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Un mini racconto extra

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Per pasqua Scrivere creativo ha proposto un nuovo racconto extra con pochi indizi e una foto

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Nessun limite alla nostra loquacità.

Ecco cosa ho pensato.

Oggi è Pasqua ma c’è poco da stare allegri. Per me è un giorno qualsiasi, esattamente come ieri, l’altro ieri e i giorni prima. Che c’è da festeggiare? Nulla. Se ripenso a un anno fa, forse qualcosa ci sarebbe. È stata l’ultima Pasqua trascorsa in famiglia ma poi sono diventato l’uomo col capello di paglia. Quello che sta all’angolo della strada a elemosinare un nichelino per comprare un pane e un po’ di vino. Lo so che fa rima ma cosa posso farci? Mi è venuto il pensiero così. Metto sempre il capello di paglia appoggiato sul marciapiede con la speranza che qualche anima buona ci metta dentro qualche centesimo.

Tengo gli occhi bassi. Non mi va di pretendere pietà per la mia condizione di barbone. Ho una certa dignità nel chiedere qualche soldo alla gente che passa, che a malapena mi degna di uno sguardo di disapprovazione, perché non sono vecchio e potrei lavorare. Ma come posso se ho perduto tutto. Famiglia, casa, auto e lavoro? Chi prende un fallito?

Accidenti! Un pezzo di carta vola nel capello di paglia. Ma è un Benjamin Franklin! Azz! Cento dollari! Alzo lo sguardo per ringraziare e cosa vedo…

 

Cosa vede l’uomo? Non lo so. Lo lascio alla vostra immaginazione

La mia storia – miniesercizio 15

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Foto tratta da Wikipedia

Questa settimana Scrivere creativo mi ha messo a dura prova. Una foto, una mossa vincente e una preoccupazione. Mica semplice non conoscendo il gioco. La foto è sotto. Il resto è quello che ho partorito.

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Sam osserva il tabellone. Tiene un piede sotto la natica. Sa di non avere scampo.

“Forza Sam” dice Joe sicuro della vittoria e di avere la partita in pugno. Bill e John hanno scommesso che vincerà Joe. Lui è il più forte. Una mente sopraffina. Sul goban il bianco di Joe ha catturato quasi tutte le nere di Sam. Tenendo il nero tra le due dita, finge di posarla nell’unico punto possibile. Poi la mette laddove Joe non si aspetta. La mossa del suicidio. Un sussulto di Joe. Sam ribalta la situazione. Ha vinto. “Colpo da maestro, Sam” ammette Joe.

Daniele – parte diciannovesima

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primule in giardino – foto personale

Daniele aggrottò accigliato la fronte. Poi distese i lineamenti e alla fine comparve un leggero sorriso sulle labbra. “Sali” disse, azionando l’apertura della porta. Si mise di lato rispetto al battente semi aperto.

Natalina aveva sobbalzato lievemente a quel trillo inaspettato. Osservò il viso di Daniele alla ricerca del nome di chi aveva suonato. Le bastò una frazione di secondo per capire chi fosse. Al malumore iniziale subentrò la sensazione che forse si sarebbe venuto a capo del mistero di sua sorella.

Eliseu rimase fredda e impassibile sul divano, come se fosse lì per caso. Del nuovo arrivato pareva non importarle nulla sia fosse uomo o donna.

Clara di sghimbescio si volse verso Daniele e incrociò il suo sguardo attraverso lo specchio di lato alla porta. Non abbassò gli occhi né si rimise composta sul divano. Continuò a fissare quello che di certo era suo padre biologico. Più l’osservava, più provava empatia verso di lui. Ana, che considerava la madre, anche se non lo era, aveva sempre sostenuto di ignorare chi fosse. Clara ammise che non le aveva raccontato bugie. Solo Sara ne conosceva l’identità. Quest’uomo le assomigliava tremendamente e poi il richiamo del sangue non poteva mentire. Adesso che era sola, avrebbe voluto vivere con lui. Con Sara, no. Con lei, no. Però non poteva decidere. Sarebbe stato Juan, il patrigno, a stabilire il suo futuro almeno per i prossimi quattro anni. Poi con la maggiore età avrebbe deciso in autonomia. ‘Se deve attendere quattro anni, saprà farlo?’ era quanto si chiedeva con un pizzico di ansia. Si rimise composta. Qualunque fosse la persona che stava salendo, per lei era un dettaglio trascurabile, di poco conto.

Daniele aveva notato lo sguardo insistente della ragazzina ma non voleva farsi suggestionare da pensieri che potrebbero essere falsi. Però la supposizione di Natalina, che Clara fosse la fantomatica figlia, poteva essere vera. Di una cosa aveva la certezza. Juan ed Eliseu non si conoscevano. Hanno fatto il viaggio insieme ma da perfetti sconosciuti, pensò Daniele. Come la falena insegue la luce, loro seguivano Natalina, che avevano scambiata per sua sorella. Quello che gli rimaneva ignoto, era il motivo del loro viaggio, iniziato all’aeroporto di New York, dove Natalina aveva dovuto fare scalo per raggiungere Milano. ‘Un incontro casuale oppure programmato da una regia esterna?’ pensò, Daniele, accogliendo Sara sulla porta. ‘Ecco un nuovo quesito da sciogliere’.

Ciao”. Un casto bacio di Daniele sulla guancia accolse Sara.

Lei si irrigidì, osservando il divano. Avrebbe voluto non essere qui ma ormai c’era. Non poteva fare dietro front e sparire.

Credo che Eliseu Mello e la nipote Clara le conoscerai già” fece Daniele, tenendola per un braccio.

La ragazza annuì brevemente e agitò la mano in segno di saluto. ‘Fetente’ si disse Sara, pensando a Daniele. ‘Poteva anche dirmelo che c’erano loro’. Doveva mascherare l’ansia interna. Era conscia che la conversazione avrebbe assunto toni sgradevoli per lei.

Ciao Eli” disse lei rivolta alla vecchia amica. “Ciao Li…” e il saluto rimase a metà.

Daniele sorrise. Ho la conferma che Clara è effettivamente mia figlia, pensò il ragazzo. La ragazzina ebbe un sussulto appena percettibile ma riprese la compostezza della postura. Più che sorpresa mostrò un senso di fastidio. ‘Sempre con quel nome’ sbuffò in silenzio.

Ciao Clara” fece Sara, che ricordava con quanta acrimonia la sera precedente la figlia avesse detto che il suo nome non era Lisa.

Le due donne le fecero posto sul divano, dove Sara si sistemò col busto rigido in mezzo a loro.

L’atmosfera era gelida. Tutti in silenzio o quasi. Daniele chiese a Sara cosa desiderasse. “Noi stiamo prendendo un tè” concluse. La ragazza annuì, accettando l’offerta. Daniele sparì in cucina a preparare un nuovo infusore col tè verde. Dal soggiorno arrivavano appena udibile i loro respiri. Mentre aspettava il bollore dell’acqua Daniele provò a raccogliere le idee. Grandi passi in avanti non c’erano stati. Solo un tassello era andato al posto giusto: Clara o Lisa, come si era abituato a chiamarla. Però era più personale che relativo alla scomparsa di Natalia. La presenza di Eliseu potrebbe servirgli per forzare la mano a Sara, che si era mostrata alquanto reticente.

Rientrato nella stanza, Daniele rimase deluso. Tutti in silenzio, come se aspettassero che fosse lui a parlare. L’imbarazzo era concreto. Nessuno fiatava. Daniele stava per porre una domanda, quando fu preceduto da Natalina.

Quando al JFK di New York sono salita sul volo Air France, ho ascoltato una conversazione in portoghese tra te e un uomo. Sono rimasta stupita. Come mai ti trovi in Italia?”

Un breve sospiro. Uno schiarirsi della voce. “Una settimana fa mio cognato, Juan Pinto, mi ha svegliato nel cuore della notte con una terribile notizia. Ana, mia sorella, era deceduta. Era ammalata e l’avevo sentita qualche giorno prima. Non immaginavo un crollo così repentino. Non sono riuscita a darle l’estremo saluto”.

