza. Era chiaro che la telefonata la coinvolgeva di persona.

Quando Jean fece ritorno, sistemandosi di fronte a lei, capì che il suo intuito non l’aveva ingannato.

«Era Sally. Sta venendo qui per parlare con noi» affermò con voce atona, mentre Lucy si era irrigidita con gli occhi che fiammeggiavano per l’ira a stento repressa.

Lucy si rilassò quasi subito, anche se un istante prima avrebbe incenerito chiunque. Doveva controllarsi e rimanere lucida, perché non era il momento per lasciarsi sopraffare dalla furia irrazionale con risposte piccate. Doveva conservare le energie nervose intatte, quando sarebbe arrivata l’altra.

Jean fece un passo in avanti, mentre Lucy si spostò indietro. Si fronteggiavano senza parlarsi, mentre si muovevano, finché il muro non la bloccò. A questo punto non aveva possibilità di sottrarsi al contatto. Si diede dell’ingenua per non aver ribattuto, quando l’aveva abbracciata, chiudendo le porte. Adesso doveva tenere un atteggiamento difensivo.

«Lucy» disse Jean con calma e con i modi suadenti di un incantatore di serpenti. «È del mio rapporto con Sally che desidero di discutere».

Lucy aprì la bocca e non disse niente ma lo guardò stupita e irritata. Non comprendeva il motivo per il quale lei fosse coinvolta nelle beghe amorose di Jean con l’altra.

«Mi sono accorto che anche tu mi inquieti e mi stai irretendo. Ma Sally ha qualche problema in più. Sembra strano ma entrambi pensiamo di contendere la stessa persona».

Lucy spalancò gli occhi per la sorpresa, perché nessuno dei due rientrava nei suoi pensieri. Quello che stava dicendo Jean era fuori luogo, pura pazzia. “Perché devo essere coinvolta nella loro storia?” pensò allungando le mani per tenere a distanza Jean. Non desiderava il contatto fisico che le aveva carpito con l’inganno. “Jean innamorato di me? Mi sembra una bestemmia! Sono qui da ottobre e non mi ha degnato di uno sguardo! Era come se io non esistessi! Non mi ha mai sfiorato con un dito. E osa affermare che io sono al centro dei suoi interessi? Pazzesco!

Però era l’altra affermazione che le fece sgranare gli occhi, mentre una smorfia di disgusto le increspava le labbra. “L’altra? No, non posso crederci! Asserisce che io ho rubato il suo cuore! Mi pare di sognare! Ma forse è un brutto incubo! Devo svegliarmi e farmi una risata” rifletté socchiudendo gli occhi, rimanendo vigile sulle mosse di Jean.

Se prima l’aveva sorpresa, abbracciandola e baciandola a tradimento, adesso voleva rimarcare le distanze. La sua mente era concentrata sull’analisi critica di Madame Bovary, perché tra due settimane avrebbe avuto l’esame a conclusione della sessione di studio e ci teneva a ottenere il massimo dei voti. Quindi non accettava distrazioni amorose, né avance sessuali.

Aveva deciso che sarebbe ritornata il prossimo anno per seguire oltre letteratura francese, anche quella romanza, che l’aveva incuriosita. Avrebbe dovuto cimentarsi nella lettura dei manoscritti sulle ricerche del Santo Graal e dei grandi poemi cavallereschi medioevali. Sarebbe stata una sfida intrigante per lei che non padroneggiava alla perfezione la lingua francese.

Però la discussione a tre rischiava d’impedirle il rispetto della tabella di avvicinamento al “rien ne va plus, les jeux sont faits”, quando i giochi si sarebbero conclusi.

«Jean, cosa stai dicendo?» ribatté furiosa dopo avere ritrovato la parola. «Non credo che io possa essere al centro dei vostri pensieri erotici. Aspettiamo l’al..».

Fece una pausa per riacquistare l’equilibrio nella voce: «Aspettiamo Sally. Così quello che dobbiamo dirci lo raccontiamo una volta sola. Però vorrei parlarti di altro…».

