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Disegna la tua storia con Waldprok – il torrente

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Questa volta siamo in Polonia, la terra di Waldprok.

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Un velo di ghiaccio era sull’acqua limpida del ruscello, mentre le sponde erano incrostate di bianco per la brina della notte. Il sole faticava a sciogliere questi segni notturni, mentre l’aria frizzante frusciava tra i rami privi di foglie.

Karolina si fermò per osservare il paesaggio. L’erba ghiacciata scricchiolava sotto gli scarponcini della ragazza con un suono stridulo, quasi disperato. Percorreva tutte le mattine quel viottolo che costeggiava un rio del quale ignorava il nome. Forse qualcuno le aveva detto il nome ma per lei era semplicemente il suo torrente. D’inverno ghiacciava, d’estate scorreva rapido verso un punto che si perdeva nell’orizzonte. A lei non interessava dove finiva ma le piaceva andare poco oltre il campo dei genitori dove dal terreno una risorgiva aveva la magia di uscire e alimentare il suo torrente.

Anche quella mattina Karolina costeggiava il suo rio, perché doveva raggiungere il punto di ritrovo del bus, che l’avrebbe condotta in città. Frequentava l’ultimo anno delle superiori con la speranza di andare all’università. La sua famiglia coltivava un fazzoletto di terra dal quale ricavava il magro sostentamento per tutti. Lei era l’ultima dei quattro figli che i suoi genitori avevano avuto: due maschi e due femmine. Era la piccola, quella che era arrivata a sorpresa quando la madre aveva già quarantaquattro anni. Tra lei e il fratello maggiore c’erano quasi vent’anni di differenza, mentre erano dodici quelli con la terzogenita, Agnieszka. Quando nacque era il bambolotto con cui giocare e crebbe coccolata da tutti. Era stata l’unica che aveva frequentato il liceo e con ogni probabilità anche l’università.

I fratelli non erano invidiosi della sua condizione di privilegio, nemmeno adesso che aveva quasi diciotto anni. Karol, il più vecchio, si era sposato e viveva in città in un piccolo appartamento. Era diventata zia quando era nata Dorota qualche anno prima. Filip, il secondogenito, era fidanzato con Barbara e viveva ancora con i genitori. Lavorava nella fonderia ed era scorbutico con tutti quanto dolce con lei. Un ragazzone alto e robusto con folti baffi, che curava tutte le mattine. Agnieszka era single e faceva l’infermiera nell’ospedale vicino alla città. Era bionda dalla carnagione chiara come il latte. Viveva in un monolocale vicino al posto di lavoro e ogni fine settimana, quando non era di turno, si rifugiava nella loro casa in campagna.

Karolina amava i suoi fratelli, che ricambiavano in ugual misura. Tra poche settimane era il compleanno di Karol e voleva fargli un regalo speciale. “Cosa?” si domandò, osservando una tela di ragno incrostata di ghiaccio a formare un merletto. Lei non sapeva tenere in mano l’uncinetto, perché nessuno le aveva insegnato come usarlo. “Potrei…” ma lasciò cadere il pensiero, mentre procedeva spedita verso la statale, dove un bus giallo la stava aspettando.

Karolina accelerò il passo, quasi di corsa, arrivando col fiato in affanno. Si aprì la porta per farla salire, mentre dentro si sentiva il vociare di tanti studenti. Si sedette di fianco a Jana, che come tutti i giorni le teneva il posto accanto a lei.

Un bacio sulle guance e una risata.

«Sembri un ghiacciolo» disse scherzosa l’amica.

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Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Foglie d’autunno

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Partendo da questa stupenda immagine di Etiliyle ho disegnato questa storia.

Era una mattina di metà novembre. Il cielo era limpido, di un azzurro intenso, piuttosto insolito per questo periodo dell’anno, di norma uggioso e opaco. I raggi del sole mettevano in mostra il colore delle foglie sugli alberi che costeggiavano il sentiero in terra battuta: un dorato che pareva uscito dalle pennellate di un pittore antico.

Lisa camminava assorta, ignara della bellezza che la circondava. Il vento freddo gelava il viso e si insinuava sotto il giaccone imbottito. Fece brrr con le labbra a sottolineare come quell’alito gelato l’aveva fatta rabbrividire. Le piaceva percorrere quel viottolo di campagna che collegava la casa colonica, che un tempo era appartenuta al nonno, alla provinciale, perché le ricordava quando da piccola andava a trovarlo. Momenti di felicità e spensieratezza che il tempo non aveva cancellato.

Quella vecchia abitazione era il suo rifugio preferito quando voleva riflettere, stare lontana da tutto e da tutti. Nella giornata odierna aveva necessità di silenzio, di chiudersi su se stessa, di dimenticare Luigi, il compagno. La vecchia casa del nonno, che aveva ereditato qualche anno prima alla sua morte, era il posto ideale per meditare sul rapporto col suo compagno.

Era arrivata di buon’ora con la sua utilitaria piena d’acciacchi, trovando il casale freddo e polveroso. Aveva provato a restare nella cucina, il punto più abitabile della casa. Dopo un tentativo di accendere il camino per riscaldare l’ambiente ed essersi affumicata con la legna umida che non aveva nessuna intenzione di bruciare aveva deciso di passeggiare all’aperto per riordinare le idee. Prima di uscire allìaria aperta, si coprì bene col giaccone imbottito di morbido agnello ma il freddo pungeva le guance e le mani come tante punture di aghi.

