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Incipit profetico – nro 2

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Scrivere creativo propone un secondo incipit profetico

“Giovedì Laura mi amerà. Prima di pranzo andremo al mare, staremo sulla spiaggia, da soli. A cena, davanti al tramonto, mi inginocchierò e …”

Giovedì Laura mi amerà. Prima di pranzo andremo al mare, staremo sulla spiaggia, da soli. A cena, davanti al tramonto, mi inginocchierò e …’. L’ispirazione si seccò a Giovanni.

Fissò il foglio bianco con quelle due righe. Depose l’hastil dorata e rimase con l’occhio fermo a quei puntini di sospensione.

Giovanni odiava il computer e scriveva le sue storie ancora con la penna stilografica, che suscitava i risolini di scherno degli amici. Però lui si ostinava a fare così. “A cosa serve la videoscrittura se poi non mando nulla a una casa editrice?” pensò, mentre si grattava con vigore la guancia pelosa. Si girò e vide alle sue spalle la fila ordinata di quaderni ad anelli di vari colori. Rossi per i romanzi, blu per i racconti e gialli per le poesie. Il rosso era predominante, gli altri facevano da corona.

Accartocciò il foglio che finì con lancio perfetto nel cestino, già pieno fino all’orlo. Ne prese uno vergine dalla pila sulla scrivania e cominciò a scrivere.

Giovedì Laura mi amerà. Prima di pranzo andremo al mare, staremo sulla spiaggia, da soli. A cena, davanti al tramonto, mi inginocchierò e …’

Ma nulla. La mente si ostinava a chiudersi su se stessa. Non ne voleva sapere di proseguire. Questo incipit profetico l’aveva colpito ma tutto si era arenato a lì. “Lo lascio sedimentare?” si disse, stringendo gli occhi. Gli sembrò una buona idea. Messo il cappuccio alla penna e deposta con delicatezza sul foglio appena scarabocchiato con questa frase, si alzò per andare alla finestra. “Sedimenta, sedimenta” pensò, ammirando la campagna, che stranamente era verde, un po’ ingiallito a dire il vero, nonostante il caldo che da settimane gravava sulla pianura.

«Ma Laura chi è?»

Giovanni si specchiò nel vetro chiedendosi se lui aveva una Laura.

«No. Nessuna Laura in vista. Quindi giovedì gnocchi e per di più da solo. Niente in ginocchio da te» commentò Giovanni, che si girò di scatto, tornando alla sua postazione.

‘… le dirò. – Mi dispiace ma io non ti amo.

La mia storia – miniesercizio 28

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Nuova sfida su Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un’auto da corsa

– Un gatto

– La foto seguente

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Gino era a Londra per assistere a due eventi: l’incoronazione di Carlo e la corsa a Silverstone. “Però…”, pensò Gino grattandosi la testa, “c’è sempre un però”. Doveva scegliere, perché non sarebbe riuscito a vederle entrambe.

Si aggirava per Milton Road quando vide esposta la copia della corona che sarebbe stata sul capo di Carlo.

«Quanto costa?» chiese al commesso segaligno che l’aveva accolto con un inchino.

«Non è in vendita» rispose senza scomporsi.

“Se è in vetrina, allora è in vendita. Ma come convincere questo pinguino?”

Si avvicinò alla corona, che era di legno dorato. Un cartellino penzolava. Cento pounds. “Pounds?” si disse sfiorando con un dito la croce. “Peccato lasciarla lì”. Guardò l’ora. si rese conto che doveva volare se intendeva prendere la navetta per Silverstone. Mentre camminava per arrivare alla stazione un gatto lo seguiva. Non era molto in carne e lo fissava come per dire ‘Ho fame’.

«Vieni piccolo» gli disse prendendolo in braccio. «Si va a mangiare» ed entrò in un negozio per prendere delle crocchette.

«La navetta è persa?» borbottò, mentre in un piatto metteva il mangiare. «Mi comprerò un modellino di Ferrari Formula 1 e la farò correre nel salotto di casa».

La mia storia – miniesercizio 27

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Scrivere creativo ha cambiato qualche regola.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Un gessetto da lavagna viola
– Un telefono
– La foto seguente
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ecco la mia storia

Roberto appese al gancio della gru la cassa e fece segno di sollevarla.

Lentamente si alzò dondolante come un corpo morto. Roberto si spostò fuori portata nel caso si fosse sganciata. Non era la prima volta ma nemmeno l’ultima, pensò appoggiando la schiena alla parete. Prese una sigaretta ma la tenne tra le labbra. Lì dentro non poteva fumare ma doveva salire sul terrazzo all’ultimo piano. Tre piani senza ascensore per togliere il vizio del tabagismo.

Con delicatezza l’operatore dentro la sua cabina depose la cassa nel container, dove venne sganciata con un piccolo colpo. Roberto prese il gessetto viola e contrassegnò l’avvenuto carico sulla lavagna alle sue spalle.

Roberto sorrise, pensando che nel ventunesimo secolo si usava ancora il gessetto colorato per stabilire quando il container aveva fatto il pieno. Ne mancavano ancora cento prima di passare al successivo. Almeno questo gli sembrava a spanne. Era concentrato su questo conto quando avvertì una vibrazione nella tasca posteriore della tuta.

