Archivi categoria: Racconto

Incipit profetico – la mia storia nro 4

Standard

Una vecchia sfida di Scrivere creativo. Inventare una storia usando l’incipit iniziale.

I giganti dormiranno sotto i nostri letti, ma le nostre paure saranno lontane. Cosa farai tu domani, Joseph?

Era questo il pensiero di Dora, che mescolava con vigore nel paiolo. Joseph con fare da cospiratore aveva ipotizzato che gli alieni avrebbero invaso la terra per punire questa landa di peccatori.

Lei aveva riso alla profezia catastrofica del compagno, che dopo aver parlato si era allontanato. Dora aveva messo nel paiolo di rame acqua e verdure appendendolo nel caminetto. Doveva mescolare tutti gli ingredienti per ottenere un brodo scuro e denso. Mentre faceva questa operazione con vigore, ripensò alle parole di Joseph. “Le nostre paure saranno lontane. Quali paure?” Non era solo questo dubbio che aveva cominciato il suo lavorio nella testa di Dora ma anche quel pezzo finale ‘Cosa farai tu, Joseph?’. Ricordava bene quella frase finale dopo il lungo discorso sconclusionato del suo compagno. “Parlava con se stesso oppure riportava qualcosa detto da altri? Se erano parole pronunciate da una misteriosa persona, chi era costui?”

Qualcosa non tornava nella mente di Dora, che assaggiò il brodo. Era al punto giusto. Adesso veniva l’operazione più delicata: staccare dal gancio il paiolo e versarne il contenuto nel pentolone, annerito dal fuoco. Doveva fare attenzione per evitare che qualche schizzo la raggiungesse. Aveva le braccia piena di scottature e non voleva aggiungerne altre.

Scacciò dalla testa le parole di Joseph, tanto quelle non sarebbero scappate, e si concentrò sull’operazione con la mente sgombra da pensieri.

«Uno, due e tre!» esclamò afferrando con decisione i manici del paiolo e con gesto fermo lo sganciò.

Pesava e ribolliva mentre con pazienza versava il contenuto nel pentolone. Adesso poteva concentrarsi sulle parole di Joseph. In primo luogo aveva parlato di alieni. “Ma chi erano costoro?” si chiese con una punta di scetticismo. La parola le ricordava qualcosa di confuso, di estraneo alla comunità dei mormoni.

«Alieni?» fece, sedendosi sul gradino del focolare per scaldare le ossa infreddolite. «Ma poi ha parlato di giganti».

A questo punto qualcosa non tornava. Sia lei che Joseph erano tutt’altro che bassi di statura ma nemmeno il resto della comunità scherzava con l’altezza. Loro erano alti sei piedi ma molti li battevano. “Ma questi giganti quanto sono alti?” rifletté Dora col viso rosso per il caldo. “Ma come faranno a dormire sotto il nostro letto che misura poco più di sette piedi?”

Dora si alzò per mettere sul tavolo le scodelle per la zuppa di verdure e prese il pane dalla madia, affettandolo in grosse fette. Aggiunse le posate di stagno e due rozzi boccali di legno hickory. Tra non molto Joseph sarebbe tornato dai campi e avrebbe pretese la sua razione di cibo.

Dora rimuginava sulle parole ascoltate prima che il compagno uscisse, presumendo che sarebbe andato nel campo di patate a diradare le piante e cacciare le talpe che mangiavano i tuberi già pronti.

“Dunque dobbiamo ospitare sotto i nostri letti dei giganti…” pensò la donna ma qualcosa non tornava nella sua riflessione. “Se questi fantomatici giganti, o alieni come ha detto confusamente Joseph, devono combattere i peccatori, perché devono dormire sotto il nostro letto? Noi non pecchiamo. Facciamo l’amore solo nei giorni comandati dal Signore. Preghiamo tutte le mattine e le sere come prima dei pasti. Non desidero altro uomo che Joseph e lui altra donna che me”. A lei stonava il connubio tra peccatori e giganti dormienti sotto il letto. “Uno? Due? Quanti?” si chiese Dora, sedendosi sulla sedia. “Ma dormono solo o devono anche mangiare?”

Troppi dubbi l’assillavano. Doveva aspettare Joseph per scioglierli.