Lei e Luigi si erano litigati durante la notte. Il motivo era sempre il solito: denaro che non era mai sufficiente. Lisa lavorava in uno studio commercialista come segretaria mettendo a frutto il suo diploma. Stipendio dignitoso e posto abbastanza sicuro. La clientela non mancava e pagava con puntualità. La gestione da parte dei due soci era oculata senza troppe manie di grandezza, il che consentiva di pagare le due segretarie senza ritardi. Altri studi nella città di Laguna erano finiti male, lasciando debiti e contestazioni alle loro spalle, perché i soci non erano stati in grado di limitare le spese personali.

Luigi invece aveva una vita da precario con lavori saltuari e mal pagati. Però il suo difetto maggiore era che riusciva a spendere quel poco che guadagnava senza pensare al domani. Per lui il futuro non esisteva: era precario come la sua vita. In pratica viveva alle spalle di Lisa.

Si erano conosciuti sui banchi di scuola, molti anni prima. Da alcuni anni convivevano nell’appartamento di Lisa tra alti e bassi, legati ai suoi contratti. Litigi, baruffe e poi riconciliazioni, che riportavano il bel tempo nella loro relazione.

Lisa aveva trent’anni. Era una ragazza alta nella media. I capelli scuri erano leggermente ondulati e cadevano sulle spalle. Il vento fastidioso tendeva ad arruffarli, mentre lei con la mano li rimetteva in ordine. Era nervosa e irritata con Luigi, che non sembrava preoccupato perché sapeva che la prossima settimana era senza occupazione. Tuttavia non era stato questo problema a innescare il litigio ma l’acquisto di un tablet costoso. Questo si aggiungeva al notebook, allo smartphone, l’ultimo modello di Iphone, e altri gadget elettronici che comprava ignorando le loro difficoltà economiche.

“Cosa se ne farà di un tablet con la connessione 4G?” si chiese mentre camminava nervosa nel viottolo, sentendo scricchiolare le foglie sotto gli stivali. Lisa aveva sopportato tutti quegli acquisti quasi inutili, all’infuori del Iphone. “Anche su questo ci sarebbe da ridire” pensò, mentre allontanava dal viso una ciocca di capelli. “Anziché spendere lo stipendio di un mese poteva comprarsene uno più economico”.

Una foglia fluttuando cadde sulla sua spalla. Lisa la raccolse, osservandone il colore: sembrava dipinta con l’oro zecchino. Tenendola in mano, si guardò intorno e per un attimo tutti i pensieri rimasero occulti, mentre la tensione si allentava.

Aveva ignorato lo spettacolo che la natura offriva. Il sole filtrava attraverso i rami quasi nudi, colpendo il suo viso. La vegetazione bassa tendeva a ingiallire, lasciando ampi squarci di verde. Però erano le foglie dai colori vivaci che rendevano il panorama speciale. “Sono i colori dell’autunno” si disse sorridendo, mentre con lo sguardo spaziava intorno.

Lisa si riconciliò con se stessa, scacciando l’irritazione del diverbio notturno. Doveva tornare in città e chiarirsi col compagno. Restare arrabbiati non li avrebbe portati da nessuna parte. Anzi avrebbe incancrenito la situazione senza trovare una soluzione alla questione. Adesso aveva le idee più chiare al riguardo.

«Luigi o mette la testa a posto oppure si trova in mezzo alla strada» concluse, avviandosi verso il casale.

Disegna la tua storia con Waldprok – Il bosco

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Osservando questa stupenda immagine di Waldpok mi è venuta l’ispirazione di scrivere questo breve racconto

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Bepi amava quel bosco. Per lei era vita, speranza e futuro.

I raggi del sole settembrino filtravano a stento tra i rami, mentre lei col suo lupo Wolf percorreva quel sentiero che conosceva a memoria. Non temeva di fare brutti incontri, perché era immersa nella sua natura come se fosse la placenta protettiva. Le sembrava di essere un’appendice del fitto bosco che con fatica lasciava passare la luce solare per illuminare i suoi passi.

Camminava lenta per non disturbare la quiete dei suoi abitanti. Wolf non abbaiava mai. Di lui si udiva solo il respiro affannoso dopo una corsa disperata nel sottobosco.

Il sentiero era ben segnato, solo foglie e qualche spezzone di ramo lo ostruivano. Il terreno era ancora umido per la rugiada della notte, perché il sole stentava ad arrivare fin lì per asciugarlo.

Bepi si fermò. Inspirò l’aria resinosa e il profumo di lampone selvatico. Le sue narici percepirono l’odore acre del muschio e dei funghi che l’umidità notturna aveva fatto crescere.

Si appoggiò al tronco per riposare, mentre Wolf continuava a correre tra lei e il bosco, felice di essere libero senza costrizioni di sorta.

Bepi viveva nel villaggio, che con le sue abitazioni lambiva i margini del bosco, in una casa con un piccolo giardino. Il suo lupo, quando usciva con lei, era sempre al guinzaglio. In effetti avrebbe dovuto portare la museruola ma fingendo indifferenza non gliela metteva. Wolf procedeva composto al suo fianco senza allontanarsi troppo, evitando i contatti con le altre persone. Pareva, o almeno questa era l’impressione, che avvertisse la paura di uomini e donne del paese e che cercasse si rendersi invisibile. Solo quando era nel bosco la sua natura, il suo essere lupo poteva essere svelato. I suoi antenati avevano corso liberi in quel bosco dove erano padroni. Tuttavia adesso cresceva nelle persone la paura del loro ritorno. Non passava giorno che qualcuno si lamentasse che un agnello era stato ucciso o ci fosse stata qualche razzia nel pollaio. Nel bosco c’era un piccolo branco di lupi ma nessuno li aveva mai avvistati. Però lasciavano tracce inequivocabili. Oltre ai lupi in quel fitto bosco c’era una coppia di orsi, che ogni tanto si spingeva fino in paese alla ricerca di cibo.