La sua voce si incrinò per la commozione e gli occhi divennero lucidi. Natalina si alzò per abbracciarla. “Sono addolorata. Non volevo rinvangare questo dolore” disse Natalina dispiaciuta.

Ripresa la compostezza, Eliseu spiegò come avesse fatto il viaggio con questo sconosciuto. L’aveva sentita parlare in portoghese con la compagna Marcia, che l’aveva accompagnata da San Diego dove vivevano.

Daniele sorrise. Aveva intuito anche questo. Tuttavia ascoltò quanto aveva da dire Eliseu senza intervenire.

Quest’uomo disse di essere brasiliano. Ma so riconoscere un portoghese da un brasiliano nella parlata. Secondo me era originario della zona nord del Portogallo. Braganza o da quelle parti”.

Natalina annuì. Non poteva essere brasiliano. Lì si usano altri termini e la cadenza era differente. Ricordava con chiarezza la sua voce.

È stato strano che ti abbia scambiata per tua sorella. Sono una buona fisionomista” disse Eliseu, volgendo lo sguardo verso Natalina. “Ti ho solo intravvista. Il taglio degli occhi e la voce erano identici a quelli di Natalia”.

Natalina sorrise, ammettendo che questi due particolari avrebbero tratto in inganno chiunque. In particolare la voce.

Poi a Roma, dove Clara mi attendeva, ho scoperto che anche tu avevi fatto il viaggio da Milano. Una coincidenza strana. Credevo di aver rivisto casualmente una vecchia amica, che sembrava non avermi riconosciuta. Così vi ho seguito fino a qui” concluse il suo racconto Eliseu.

Potevi fermarmi” convenne Natalina.

Eliseu parve riflettere prima di rispondere. “Quell’uomo, Juan, così ha affermato di chiamarsi, non mi mollava e mi aveva seguito nel volo verso Roma. Non intendevo dargli modo di infastidire anche te”.

Daniele era soddisfatto. La sua intuizione si era rivelata giusta e a quel punto ruppe gli indugi e affrontò il problema degli avvenimenti veneziani.

Eliseu, ci trovi qui, perché abbiamo una questione urgente da risolvere. Natalia è scomparsa e temiamo il peggio” esordì Daniele, modulando la voce di un’ottava in meno rispetto al solito.

Eliseu parve scrollarsi da dosso l’apatia che aveva mostrato fino a quel momento. Stupore misto a dubbi si stamparono sul suo viso. Non capisco, perché ne accenna con noi, pensò, aggrottando la fronte.

Sara ebbe un sussulto di sorpresa. Non comprendeva dove voleva parare Daniele. Ne avevano discusso il giorno precedente senza arrivare a nulla. Riprendere gli stessi discorsi non avrebbe consentito di giungere a conclusioni differenti.

Le uniche che sorrisero furono Natalina e Clara per ragioni opposte. La prima, perché finalmente avrebbero costretta Sara a dire la verità. La seconda, perché forse sarebbe uscita la notizia che il padre aveva un nome.

Perché pensi che possa aiutarti a trovare Natalia?” domandò Eliseu accigliata. “Sono almeno dieci anni che non la vedo o la sento. Forse Sara è più utile di me”.

Daniele fece un cenno di diniego col capo. “Sara mi ha detto” fece una breve pausa per calcare il tono sul concetto che voleva esprimere, “che tu e Natalia eravate molto intime”.

Daniele aveva affermato una falsità sapendo che corrispondeva al vero. Sara divenne paonazza e stava per ribattere che lei non aveva mai detto nulla di simile, quando Eliseu rispose con tono pacato.

Sì, hai ragione. Abbiamo avuto una relazione molto stretta” fece, senza provare il minimo senso di imbarazzo. A lei erano sempre piaciute le donne e non l’aveva mai nascosto. “Però dopo un anno il sodalizio si sfasciò. Gli atteggiamenti di Natalia non mi piacevano e voleva coinvolgermi nelle sue tresche amorose e non solo quelle”.

Per Natalina ebbe l’effetto della deflagrazione di una bomba. Per Sara una spiacevole verità, che aveva tenuto nascosta. Non ne aveva mai parlato con nessuno di questo. A Clara la rivelazione non era tale. Sapeva da tempo che zia Eliseu aveva tendenze sessuali opposte alle sue. Lei non le condivideva ma le capiva.

L’imbarazzo durò qualche secondo, perché Daniele riprese a fare domande. “Puoi aggiungere qualche dettaglio, Eliseu?” E attese che parlasse.

Una piccola pausa. Un sospiro. Poi spiegò. “Natalia qualche mese dopo il suo arrivo a Venezia cominciò a frequentare delle persone che non mi piacevano. Uomini anziani o comunque più vecchi di noi. Se fosse stato solo sesso, mi sarebbe dispiaciuto ma tutto sommato era suo diritto vivere come meglio credeva. Ma la droga no. All’inizio mi coinvolse o almeno ci provò. Ma poi gli dissi chiaramente che non ne volevo sapere dei suoi traffici. L’avevo vista fornire bustine. Coca da sniffare. In cambio riceveva buste gonfie. Immagino che contenessero banconote”.

Il silenzio calò sulla stanza. Daniele non si rallegrò di avere intuito anche questo. Qualcosa gli diceva che presto sarebbe arrivato alla soluzione.

Poi i nostri rapporti si sono raffreddati. Natalia e Sara si sono trasferite di casa, in un campiello non molto distante da dove eravamo. Noi siamo rimaste all’ostello. Anzi sono rimasta da sola, perché Ana è tornata a Coimbra con Clara”.

Sara avvertì lo sguardo pungente di Eliseu e Clara. Però prima che loro rivelassero la verità, le anticipò.

Clara è mia figlia” disse senza imbarazzo. “Un medico compiacente ha certificato che la madre era Ana. È nostra figlia, Daniele”.

Adesso il silenzio faceva davvero paura, tanto era assordante.

[continua]

Daniele – parte diciottesima

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foto personale

Daniele appuntò su un foglio i suoi dubbi e le parole di Natalina. Era inutile proseguire sul filone di John o Juan. Non avrebbe cavato un ragno dal buco.

Stava per iniziare a esaminare i motivi della fuga precipitosa da Venezia di Natalia, quando lo stacco musicale lo informò che era in arrivo una telefonata. Guardò il display e rimase sorpreso. Non tanto chi stava chiamando ma perché chiamava. Sul volto di Daniele aleggiava lo stupore. Lo sguardo di Natalina si posò su di lui. Non capiva esattamente la situazione. Forse è Nati che chiama? Ma no, pensò, avrebbe esclamato qualcosa.

…”.

Ciao” disse Daniele.

…”.

No. Non sono solo” fece il ragazzo, sistemandosi meglio.

Forse è Sara, pensò Natalina delusa, ma non comprendo il motivo del suo viso sorpreso.

…”.

Mi spiace. Ma è no. Lei resta qui”.

…”.

Vedi tu”.

…”.

No. Non vengo a prenderti. Ciao” concluse Daniele, riponendo il telefono sul tavolino basso.

Natalina sta per chiedere spiegazioni, quando il campanello dell’ingresso trillò. Una lunga sonata, come se avesse fretta di essere aperto. Lo sguardo interrogativo di Natalina si posarono sugli occhi sorpresi di Daniele.

Non può essere Sara’ si interrogò Daniele. ‘Troppo poco tempo è intercorso tra la telefonata e il suono del campanello. Solo se fosse stata sotto, all’ingresso, avrebbe potuto essere già qui. Mi ha chiesto di andarla a prendere a casa. Quindi…’. Si alzò, mentre udì un nuovo squillo perentorio. “Vengo, vengo” disse il ragazzo con uno sbuffo di impazienza.

Sullo schermo del citofono vide un volto di donna, che non conosceva. I capelli scuri volavano per il vento.

