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Disegna la tua storia -un’immagine di Etilyile – la prateria

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una bella immagine di Etilyile ed eccovi un raccontino senza pretese.

Etiliyle-Luca Molinari Photo- absolute true green

Di fianco alla montagna, proprio in quel punto dove si incontra con la piana c’era un boschetto di robinie e carpini. Niente d’imponente ma tutto appare selvaggio come l’erba alta che nessuno falcia. A Venusia è considerata la terra di nessuno proprio perché non appartiene a nessuno. Nessun venusiano la reclama, nessuna carta catastale dice a chi appartiene. Un vero buco nero. Il borgomastro fa orecchie da mercante, visto che sembra di tutti e di nessuno. Se la reclamasse dovrebbe provvedere alla falciatura dell’erba, a sistemare i sentieri del boschetto e al taglio degli alberi malati. Il medesimo ragionamento lo fanno anche i venusiani, perché queste incombenze sarebbero a loro carico. Quindi questa porzione di Venusia rimane allo stato brado. Sono pochi i coraggiosi che osano avventurarsi da queste parti, perché dicono che nell’erba alta ci sono in agguato serpenti e bestie feroci.

«Le solite esagerazioni» afferma Sofia, che decide un giorno di giugno di visitare la zona. Al suo fianco sta Tobia, che fa buona guardia.

L’erba dopo l’inverno nevoso era verde e lussureggiante per la primavera piovosa e mite. Papaveri occhieggiano tra il verde. Il lilla rosato del malvone spicca ergendosi sopra l’erba alta fino a mezzagamba.

Sofia cammina circospetta facendo attenzione dove posa i piedi. Indossa dei jeans pesanti infilati negli stivali che arrivano al ginocchio. “Se, come dicono, ci sono serpenti velenosi” e sorride a questo pensiero che ritiene improbabile, “cuoio e tela mi proteggono”.

Tobia non ama correre in prati come questo, perché gli steli ruvidi strusciano sull’addome in modo fastidioso. Per lui è un punto delicato perché il pelo non lo protegge in maniera efficace.

Non senza fatica Sofia e Tobia raggiungono il boschetto cresciuto in modo selvaggio e incontrollato. Alberi caduti che marciscono a terra, rovi cresciuti a formare una matassa inestricabile, sentieri inesistenti. Uccelli nascosti tra i rami, mentre altri animali seguono con gli occhi i due intrusi.

Sofia tocca i tronchi. Alcuni sono sani, altri presentano gli attacchi dei parassiti che ne minano la salute. In lei si risveglia l’agronomo, le nozioni che l’università le impartisce e che metterà a frutto con la luarea.

«Ci sarebbe da lavorare» mormora Sofia mentre raggiunge una parte del bosco che conosce perfettamente. «Tagliare gli alberi malati prima che cadano e infettino gli altri. Ripulire il sottobosco per consentire alle radici di respirare, ripristinare i sentieri per agevoli passeggiate. Già e chi lo fa?»

Poi a passo svelto si avvia verso casa seguita come un’ombra da Tobia.

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – quattordicesima puntata

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – quattordicesima puntata

ecco la nuova puntata del giallo che appassiona i soliti quattro gatti. Per loro un avviso la quindicesima puntata slitta a data da destinarsi. Quando non lo so. Intanto leggetevi questa nuova appassionante puntata.

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Il ritrovamento di oggetti abbandonati permetterà di scoprire qualcosa di più sulla sorte di Albertino? Oppure non hanno nessun collegamento con i fatti criminosi avvenuti in questi, di solito, tranquilli posti di montagna?

Gian Paolo (Newwhitebear) ed io vi accompagniamo verso la soluzione dell’enigma, puntata dopo puntata.

Chi avesse perso le puntate precedenti può trovarle qui1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12, 13

Debora decise, quel sabato mattina, di portare la cagnolina Lina a sgranchire le zampette in una bella camminata al fresco del bosco.

Mentre la bestiola correva annusando felice ogni piccolo anfratto e scavando ogni buca possibile, Debbi meditava sugli aspetti di quel caso ingarbugliato che presentava tre eventi apparentemente indipendenti tra loro. Al momento di concreto c’era la felpa rinvenuta nella camera 216 e le informazioni…

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Un caso per tre – un giallo a quattro mani – puntata tredicesima

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La storia prosegue e il misterioso s’infittisce. Dopo la bella puntata di Elena (nonsolocampagna)  dove Debora fa il punto della situazione con Walter eccovi la nuova puntata. Per chi avesse perso qualche colpo eccovi i link 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12

Buona lettura

Sofia era abbastanza arrabbiata con Walter, perché, dopo aver scelto un posto sperduto tra le montagne, di fatto le sembrava in simbiosi con la presunta criminologa, che vedeva come fumo negli occhi.

