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La sbronza – il seguito

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Ho scritto il seguito di una sbronza che potete leggere qui.

Dan avanzò di un passo. Poi un altro. Quel imbecille di negro mi vuole aggredire. L’ho sempre detto che bisogna farli fuori tutti, si disse, mentre con gli occhi azzurri chiaro cercava d’inquadrarlo. Lo vedeva barcollare avanti e indietro, ora a destra e poi a sinistra. Non potrebbe starsene fermo quello sporco negro, mormorò ficcando le mani ancora più a fondo nelle tasche.

Sentì il freddo delle chiavi, mentre una folata di vento ancora più gelida spinse alle spalle lo spolverino blu e penetrò nella camicia. Rabbrividì ma non aveva tempo di pensare al freddo adesso doveva difendersi da quello stronzo di negro che impugnava un revolver.

Non aveva nulla con cui difendersi e lo sguardo ruotò intorno alla ricerca di qualcosa. Nulla, proprio nulla. Non poteva entrare da Schmidt & Schindler, perché la porta era chiusa e poi dentro avrebbe trovato i suoi compari. Dalla padella alle braci, pensò con la mente annebbiata dal troppo bere.

Però, merda, disse a denti stretti, non potrebbe stare fermo un attimo? Di sicuro era stato lui a rubarmi la macchina. Era una certezza che veniva dal fatto che non c’era più dove l’aveva parcheggiata.

Sonny era fermo col cavo avvolto sul pugno destro e la scatola dell’interruttore a penzoloni. Aspettava e basta. Quello sporco bianco continuava a tenere la mano dentro la tasca della giacca che mostrava il gonfiore di una calibro 38. Barcollava minaccioso col ghigno a tratti illuminato dalle luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor. Non era un bel vedere, rifletté Sonny che girò velocemente lo sguardo verso la porta di servizio della tavola calda. Era troppo distante, se avesse voluto correre per infilarsi al sicuro. Il tempo di girarsi e fare i cinquanta passi e lui sarebbe morto stecchito da un proiettile calibro 38, che gli avrebbe aperto un buco nella schiena grosso come un pugno. E lui a morire non ci stava. Maledisse una volta di più quegli ubriaconi molesti di bianchi, che si ritenevano unti dal signore e liberi di sparare ai negri.

Dan mosse qualche passo in avanti mentre Sonny ne faceva due indietro. Si fronteggiavano senza proferire parola, mentre le folate di vento facevano rotolare un bidone della spazzatura in mezzo al vicolo. Un rumore sordo che rimbalzava tra le pareti della strada.

Dan e Sonny si voltarono all’unisono in direzione del frastuono generato dal bidone. Non videro niente. Don arretrò di tre passi, tenendo sempre le mani in tasca. Sonny si spostò di lato verso il muro.

«Che cazzo ha di muoversi come se fosse ubriaco?» esclamò Dan, retrocedendo di altri tre passi.

Sonny sogghignò. «Gli ho fatto paura» borbottò, mentre si avvicinava alla porta di servizio.

Dan con la coda dell’occhio vide un poliziotto che a piedi perlustrava la Trentasettesima, mentre la macchina della NYPD andava a passo d’uomo a fianco.

«Ehi! Polizia!» urlò Dan, agitando una mano. «Un cazzo di negro mi vuole sparare!»

Sonny s’infilò rapido nella porta di servizio che chiuse con fracasso alle sue spalle.

Dan si girò e non vide più nulla. Il negro si era dissolto. Devo smettere di bere, pensò tornando sulla Trentasettesima, oppure vedrò negri che mi vogliono sparare dappertutto.

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Una sbronza

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Era il ventotto dicembre e non era riuscito a smettere di bere. Anzi, era più sbronzo di prima.

Un vento gelido e tagliente come un rasoio fischiava per la Quinta Avenue, gli gonfiava lo spolverino e gli sferzava le costole. Di abbottonarsi la giacca non gli passava neanche per l’anticamera del cervello. Era troppo ubriaco per farci caso. L’andatura era barcollante mentre andava in direzione nord, verso la Trentasettesima Strada, dritto nelle fauci del vento, imprecando come un ossesso.

Tra una folata e l’altra, il volto affilato e arcigno si era fatto paonazzo, mentre gli occhi azzurri chiaro avevano un che di spiritato. Era un’immagine davvero terrificante, con la sequela d’imprecazioni lanciate contro la notte.

Quando raggiunse la Trentasettesima si accorse che dall’ultima volta, che era passato di lì, c’era qualcosa di diverso. Però non capiva dove fosse il diverso.