Sì?” fece Daniele, sollevando la cornetta.

L’ingegner Daniele Proietti?” domando la voce femminile.

Sì” disse meccanicamente. Come a dire ‘se hai suonato questo campanello, chi vuoi che sia’.

Posso salire, se non disturbo?” proseguì con accento non perfettamente italiano.

Terzo piano. Scala B” la informò Daniele, mentre azionava l’apertura elettrica della porta.

L’ingresso era semi socchiuso. Daniele aspettava il rumore della porta dell’ascensore che si apriva. Natalina lo osservava incuriosita. Non riusciva a immaginare chi potesse essere. Daniele era stato laconico. Spiccio nella telefonata e parco al citofono. Doveva attendere per togliersi la curiosità.

Una figura femminile accompagnata da una ragazzina si presentò nel vano della porta, che Daniele teneva aperto. La donna appariva giovane. Poteva avere all’incirca la loro età.

Lei allungò la mano. “Eliseu Mello”.

Si accomodi” disse Daniele, stringendo con vigore la mano protesa. “Daniele Proietti”. Si mise di lato per fare entrare le due ospiti.

Natalina si levò dal divano per osservarle. Due perfette sconosciute, pensò.

Mi chiami Eliseu e può darmi del tu” soggiunge, facendo un passo verso il soggiorno.

Chiusa la porta alle sue spalle, Daniele osservò quel viso infantile. Aveva un aspetto familiare ma si concentrò sulla donna.

Lei…” lui indicò col viso Natalina, “è…”.

Non terminò la frase, perché Eliseu lo precedette.

Ciao, Natalia. Non ti ricordi di me?”

Sul viso di Daniele comparve un accenno di sorriso che sparì quasi subito. ‘Dunque avevo ragione. Seguiva Natalina convinta che fosse sua sorella’ si disse.

Lo sguardo di Natalina trasmetteva stupore e sorpresa.

Mi dispiace deluderti, Eliseu” cominciò con tono compassato Daniele. “Lei è Natalina, la sorella di Natalia”.

Adesso la sorpresa si trasferì sul volto di Eliseu. Emise un “Oh!” di stupore misto al rammarico della pessima figura. Eppure non aveva avuto dubbi quando l’aveva vista. Sembrava proprio quella ragazza conosciuta quindici anni prima. Forse esaminandola con più attenzione, qualche particolare avrebbe dovuto metterla in guardia. La statura più bassa, il seno meno pronunciato. Dettagli quasi marginali.

Daniele avvertì uno sguardo, si sentì osservato e valutato. Si volse verso quella ragazzina che non assomigliava per nulla a quella che aveva chiamato zia. Eliseu aveva il colorito della pelle che tendeva all’olivastro, lei era di un incarnato bianco che la rendeva splendente. Però c’era un qualcosa di familiare in quel viso, qualcosa che gli ricordava qualcuno. ‘Chi?’ pensò, mentre girava lo sguardo verso di lei.

Scusatemi. Presa dalla foga di salutare una vecchia conoscenza, ho dimenticato di presentarvi Clara. Clara Mello, la ragazza della mia povera sorella, Ana” e col capo la invitò a fare un passo avanti.

Ciao, Clara” disse Daniele, accarezzandole una guancia.

Ciao” la salutò Natalina, stringendole le mani con calore.

Clara divenne rossa a quel contatto. Aveva provato un brivido. Quell’uomo, alto, affabile le piaceva. Se fosse stato suo padre ne sarebbe stata fiera. Juan, il marito di sua madre, era una brava persona ma troppo fredda per lei. Tra loro non era mai scattata empatia. Per questo motivo Ana aveva preferito rimanere a Vicenza, quando Juan si era trasferito a Roma nell’ambasciata. Da una settimana viveva con lui ma sperava di partire con la zia Eliseu per l’America.

Sedetevi” le invitò Daniele, indicando il divano. Raccolse i fogli dal tavolino, ponendoli in un cassetto di un piccolo scrittoio.

Prendete qualcosa? Un caffè? Un tè? Una cioccolata calda?” chiese loro, muovendo con rapidità gli occhi sulle due donne.

Natalina stava accanto a Daniele, leggermente smarrita per questa improvvisa irruzione dal passato lontano di Venezia. Poi si soffermò su Clara. Pare la versione di Daniele al femminile, pensò, osservandone il viso. Lo sguardo in rapida successione passò dagli occhi di Clara a quelli di Daniele. Ebbe un sussulto. ‘Sono identici!’ rifletté. ‘Come è possibile?’ C’era anche un altro dettaglio del tutto uguale. Una fossetta sul mento. Ricordava di averla notata proprio stamattina, mentre facevano all’amore.

Per me un tè” disse Eliseu, che aveva notato come Natalina mettesse a confronto Clara e Daniele. Sorrise. Mia sorella non aveva mentito nel raccontarmi che il padre biologico era Daniele, pensò compiaciuta. Era stata Sara a rivelarlo ad Ana in un momento di intimità. Solo un nome e una fotografia alquanto sbiadita.

Poi si rivolse alla ragazza. “Tu cosa prendi?”

Una cioccolata calda” disse Clara, senza staccare gli occhi da quella coppia. ‘Se Daniele è mio padre, sarei felice di vivere con lui e Natalina’. Avvertì che le guance imporporavano. Non aveva dubbi adesso. Gli assomigliava in modo tremendo.

Daniele si avviò in cucina, seguito da Natalina.

Hai visto?” gli sussurrò in un orecchio.

Cosa?” rispose col labiale Daniele.

Natalina lo guardò sorpresa. Lui sempre attento, pronto a cogliere anche il più minuscolo dei dettagli, non aveva associato Clara a Lisa. “Lisa” borbottò, mentre preparava la cioccolata calda.

Il contenitore del tè rimase a mezz’aria, mentre il cucchiaino gli cade dalla mano. Daniele era impietrito. L’evidenza dei fatti era sotto il suo naso e non aveva saputo coglierla. Ecco cos’era quell’aria familiare che aveva trovato in Clara. Era sua figlia, quella che lui conosceva come Lisa. Natalina aveva visto quello che lui aveva solo avvertito in modo indistinto.

Natalina ridacchiò, mentre raccoglieva il cucchiaino da terra. “Faccio io” gli disse, mentre finiva di riempire l’infusore col tè verde. “Controlla la cioccolata che sia al punto giusto”.

Su un vassoio stava una tazza grande per il cioccolato e un piattino coi biscotti danesi. Su un altro le tre tazze da tè con i biscotti secchi, la zuccheriera, un bricco di latte freddo.

Questo” fece Natalina, indicando il vassoio di Fulgenzi con l’uomo, “lo porti tu a Clara”. E aggiunsi sottovoce. “Vedrai che faccia felice farà”.

Io porto quello con il tè” concluse, strizzando un occhio.

Clara si mangiava con gli occhi Daniele. Avrebbe voluto abbracciarlo, sentire il suo calore, vedere i cartoni preferiti con lui, parlare e prendergli la mano. Erano anni che sognava tutto questo ma non si era ancora realizzato. Essere stata servita da lui come se fosse la sua piccola principessa l’aveva mandata in orbita. Il suo sguardo diverso, insistente le aveva fatto comprendere che anche lui aveva realizzato che lei era sua figlia.

Daniele assorto a contemplare Clara, non ascoltava quello che Natalina ed Eliseu si dicevano ma in particolare aveva dimenticato che Sara stava arrivando.

Il trillo imperioso del campanello gelò l’atmosfera. Se erano dimenticati di Sara. Quello squillo li riportò alla realtà.

Sullo schermo illuminato del citofono c’era il viso di Sara.

[continua]

Daniele – parte diciassettesima

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foto personale

Il cielo era terso, luminoso come può essere a Roma in gennaio, quando la tramontana spazza via nuvole e inquinanti. La vista poteva spaziare lontana, mentre i gabbiani intrecciavano i loro voli. La cima del pino ondeggiava sotto il vento impetuoso. Nessun rumore penetrava nella stanza, solo lo sguardo assorto di Sara fissava un punto lontano dal suo bilocale all’ultimo piano.