Da quando erano arrivati si era annoiata. Un’unica gita alle Cinquemiglia, che era stato uno strazio, una passeggiata nel bosco e due passi a Roccapietrosa e poi basta.

Passava il suo tempo, per fortuna niente pioggia o temperatura gelida, ai bordi della piscina, prendendo il sole e leggendo qualcosa.

Il sabato mattina, abbandonata da Walter, stava oziando ai bordi della piscina ma si sentiva inquieta. Non riusciva a stare ferma. Si alzò per osservare il lavoro del giardiniere che come tutti i giorni spuntava le rose, toglieva i fiori appassiti e sistemava le aiuole. Era un giovane non troppo alto che agli occhi di Sofia doveva avere all’incirca la sua età. Le sembrava troppo giovane per svolgere quel lavoro, che invece lo faceva con notevole perizia.

«Buongiorno. Disturbo?» chiese Sofia dopo essersi avvolta nel pareo giallo.

Il giovane sollevò il viso, tenendo in mano le forbici, per vedere chi lo stava interpellando.

«Mi dica, signora»

Sofia sfoderò un sorriso solare.

«In queste mattine la stavo osservando con quale perizia e cura si dedica al giardino. Mi sembra bravo ma anche giovane».

Il giardiniere arrossì debolmente, mentre riprendeva a eliminare le rose sfiorite. “È una bella donna” pensò, mentre il pareo lasciava intravvedere due gambe ben tornite.

«Mi spiace averla disturbata» affermò Sofia, allontanandosi con un movimento civettuolo delle anche.

«Signora, non volevo apparire scortese ma» fece il giovane mettendosi eretto.

Sofia si girò e stava per replicare quando vide Walter poco distante da loro.

«La stava importunando?» chiese stizzito Walter.

«No, no» si affrettò a dire il giardiniere.

Walter colse l’occasione per fare due chiacchiere con lui.

«Mi hanno detto che lei conosceva bene Francesca. Mi domando il perché si sia uccisa» affermò, mentre Sofia lo prendeva sotto braccio.

Il giardiniere aprì la bocca come per rispondere ma poi la richiuse. Rifletté sulla domanda, che non si aspettava. Lui aveva le sue idee sulla morte di Francesca ma di certo non pensava al suicidio. Doveva usare cautela nel rispondere, perché non comprendeva a quale titolo gli aveva posto il quesito.

Walter intuì il disagio del giovane nella risposta, anche perché nessuno gli aveva detto che tra lui e Francesca ci fosse amicizia e forse qualcosa di più. Aveva sparato a casaccio ma pareva aver colpito il bersaglio.

«Mi scusi ma non volevo metterla in imbarazzo» ammise Walter fingendo dispiacere. «Ho scambiato poche parole con quella povera ragazza. Mi è sembrata solare e piena di vita».

Il giardiniere stava per replicare, quando Sofia intervenne, perché era pentita di avere fatto la civettuola col ragazzo. Voleva rimediare alla figura non proprio brillante di poco prima.

«Ho ascoltato le chiacchiere di alcuni ospiti a bordo piscina. Dicevano che Antonio, il fidanzato di Francesca, ha tentato il suicidio per la sua morte. Sta lottando tra la vita e la morte all’ospedale di Sulmona. Una vera tragedia».

«Non credo che Antonio si sia sparato» esclamò con veemenza il giovane che aveva riacquistato la voce. «E poi erano in rottura. Me l’ha detto la sera prima di morire».

Il giardiniere si sarebbe morso la lingua per essersi lasciato sfuggire quella frase compromettente ma ormai non poteva più smentire.

Walter spalancò gli occhi fingendo sorpresa, mentre stringeva la mano a Sofia. Quell’uscita era stata provvidenziale per sbloccare la situazione.

«Dice sul serio? Quindi secondo lei è stato qualcuno a sparargli?»

Ormai era in ballo e non poteva più tirarsi indietro.