Quando fosse stata, quell’ultima volta, proprio non riusciva a ricordarselo. C’era un vuoto nella sua testa. Gettò un’occhiata all’orologio per tentare di capirci un po’ di più. Erano le quattro e trentotto del mattino.

Una risata isterica ruppe il silenzio della notte. Per forza che la strada era deserta, pensò. Chiunque avesse avuto un briciolo di buon senso se ne sarebbe restato a letto. A un’ora del genere e col vento gelido da nord era molto meglio scaldarsi con una bella donna piuttosto che girare come uno scemo per la strada alla ricerca di qualcosa che non sapeva nemmeno lui.

In un momento di lucidità ebbe l’intuizione sul diverso che l’aveva colpito. Avevano spento le luci da Schmidt & Schindler, la tavola calda in cui prima aveva visto gli uomini delle pulizie al lavoro. Si ricordava benissimo delle luci lasciate accese, proprio per gli inservienti. E adesso erano spente.

S’insospettì all’istante. Spinse le porte a vetri piazzate in diagonale, proprio sul cantone, ma le trovò chiuse. Schiacciò il viso contro la vetrata sulla strada. Le luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor si riflettevano sulle superfici d’acciaio inox delle cucine e sui banconi in materiale plastico. Il suo sguardo frugò tra le scintillanti cuccume di caffè, i contenitori di minestra, i tostapane, i recipienti per il latte e per i succhi di frutta, e gli scomparti refrigerati. Poi passò sul pavimento in linoleum su entrambi i lati del bancone. Nessun segno di vita.

Pestò sulla porta e ne scrollò la maniglia.

«Aprite questa cazzo di porta!» gridò battendo i pugni sul vetro.

Nessuno si fece vivo.

Sbirciò dietro l’angolo, verso l’entrata di servizio sulla Trentasettesima.

Vide il negro nello stesso istante in cui il negro vide lui: indossava uno spolverino marrone di tela sopra una divisa di cotone blu, guanti bianchi da lavoro e un feltro scuro. Aveva qualcosa in mano.

Capì all’istante che era un uomo delle pulizie. Tutavia la vista di un negro lo convinse che la sua macchina era stata rubata, e non smarrita. Non avrebbe saputo dire il perché, ma ne era certo.

Ficcò una mano all’interno del soprabito e barcollò in avanti.

Arrivano i guai, pensò d’istinto il negro alla vista di quel bianco ubriaco che gli veniva incontro traballante. Ogni volta che esco a scaricare la spazzatura c’e’ sempre un ubriacone bianco del cazzo in cerca di guai.

Per di più era solo. Jimmy, che lo stava aiutando con l’immondizia, era sceso nel seminterrato a piazzare i bidoni sul montacarichi. E il terzo inserviente, Fat Sam, doveva essere andato nella cella frigorifera a prendere qualche pollo da mettere sulla griglia per colazione. Da lì, anche con lo sfiatatoio spento, non sarebbe stato in grado di sentirlo, se avesse gridato. Lo stesso valeva per Jimmy, giù di sotto dov’era. E quel bianco del cazzo aveva già cominciato ad agitare la pistola, neanche fosse stato uno sceriffo dell’Alabama. Prima di riuscire a chiamare aiuto, sarebbe stato stecchito.

Afferrò il pesante cavo collegato alla scatola dell’interruttore e se lo passò attorno al polso, a mo’ di arma rudimentale. Se quel figlio di puttana mi punta la pistola addosso, pensò, gli sbatto questo sulla testa fino a ridurgliela in pappa.

Gli bastò un’altra occhiata per cambiare idea. Da quando sono qui, è la terza volta che un bianco di merda mi punta una pistola contro, si ritrovò a pensare. Se riesco a sfangarmela e non mi succede niente, devo mollarlo, questo lavoro. Devo trovarmi un posto in un negozio dove ci lavora anche altra gente, com’è vero che il mio nome è Luke Williams. Perché questo sembrava pericoloso. Non come altri ubriaconi bianchi, che erano dei semplici rompicoglioni cacasotto. Questo sembrava davvero stronzo. Sembrava capace di sparare a un nero, così, tanto per passare il tempo.

Disegna la tua storia – La partenza

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Ripubblico qui il post del mio turno su Caffè Letterario.

Buona Lettura

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

Chi vuole partecipare al gioco del 2019?

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Morena Fanti e Io e il silenzio propongono una sfida che potete leggere qui.

Come sarà il 2054? Non lo sapete? Non avete la mitica sfera di cristallo? Non importa. Armatevi di penna stilografica, inchiostro di seppia marrone e carta in abbondanza – ma non troppa per non disboscare un’intera foresta – e mettete a frutto la vostra fantasia.