A volte ritornano” disse, “e fanno male”.

Tornò a fissare l’orizzonte come se questo potesse suggerirle le risposte, che invece doveva trovare dentro di sé. Riavvolse il filo dei ricordi. Di quanti anni? Di molti, almeno quindici. Non pochi. Quasi metà della sua vita. Eppure aveva solo trentacinque anni. Un’età che consente di guardare indietro col filtro della maturità e osservare il futuro con il senso della consapevolezza di avere una vita davanti da sé.

La visita della sera precedente era stata uno choc. Un colpo tremendo. Prima Daniele, mentre l’accompagnava a casa, aveva fatto un accenno a Juan. ‘Di certo non è lui’ aveva pensato, mentre i fari illuminavano fugacemente il viso di una persona. Quel ragazzo muscoloso e aitante, che aveva conosciuto a Venezia non poteva rimanere uguale dopo quindici anni. Il tempo corre, si disse, e noi non rimaniamo uguali.

Nello specchio dell’ingresso tutti i giorni vedeva che i segni si facevano più marcati. Le zampe di gallina attorno agli occhi. I segni delle rughe sulla fronte. I capelli meno folti. Erano tutti segnali esteriori che giorno dopo giorno invecchiava. Quindi nemmeno Juan poteva restare identico a quando l’aveva conosciuto a Venezia. Un colpo di fulmine l’aveva travolta. Una passione ardente ma effimera. Poi dopo la nascita di Lisa l’aveva allontanato, cancellandolo dalla sua mente. Lui aveva sempre creduto che la figlia fosse sua. ‘Povero sciocco!’ si disse con un sorriso stanco. ‘Sei arrivato secondo!’

Imperioso tornò il ricordo di ieri sera. “A volte ritornano e fanno male” ripeté stancamente.

Era da pochi minuti in casa, quando qualcuno suonò chiedendo di salire. Non poteva non impedirlo. Rammentava bene che quelle persone stazionavano vicino al portone d’ingresso del suo palazzone. Un blocco grigio di sei piani nella periferia di Roma. Non ho potuto. L’ho riconosciuta. Ho capito subito chi era. Il sangue non mente. Le ho fatte entrare, perché conoscevo il motivo di quella visita. Sapevo che prima o poi a volte ritornano. E questo era avvenuto.

Sara si strinse con le braccia le gambe e tornò a guardare fuori. Il sole era alto nel cielo, come può esserlo in gennaio. Un colloquio penoso. Ricordava ogni singola parola.

Ciao” disse entrando.

Ciao” rispose Sara con accento irritato.

L’ingresso dava direttamente sul soggiorno. Un tavolo rotondo, due poltrone in un angolo. Un mobile basso appoggiato alla parete. Era il colpo d’occhio che presentava, accedendo all’appartamento di Sara.

Si accomodarono sulle due poltrone in silenzio, mentre lei prendeva una sedia. C’era imbarazzo e si avvertiva in pieno. Sara le osservò ma non disse niente. Aspettava che parlassero. Anzi che parlasse. L’altra era troppo giovane per dire qualcosa.

Come sta tua sorella?” fece Sara per mettere fine a quell’atmosfera surreale.

La donna strinse le labbra e gli occhi si inumidirono.

È morta” rispose seccamente.

Sara aprì e chiuse la bocca. Non si aspettava questa risposta. “Ana è morta?”

Sì” confermò Eliseu con la testa.

Sara spostò lo sguardo sulla ragazzina. Un groppo le tolse il fiato. Gli occhi annaspavano alla ricerca di un punto fermo. La notizia era un vero choc. Immaginava tutto ma non che fosse morta.

Se anni prima aveva dei dubbi, adesso erano fugati. ‘Il seme non può essere che uno’ pensò, riacquistando un minimo di lucidità. Quella fossetta sul mento, quegli occhi color nocciola e il loro taglio era un imprinting inequivocabile. Il viso franco dal colorito bianco non poteva che essere quello di suo padre. Si commosse. Un flash. Ricordava una neonata con pochi peli biondicci sulla testa dalla corporatura minuta ma dalla voce gagliarda. Poi il buio. ‘A volte ritornano e fanno male’ si ripeté, avvertendo una lacrima bagnarle il viso.

Questa è Clara” disse Eliseu, vedendo il suo sguardo smarrito e commosso.

Clara?” replicò Sara sorpresa. Per lei era Lisa e non Clara.

Eliseu accennò a un sorriso, osservando il suo stupore nel sentire questo nome. Ana, sua sorella, aveva insistito nella registrazione all’anagrafe con questo nome. Gli accordi era che dovesse chiamarsi Lisa ma sua sorella era stata irremovibile. ‘È mia figlia e il nome lo scelgo io’ aveva ribadito senza arretrare di un millimetro.

Clara” disse la donna, volgendosi verso la ragazzina. “Questa è la tua vera madre. Ana lo è stata finché ha vissuto e ti ha voluto tanto bene. Ma ora devi conoscere quella naturale”.

Zia” disse sotto voce Clara, “per me Ana sarà sempre mia madre e la ricorderò come tale”.

Sara avvertì una fitta nel costato. Sua figlia la stava rinnegando. ‘Non posso meritare nulla di più’ convenne, abbassando gli occhi. “L’ho ripudiata un’ora dopo la nascita. Non posso pretendere gratitudine’. Però c’era qualcosa che non tornava. Parlava un italiano perfetto con un lieve accento veneto. Questo la sorprese.

Ma dove sono vissute Ana e …”. Sara non riuscì a pronunciare Clara. Le mancò la voce.

Clara” suggerì Eliseu.

Sara annuì col capo.

In Italia. In particolare a Vicenza. È volata a Coimbra il tempo necessario per le registrazioni. Poi è tornata” spiegò Eliseu.

Sara non osò chiedere come fosse morta Ana ma Eliseu le lesse la domanda negli occhi.

Un tumore all’utero se l’è portata via in sei mesi. La settimana scorsa è stata sepolta a Vicenza. Io non ho potuto assistervi. Sono arrivata ieri da New York. Ho fatto il viaggio con Natalia ma lei ha finto di non conoscermi”.

Sara sobbalza. Con Natalia? Non è possibile, pensò. Poi ebbe un flash. Ha scambiato Natalina per sua sorella. Non rivelerò che ha preso un abbaglio.

Come mai a Roma e non a Vicenza?” chiede Sara perplessa.

Eliseu sorrise. Si aspettava la domanda.

Clara è a Roma col patrigno” spiegò la donna. “Ana si è sposata con Juan. Ricordi l’addetto al consolato di Venezia? Però da diversi anni è stato trasferito all’ambasciata di Roma. Ana e Clara sono rimaste a Vicenza”.

Dunque era chiarito anche che fine avesse fatto il suo Juan. Però a Sara tutte queste chiacchiere interessavano in modo relativo. Intuiva che lo scopo della visita era un altro.

Mi domando” fece Eliseu, “perché Natalia abbia finto di non conoscermi?”

Ritenne inutile perdere tempo su questo tema, preferì andare al sodo.

Immagino che l’obiettivo del nostro incontro sia un altro, oltre a quello doloroso della morte di Ana” disse Sara, puntando gli occhi su Eliseu.

La donna rise. Sara non era cambiata per nulla da quando l’aveva conosciuta. Sempre intuitiva e determinata. Puntava al concreto senza tanti giri di parole.

Hai ragione. Clara vorrebbe conoscere suo padre. Ana glielo aveva promesso ma la malattia ha vanificato tutto. Prima di lasciarci mi ha chiesto di farlo”.

Sara rifletté su questo punto. Poi decise. “Ecco il suo numero di telefono” e lo dettò a Eliseu.

