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Batmancito – Oste non lasciarci

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Raccogliendo l’appello di Narciso pubblico la mia continuazione. Chi volesse leggere l’intera opera ecco il link.

 

La taverna era ridotta male. Schegge di legno e di vetro ovunque, i resti dei licantropi che emanavano un puzzo terribile. Narciso e compadres erano in piedi al centro della sala. Si guardarono intorno e poi negli occhi. Di certo all’Oste tutto quel casino non sarebbe piaciuto se fosse di ritorno in questo momento ma forse non sarebbe stato così. Respirava a fatica ma era più vicino alle porte di Xibalba che a quelle della sua taverna, quando era partito con l’auto dei federales insieme a Narciso, Diaz e Cesar destinazione dottor Feliz.

Poi Narciso era tornato affranto e il dottore aveva spiegato che solo un miracolo avrebbe trattenuto l’Oste fuori delle porte di Xibalba.

Toccava a loro artigliarlo per i capelli e tenerlo qui.

TiZ si guardò intorno. Sedie integre non ne vedeva, quindi optò per una seconda ‘nu bello cafè e spari in cucina. Ade si rimise dietro al bancone tutto ammaccato. Zeus guardò dove suonava ma era suonato come una campana fessa. Batmancito era sparito. Honda si era nascosto e Luna se ne era andata. Ero rimasto io, Narciso e Liza nel centro della sala.

Eravamo in silenzio incerti sul da fare. La notte era scolorita nell’incerto chiarore dell’alba, quando Honda riapparve digrignando i denti. Aveva sentito qualcuno o qualcosa.

«Licantropi di ritorno?» mormorai, afferrando Pungilo, che sembrava del tutto indifferente alla mia ansia.

Dalla porta scardinata, avevamo dimenticato di rimetterla sui cardini, apparve una figura femminile, avvolta in un mantello rosso. Il viso era nascosto da un cappuccio e pareva volare più che camminare. Dietro di uno strano omino: buffo con un cappelluccio a punta rosso che trascinava un grosso gatto nero.

Honda si avvicinò l’annusò per bene prima di lasciarla passare. Lei era rimasta ferma in attesa del via libera. Poi fu il turno del nanetto, mentre il micio nero inarcava la schiena e soffiava. Honda mostro i canini per nulla intimorito.

«Buono Belzeblù» disse l’omino, quietando il micio.

Honda sbarrò loro il passo e non li fece entrare.

«Chi siete?» domandò Narciso parandosi davanti.

«Sajana».

Ci guardammo in viso. Non sapevano chi fosse questa misteriosa donna. Come se fosse arrivato un richiamo silenzioso ricomparve Luna e Batmancito, mentre tiZ arrivò con un cuccuma di caffè gorgogliante, che depose sull’unico tavolo ancora agibile anche se solo su tre gambe.

«Aggiungi un posto per Sajana» disse Narciso mentre ingollava il suo.

Il nanetto buffo e il gatto nero restarono fuori ma non parevano aver perso il loro buon umore.

Nessuno distolse lo sguardo dalla strana coppia: Honda faceva buona guardia.

«Chi siete?» ripetei la domanda.

Una risata squillante ruppe l’incanto del silenzio. Lei non rispose e parlò decisa, ignorandomi.

«Prendete una bacinella d’acqua dalla fontana della via. Petali di rose e accendete una candela» fece la donna dal viso coperto.

Ordini secchi come se fosse la padrona del locale. Era vero che El Rojo stava lottando per sopravvivere ma l’insolenza delle parole mi stava innervosendo. Narciso mi toccò una spalla per avvertirmi di stare calmo.

«Per fare cosa?» domandai petulante, ignorando l’avvertimento.

Un’occhiata malevola mi incenerì e rimasi in silenzio col dubbio di quella strana richiesta.

Zeus afferrò una bacinella e corse fuori, tiZ lo seguì, mentre Ade recuperava da sotto al bancone un bel cero, che l’Oste teneva di scorta quando la luce se ne andava.

Luna non apparve sorpresa dalle richieste. Conosceva già la procedura che attuava nella notte di San Giovanni, il ventiquattro di giugno. C’era un particolare che differiva: l’acqua era esposta alla guazza della notte.

Deposta la bacinella piena d’acqua al centro della sala, Sajana vi gettò i petali e fece colare diverse gocce di cera che solidificarono subito. Noi eravamo in circolo curiosi di vedere.

La curiosità rimase, perché i petali galleggiavano e la cera era rappresa, formando delle figure che non ci dicevano nulla. Alzammo lo sguardo per posarlo sulla donna, che invece continuava a osservare la bacinella.

Liza sbottò: «La sceneggiata è finita?»

Sajana sollevò il capo e la fulminò con un’occhiata che avrebbe incenerito anche Quetzalcoatl, il serpente piumato.

«L’Oste vivrà» sentenziò grave, scoprendo il viso. «Chi viene con me da El Rojo per mettere la bacinella accanto al suo corpo?»

Nessuno fiatò ma ci interrogammo come se si facesse la conta per estrarre il fortunato.

