Archivi categoria: Racconto

Torno presto

Standard

Torno presto. Per qualche giorno non ci sarò

Annunci

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Il tramonto

Standard

Ho finito di leggere una raccolta di racconti sul mare, scritti da più autori

che potete trovare qui.

Così m’è venuta la voglia di scriverne uno, molto ridotto, che ha come sfondo il mitico paese di Venusia e i suoi abitanti, alquanto bizzarri.

Per prende l’abbrivio mi ricordavo una splendida immagine di Etiliyle. L’ho cercata e la propongo.

e adesso buona lettura

Se qualcuno a Venusia sale sulla montagna, un rilievo alto poche centinaia di metri, non vede altro che una calma piatta intorno: la pianura di Ludilandia.

I venusiani pensano che la terra non sia rotonda, perché l’orizzonte è una linea diritta senza curve o gobbe.

Così per loro la montagna è quella piccola gobba adagiata alle spalle di Venusia. Le sue pendici sono ricoperte da un fitto bosco, quello che loro chiamano il Bosco degli Spiriti, e in cima sta il Castello, che appartiene a tutta la comunità.

Per chi osa salire fin lassù vede solo la pianura tutt’intorno e niente altro. Un’altra credenza è che il mare sia un’invenzione di qualche comico, perché per loro il mare è quel gruppo di stagni che stanno a occidente di Venusia. Non vedono altra acqua, a parte quel fiumiciattolo che scorre di fianco la strada che conduce a Ludi.

Il loro orizzonte è limitato. Così la terra è piatta e il mare è un’invenzione di qualcuno per burlarsi di loro.

Quando Ermete ha deciso di raggiungere il mare, i compagni di scopone lo hanno preso in giro alla partenza, dicendo che non l’avrebbe mai visto, perché non esiste. Lui ha mostrato un mappamondo dove il mare è colorato di azzurro e la pianura di verde. Nuove risate e altri lazzi per dimostrare il loro scetticismo.

Quando è ritornato per raccontare la sua esperienza, nessuno ha creduto alle sue parole. Ermete ha mostrato delle fotografie ma loro hanno continuato a dire che sono immagini manipolate con Photoshop. Così si è rassegnato a conservare la memoria del mare dentro di sé.

Proprio oggi in una scatola da scarpe ha ritrovato quelle vecchie, si fa per dire, immagini che documentano che il mare esiste. Ricorda bene il lungo viaggio attraverso contrade mai viste né sentite. Parole che assomigliano al venusiano ma pronunciate con una cadenza diversa. Poi la spiaggia l’ha affascinato con quella sabbia color miele, dove ha notato ombrelloni e lettini variopinti disposti in ordine lungo file parallele.

Quello che l’ha incuriosito di più è stato tutta quella gente nuda, distesa sotto il sole. Lui con le scarpe, i calzoni lunghi e la giacca ha intuito di essere fuori posto in quel luogo. Qui le donne indossano mutande ridottissime e il solo reggiseno, mentre gli uomini hanno i boxer, che lui porta sotto i pantaloni e che mai ha mostrato in pubblico.

A Venusia sarebbero finiti in prigione per oltraggio al pubblico pudore. “Ma ci sono le carceri a Venusia?” si è chiesto osservando quella moltitudine di persone quasi nude.

Ermete sorride a quel pensiero, perché si è informato su quella strana usanza, scoprendo che sulla spiaggia è l’abbigliamento usuale. Qui, gli hanno spiegato, sono visti come diversi le persone come lui, vestite con l’abbigliamento cittadino.

In un angolo della scatola trova un pugno di quella sabbia, che capricciosa si è infilata ovunque. Dentro le scarpe, nelle pieghe dei pantaloni. “Mi è sembrato un delirio eliminarla” ricorda sorridendo. “Ne ho trovato dappertutto, compresi i boxer”.

Però quello che gli è rimasto impresso con nitidezza è stato il tramonto.

Il sole è sceso sempre di più inabissandosi nel verde del mare. Si aspettava che sfrigolasse a contatto con l’acqua ma invece niente. Ha solo incendiato un paio di nuvole in cielo, mentre l’acqua ha cambiato colore. È diventata rossa a strisce. Una vera magia, che nemmeno il più bravo illusionista può realizzare.

La spiaggia si è spopolata con lentezza. Gli ombrelloni sono stati chiusi, i lettini accatastati.

Il silenzio è rotto solo dal suono del mare che come una ninna nanna accompagna le ombre sempre più scure.

Ermete ripone nella scatola questi ricordi e sospira, perché un giorno ripercorrerà quel tragitto per osservare di nuovo la magia del tramonto.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – lo stagno al tramonto

Standard

Una splendida immagine di Etiliyle e delle mie pessime parole a corredo

Immagine tratta dal blog di Etiliyle

A ovest di Venusia ci sono una serie di stagni piccoli o grandi contornati da canne palustri, che spesso nascondono insidie. La riva, occultata dalla vegetazione, cede sotto il peso dei passi dell’incauto che si è avventurato in mezzo, rischiando di rimanere impantanato nel fango. Una situazione sgradevole perché si sprofonda sempre di più se qualcuno non l’aiuta a uscire.

I ragazzini conoscono il pericolo e saggiamente lo evitano ma gli adulti hanno più spocchia e ogni tanto qualcuno ci casca.