Clara era rimasta sempre attenta ma in silenzio. Aveva ascoltato tutto senza battere ciglio. Composta ed educata non vedeva il momento per parlare finalmente con suo padre. Sara le rimaneva antipatica. Non era scattato nulla che la facesse desiderare di abbracciarla. Si alzò, facendo capire che la visita era terminata.

Sara tornò a scrutare l’esterno. Il ricordo dell’incontro della sera precedente le bruciava ancora. Sua figlia l’aveva trattata con freddezza e le aveva fatto intendere chiaramente che non avrebbe desiderato intrattenere rapporti con lei.

Chissà se Lisa ha chiamato suo padre?”

Stava per comporre il numero ma si fermò.

[Continua]

la mia storia – miniesercizio 13

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Scrivere creativo propone una nuova sfida su 100 parole. Vesto i panni di un bambino e osservo la loro fotografia

Cosa vedo?

La luna! A naso in su Alberto scruta il cielo. Vola la fantasia. Immagina di stare su un razzo sparato verso il cielo che è ancora azzurro nonostante la sera si avvicini.

Alberto è un bambino vivace come sono quelli di oggi. E adesso sale verso quel mondo magico che gli hanno descritto ricoperto di polvere e argento. Mentre sale si volta indietro e vede la terra che si allontana. Il mare verde e la pianura marrone. I fiumi color vinaccia. Ma è la luna l’obiettivo, che si avvicina.

Presto, Alberto. Dice la madre strattonandolo. Torna coi piedi per terra.

Daniele – parte sedicesima

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foto personale

Sotto la doccia Daniele rifletteva con due domande sempre a fior di bocca. ‘Lisa esiste? Se sì, è mia figlia?’ e l’altra ‘perché Natalina è partita in fretta e furia dal Brasile per cercare di scovare la sorella?’ Tuttavia non erano i soli. C’era da capire gli ultimi movimenti di Natalia prima del precipitoso rientro a Roma. Poi in questi nove anni come aveva vissuto, visto che non aveva un lavoro. Su questo punto c’era certezza. Ne aveva parlato con lei più volte, ricevendo risposte evasive. Infine dove andava, quando spariva senza dire nulla per un mese o due. In conclusione un bel mazzo di quesiti a cui si aggiungevano quelli del periodo veneziano.

È vero che Sara ha negato l’esistenza di una figlia ma Natalia l’aveva ammesso un giorno che facevano colazione a piazza Navona. Lisa non è un nome inventato’.

Si stava risciacquando, quando Natalina si intrufolò dentro. ‘Benedetta ragazza!’ sospirò, mentre le sue mani percorrevano il suo corpo.

Se Daniele voleva recuperare il tempo perduto, Natalina pareva avida di amore. Sembrava una molla sempre carica. Questa volta non fu il trillo del telefono a spegnere i bollenti spiriti ma il getto di acqua che diventò di colpo gelido. Risero teneramente abbracciati, mentre lui chiudeva con una mano il flusso freddo. Daniele infilò il suo accappatoio alla ragazza e cominciò a strofinarla con energia per riscaldarla.

Ti prendi un colpo!” affermò Natalina, vedendo la pelle d’oca del corpo di Daniele.

L’erba cattiva non muore mai!” rimbeccò il ragazzo, avvolgendosi in un telo di spugna. “Non mi hai ancora detto cosa vuoi fare. Andiamo in trattoria oppure ci facciamo qualcosa di veloce in casa?”

La ragazza rise, infilando le ciabatte di Daniele. “Che domanda sciocca! E chi vuole avventurarsi fuori? Stiamo divinamente qui”.

Infilata una t-shirt di Daniele, che le faceva da mini vestito e i pantaloni della felpa, Natalina era pronta con i capelli ancora umidi. Nonostante cadesse abbondante sul suo corpo minuto, si notavano i segni dei capezzoli sul tessuto. Il ragazzo mise una polo azzurra e i pantaloni blu della tuta. Erano pronti per la cucina.

Si vede che manca il tocco femminile. Quello attuale è scarso” rise Natalina per la sua battuta sciocca, mentre rovistava nei pensili alla ricerca della pasta e della passata di pomodoro.

Per caso ti proponi come donna tuttofare?” rimbeccò Daniele, che aveva estratto dal freezer un sacchetto di patate rosmarine surgelate da mettere in forno.

Avvertì sulle mani una bacchettata con un mestolo di legno. “Non azzardare più simili affermazioni!” era il consiglio intimato da Natalina. Daniele rise e la baciò.

Mentre nella pentola l’acqua bolliva per la pasta, un dolce profumo di sugo al pomodoro aveva invaso la cucina.

Volevo…” iniziò Daniele, mentre ne prelevava una cucchiaiata dalla teglia.

Zitto!” disse secca la ragazza. “Ora si pensa a mangiare. Prepara la tavola, il pane, acqua e vino. Niente domande”.

Daniele, zittito dal suo tono imperioso, sorrise. Natalina si comportava come lo stereotipo della classica mogliettina. Quasi non la riconosceva. “Veramente io…” fece timidamente. Un viso contrito apparve sul volto di Daniele, che stentava a rimanere serio.

Zitto e fa quello che ti ho detto” e abbassò il fuoco per salare l’acqua prima di mettere i gomiti integrali a cuocere. “Immagino niente formaggio?”

Daniele ci pensò un po’. Poi ricordò di aver comprato la settimana scorsa una busta di pecorino grattugiato. La barba gli prudeva, mentre se la toccava in continuazione. Oggi non l’aveva fatta e gli dava qualche fastidio. Da un cassetto prelevò la confezione. “Donna incredula, ecco il formaggio”.

Natalina controllò il contenuto e annuì con il capo. “Aprila e mettila in un piatto” gli ordinò, mentre scolava la pasta. “Mi servirà tra un minuto”.

Le patate doravano nel forno, mentre i due ragazzi in silenzio gustavano il primo. Solo il lento masticare interrompeva la quiete domenicale. Loro tacevano ma gli sguardi si incrociavano maliziosi.

Volevo dire prima” cominciò Daniele, spazzando via le ultime patate.

Uhm!” borbottò Natalina con la bocca piena.

Volevo dire che, se Sara avesse suonato, l’avrei lasciata fuori” completò il pensiero il ragazzo.

Saggio proponimento” disse la ragazza, alzandosi da tavola. “E ora a lavare piatti e tegami”.

Rigovernata la cucina, si spostarono sul divano a prendere il caffè. Niente dolce. Mancavano gli ingredienti per prepararla.

Daniele tornò accanto alla ragazza con i fogli e i telefoni. “Non abbiamo controllato chi erano gli scocciatori di stamattina” affermò il ragazzo, scorrendo le chiamate. La barba prudeva e tornò a toccarsela. “Pare un numero di Vodafone il tuo. Per il mio nulla da fare. Lo ha nascosto”.

Per conoscere chi, basta richiamarlo” suggerì Natalina.

Daniele annuì. Ci aveva già pensato. “Faccio un salto sotto casa. C’è una cabina telefonica. Così non capiscono chi chiama”.

I fogli erano diventati un guazzabuglio di segni, che si intrecciavano tra loro. Daniele trascrisse su fogli bianchi le informazioni che riteneva utili, sistemando tabelle e collegamenti. Natalina lo osservava in silenzio con le gambe piegate sotto i glutei. ‘Sì, non abbiamo ancora affrontato il possibile nascondiglio di Nati’ si disse in attesa che Daniele finisse di mettere ordine agli appunti.

Sul tavolino basso davanti al divano stavano distesi i fogli. Lui si appoggiò allo schienale per osservare Natalina. ‘Sì, sono stato cieco in questi anni’ pensò. Un respiro e poi via con le domande.

Lisa. Non ti dice niente questo nome?”

No. L’ho sentito per la prima volta ieri. Ma chi è?”

Daniele trasse un sospiro. “Sarebbe una bambina. Ma forse oggi è una ragazzina. Quattordici o quindici anni” iniziò con lentezza il ragazzo. “Figlia di Sara”.