Annunci

La mia storia – miniesercizio nro 59

Standard

Scrivere creativo spera che la mia fantasia faccia faville 😀

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– L’orologio dell’avvocato

– Odore di rosmarino

– Una strada dissestata

– La foto seguente

calm-2315559_1920

 

Carolina osservò il bicchiere sul tavolo. Qualcosa non la convinceva. Piegò la testa ma quello continuava ad apparire strano. Si alzò avvicinandosi alla finestra. Sul davanzale stavano una pianta di rosmarino e una di basilico. L’aprì per schiarirsi le idee e fu accolta dall’intenso profumo delle due piante. Andò in cucina per prendere dell’acqua. Avevano sete.

Passando accanto al tavolo osservò di nuovo il bicchiere. “Non può essere che l’acqua si disponga storta” si disse Carolina, distogliendo lo sguardo da quella visione sconvolgente.

Annaffiava le due piantine, quando squillò il telefono.

«Preparati. Tra mezz’ora sono sotto casa» disse Enrico senza lasciarla parlare.

“Oggi pare tutto confuso” pensò Carolina sconcertata, mentre indossava i jeans e una t-shirt.

Una violenta suonata di clacson l’avvertì che Enrico era arrivato. Un veloce bacio e una sgommata verso i monti.

Carolina sobbalzò. Osservò il polso di Enrico e poi il viso. Non poteva crederci. Sembrava Gianni con l’orologio sul polsino della camicia. Anzi era lui. Confusa non capiva dove si trovava. Unica realtà era la strada dissestata che la faceva sobbalzare. Una buca presa male la riportò alla realtà.

Aprì gli occhi e tastò alla sua destra. Enrico ronfava come un trombone.

La confusione aumentò.

Sfida doppia – mini esercizio e incipit profetico

Standard

Questa volta pubblico una doppia sfida di Scrivere Creativo.

Come incipit profetico ecco cosa ho pensato

“Berrai dal bicchiere di Andrea, ti ammalerai e…”

Quella menagramo di Ofelia, la fattucchiera che mi leggeva la mano, mi ha predetto questo.

Peccato, che abbia toppato alla grande. Io non conosco nessun Andrea.

Mentre come miniesercizio

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un vento molto forte

– Una scuola

– La foto seguente

glass-100967_1920

Una folata di vento fortissimo strappa il cappello a Roberto che cerca d’inseguirlo prima che scompaia all’orizzonte.

Vola di là dalla strada, oltre una cancellata arrugginita e si appoggia molle su un roseto quasi selvatico sulle ventitré.

“Accidenti” impreca Roberto attraversando la via. Il vento s’è chetato ma pronto a riprendere la sua furia.

Roberto è un uomo di mezz’età, quasi calvo e con la barba grigiastra. Un po’ in sovrappeso e la corsa per inseguire il suo feltro gli ha messo il fiatone. Davanti alla recinzione si chiede come entrare. Non vede cancelli oppure porte. Sbuffando si arrampica per scavalcarla. Si impiglia, strappa i pantaloni ma passa nel giardino. Guardingo si avvicina al suo cappello, temendo un altro colpo di vento che arriva puntuale spingendolo lontano verso un edificio basso dal tetto rosso.

Due bestemmie. Nemmeno sottovoce. Nuova corsa verso il punto dove si è posato. Finalmente riesce a recuperarlo, quando…

Si apre la porta e una signora dai capelli biondi ossigenati compare con due bicchieri di spumante.

«Buon compleanno, Roberto!» e gli porge il flute con un frutto dentro.

La mia storia – miniesercizio 29

Standard

Tratto da Wikipedia

Scrivere creativo è un vulcano e ne pensa sempre una nuova al giorno. Ecco la sua sfida

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un vecchio saggio

– Un tulipano

– La foto seguente

chandelier-2306308_1920

Chiara era partita per il grande viaggio, quello sognato da una vita. Arrivata a destinazione sui contrafforti dell’India al confine tibetano, si fermò a Shimla. A 2100 metri si respirava l’aria frizzante del Himalaya e il fascino dell’India profonda. Con lo zaino in spalla, guardata con sospetto si agirò per strade polverose fino a giungere a una costruzione bassa dal tetto rosso. Si avvicinò, assalita da un nugolo di scimmie. Un terrore folle si impadronì di Chiara, che si rifugiò all’interno, che era debolmente rischiarato da lampade rosseggianti appese al soffitto basso. Un morbido tappeto attutiva i suoi passi. Si guardò intorno alla ricerca di una presenza umana. In un angolo stava una statua impressionate da vedere: colore scuro del viso, occhi arrossati, lingua sporgente e un terzo occhio. L’espressione aggressiva con quattro braccia che parevano mulinare per la sala rendeva l’atmosfera carica di tensione.