Poi in uno stagno c’è una lontra che sembra Arsenio Lupin tanto è inafferrabile. Tutti dicono averla vista ma nessuno ha prodotto le prove della sua presenza. Pino, un ragazzino dagli occhi grandi color nocciola, l’ha vista. Si sono guardati con sorpresa per qualche secondo, prima che lei fosse sparita nel folto del canneto.

“È inutile dire che l’ho incontrata” pensa mentre saltando percorre il sentiero che lo riporta a casa. “Tanto non mi crederebbe nessuno”.

Le canne andrebbero tagliate ma nessun venusiano lo vuol fare, perché gli stagni sono di tutti e di nessuno. E quindi alzano le spalle se qualcuno osa timidamente di accennare al loro taglio per eliminare i pericoli che nascondono.

«Perchè io?» afferma Roberto, alzando gli occhi al cielo. «Non è mica mio lo stagno. Appartiene a Giuseppe».

Giuseppe chiamato in causa scuote il testone riccioluto in segno di negazione.

«Non possiedo stagni» ribatte con un sorriso ironico sulle labbra. «Domanda a Pietro».

E così da una persona all’altra tutti negano di essere i proprietari degli stagni. Però se qualcuno mette nelle vicinanze il cartello ‘Proprietà privata. Vietato l’accesso’ si scatena un putiferio che è difficile da reprimere. Tutti protestano perché Ermete ha piantato il cartello di divieto senza averne i titoli. E la sciarada della proprietà diventa un rompicapo senza soluzione.

Le canne crescono rigogliose, sempre più fitte e lussureggianti per la gioia delle anatre che possono nascondersi ai predatori.

Insomma gli stagni sono abbandonati a se stessi ma i pochi ragazzini di Venusia gioiscono perché nessun può impedire loro di fare il bagno.

Però lo spettacolo è al tramonto quando il sole incendia le canne che si riflettono nell’acqua verde. La superficie acquista tonalità che dal verde diventa rossa per poi virare al nero, quando il sole troppo basso all’orizzonte smorza i toni e fa arrossire le nuvole in cielo.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia -Una strana fotografia

Standard

Marzia di Alchimie mi ha mandato questa fotografia.

immagine inviata da Marzia

È una fotografia particolare ma vi lascio alla lettura.

Buona lettura

Pippo, che in realtà si chiama Ernesto, sta svuotando la casa di zia Gina, che anche lei aveva un nome diverso: Euridice. Sembra una costante ma nessuno della famiglia Nometti è conosciuto col suo vero nome.
Il padre di Pippo era Gino che faceva di nome Olao. La sorella di Gino, nonché zia di Pippo, è la famosa Gina, che morendo gli ha lasciato in eredità il casale di campagna e diecimila pertiche di campi, coltivati a maggese.

Pippo, aprendo l’armadio di noce della camera da letto di zia Gina, si è imbattuto in una scatola per scarpe piena di fotografie che sembrano piuttosto vecchie. Sono tutte in bianco e nero, qualcuna ingiallita, altre con gli angolini, quelli che un tempo si usavano per esporle negli album di famiglia. Altre ancora avevano delle date scritte da una mano femminile.

«È la scrittura di zia Gina?» mormorò, girando il retro di una fotografia di gruppo.

19 agosto 1919’ legge Pippo seguito dal nome della località ‘Venusia’ e dall’elenco delle persone del gruppo ‘Gino, Michele, zia Egle, zio Loris, Anneta, Nino, nonna Tina, nonno Bricco’.

Pippo sorride, perché a parte Gino, che era suo padre, gli altri sono dei perfetti sconosciuti. Stringe gli occhi per osservare meglio il viso di suo padre, che avrà avuto sì e no dieci anni.

«Forse Anneta e Nino sono i miei nonni» ammette a malincuore Pippo, perché in effetti non solo non li ha mai conosciuti ma ne ignora pure i nomi.

Mette a parte questa immagine sbiadita e vecchia di cent’anni e continua la rassegna facendo diversi mucchietti. Le immagini di famiglia a sinistra, quelle con paesaggi al centro e i viaggi a destra. Tutte le altre non catalogate sul coperchio.

Pippo si ferma nella selezione. Ha un sussulto e torna su quella fotografia con bisnonni e nonni e la gira.

«Venusia?» ripete con tono interrogativo. «Ma che paese è? Ma dove si trova? Mai sentito nominare».

Una reazione giustificata per una località che gli è sconosciuta.

Prende il fido telefono e fa una ricerca. Pensa che zia Gina gli abbia voluto tirare un bidone, inventandosi un paese fantasma.

Venusia è un minuscolo paese di Ludilandia, quasi impossibile da individuare sulle carte geografiche. Solo quelle molto dettagliate in scala 1:1000 è riportato dove si trova. Abitanti 369. A zero metri sul livello del mare…

«Ci devo andare» dice Pippo, riponendo l’immagine sul mucchietto famiglia.

Arrivato sul fondo della scatola vede una fotografia singolare, completamente diversa da tutte le altre. C’è una ragazza appesa in alto, in apparenza nuda nella parte inferiore, con la gonna che le copre il viso. La testa è in basso e le gambe in alto come se fossero a cavalcioni di un’asta.

Pippo ride. La posizione è innaturale. Guarda il retro è bianco o meglio c’è il timbro dello sviluppatore con una data. ‘19 ago 2019’.

«Mi prende in giro!» esclama basito Pippo. «Sviluppata oggi?»

Non può credere a quel timbro. Una foto vecchia, senza dubbio vista la grana del cartoncino e i bordi frastagliati, tipici di mezzo secolo prima.