Nulla vi sarà precluso. Voli tipo Icaro o cadute all’inferno. Insomma il racconto è nelle vostre mani, anzi nella vostra testa.

Iscrivetevi – è tutto gratis  e non si vince nulla, almeno credo 😀 – Ci possiamo divertire spremendo le meningi.

Ah! per le regole… non so. Leggete e aspettate

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – Il villaggio fantasma

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Una splendida immagine di Etiliyle e un pizzico di fantasia per confezionare questo piccolo racconto

A Venusia andando verso levante si trovano i campi coltivati, per lo più vigneti, perché il vino non deve mai mancare. Lontano due miglia dall’ultima casa di Venusia c’è un piccolo boschetto di arbusti nemmeno troppo vistosi. Dicono che dietro si trovi il villaggio fantasma, che per i venusiani è altrettanto sacro come il bosco degli spiriti. Quindi nessuno si azzarda ad arrivare fino lì.

Per raggiungerlo si passa tra un appezzamento di terreno e l’altro, piccole strisce di terra dove l’erba non cresce mai, consumata dal continuo passaggio degli agricoltori e dei loro mezzi.

Sandra e Lorenzo sono una bella coppia. Lei è alta e dal fisico slanciato, con una chioma che ricade sulle spalle. Lui è più alto della compagna ma magro come un chiodo dai capelli castano chiari che d’estate tendono al rossiccio. Lei studia da medico, lui è già ingegnere. Delle credenze popolari non gliene importano niente per il banale motivo che non ci credono.

«Solo superstizioni» afferma Lorenzo quando parla coi suoi compaesani. «Fantasmi? Tutto ridicolo».

Alza le spalle e ci fa una gran risata.

Hanno esplorato il Castello e non sono morti, né hanno visto ombre vagare per le stanze. Eppure il Castello è curato da tutti i venusiani che si tassano ogni anno per la sua manutenzione.

Sandra aggiunge che i suoi concittadini pagano anche il vitto e l’alloggio del fantasma. «Che sia il famoso fantasmino? Quello del fantasma formaggino?» afferma con le lacrime agli occhi, mentre recita la famosa barzelletta.

«Un inglese, un francese e un italiano si sfidano a resistere una notte in un castello infestato da un fantasma. Il primo giorno si reca nel castello l’inglese. A mezzanotte appare un fantasma urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’inglese scappa terrorizzato.

Il secondo giorno si reca nel castello il francese. A mezzanotte il fantasma entra nella sua stanza urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!” e il francese scappa ancor più terrorizzato.

La terza notte è il turno dell’italiano. A mezzanotte il fantasma entra e urla “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’italiano risponde “Vieni qui che ti spalmo sul panino!”» e giù gran risate pensando ai suoi concittadini.

Un giorno d’estate Sandra e Lorenzo decidono di arrivare al mitico villaggio nascosto.

Tenendosi per mano si avviano a percorrere le due miglia che li separa dal boschetto. Qui trovano un vero intrico di rovi e arbusti: biancospino e gelsomino selvatico, sambuco e gelso. Ci girano attorno finché non trovano una piccola apertura con un sentiero appena accennato. Un passaggio sotto una cupola di verde.

Sandra e Lorenzo si abbassano per non rimanere impigliati coi capelli nei rami delle piante. Sono allegri e felici per questa scampagnata che hanno programmato da tempo. Il boschetto non è molto lungo da attraversare e dopo pochi minuti sbucano fuori.

«Oh!» mormora Sandra facendo una smorfia di disappunto. «Tutto qui?»

Quattro case o meglio qualche muro ricoperto d’edera è quello che resta del villaggio fantasma.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il gatto

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Sa questa splendida immagine di Etiliyle nasce questo mini racconto.

Buona lettura

I gatti a Venusia non ci sono o almeno non c’erano fino a oggi. In realtà nemmeno i cani sono abbondanti. L’unico è Tobia, il meticcio di Sofia. Quando d’inverno gli animali del bosco spinti dalla neve scendono fino alla periferia di Venusia i venusiani vorrebbero imbracciare le doppiette e sparare. Peccato che non esistono doppiette a Venusia per il banale motivo che i selvatici vivono nel bosco degli spiriti, dove neanche morti i venusiani vogliono entrarci. Quindi l’unico armaiolo di Venusia ha dichiarato fallimento per mancanza di clienti anni prima che si scrivessero le cronache di Venusia. Era stato un tentativo maldestro di Ughetto finito malamente. Così quella bottega ha chiuso i battenti in breve tempo. Per farla breve i venusiani sono pacifici, non amano le armi ma nemmeno gli animali. Insomma esiste una tregua fragile tra loro e i selvatici. I venusiani non vanno nel bosco degli spiriti, i selvatici rimangono nel loro ghetto, salvo annate particolarmente nevose.