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La notte di San Giovanni – parte trentacinquesima

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Deborah aveva viaggiato nel tempo e nello spazio, quando la vista tornò normale. Si trovò sotto una cupola di verde che impediva di vedere il cielo ai piedi di una scalinata che si innalzava verso l’alto. Alzò lo sguardo ma non vide la sommità che si perdeva tra le fronde smeraldo di un albero imponente.

Si guardò intorno. Al suo fianco stava impettito Miao. Fece un sorriso e si chinò per accarezzarlo. Dietro stava un vecchio, che non le ricordava nulla. Il viso pareva uguale a tanti altri, inespressivo ed enigmatico. Forse era quello che aveva conosciuto prima di addormentarsi. ‘Ma ho dormito?’ si chiese impaurita. Aveva perso la cognizione di tempo. Lo spazio pareva dilatato. Altri uomini vestiti con colori sgargianti stavano in silenzio dietro di lei.

C’era qualcosa di strano in quella situazione. Un posto totalmente sconosciuto, volti cotti dal sole con lo sguardo perso nel vuoto, abiti dalla foggia insolita. Tuttavia era la sua figura che le procuravano degli insoliti affanni. Era vestita come una donna di rango nobile del Mexico e reggeva una teca. ‘Perché associo queste vesti col Mexico? Per me è una terra ignota’ si disse presa dall’ansia. Si domandò il senso di quella domanda, perché ignorava dove fosse e il senso di quel abbigliamento. Non riuscì a darsi una risposta, perché quel vecchio la pungolò a salire con il lungo bastone che teneva tra le mani.

Con lentezza affrontò quei gradoni, cercando di tenersi in equilibrio senza far cadere la teca per terra. Miao con agilità saltava da un gradino a quello sopra.

Deborah si concentrò sui suoi passi. I pensieri erano stati scacciati dalla tensione di mantenersi in equilibrio. Salì, salì, finché dopo un tempo infinito oltrepassò quel tetto formato dalle fronde degli alberi. Il sole era alto sull’orizzonte e il cielo era terso senza nemmeno un fiocchetto bianco di nuvole. Rimanevano pochi gradoni da scalare e sarebbe stata in cima.

E poi?” disse, volgendo lo sguardo verso il basso. Gli uomini dietro di lei saliva con il suo stesso passo in lenta processione. Era lei a scandire il tempo come un metronomo.

Arrivata in cima, spaziò con lo sguardo intorno. Un tappetto verde che si perdeva all’orizzonte. Un unico e monotono colore, rappresentato dalle chiome degli alberi. Camminò intorno e sui quattro lati c’erano dei gradoni simili a quelli appena scalati. La sommità era sufficientemente ampia per contenere lei e il suo seguito. Un manufatto, che sembrava un altare sacrificale, stava vicino a un’apertura oscura e sotto di esso c’era una vasca con un foro.

Dove sono?” domandò, quando anche l’ultimo giunse sulla sommità.

Em-a!1” disse il vecchio, indicando l’apertura.

Deborah nicchiò. C’era buio e non si fidava di scendere.

Em-a!” ripeté impaziente, indicando col bastone dove doveva andare.

E perché dovrei infilarmi in quel buco oscuro?” rispose senza muovere un passo. Miao restava fisso accanto a lei e non accennava a muoversi.

L’uomo cominciò a spazientirsi nei confronti della ragazza, che rimaneva immobile accanto all’altare sacrificale. Si avvicinò a Deborah e la prese per un braccio per condurla giù.

La ragazza non oppose resistenza e cominciò a scendere. Non vedeva nulla. A tentoni saggiava dove finiva il gradino, prima di allungare l’altro piede. Sentiva che dietro di lei il corteo la seguiva con la sua medesima cadenza. Era immersa nel buio più totale ma alzando gli occhi verso l’alto vedeva il chiarore del cielo, mentre verso il basso si intravedeva una pallida luminosità, che diventava sempre più nitida man mano che andava verso il basso. Avvertiva sul viso un flusso di aria fresca come se ci fosse un’apertura verso l’esterno. Udì il rumore di cascatelle, come ci fosse acqua corrente. Non riusciva a immaginare cosa avrebbe trovato al termine della discesa. Con sua grande sorpresa sbucò su un cornicione sospeso sopra un lago d’acqua cristallina, che mostrava il fondo sassoso. Sopra un’apertura circolare faceva filtrare la luce e i raggi solari. Sulla sua destra vide il motivo del rumore che aveva accompagnato la sua discesa. Delle liane penzolavano pigre dall’alto.

Deborah era affascinata, quando udì la voce del vecchio che le ordinava di muoversi. Dei rudimentali gradini salivano leggermente verso l’alto e sparivano dietro una roccia. Si incamminò più decisa, perché adesso vedeva dove posava i piedi. Dietro lo sperone c’era una biforcazione. Una conduceva verso il basso, verso quel lago di acque trasparenti, l’altra verso un apertura nella parete rocciosa. Si fermò incerta sulla direzione da prendere ma Miao puntò decisamente verso quel foro oscuro. Lo seguì a malincuore. Avrebbe preferito proseguire verso il basso. Quell’acqua trasparente e incolore la attirava come una calamita. Stava percorrendo un corridoio privo di illuminazione, quando udì un rumore di parole, una babele di voci. Suoni cacofonici ma melodiosi. Si fermò un istante. ‘Chi sono?’ si disse stupefatta. Dopo un gomito del cunicolo vide uno spettacolo che non si immaginava: si trovava all’interno di una caverna, ampia e illuminata da torce. Sembrava che aspettassero solo loro, lei e il suo seguito regale.