«Porca miseria» imprecò sotto voce. Si era dimenticato di spegnere il telefonino.

Miniesercizio bonus 2 – la mia storia

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Scrivere creativo è un vulcano e propone questo

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Un veliero
– La luna piena
– La foto seguente

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Nella notte di luna piena Tino in piedi sul terrazzo del vecchio palazzo in cima alla collina era a naso in su alla ricerca della sospirata scia per formulare il desiderio.

Aveva ricevuto un messaggio: “Trovati a mezzanotte nel Palazzo Vecchio”. La curiosità prevalse sulla prudenza raggiungendo con la Punto la villa chiamata Palazzo Vecchio. Trovato il cancello aperto si era insospettito ma entrò parcheggiandola davanti ai gradini d’accesso. Bussò alla porta.

«C’è nessuno?» aveva gridato per darsi coraggio. Assoluto silenzio rotto dal verso della civetta nascosta da qualche parte. Girò il pomello a forma di mano e sentì un clack. Era scattata la serratura. Spinto il battente, si aprì cigolando. L’ingresso era buio. Andò a prendere la torcia dall’auto.

L’interno aveva i segni dell’abbandono. Le stanze sporche, i mobili non parevano in buono stato sotto un velo di polvere bianca. La scala di legno che portava alla zona nobile era intaccata dai tarli ma Tino proseguì. L’adrenalina lo spingeva a salire. Sulle pareti del corridoio erano appesi quadri. Imbarcazioni e volti. Notò un veliero sulla cui stava scritto ‘segui la scia e troverai un tesoro’.

Tino si grattò la guancia. “Quale scia?” si chiese guardandosi attorno con l’aiuto della torcia. “Non vedo scie”. Proseguì fino a una portafinestra aperta sul terrazzo che dominava la città. Il cielo stellato invitava a guardarlo. Un lampo. La notte di San Lorenzo. Ecco la scia che devo cercare, pensò mettendosi a naso in su.

Stava per rientrare, quando una striscia luminosa segnò l’oscurità. Formulò in fretta un desiderio confuso: «Fammi trovare il tesoro».

“Dove?” pensò Tino ripercorrendo il corridoio fino al veliero caduto a terra. Vide una porta sormontata da un arco. Non c’erano maniglie. Con la mano passò i riquadri ma questa rimaneva chiusa. Con i polpastrelli scivolò sulle cornici, finché non avvertì qualcosa. Lo illuminò e con l’indice lo spinse. Uno scatto metallico. Il battente si scostò di un dito sufficiente per infilare il medio e tirarlo verso di lui. Senza un suono si aprì lasciando vedere una vecchia cassaforte.

Tino l’illuminò. Girò la maniglia di ottone senza risultato. Stava per allontanarsi deluso, quando notò delle chiavi appese alla parete. Infilatele nelle tre serrature ruotò il congegno di apertura.

«Oh!»

La copia in oro e argento del veliero faceva bella mostra e non solo quello.

Tino mise tutto nella borsa di cotone pronta per essere riempita.

Uscito la luna piena gli strizzò l’occhio. Una nuova scia infiammò il cielo.

Incipit profetico – n.ro 1

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Scrivere creativo propone ogni giorno un incipit profetico. Questo è il primo.

 

Saranno tre donne. Apriranno la seconda porta del tempio e lo saccheggeranno. Fuggiranno come volpi e soltanto un bambino vedrà il loro viso.

Quel fanciullo era Giacomo e viveva in una città lontana nel tempo e dal luogo.

Le tre donne indossavano uno strano vestito ricco di colori, che il bambino non aveva mai visto. Avevano età e statura diverse ma erano svelte come dei gatti. Giacomo le osservò come con destrezza avevano aperto la seconda porta del tempio, un portale di legno massiccio intarsiato d’oro. Anche quell’immagine lo affascinò, perché non ricordava di avere mai visto nulla di simile, nemmeno sul libro di storia della scuola.

“Ma dove sono?” si chiese incapace di staccare la vista da quella visione.

La più vecchia del gruppo si intrufolò nella piccola apertura del portone, seguita dalle altre due. Percossero un corridoio buio rischiarato debolmente da torce morenti.

«Svelte» incitò la donna, di cui si intravedeva solo il viso dal colorito olivastro. «Non possiamo perdere tempo. Il gran maestro sa già che c’è stata un’intrusione nel tempio e sta accorrendo coi soldati».

A passo svelto raggiunsero il centro della sala, dove su un piedistallo stava una coppa ricolma d’oro e d’argento. Il tesoro del tempio di Visnù. Le due giovani l’afferrano e la vuotarono in un enorme bisaccia che la guida del gruppo estrasse da sotto il sari.

«Veloci. Andiamocene» intimò la donna con la sacca caricata sulla spalla. Era curva sotto il suo peso ma camminava svelta verso il portone, prima che si richiudesse intrappolandole nel tempio.