«Francesca la sera prima della sua morte era in giardino in lacrime e mi ha confidato che meditava di licenziarsi e tornare a Mantova. Aveva litigato con Antonio nel pomeriggio. Il motivo non me l’ha detto. Poi conoscendolo ritengo improbabile un suo tentativo di suicidio. Per quanto riguarda Francesca potrebbe essersi gettata dalle scale ma, se l’ha fatto, avrà avuto motivi gravi. Di certo non per Antonio».

Il giardiniere dopo questo monologo sembrava che si fosse sgravato da un pensiero e appariva meno serio rispetto a qualche minuto prima. Quella coppia gli ispirava fiducia e non era pentito di avere esternato i suoi dubbi.

Walter allungò la mano per stringerla al giovane ma poi la riportò al suo fianco.

«Dunque lei dubita sulle cause della morte di Francesca e sul ferimento di Antonio?»

«Sì».

«Un’ultima domanda. Poi la lascio al suo lavoro» fece Walter estraendo il telefono. «Conosce questa persona?»

Gli mostrò il volto dell’uomo misterioso.

«Stavo andando in camera quando l’ho visto entrare in una stanza e uscire poco dopo. Non mi pare che sia un ospite o del personale di servizio. Non mi piace che estranei possano muoversi liberamente per l’hotel».

Il giovane strinse gli occhi per mettere a fuoco quel viso. “Ha ragione” pensò. “Mai visto prima”.

«No. Un viso sconosciuto» ammise il giardiniere, mentre Puzzone arrivava con qualcosa tra i denti. «Forse sarebbe meglio avvertire la signora Maria di questo».

Walter fece una smorfia di disappunto, perché sperava di dare un’identità a quel volto.

Avvertì la presenza di Puzzone e si girò per chiamarlo, quando vide che teneva fra i denti un telefono.

«Ma quello sembra lo smartphone di Antonio» esclamò sorpreso il giovane.

«Sicuro?»

«Sicuro al cento per cento, no. Ma Antonio ne aveva uno uguale».

Walter lo prese con delicatezza e lo mise nella tasca dei jeans.

«Grazie…» disse Walter aspettando che dicesse il suo nome.

«Giuseppe» aggiunse il giardiniere.

«Grazie, Giuseppe» continuò Walter stringendogli la mano.

Walter e Sofia seguirono Puzzone che li stava conducendo dove aveva trovato il telefono.

Sofia sperava che Walter non parlasse del suo comportamento con Giuseppe. “A trent’anni e dopo dieci di felice convivenza fare la stupida con un estraneo è davvero imperdonabile” pensò, stringendosi al compagno. “Stasera mi dovrò far perdonare”.

Walter aveva sbollito la stizza per il comportamento di Sofia, perché la sua uscita che aveva sbloccato il dialogo era stata provvidenziale. Però doveva ammettere che l’aveva trascurata troppo in questi giorni.

Puzzone si fermò presso un cespuglio poco distante da una porta laterale dell’hotel.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Tobia

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L’immagine di Waldprok è stupenda e ritrae un bel cucciolone. Subito corre l’analogia con Tobia, il cane di Sofia.

Buona lettura.

Tobia è il meticcio di Sofia, che l’ha salvato da morte certa un anno prima, quando l’ha raccolto vicino alla discarica. Sembra ancora un cucciolone perché è affettuoso e gli piace giocare. Tuttavia sa mostrare i denti se qualcuno osa toccare la padrona. Quando lo fa è meglio stargli lontano. Ha scoraggiato un’orsa una volta nel bosco senza timori reverenziali per proteggere Sofia da quella minaccia.

Non ha il pelo lungo ma nemmeno corto. Una via di mezzo. Morbido al tatto lascia un’impressione serica a chi lo accarezza. Color nocciola come i suoi occhi leggermente più scuri appare come un tenero tappetto quando è sdraiato ai piedi di Sofia.

Se fosse per lui si sistemerebbe sul letto per far percepire il suo affetto ma Sofia è inflessibile su questo punto.

«Mai sul letto» lo ammonisce, quando con gli occhioni la supplica di accontentarlo. Alla fine si rassegna. Sdraiato tra il muro e letto le fa compagnia durante la notte.