Chiara sobbalzò per il tocco leggero sulla spalla, girandosi di scatto. Un uomo esageratamente vecchio e canuto le faceva segno si sedersi davanti a lui.

«Tu sei alla ricerca del fiore della felicità e del simbolo della saggezza. Un calice colorato come questo» e le pose in mano qualcosa che assomigliava a un tulipano bianco.

Incipit profetico – nro 2

Standard

Scrivere creativo propone un secondo incipit profetico

“Giovedì Laura mi amerà. Prima di pranzo andremo al mare, staremo sulla spiaggia, da soli. A cena, davanti al tramonto, mi inginocchierò e …”

Giovedì Laura mi amerà. Prima di pranzo andremo al mare, staremo sulla spiaggia, da soli. A cena, davanti al tramonto, mi inginocchierò e …’. L’ispirazione si seccò a Giovanni.

Fissò il foglio bianco con quelle due righe. Depose l’hastil dorata e rimase con l’occhio fermo a quei puntini di sospensione.

Giovanni odiava il computer e scriveva le sue storie ancora con la penna stilografica, che suscitava i risolini di scherno degli amici. Però lui si ostinava a fare così. “A cosa serve la videoscrittura se poi non mando nulla a una casa editrice?” pensò, mentre si grattava con vigore la guancia pelosa. Si girò e vide alle sue spalle la fila ordinata di quaderni ad anelli di vari colori. Rossi per i romanzi, blu per i racconti e gialli per le poesie. Il rosso era predominante, gli altri facevano da corona.

Accartocciò il foglio che finì con lancio perfetto nel cestino, già pieno fino all’orlo. Ne prese uno vergine dalla pila sulla scrivania e cominciò a scrivere.

Giovedì Laura mi amerà. Prima di pranzo andremo al mare, staremo sulla spiaggia, da soli. A cena, davanti al tramonto, mi inginocchierò e …’

Ma nulla. La mente si ostinava a chiudersi su se stessa. Non ne voleva sapere di proseguire. Questo incipit profetico l’aveva colpito ma tutto si era arenato a lì. “Lo lascio sedimentare?” si disse, stringendo gli occhi. Gli sembrò una buona idea. Messo il cappuccio alla penna e deposta con delicatezza sul foglio appena scarabocchiato con questa frase, si alzò per andare alla finestra. “Sedimenta, sedimenta” pensò, ammirando la campagna, che stranamente era verde, un po’ ingiallito a dire il vero, nonostante il caldo che da settimane gravava sulla pianura.

«Ma Laura chi è?»

Giovanni si specchiò nel vetro chiedendosi se lui aveva una Laura.

«No. Nessuna Laura in vista. Quindi giovedì gnocchi e per di più da solo. Niente in ginocchio da te» commentò Giovanni, che si girò di scatto, tornando alla sua postazione.

‘… le dirò. – Mi dispiace ma io non ti amo.

La mia storia – miniesercizio 28

Standard

Nuova sfida su Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un’auto da corsa

– Un gatto

– La foto seguente

crown-2468268_1920

 

Gino era a Londra per assistere a due eventi: l’incoronazione di Carlo e la corsa a Silverstone. “Però…”, pensò Gino grattandosi la testa, “c’è sempre un però”. Doveva scegliere, perché non sarebbe riuscito a vederle entrambe.

Si aggirava per Milton Road quando vide esposta la copia della corona che sarebbe stata sul capo di Carlo.

«Quanto costa?» chiese al commesso segaligno che l’aveva accolto con un inchino.

«Non è in vendita» rispose senza scomporsi.

“Se è in vetrina, allora è in vendita. Ma come convincere questo pinguino?”

Si avvicinò alla corona, che era di legno dorato. Un cartellino penzolava. Cento pounds. “Pounds?” si disse sfiorando con un dito la croce. “Peccato lasciarla lì”. Guardò l’ora. si rese conto che doveva volare se intendeva prendere la navetta per Silverstone. Mentre camminava per arrivare alla stazione un gatto lo seguiva. Non era molto in carne e lo fissava come per dire ‘Ho fame’.

«Vieni piccolo» gli disse prendendolo in braccio. «Si va a mangiare» ed entrò in un negozio per prendere delle crocchette.

«La navetta è persa?» borbottò, mentre in un piatto metteva il mangiare. «Mi comprerò un modellino di Ferrari Formula 1 e la farò correre nel salotto di casa».