Quando un giorno di primavera di quest’anno è comparso un gatto bianco con macchie nere accanto al muretto a secco del giardino pubblico tutti si sono interrogati per conoscere chi l’aveva introdotto a Venusia.

«È tuo quel gatto?» chiede Mario ad Alberto che nega vistosamente con la testa.

È tutto un domandare: «È tuo quel gatto?» ma nessuno afferma di conoscere la provenienza del felino, che se ne sta fermo al sole con l’occhio verde sornione, mentre quello azzurro è semichiuso.

In apparenza distaccato rispetto alla curiosità dei venusiani che in processione passano, guardano e commentano. In realtà attentissimo che nessuno si avvicini troppo.

Sofia col suo meticcio si avvicina per scattargli qualche fotografia ma subito il gatto inarca la schiena e soffia mostrando i denti. Tobia lo guarda con occhio indifferente si chi si ritiene superiore, quasi a snobbare la minacciosa difesa del felino.

«Tu stia qui senza muoverti» intima Sofia al suo cane con un gesto perentorio della mano, mentre si avvicina al gatto che continua a soffiare furioso.

La ragazza si ferma allungando una mano in segno di pace. La tiene avanti a sé senza muoverla, aspettando che il micio l’annusi per bene. Se l’odore gli piace farà amicizia, viceversa amici come prima.

Il gatto si rilassa osservando di soppiatto che il suo nemico resta fermo immobile a distanza di sicurezza. Scruta la ragazza che è ferma immobile in attesa che lui faccia un passo in avanti. Allunga il collo e annusa quale odore emana quella mano ferma a pochi centimetri dal suo naso. Lo trova di suo gradimento e strofina la testa sulle dita, aspettando una coccola.

«Bravo micio» sussurra Sofia, mentre Tobia freme per la gelosia verso quell’animale che sta ricevendo una carezza.

«Hai fame?»

Un miagolio sembra confermare che non disdegna di mandare giù qualcosa. In effetti avrebbe anche sete ma l’umana forse non l’ha capito.

Sofia, seguita come un’ombra da Tobia, va a recuperare una ciotola di latte e una di acqua.

Il gatto gradisce l’acqua me pare riluttante verso il latte. Avrebbe gradito qualcosa di solido ma in mancanza di altro a malincuore passa la lingua su quel liquidi biancastro.

Si lecca i baffi, sbadiglia annoiato e si distende per schiacciare un pisolino, tenendo l’occhio verde sempre aperto.

Non si fida di quel cane.

Il gatto come è arrivato in modo misterioso se ne va senza lasciare tracce un paio di giorni dopo la sua comparsa.

I venusiano tirano un sospiro di sollievo.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Il sentiero nel bosco

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Una bella foto di Waldprok un po’ di parole mie ed ecco confezionata la storia.

Il viottolo conduce nel bosco sulla montagna di Venusia. Ai venusiani, come si sa, non piace avventurarsi dentro. Dicono che si disturbano gli spiriti.

“Ma sarà vero?” si domanda Sofia, mentre avanza con passo sicuro su questo sentiero insieme al fido Tobia.

Lei non ci crede. Per lei è un semplice bosco, nemmeno troppo curato, cresciuto selvaggio e senza una guida. Proprio per questa peculiarità Sofia lo trova attraente. Gli alberi crescono e muoiono e nuove essenze nascono al posto di quelle vecchie.

Se tira il vento da nord gagliardo, quelli malati chinano la testa e franano sul terreno, dove malinconici aspettano che insetti e il tempo li trasformino in humus fertile per la terra.

Sofia studia da agronomo e la sua ambizione è quella di diventare la guardiana del bosco. A lei piace quando la natura cresce ribelle senza regole imposte dall’uomo, in particolare dai venusiani che di ecologia ne capiscono ancora meno. Parlate loro di vino, di non fare nulla, di oziare da Sghego e diventano dei campioni mondiali in queste categorie ma di natura nulla. Per loro non esiste, è un’appendice di Venusia che non bisogna curare. Però sono dei bravi diavoli paciosi che non amano i litigi. Sulla montagna e relativo bosco hanno le loro teorie: è abitato dagli spiriti dei venusiani antichi che si aggirano tra gli alberi pronti a fare i dispetti più curiosi. Ad esempio visitarli durante il sonno e far prendere un coccolone ai più paurosi.