Dodici persone reggevano una teca del tutto simile alla sua, seduti su troni di pietra, scavati nella roccia. Un tredicesimo era vuoto. Aspettava lei. Al centro uno sciamano attese che Deborah si sedesse prima di dare il segnale ai tamburi. Un enorme calendario circolare di roccia era sospeso sopra di lui. Si muoveva con lentezza, finché non si fermò. Tredici persone alzarono la teca e una voce risuonò nella caverna.

Debbie, Debbie!”

Deborah si riscosse al suono di quelle parole. Si guardò smarrita intorno. Non capiva dov’era.

Debbie! Stai bene? Ero preoccupata perché parlavi una lingua strana. Chiamavi ‘Miao’ e ti agitavi come se tu fossi in preda a un terribile incubo” disse Anna, visibilmente rilassata.

Dove siamo?” chiese Deborah, ancora sotto l’influsso di un sogno che non pareva volerla abbandonare.

L’amica la guardò basita. Non capiva il senso della domanda. ‘Ma dove vuoi che siamo?’ si disse incerta se rispondere oppure no.

Siamo a Pescara! Domani si torna a Milano” affermò col tono incerto di chi non si raccapezza sul motivo dello smarrimento della compagna di stanza.

Deborah non rispose, rimanendo in silenzio.

Sei strana, Debbie. Prima urli parole in una lingua sconosciuta, agitandoti in maniera forsennata. Ora domandi dove siamo come se tu tornassi da un lungo viaggio. Forse lo stress della partita si manifesta in questi frangenti” concluse Anna, spegnendo la luce.

Deborah accarezzò Miao e gli disse. ‘Ora so dove saremo il 12 dicembre alle ore dodici e dodici minuti. Adesso dormiamo’. E riprese sonno.

La_Repubblica.it_

Il misterioso furto del teschio di cristallo trova una soluzione

Dopo circa 4 mesi di indagini serrate il clamoroso furto si avvia a trovare una soluzione del tutto inaspettata.

24 novembre 2012

Nella sera tra il 23 e 24 giugno di quest’anno a Chesterton, Indiana, era avvenuto un clamoroso furto che apparve subito misterioso per come si presentava agli occhi degli investigatori. Era sparito in circostanze incredibili il teschio di cristallo, un reperto Maya, appartenuto a Anna Mitchell-Hedges. L’oggetto era diventato di proprietà del vedovo della donna, morta centenaria nel 2007. L’uomo, Bill Homann, aveva denunciato la sparizione del prezioso pezzo dalla propria abitazione, mettendo in evidenza come, nonostante il sofisticato impianto d’allarme, tutto sembrasse normale. Nessun segnale, trenta minuti di registrazione video a vuoto, la teca che custodiva il teschio senza segni scasso o di apertura. Insomma un giallo in piena regola. Il reperto pareva che si fosse volatilizzato per opera di una persona non umana.

Bill Homann non si era rassegnato alla perdita e non credeva che fosse opera di qualche entità sopranaturale. Così decise di sottoporre i trenta minuti di registrazione tra l’ultima immagine del teschio e quella con la teca vuota ai tecnici della Nasa, alla ricerca di quello che non appariva ma che doveva esserci. I tecnici della Nasa, usando delle tecnologie all’avanguardia, sono riusciti a far apparire quello che non si vedeva. Come in un perfetto giallo avevano notato un’ombra che si muoveva nella stanza e si avvicinava alla teca. Lavorando su quella hanno mostrato una figura femminile alta circa un metro e ottanta, dai capelli lunghi e chiari, probabilmente biondi, ben proporzionata col fisico da sportiva. Indossava un body che aderiva come una seconda pelle. Probabilmente il tessuto era in grado di neutralizzare le webcam che riprendevano la stanza. Se questa ipotesi fosse vera, quella misteriosa stoffa assorbiva le radiazioni luminose, rendendo nulle le registrazioni delle immagini. I tecnici non sono riusciti a mostrare il viso in maniera riconoscibile, perché erano visibili solo occhi e capelli. Le sorprese non sono finite, perché l’altra è stata, come sia riuscita a portare via il teschio. In realtà ha sostituito la teca col reperto con un’altra vuota del tutto uguale all’originale. Una copia perfetta, che avrebbe ingannato chiunque. Se appare chiara l’esecuzione del furto, la polizia americana si domanda chi possa essere la misteriosa donna, che non lascia tracce di sé, non fa scattare gli allarmi e ha il potere di sbiancare le immagini. Le indagini proseguono senza molte speranze di acciuffare l’Arsenio Lupin in gonnella.