Dal colore uniforme del pelo potrebbe sembrare un cane dal pedigree importante ma le zampe e il muso tradiscono i vari incroci. Le zampe sono forti e robuste, anche se l’arto è tozzo e corto. Potrebbe far pensare a un antenato che ricorda il bovaro del Bernese per via di quegli arti vigorosi, ma il pelo è totalmente diverso. Il muso è un mix tra il cane di San Bernardo e il pastore tedesco con la dentatura di tutto rispetto. Forse ha anche qualche antenato lupo tra i suoi avi per il senso di libertà che possiede. Odia il guinzaglio che gli impedisce di correre come vuole. Non sopporta la museruola che gli nega la possibilità di mostrarsi minaccioso. Si sente libero solo nel bosco dentro la sua natura. Però Sofia per lunghi giorni non c’è e lui resta silenzioso e incupito in un angolo della sua stanza. Si muove solo per mangiare e uscire per soddisfare i suoi bisogni. Poi per due giorni ma non sempre Sofia torna è festa grande. Se c’è bel tempo il bosco li aspetta, altrimenti si deve accontentare di un po’ di movimento vicino a casa.

Per Sofia è solo Tobia, il suo meticcio.

un caso per tre – un giallo a quattro mani – dodicesima puntata

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – dodicesima puntata

è pronta la dodicesima puntata del giallo Un caso per tre, scritto a 4 mani.
Nuovi dubbi? O nuove certezza?

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Più domande che risposte per Walter e Debora.

Il mio contributo al racconto giallo scritto con Gian Paolo (Newwhitebear)

Se avete perso le puntate precedenti le trovate qui relativi 1 ,2 ,3 ,4 ,5 ,6 ,7 ,8 , 9, 10, 11

Debora e Andrea rimasero ancora un po’ a Roccaraso, passeggiando e guardando i negozi di prodotti tipici; al momento del ritorno recuperarono Elisa alla pista di pattinaggio e ripresero la strada per Roccapietrosa.
In hotel trovarono che il pasto era pronto per essere servito, così si recarono direttamente in sala. Più tardi, Debora approfittò del momento in cui ci si sposta verso il bar o ai divani per il relax, per avvicinarsi a Walter, il quale le mostrò subito la foto della felpa di Albertino rinvenuta nella stanza 216 e il filmato che mostrava l’uomo che vi si era…

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Un caso per tre – un giallo a quattro mani – undicesima puntata

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Mi scuso coi quattro lettori che seguono la vicenda di Debora, Walter e Puzzone che Elena (nonsolocampagna) e io vi mettiamo a disposizione. pensavo di averla programmata per stamattina ma in realtà l’ho solo pensato.

Dunque rimedio e la pubblico ora. Per chi avesse perso qualche puntata qui trovate i link relativi 1 ,2 ,3 ,4 ,5 ,6 ,7 ,8 , 9, 10

«Dai Puzzone muoviti» sollecitò Walter ben sapendo che non si sarebbe mosso.

Si guardò intorno ma il corridoio era sgombro. Nessuno nei paraggi. Tirò un sospiro di sollievo che accantonò subito. La situazione non era sotto controllo se fosse comparso qualcuno. Pensò di agire sulla maniglia nella speranza che la porta non fosse chiusa a chiave ma si fermò, perché poteva esserci qualcuno dentro.

«Puzzone non essere ostinato» gli sussurrò in un orecchio per convincerlo a recedere dal proposito di entrare.

Era chinato, quando avvertì il passo felpato di qualcuno che si avvicinava. “Merda” si disse, sollevandosi e finse di cercare in tasca qualcosa.

Puzzone era sempre immobile col viso rivolto verso la porta, mentre Walter cercava di riacquistare un certo aplomb per mascherare la sensazione di ansia che l’aveva colto.

«Buongiorno».

Walter si girò con lentezza verso quella voce dalla chiara inflessione campana. Davanti ai suoi occhi che tradivano la preoccupazione di giustificare la sua presenza di fronte alla stanza 216 stava una ragazza rotondetta e bassa di statura. Portava un vestito nero sbracciato e un grembiule bianco. Era la cameriera ai piani che per fortuna non aveva mai incrociato. Si rilassò mentre febbrilmente cercava d’inventarsi una scusa.

«Buongiorno» rispose Walter con voce educata.

«Posso esserle utile?»

«Pensavo di avere la chiave ma» fece Walter lasciando cadere il discorso. Un bel sorriso comparve sul suo viso.

«Posso aprirle la porta, se desidera» disse la giovane, estraendo dalla tasca un mazzo di chiavi. «Che bel cane. Come si chiama?»