Nel bosco crescono piante e fiori e trovano riparo gli animali. Nessuno li disturba e loro non recano disturbo a nessuno. Solo d’inverno, quando la neve ricopre tutto, i più intraprendenti si spingono sul limitare di Venusia alla ricerca del cibo che scarseggia nel loro habitat.

Così il piccolo branco di lupi cerca in qualche pollaio galline e pulcini ma quelli sono già finiti in pentola spennati, bolliti e mangiati. I lupi ci rimangono male perché a loro non hanno lasciato nulla da razziare. Ripiegano su qualche bidone del rusco, dove si trova sempre qualcosa di poco gustoso. I venusiani sono parchi nel mangiare e gli scarti alimentari sono davvero avanzi scarsi. Però questo serve per sfamare anche il lupo a digiuno, visto che la fame lo scaccia dal bosco.

Tobia nella sua corsa sfrenata nel sottobosco fiuta l’afrore del selvatico e vorrebbe stanarlo ma Sofia gli ha insegnato di lasciarli in pace.

«Non ti hanno fatto nulla» dice mentre lui seduto sulle zampe posteriori ascolta e annuisce. «Lasciali in pace e non disturbarli».

Però è una bella sofferenza per Tobia vederli, fiutarli e non fare nulla. Lo scoiattolo sul ramo più alto sembra fargli un marameo di scherno, mentre lui lo guarda in cagnesco.

Lui corre felice senza che nessuno lo trattenga, mentre Sofia cammina spedita sul sentiero che la porta a casa.

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – la strada

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Così vedendo una bella immagine, sono tutte belle 😀 , di Etiliyle è nato questo racconto che parla ancora di Venusia e i suoi abitanti.

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/12/etiliyle-luca-molinari-photo-camminare.jpg?w=685

La strada che collega Venusia al resto del mondo è bella in primavera e autunno, suggestiva d’inverno e pessima d’estate.

Si snoda su terra battuta tra due filari di alberi di fianco al fiume o meglio al rigagnolo d’acqua che l’accompagna verso Ludi. Il torrente scivola leggero tra sassi e canne palustri che si inchinano sotto il vento. D’inverno gela e una leggera crosta di ghiaccio ricopre e protegge il filo d’acqua che scorre di fianco alla strada.

La chioma degli alberi forma una galleria verde che in autunno si accende di mille colori e in primavera di verde smeraldo. D’estate protegge dal sole ma la polvere rossa della strada, che si solleva passando, s’infila dappertutto con subdola noncuranza.

…..

Il resto lo potete leggere su Caffè Letterario.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – artisti di strada

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Questa bella immagine di Etiliyle mi ha suggerito questo mini racconto

Buona lettura

Il borgomastro di Venusia ha un’idea: colorare i lastroni della piazza con la fontana senz’acqua. Però c’è un intoppo: nessuno dei suoi concittadini sa tenere un pennello in mano. Quindi decide di convocare il consiglio dei saggi che governa Venusia per studiare come fare. Il più giovane dei savi ha ottanta cinque anni, il più vecchio non ricorda nemmeno l’anno di nascita. Insomma una allegra squadra di giovanotti di una volta.

«Voi siete i saggi di Venusia» attacca da lontano Roberto B., il borgomastro. «Quindi mi potete illuminare con la vostra saggezza».

Un mormorio si leva da quel uditorio di persone che non hanno ben compreso cosa vuole da loro il borgomastro. Quasi tutti sono sordi e quelli più giovani, si fa per dire, portano l’apparecchio acustico.

È tutto un “cosa?”, “come?”, “perché?”, finché Martino non si alza per chiedere cosa vuole da loro.

«Non abbiamo ben capito perché ci abbia convocati» spiega Martino, stringendo gli occhi da miope.

«Come ho detto» ripete con pazienza Roberto B., sospirando perché forse doveva convocare i pochi giovani venusiani meno tonti e senza problemi della prostata. «Vorrei abbellire la piazza della fontana…».

«La fontana senz’acqua?» chiede Piero, il giovincello della squadra, come se a Venusia ci siano piazze a iosa e fontane che buttano acqua o vino.

In effetti se lo facessero ci sarebbe la coda a bere.

«Bravo Piero! Proprio quella» lo canzona il borgomastro con il tono sarcastico della voce. «Vorrei abbellirla con dei disegni».

«E dovremo farli noi?» suggerisce Armando dalla testa liscia come un uovo, mentre trema al solo pensiero di dover colorare il quaderno del nipotino.