Pippo l’osserva con attenzione. «Come può reggersi su quella traversa sottile col sostegno di una sola gamba?» esclama sorpreso, scuotendo la testa.

“Hanno usato Photoshop per confezionare un fake” riflette cercando di capire chi possa aver messo quest’immagine insieme alle altre.

«l casale di zia Gina è chiuso da almeno cinque anni» dice Pippo, infilando il cartoncino nella tasca interna della giacca. «Un burlone sapendo che venivo ha voluto tendermi un tranello».

Disegna la tua storia con un’immagine di Sabry – Carola o la ragazza che sogna

Standard

C’è una nuova entrata tra le muse ispiratrici per disegnare una storia che ha come sfondo Venusia. Sabry ha pubblicato sul suo blog questa immagine e mi è piaciuta.

Buona lettura

Carola è una ragazza, si fa per dire visto che ha venticinque anni, che sogna osservando gli oggetti che la circondano.

Lo era da piccola, che rimaneva per ore a guardare le nuvole in cielo sospinte dal vento che soffia da levante.

È cresciuta ma non ha smesso di sognare.

D’estate quando il vento toglie la calura da Venusia e rinfresca l’aria si avvia verso la fortezza che si erge sulla montagna come un blocco grigio contornato ai suoi piedi dal bosco degli spiriti. Definire montagna quel dosso appena pronunciato sulla piana di Venusia è un bel azzardo. Avrebbe la stessa valenza di considerare quel gruppo di case che compongono il paese una metropoli. Però per i venusiani è la montagna.

Carola nel periodo estivo fa ogni pomeriggio quella passeggiata di tre quarti d’ora attraverso il sentiero che taglia il bosco degli spiriti fino a raggiungere la fortezza.

Si siede sui gradini di ardesia grigia che portano all’ingresso e osserva la pianura. Una piana che si perde sull’orizzonte senza case o strade degne di questo nome.

Osserva il sole che tinge di rosso il cielo e imporpora le nuvole che da bianche cambiano colore. Dapprima rosate poi sempre più rosse. Una meraviglia. Allunga una mano per cogliere quel colore che assomiglia alla sua gonna.

Indugia mentre sogna un mondo diverso ricco di sfumature e di pensieri positivi. Si alza sospirando. Deve tornare prima che le ombre della sera rendano disagevole il sentiero nel bosco.

Non ha paura come la maggioranza dei venusiani ad attraversarlo. Per lei non ci sono spiriti. Né buoni, né cattivi. C’è solo il bosco con i suoi rumori e le sue ombre, gli animali che osservano il suo passaggio e il canto degli uccelli nel folto degli alberi.

La discesa è più rapida della salita e deve arrivare a casa prima che Riccardo, il suo compagno, ritorni da Ludi, dove lavora come grafico.

I raggi del sole filtrano tra le chiome degli alberi e ogni tanto un’apertura tra i rami mostra le nuvole che corrono nel cielo.

Si ferma, solleva il capo e osserva. Sogna di essere sul quel destriero bianco che galoppa nell’azzurro verso mete lontane.

«Chissà dove arriverà?» esclama a bocca aperta con l’aria sognante. «Verso il mare che non ho mai visto ma so che c’è oppure la montagna che qualche volta dalla fortezza ne scorgo le cime più alte?»

Carola riprende a camminare di passo svelto, perché l’oscurità infittisce e la strada da percorrere è ancora lunga.

 

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – Le nuvole

Standard

Giusto con omaggio ferragostano vi delizio – ma sarà vero – con questa storia. L’immagine è di Etiliyle ed è splendida.

Buona lettura.

Pino ha sempre la testa fra le nuvole e si perde con la fantasia a rincorrerle nel cielo.

Sì, insomma, ha una bella immaginazione. Non che sia un difetto ma qualche volta lo è. Fantasticare fa bene ma non deve esagerare, perché potrebbe capitare, come è capitato, di rischiare di farsi male.

Pino è il figlio di Roberto, che non ha mai sopportato Venusia, senza trovare la forza di tornare a Ludi. Non ci sono molti bambini a Venusia, anche perché quei pochi che nascono, quando cominciano a frequentare le superiori a Ludi, non vedono l’ora di crescere un po’ e abitare là.

A Venusia non esiste nessun tipo di scuola o di asilo, perché sarebbe uno spreco. Bambini in età scolare sono in media una dozzina ma tutti spaiati con l’età. Quindi si radunano in casa dell’uno e dell’altro dove alcuni venusiani, quelli più istruiti, impartiscono le lezioni. Li preparano da privatisti per l’esame di quinta elementare e quello di terza media. A quattordici anni un scuola bus li viene a prendere per condurli a Ludi a frequentare le superiori. Quelli più bravi frequentano anche l’università, ma gli altri cominciano a lavorare.

Pino è uno dei pochi bambini nati a Venusia. Gli altri sono d’importazione. Non sorridete al pensiero che i bambini assomiglino alle mercanzie, perché arrivano coi genitori quando hanno quattro o cinque anni e poi restano lì finché non fuggono a Ludi.

Ci sono due cose che i venusiani faticano a digerire: i neonati e gli animali.

Di animali non ce ne sono molti. Giusto un paio di cani. Di gatti ce ne è uno solo che vive la sua indipendenza con sussiego. Va e viene e difficilmente accetta qualche carezza. Per i neonati la situazione è leggermente complicata, perché coppie disposte a mettere al mondo prole ce ne sono poche e le poche nicchiano alquanto.