© riproduzione riservata

FINE

Con questa parte termina il racconto. Per un po’, non so quanto, non inizierò un nuovo racconto a puntate, perché il progetto che ho in mente richiede tempo per la sua elaborazione. Nel mentre non vi lascerò orfani, ci speravate immagino, e produrrò qualcosa. Cosa non lo so ancora 😀

1Scendi! Traduzione dal linguaggio Maya

La notte di San Giovanni – parte trentaquattresima

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Deborah non sapeva per quante ore avesse dormito, quando aprì gli occhi. Avvertì sui piedi il calore della pelliccia di Miao. Il buio profondo, che l’aveva accolta, adesso si era tramutato in un chiarore abbastanza luminoso per distinguere i contorni degli oggetti.

Uts wenech1?” le chiese una voce profonda, che non riuscì ad attribuire a nessuna delle figure che si muovevano nella capanna.

La ragazza scosse la testa. Continuava a ignorare il senso delle domande per via di un linguaggio indecifrabile. Sentì sotto le sue mani il ruvido della terra secca. ‘Dunque ho dormito per terra!’ si disse rabbrividendo al pensiero di essere stata a contatto con qualcosa che non era un pavimento. Pensò che fosse veramente stanca, quando era arrivata per essere stata in grado di riposare così scomodamente. Si mise eretta e avvertì sulle spalle e nei capelli una crosta di terriccio secco. Si toccò, capendo di essere sempre nella tenuta sportiva del dopo partita.

Miao sbadigliò sonoramente e venne a strusciarsi sulle gambe. Le dava a modo suo il buongiorno. Pareva tranquillo, come se non percepisse alcun pericolo. Deborah invece non lo era affatto. Vedeva in modo indistinto i contorni e le persone ma non conosceva chi fossero e cosa volessero. Parlavano un linguaggio del tutto sconosciuto, anche se appariva armonico. ‘Ma dove mi trovo?’ provò a chiedere, guardandosi intorno.

In k’aat-a pok?2” le domandarono ancora.

Non potete parlare da cristiani?” rispose un po’ indispettita, quando qualcuno la prese per mano e la condusse fuori senza troppi complimenti.

Il passaggio repentino dal buio della capanna alla luce esterna le fecero chiudere gli occhi per non rimanere accecata. Vedeva ancora immagini sfocate, quando delle mani callose le sfilarono la maglietta e le tolsero il reggiseno. Stava per protestare vivacemente, quando le abbassarono i pantaloncini e le mutande. In meno di un respiro si ritrovò nuda. Seduti in cerchio stavano degli uomini vestiti in maniera strana. Colori sgargianti e monili intorno al collo. Fumavano e masticavano delle foglie. La pelle grinzosa era cotta dal sole. Istintivamente si coprì il pube e il seno. Non si era mai trovata in una situazione così imbarazzante.

Le due donne, che l’avevano spogliata, erano molto più basse di lei ma dotate di grande forza. La trascinarono senza sforzo apparente verso un buco nel terreno pieno di acqua limpida. La immersero senza pronunciare una parola. Non appena fu dentro, rabbrividì per il contrasto tra il calore del corpo e la temperatura dell’acqua. In un attimo si intorbidì per effetto della terra secca che si staccava dal fisico e dai capelli. Non ebbe modo di gustare il piacere della frescura dell’acqua, perché fu sollevata come un fuscello. Sentì gorgogliare l’acqua che defluiva. Gli avvenimenti si succedevano più rapidamente rispetto alla formazione dei suoi pensieri. Non capì cosa stesse avvenendo, quando una polvere grigia le ricoprì il corpo, che venne massaggiato con grande vigore. Avrebbe voluto chiedere, parlare ma l’immersione e il massaggio si susseguirono diverse volte, senza darle il tempo per formulare una qualsiasi domanda. Fu un dentro e fuori rapidissimi, finché un telo di cotone grezzo, per nulla morbido, non l’avvolse. La frizionarono senza preoccuparsi delle sue proteste. Alla fine capelli e corpo furono perfettamente asciutti. Con delicatezza ammorbidirono la pelle con unguenti profumati. Deborah si chiese quanto tempo era trascorso dal risveglio fino adesso senza trovare risposta.

Gli uomini la osservavano ma parevano indifferenti alla sua nudità. Lei si rassegnò e si affidò alle mani delle due donne senza protestare. Poco dopo si trovò vestita con una blusa arancione finemente decorata con motivi floreali, che scendeva su una gonna blu lunga fino ai piedi. Indossava dei sandali di pelle morbida, allacciati alla caviglia, mentre al collo splendevano al sole collane di giada, ambra e altre pietre dure. Il tessuto ruvido massaggiava il suo corpo nudo con piacevoli sensazioni. Mani esperte pitturano la faccia con colori vivaci. Sul capo le posarono un copricapo dalla foggia strana: una parte in legno dal quale fuoriusciva una morbida pelliccia maculata. I capelli furono raccolti in una crocchia sulla sommità della testa e scomparvero dentro quello strano berretto rigido.