Roberto B. sbuffa perché se si prosegue così non si arriva da nessuna parte.

«No, non voi» si affanna a spiegare il borgomastro a cui è venuta la pelle d’oca all’idea che lo facciano loro.

“Se lo volessi affidare a voi starei fresco, visto che non sapete tenere in mano nemmeno una matita” riflette Roberto B. visibilmente adirato. Inspira aria per mascherare l’irritazione prima di proseguire.

«Vorrei trovare uno o più artisti che sappiamo come tenere in mano un pennello» conclude il borgomastro che sta sudando copiosamente anche se la temperatura non è calda. Rivoli si sudore scendono dalle tempie e sotto le ascelle si formano dei grossi aloni nella camicia.

«Ma signor borgomastro basta dirlo chiaro che volete qualche madonaro a decorare i lastroni di porfido della piazza» esclama Oreste che si è appena svegliato del pisolino.

«Bravo Oreste!» afferma Roberto B. che si morde la lingua per non averci pensato lui. «Facciamo un bel concorso e così senza spendere un venusino ci ritroviamo decorata la piazza».

«Ma il concorso chi lo fa?» chiede Amilcare che ha sentito qualche parola smozzicata. «Il concorso per diventare borgomastro?»

Roberto B. diventa rosso come un peperone e pare un vulcano pronto a eruttare parolacce ma si trattiene. L’idea del concorso d’idee gli piace e non ha certo bisogno di questi vecchi bavosi per metterlo in piedi.

«Ragazzi mi siete stati di grande aiuto per risolvere questo problema. Potete tornare alle vostre occupazioni» li congeda il borgomastro ansioso di liberarsi di questa compagnia.

Qualche settimana dopo una bella squadra di artisti di strada sono al lavoro sui lastroni di porfido della piazza per trasformarli in opere d’arte.

 

La kitsune – parte quarantanovesima

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Con questa puntata si chiude la storia di Elisa e Pietro. Lascio qui l’elenco delle puntate precedenti per chi le volesse leggere.

 

Molti segreti rimasero tali senza che nessuno li svelasse o desiderasse conoscerli. Entrambi ritenevano giusto non affrontarli e così preferirono tacere.

Pietro ed Elisa rientrati a Belluno non si posero più domande sulle vicende che li avevano coinvolti. Era come se non volessero risvegliare ricordi dolorosi. Però Pietro cercò in silenzio le risposte ai mille interrogativi che si era trascinato al loro rientro.

Si chiese che fine avesse fatto la kitsune, senza scoprirlo mai. Gli giunse all’orecchio in modo casuale diverse voci su questa misteriosa volpe. Alcuni affermarono d’averla incontrata che si aggirava attorno alla baita. Però forse erano solo “si dice” e nulla più perché nessuno saliva dal paese fin lassù. Altri sostenevano che nessuna volpe abitava quel bosco perché era a quota troppo elevata per questo animale e poi avrebbe faticato a procurarsi il cibo. Quindi aggiunsero che era una favola inventata da qualche burlone. Però pensò che fosse stato un sognare a occhi aperti, un vagabondare con la mente per distrarsi e fantasticare senza agganci con la realtà la giustificazione di eventi che non potevano essere spiegati logicamente. Alla fine rinunciò a capire se era un animale o un mito senza pensarci più. In effetti non la vide mai comparire tutte le volte che si recarono alla baita e se ne scordò completamente.

Marco era sparito, come era comparso in maniera strana, lasciando Pietro perplesso sulla sua esistenza. Provò a comporre il numero memorizzato per contattarlo, ma ascoltò la voce pre registrata che come un mantra lo informava che era inesistente.

Eppure sono sicuro del numero e che almeno una volta mi ha risposto” si disse volendo scacciare il pensiero di essere uscito di senno.

Nel registro delle chiamate riscontrò che il 13 giugno aveva effettivamente telefonato a quel numero. Dunque non si era sognato. Però adesso era sparito.

La volpe, Marco, un bosco dotato di poteri magici, Elisa, una donna, che afferma di essere la cugina di una compagna di scuola che in realtà non si sa chi sia! Un vero rompicapo che devo decifrare da solo. Se lo raccontassi a qualcuno, sarei preso per visionario, un fan del genere fantasy. Però non è vero! Elisa sta al mio fianco, la volpe l’ho vista, con Marco ho parlato. Unico dubbio è il bosco, ma esiste”.

Cercò inutilmente il ritaglio di giornale che credeva di aver conservato senza trovarlo. Si era volatilizzato in maniera del tutto singolare.

Forse l’ho gettato via, perché non mi interessava” concluse per nulla convinto.