Tuttavia Bepi non aveva paura, anche se molti la sconsigliavano di avventurarsi dentro senza armi col solo cane.

«Non li disturbo e loro non mi attaccano» diceva a chi le suggeriva prudenza.

Quella mattina di settembre la donna era tranquilla sul sentiero quando Wolf corse verso di lei e digrignando i denti si mise davanti come a proteggerla da un nemico invisibile.

«Buono Wolf» mormorò accarezzandogli la testa per calmare la sua agitazione.

Adesso udiva anche lei il rumore di rami spezzati. “Di certo è un orso” pensò, mantenendo la calma e cercando di rassicurare il suo lupo. Le sarebbe dispiaciuto perderlo e rischiare delle brutte ferite anche lei.

Alla sua destra comparve un’orsa e due cuccioli. Wolf avrebbe voluto attaccarla ma Bepi lo trattenne. “Forse se ne va se nessuno la disturba” rifletté mantenendo il sangue freddo, anche se l’adrenalina stava salendo a livelli preoccupanti.

L’orsa la fissò con i suoi grandi occhi per lunghi istanti. Emise un rauco grido e poi sparì nel folto della boscaglia seguita dai due figli.

Storia inventata – il foglio bianco

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“Stasera nessuna ispirazione” pensò Riccardo, guardando il monitor nero.

Si alzò dalla sedia con lentezza, stiracchiandosi per sciogliere i muscoli rattrappiti dalla lunga permanenza nella medesima posizione.

Si avvicinò alla finestra per guardare fuori. Nell’oscurità del cielo una luna in formato gigante era in mostra e si pavoneggiava.

Riccardo l’osservò senza particolare interesse. Per lui era una normale luna piena, lasciandolo indifferente. Camminò per la stanza nella speranza di trovare un appiglio per scrivere il pezzo, che doveva spedire entro la mezzanotte.

«Nulla di nulla» borbottò, osservando il giardino illuminato dai raggi lunari.

Si staccò dalla finestra e con lo sguardo percorse la mansarda. La libreria, accostata alla parete, le piante verdi nel centro della stanza e poco altro. Niente di particolarmente interessante. L’occhio cade sull’orologio digitale posizionato sulla scrivania.

«Già le ventidue» esclamò con tono arrabbiato.

Mancavano solo due ore al termine della consegna. Eppure la mente era vuota, priva d’idee. “Non ce la farò mai” si disse, girandoci intorno. Doveva scriverlo quel pezzo altrimenti sarebbe saltata la collaborazione con la testata sul web. Ci teneva troppo per lasciarsi sfuggire l’occasione di mettersi in mostra.

I minuti passavano inesorabili, scanditi dal suo passeggiare nervoso per la stanza. Provò a scendere al piano di sotto, illuminato da una lampada a stelo. Nell’area di penombra immaginò che l’idea spuntasse vivida e felice ma invece constatò che non era vero. Nessun oggetto scatenava la scintilla della scrittura. Neppure il silenzio rotto dal rumore della caldaia che riscaldava la casa era d’aiuto. “No, niente” si disse, ritornando in mansarda. Eppure il redattore era stato chiaro: “Puoi scrivere quello che vuoi e per la lunghezza che ritieni opportuna ma questo deve arrivare in redazione entro la mezzanotte”.

Riccardo aveva campo libero ma la sua mente era un deserto arido e secco. Ritornò in mansarda nella speranza che facendo le scale che conducevano sopra trovasse l’ispirazione.

Si sedette davanti a un monitor nero, si strinse le tempie come per spremere quel poco che c’era e poi…

«Ecco l’idea!» esclamò felice.

La super luna del tre dicembre era lì a spingerlo a scrivere.

Disegna la tua storia con Waldprok – la neve

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Tratto da Waldpok – la neve

 

Betta si era messa in strada anche se aveva nevicato da poco. Doveva farlo perché aveva ricevuto una telefonata inquietante. “Paolo sta male. È al pronto soccorso” le aveva comunicato sua madre con la voce di chi è preda del panico.

Paolo era il nuovo compagno della madre. L’ennesimo dopo la morte di Andrea, suo padre. Non era mai stata troppo d’accordo su questo ma non poteva farci nulla. Alla morte di Andrea si era trasferita in una città vicina non troppo lontana dalla madre complice l’azienda per la quale lavorava, perché aveva la necessità di avere una persona di fiducia nella nuova filiale.

Betta aveva quarant’anni, vissuti tra alti e bassi, tra relazioni di poco conto e altre impegnative. Tuttavia non aveva trovato l’uomo giusto, come era solita affermare con le amiche che le chiedevano quando sarebbe stata in coppia.

Bionda, un po’ appesantita dagli anni era tuttavia ancora piacente. Non mancavano le attenzioni maschili, che lei selezionava con cura.

Quella telefonata l’aveva impressionata e al termine della giornata lavorativa si era messa in viaggio. Pur avendo i pneumatici da neve doveva fare attenzione. Il fondo stradale avallato era traditore. In più di un’occasione l’aveva costretta a usare lo sterzo per riprenderla e non finire fuori strada.