Jean sorrise e le prese le mani per condurla sul letto.

«No!» ribatté Lucy sottraendosi al suo tocco.

Aveva intuito bene l’obiettivo di Jean ma era ferma nel proposito di non cedere.

«Voglio parlarti del progetto per il prossimo anno» aggiunse con tono duro e senza incertezze.

Jean si sedette sulla poltrona, mentre lei rimase in piedi nel centro della stanza. A braccia conserte lo fissò per qualche attimo con aria truce.

«Il prossimo ottobre è mia intenzione ritornare per il corso del secondo anno di letteratura. Ho il problema dell’alloggio…».

Jean fece una breve risata, pensando d’averla in pugno.

«Ho compreso» ribatté Jean sorridente. «Mi chiedi se ti posso ospitare. Beh! Se non ci fosse Sally, non avrei dubbi, poiché il sodalizio ha funzionato. Però darti una risposta ora mi sembra prematuro. Un sì o un no sarebbe un azzardo. Ne riparliamo dopo esserci chiariti».

Lucy lo osservò contrariata. Era delusa dalla replica, ma capiva che senza un chiarimento qualsiasi risposta sarebbe stata illusoria. Fece segno col capo in senso affermativo per far capire che era d’accordo.

«Hai paura di sederti accanto a me» affermò Jean con un tono mellifluo, quando il campanello squillò imperioso.

Si alzò per accogliere Sally.

Sally e Jean – Capitolo 21

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Eccoci ad ascoltare le parole dei personaggi nel nuovo capitolo. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

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Chiesa di san Eustacchio a Parigi – tratta da Wikipedia

Quella domenica di luglio aveva lasciato il segno e tutti avevano dei motivi sui quali dovevano riflettere.

Jean seduto in poltrona fingeva di vedere sul televisore il film di Antenne 1, che scorreva placido ma insignificante per la sua mente.

«Con Sally i rapporti si sono raffreddati» diceva stringendo il telecomando. «Con Lucy non sono mai decollati».

Si alzò dal divano dirigendosi deciso verso la camera di Lucy ma si fermò davanti alla porta.

“Cosa devo chiedere” si domandò dubbioso ma risoluto a venire a capo dei mille perché che pernottavano da troppo tempo nella sua testa.

Bussò delicatamente ma con piglio sicuro prima di aprire la porta, che si dischiuse, mostrando un’incredula Lucy che stava leggendo Madame Bovary.

«Vorrei parlarti di un tarlo che mi corrode da troppo tempo» disse, richiudendo la porta alle spalle.

Lucy posò sul tavolo il libro aperto col dorso rivolto all’insù e fissò Jean per verificare che non fosse uscito di senno.

Era la prima volta che entrava nella sua stanza senza chiedere il permesso o domandare se disturbava.

“E’ casa sua, ma questa è la mia camera per diverse settimane!” urlò imperiosa nel silenzio della sua testa. “Come si permette di venire meno alle regole che ci siamo imposti?”

«Quale tarlo corrode la tua persona?» domandò sorpresa ma curiosa di conoscerne i motivi. «Non mi sembri deperito o malato».

Lui rise sedendosi sul bordo del letto illuminato dalla lampada da tavolo, mentre Lucy lo osservò con lo sguardo dell’animale che percepisce pericolo senza individuarlo con sicurezza.

«Avevo ascoltato questo mentre entravi senza chiedere il permesso. Ma forse ho udito male».

«No! Hai capito benissimo!» ribatté di buon umore. «Il tarlo è virtuale, perché si annida nel mio animo».

Jean fatta una breve pausa riprese il filo del discorso interrotto dalle domande di Lucy.

«Dunque vediamo di non raccontare una storia ingarbugliata senza saltare in qua e in là come faccio quando devo descrivere dei sentimenti. È talmente raro che ne abbia, che quasi sempre non so come cominciare, né conosco dove andrò a parare».