La mia storia – miniesercizio 27

Standard

Scrivere creativo ha cambiato qualche regola.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Un gessetto da lavagna viola
– Un telefono
– La foto seguente
hook-479270_1920
ecco la mia storia

Roberto appese al gancio della gru la cassa e fece segno di sollevarla.

Lentamente si alzò dondolante come un corpo morto. Roberto si spostò fuori portata nel caso si fosse sganciata. Non era la prima volta ma nemmeno l’ultima, pensò appoggiando la schiena alla parete. Prese una sigaretta ma la tenne tra le labbra. Lì dentro non poteva fumare ma doveva salire sul terrazzo all’ultimo piano. Tre piani senza ascensore per togliere il vizio del tabagismo.

Con delicatezza l’operatore dentro la sua cabina depose la cassa nel container, dove venne sganciata con un piccolo colpo. Roberto prese il gessetto viola e contrassegnò l’avvenuto carico sulla lavagna alle sue spalle.

Roberto sorrise, pensando che nel ventunesimo secolo si usava ancora il gessetto colorato per stabilire quando il container aveva fatto il pieno. Ne mancavano ancora cento prima di passare al successivo. Almeno questo gli sembrava a spanne. Era concentrato su questo conto quando avvertì una vibrazione nella tasca posteriore della tuta.

«Porca miseria» imprecò sotto voce. Si era dimenticato di spegnere il telefonino.

Miniesercizio bonus 2 – la mia storia

Standard

Scrivere creativo è un vulcano e propone questo

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Un veliero
– La luna piena
– La foto seguente

closet-426388_1920

 

Nella notte di luna piena Tino in piedi sul terrazzo del vecchio palazzo in cima alla collina era a naso in su alla ricerca della sospirata scia per formulare il desiderio.

Aveva ricevuto un messaggio: “Trovati a mezzanotte nel Palazzo Vecchio”. La curiosità prevalse sulla prudenza raggiungendo con la Punto la villa chiamata Palazzo Vecchio. Trovato il cancello aperto si era insospettito ma entrò parcheggiandola davanti ai gradini d’accesso. Bussò alla porta.

«C’è nessuno?» aveva gridato per darsi coraggio. Assoluto silenzio rotto dal verso della civetta nascosta da qualche parte. Girò il pomello a forma di mano e sentì un clack. Era scattata la serratura. Spinto il battente, si aprì cigolando. L’ingresso era buio. Andò a prendere la torcia dall’auto.

L’interno aveva i segni dell’abbandono. Le stanze sporche, i mobili non parevano in buono stato sotto un velo di polvere bianca. La scala di legno che portava alla zona nobile era intaccata dai tarli ma Tino proseguì. L’adrenalina lo spingeva a salire. Sulle pareti del corridoio erano appesi quadri. Imbarcazioni e volti. Notò un veliero sulla cui stava scritto ‘segui la scia e troverai un tesoro’.

Tino si grattò la guancia. “Quale scia?” si chiese guardandosi attorno con l’aiuto della torcia. “Non vedo scie”. Proseguì fino a una portafinestra aperta sul terrazzo che dominava la città. Il cielo stellato invitava a guardarlo. Un lampo. La notte di San Lorenzo. Ecco la scia che devo cercare, pensò mettendosi a naso in su.

Stava per rientrare, quando una striscia luminosa segnò l’oscurità. Formulò in fretta un desiderio confuso: «Fammi trovare il tesoro».

“Dove?” pensò Tino ripercorrendo il corridoio fino al veliero caduto a terra. Vide una porta sormontata da un arco. Non c’erano maniglie. Con la mano passò i riquadri ma questa rimaneva chiusa. Con i polpastrelli scivolò sulle cornici, finché non avvertì qualcosa. Lo illuminò e con l’indice lo spinse. Uno scatto metallico. Il battente si scostò di un dito sufficiente per infilare il medio e tirarlo verso di lui. Senza un suono si aprì lasciando vedere una vecchia cassaforte.

Tino l’illuminò. Girò la maniglia di ottone senza risultato. Stava per allontanarsi deluso, quando notò delle chiavi appese alla parete. Infilatele nelle tre serrature ruotò il congegno di apertura.

«Oh!»

La copia in oro e argento del veliero faceva bella mostra e non solo quello.

Tino mise tutto nella borsa di cotone pronta per essere riempita.