Si domandò perché doveva rischiare per correre al pronto soccorso da sua madre. Paolo non sarebbe fuggito, al massimo sarebbe tornato a casa. Rallentò l’andatura, mentre percorreva lo stradone contornato da alberi spogli. Li vedeva sfrecciare e perdersi nell’oscurità della sera.

Il termometro dell’auto segnalava che la temperatura dell’aria era prossima allo zero. Quindi il manto stradale era gelato.

Ridusse ulteriormente la velocità, mentre si concentrava nella guida, cancellando ogni pensiero superfluo dalla mente. Uno solo era restio ad andarsene. Era il ricordo di suo padre. Una spina dolorosa nella sua vita.

Il rapporto con la madre Anna non era mai stato felice. Lei le rimproverava di essere venuta al mondo in modo non voluto. Sua madre temeva che una gravidanza potesse farla sfiorire presto e ci teneva molto al lato estetico della sua figura. Quando seppe di essere incinta, voleva abortire. Solo la nonna materna Giulia la convinse a portare a termine la gestazione ma rinunciò ad allattarla. L’astio per quella figlia non desiderata rimase latente e sottotraccia e non mancavano le occasioni per scaricare la sua acredine su Betta.

“Se non ci fosse stato, papà” pensò, mentre infilava la strada che conduceva al pronto soccorso, “non so come avrei fatto”. Il padre l’aveva protetta e coccolata ma se ne era andato troppo presto, lasciandola sola. Al termine degli studi universitari l’aveva raccomandata a un amico perché l’assumesse. Betta ci aveva messo del suo per meritare promozioni e stima, dopo aver superato l’ostilità iniziale dei colleghi. Questi l’avevano bollata come la solita raccomandata. Poi lentamente aveva conquistato la stima di tutti. Adesso era una donna in carriera che guidava con mano ferma l’espansione della nuova filiale.

“Eccoci arrivati” si disse, parcheggiando la vettura nello stallo riservato ai visitatori.

A passo svelto guadagnò l’ingresso del pronto soccorso e si guardò intorno alla ricerca di Anna, che stava seduta col viso scuro nella sala d’attesa.

«Arrivi dopo due ore, quando tutto è finito» esclamò infuriata la madre. «Potevi restartene dov’eri».

Betta dapprima la guardò dispiaciuta ma un attimo dopo assunse un’aria rabbiosa, perché aveva rischiato la pelle per correre da lei. Si girò senza rispondere, avviandosi verso l’uscita.

«Dove vai?» domandò Anna, rincorrendola.

«Da dove sono venuta» ringhiò con tono furente, continuando a camminare.

Anna si fermò e disse con voce addolcita: «Io come torno a casa?»

«Se vuoi ti chiamo un taxi».

Disegna la tua storia con Waldprok – il tramonto

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Seguo il blog di Waldpok, che pubblica delle stupende fotografie. Quella che vedete mi ha ispirato il racconto.

Fotografia tratta dal bog di Waldpok

Il tramonto l’aveva sempre affascinata. Si perse nell’assistere allo spettacolo del sole che calava dietro quel casolare nella campagna piatta della pianura.

Camilla si era fermata sul ciglio della strada per fissare nella retina quel disco rosso che imporporava il cielo ricoperto da nuvole.

Era un fermo immagine che voleva conservare nella mente, mentre le ombre della sera diventavano lunghe e scure.

Riavviò la macchina e riprese il tragitto verso casa. Lo stradone era deserto, mentre i fari dell’auto tagliavano l’oscurità del giorno morente.

Spense la radio. Non voleva interrompere il flusso dei pensieri. La giornata odierna per Camilla era stata pesante e solo la visione di quello spettacolare tramonto aveva avuto il potere di spezzare la spirale negativa della sua mente.

Era cominciata male al risveglio. Carlo era indisponente più del solito. Non andava bene nulla. La camicia stirata, i pantaloni in tintoria, come se fosse colpa sua se lui li sporcava a tavola, la giacca sgualcita. Sembrava che volesse attaccar briga su ogni cosa.

«Sei noioso» aveva esternato Camilla, sbuffando, mentre davanti allo specchio modellava le labbra col rossetto. «Non sono la tua schiava».

Carlo urlò qualcosa che lei non capì a pieno o forse finse di non sentire. Alzò le spalle. “Urla quanto vuoi” pensò, mentre finiva di cotonarsi i capelli.

«Il caffè è freddo» gridò con voce stridula.

«Dovevi alzarti prima, anziché poltrire nel letto» rimbeccò Camilla, che cominciava a manifestare insofferenza alle parole del compagno.

«Ma io esco un’ora dopo di te» precisò Carlo.

Camilla sorrise e si morse il labbro, contando fino a dieci. Tutte le mattine era una replica dei suoi lamenti per il caffè. “Beato te, che puoi startene sotto le coperte un’ora in più” pensò, osservando con la coda dell’occhio la sveglietta sul ripiano di cristallo del bagno. Erano le sette e se non si sbrigava sarebbe arrivata tardi in ufficio. Doveva percorrere un bel tragitto. Almeno un’ora di viaggio. Questo tutte le mattine. Doveva tenersi almeno venti minuti di margine, perché un ingorgo o un incidente avrebbe allungato i tempi di percorrenza.

«Ciao» disse Camilla, afferrando le chiavi e la tracolla prima di uscire.

Carlo grugnì qualcosa come il solito.