Walter fece una mezza risata.

«Ha un nome curioso ma la prego non rida» affermò Walter, osservando meglio la ragazza. Voleva imprimersi nella mente quel viso rotondo incorniciato da capelli corvini. «Puzzone».

La cameriera accennò a una risata subito repressa, mentre armeggiava per aprire la stanza.

Puzzone s’infilò senza aspettare altro nella piccola fessura della porta, lasciando all’esterno Walter che riaccostò il battente senza chiuderlo. Aveva notato che la stanza era vuota senza la presenza di ospiti. Non voleva insospettire la ragazza.

«Grazie» fece con voce galante. «Come si chiama, perché ne voglio parlare bene alla proprietaria».

«Cecilia. Ceci per gli amici» rispose arrossendo.

«Grazie Ceci. Le sono debitore di un aperitivo» disse, allungandole una banconota da venti euro.

La ragazza gli fece un bel sorriso, prima di allontanarsi ancheggiando vistosamente.

Walter si introdusse nella stanza, che appariva vuota e sistemata in attesa di un nuovo cliente.

Puzzone nel frattempo era fermo davanti all’armadio. “Ha annusato la pista” rifletté Walter, aprendo l’anta. Dentro le solite coperte e i cuscini di ricambio. Puzzone mise il naso tra le coperte sollevando un lembo.

Walter emise un ‘oh!’ di sorpresa alla vista dell’oggetto. “Di sicuro appartiene ad Albertino” pensò mentre col telefono lo fotografava. Era una felpa grigia con la scritta ‘Berkley’. Il maresciallo aveva spiegato prima d’iniziare le ricerche cosa indossava il bambino nella mattina della scomparsa. Tra gli indumenti citati c’era la descrizione di una felpa come questa. “Non vuole dire nulla ma che stranezza trovarne una simile qui ben lontano dal panificio” rifletté Walter mentre richiudeva l’anta.

Puzzone soddisfatto si lasciò condurre fuori senza opporre resistenza. Stavano girando l’angolo del corridoio quando udì dei passi che salivano le scale. Ritornò indietro dirigendosi verso l’ascensore, quando vide un uomo aprire la stanza 216. Rimasto davanti alla porta chiusa dell’ascensore come se fosse in attesa aspettò l’uscita del personaggio misterioso, tenendo in mano il telefono pronto a scattare un video, quando sarebbe riapparso.

Puzzone dava segni di nervosismo e sarebbe balzato addosso all’uomo se Walter non avesse tenuta salda la pettorina.

La persona con notevole noncuranza scese le scale, dileguandosi.

Di certo la felpa non c’è più nell’armadio” si disse avviandosi verso la sala da pranzo. Rivide il video appena girato. “Tutto sommato è ben riuscito. Il viso dell’uomo è riconoscibile” pensò soddisfatto. Adesso doveva trovare il modo di utilizzarlo.

un caso per tre – un giallo a quattro mani – decima puntata

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un caso per tre – un giallo a quattro mani – decima puntata

nuova puntata del giallo a quattro mani.Nuovi interrogativi. e buona lettura

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Debora vuole scoprire qualcosa di più su Antonio, il fidanzato di Francesca, la ragazza morta in circostanze misteriose e trova un escamotage per poter svolgere qualche indagine in piú, ma l’imprevisto è dietro l’angolo.

Questo è il mio contributo per la Decima puntata del giallo scritto con Gian Paolo Marcolongo (Newwhitebear).

Se avete perso le puntate precedenti le trovate qui: 1,2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9

«Allora, Debbi. Cosa pensi di fare? Facciamo ‘Vacanze con delitto’ o pensiamo a qualcos’altro, tipo un’uscita, una passeggiata?» Andrea era piuttosto seccato; da quando erano arrivati avevano fatto soltanto una capatina al bosco vicino, dopodiché si era lasciata coinvolgere in quello che alla fine le piaceva di più, farsi i fatti degli altri.
«Mi dispiace, caro! Non volevo trascurati … magari possiamo andare a Roccaraso a prenderci qualcosa da bere in…

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Un caso per tre – un giallo a 4 mani – nona puntata

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Il paese è in ebollizione. Albertino e Francesca hanno smosso le acque. Prosegue l’avventura di Debbi – uscita dalla fantasia di Elena (nonsolocampagna) e Walter. Buona lettura. Naturalmente per chi avesse perso qualche puntata la può trovare qui. 1,2, 3, 4, 5, 6, 7, 8

L’alba in montagna è sempre uno spettacolo emozionante ma nessuno dei tre l’aveva apprezzato, perché stanchezza e tensione era stata troppo forte.