Giacomo a bocca aperta per la sorpresa e la curiosità ascoltava e osservava con gli occhi sgranati per lo stupore. Con le mani le incitava a fuggire, perché la porta senza rumore aveva iniziato a chiudersi.

La guida delle tre donne si fermò e spinse fuori le altre due.

«Forza» gridò Giacomo, pensando di aiutarla a uscire. «Forza, scappa o rimarrai chiusa dentro».

Con un balzo la donna uscì dalla fessura ma il sari rimase impigliato nel battente chiuso. Provò a tirarlo, a strapparlo ma pareva che fosse impossibile sia a romperlo che a estrarlo. Con mossa rapida si girò più volte abbandonando l’indumento per terra e rimanendo con una sottogonna e una camicia bianca.

Giacomo applaudì quando alla fine la donna a lunghe falcate raggiunse le altre due, che non si erano accorte di nulla.

«Correte. Correte» le incitò Giacomo che vedeva arrivare dalla città un uomo dalla barba bianca e dal turbante azzurro, avvolto in una tunica bianca che avanzava seguita dai soldati.

Le tre donne con la pesante bisaccia che impediva di correre più rapidamente si avviarono verso un bosco di piante basse e quasi secche, sollevando polvere e sassi al loro passaggio.

Giacomo fremeva, perché avrebbe voluto aiutarle a fuggire. In quel posto sarebbe stato difficile nascondersi e sarebbero state facilmente individuate e catturate.

“Perché parteggio per loro?” si chiese il bambino. “Hanno profanato un tempio ma sono anche delle ladre”.

Ricordava gli insegnamenti della madre. Non doveva nominare il nome di Dio invano, né comportarsi in modo sconveniente nei luoghi di culto. Però quello su cui batteva di più era che non doveva rubare. Dunque lui parteggiava per chi aveva infranto le regole. Però secondo la sua visone erano le più deboli e si si doveva aiutarle.

La corsa delle tre donne nel misero boschetto divenne sempre più debole, mentre faticavano a respirare per la polvere e il caldo. Il brahmano e i soldati erano sempre più vicini e urlavano di fermarsi.

«Correte più forte. C’è una grotta a cento metri» gridò Giacomo che si torceva le mani per l’ansia. «Ancora un piccolo sforzo».

La più giovane del gruppo ruzzolò a terra esausta e ansante, scuotendo la testa, perché non aveva intenzione di alzarsi.

«Madre, Ajala è caduta e non vuole alzarsi» disse la fanciulla fermandosi accanto alla sorella.

La donna valutò la distanza che le separava dalla grotta, il punto di salvezza, e quanto erano vicini i soldati. Fece due balzi e gettò la sacca nell’imboccatura e ritornò sui suoi passi.

«Giacomo, Giacomo».

La voce di sua madre lo stava svegliando.

«Giacomo, stai facendo il tuo solito brutto sogno?» chiese la donna vicino al letto.

«Uffa, mamma. Ho perso il finale».

Disestoria – secondo appuntamento di storie da inventare

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tratto da Scrivere creativo

Dato il disegno, ecco la storia.

Era la festa della Vulandra al Parco Urbano di Ferrara. Tutti sul prato a naso in su per vedere quelle forme variopinte che il vento porta in alto.

Simone passando di fianco all’area in macchina con suo padre le vide volare nel cielo che si muovevano sinuose e affascinanti. Rimase a bocca aperta. Non aveva mai visto un aquilone, ne ignorava l’esistenza.

Simone era un bambino sveglio di otto anni che aveva sempre vissuto in città. Il suo mondo era chiuso tra quattro mura: quelle del suo appartamento. La televisione, i videogiochi, il computer erano i suoi compagni nelle ore di relax. La corte del condominio era off limits per i bambini, sempre occupato dalle auto dei condomini. Gli unici spazi verdi che conosceva erano i parchi cittadini e la minuscola area nel cortile della sua scuola. Alla domenica i genitori lo portavano dai nonni in campagna ma questa non era più quella di una volta col pollaio e le stalle. Adesso era tutto pulito e ordinato. Il piccolo orto dietro la loro casa, il giuggiolo e il melograno nel giardino di fronte e il prato su cui correre senza pericoli. Però gli animali di un tempo, il pollo, il maiale, la mucca, non si vedevano più. Li aveva osservati sul libro scolastico. Troppo poco per soddisfare la sua curiosità.

L’auto di suo padre era ferma al semaforo, che dava il via libera a una folla festante di bambini e adulti diretti nel Parco Urbano. Simone sembrava paralizzato dalla sorpresa di vedere nel cielo azzurro sostenuto da un vento gagliardo tanti oggetti colorati.

«Papà» disse girando il collo per osservarli, mentre la macchina ripartiva col verde. «Perché non ci andiamo anche noi domani? Siamo in festa».

Lorenzo sorrise. Ricordi di quando era bambino e preparava l’aquilone con stecche di bambù, carta colorata, colla di farina prodotta in casa e un rocchetto di spago. Aveva la forma di un rombo con una lunga coda colorata. Poi via di corsa nel prato delle sottomura cittadine per farlo innalzare nel cielo. “Altri tempi” sospirò il padre. “La fantasia non mancava per crearci i giochi”.