Lui fece un’altra pausa come se dovesse raccogliere i pensieri scappati in qua e in là. In realtà non aveva la minima idea di come cominciar e sperava in un provvidenziale scoglio sul quale riparare per evitare le onde.

Lucy, distolta dalla lettura del romanzo, rimuginava che sembrava destino che Madame Bovary venisse interrotta da eventi casuali.

Si domandò quale storia doveva raccontare con tanta urgenza da entrare in pratica con violenza nella stanza. Adesso lui stava tacendo impacciato di fronte a lei, come un passerotto in attesa dell’imbeccata materna.

«Che storia e sentimenti devi descrivere” stimolò Lucy perché iniziasse a parlare e se ne andasse al più presto.

Jean la osservò con attenzione, poi l’abbracciò con vigore senza che lei opponesse resistenza.

Sally rifletteva sugli ultimi avvenimenti, osservando il volo incessante dei piccioni tra gli anfratti del tetto della Eglise de Saint Eustache.

Percepì la necessità di un riposizionamento con Jean, ma sapeva che il motivo era Lucy.

Il suo fantasma continuava a gravitare intorno a lei senza che riuscisse a scacciarlo. L’aveva imprigionato nella mente, ma non lo rimuoveva. Era nel cassetto dei ricordi, che, quando lo apriva, le presentava il conto. Quando sarebbe ripartita per l’America, era convinta che la sua presenza si sarebbe interposta comunque tra loro. Quando l’aveva vista per la prima volta, un campanello era squillato nella mente. Uno squillo di pericolo non scemato mai, ma che si era amplificato quando l’aveva sfiorato. Ne aveva conosciute di donne, ma nessuna aveva avuto il potere di distogliere la sua attenzione verso gli uomini come lei. Era stato come se uno spiritello avesse affermato: «Segui il tuo istinto» e questo la portava verso l’americana. Con Jean aveva trascorso ore indimenticabili di sesso, ma era mancato qualcosa, perché fossero fuori dell’ordinario. Comprendeva che era lei che si frapponeva fra loro, che corrodeva il loro rapporto come l’acido scioglie la lamiera con buchi sempre più vistosi. L’azione corrosiva del pensiero le aveva sgretolato l’anima, mentre la spingeva a cercare rifugio nel sesso. Più cercava sfogo, più avvertiva il senso d’impotenza verso l’americana, che appariva beffarda e irriverente. Lei non faceva nulla, ma Sally soffriva. Come uscire da questa gabbia che la imprigionava e la stava soffocando? Ne aveva parlato con Jean, ma non era riuscita a calmare l’ansia che gorgogliava dentro. Lui aveva tentato di spiegarle che il malessere era frutto fortuito di circostanze innaturali e casuali, che non si sarebbero ripresentate in futuro. Però percepiva che non fosse così, che l’attrazione verso di lei non era accidentale. Le altre donne non suscitavano nessuna emozione. Cosa aveva questa americana da stregarla. Come poteva scoprire il potere occulto e persuasivo che esercitava. L’aveva vista per pochi minuti, ma erano stati sufficienti a scatenare una bagarre di ormoni incontrollati. Sentiva che avrebbe perso sia Jean, sia l’americana, rimanendo in totale confusione nel vortice della depressione. Doveva agire prima di rimanere schiacciata dai suoi stessi pensieri.

Si riscosse sentendo i rintocchi delle campane della Eglise de Saint Eustache. Guardò l’orologio: era rimasta immobile per oltre due ore con lo sguardo perso nel vuoto, mentre la mente vagava e divagava.

«Devo parlare con Jean e l’americana. Devo chiarire tutto una volta per tutte».

Prese il telefono e compose il numero di Jean.

Sally e Jean – Capitolo 20

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Eccoci ad ascoltare le parole di Lucy e Rachid nel nuovo capitolo. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

foto di Bryan Creely, http://www.dreamstime.com

Lucy e Rachid sedute sul prato una di fronte all’altra parlavano fitto e sottovoce.