Camilla viveva in coppia con lui da cinque anni ma il loro rapporto tendeva a deteriorarsi un giorno dopo l’altro. Il grande amore iniziale stava lasciando il posto alla freddezza di sopportarsi a stento. Quello che li teneva uniti al momento era il mutuo della casa ma presto anche questo pretesto sarebbe caduto. Almeno era la convinzione di Camilla, che doveva decidere se comprare l’altra metà dell’appartamento oppure vendere tutto e trasferirsi vicino al lavoro. Tutti i giorni doveva farsi una cinquantina di chilometri per raggiungerlo e questo cominciava a pesarle.

Se poi ci aggiungeva la difficoltà a trovare un parcheggio comodo vicino, il pensiero di trasferirsi diventava quasi certezza. Le piaceva l’idea di andarci in bicicletta o a piedi e tornare a casa durante la pausa pranzo. “Anche oggi devo sostare lontano” sbuffò, mentre infilava la sua Toyota tra due suv.

Camilla era interior designer senior in uno studio di architettura, dove progettava gli interni di appartamenti e uffici. Nonostante avesse poco più di trent’anni, aveva fatto carriera in fretta per la sua capacità di coniugare raffinatezza e praticità in maniera funzionale alle persone che dovevano vivere o lavorare in quei locali. Una dote professionale che era stata apprezzata dal capo dello studio.

Entrando nell’ufficio, aveva trovato un appunto del suo capo: una grossa grana da risolvere in fretta.

Il cliente Amos non è rimasto soddisfatto del lavoro di Anna. Puoi dare un’occhiata?

Un modo elegante per dire che il progetto era da rifare. Sbuffò indispettita perché la giornata minacciava a proseguire male dopo prodromi del risveglio.

Se c’era un aspetto del suo lavoro che la innervosiva era dover intervenire sull’operato di qualche collega con gli inevitabili peggioramenti dei rapporti interpersonali. Nello studio oltre a lei c’erano altri tre che operavano nel suo campo e ognuno aveva la propria sensibilità e il proprio tocco personale nella progettazione. Agire su questo le creava ansia, perché si rischiava di rendere disomogeneo il colpo d’occhio complessivo oltre al loro astio.

Con Anna non c’era sintonia. Estrosa e innovativa badava poco al funzionale con ricadute negative sull’uso della stanza. Camilla aveva convenuto che fosse stato un azzardo affidare il progetto del loft ad Anna, conoscendo come Amos fosse poco incline alle stravaganze moderne della collega. Ne aveva parlato con Marco ma lui era stato irremovibile, perché Anna aveva delle buone qualità ma doveva maturare.

Adesso puntuale era scoppiata la grana e lei doveva metterci una pezza. Stava seguendo un progetto di riqualificazione urbana impegnativo e delicato, perché l’opposizione politica aveva gridato all’inciucio, quando l’amministrazione comunale aveva affidato allo studio tutti i lavori. Quindi sotto i riflettori mediatici il team, del quale faceva parte, doveva rispettare tempi e costi per non finire sulla graticola. Staccarsi dal progetto, anche per mezza giornata, rischiava d’innescare dei problemi nella tempistica delle attività.

Camilla non aveva un’idea né delle rimostranze di Amos né del progetto di Anna. “Mi scoccia un po’ andare a parlare con lei su questo” rifletté, sedendosi alla sua scrivania. Era consapevole che alla fine si sarebbe tramutato in un corpo a corpo l’intervento. Con Anna che difendeva le proprie scelte e lei che doveva trovare la quadratura del cerchio.

Si massaggiò le tempie per scaricare la tensione che in poco ore aveva accumulato prima di cominciare la discussione.

Camilla fu un facile profeta. Dopo otto ore di estenuante battaglia riuscì a convincerla a modificare parzialmente il progetto per renderlo più funzionale e adatto alle esigenze del cliente.

Alle diciassette, quando uscì dallo studio per tornare a casa, aveva un grosso cerchio alla testa, che pareva scoppiarle, come regalo della battaglia con Anna. A questo si aggiungeva il pensiero di vedere Carlo, che faticava a sopportarlo. Avrebbe preferito rimanere in ufficio tutta la notte anziché sentire la sua voce.

La visione del tramonto ebbe il potere di sciogliere lo stress per affrontare una nuova sera col compagno.

Disegna la tua storia con Alchimie – Una vecchia istantanea

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Marzia di Alchimie, un blog che dovete visitare, mi ha proposto una vecchia immagine in bianco e nero per costruire una storia.

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Quando si appoggiò sul muretto che divideva il fiume dalla strada, le sembrò essere tornata indietro di quarant’anni. Tutto era uguale: l’atmosfera, il parapetto, l’acqua che scorreva lenta verso l’orizzonte.

Elena fece un sorriso amaro con una smorfia del viso. Si rivedeva trentenne e piena di speranze ma un dettaglio stonava adesso rispetto allora. Si sentiva infelice. Una lacrima sfuggì dalle ciglia e finì sul bordo, a cui era appoggiata.

Era una giornata di dicembre, un po’ grigia come le vecchie fotografie in bianco e nero sempre sfocate e ingrigite dal tempo. Aveva preso il treno con Leo nonostante i genitori non fossero d’accordo.

«È disdicevole che una ragazza viaggi da sola con un uomo» aveva sostenuto la madre, mentre il padre era più possibilista a dare il via libera.

«Madre, ho ormai trent’anni. Non sono più una ragazza! Sono una donna che tra un anno si sposa» aveva replicato Elena offesa nell’essere trattata come se avesse dieci anni.