«Ma certo, Simone» e gli scompigliò i capelli mentre l’auto correva verso il centro città. «Domani, se non piove, ci andiamo».

A fine aprile era ormai un appuntamento fisso per Ferrara il festival della Vulandra dove si potevano ammirare piccoli capolavori d’ingegneria aerea accoppiata alla fantasia dei progettisti. Però Simone non ci era mai stato né Lorenzo gli aveva proposto di andarci.

Era un’occasione ghiotta per entrambi. Un pomeriggio all’aria aperta sui prati del Parco Urbano a due passi dal centro storico. Lorenzo aveva accompagnato nel settembre precedente il figlio ad ammirare la festa delle mongolfiere ma quello della Vulandra non era un appuntamento ancora provato.

Era il giorno di San Giorgio, il patrono della città, quando padre e figlio sulle loro biciclette raggiunsero il Parco Urbano, brulicante di bambini e di molti adulti, che erano tornati indietro nel tempo. Il cielo era colorato da mille forme, guidate dalle mani esperte dei loro proprietari. Un tripudio di gioia e spensieratezza.

In un angolo del prato un uomo circondato da bambini ma non solo spiegava come costruire un aquilone. Simone ascoltava senza dire una parola, senza perderne nemmeno una sillaba dell’istruttore. Doveva immagazzinarle tutte, perché voleva costruirsi un aquilone.

«Papà, ne facciamo uno anche noi?» chiese Simone, mentre andavano a recuperare le loro biciclette.

«Certamente» affermò Lorenzo, tenendolo per mano. «Sabato passiamo dal negozio di hobbystica in Corso Giovecca a comprare quanto serve».

Il padre era tornato bambino, mentre il figlio si riappropriava dei divertimenti di un tempo.

Disestoria – Prima storia da inventare

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Dato il disegno, inventati la storia. Facile? Mica proprio ma comunque ci provo.

Andrea si fermò davanti a quel disegno. Non gli suggeriva nulla ma proprio nulla.

«Ho pagato quindici euro per vedere dei disegni che un bambino fa meglio?» borbottò, accennando un passo in avanti per osservare il prossimo.

Alice sorrise. “Il mio compagno non capisce l’arte moderna” pensò, socchiudendo gli occhi per coglierne l’essenza. Il tratto era minimale ma l’espressione felice traboccava da tutto. Una donna? No, una ragazza dai capelli lunghi che ride. Una come me, positiva e solare, pensava Alice, lasciando correre avanti Andrea che mugugnava indispettito. Per lui entrare in una galleria o vedere una mostra d’arte era una sofferenza. Preferirebbe donare qualche litro di sangue piuttosto che frequentare questi posti, spesso asettici, climatizzati e immersi nella penombra.

Sorrise a questo pensiero. A lei invece piaceva. Adorava visitare mostre e musei. Ci avrebbe mangiato e dormito dentro pur di non staccarsi da essi.

Se avesse avuto libertà di scelta, si sarebbe laureata in una accademia d’arte ma i suoi genitori l’avevano costretta prima a diplomarsi maestra, poi in lettere moderne. «Un titolo di studio serio, vale più di essere un’artista senza futuro»avevano sentenziato a suo tempo. E adesso si ritrovava precaria in una scuola media di un paesino sperduto nella campagna emiliana. Venti ragazzi brufolosi ai quali leggere non piaceva, studiare ancora meno. Fare baldoria, quella sì che garbava loro molto. E poi sfottere Luciano, l’unico che non perdeva una battuta di quello che lei diceva durante l’ora di lezione. Scosse il capo, pensando a tutti gli scherzi atroci con i quali lo vessavano.

«Alice» urlò Andrea, incurante degli sguardi di biasimo che gli altri visitatori gli gettavano, profanando la sacralità del silenzio della sala. «Ti sei innamorata di quello sgorbio?»

La ragazza diventò rossa, avviandosi verso l’uscita. Però ci ripensò. “Ma chi se ne frega se a lui non piacciono?” pensò, mentre si affiancava ad Andrea.

«Tu esci pure» affermò con un filo di voce, riacquistando il colorito abituale. «Io finisco di vedere l’esposizione».

Andrea la guardò storto, socchiuse gli occhi e serrò le labbra, prima di rispondere. Inspirò aria e contò fino a dieci per calibrare le parole. Di primo acchito gli era venuta una battuta cattiva. “Tu rimani ma io prendo la macchina e me ne torno a casa. Tu arrangiati”. Poi aveva pensato che non sarebbe stato carino questo atteggiamento. Avevano fatto più di cento chilometri per vedere ‘Disegni d’avanguardia. 100 anni di collezioni private’ e non riusciva a immaginare come avesse potuto fare ritorno.

«Ti aspetto nel bar di fronte alla mostra» mormorò conciliante. «Però non farmi aspettare fino a domattina».

Alice lo baciò e disse: «Grazie. Non ci metterò molto». Poi ritornò sui suoi passi ad ammirare gli altri disegni.