Rachid guardava Lucy con la speranza di trovare il coraggio di confidarsi con lei. Voleva parlarle dell’amore che provava verso un ragazzo così lontano dal suo mondo, composto di casa e di ubbidiente sottomissione. Se avesse tentato di rompere quell’omertoso silenzio coi genitori, sapeva che forse avrebbe perso quella piccola frattura da dove ogni giorno fuggiva per vivere una vita diversa.

Lui aveva la carnagione chiara ed era cattolico. Non era un immigrato da una ex colonia francese ma aveva radici francesi: era originario della Provenza. Anche lei sentiva l’appartenenza alla Francia dove era nata ma per i suoi familiari erano più forti le radici della loro terra d’origine, l’Algeria.

“No! Non posso perdere i contatti con un mondo diverso da quello nel quale sono racchiusa” si disse con ostinazione osservando la figura slanciata di Lucy di fronte a lei. La determinazione a conseguire la laurea in letteratura francese per spiccare il volo verso l’insegnamento universitario era più forte del rischio della scomparsa dei suoi sogni.

“Devo convincere Farida che dopo la laurea non posso restare chiusa fra le mura di casa” si disse molte volte con un pizzico di angoscia. “Ma mio padre, Kaddour, accetterà di perdere il suo potere su di me?”

L’amore era sbocciato sul treno che tutti i giorni la trasportava da Sevran verso la Sorbonne, ma doveva rimanere nascosto, perché i loro mondi parevano inconciliabili.

Le sembrò strano che nel secondo millennio due giovani dovessero occultare i loro sentimenti per evitare conflitti tra due comunità.

Claude viveva nella periferia di Parigi servita dalla linea B che riportava a casa Rachid tutte le sere. Nel suo quartiere l’ostilità verso gli immigrati delle ex colonie africane era palpabile come una statua del Louvre. Si sentiva diverso, percependo quella cappa di odio come una gabbia che lo teneva imprigionato.

Aveva notato quella ragazza dai tratti nordafricani, riservata e schiva, sul treno che lo riportava nel suo ghetto di Saint-Denis, mentre lei scendeva per prendere la linea verso Sevran.

Odiava quel posto, i compagni pronti a menare le mani, a compiere azioni punitive verso i coetanei dalla pelle olivastra e capelli crespi. Sperava di finire il Politecnico e fuggire altrove, ma adesso doveva rimanere lì a fingere di essere d’accordo con gli altri per non rischiare l’emarginazione.

Vista di sfuggita verso novembre dell’anno precedente l’aveva persa di vista. Dimenticata finché non l’incrociò di nuovo a maggio.

Si scambiarono timidi sguardi come cuccioli smarriti, ma nessuno dei due osava trasformare le occhiate in parole, finché non accade quello che avevano sognato. Urtarsi e chiedere scusa per scambiare i numeri di telefono. Da quel momento cominciarono i primi dialoghi appena sussurrati, le occhiate piene di tenerezza, lo sfiorarsi pudico dei corpi. Vivevano nel terrore che qualcuno potesse notare un’intimità più accentuata. Era uno strano balletto ricco di messaggi nascosti.

Rachid voleva confidarsi con l’unica persona che avrebbe capito le sue sensazioni, ma non trovava il momento per svelare il suo segreto.

«Non ti ho vista mai parlare con un compagno di corso» accennò Rachid. «Hai forse il ragazzo in America?»

«Il ragazzo?» ribatté Lucy guardandola divertita. «No! Sono single e il mio cuore è solitario. Al momento gli uomini sono banditi come alieni. Tu, piuttosto, come sei messa?»

Rachid comprese che poteva iniziare a parlare di lei, di Claude, di tutti i problemi connessi alle differenze culturali e religiose.

Non era facile abbattere il muro che la separava dal resto del mondo. Questo era inviolabile e resisteva a tutti gli attacchi.

Lei si sentiva francese ma la Francia sembrava negarsi perché vincevano i pregiudizi.