Deborah avrebbe voluto avere a disposizione uno specchio per vedere come era stata agghindata. Si limitò a osservare le vesti e le braccia, le uniche parti visibili.

Gli uomini, seduti per terra, l’osservarono. Ne dedusse che la sua figura alta e atletica era di loro gradimento. Aveva fame e mimò col gesto delle mani che desiderava del cibo.

A k’aat a hanal?3” le chiese una delle due donne.

Sì” disse la ragazza, che aveva rinunciato a comprendere quello strano linguaggio.

Come per magia comparve una ciotola con dentro tocchetti di carne immersi un impasto verde, da cui affioravano dei pezzetti rossi. Un’altra donna teneva in mano delle focaccine gialle e sottili, posate su una foglia di banano. Deborah cominciò ad assaggiare il contenuto della ciotola con molta diffidenza. Il gusto non era male ma dopo poco avvertì un calore incredibile nella bocca. Sembrava che fosse in fiamme.

Cosa avete messo dentro?” urlò con ampi gesti delle mani.

Tutti risero. Lei si arrabbiò ancora di più. “Sembra peperoncino puro” si disse, guardandoli in cagnesco. Mimò di avere sete.

Uk’a hech?4” le chiese una delle due donne premurosa.

Al diavolo! Certamente!” sbottò irosa.

Comparve un contenitore pieno di un liquido trasparente.

Che altro intruglio mi propinano? L’acqua è un bene prezioso?” fece, provando ad annusare il contenuto. Era perfettamente inodore. Non si fidò e intinse un dito che succhiò. Era dolciastro ma gradevole. Azzardò una sorsata. Scivolò giù dando frescura alla bocca infiammata ma quando arrivò nello stomaco deflagrò come una bomba alcolica. Decise di mangiare solo le focaccine gialle, che apparivano le più innocue. Poi comparve un liquido nero in una specie di tazzina senza manico.

Offrono anche il caffè” disse, pentendosi subito di averlo pensato. Era rimasta scottata troppe volte per credere che fosse caffè. L’aroma puntava decisamente verso il cioccolato. Lei ne era ghiotta. Accostò le labbra. Il gusto era decisamente squisito, lasciava solo un leggero pizzicore in gola. Quello tipico del peperoncino. ‘Uffa ma usano mettere il peperoncino ovunque?’ si disse, mandando giù un’altra sorsata.

In tutto questo trambusto si era persa Miao. ‘Chissà dove s’è ficcato, quel gatto che, quando serve, non c’è mai?’ pensò, sorseggiando la cioccolata. Lo vide che si divertiva con un topolino di campagna, che impaurito cercava di ritrovare la propria tana. Deborah sorrise. ‘L’istinto del cacciatore non l’abbandona mai’.

Mentre osservava il gatto, udì una voce proveniente dal gruppo di uomini accovacciati a terra.

Agua pura” le parve di sentire. Stupita si voltò verso di loro. ‘Perché mi chiedono se voglio dell’acqua? E poi si sono messi a parlare spagnolo?’ si disse sorpresa. Annuì in segno di accettazione. Al suo fianco comparve una donna che le porgeva un calice di vetro che conteneva un liquido trasparente.

Deborah era diffidente. Da quando era sveglia, troppe volte era stata ingannata dall’aspetto. Non voleva correre rischi. Guardò l’uomo che stava al centro, quello più vecchio e che sembrava che dettasse ritmi e ordini a tutti. Era anche vestito in maniera più appariscente rispetto agli altri. ‘Sicuramente è il capo di queste comunità’ ragionò senza accostare le labbra al bordo.

Il capo gli fece un segno imperioso di bere il contenuto ma la ragazza nicchiava. Non era convinta di obbedire a quel cenno.

Uk’-a!5” disse con un tono duro e categorico.

Deborah lentamente portò il calice alle labbra e cominciò a bere, pronta a smettere se avvertiva qualcosa di anomalo. Il liquido filtrò leggero in gola, senza che lei percepisse nulla. Sembrava effettivamente acqua. ‘Perché ha parlato in spagnolo per poi tornare a quella lingua sconosciuta?’si disse, mentre continuava a bere con lentezza. Le stava togliendo quell’arsura che il peperoncino le aveva trasmesso, quando si sdoppiarono le immagini.

Erano sensazioni terribili. Vedeva due Miao, che si muovevano in maniera sincrona. Staccò il calice dalla bocca e notò che possedeva quattro mani e due calici. Provò a girarsi verso il vecchio ma ebbe l’impressione di volare leggera nell’aria. Tutto ruotava con lentezza ma girava in tondo, mentre le percezioni sensoriali mostravano distorsioni e colori differenti dall’usuale, come se guardasse in un enorme caleidoscopio.

Deborah fece appello a tutte le risorse fisiche e mentali per dominare quelle sensazioni che si stavano impadronendo del suo corpo. Vacillò ma non cadde. Chiuse gli occhi ma i colori popolavano la sua mente.

Infine fu buio.