Dopo diversi tentativi lasciò cadere gli sforzi di mettersi in contatto con Marco. Di questo non ne accennò con Elisa, perché non volle coinvolgerla nelle ricerche. Da quando erano tornati gli era apparsa giorno dopo giorno strana o meglio stranita. Non desiderò acuire il suo senso di malessere con domande sulla vicenda del bosco e su Marco.

Pietro verificò sui giornali dell’epoca se le cronache avessero segnalato la morte di Klaus o eventi riconducibili ai fatti narrati nel racconto senza trovare tracce. Concluse che questi erano il frutto della fantasia di un ignoto scrittore. Convenne che fosse inutile intestardirsi nella ricerca di riscontri agli eventi che li avevano coinvolti.

Qualche settimana più tardi Pietro ricevette un messaggio del notaio Bombardi di Cortina perché doveva recarsi al più presto nello suo studio notarile per comunicazioni urgenti.

Lo contattò telefonicamente per verificare che non fosse un altro scherzo del destino visto i molti misteri che si erano addensati su di lui rendendo surreali le vicende che lo avevano coinvolto.

Questa volta sembrava tutto reale: notaio, lettera e testamento. Concordato il giorno dell’appuntamento, si recò con Elisa a Cortina. Il notaio gli lesse il testamento olografo nel quale Klaus Pinchler lo nominava erede universale dei suoi beni. In apparenza non pochi: un cospicuo conto bancario, il bosco degli elfi e annessa baita, una villetta in una zona periferica a Cortina, una bella casa a Sappada e altre proprietà in Carnia.

«Questa avventura incredibile per certi versi ha prodotto frutti insperati che stento a pensare che non sia un sogno a occhi aperti» sussurrò a Elisa, che annuì per conferma.

«Mi scusi, dottor Bombardi» chiese con tono umile Pietro. «Klaus Pinchler in che data ha scritto questo testamento?»

«Era il 15 settembre 2006».

Pietro non replicò perché era il primo tassello che combaciava nel disegno generale. Dunque si convinse che anche gli altri misteri si sarebbero svelati. Almeno così sperava.

«Però il sig. Pinchler ha posto alcune clausole precise affinché lei possa prendere possesso dei beni» e gli lesse un documento allegato al testamento.

Lui, oltre a essere il proprietario, era nominato custode del bosco con la condizione che non lo avrebbe mai alienato e l’avrebbe conservato nello stato nel quale si trovava. Un ulteriore impegno lo vincolava: era quello di mantenere curato il terreno sotto il grande abete alla destra della baita senza altre specificazioni, ma Pietro ne conosceva i motivi.

Pietro divenne il nuovo proprietario del bosco, dopo aver pagato la tassa di successione risparmiando i trecentomila richiesti.

Di ritorno da Cortina Elisa gli pose la richiesta di andare a vivere stabili nella baita, ma lui rispose in maniera evasiva come per prendere tempo. Voleva riflettere perché effettivamente Klaus era esistito e con lui probabilmente anche Amanda. Però era inquieto perché quella ricostruzione che appariva il frutto della fantasia di un ignoto autore adesso acquistava una consistenza per nulla fantastica.

Elisa tentò invano di adattarsi alla vita cittadina, perché la nostalgia del bosco, della natura selvaggia del monte Antelao la stavano distruggendo giorno dopo giorno.

Solo quando erano alla baita sembrava rinascere, diventare allegra, essere l’Elisa che Pietro aveva conosciuta nei quattro giorni passati a luglio.

Eppure l’affetto, il desiderio di stare uno vicino all’altro non era scemato, ma era cresciuto. Però su Elisa scendeva un velo di tristezza con il loro ritorno a valle e tale rimaneva fino al successivo week end.

Era una domenica di metà settembre, quando Elisa disse seria: «Pietro, io rimango qui. Tu puoi tornare a Belluno da solo. Sto bene solo quando sono tra i larici e gli abeti del bosco».

A nulla servirono le suppliche di Pietro, che a malincuore la lasciò nella baita con la promessa che l’avrebbe raggiunta il fine settimana seguente.

«Mi raccomando tieni sempre aperto il telefono. Chiamami a qualsiasi ora del giorno e della notte e io sarò qui in un baleno. Non mi piace lasciarti qui da sola. Torno a Belluno a malincuore».

Un lungo e appassionato bacio suggellò la loro separazione.

Durante il viaggio di ritorno prese la decisione di lasciare Belluno, il posto di lavoro e stabilirsi nel bosco degli elfi. Gli servivano qualche settimana per attuare il progetto e si ripromise di non dire nulla a Elisa, perché voleva farle una sorpresa.