Era in casa che le pesava di più la sua condizione di donna, perché suo padre era rimasto fedele alle tradizioni nonostante fosse emigrato da oltre trent’anni. Lui sognava di ritornare ad Algeri a godersi il meritato riposo dopo tanto lavorare e ingiustizie patite. La prospettiva l’atterriva e le toglieva il sonno.

«Ho conosciuto Claude, un ragazzo francese» iniziò la sua confessione. «Però ci divide la religione. Lui cattolico, io mussulmana. Le tradizioni, le famiglie…».

«Ne sei innamorata?» chiese Lucy interrompendola, ma aggiunse consapevole di avere violato la privacy. «Forse ho usato la parola sbagliata. Sei attratta da lui o è solo simpatia?»

«Non so. Non riesco a decifrare le sensazioni» riprese Rachid arrossendo. «È la prima volta che percepisco emozioni per un uomo. Finora li ho visti solo di sfuggita, come la pioggia che scivola sulla pelle. Quindi non so come definire il sentimento che provo».

Lucy la osservò con stupore: osservava in lei una persona diversa, ma meritevole di attenzione.

«Uhm!» mugugnò senza riuscire a trovare le parole ma proseguì percependo il silenzio di Rachid come un incitamento. «Ben strano è il quesito da risolvere».

Lucy la guardò con occhio attento nel tentativo di capirla.

«Ti senti attratta da un uomo che conosci in termini incerti. Però percepisci qualcosa che non sai valutare. Per caso non vedi in Claude un modo di evadere dal tuo mondo? Forse è la molla che ha fatto scattare l’innamoramento».

Lucy trasse un profondo respiro prima di proseguire.

«Le tue paure sulle diversità e pregiudizi hanno un fondamento da non sottovalutare. Mi ricordano gli amori tra un bianco e una nera in America, dove in apparenza non ci sono disapprovazioni od opposizioni manifeste, ma nel reale finiscono con l’essere emarginati da entrambe le comunità».

Rachid annuì ascoltando le parole di Lucy, perché erano proprio le incertezze a frenarla, ma comprendeva che i suoi sentimenti verso Claude travalicavano il semplice stimolo di evasione da un mondo chiuso alle novità.

Il sole cominciava a declinare ed era il momento di avviarsi verso Sevran.

Ci sarebbe stata un’altra occasione per discutere a fondo la questione, perché il ghiaccio era stato rotto.

La prossima volta non avrebbe avuto la necessità di partire da lontano, ma poteva affrontare il discorso direttamente.

Sally e Jean – Capitolo 19

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Eccoci ad ascoltare le parole di Sally e jean nel nuovo capitolo. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

Tratta da Wikipedia

 

Jean era seduto sulla riva del Grand Lac e stava ammirando una libellula che volava rapidissima verso la superficie dell’acqua, mentre Sally lo abbracciava con tenerezza.

«Dunque» provò a spiegare Jean con dolcezza ma si interruppe subito. «Cos’è per me l’amore? Io…, ma ora non so cosa dire».

Lei rimasta in silenzio osservò le ninfee che stavano per sbocciare, mentre sentiva dentro un vuoto che la vicinanza di Jean non riusciva a colmare. I pensieri erano svaniti sotto il caldo sole di luglio, erano volati via come le nuvole dal cielo, ma era lì, abbracciata a quello che pensava fosse l’amore della vita.

“Sono sicura che sia Jean l’uomo che inseguo tutte le notti?” si domandò mentre aspettava una sua risposta. “Oppure è…”. Tornò a fissare le ninfee senza osare di sollevare lo sguardo verso Jean, che rifletteva perché prima di Sally c’era il vuoto.

Si interrogò incerto quale concetto di amore aveva. “Non ho mai amato nessuna donna, all’infuori del mio corpo. Sally è stata la prima che mi ha fatto battere il cuore ma non troppo forte”.