1Hai dormito bene? Traduzione dalla lingua Maya

2Vuoi lavarti? Traduzione dalla lingua Maya

3Vuoi mangiare? Traduzione dal linguaggio Maya

4Hai sete? Traduzione dal linguaggio Maya

5Bevi! Traduzione dal linguaggio maya

La notte di San Giovanni – parte trentatresima

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La partita del debutto nel campionato di A1 fu uno strepitoso successo per Deborah, tanto che ebbe l’onore di essere considerata la MVP (Most Valuable Player) delle due giornate. Il coach ebbe più volte parole di riconoscimento verso di lei, per come aveva gestito la gara fino alla vittoria sulle campionesse d’Italia. Encomi doppiamente graditi, perché lui non si sprecava mai in lodi ma trovava sempre una sbavatura in una partita perfetta. I giornali sportivi del lunedì parlarono che era nata una nuova stella nel basket femminile. ‘A ventidue anni Deborah Secchioni esplode con giocate magistrali. La nazionale ha trovato la nuova Mabel Bocchi‘ titolava la Gazzetta dello Sport il 15 ottobre nell’articolo che parlava della giornata inaugurale del campionato. In pratica aveva preso per mano la sua squadra, ‘Aquile Rosa‘, nella vittoriosa sfida contro la ‘Familia Schio’ del duo Macchi-Masciadri, che rappresentano il meglio del basket femminile nostrano. La ragazza non era riuscita, nonostante gli elogi, a mitigare da quello stato di ansia che ormai l’aveva contagiata da due settimane.

Oltre a conquistare i titoli dei quotidiani sportivi, Deborah aveva avuto l’onore di essere copertina della rivista ‘Gossip Girl’ per merito di Marco. L’articolo interno era un ritratto a tutto tondo, dove il gossip era stato cacciato dalla porta, lasciando il posto a una rappresentazione lusinghiera della sua personalità.

In conclusione era stato un week end da incorniciare quello vissuto dalla ragazza.

Anna, la compagna di stanza, aveva notato il viso sofferente di Deborah e non riusciva a comprenderne i motivi. Avevano vinto una partita, dove nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla loro vittoria. Lei era stata decretata MVP delle due serate, un riconoscimento ambito da qualsiasi giocatrice. Aveva avuto l’onore della prima pagina di una rivista che vendeva milioni di copie. Quindi avrebbe dovuto sprizzare gioia ed entusiasmo da ogni porro. Invece pareva assente, insoddisfatta e nervosa, quasi infastidita da tutte queste attenzioni.

C’è qualcosa che non va?” le chiese Anna, quando rientrarono in albergo dopo aver partecipato alla serata di gala con le premiazioni delle giocatrici.

No” rispose la ragazza laconicamente.

Eppure noto che c’è qualcosa che non va” disse la compagna, mentre si spogliavano per andare a letto.

Forse hai ragione. Dovrei essere felicissima ma c’è qualcosa che me lo impedisce. Non chiedermi cosa, perché non lo conosco nemmeno io!” fece Deborah, infilandosi sotto le lenzuola.

D’accordo. Forse lo stress del debutto e quei complimenti non ti sono stati d’aiuto. Beh! Ora dormiamo e ne riparliamo domani. Notte” affermò Anna.

Notte” rispose la ragazza.

Deborah si trovò a camminare per strade sconosciute, polverose e solitarie. Miao incedeva spedito come se si trovasse a suo agio in quelle lande sassose a tratti ricoperte da una folta vegetazione. Era nella tenuta giallo-blu della sua squadra: maglietta ancora zuppa di sudore della partita, pantaloncini di raso rosso e scarpe Jordan. Il sole era basso sull’orizzonte e illuminava delle vette che non parevano altissime. Aveva strane sensazioni. Procedeva spedita da diverse ore senza sentire né fatica né fame. Solo una gran voglia di bere.

Ma da quante ore cammino?” si chiese, osservando Miao, che stava innanzi a lei. Non riusciva a darsi una risposta certa. Provò a orientarsi col sole ma ben presto ci rinunciò. La polvere sollevata dal vento si appiccava alla pelle come una sottile pellicola grigia. Le labbra era gonfie, quasi spaccate dall’arsura e dal caldo.

La strada proseguiva dritta sull’orizzonte. A destra e sinistra nulla, solo petraia arsa dal sole. Qui le piante cercavano di vincere la sfida della sopravvivenza. Sullo sfondo di un cielo terso e limpido apparve un muro di verde.

Deborah camminava in silenzio senza pensare a nulla. Pareva in una bolla che la isolava del resto del mondo. Quasi senza rendersene conto entrò in quella parete verde, una selva che oscurava il cielo. Sentì le grida roche di animali sugli alberi e il ronzio di insetti, che non vedeva. Rallentò, perché i raggi del sole, ormai radenti all’orizzonte, non riuscivano più a illuminare i suoi passi.

Miao” disse con tono disperato, chiamando il gatto che pareva sparito alla sua vista.

Ascoltò solo l’eco delle sue parole ed ebbe paura. Si tastò le braccia scoperte e i pantaloncini che arrivavano alle ginocchia. Rise. ‘Non è certamente l’abbigliamento adatto per una passeggiata nella giungla’ si disse nel tentativo di infondersi coraggio. Era sola, abbandonata anche dal gatto. ‘Cosa fare?’ si chiese fermandosi un attimo per abituare gli occhi all’oscurità incombente.