Uscito la luna piena gli strizzò l’occhio. Una nuova scia infiammò il cielo.

Incipit profetico – n.ro 1

Standard

 

Scrivere creativo propone ogni giorno un incipit profetico. Questo è il primo.

 

Saranno tre donne. Apriranno la seconda porta del tempio e lo saccheggeranno. Fuggiranno come volpi e soltanto un bambino vedrà il loro viso.

Quel fanciullo era Giacomo e viveva in una città lontana nel tempo e dal luogo.

Le tre donne indossavano uno strano vestito ricco di colori, che il bambino non aveva mai visto. Avevano età e statura diverse ma erano svelte come dei gatti. Giacomo le osservò come con destrezza avevano aperto la seconda porta del tempio, un portale di legno massiccio intarsiato d’oro. Anche quell’immagine lo affascinò, perché non ricordava di avere mai visto nulla di simile, nemmeno sul libro di storia della scuola.

“Ma dove sono?” si chiese incapace di staccare la vista da quella visione.

La più vecchia del gruppo si intrufolò nella piccola apertura del portone, seguita dalle altre due. Percossero un corridoio buio rischiarato debolmente da torce morenti.

«Svelte» incitò la donna, di cui si intravedeva solo il viso dal colorito olivastro. «Non possiamo perdere tempo. Il gran maestro sa già che c’è stata un’intrusione nel tempio e sta accorrendo coi soldati».

A passo svelto raggiunsero il centro della sala, dove su un piedistallo stava una coppa ricolma d’oro e d’argento. Il tesoro del tempio di Visnù. Le due giovani l’afferrano e la vuotarono in un enorme bisaccia che la guida del gruppo estrasse da sotto il sari.

«Veloci. Andiamocene» intimò la donna con la sacca caricata sulla spalla. Era curva sotto il suo peso ma camminava svelta verso il portone, prima che si richiudesse intrappolandole nel tempio.

Giacomo a bocca aperta per la sorpresa e la curiosità ascoltava e osservava con gli occhi sgranati per lo stupore. Con le mani le incitava a fuggire, perché la porta senza rumore aveva iniziato a chiudersi.

La guida delle tre donne si fermò e spinse fuori le altre due.

«Forza» gridò Giacomo, pensando di aiutarla a uscire. «Forza, scappa o rimarrai chiusa dentro».

Con un balzo la donna uscì dalla fessura ma il sari rimase impigliato nel battente chiuso. Provò a tirarlo, a strapparlo ma pareva che fosse impossibile sia a romperlo che a estrarlo. Con mossa rapida si girò più volte abbandonando l’indumento per terra e rimanendo con una sottogonna e una camicia bianca.

Giacomo applaudì quando alla fine la donna a lunghe falcate raggiunse le altre due, che non si erano accorte di nulla.

«Correte. Correte» le incitò Giacomo che vedeva arrivare dalla città un uomo dalla barba bianca e dal turbante azzurro, avvolto in una tunica bianca che avanzava seguita dai soldati.

Le tre donne con la pesante bisaccia che impediva di correre più rapidamente si avviarono verso un bosco di piante basse e quasi secche, sollevando polvere e sassi al loro passaggio.

Giacomo fremeva, perché avrebbe voluto aiutarle a fuggire. In quel posto sarebbe stato difficile nascondersi e sarebbero state facilmente individuate e catturate.

“Perché parteggio per loro?” si chiese il bambino. “Hanno profanato un tempio ma sono anche delle ladre”.

Ricordava gli insegnamenti della madre. Non doveva nominare il nome di Dio invano, né comportarsi in modo sconveniente nei luoghi di culto. Però quello su cui batteva di più era che non doveva rubare. Dunque lui parteggiava per chi aveva infranto le regole. Però secondo la sua visone erano le più deboli e si si doveva aiutarle.

La corsa delle tre donne nel misero boschetto divenne sempre più debole, mentre faticavano a respirare per la polvere e il caldo. Il brahmano e i soldati erano sempre più vicini e urlavano di fermarsi.

«Correte più forte. C’è una grotta a cento metri» gridò Giacomo che si torceva le mani per l’ansia. «Ancora un piccolo sforzo».

La più giovane del gruppo ruzzolò a terra esausta e ansante, scuotendo la testa, perché non aveva intenzione di alzarsi.

«Madre, Ajala è caduta e non vuole alzarsi» disse la fanciulla fermandosi accanto alla sorella.