Quindi quando Pino è nato da Roberto e Andrea c’è stata una piccola rivoluzione. Non nel senso di rivolta ma di cambio di abitudini. Erano anni che non si festeggiava una nascita e così fu festa grande. Venusia quasi non si riconosceva perché le feste erano abolite da un pezzo.

Tornando a Pino e alla sua fervida immaginazione, bisogna dire che la fantasia lo porta lontano inseguendo le anatre che si fermano nello stagno. Una sera di fine settembre, è appostato tra i canneti a sbirciare il moto delle anatre. Si levano in volo per poi tornare eleganti a posarsi sulle acque placide. Immergono la testa mettendosi a perpendicolo con la superficie. Tutte attività che Pino ha sempre osservato. Però questa sera sembra che ci sia più movimento e le anatre appaiono inquiete come se avvertissero un pericolo.

Il ragazzino si avvicina ancora di più verso l’acqua per osservare meglio i movimenti, quando… Splash cade in acqua e le anatre volano via starnazzando “Quac, quac, quac”.

Pino annaspa cercando di riguadagnare la riva, quando una mano robusta lo agguanta riportandolo sulla terra gocciolante.

«Pino, ti è andata bene» dice una voce familiare, mentre lui arrossisce sputando l’acqua ingoiata.

“Domani nella battaglia pensa a me”

Standard

Il post che pubblico era stato pensato per un contest che scade domani. L’unico vincolo posto era che il racconto di 3500 battute doveva finire con la frase “Domani nella battaglia pensa a me”.

Oggi ho deciso di non partecipare per un dettaglio del regolamento che riporto integralmente.

DIRITTI D’AUTORE: gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione in ogni tipo di formato al promotore del concorso senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli autori. Eventuale materiale inviato non sarà restituito e resterà a disposizione degli organizzatori per l’utilizzo a fini promozionali.L’ammissione al concorso implica infatti l’accettazione dell’utilizzo, della pubblicazione e della diffusione della propria opera sia in luoghi pubblici che privati con ogni mezzo attualmente conosciuto (a mero titolo esemplificativo: tv, radio, internet, telecomunicazioni, sistemi analogici e/o digitali, on line e off line) o che verrà inventato in futuro, in tutto il mondo, sia unitamente al contest contest “PODCASTORY –Domani nella battaglia pensa a me” (anche al fine di attività di comunicazione e promozione dell’evento delle edizioni successive) sia collegata a future attività degli organizzatori a favore della propria utenza. Tutto ciò senza ricevere e/o pretendere alcun corrispettivo a proprio favore, essendo ogni pretesa dell’utente soddisfatta dall’opportunità di partecipare.

In pratica conservo i diritti ma non li posso sfruttare.

Quindi ho pensato bene di pubblicarlo qui.

Buona lettura.

tratta da wiki commons – licenza Creative Commons 4.0 – riproduzione in scala della piana di Waterloo. autore Chris Mckenna

A Venusia le feste non sono mai gradite, diciamo sopportate. Quindi il Carnevale passa quasi inosservato ma neppure Natale o Capodanno sfuggono alla regola.

A Venusia ognuno fa gli affari suoi senza mischiare il diavolo e l’acquasanta. I venusiani sono personaggi strani ma Roberto lo è doppiamente.

Quando qualcuno si chiede il motivo, dovete sapere che Roberto è arrivato per sbaglio a Venusia. Aveva solo cinque anni e da allora è sempre rimasto a Venusia. Solo per sbaglio? Calma e gesso se avete la pazienza di leggere le spiegazioni, altrimenti fate come volete.

Venusia è un piccolo puntino anonimo nella vasta pianura di Ludilandia. I suoi abitanti vivono nel loro minuscolo mondo e oltre alle feste non amano i bambini ma nemmeno gli animali. Ne nascono pochi, perché non sopportano i loro pianti da neonati, dover cambiare i pannolini e tante altre amenità del genere.

«Inquinano» affermano in coro i venusiani per giustificare il loro ostracismo. «E poi costano una fortuna mantenerli».

Così quei pochi che nascono, più per un errore materiale che per l’amore tra una coppia, una volta adulti scappano a Ludi, la capitale della regione. Non tutti per amor di verità ma gran parte. Alcuni restano, qualcuno arriva al seguito dei genitori.

Sembrerà strano ma se i giovani scappano, gli adulti arrivano. I rari viaggiatori che tornano da Venusia, una volta a Ludi ne decantano i pregi.

«È un posto da favola» spiegano convinti. «Si vive tranquilli. I ritmi sono lenti. Niente stress».

Non solo questo. Aggiungono: «Con poca spesa si vive molto meglio che a Ludi».

Quindi qualche famiglia, stanca dei rumori di Ludi e delle difficoltà di vivere, decide di trasferirsi a Venusia. Dapprima prendono in affitto una casa e se si trovano bene con pochi venusi la comprano. Non mancano le buone occasioni e l’offerta supera di gran lunga la domanda, facendo rimanere basso il prezzo. Sono case basse di legno e mattoni col giardino davanti e l’orto sul retro.

Quando Roberto è arrivato a Venusia, anche se aveva solo cinque anni si è messo di traverso, perché doveva giocare senza compagni. Questo lo scocciava non poco. Era felice perché fino a quattordici anni la scuola era in casa. Non esistono scuole a Venusia per mancanza di materia prima. Poi se qualcuno vuol continuare, deve fare il pendolare con Ludi dove si trovano le superiori e l’università.