Insieme a Elisa, Debora e Walter anche gli altri clienti che avevano partecipato alle ricerche rientrarono alla spicciolata ma preferirono ritirarsi nelle loro stanze anziché fermarsi nella hall come loro.

Maria servì la colazione alle otto a chi erano rimasto nell’hotel, pregandoli di fare silenzio.

«Vi prego di parlare sottovoce» li esortò Maria mimando con le mani il gesto del silenzio.

Erano all’incirca le undici del mattino, quando Puzzone avvicinò il naso umido al volto di Walter che si svegliò intorpidito nelle articolazioni. Osservò Debora e sua figlia che a bocca aperta russavano lievemente e sorrise, mentre con cautela si alzava.

Le giunture scricchiolarono con un rumore leggero, mentre muoveva le mani per ripristinare la circolazione, prima di dirigersi verso la reception.

«Buongiorno, signor Bruno» salutò Roberto da dietro il bancone. «Sua moglie è uscita mezz’ora fa».

Walter fece una smorfia che assomigliò vagamente a un sorriso. Sofia era la sua compagna da circa dieci anni e per il momento nessuno dei due aveva intenzione di compiere il gran passo.

«Mi dà la chiave?»

«Subito. Una notte movimentata» affermò Roberto, girandosi per prendere la chiave.

Walter ringraziò con un cenno del capo senza rispondere, mentre si avviava verso le scale seguito da Puzzone.

Fatta la doccia e agganciata alla pettorina il guinzaglio, andarono alla ricerca di Sofia. Sarebbe stata più pratico una telefonata, ma preferì girare per il paese per cogliere gli umori della gente. Un pensiero gli ronzava nella testa: “Perché il maresciallo non ha fatto annusare ai cani un indumento di Albertino?” Dedusse che la ricerca era fumo negli occhi per chi seguiva le loro mosse. “Dunque il maresciallo ha dei sospetti ma non vuole scoprire le carte” rifletté, imboccando il corso principale, che gli apparve più movimentato rispetto al giorno precedente.

Capannelli di persone parlavano con vivacità, gesticolando con mani e corpo. Pensò che l’argomento fosse la sparizione del bambino.

Vide un assembramento di persone davanti a un negozio. D’istinto si avvicinò. Era il panificio. Dentro una donna che dimostrava all’incirca la sua età parlava agitando un maglione rosso come se fosse un trofeo.

«Questa è la maglia di Albertino. L’ha lasciata qui l’altro ieri» concionava la ragazza, mostrandola ai presenti.

Walter s’intrufolò nel gruppetto di donne, spingendo Puzzone ad annusare il golf.

«Porti fuori quel cane» urlò una signora con voce isterica. «I cani non possono entrare».

«Lo faccio subito» si scusò abbozzando un sorriso. «Volevo solo quel pezzo di pane».

Walter indicò con l’indice una forma esposta dietro il vetro del bancone.

«Vieni Puzzone. Cerchiamo un altro posto per il pane. Qui non ti vogliono» ironizzò Walter uscendo dal negozio.

Gli accarezzò la testa. “Bravo. Hai fiutato l’odore?” gli sussurrò in un orecchio.

Il cane come se avesse compreso le parole del capobranco mosse il muso in su e giù, scodinzolando con vigore.

«Ora mettiamoci in caccia» mormorò Walter, quando si sentì chiamare.

Sofia dall’altra parte della strada agitava la mano per attirare la sua attenzione.

«Ciao. Sono venuto a cercarti. Il gestore mi ha detto che eri scesa in paese» affermò Walter mimetizzando l’irritazione per l’incontro.

Sofia gli diede un bacio in maniera inaspettata facendogli esclamare un ‘oh!’ di sorpresa, prima di prenderlo sottobraccio.

«In paese non si parla di altro. Solo di Albertino» cinguettò la compagna.

«Cosa dicono».

Sofia stette in silenzio per un attimo prima di rispondere.