Terzo attacco impossibile – Il sorriso

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foto personale

Eccoci al terzo appuntamento con “attacchi impossibili“ di scrivere creativo.

da Scrivere Creativo

Ecco l’attacco di oggi:

Questa volta dovrete creare un racconto in cui i sorrisi vengono vietati/cancellati/esiliati/dimenticati/scegliete voi.

Dovrete:

  1. Inventare il motivo per il quale non sarà possibile sorridere;
  2. Creare due personaggi principali;
  3. Un “antagonista”;
  4. Un colpo di scena finale.
  5. Iniziare il racconto con “Se alle tre del mattino ti svegli e per la dolcezza del sogno ti viene da sorridere… non farlo.”

Ecco cosa ho partorito

 

“Se alle tre del mattino ti svegli e per la dolcezza del sogno ti viene da sorridere… non farlo” è la voce suadente di Aldo, che l’ammonisce.

Giada si sveglia di botto e si guarda intorno. Buio e silenzio ma di Aldo, il suo compagno neppure l’ombra. Il suo posto nel grande letto matrimoniale è freddo. È sparito da tre giorni senza lasciare un segno. Si mette dritta nel letto e scruta la radiosveglia. Sono proprio le tre, mugugna infastidita, ma il sogno meritava non un sorriso ma un milione di sorrisi e non posso farli. Sì, sembra incredibile ma da tre giorni non si può sorridere, nemmeno un accenno. Donaldo Briscola, il presidente di Sufferland, stanco di vedere visi sorridenti, ha deciso che il sorriso è abolito per decreto. Chi è trovato a sorridere prenderà dieci nerbate sulla schiena. Per i recidivi l’aumento sarà proporzionale al numero di mancanze.

Giada ha pensato al solito scherzo del presidente arancione su twitter, perché, quando cinguetta, non si capisce una mazza. Però questa volte è stato chiaro: dieci nerbate sulla schiena nuda e sulla pubblica piazza. Non è uno scherzo delle Iene o del cast di ‘Scherzi a parte’ ma pura verità. Il primo giorno hanno beccato una ragazza dalla pelle scura, che ha il sorriso incollato sulle labbra, rammenta Giada, mentre sveglia fa il viso mesto di circostanza. “Non si sa mai” ammette mogia con l’occhio spento e la bocca storta. Ha visto la scena sul televisore. Roba da mettersi a piangere, altro che ridere. Le immagini andavano in loop su tutti i canali TV. L’avevano agguantata, denudata dalla cintura in su e giù nerbate con perfido sadismo. Avevano il loro daffare nel usare il nerbo di bue ma il sorriso restava beffardo con gli occhi pieni di lacrime. Poi il video si interrompe ma ricomincia dall’inizio. Il suo compagno era rientrato furibondo, minacciando tuoni e fulmini. Da lui sa saputo che è intervenuto il capo della polizia a spiegare a quegli energumeni che l’avrebbero potuto anche ucciderla ma il sorriso sarebbe rimasto in eterno. Non era colpa sua ma di madre natura che l’aveva generata sempre sorridente. Dopo aver raccontato questo, Aldo ha fatto un giro di telefonate ed è sparito.

Adesso Giada è in apprensione per lui. Però fa una faccia triste al pensiero di non poter più sorridere. ‘Ma in privato?’ si chiede angosciata. Qui casca l’asino. Non è ancora chiaro se sarà possibile ma un codicillo scritto con carattere quattro, da leggere con lente d’ingrandimento, parrebbe vietarlo. O meglio è istituito la Gran croce della spia, da assegnare a chi fa più soffiate documentate da immagini. Dunque nemmeno tra le mura di casa si può stare tranquilli. C’è sempre il rischio di una webcam azionata da qualche software spia, che non è più malevole ma benevole nella nuova accezione del termine, perché la Sicurezza Nazionale li inietta in tutti i computer della nazione. Lo faceva prima in modo illegale ma subdolo. Lo fa adesso alla luce del sole. Sono vietati per legge l’uso di antivirus o sistemi operativi refrattari a questi software. La ragazza tiene il PC spento. Non usa più lo smartphone ma un vecchio telefono non connesso che fa solo telefonate e manda o riceve SMS. Niente più Whatsapp, né i social, né consultare le mail. Niente più navigazione. Meglio non rischiare.

Però ritorna a pensare ad Aldo. Giada si domanda dove sia finito. ‘È sempre stato una testa calda’ ammette sconsolata la ragazza. ‘Ma tre giorni fa ha superato il limite di guardia. Lui con altri esagitati ha manifestato davanti alla Casa Arancione con striscioni e megafoni’. La ragazza teme che sia stato messo in prigione. Forse non durante la contestazione, perché la polizia a cavallo ha caricato i manifestanti che si sono dispersi nel parco e nelle vie adiacenti. ‘Non ha chiamato, né mi ha mandato un messaggio. Dissolto nel nulla’ pensa Giada col viso triste. Di dormire non ci pensa più. Eppure le è apparso nel sogno.

Aldo dopo la carica si è nascosto insieme a due amici dentro un ufficio di onoranze funebri.