«Quando sono grande» aveva promesso Roberto col cipiglio dello scontento, «me ne torno a Ludi. Qui pare di essere in prigione».

Roberto è diventato grande: lo scontento non è mai passato ma non è mai andato via da Venusia. Ha trovato l’anima gemella che sopporta la sua malinconia e le sue paturnie. Lui col muso lungo e lo sguardo torvo, lei solare e sempre allegra. Come abbiano potuto fare coppia, è un mistero per tutti i venusiani. Da loro è nato un bel bambino, Pino, che adesso ha dieci anni. Roberto, tanto per mostrarsi diverso dagli altri, adora il figlio e gli ha trasmesso la curiosità di conoscere la natura. A differenza degli altri venusiani non frequenta Sghego, l’unica osteria del paese. Odia giocare a carte ed è astemio. Preferisce curare l’orto e lavorare il legno con molta abilità. Intaglia mobili e altri oggetti, che vende ai venusiani per pochi venusi. Il costo della materia prima. Da qualche mese sta lavorando a creare un esercito di legno. Man mano che comandanti e soldati sono pronti, li dispone con cura su un tavolaccio che riproduce la piana dove si è svolta la battaglia di Waterloo con l’esatta disposizione dei due eserciti contrapposti.

Roberto ha lasciato per ultimo Napoleone, che sistemato sul campo di battaglia urla soddisfatto: «Domani nella battaglia pensa a me».

Sally e Jean – Capitolo 27

Standard

La storia è finita – Dio vuole dirà qualcuno – Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

Lilium – Foto personale

Buona lettura.

Lucy era soddisfatta. L’esame era andato benissimo, ricevendo i complimenti del professore, perché lei, unica tra gli allievi di lingua madre non francese, aveva preso la lode per la critica su Madame Bovary.

Aveva imparato bene il francese, tanto da ragionare come una parigina autentica, dimenticandosi di essere americana. Si esprimeva in maniera quasi perfetta con una parlata impreziosita dall’inflessione di chi fosse sempre vissuto a Parigi.

Non avrebbe mai immaginato un anno prima, partendo per la Francia, che sarebbe riuscita a impadronirsi con tanta proprietà di una lingua dai toni dolci e arrotondati perdendo l’asprezza gutturale della parlata americana.

Adesso doveva pensare al futuro prima di ripartire ai primi di agosto per Syracuse. E poi voleva fare la turista per godere gli ultimi scampoli di una lunga vacanza ricca di soddisfazioni e stimolante per le esperienze vissute.

I rapporti con Sally si erano normalizzati trasformandosi da conflittuali in amichevoli. La chiacchierata di chiarimento aveva prodotto i suoi effetti, perché si era fatta vedere più spesso a casa di Jean. In apparenza non aveva mostrato interesse verso di lei. Almeno questo era quello che lasciava trasparire, rimanendo fredda e distaccata nel loro rapporto. Però qualche messaggio di segno opposto l’aveva lanciato e neppure troppo velatamente.

Quando Sally arrivava, Lucy con molta discrezione scivolava via, lasciandoli soli dopo i soliti convenevoli di benvenuto. Si appartava nella sua stanza con le orecchie tappate dalle cuffie dello stereo oppure usciva.

Percepì che Sally avrebbe voluto approfondire la reciproca conoscenza, ma lei con tatto era riuscita a evitare il contatto diretto usando all’inizio come alibi la necessità di preparare l’esame senza distrazioni.

Adesso che la prova era stata superata trovava più difficile a resistere alle sue lusinghe. Quindi cercava di mantenere un atteggiamento distaccato, quasi freddo, dando l’impressione che l’episodio di qualche mese prima era stato archiviato in modo definitivo.

Lucy non desiderava combattere un’altra battaglia con Sally per vincere la guerra. Se fino a qualche mese prima avrebbe voluto guerreggiare per conquistare Jean, adesso si era resa conto che non ne valeva la pena. Era un bel uomo ma tutto sommato vanesio ma forse aveva capito che non sarebbe riuscita a scalzare Sally dal suo cuore.

Quindi rinunciò a tramare, dedicando gli ultimi giorni della sua permanenza a Parigi a frequentare Rachid. La ragazza le aveva fatto conoscere Claude, che era un bel ragazzo dai modi educati e gentili.

La sua presenza favoriva il loro incontri, perché non era facile distinguere quale delle due ragazze frequentasse. Questa era un’ottima copertura per l’amica.

A Lucy piaceva fare da paravento alla loro storia d’amore, perché percepiva buone sensazioni nel loro rapporto. Formavano una bella coppia ma nutriva molti dubbi che la storia sarebbe arrivata in porto dopo una navigazione difficile e piena d’ostacoli rappresentati da barriere sociali e culturali, che si frapponevano fra loro.

Queste sensazioni non le aveva palesate a Rachid per non creare imbarazzi inutili e prematuri. “Se il loro amore è solido” rifletté osservandoli. “Supererà ogni intralcio. Ma se è solo innamoramento, naufragherà sulla prima scogliera che incontreranno”.

Le giornate scorrevano veloci e il tempo della partenza si avvicinava. Le dispiaceva lasciare Parigi dove aveva trovato un contesto favorevole ai rapporti umani, un aspetto impensabile prima di partire da Syracuse.

Avvertiva che la sua personalità era maturata, diventando più riflessiva e attenta ai valori della vita. Aveva sperato di trovare amore e sesso che invece non l’avevano sfiorata per nulla. Questo era dipeso un po’ per scelta personale, in parte perché non aveva incontrato delle persone in linea con i suoi obiettivi.