Provò a raccogliere le idee per approcciare una risposta al quesito posto da Sally. Gli sembrò di aver risvegliato il drago che stava dentro di lui e ne ebbe paura. “Ma chi è questo drago?” provò a chiedersi, perché si accorse di non conoscere a fondo la sua anima e d’ignorare quali sentimenti poteva provare verso una persona.

«L’amore è un’esperienza che prima o poi tutti facciamo» spiegò con tono cauto. «Ma dubito che lo conosciamo a fondo. All’inizio sono i sensi e le passioni che ci trascinano illudendoci che sia amore. Così crediamo, senza saperne il perché, che la persona accanto a noi sia il grande amore della vita. Un sogno a occhi aperti”.

Si rese conto che il suo pensiero poteva essere frainteso trasmettendo un’immagine di sé vera ma in contrasto con quello che Sally voleva ascoltare.

«Arrivato a trentacinque anni mi sono accorto che non avevo provato nessuna sensazione amorosa, finché…» Jean fece una pausa inspirando aria per dare maggior forza al suo pensiero. Doveva dosare le parole per esprimere i suoi concetti. «Poi ho incontrato te e mi è sembrato che il mondo assumesse contorni diversi. Ho pensato che l’amore fosse arrivato».

Fece una nuova pausa nella speranza che Sally aggiungesse qualcosa ma lei taceva e Jean riprese a parlare.

«Avrai notato come questa parola sia stata usata in termini a volte contraddittori? La persona gelosa dice di amare il compagno o la compagna. Ma in realtà tende a prevaricare, a fare del male».

Jean si aspettò una reazioni di Sally, che invece sembrava assorta in altri pensieri.

«Per me amare significa dare e non solo ricevere» spiegò, abbracciandola. «Dare è donare una parte di noi stessi affinché l’altra persona possa percepire i nostri sentimenti attraverso il sacrificio che stiamo compiendo».

Sally ebbe un sussulto a queste ultime parole come se si fosse risvegliata dopo un lungo sonno.

«Allora» affermò Sally, guardandolo negli occhi. «Perché si descrive come amore quell’impulso che ci spinge talvolta a procurare del male fino a ucciderla?»

Jean rise, baciandola dietro la nuca.

«In effetti non è amore» esclamò Jean. «Ognuno deve sacrificare una fetta della propria libertà, quando si ama. Bisogna rinunciare a qualcosa e accettare che il partner occupi parte dei tuoi spazi».

La discussione prese vigore, perché scavano dentro di loro per comprendere se in effetti c’era amore e non ricerca del soddisfacimento carnale.

«Se io fossi attratta da una donna, sarebbe anche questo amore?» chiese all’improvviso Sally guardandolo in viso.

Jean sorrise prima di rispondere: «E perché no? Perché non dovrebbe essere amore, se il sentimento travalica l’aspetto sessuale?»

Lei rimase in silenzio, guardando le leggere increspature dell’acqua che componevano e scomponevano figure immaginarie di sesso femminile.

«Forse sei attratta da una donna?» chiese con garbata ironia Jean colto dal dubbio che fosse vero. «Non l’avrei mai immaginato visto che fai sesso con tanta passione».

Sally arrossì abbassando lo sguardo e avrebbe voluto mordersi la lingua per aver detto questo.

«No!» si affrettò a negare le sue parole. «Non fraintendermi».

Il tono era concitato e poco credibile.

«Nessuna donna mi attrae. Il mio era un pensiero ipotetico».

Jean la incalzò perché percepiva che dietro a quell’affermazione si celava il motivo della sua domanda sull’amore. Era incredulo, perché in questi mesi aveva sentito palpitare i loro cuori quando erano insieme.

Però se fosse stato più sensibile nel capire le esigenze di Sally, che cercava in lui l’uomo dei suoi sogni, avrebbe compreso il senso del discorso. Si era dimostrato incapace di donare l’anima per ricevere in cambio la sua.

L’atmosfera si era incrinata, mentre Jean doveva comprendere se quell’affermazione fosse vera o il frutto di pensieri altrui.

La giornata volgeva al termine come quello che credevano amore.