“Qui di certo non ci vengono a pescare” ha sostenuto il ragazzo, nascondendosi dentro una bara.

“Ma non possiamo restare in eterno tra urne cinerarie e casse da morto” contesta Giacomo, che preferisce un’atmosfera più gaia.

“Cosa dici, Aldo?” interviene Giovanni col viso da funerale.

Aldo si grata la testa pelata, guarda i due amici con cui ha condiviso tante risate ma resta muto.

“Le pompe funebri sono aperte ventiquattro ore per trecento sessanta cinque giorni l’anno” borbotta Aldo, lo spilungone. “E poi non fanno ridere”.

E si mette a dormire in una cassa foderata di raso viola con un cuscino di velluto rosso.

Donaldo è furioso. Si muove secondo un ellisse tavolo centrica nel suo studio presidenziale. Il suo consigliere Bannone, il Rasputin della situazione, non osa avvicinarsi. Ci ha provato e porta ancora i segni della sua dentiera sul braccio. Per fortuna aveva una giacca pesante, che gli ha impedito di affondare i suoi denti nella carne.

Il presidente si domanda cosa ha sbagliato. ‘Tre giorni fa tutti erano felici e sorridenti” borbotta incavolato come una biscia. “Adesso sembrano spot pubblicitari della mestizia al cubo. Manco uno sorride! Solo quella minorata del primo giorno”. Poi sono arrivati i contestatori, pensa con il viso paonazzo dalla rabbia, con megafoni e striscioni. Devo cacciare il capo della polizia. Un inetto.

Si ferma davanti al computer e digita velocemente. “Da questo momento Rossello, il comandante della polizia di Surfunia, non è più il capo della polizia” twitta furibondo.

Ha appena battuto ‘Invia’ che sente del tramestio alle sue spalle. Non riesce a girarsi che vede tutto buio, come se un cappuccio nero fosse stato calato sul suo viso.

Giada apre il televisore, sperando di trovare qualcosa di soporifero. Strabuzza gli occhi. Legge ‘Edizione straordinaria” sullo schermo e vede il suo Aldo che trascina per i cappelli arancioni un omone che assomiglia in modo incredibile a Donaldo Briscola, il presidente. L’annunciatore comincia a recitare la sua litania.

“Tre giovani audaci, Aldo, Giovanni e Giacomo, hanno catturato il gemello pazzo del nostro presidente, che sfruttando la completa somiglianza ne aveva preso il posto. Il gemello, Ronaldo Briscola, era internato nella clinica psichiatrica ‘Dottor Stranamore’ ma era riuscito a fuggire con la complicità di un funzionario disonesto. Il vero Donaldo Briscola era finito imbavagliato in un cassa da morto delle onoranze funebri ‘Visi tristi’. Qui casualmente si erano rifugiati i tre ragazzi e l’avevano liberato. Tra bare e urne hanno messo a punto il piano per catturare il gemello pazzo. Una risata ci seppellirà” aveva concluso l’annunciatore ridendo a crepapelle.

 

La gravità – seconda parte

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foto personale

Quello che segue è la seconda parte di un esercizio di scrivere creativo. Diciamo il suo seguito La prima parte la trovate qui.

Marco sussurra in preda al terrore: «Lo prometto berrò meno le prossime sere».

Eliana lo guarda incerta. “Che diavolo di sogno ha fatto, per essere così remissivo?” pensa, girandosi di lato.

Però la curiosità è femmina e lei è donna. Vuole conoscere il sogno che l’ha reso così mansueto.

Si gira verso di lui. Lo tocca, lo sveglia.

«Hai avuto un incubo da alcolizzato?» domanda, accendendo la luce.

«Voglio dormire. Voglio dimenticare» implora Marco, rifugiandosi sotto le lenzuola.

Sta ancora tremando al pensiero del volo che ha fatto dal sesto piano. “Eppure non sono un alcolizzato, né soffro di astinenza da alcool o droghe” prova a pensare Marco, ignorando la domanda della compagna.

Il sogno è stato terrificante. Se non ha urlato, è stato solo un caso, si dice, ripensando alla sensazione del vuoto, del precipitare verso terra. Però quello che l’ha terrorizzato è stata la percezione dell’impatto col terreno. “Terribile” ansima. “Ho avvertito un dolore diffuso e uno scrocchiare di ossa che andavano in frantumi. Veramente orribile”.

Eliana si appoggia sensuale col suo corpo a quello del compagno. Gli accarezza il viso e il petto.

«Non vuoi raccontarmi il tuo sogno?» sussurra alitando sul collo.

«No!»

«Perché?»

La ragazza non capisce, perché Marco si rifiuti di spiegare i motivi di tanta agitazione. In effetti beve con moderazione. Non si è mai ubriacato e, a parte i due bicchieri, nemmeno pieni, di vino giornalieri, non assume superalcolici.

La sua mano sul petto del compagno sente il cuore che batte forsennato e il respiro affannoso. Gli sfiora la fronte, imperlata di sudore. “Deve essere stato un incubo coi fiocchi” pensa Eliana, perché mai l’aveva trovato così agitato al risveglio.

Adesso la curiosità diventa più forte e lei lo tedierà finché non capitola.