«Appunto» troncò la discussione. «Dovresti stare in casa a preparare il corredo nuziale e non a correre via con un uomo».

Elena alzò le spalle tornando nella sua camera. Quella gita a Roma non sarebbe saltata. “Costi quel che costi” si disse, chiudendo la porta alle sue spalle. Leo tra poco meno di un anno sarebbe diventato suo marito e non ci vedeva nulla di sconveniente fare una gita di una giornata in quella che sarebbe stata la sua nuova città. Un’ora di treno divideva da dove abitava alla città Eterna. Sessanta minuti per allontanarsi dalla presenza asfissiante dei genitori.

Avevano contestato il suo fidanzamento con Leo, perché era uno straniero secondo il loro punto di vista. Avrebbe dovuto sposare Italo, il figlio del podestà della sua città. “Quel lumacone borioso” ricordò Elena, osservando il lento fluire delle acque limacciose del Tevere. “Chissà dov’è finito”.

Leo era l’erede di banchiere ebreo, che viveva in un palazzo del cinquecento a Roma. Bello, alto e dalla dialettica facile. Aveva conquistato subito l’attenzione di Elena, quando era stato invitato alla festa di laurea di Alessandro, un giovane che abitava nella villa accanto alla sua.

Leo fece un corteggiamento discreto ma insistente, finché non strappò il consenso al fidanzamento. Però lui non desiderava che fosse lungo come era consuetudine in quegli anni. Elena si avvicinava alla trentina e lui li aveva superati da due.

«Non possiamo sposarci, quando siamo vecchi» aveva detto, proponendo di sposarsi tra due anni al massimo.

Per lui superata la soglia dei trent’anni si avviava al declino della vecchiaia. Quindi si doveva accelerare il matrimonio.

Quel giorno, oltre a farle conoscere Roma, voleva mostrarle dove avrebbero vissuti da sposati e la chiesa nella quale sarebbe avvenuto la cerimonia.

“È stata una giornata speciale” si disse, riandando col pensiero a quei momenti. “Ero felice e spensierata, mentre mi tenevo sotto il suo braccio. Era la prima volta che la visitavo. Sempre sognata ma mai vista”.

Il suo occhio si inumidì a quei lontani ricordi. Però sopra di loro aleggiavano minacciose le leggi razziali, che erano state promulgate da poco. Il padre era ebreo, mentre la madre non lo era.

«Non ci faranno nulla» aveva sostenuto Leo, quando ne avevano parlato. «Siamo troppo importanti per essere cacciati. E poi siamo cattolici».

Lei gli aveva creduto, finché due mesi prima della data del matrimonio ricevette un biglietto da Leo.

Devo scappare se voglio aver salva la vita. Quando mi sono sistemato mi raggiungi. Ti amo. Leo

Fu una mazzata quello scritto. Le sembrò che il mondo le fosse crollato rovinosamente addosso.

«Te l’avevo detto che non era l’uomo per te» le disse con acrimonia sua madre. «Italo è la persona che devi sposare».

Elena aveva avuto sempre il dubbio che la causa della fuga di Leo fosse proprio il figlio del podestà. Anche adesso che si trovava nel punto dove il promesso sposo l’aveva immortalata, era sicura che la colpa fosse di Italo, che attraverso il padre aveva manovrato per costringere alla fuga Leo. Quella vecchia fotografia era sempre con lei, perché le ricordava gli ultimi istanti felici della sua vita.

«Nonna mettiti in posa che ti fotografo» disse Arianna, la nipote.

Disegna la tua storia – nro 20 – la lavatrice

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Quando l’assistenza se ne andò, Viola si mise le mani nei capelli. Il bagno era in condizioni pietose. Acqua, pedate, manate un po’ ovunque e lei fra mezz’ora doveva raggiungere il posto di lavoro.

«Maledetta lavatrice» bofonchiò esasperata, osservando quel disastro.

Doveva fare il bucato grosso, come tutti i mercoledì ma quel giorno non fu così. Almeno lei ci provò ma tutto congiurò per il contrario.

Viola in quella giornata era di turno al pomeriggio. Lavorava in un supermercato come cassiera. Sei ore estenuanti a combattere con i clienti e col lettore di codice a barre. Quel bip risuonava nelle orecchie come un colpo di spillo sulla pelle. Il turno più massacrante era quello serale, perché quando tornava a casa alle ventidue non riusciva a smaltire quel suono. Lo udiva di continuo per almeno un paio d’ore.

Viola divideva l’appartamento con Giacomo, lo storico compagno di banco della scuola. Vivevano insieme da almeno dieci anni ma rimandavano la regolarizzazione della loro convivenza nel futuro prossimo. Non avevano fretta e stavano bene così. Giacomo era un impiegato di una ditta di logistica. Aveva trentacinque anni e qualche capello bianco. Tranquillo e posato aveva un potere calmante sui nervi di Viola specialmente quando tornava alla sera.

Quel mercoledì lei riempì il cestello della lavatrice per bene, sistemando il carico in modo omogeneo. Le avevano detto che altrimenti quello si poteva rovinare. Aveva cambiato la lavatrice da qualche mese dopo aver pensionata la vecchia comprata quando avevano messo su casa. Era il modello di punta della gamma, ricco di programmi e complicato come uno smartphone. Giacomo rideva quando la vedeva armeggiare col libretto delle istruzioni.

«C’è poco da sfottere» diceva Viola piccata facendo le boccacce.