Jean secondo lei non era adatto a impersonare l’uomo della sua vita, perché aveva capito che per lui le donne erano ‘usa e getta’. Solo con Sally le sembrò che avesse trovato il giusto equilibrio nel rapporto con l’altro sesso. Aveva notato che la loro storia si era consolidata ogni giorno di più.

Ma quali sono le mie esigenze?” si chiese in uno degli ultimi giorni di permanenza a Parigi. “Non ho ben chiaro quali siano i miei obiettivi sentimentali. Nemmeno riesco immaginare quale uomo desidero. Fare sesso solo perché lo fanno tutte non è una priorità o una motivazione stimolante”.

Forse la rigida educazione che i suoi genitori le avevano inculcato la condizionava nelle scelte. “Forse è un alibi che mi fa comodo usare per giustificare che non ho trovato l’uomo che fa al caso mio” si disse Lucy, intrecciando le mani dietro la nuca. “A volte mi scopro di sognare una donna, come Sally, che forse inconsciamente mi ha attratto. Ma è questo quello che voglio?”

Lucy socchiuse gli occhi concentrandosi su questo pensiero. “Non lo so, ma lo dubito. Se penso di essere arrivata alla mia età e sono vergine in tutti i sensi, la questione mi deve costringere a ragionare su questi aspetti della mia personalità. Però ora devo pensare al mio futuro e agli obiettivi che vorrei raggiungere e che mi sono imposta”.

La sua idea era quella di un secondo anno a Parigi che le sarebbe stata utile per conseguire il suo PH.D per proseguire nella carriera accademica. “La convivenza con Jean mi ha fatto risparmiare un bel gruzzolo, che sarebbero benedetti qualora i miei genitori non fossero d’accordo per un secondo anno alla Sorbonne” si disse, facendo un rapido calcolo. “La possibilità di ripetere nel prossimo ottobre il sodalizio di quest’anno sono migliori rispetto a qualche settimana fa. L’ostacolo Sally è stato rimosso. Ho un paio di giorni per riflettere”.

Lucy girò da turista gli ultimi due giorni prima di prendere il volo verso New York.

Le rimaneva un giorno per sciogliere i dubbi e procedere all’iscrizione per il prossimo ottobre. Ne avrebbe parlato stasera con Jean, se c’era, e telefonato ai genitori per strappare il loro consenso.

Adesso si godeva l’aria di Parigi.

FINE

Sally e Jean – Capitolo 26

Standard

Ancora un piccolo sforzo e poi tutto sarà finito. con vostra grande gioia. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

Sally

Jean capì che era Sally la donna che desiderava. Lucy poteva essere un capriccio. Troppo gelida e attenta per essere passionale.

«È la gelosia e non la supposta attrazione che ti ha impedito di tornare qui e stare con Jean?» chiese senza troppe perifrasi Lucy, osservando le loro espressioni per cogliere sfumature e variazioni di umore.

Alla sua esternazione Jean e Sally abbracciati rimasero muti.

«Chi non è geloso?» affermò con impeto Lucy guardando la coppia seduta sul divano. «È da stronzi credere all’affermazione di quello che dichiara di non essere geloso! Se manca il senso del possesso, viene meno pure il desiderio verso l’altra persona. Però c’è un limite affinché la gelosia non soffochi l’amore. È il rispetto verso il compagno, la sensazione che il possesso non prevarichi la libertà dell’altro. Capisco che, vedendomi in modo inaspettato, sia nato il sospetto che Jean ti avesse teso una trappola. Hai percepito gelosia verso di me, una donna, che non conoscevi e che avrebbe potuto contendere il tuo possesso».

Lucy stette in silenzio, osservando sia l’uno che l’altra, sperando in una replica alle sue tesi esposte con foga e sincerità.

Però nessuno dei due fiatò.

«Non è mia intenzione corteggiare Jean per conquistarlo» affermò calmando il tono della voce, sapendo di mentire. «Se questa fosse stata la mia intenzione, l’avrei fatto prima con discrete possibilità di successo. Quindi tranquillizzati. Prima di ritirarmi nella mia stanza vorrei aggiungere questo».

Jean tenendo abbracciata Sally le fece un cenno di lasciarli soli, di non proseguire nella discussione. Lucy comprese il messaggio.

Lui si sentiva preso tra due fuochi e non desiderava creare ulteriori attriti tra le due donne.

«Sono contento» affermò Jean rompendo il silenzio. «Sono contento che vi siate chiarite. In fondo erano problemi creati dall’immaginazione senza fondamenti reali. Vado a prendere tre coppe e la bottiglia di champagne per brindare alla ritrovata armonia».

E si alzò sparendo in cucina.

Lucy si avvicinò a Sally per abbracciarla e sussurrarle il suo disappunto per avere creato queste crepe nel rapporto con Jean.

Lei di rimando la baciò con trasporto e disse: «Ho capito che sei una ragazza sincera e spero che in futuro possiamo diventare delle buone amiche. Le mie erano solo sensazioni distorte da uno stato d’animo instabile e confuso».

Lucy abbozzò un falso sorriso, perché aveva sperato di battere la rivale. Se voleva rinnovare il sodalizio con Jean a ottobre doveva mostrarsi felice della ritrovata armonia tra loro.