Sally si sentì inquieta, perché percepì che Jean era distaccato e freddo nella gentilezza formale che le usava. Doveva trovare il modo per ricomporre la frattura che le sue parole intempestive avevano causato.

“L’altra mi sta creando troppi problemi” rifletté mentre in silenzio ritornavano verso Parigi. “Quelle mani mi hanno turbato e insinuato il dubbio che ci fosse qualcosa di più di una semplice attrazione”.

«Jean» disse risoluta rompendo il silenzio per fare ammenda delle sue parole. «Ho fatto un’affermazione incauta. Ma ormai è stata fatta. Ti spiego il motivo di quella uscita infelice».

Descrisse le sensazioni che quel maledetto giorno di aprile aveva generato.

«Ora voglio riconciliare il mio corpo e il mio spirito in sintonia col tuo. Resta questa notte con me e non te ne pentirai».

Lui rispose senza convinzione in modo affermativo, perché percepì la rottura del meccanismo dei loro rapporti, anche se era certo che la notte sarebbe stata caldissima.

Si accorse che non sapeva amare, mentre entravano nell’appartamento di Sally.

Sally e Jean – Capitolo 18

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Un momento di pausa, di riflessioni ed eccomi con la nuova puntata della storia di Sally e Jean. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

tratta da Wikipedia

«Perché te lo chiedo?» ribatté Sally, come se all’improvviso avesse riacquistato il dono della parola. «Perché me lo domando da troppo tempo».

Jean rimasto in silenzio per qualche istante sospirò sollevando le spalle. La domanda gli arrivava dritta come una fucilata cogliendolo di sorpresa. Corrugò la fronte, aprì la bocca un paio di volte e poi parlò con cautela.

«Lo sai che non riesco a trovare una definizione che rispecchi il mio modo di pensare».

Sally scosse la testa, perché aveva compreso che Jean voleva tergiversare. “È vero che ne abbiamo parlato altre volte” si disse, facendo una smorfia di disappunto. “Però è sempre stato evanescente senza mai approfondire l’argomento”.

Jean non voleva distrarsi nella guida, perché non doveva sbagliare strada se aveva intenzione di recarsi alla reggia di Versailles. Però la domanda richiedeva una risposta né vaga, né fumosa, come le altre volte. Aveva capito che Sally non si sarebbe accontentata di parole vuote.

«Tu mi chiedi cosa rappresenta per me l’amore, ma non ho ascoltato la tua opinione. Forse sei confusa quanto me?» chiese con tono gentile e pacato, rispondendo con un’altra domanda. Di certo non era una buona base di partenza per un lungo discorso.

Sally scoppiò in una fragorosa risata, cosa del tutto insolita in lei sempre compassata e poco propensa a ridire.

Questo sorprese Jean, perché immaginava che rispondesse piccata, ma invece si sbagliava.

«Sì! Mi hai colta con le mani nella marmellata!» affermò con un largo sorriso, mentre si strofinava le mani nervosa. «A dire il vero ero convinta di conoscere la ricetta giusta. Però mi accorgo che non è vero, né so da dove cominciare. Quando parlo di amore mi sento impacciata, quasi incapace nel trovare il bandolo della matassa da sbrogliare. Tutto mi appare aggrovigliato, difficile da districare. Quindi volevo confrontarmi con te sull’argomento».

Sally trasse un profondo respiro come se fosse riuscita a sgravarsi da un segreto custodito per molto tempo. Intrecciò le mani e guardo Jean, che non replicava.

Percorse, tacendo, la route de Versailles per raggiungere l’ampio parcheggio prospiciente il Château, come veniva chiamato familiarmente dai parigini.

«La tua domanda merita una riflessione lunga» rispose mentre parcheggiava la macchina all’ombra di un alberello che avrebbe fatto ben poco. «Quando saremo al Grand Lac seduti ad ammirare le ninfee che iniziano a fiorire ti dirò cosa rappresenta per me l’amore. Adesso mettiamoci in fila per entrare».