Anche quel mercoledì con le istruzioni in mano programmò la lavatrice, mettendola in movimento. Tuttavia dopo dieci minuti la luce se ne andò. Aspettò qualche minuto paziente che ritornasse ma alla fine decise che era un problema suo. Scese nella stanza dei contatori e imprecò. Era scattato l’interruttore generale. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, riuscì nel suo intento.

Tornata nell’appartamento, adesso in tilt era il programma della lavatrice. Lesse i codici d’errore sul display e il manuale nella sezione ‘segnalazioni’.

Viola non era la persona adatta al turpiloquio ma la parolaccia scappò lo stesso.

«Che stronzo! Certo che lo so che il programma è bloccato» esclamò indispettita. «Pensa forse che non me ne sia accorta?»

Lesse le istruzioni per ripartire. Un’ora dopo era ancora lì esausta e arrabbiata. Con la vecchia lavatrice sarebbe stata sufficiente girare una manopola e premere un tasto. Qui serviva una doppia laurea. La prima in lettere per capire le istruzioni scritte in un italiano astruso. «Maledetto Google» imprecò aggiungendo qualche altro epiteto colorito. La seconda in informatica per mettere in sequenza tutti i comandi come se fossero istruzioni di un programma.

Alla fine Viola arrabbiatissima diede una manata sul display e la lavatrice riprese a funzionare. Osservò l’oblò per verificare se effettivamente stava lavando oppure facesse finta.

Era da pochi minuti in cucina, quando udì un rumore di ferraglia. Si mise in ascolto ma tornò il silenzio. Riprese a lavare l’insalata, quando quel rumore infernale si fece sentire di nuovo.

Inquieta andò in bagno a controllare la lavatrice, che le sembrò un essere umano. Borbottava, grattava ed emetteva sberleffi, finché un solenne ‘crash’ mise fine alla cacofonia di suoni. Un fumo azzurrino filtrava dal retro, mentre un filo d’acqua scorreva da sotto.

Chiuso il rubinetto dell’acqua e staccata la spina, osservò, livida in faccia, il disastro.

Non restava che chiamare l’assistenza.

Disegna una storia in compagnia di Alchimie – Il tramonto

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Dalla bella immagine di Alchimie ho disegnato questa storia.

Lo chiamano il bosco degli spiriti i viggianesi, perché di generazione in generazione affermano che le anime dei loro concittadini si nascondono tra quegli alberi per parlare tra loro. Lo considerano sacro e degno di ogni rispetto.

Un bosco folto di castagni, querce e sorbi si estende lungo le pendici della montagna, che di certo ha un nome ma non per loro. Per i viggianesi è la Montagna e basta. Nessuno è mai stato interessato a conoscerne il vero nome. Quel intrico di alberi e di sottobosco comincia appena fuori l’ultima casa di Viggio e si arrampica fino alla cima, nascondendola.

A loro non piace andarci, perché dicono che si disturba la pace dei suoi abitanti. Tengono puliti i sentieri ma lo fanno malvolentieri come raccogliere la legna per l’inverno. Ha una sacralità che farebbe sorridere ma che tutti rispettano.

A Sofia invece piace camminare nel silenzio del bosco, ascoltando il rumore della natura. Ci va con Tobia, il suo cane, un meticcio festoso. Lui corre a destra e a sinistra ma torna sempre dalla sua padroncina per sincerarsi che non l’abbia abbandonato. Assapora il gusto della libertà senza dover sottostare alle imposizioni degli umani. Niente guinzaglio, niente museruola. Può far sentire la sua voce senza essere zittito. Può scapicollarsi senza limitazioni.

Sofia ha vent’anni e studia all’università della sua città per diventare botanica. Ama la natura e vivrebbe sempre nel bosco.

Quest’anno il novembre è stato mite, soleggiato e con cielo terso che pare lavato. Nella giornata odierna le nuvole bianche viaggiano leggere da nord verso sud sospinte da una brezza di tramontana.

Oggi non ci sono lezioni all’università, perché il personale è in sciopero. Sofia non riesce a starsene ferma in casa e decide nel pomeriggio di fare una passeggiata nel bosco degli spiriti come tante altre volte. Si copre bene col piumino, indossa degli stivali foderati per camminare comoda.

«Vieni Tobia» dice al suo cane, che prontamente si mette davanti alla porta. «Mamma vado a fare una camminata nel bosco degli spiriti con Tobia».

Anna disapprova queste uscite ma non lo dice apertamente. Come tutti i viggianesi ritiene che sia un sacrilegio camminare nel bosco, perché si disturbano le anime dei loro defunti.

«Non fare tardi. Le giornate sono corte in novembre e fa buio presto» l’ammonisce, salutandola con un gesto della mano.

Sofia sorride. Conosce bene sua madre ed è consapevole che non approva le sue uscite. “Tutte superstizioni” pensa, aprendo il battente.

«Certamente, ma’. Sarò di ritorno prima del calare del sole».

Tobia corre felice avanti e indietro. Si stava annoiando in casa ma adesso può fare lunghe corse, abbaiando felice.

Sofia e Tobia si inoltrano nel bosco, che sta perdendo le ultime foglie. I raggi del sole finalmente possono posarsi sulla terra ricoperta di quanto è caduto dai rami. Alcuni ricci di castagne sono semiaperti e anneriti dal tempo. Le ghiande sono sul terreno e sul sorbo restano i frutti rossi, maturi.

Sofia li osserva ma evita di raccoglierli, mentre Tobia corre festoso avanti e indietro, libero e felice.

Il sole inizia a declinare. È giunto il momento di tornare. Sofia richiama il meticcio.