«Ah! Avete finto di rappacificarvi affinché io mi allontanassi per potervi abbracciare e strapparvi i capelli!» esclamò ironico Jean di ritorno con le tre coppe e la bottiglia.

Aveva capito che era solo una tregua ma andava bene così, mentre Sally lo guardò in malo modo per la battuta sarcastica.

Lucy intuì che tra loro si stava stabilendo una complicità che si sarebbe consolidata nel tempo. Quando non lo sapeva con certezza, perché tra poco avrebbe fatto ritorno negli States. “Ma è quello che cerco?” pensò Lucy, mentre i dubbi continuavano a vagare nella sua mente, sollevando senza piacere la coppa per brindare alla ritrovata armonia. “Non è l’amore verso una donna lo sbocco della mia sessualità. Né credo che sia il suo pensiero, perché vedo tra loro un vero rapporto tra uomo e donna. Dunque è quella sensazione che lei ha definito come attrazione? Ora è meglio che non ci pensi più e mi concentri sull’esame che dovrò sostenere tra due settimane”.

Sally baciò con ardore Lucy e Jean prima di brindare, mentre Lucy sollevò la coppa e aggiunse: «Che vi porti fortuna! Vi auguro ogni felicità e gioia possibile. E spero che duri tutta una vita».

Jean le invitò a sedersi accanto a lui perché desiderava ringraziarle, anche se percepiva che la famosa attrazione era scoccata ancora una volta. “Pazienza” si disse “forse ci sarà minore tensione tra loro. Ma almeno non dovrò subire la pressione della gelosia. Se il mio rapporto con Sally durerà, sarà il tempo il migliore giudice. Se Lucy il prossimo ottobre vorrà tornare, avrò meno grattacapi per un sì o un no ragionato. Aspettiamo e pazientiamo”.

Egoisticamente pensò che alla fine non ci rimetteva nulla se tra le due donne fosse nata una complicità. Lui si trovava bene con Sally perché il rapporto era sincero senza ossessioni da entrambe le parti. L’intesa sessuale era più che buona, le discussioni tra loro erano pacate, i loro discorsi vertevano su argomenti interessanti e variegati. In conclusione non c’erano motivi di attrito, a parte la presenza di Lucy in casa. Se tra le due donne veniva a cessare l’immagine conflittuale, anche questo aspetto perdeva d’importanza.

«Vi lascio soli» affermò Lucy, ritirandosi a meditare su Madame Bovary.

Sally e Jean – Capitolo 25

Standard

Stiamo andando verso la fine. Ancora poco dovette pazientare e poi tutto sarà finito. con vostra grande gioia. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

 

Sally si rivolse a Lucy che composta sulla poltrona aspettava la risposta alla sua domanda.

«Forse non sono stata chiara» ammise con le guance ancora arrossate e la voce stridula. «Ma solo confusa. Ho provato ogni volta che pensavo a te tre sensazioni: angoscia, gelosia, attrazione. Un vortice senza fine, un’emozione lunga come una vita. Ma perché? Anche adesso si accavallano senza un motivo logico. Forse le voglio cacciare nel fondo dell’anima per dimenticarle».

Gli occhi azzurri di Lucy parevano di ghiaccio, mentre Sally parlava, ma dentro era un ribollire di pensieri. La percepiva come un’antagonista senza manifestare le sue sensazioni. Una domanda le sorse spontanea: perché Jean si era comportato in quel modo con lei qualche istante prima dell’arrivo di Sally e forse ci avrebbe riprovato se non avesse suonato. Avvertiva un senso di stonato nel suo atteggiamento. Se avesse ceduto alle sue avance, adesso sarebbe pentita. Si era illusa di averlo conquistato ma vedendolo accanto a Sally che le teneva la mano con dolcezza, percepiva che non gli suscitava nessun sentimento. Rimase in silenzio per ascoltare cosa avevano da dire.

Sally fece una pausa per rifiatare, per riordinare i pensieri confusi che danzavano nella mente e uscivano dalla bocca, mentre Jean l’abbracciò con tenerezza.

“Vigliacco di un traditore” pensò Lucy, osservandoli schifata.

Jean iniziò un discorso contorto senza che le due donne vi prestassero attenzione.

Loro erano più attente a fronteggiarsi che ascoltare quello che Jean diceva. Si scambiavano muti messaggi in codice che solo loro decifravano. Era la guerra per la conquista di Jean secondo Lucy, mentre per Sally era anche qualcosa d’altro.

«Perché sei gelosa di Lucy?» chiese Jean, trascurando l’aspetto più inquietante della questione: l’attrazione sessuale accennata più volte ma mai approfondita.

Sally si era ricomposta e il rossore sparito, lasciando il posto a uno sguardo gelido. Aveva compreso che Lucy non avrebbe rinunciato a darle battaglia.

«Penso che ognuno voglia raggiungere il suo scopo e cerchi risposte alle domande che si affacciano tutti i giorni» riprese Sally, mentre Lucy ascoltò senza intervenire. «Gelosia, chiedi?»

Sally si fermò per guardare Jean sottraendosi alla sua stretta. Le labbra erano ridotte a una fessura e gli occhi blu mandavano lampi di collera.

«Ma angoscia e attrazione!» ribatté alzando di un’ottava la voce.

A Lucy non sfuggì quel rimarcare di Sally sulla parola ‘attrazione’ con una modulazione diversa della voce, che da piatta divenne quasi stridula.