Lucy era immersa nelle note de The Doors, quando percepì un suono insistente, come se fosse lontano, in un altro mondo. Era il suo telefono che squillava per richiamare la sua attenzione.

Si riscosse e guardò il display: «Rachid».

“Cosa vorrà” si domandò.

«Ciao, sono Rachid!»

«Ciao» rispose con freddezza.

«Sono ai Jardin du Luxembourg. Mi raggiungi oppure non puoi?»

«Uhm!» mugugnò infastidita guardandosi intorno alla ricerca di qualcosa. «Sto leggendo Madame Bovary e non pensavo di uscire oggi. Quindi non sono pronta per raggiungerti in fretta. Diciamo che posso essere lì non prima di un’ora, un’ora e mezzo. Non è tardi per te?»

Lucy sperava che dicesse di sì, perché non desiderava uscire dalla sua camera. Stava stravaccata sulla poltrona di velluto cremisi coi piedi sul pouf e Madame Bovary in mano.

«Assolutamente no!» rispose con tono entusiastico. «Ti aspetto».

Fece una smorfia che la diceva lunga su come era indispettita. “Per fortuna non mi vede” pensò, chiudendo il libro.

«Va bene. Cercherò di fare prima possibile» ribatté poco convinta, mettendo un segno nel libro che teneva in mano.

Di malavoglia Lucy si alzò dalla comoda poltrona, stiracchiandosi come una gatta dopo avere ronfato beatamente per ore.

Stamattina, dopo l’uscita di Jean, si era lavata sommariamente indossando una t-shirt blu e leggings di cotone a pinocchietto per stare comoda. Non era sua intenzione di mettere il naso fuori dalla porta, ma di leggere Flaubert, visto che aveva la casa a sua disposizione senza timore di vedere comparire Jean con Sally. Sorrise, perché sapeva che Sally da aprile non l’aveva più rivista, anche se Jean la frequentava. Nella giornata odierna aveva captato una telefonata tra loro per accordarsi come trascorrerla.

Adesso però lo scenario era mutato senza che avesse avuto la forza di rispondere: «No, grazie. Preferisco starmene in casa».

Guardò l’orologio che segnava le quattordici e doveva sbrigarsi se voleva raggiungere Rachid nei tempi concordati. Non aveva mangiato nulla da quando aveva fatto colazione con caffè e croissant caldi e adesso sentiva che lo stomaco reclamava quanto gli spettava.

«Se mi preparo qualcosa di caldo, non esco più. Chissà se c’è qualcosa in frigo da mettere sotto i denti». Parlava da sola esaminando nell’armadio alla ricerca di qualcosa di comodo e casual da indossare. Però al tempo stesso doveva essere sufficientemente elegante, perché non amava vestirsi in maniera disordinata accostando colori e capi a caso.

Mentre i resti di una baguette del giorno prima si doravano nel microonde, scelse una camicetta azzurra di lino e un paio di jeans sbiaditi con comode ballerine.

Sui tocchetti di baguette croccanti spalmò del Camerbert de Normandie, accompagnati da un calice di Chablis Grand Cru fresco e ricco di aroma, mentre si allacciava i bottoni facendo attenzione a non sporcarsi.

«Accidenti!» imprecò quando pezzetti di formaggio e qualche goccia di vino finivano sulla camicetta. «Ora devo cercare qualcos’altro e si fa tardi».

Il suo umore cambiò, perché il pensiero di passare il resto del pomeriggio ai Jardin du Luxembourg l’aveva resa ansiosa di uscire e stare all’aria aperta.

Il contrattempo di cambiare la camicetta la infastidì ma doveva farlo, se non voleva presentarsi con piccole macchie di unto sul lino.

Uscì con un pezzo di baguette in mano fino a Gare de Lyon per prendere la RER D. Un cambio a Châtelet-Les Halles per il Luxembourg.

«Ciao!» disse abbracciando con calore Rachid «La tua telefonata mi ha salvata!» e si sistemarono sul prato.