Lo sguardo sorpreso della ragazza puntò il volto di Daniele. Non poteva crederci. Sara aveva una figlia? Le parole stentavano a uscire dalla gola, perché la rivelazione era troppo sorprendente per essere vera.

Sicuro o solo una supposizione?” azzardò Natalina.

Un sorriso amaro si stampò sulle sue labbra. Se ne avessi la certezza non porrei questa domanda, si disse Daniele, le verità sono il frutto di congetture, quando mancano le prove. “Tua sorella me lo ha confidato una volta. Ma poi ha sempre negato l’affermazione”.

Nati, ha detto questo? Non me ne ha mai parlato!” sbottò incredula la ragazza. “Sei sicuro?”

Era una notizia troppo ghiotta per lasciarla cadere. Natalia non ne aveva mai accennato con lei. Eppure tra loro c’era molta complicità. “È la prima volta che sento accennare di una maternità di Sara. E dove sarebbe nata Lisa?”

A Venezia” disse laconico Daniele.

In quella città sembrò a Natalina che fossero successe le cose più straordinarie e ingarbugliate del mondo. “Chi sarebbe il padre?” La ragazza aveva un accento tra l’indagatore e la sorpresa.

Daniele scosse il capo. Adesso aveva mille dubbi sulle parole di Natalia. “Sarebbe mia figlia, secondo tua sorella”.

La bocca di Natalina rimase aperta. Gli occhi erano spalancati per lo stupore. Deglutì un paio di volte, mentre annaspava alla ricerca di aria. La notizia l’aveva stordita.

Basta con queste mie insistenze. Passiamo oltre” fece Daniele, osservando la ragazza destabilizzata da questa informazione. “Quale molla ti ha spinto a partire col primo aereo per l’Italia?”

Natalina lo guardò di sbieco. “Ma per correre in soccorso di Nati. Mi pare ovvio”.

D’accordo. Questo lo sapevo. Anzi me l’hai detto più volte. La domanda era mal posta. Hai ragione. Provo a riformularla meglio” precisò Daniele. “Volevo conoscere i dettagli della telefonata di tua sorella. Ha chiesto aiuto in modo chiaro oppure tu hai percepito che fosse in pericolo?”

Il quesito adesso era più chiaro. Sapeva cosa volesse conoscere Daniele. Erano le motivazioni della partenza dal Brasile. “La telefonata arrivò nel cuore della notte” spiegò Natalina, sistemandosi meglio sul divano. “La sua voce era tremante o forse incerta. Comunque non franca. Non l’avevo mai sentita così. Nemmeno nei momenti di più grande difficoltà. Faticavo a capire quello che mi diceva. L’ho pregata più volte a parlare più forte. Mi ha risposto che non poteva. Le ho chiesto dove era ma ha chiuso la conversazione”.

La telefonata è chiara ma lo stato di Natalia no, pensò Daniele. Natalina ha sempre parlato di nascondiglio ma da quanto ha detto parrebbe sottoposta a sorveglianza. Devo chiarire il punto.

Hai parlato che Natalia è nascosta e corre dei pericoli” esordì Daniele, che dava corpo ai suoi dubbi. “Però da quanto ho ascoltato, sembra che sia ostaggio di qualcuno o di una banda”.

Natalina scosse il capo. Non era riuscita a trasmettere le sensazioni provate con la telefonata. “Nati non ha detto di essere prigioniera ma semplicemente che doveva parlare sottovoce. Su questo è stata categorica”.

Le parole di Natalina non erano convincenti per Daniele. “Ma ti sei messa in contatto ancora con lei?” incalzò il ragazzo, mentre le prendeva le due mani.

No”.

C’era qualcosa che sfuggiva a Daniele. Una telefonata ambigua e poi il nulla. Tuttavia Natalina ha organizzato un viaggio difficoltoso per rientrare in Italia senza informare i genitori. Questi dettagli continuavano a martellargli la tempie.

Capisco i tuoi dubbi” gli disse Natalina.

Si sistemò appoggiando il capo sul suo torace e prima che Daniele potesse dire qualsiasi cosa. Riprese il racconto.

Non puoi capire. Ti narro un piccolo antefatto, che farà luce sull’episodio”.

Daniele annuì, cingendole le spalle.

Devi sapere che erano da diverse notti che avevo un sogno o forse un incubo. Nati era nascosta in una stanza, che non conoscevo. Lì c’erano solo un armadio rustico, che occupava una parete, e un letto a castello dalla parte opposta. Niente tavolo o sedie. Solo questi due elementi. Nati viveva nel terrore. Si nascondeva nell’armadio ad ogni minimo rumore. Poi mi svegliavo tutta sudata e col cuore in affanno. Quando ho ricevuto la telefonata, ho avuto la sensazione che Nati telefonasse da quella stanza”.

Non poteva crederci. Associare un sogno alla realtà. L’impressione era che Natalina fosse suggestionata da quel sogno e avesse dato consistenza reale alle sue fantasie oniriche.

Ma se fosse così, potrebbe essere ovunque” rifletté ad alta voce Daniele. “Ma quella stanza non ti ricorda nulla?”

Natalina negò col capo ma in maniera poco decisa.

Ma… Forse… No, non credo” borbottò fra sé la ragazza.

Tu dimmi quello che non credi. Sarò io a valutare” la incitò Daniele.

Sara si chiuse in un mutismo arcigno. Daniele non sarebbe stato capace di cavarle una parola di più.

[continua]

Daniele – parte quindicesima

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by Yellingrose

Dalla tapparella malamente abbassata filtravano spire di luce. Un raggio di sole disturbò il sonno leggero di Natalina, che si rifugiò tra le braccia di Daniele. La notte era stata lunga e dolce. I due ragazzi si erano addormentati abbracciati poco prima dell’alba.

Daniele cercò di capire l’ora dalla luminosità della stanza e dai rumori stradali. Nessuno delle due indicazioni venne in soccorso. Rinunciò. Dal piumone affioravano i capelli della ragazza, leggermente arruffati. Lui osservò il ritmico muoversi della trapunta. Con lentezza cercò di sottrarsi dal suo tenero abbraccio.

Non puoi” biascicò Natalina, incollandosi ancora di più al suo corpo.

Daniele sorrise ma doveva farlo. Con urgenza doveva passare dal bagno prima di andare in cucina a preparare la colazione. Uscito dal caldo tepore del letto, infilò una maglietta e i pantaloncini del pigiama. Il riscaldamento centrale era già acceso ma la stanza rimaneva ancora gelida.

Sveglia bella addormentata nel bosco” le sussurrò con dolcezza Daniele.

Sul vassoio posato sul letto c’erano due tazzine di caffè, la moka e un piatto con biscottini di vario genere.

Da sotto le coperte Natalina sbuffò. “Ho freddo a uscire da qui”.

Daniele raccolse lo scialle che aveva messo in precedenza sul calorifero a scaldare, immaginando che avrebbe protestato per il freddo. ‘Nuda com’è non può avere caldo’ ghignò in silenzio.

Tieni” disse, allungandolo alla ragazza. “Ma pensò che ti convenga mettere qualcosa sotto prima”.

Poi sparì alla vista di Natalina.

Al termine della colazione era tempo di riprendere l’esame degli avvenimenti per tentare di rintracciare Natalia. Daniele prese le carte dallo sgabello, mentre Natalina si avvolgeva per bene nello scialle. Provò a ricapitolare le informazioni, mettendo ordine ai suoi pensieri. In quei sei anni veneziani Sara e Natalia avevano vissuto pericolosamente. Di Sara aveva pochi dati. Era stata alquanto reticente. Non poteva ammettere che si era comportata come una escort di lusso, aveva tenuto una relazione dubbia con una delle due sorelle portoghesi e forse aveva frequentato personaggi alquanto discutibili. Provò a fare mente locale su cosa era avvenuto in quegli anni. A parte le turbolenza politiche Daniele non riusciva ad associare qualche episodio strano, focalizzato nel Veneto. Alla fine rinunciò.