«Suvvia» fa Eliana conciliante. «È stato solo un brutto sogno. Domani non lo ricorderai più».

Marco scuote il capo in segno di diniego. “Credo che lo ricorderò per molto” si dice, cercando una nuova posizione nel letto. La vicinanza di Eliana lo stimola ma la visione, mentre precipita nel vuoto, rimane fissa nei suoi occhi. Avverte che il cuore non smette di pulsare in maniera incredibile. Una mano invisibile gli stringe la gola e il suo respiro diventa un rantolo. Deve cercare di calmarsi, di rilassarsi, rallentando il ritmo cardiaco. Però davanti agli occhi vede la finestra spalancata, lui che volteggia pericolosamente nella stanza, finché non infila quell’apertura. Sotto di lui il vuoto, l’asfalto della corte interna che si avvicina sempre di più a velocità crescente. L’aria che fischia nelle orecchie e il grido che muore in gola. Sensazioni terribili con gli occhi dilatati per la paura, mentre si urina addosso in modo incontrollato.

Se questa è la sensazione di un suicida, credo che non riuscirò mai a compiere questo gesto” riflette Marco, mentre Eliana con sapiente maestria lo sta stimolando sessualmente.

Lui si gira verso di lei e l’abbraccia, affondando il viso nell’incava del seno. Poi si stacca bruscamente. Rammenta come lei non si fosse curata del suo terrore, come l’avesse lasciato precipitare a terra senza muovere un muscolo. Se questi sono i suoi sentimenti, pensa stordito Marco, Eli non mi aiuterà mai nel momento del pericolo.

Accende la luce e si alza.

«Dove stai andando?» domanda Eliana che non capisce le mosse del suo compagno.

«Me ne vado» la informa Marco, mentre infila i pantaloni.

«E dove, di grazia?» insiste la ragazza che non ha compreso che lui la sta abbandonando.

«È finita» scandisce con cura queste due parole.

«Questo per uno stupido incubo?» chiede Eliana coi piedi giù dal letto.

«Sarà stupido ma mi ha fatto conoscere un lato di te del tutto ignoto» ammette Marco, che termina la vestizione.

Eliana spalanca gli occhi per la sorpresa. Non ha mai pensato che un incubo potesse mostrare lati nascosti di una persona. Aggrotta la fronte ma vuole andare a fondo sulla questione.

«Spiegati meglio» bercia acida la ragazza.

«C’è poco da spiegare» afferma Marco, che si sta infilando le scarpe. «Mi lasciato sfracellare dal sesto piano».

Eliana apre la bocca e la richiude subito “Che mi venga un colpo” pensa la ragazza, che non ha capito una mazza del discorso del compagno. “L’ho lasciato sfracellare? E quando?” Se lo riteneva un bravo ragazzo un po’ limitato nel pensiero, adesso la sua considerazione diventa pessimismo che la loro relazione possa proseguire. Sorride, riflettendo che tutto sommato sono solo conviventi e l’appartamento è interamente suo. Poche beghe se la lascia.

«Se è questa la mia colpa, allora l’addio ci sta tutto. Ma se è frutto della tua fantasia, non perdo nulla» lo liquida senza tanti giri di parole.

Marco si ferma con la mano a mezz’aria. Stordito dalle ultime parole non reagisce come si è ripromesso.

«Chiudi bene la porta, quando esci. E ricordati di spegnere la luce» ammonisce Eliana, che si distende sotto le lenzuola, voltando le spalle. «Domani trovi tutta la tua roba sul pianerottolo. Buona fortuna».

Marco capisce che l’incubo sta producendo i suoi veleni e lui non ha l’antidoto.

Emma – seconda parte

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Foto personale

Roby era in quinta C, il fidanzatino con i quale aveva scambiato il primo limone nel sottoscala di casa. “Limone?” si disse divertita. “Una sbaciucchiata bavosa con le lingue che anziché cercarsi andavano a bagnare le guance”.

Il viso assunse un’espressione allegra con due minuscole fossette ai lati della bocca. “Quanta acqua è passata sotto i ponti” pensò. “Ma non sono molto cambiata nemmeno a quarant’anni!”

Fece un rapido calcolo dell’età. Era in terza A, quindi aveva all’incirca sedici anni. Roby era stato il primo ragazzo ma non sarebbe stato l’ultimo. Altri sarebbero venuti dopo di lui. Però lo ricordava per un dettaglio: era un vecchio per lei con i suoi diciotto anni. Arrivava a scuola su una rombante Fiat Abarth 500 rossa dagli scarichi cromati lucidi, sempre attorniato da nugoli di ragazze che avrebbero fatto carte false pur di sedersi accanto a lui.

Sognava amori impossibili in quegli anni, quando la foto di un giocatore di calcio la faceva innamorare alla follia.

«Ero timida e faticavo a spiaccicare due parole in fila, quando dovevo parlare con un ragazzo che mi piaceva. E con Roby il copione era lo stesso!» disse mentre continuava a leggere quelle note scritte ventisei anni prima.