Riprese a camminare di buona lena. ‘Devo trovare un paese, una casa per la notte. Non oso pensare di camminare col buio su questo sentiero umido e oscuro’ si disse, mentre sempre più a fatica riconosceva i contorni della strada. Del gatto aveva perso le tracce, inghiottito dalla verde tenebra della selva. Era scomparsa con lui anche la sicurezza nel cammino. L’ansia le suggeriva di mettersi a correre. ‘Correre? Sarebbe pura follia’ rifletté, cercando di calmare la paura che sempre con maggiore vigoria saliva, saliva fino al cervello.

Adesso udiva le voci misteriose della giungla, il rumore delle ali che sbattevano nell’aria, i rochi richiami di animali notturni. Questo minava sempre di più la sua determinazione a proseguire. Continuò a camminare ormai immersa nel buio e nei suoi pensieri. Le gambe si muovevano come automi senza che la sua volontà le comandasse. Un groppo alla gola le bloccava il respiro, mentre procedeva quasi in apnea. In distanza le parve di scorgere un lieve chiarore. Accelerò il passo, mentre quel baluginio di luce diventava sempre più netto. La cupola nera del verde degli alberi si aprì come d’incanto, mostrando un cielo stellato. Una casa era sulla sua destra, appoggiata sul prato che stava intorno alla strada. Si avvicinò e vide Miao che l’aspettava dinnanzi a un’apertura protetta da una stuoia che immaginò colorata. Era un insieme di assi di legno, coperti da paglia, senza finestre, almeno dalla visuale che Deborah poteva scorgere. L’aspetto non era invitante ma il buio e la sensazione di freddo vinsero i suoi timori e la spinsero ad avvicinarsi.

Ecco dove ti eri nascosto!” gli disse, inginocchiandosi per accarezzarlo.

Miaouuu” fu la risposta.

Sei un birbante” lo sgridò Deborah con dolcezza, accostandosi all’apertura.

Una mano grinzosa scostò quel tappetto, come per invitarla a entrare.

Muj oc#el1” sentì una voce profonda proveniente dall’interno.

Miao senza aspettare altro si infilò nel varco. Deborah rimase interdetta. ‘Che razza di linguaggio parlano?’ si disse incerta se rimanere fuori o accogliere quell’invito, composto da suoni del tutto sconosciuti. Si fece coraggio ed entrò.

Appena dentro la tenda tornò al suo posto, mentre lei spalancava gli occhi nel vano tentativo di vedere delle forme. Notò solo gli occhi giallastri di Miao e un puntino rosso che si muoveva ritmicamente in avanti e in dietro. L’olfatto percepì un gusto dolciastro non ben definito. Pensò che fosse quel puntino rosso a produrlo. L’udito ascoltò un respiro, anzi più respiri di diverse persone, senza che la ragazza riuscisse a indovinarne il numero. ‘Dunque più uomini sono in questa baracca’ rifletté. Allungò la sinistra e il tatto le fece percepire un piano ruvido ma non freddo.

Altre parole gutturali si arrampicarono nella sua mente. Non capiva cosa le dicessero. Il buio più totale le impediva di osservarne l’interno, bloccandola di fatto in quella posizione di attesa. Si fece coraggio e mosse un passo verso destra, perché prima aveva aveva tastato qualcosa a sinistra. Non trovò ostacoli ma l’impossibilità di conoscere la loro ubicazione la bloccarono di nuovo. ‘Ho paura’ pensò, subito scacciata dal pensiero che Miao non aveva avuto esitazioni a entrare. Se c’erano pericoli, non arrivavano dall’interno.

Yan tech huinyial2?” le chiese una voce, che lei associò a un volto femminile.

‘Che cavolo sta dicendo? Se dico sì, non so che mi aspetta. Se dico no, potrebbero offendersi’ ragionò, rimanendo in silenzio. Una posizione neutra né di accettazione, né di rigetto.

Una mano afferrò la sua sinistra, riportandola verso il piano ruvido. Con la destra avvertì un qualcosa che assomigliava nella forma a una ciotola. L’odore pareva buono. Prese con entrambe le mani la scodella e la portò alle labbra. Sentì il rumore del lappare di Miao. Un liquido caldo passò sulla lingua e poi nell’esofago. Il gusto era di suo gradimento ma forse era la fame e la sete che avevano compiuto il miracolo.

Poi sorso dopo sorso svuotò il contenuto della ciotola, mentre avvertiva una profonda sensazione di benessere.

Aveva appena finito di bere quel liquido piacevole, quando gli occhi tentarono di chiudersi, anche se lei si sforzava di tenerli aperti.

Alla fine prevalse il sonno e scivolò verso terra, sorretta da mani amiche.

1Entra in linguaggio maya ch’ol

2Hai fame? Traduzione del linguaggio maya ch’ol

La notte di San Giovanni – parte trentaduesima

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Mi dispiace che la tua vita sia diventata un inferno. Inseguita da paparazzi e giornalisti. Non sono riuscito a bloccare la pubblicazione” ammise con dispiacere Marco, durante una telefonata con Deborah.