Da dove ripartiamo?” fece Natalina, coprendosi anche col piumone.

Dai viaggi”.

La ragazza elencò le località che ricordava. Frammenti di conversazioni ormai vecchi di anni. Daniele emise un fischio.

Non vorrei pensare male” cominciò Daniele, dosando le parole.

Pensa pure male. Non credo che sarai distante dal vero” ammise Natalina con lo sguardo cupo.

I posti sono crocevia della droga. Natalia ha fatto da copertura ai trafficanti. Forse non se ne è resa conto subito”.

Anche lei aveva pensato alla medesima cosa e annuì per conferma.

Però ho un dubbio”.

Lo sguardo di Natalina esprimeva perplessità, perché non intuiva dove volesse arrivare Daniele. Anche lei era sicura che sua sorella fosse entrata in un giro pericoloso. Carlo, la malavita del Brenta, personaggi oscuri, dei quali aveva incerti ricordi. Sì, Dani ha ragioni da vendere. Nati si è trovata coinvolta con persone losche e pericolose, pensò. Quali dubbi gli sono venuti?

Che legame c’è con la scomparsa di Natalia” concluse il ragazzo, mentre appuntava la parola ‘droga’ e ‘trafficanti’ su un foglio intonso.

Adesso era più chiaro a Natalina quale riserva era spuntata nella mente di Daniele. Gli mancava l’anello di congiunzione tra quei lontani episodi e la sua sparizione. Forse solo Sara sarebbe stata in grado di fornirlo. Ma vorrà farlo? Era la domanda che adesso le frullava nella mente.

Ma non era soltanto droga” fece Daniele, come se parlasse da solo.

Non capisco” disse Natalina, aggrottando la fronte.

Daniele strinse gli occhi, come per concentrarsi su un punto non messo ancora a fuoco. Non poteva essere solo un corriere o una copertura Natalia, pensò. Poi il flusso dei pensieri divenne udibile.

Hai detto… oppure l’ho solo immaginato, che tua sorella viveva nel lusso in quegli anni” domandò il ragazzo, puntando gli occhi su Natalina.

La ragazza mosse il capo in segno di sì, ormai rassegnata a scoprire altre brutture nella vita della sorella.

Non ti offendere per quello che ti dirò” esordì Daniele, soppesando le parole. “Ma credo che praticasse sesso a pagamento. Feste, cene, viaggi verso l’Istria, in particolare al casinò di Portorose, non fanno pensare bene”.

Natalina non disse nulla. Ricordava come ascoltava i resoconti di sua sorella a bocca aperta. Racconti di lusso che non si poteva permettere.

Portorose?” esclamò Daniele come se avesse avuto un’ispirazione. “Un posto pericoloso nei primi anni novanta. La guerra in Bosnia. La crisi della Jugoslavia”.

Natalina si rannicchiò sotto il piumone, mentre Daniele taceva.

Poi annotò qualcosa sul foglio. “Che sciocco!” esclamò il ragazzo. “Perché non ci ho pensato prima! Fino al novantacinque era un’area turbolenta. Traffico di armi e di droga, riciclaggio di denaro sporco. Dove era possibile lavarlo? Al casinò di Portorose! Con chi? Con una bella fanciulla al seguito”.

Natalina guardava Daniele come se lui avesse avuto un colpo di sole. Riciclaggio? Certo denaro avuto illegalmente! Questo poteva spiegare molto, si disse. Stava per dire qualcosa quando vide Daniele tracciare delle righe sul foglio.

anno

località

Cosa?

Settembre ‘90

Venezia

Incontro con Ana/Eliseu

Natalina si appoggiò sulla spalla, aderendo col seno al suo fianco. Sbirciò il foglio ma le sue mani si strinsero a lui.

Daniele si girò e trovò la sua bocca. Baciarla fu un atto istintivo. Lasciò i fogli scivolare via e si infilarono di nuovo sotto il piumone.

Se stanotte ho fatto all’amore con la luce del sole. Oggi alla luce del sole’ si disse e trovò tutto questo piacevolmente intrigante ed eccitante.

Una lacerante melodia mise fine a mugolii, gemiti, un agitare convulso del piumone. La magia che si era creata nella stanza svanì.

Non rispondere” ordinò Natalina con voce roca, anche se era consapevole che il momento magico era sparito.

La musichetta proseguì a lungo, finché cessò con sollievo di entrambi. Daniele provò a rianimare la scena ma la ragazza era fredda, quasi inerte. Insistette con risultati migliori rispetto a prima, quando un’altra melodia proveniente dal trolley di Natalina chiuse definitivamente la questione.

Uffa!” borbottò Daniele, mettendosi supino, mentre Natalina sembrava quasi singhiozzare. “Chi rompe di domenica mattina?”

No, non andare!” lo supplicò la ragazza.

Però Daniele con un balzo si alzò dal letto. Controllò il numero sul suo cellulare. “Merda!” esclamò arrabbiato. Poi si diresse verso il telefono di Natalina e scosse il capo.

Il dubbio era dipinto sul volto di Natalina. Non comprendeva le esternazioni di Daniele.

Numero privato sul mio. Sul tuo sconosciuto” spiegò il ragazzo, infilandosi sotto il piumone.

I fogli con gli appunti erano sparpagliati sul pavimento, mentre quei pochi rimasti sul letto erano alquanto stropicciati.

Una domanda ballava nella testa di Daniele. Aveva intenzione ogni volta di porla ma per un verso o per un altro rimaneva sempre nel chiuso della sua mente. Stava per porla, quando ebbe un lampo. ‘E se John o Juan fossero degli 007?’ pensò. ‘Potrebbe spiegare perché Juan pedinava Natalì’. A questo punto i dubbi anziché sciogliersi aumentavano, creando confusione.

Daniele raccolse i fogli caduti e lisciò quelli rimasti sul letto. Li ordinò e riprese a scrivere.

anno

località

Cosa?

Settembre ‘90

Venezia

Incontro con Ana/Eliseu

Febbraio ‘91

Venezia

Festa di carnevale/John

Marzo ‘91

Amsterdam

Fine settimana

Maggio ‘91

Portorose

Casinò

Il volto di Natalina mostrava tutto il suo disappunto. Aggrottato e con lo sguardo cupo fissava un punto imprecisato della parete. Sto passando un momento di passione ma prima i telefoni e adesso quei maledetti appunti hanno interrotto bruscamente il clima di piacere, sottolineò, mettendosi in posizione fetale.

Ho fame” affermò Daniele, osservando l’ora sul display del suo telefono. “Cosa facciamo?”

Un grugnito fu la risposta di Natalina.

[Continua]

La mia storia – mini esercizio 12

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Foto personale

Un uomo ha un amico che sta facendo un enorme sbaglio, e basterebbe che tu gli dicessi una certa cosa e lui capirebbe. Ma non puoi comunicare in nessun modo con lui.

Sai che da te dipende la sua vita. Sai che se fossi con lui, se potessi chiamarlo, scrivergli, urlargli lui si salverebbe. Ma non puoi.

Inventa tu la situazione. Forse siete fisicamente distanti e il suo telefono non ha campo. Forse siete vicini ma lui ha le cuffie e non sente. Forse non capisce cosa vuoi dire.

L’importante è che in 100 parole tu descriva la disperazione in questo contesto.

Ecco il mio esercizio.

Buona lettura.

 

Ecco ero qui e vedevo tutto. Sì, proprio tutto. La stanza era quadrata, illuminata da una lampada dalla luce gialla. Non storcere il naso. Era gialla e non bianca. Un tavolo, una sedia e un televisore in lontananza che ronzava muto. Livio era lì e non avrebbe dovuto esserci. Perché sei venuto? Non lo capivo. Eppure era in quella stanza dalle ombre non nette. Voltava le spalle alla porta. Mi guardava e stava immobile. Il viso in penombra e la sua ombra sulla parete. Avrei voluto gridare. “Scappa finché sei in tempo!” Ma come facevo? Sono muto. Non potevo parlare.