Nei giorni seguenti la chiamò più volte nella giornata senza accennare a quello che aveva in mente.

Arrivato il fine settimana, Pietro salì alla baita senza fare la solita telefonata quotidiana, ma al suo arrivo la trovò vuota e in ordine con telefono acceso sul tavolo. Elisa sembrava essersi volatilizzata. Era scomparsa senza lasciare tracce.

Si sentì perso, perché aveva compreso che se ne era andata senza lasciare nessuno scritto. Attese che ritornasse, ma la speranza fu vana. Rimase alla baita anche nei giorni seguenti con l’illusione che sarebbe ricomparsa come era scomparsa all’improvviso.

Pietro l’aspettò invano nei fine settimana successivi il suo ritorno, ma capì che era tornata da dove era venuta e che non l’avrebbe mai più rivista.

Con le prime nevicate non salì più alla baita, perché aveva compreso che Elisa era sparita per sempre dalla sua vita. Si maledì per non avere ceduto subito alle sue richieste, di avere taciuto quello che aveva in mente. Questa era la punizione che la kitsune gli aveva riservato.

Pietro era curioso sapere chi fosse veramente. Di certo non era la cugina di Maria, ma non avrebbe mai conosciuto la verità. Questo pensiero lo tormentò perché lei aveva condito il racconto con molti particolari che erano veri, mentre si domandò come avesse potuto esserne a conoscenza.

Elisa ha conservato gelosamente la propria identità senza mai svelare chi era nella realtà” si disse, mentre riordinava quegli appunti che avevano letto insieme durante quei fatidici quattro giorni di luglio.

Forse era vera l’affermazione di Elisa che sosteneva di essere una elfa e Marco un elfo. A entrambi era stata assegnata una missione al termine della quale sarebbero scomparsi. Però…”. Scosse il capo per negare l’evidenza.

La nostalgia lo assalì mentre ricordò i capelli rossi e gli occhi blu, ma non poté nulla per scacciare dalla mente quei ricordi. Percepì che c’era un vuoto dentro di sé non più colmato dalle sensazioni che la ragazza gli aveva saputo trasmettere.

L’aveva amata per quello che era stata senza esitazioni, ma adesso era perduta per sempre per colpa sua e delle sue indecisioni.

Nella primavera del 2010 con lo scioglimento della neve riprese il pellegrinaggio alla baita, che trovava sempre intatta e ordinata, ma desolatamente vuota. Non scorse nessuna traccia di un suo passaggio, nessun segno tangibile per spiegare l’improvvisa scomparsa, anche se era conscio di essere stato la causa dell’abbandono.

Il 14 luglio 2010 raggiunse la baita per trascorrere qualche giorno di relax fra larici e abeti, ma anche per ricordare con un pizzico di nostalgia quanto era avvenuto un anno prima.

Trovò la porta aperta e questo lo mise in apprensione, perché qualcuno aveva violato il suo mondo.

Si aggirò per le stanze alla ricerca delle tracce dell’intruso senza scoprire nulla. Tutto sembrava in ordine, nessun oggetto era mancante o era stato spostato.

«Eppure sono certo di avere chiuso con cura la porta due settimane fa quando sono ripartito. Chi è che si è introdotto furtivamente?» disse ad alta voce per convincersi che non stava sognando.

Percepì il pianto di un neonato proveniente dalla stanza di sopra.

Calma Pietro!” si disse col cuore in tumulto mentre si precipitò nella camera che aveva visto pochi minuti prima vuota e silenziosa.

«Sì, è inconfondibile! È il pianto di un neonato!» esclamò sorpreso, mentre entrava.

Girò intorno al letto e vide dalla parte dove era solita coricarsi Elisa un cesto con dentro una bambina che si succhiava il pollice e piagnucolava come se avesse fame.

Aveva pochi radi capelli di un bel colore ramato e due grandi occhi blu che risaltavano sulla carnagione rosata.

Non appena lo vide smise di piangere e gli sorrise come se l’avesse riconosciuto.

«Chi sei?» domandò con tono ingenuo, pensando che potesse rispondergli.

Vide un biglietto scritto a mano, appuntato sul cuscino:

Ecco nostra figlia. Abbi cura di lei’.

Nessun’altra indicazione, che sarebbe apparsa superflua. Era chiara la provenienza. Era la stessa grafia degli appunti. Dunque era stata Elisa a scrivere quello che avevano letto insieme. Un velo di commozione gli scese sul volto.

Pietro era diventato padre di una bella bambina, che chiamò Amanda.

FINE