«Mah! Le cose più disparate. Chi dice che è una testa calda, pronto a mettersi nei guai. Chi afferma che l’hanno preso delle persone di fuori per costringere i genitori a vendere senza specificare cosa. Chi parla di debiti non pagati. Insomma di tutto un più» concluse Sofia, che qualcuno aveva fermato perché era un’ospite ‘Al orso bruno’. La notizia della loro partecipazione alle ricerche si era diffusa in un baleno.

«Come abbiano fatto a saperlo, resta un mistero» concluse Sofia, stringendosi al compagno.

Walter cercò di mettere insieme i pezzi del puzzle, ascoltando la compagna. Qualcosa di vero ci doveva essere tra tutte le chiacchiere ma non era in grado di stabilire cosa.

«C’è molta agitazione» affermò Walter che aveva riacquistato la parola. «Sono capitato nel negozio della zia. Una baraonda indescrivibile».

Ritornati all’hotel scorse Debora che parlava col marito.

«Ciao» fece Walter avvicinandosi. «Riposata? Il paese è in ebollizione per la scomparsa di Albertino. Di Francesca nulla?»

Debbi era passata dal maresciallo per la sua deposizione, mentre aspettava aveva ascoltato alcune frasi smozzicate ma interessanti.

«Sembra che accanto al corpo di Francesca sia stato trovato qualcosa» precisò Debora con fare da cospiratore.

«Cosa?»

«Una bustina contenente della polvere bianca».

«Cocaina? Droga?» chiese Walter raddrizzando le spalle.

Debbi scosse la testa. Poteva essere un sì oppure un ‘non so’, andando verso Maria, mentre Walter si avviò in camera con Puzzone.

Stavano salendo le scale, quando Puzzone s’impuntò. Voleva scendere. Era come se avesse annusato qualcosa di familiare.

«Dai, Puzzone» esortò Walter cercando con dolcezza di farlo recedere dal proposito, perché conosceva quanto fosse testardo.

Si affidò al suo fiuto, trovandosi davanti alla porta sigillata coi timbri del magistrato.

«Puzzone non si può aprire» spiegò a bassa voce. «Su, da bravo andiamo in camera».

Puzzone lo guardò capendo che doveva risalire. Tornarono su senza che opponesse resistenza. Però teneva la coda orizzontale, la bocca chiusa con la testa protesa in avanti e le orecchie inclinate. Sembrava che prestasse attenzione o fosse curioso di scoprire quale segreto si nascondesse questa volta al piano di sopra. “Cosa?” si chiese Walter, perché era un chiaro segnale che qualcosa lo aveva attirato. Il suo olfatto aveva trovato una traccia che seguiva senza tentennamenti. Non si fermò al primo piano come faceva di solito ma proseguì fino al secondo, fermandosi davanti alla stanza 216.

Di nuovo inchiodato come prima. “Stavolta sarà una bella impresa riportalo giù” pensò Walter sconsolato.

Miniesercizio nro 76 – il gelato

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Scrivere creativo riparte con i miniesercizi. La regola è sempre quella. Un miniracconto tra 10 e 200 parole. La traccia? Eccola.

– Un ufficio

– Una persona che non fa altro che lamentarsi

– Una gonna

– La foto seguente

compleanno

In ufficio Flavia stava male. Un lamento continuo. Non c’era nulla che potesse darle pace. Il computer che era lento. La collega Cecilia che era troppo invadente. Il capo che non la considerava. Insomma ne aveva con tutti.

La giornata non era cominciata bene eppure doveva essere ben diversa. Era arrivata in ritardo perché il treno era stato soppresso. Il capo le aveva fatto una bella filippica perché non si impegnava adeguatamente. Arrivava in ritardo e andava via presto.

«Flavia!»

Era la voce odiosa del capo che la chiamava. Si alzò dalla sedia di colpo e successe il patatrac. La gonna si era impigliata nel bracciolo e lei diede uno strappo violento per districarla con esiti infausti. Rimase con la camicetta bianca e mutandine nere. La gonna di cotone blu penzolava come un ridicolo trofeo sulla poltrona.

Flavia ebbe una crisi di nervi, mentre tentava inutilmente di coprire le nudità. Si mise a piangere disperatamente con il petto che si alzava e si abbassava come un mantice.

Era lì impotente con la voce del capo che urlava quando irruppero nell’ufficio gli altri colleghi.

«Buon Compleanno, Flavia!» e deposero sul suo tavolo un gelato con in cima uno stelo scintillante.

 

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

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nuova pubblicazione su Caffè Letterario

Caffè Letterario

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte…

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