 

Daniele – parte quattordicesima

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Stanno sbocciando – Foto personale

Natalina si strinse nello scialle nero. Un uomo e una donna di lingua portoghese mi hanno pedinata? Ma non me ne sono accorta, pensò.

Sicuro, Dani?”

Certo. Erano dietro di te, quando ti ho accolta nel salone degli arrivi. Non pensarci. Era una semplice curiosità”.

Natalina strabuzzò gli occhi trasecolata. “Una banalità? Non mi pare. Se mi hanno seguita, un motivo c’era”.

Daniele strinse gli occhi. ‘Ma certo! Sono stato cieco!’ si disse. Natalina era la copia giovane di sua sorella. Stessa voce, medesima corporatura. Solo i capelli le differenziavano. Natalia castano scuri, quasi neri, leggermente ondulati. Natalina capelli corti, lisci e castano chiari. Ma il colore in una donna può essere un optional, come lunghezza e altri dettagli. Sì, entrambi l’hanno scambiata per Natalia, pensò. E Sara non poteva che confermare le loro certezze, uscendo da casa mia. Se Juan parlava una lingua che a spanne poteva essere portoghese, la coppia femminile si esprimeva in italiano. Un buon italiano. Eppure Natalina aveva detto che la donna parlava come Juan in portoghese.

Poi ebbe un flash. La ragazzina ha chiamata ‘zia’ la donna. Quella potrebbe essere o Ana oppure Eliseu. Ma la ragazzina? Posò gli occhi sui fogli senza trovare l’ispirazione giusta per collocare nipote e zia. Solo Sara sarebbe stata in grado di sciogliere i suoi dubbi.

A cosa stai pensando?” gli chiese Natalina, come intuendo che qualcosa avesse in mente.

Guardati allo specchio” indicò Daniele quello appeso di fronte a loro. Era sua intenzione farle capire la ragione per la quale la seguivano.

Natalina si guardò ma poi posò lo sguardo su di lui. Non capiva il motivo di quella affermazione. Aveva osservato quello che da anni vedeva tutti i giorni. Una ragazza giovane e carina, dalla pelle dorata per il sole di Bahia.

Non capisco” disse mortificata.

Daniele rise, suscitando un moto di stizza nel volto della ragazza. “Non capisci? I due portoghesi ti hanno scambiata per tua sorella”.

Natalina si osservò di nuovo nello specchio. Doveva ammetterlo che una certa rassomiglianza c’era. Per lei era naturale e non ci aveva mai fatto caso. Non per nulla era sua sorella. ‘Ma questo Juan ha preso una cantonata! Come poteva supporre di seguire Natalia? E poi quando ha conosciuto mia sorella?’ Senza dubbio Daniele aveva una lucidità veramente fuori del comune. Solo un ingegnere è capace di collegare elementi tanto disparati tra loro, sorrise a questo pensiero. In effetti, ragionò, se mia sorella li ha conosciuti a Venezia, erano passati oltre nove anni da allora e forse il raffronto è più sincero.

Capisco dove vuoi arrivare. Juan e la misteriosa donna mi hanno scambiata per Natalia” fece Natalina.

Brava! Proprio così. Sicura che tua sorella non ti abbia mai parlato di Juan o di un tipo come lui?”

La ragazza aggrotto la fronte e poi inarcò le sopracciglia. Adesso che Daniele la spingeva a ricordare, affiorava un frammento di conversazione, un barlume su un uomo conosciuto alla prima festa di carnevale a Venezia.

La prima volta che Natalia ha partecipato a una festa di carnevale a Venezia ha accennato a un certo John. Disse vagamente che lavorava in una ambasciata. Era arrivata da poco a Venezia e quella fu il suo battesimo sociale”.

Daniele sorrise compiaciuto. Segnò sul foglio John, accanto a Juan. Poteva essere un addetto all’ambasciata, uno della sicurezza. Visto il fisico da body guard. “Ricordi la nazione?”

Natalina scosse in capo in segno di diniego. “No. Non credo che me lo disse. Anzi sono certissima che non ha specificato la nazionalità. Ero giovane e poco smaliziata…”.

Però eri già una fanciulla deliziosa” fece ammiccando Daniele.

Le gote di Natalina acquisirono un colorito roseo. La battuta aveva centrato il bersaglio, solleticando la sua vanità.

…Quindi non ho chiesto nulla. Ricordo di aver pensato che fosse americano o di una nazione anglofona” concluse Natalina, incespicando nelle parole per l’emozione del complimento. Era la seconda volta che lui si accorgeva di lei.

Daniele le strinse le mani, che sentì fremere. ‘Calmati. Lo so che vorresti accarezzarla più a fondo ma ora pensa a raccogliere indizi’.

Ma poi ha parlato ancora di questo John?” domandò Daniele, tornato a concentrarsi sugli appunti. Faticava sempre di più a mantenere la concentrazione sull’oggetto della conversazione.

No. Non mi pare” fece Natalina. Dopo una breve pausa riprese il discorso. “Però è strano che Sara abbia taciuto su questo dettaglio”.

Daniele sorrise. ‘Sei veramente ingenua, Natalì’ pensò il ragazzo, prima di affrontare il tema viaggi. “Hai detto che tua sorella ha compiuto numerosi viaggi. Ricordi qualche destinazione?”

Natalina socchiuse gli occhi, prima di spalancarli di nuovo. Daniele vi annegò dentro. ‘Sono stupendi’ pensò il ragazzo, sospirando. Un bel verde screziato. Si diede dello sciocco non averli notati prima.

Di sicuro ad Amsterdam più volte. In aereo con un volo Venezia Monaco e poi da lì fino in Olanda. Partenza venerdì sera e rientro lunedì mattina” disse la ragazza, fissando Daniele. ‘Quanto sei bello!’ pensò. ‘Ma dobbiamo parlare di questo tutta la notte?’

Daniele annotò accanto alla parola viaggi la destinazione Olanda. Adesso aveva la quasi certezza che Natalia servisse da copertura per importare droga. Doveva farle un’altra domanda, poi avrebbe messo fine al suo supplizio. Avere accanto una donna tanto desiderabile e non combinare nulla era proprio un delitto.

Andava da sola?” chiese, volgendo lo sguardo verso di lei.

Una breve risata, quasi di delusione, uscì dalla bocca di Natalina. ‘Sei sciocco. Se metti via quei maledetti fogli, mi sciolgo sotto le tue mani’ si disse, stringendo le cosce. Tra le gambe l’umido era davvero insopportabile.

No. Mi diceva che erano una bella squadra. Quanti non lo so ma di sicuro un paio di coppie” fece Natalina con gli occhi dolci.

Di cosa penso su quei viaggi, ne parleremo domani” disse Daniele appoggiando i fogli ben accatastati sullo sgabello.

La ragazza posò lo scialle da qualche parte, infilandosi sotto il piumone. ‘Ti aspetto’ e socchiuse gli occhi nell’attesa delle sue mani sul corpo.

Daniele si sdraiò di fianco e la baciò con dolcezza. Sollevò il babydoll, che Natalina si tolse con mossa rapida. Era solo d’impiccio. Le labbra del ragazzo sfiorarono i capezzoli che il freddo e la passione avevano reso duri. Lei inarcò la schiena per indicare che doveva togliere quelle inutili mutandine. Adesso era nuda ma il calore di Daniele spazzò via il residuo di freddo. Natalina gli tolse la giacca e i calzoncini, gemendo per il desiderio. Era la prima volta che faceva all’amore con la luce accesa. Questa era un’occasione speciale. In precedenza era stato solo un atto meccanico che non le aveva suscitato nulla. Stanotte no. Era qualcosa di molto di più. Un brivido di piacere le percorse il corpo.

Sussurri, parole appena accennate, gemiti e sospiri accompagnarono le loro mani e le bocche alla ricerca del godimento.

Ti amo” disse Natalina, mentre Daniele la penetrava con dolcezza.

[continua]