«Sono tre sensazioni diverse e strane che si mescolano tra loro» ribadì con forza. «La gelosia è un sentimento irrazionale che nessuno è riuscito a spiegare in modo esauriente. Ho sperato che col vostro aiuto di tentare di comprenderne le motivazioni».

Come diceva un famoso statistico, Tuckey, Sally pensò di trovare la risposta esatta alla domanda sbagliata sulla gelosia, anche se era formulata in modo preciso. “Come posso credere che gli altri rispondano in modo esauriente e preciso a una domanda mal formulata sulla gelosia?”

Sally si accorse in questo momento della discussione che si stava incastrando da sola battendo il tasto della gelosia, perché aveva notato che Lucy faceva una strana smorfia agli accenni della sua attrazione verso di lei. A Jean questo dettaglio era sfuggito e credeva che lei fosse solamente gelosa di Lucy. In effetti non sapeva se fosse gelosa di Lucy che viveva sotto lo stesso tetto con Jean oppure di lui essendo attratta da Lucy.

Adesso non ne era più tanto sicura. Quel lontano episodio, quando Lucy l’aveva baciata sul collo, aveva acceso il suo immaginario erotico. Doveva parlare con più cautela.

«Perché ti avrei suscitato gelosia?» chiese con tono secco Lucy.

Jean guardò Sally, curioso di conoscere i motivi della sua gelosia verso Lucy ma la discussione sembrava prendere una strada sbagliata. Si stava inaridendo tra repliche e controrepliche che non trattavano il vero motivo dell’incontro.

«Hai accennato all’attrazione» affermò Lucy che voleva capire la portata dell’affermazione rimasta tra le pieghe dei loro discorsi.

«Attrazione verso chi?» le domandò con una veemenza del tutto inaspettata, anche se per lei era chiaro chi era l’oggetto.

Le voci si chetarono d’incanto, mentre Jean osservò Sally ricordando quelle parole dette a Versailles a cui non aveva dato peso.

Sally si morse la lingua, perché adesso era nell’angolo e doveva dare delle spiegazioni.

«Hai ragione. È venuto il momento di parlare di questo. L’ho messo tra i ricordi che non volevo ripescare» affermò Sally con un filo di voce, guardando Lucy, mentre ignorò la presenza al suo fianco di Jean.

Un lampo di cattiveria attraversò i suoi occhi azzurri. Era decisa nell’affondare il colpo.

«Hai accennato che io ti genero oltre all’angoscia, della quale non ho capito molto, e alla gelosia, che rimane incomprensibile, attrazione. Almeno è quello che ho intuito, anche se non hai specificato chi sia l’oggetto del desiderio. Presumo che sia la mia persona che ti ha interessata. Quale genere di attrazione provi?»

Jean passò con lentezza lo sguardo da Sally a Lucy. Stava intuendo la feroce schermaglia tra le due donne.

Sally era incerta se parlare con chiarezza o tergiversare sull’argomento. Sapeva che Lucy era stata più abile nell’affondare il colpo ma doveva chiarire quella parola. Amava Jean e non lo voleva perdere.

«Sono etero e lo sono tuttora. Provo grande piacere quando faccio l’amore con Jean come mai avevo percepito finora. Però c’è stato un qualcosa che mi ha turbato. Quando quella mattina di aprile sei apparsa sulla porta del bagno, ho sentito qualcosa che ha creato scompiglio dentro di me. Quel bacio sul collo, le dita che passavano sulla pelle umida mi hanno fatto provare delle sensazioni, che non ho mai percepito. Nessun uomo era riuscito a tanto».

Sally arrossì di nuovo nel descrivere quel ricordo, mentre Jean la guardò stupito. Non si era accorto di nulla o meglio aveva notato nell’atteggiamento di Sally un raffreddamento che aveva imputato alla presenza di Lucy.

«Quando mi hai accompagnata nel tuo bagno personale, ero restia a spogliarmi in tua presenza. Ero terrorizzata che una donna potesse osservare il mio corpo nudo. Avevo l’impressione che lo stesse violentando. Allo stesso tempo sentivo che una parte di me desiderava mostrarsi nuda ai tuoi sguardi, perché provava piacere. Tu volevi aiutarmi a togliere gli indumenti zuppi d’acqua, ma io mi opponevo, mentre mi dava emozioni e piaceri. Ma i veri brividi li ho provati quando le tue mani hanno sfiorato il mio corpo e le tue labbra si sono posate sul collo con una delicatezza che non avevo mai percepito prima. Questa dicotomia mi hanno fatto compagnia in questi mesi, distraendomi e confondendo la mia personalità. Quando stavo con Jean, percepivo in modo confuso che una persona si frapponeva fra noi. Ho compreso che erano gli strascichi di quella giornata. Ora comprendo che quei pensieri sono suggestioni che non hanno motivo di essere. Ti osservo e non provo le stesse sensazioni di allora. Però ti percepisco come un’antagonista che mi ruba il compagno».

A questo punto Sally tacque stringendosi a Jean, che era allibito per questa confessione.

Lucy passò lo sguardo prima su lei e poi su lui, mentre le labbra si increspavano per un motto di stizza. “La gelosia verso di me si è frapposta fra noi e non la voglia di stare con un’altra donna” si disse capendo che aveva perso la battaglia con Sally. “Perché ha enfatizzato questo aspetto? Quel giorno ero curiosa di vederla nuda. Una semplice curiosità senza fini morbosi. Però lei si negava, faceva la ritrosa accrescendo la voglia di toccarla, di baciarla. Solo per capire quali sensazioni si prova”.