«Tobia, si torna a casa» dice la ragazza, accompagnando le parole con un gesto della mano.

Il cane docile al richiamo si affianca a lei. Prendono il sentiero che tra non molto li porterà fuori dal bosco.

Le nuvole che fino a qualche istante prima sembravano batuffoli di cotone adesso assumono una consistenza rosacea, declinando verso il grigio.

Il sole scende timido tra le cime brulle delle montagne di fronte, inondando con un rosso tenue il cielo che si sta inscurendo.

«Vedi Tobia» fa la ragazza abbassandosi verso terra. «Vedi la meraviglia del tramonto».

Il meticcio la guarda con i suoi occhi dolci scuri e abbaia contento.

Addendum

L’immagine è tratta dal blog Alchimie e l’ho usata per disegnare la mia storia. Grazie, Marzia

Disegna la tua storia – nro 19 – I numeri

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In effetti è il diciassette ma per Tania rimane il diciannove. Mica semplice districarsi tra i numeri, specialmente se si è al termine di una giornata estiva col sole che picchia e il caldo che non dà tregua.

Però riavvolgiamo il nastro del tempo e pensiamo alla simbologia dei numeri.

Tania ci crede che tutto sia un numero e che quindi simbolicamente le nostre esistenze siano dominate dalla loro influenza.

Il diciannove è secondo la scienza dei numeri un numero karmico, associato alla vita precedente. Tania è convinta che in una vita precedente lei era una donna coraggiosa e abile nel comando. Guidava un esercito e tutti i maschi le obbedivano. La sua insegna era originale: una mano con al centro l’occhio di Dio. Il suo occhio, che dominava il mondo. Da dove ricavasse questa certezza non è dato di sapere ma lei ci credeva e non ne faceva mistero.

Tania è una ragazza di vent’anni. Non alta e nemmeno bassa. Si dice che è nella normalità, dove per normale non si capisce bene quale sia il metro di valutazione. Però per tutti era così. Non bella, non brutta, né snella e neppure grassa. Insomma una ragazza che poteva sembrare anonima. In effetti lo era. Convive con un ragazzo, Roberto, che di grilli per la testa ne ha pochini. Razionale ma passionale al punto giusto. Un po’ il contro altare di Tania, di cui accetta con pazienza le sue sparate sulla numerologia. Se si esclude questa fissa, lei è una ragazza gradevole con cui vivere.

Lei è ossessionata dai numeri al tal punto che tutto è un numero. Il suo nome, Tania, corrisponde al cinque.

«Cosa significa il cinque?» chiede Roberto mentre sono nel letto.

«Ma come?» lo guarda sorpresa Tania con aria di rimprovero. «Non conosci il valore del numero cinque?»

Lui abbozza un sorriso. Sa quanto sia permalosa e quindi si trattiene dal ridere apertamente. Non crede che un numero possa cambiare il corso della vita. Con pragmatismo è convinto che ognuno forgia la sua esistenza con le proprie mani. “Altro che cinque!” pensa, mentre la sfiora con le labbra il collo, che invitante è lì per essere baciato.

Tania si scosta, ignorando il suo gesto e lo guarda torva.

«Il cinque è il simbolo del molteplice, del mutevole e dell’esplorazione. Chi sta sotto questo numero è alla costante ricerca di nuove mete. È irrequieto e attivo, fortunato e passionale, estroverso e tende a vivere nuove esperienze».

Roberto trattiene la risata. “Ha descritto l’esatto contrario di come è Tania» si dice, allungando una mano sul suo seno. «Conservatrice, fredda e apatica! Ci vuole solo la mia pazienza per sopportarla in questi momenti». Sospira, mentre lei allontana la mano infastidita.

Presa dal delirio dei numeri non accetta gli slanci passionali di Roberto, anzi li trova fastidiosi. Lui vorrebbe fare sempre all’amore ma lei si concede poco e male.

«Il diciassette è un numero insulso» prosegue, mentre Roberto dà segni d’insofferenza con viso e col corpo.

Sbuffa e fa delle smorfie. “Quando inizia coi numeri non finisce più” pensa, cercando d’isolarsi acusticamente. “Anche stasera si va in bianco”.

Tania prosegue in un’estasi mistica. Non si accorge che Roberto si è girato voltandole la schiena e non la sta ascoltando.

«Non dice nulla. Non è un numero universale, né maestro e neppure karmico. Insomma un numero sciocco» declama ad alta voce con gli occhi in delirio.

«Tu che sei il numero otto potresti raggiungere i risultati più elevati. Saresti in grado di gestire il potere. Se tu fossi capace d’intuire la profondità dell’anima, non avresti confini a vincolare la tua vita» prosegue Tania agitando le mani e alzando di un’ottava la voce. No si accorge dell’indifferenza del compagno.

Roberto si gira e la guarda incredulo. “Stasera ha veramente superato i limiti: Altro che confini!” si dice, osservandola, mentre continua a blaterare ad alta voce.

«Che ne dici, se ci mettiamo a dormire?» chiede Roberto, appoggiato su un gomito, interrompendo il suo delirio dialettico.

Tania lo fulmina con gli occhi, anzi se fossero dotati di laser l’avrebbe incenerito.

«Ma ho voglia di fare all’amore» afferma decisa, dando la colpa a Roberto se lui vuol dormire.

«E allora smetti di cianciare e vieni sotto le lenzuola» rimbecca Roberto, afferrandola e trascinandola verso di lui.

I numeri a quel punto sono andati in soffitta sconfitti dalla passione.