La donna valutò la distanza che le separava dalla grotta, il punto di salvezza, e quanto erano vicini i soldati. Fece due balzi e gettò la sacca nell’imboccatura e ritornò sui suoi passi.

«Giacomo, Giacomo».

La voce di sua madre lo stava svegliando.

«Giacomo, stai facendo il tuo solito brutto sogno?» chiese la donna vicino al letto.

«Uffa, mamma. Ho perso il finale».

Disestoria – secondo appuntamento di storie da inventare

Standard

IMG_20170811_175110-01-01

tratto da Scrivere creativo

Dato il disegno, ecco la storia.

Era la festa della Vulandra al Parco Urbano di Ferrara. Tutti sul prato a naso in su per vedere quelle forme variopinte che il vento porta in alto.

Simone passando di fianco all’area in macchina con suo padre le vide volare nel cielo che si muovevano sinuose e affascinanti. Rimase a bocca aperta. Non aveva mai visto un aquilone, ne ignorava l’esistenza.

Simone era un bambino sveglio di otto anni che aveva sempre vissuto in città. Il suo mondo era chiuso tra quattro mura: quelle del suo appartamento. La televisione, i videogiochi, il computer erano i suoi compagni nelle ore di relax. La corte del condominio era off limits per i bambini, sempre occupato dalle auto dei condomini. Gli unici spazi verdi che conosceva erano i parchi cittadini e la minuscola area nel cortile della sua scuola. Alla domenica i genitori lo portavano dai nonni in campagna ma questa non era più quella di una volta col pollaio e le stalle. Adesso era tutto pulito e ordinato. Il piccolo orto dietro la loro casa, il giuggiolo e il melograno nel giardino di fronte e il prato su cui correre senza pericoli. Però gli animali di un tempo, il pollo, il maiale, la mucca, non si vedevano più. Li aveva osservati sul libro scolastico. Troppo poco per soddisfare la sua curiosità.

L’auto di suo padre era ferma al semaforo, che dava il via libera a una folla festante di bambini e adulti diretti nel Parco Urbano. Simone sembrava paralizzato dalla sorpresa di vedere nel cielo azzurro sostenuto da un vento gagliardo tanti oggetti colorati.

«Papà» disse girando il collo per osservarli, mentre la macchina ripartiva col verde. «Perché non ci andiamo anche noi domani? Siamo in festa».

Lorenzo sorrise. Ricordi di quando era bambino e preparava l’aquilone con stecche di bambù, carta colorata, colla di farina prodotta in casa e un rocchetto di spago. Aveva la forma di un rombo con una lunga coda colorata. Poi via di corsa nel prato delle sottomura cittadine per farlo innalzare nel cielo. “Altri tempi” sospirò il padre. “La fantasia non mancava per crearci i giochi”.

«Ma certo, Simone» e gli scompigliò i capelli mentre l’auto correva verso il centro città. «Domani, se non piove, ci andiamo».

A fine aprile era ormai un appuntamento fisso per Ferrara il festival della Vulandra dove si potevano ammirare piccoli capolavori d’ingegneria aerea accoppiata alla fantasia dei progettisti. Però Simone non ci era mai stato né Lorenzo gli aveva proposto di andarci.

Era un’occasione ghiotta per entrambi. Un pomeriggio all’aria aperta sui prati del Parco Urbano a due passi dal centro storico. Lorenzo aveva accompagnato nel settembre precedente il figlio ad ammirare la festa delle mongolfiere ma quello della Vulandra non era un appuntamento ancora provato.

Era il giorno di San Giorgio, il patrono della città, quando padre e figlio sulle loro biciclette raggiunsero il Parco Urbano, brulicante di bambini e di molti adulti, che erano tornati indietro nel tempo. Il cielo era colorato da mille forme, guidate dalle mani esperte dei loro proprietari. Un tripudio di gioia e spensieratezza.

In un angolo del prato un uomo circondato da bambini ma non solo spiegava come costruire un aquilone. Simone ascoltava senza dire una parola, senza perderne nemmeno una sillaba dell’istruttore. Doveva immagazzinarle tutte, perché voleva costruirsi un aquilone.

«Papà, ne facciamo uno anche noi?» chiese Simone, mentre andavano a recuperare le loro biciclette.

«Certamente» affermò Lorenzo, tenendolo per mano. «Sabato passiamo dal negozio di hobbystica in Corso Giovecca a comprare quanto serve».

Il padre era tornato bambino, mentre il figlio si riappropriava dei divertimenti di un tempo.