Adesso era single dopo la brutta esperienza matrimoniale con Carlo, finita in maniera burrascosa. Due figlie irrequiete da crescere. “Sono come loro padre” pensò incupendosi. Carlo era riuscito a domare la sua timidezza, che attirava gli uomini, come nel 1974 calamitava i coetanei.

I primi tempi furono speciali ma poi lui si stancò delle sue indecisioni e dei suoi mutismi, cercando fuori dal matrimonio quello che Barbara non era riuscita a trasmettere. Nemmeno la nascita di Irene e poi di Giada aveva permesso alla loro relazione di decollare. Due anni dopo l’ultima nata aveva chiesto la separazione. Una lunga battaglia legale con accuse reciproche di tradimenti e incomprensioni su tutto, comprese le figlie.

Conosceva il problema ma non sapeva come risolverlo. Aveva paura del proprio corpo, delle parole che uscivano dalla sua bocca e arrossiva sempre, anche per la battuta più innocente.

Barbara si volse verso lo specchio, ammirando il suo corpo. Aveva quarantadue anni compiuti da poco ma era ancora bello e sodo. Non era narcisismo il suo ma i commenti degli uomini incontrati finora. Qualcuno ci aveva provato ma aveva rinunciato in fretta. La sua mente rimaneva un mistero per loro, perché non erano stati capaci di sondarla fino in fondo. Aveva un’intelligenza pronta. Capiva in fretta tutto, che riusciva a esprimere con vivide immagini e pensieri profondi sulla carta, che sapeva metterli nero su bianco senza errori dopo che si era sbloccata all’università. Quando parlava con qualcuno che la interessava, tutto diventava ingarbugliato e arrossiva senza un motivo. Era una costante. Nonostante i corsi di tecnica della comunicazione, dove primeggiava, quando doveva mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti, si annebbiava la vista e la mente andava in vacanza.

Questo rappresentò un limite durante il percorso scolastico, superata da compagni e compagne nelle considerazioni dei professori, che la ritenevano una mediocre. Della doppia personalità dava ampia prova quando affrontava i test attitudinali e i colloqui di assunzione, lasciando nello sconcerto gli esaminatori, incapaci di comprendere questa dualità.

Dopo diversi tentativi era approdata in una casa editrice importante. Dopo i primi anni di gavetta nell’anonimato aveva sconsigliato l’uscita di un manoscritto di un autore famoso. «Sarà un fiasco colossale» aveva scritto sulla scheda del testo. Tutti avevano riso ma si dovettero ricredere. La sua previsione si avverò, creando non pochi problemi finanziari. Barbara aveva suggerito invece di pubblicare il romanzo di un esordiente, che finì alla casa editrice concorrente con un più che lusinghiero successo di critica e lettori. Il responsabile della linea editoriale capì le sue potenzialità e le accordò fiducia. Da quel momento assai di rado aveva sbagliato un giudizio. Il suo segreto erano la lettura delle prime pagine e di pagina sessantanove, da quelle capiva se meritava di essere pubblicato oppure no.

Seduta sui talloni si riscosse da questo fiume di ricordi e riprese la lettura del diario. “Dove ero rimasta?” si chiese. “Ah! Stavo leggendo di Roby”.

Lui era stato l’unico che invece di ridere delle sue parole arruffate, le chiese: «Esci con me stasera?»

Barbara rise, ripensando alla scena. Lei tra l’interdetto e la sorpresa rispose con un ‘sì’ appena percettibile prima di scappare in casa, senza sapere né dove, né quando si sarebbero incontrati.

Roby la rincorse prendendola tra le braccia, mentre lei si scioglieva. L’incontro fu un fiasco, come rammentava. Non riuscì a spiaccicare tre parole di fila senza farfugliarne altre tre incongruenti. Roby rideva, mentre lei arrossiva.

Il loro rapporto proseguì tra alti e bassi per qualche mese finché lui stanco della timidezza di Barbara in tutti i sensi non la scaricò. Mentre lei piangeva e si disperava, Roby si consolò con Eleonora, meno bella e intelligente ma in compenso molto più disinvolta di lei.

Barbara chiuse il vaso dei ricordi, riponendo il diario dove l’aveva trovato, mentre portò con sé nello studio il foglio per rileggerlo.

Viveva in una minuscola villetta con giardino nell’hinterland milanese arredato con cura ed eleganza, dove senza grandi amicizie conduceva una vita solitaria con le due figlie, che trovavano insopportabile quell’esistenza ritirata da eremita. Era un evento epocale quando invitava qualcuno per un pranzo o una cena. Nemmeno i compleanni delle figlie era festeggiati con le amiche. Preferiva trovarsi al ristorante senza impazzire nei preparativi.

Una grande libreria ingombrava la parete dello studio, ricoprendola coi volumi colorati. Questa era la sua stanza favorita, dove leggeva e lavorava alla sera dopo aver seguito le figlie.

Si sistemò sulla poltrona per scorrere quelle poche righe vergate da una mano sconosciuta.

Ebbe un flash e capì che il destino aveva scritto quel pezzo di carta in cui Barbara si specchiava in Emma.

FINE

La prima parte la trovate qui.