Non mi pare di essere una celebrità da prima pagina” ribadì la ragazza, che non ne poteva più di quell’assedio.

Le due settimane di relax si erano trasformate in un incubo mediatico. Giornali, tv, fotografi erano un’orgia alla quale stentava sottrarsi. L’unica speranza era che alla ripresa degli allenamenti le attenzioni, delle quali godeva, in maniera non voluta, fossero cessate.

Il vero bersaglio sono io” disse l’uomo. Era la pena del contrappasso per il direttore di un settimanale, che viveva proprio su queste non-notizie per la gioia di qualche migliaio di lettori e lettrici, che si beavano nel leggere le disavventure amorose di personaggi più o meno celebri.

Marco e Deborah da quando erano stati immortalati non si incontrarono più di persona. Troppe persone li rincorrevano e volevano rubare qualche attimo di intimità, che in effetti era inesistente. Si parlavano per telefono in lunghe chiacchierate. La ragazza pensò a quello che Sajana le aveva detto l’ultima volta che si erano viste ‘molte persone vorranno conoscerti e cercheranno di salire nella tua casa. Tu lasciale fuori‘ e ammise che aveva ragione.

Le compagne di squadra furono importunate in maniera analoga. Tutti ambivano di conoscere qualche dettaglio della vita privata di Deborah per pubblicare qualche pezzo a effetto. L’unica che poteva aggiungere qualcosa di più era Anna, che però rimase sul nebuloso, vendendo fumo e non dicendo nulla. Per tutto il mese di settembre squadra e giocatrici furono al centro dell’attenzione mediatica, finché i risultati sportivi fecero notizia e misero a tacere qualsiasi tipo di gossip. Il coach era furibondo, perché tutto questo trambusto minava la serenità dell’ambiente e la concentrazione delle ragazze. Una sera al termine di un duro allenamento, che lo aveva visto diventare paonazzo per richiamare le giocatrici a un maggior impegno, prese in disparte Deborah.

Cosa ti è saltato in mente di mettere in moto tutto questo casino “ l’aggredì verbalmente.

Veramente non ne posso più” replicò seccamente la ragazza. “Stavo prendendo un aperitivo col giornalista conosciuto a Rio, quando si è scatenato il diluvio”.

Dovevi evitarlo!” disse con acrimonia il coach.

Perché è vietato prendere un aperitivo con qualcuno che si conosce?” rispose risentita Deborah.

No. Ma se” cominciò l’allenatore, subito interrotto dalla ragazza.

Nessun ma. Ero in vacanza. Non lo dimentichi. Era giorno e un po’ di relax dopo la lunga tournée ci stava tutta” sbottò Deborah, raggiungendo le docce.

Il coach masticò amaro ma doveva ammettere che il ragionamento della ragazza non faceva un grinza. ‘Se il casino fosse nato da una notte folle, allora potrei chiedere provvedimenti. Ma col sole, il giorno dopo il rientro da una tournée faticosa e impegnativa, aveva tutto il diritto di sedersi a un tavolo a bersi un aperitivo con chi voleva’ si disse, raggiungendo gli spogliatoi.

É diventata famosa la EX’ fece Gaia sarcastica.

Uffa” sbottò Simone, che non amava queste stilettate pungenti. La sua ex era su tutte le pagine dei rotocalchi, dove si leggeva di tutto. Qualche giornalista più intraprendente aveva bussato alla sua porta per estorcergli qualche parola su Deborah. Però avevano battuto in ritirata, vista la grinta che ci aveva messo nel cacciarli via. Non era così determinato nemmeno, quando gioca a basket.

É strano che nel gossip mostruoso che è stato montato il tuo nome o il tuo viso non compaia mai. Mi domando il perché?” continuò la donna con tono ironico nel punzecchiarlo.

Chi vuoi che si interessi a me? É lei la regina delle prime pagine” mentì Simone con molto verismo.

Il ragazzo, fatta un breve pausa, continuò il ragionamento.

Forse pensavi che qualche giornalista o reporter TV accostasse il tuo nome al mio?” disse Simone, restituendo la facile ironia su Deborah.

Gaia lo guardò in malo modo. ‘Ma che vuole questo nano?’ si disse, mentre si staccava da lui.

Non mi va di essere polemico su una persona che appartiene al passato. Ora ci sei tu e questo mi basta” affermò con decisione per chiudere questo argomento, che era sempre stato fonte di battibecchi tra loro.

Gaia ammise con se stessa che soffriva di un complesso di inferiorità nei confronti di Deborah da quella notte famosa, quando era comparsa all’improvviso con quel malefico gatto nero. L’impressione di essere spiata, osservata era molto forte, quando stava in atteggiamenti intimi con Simone. Doveva trovare il modo di chiudere questa avventura col ragazzo, perché lo stress diventava sempre più forte e destabilizzante giorno dopo giorno. Nonostante si fosse imposta questa soluzione, la rimandava a dopo, senza riuscire a venirne a capo.

Marco stava approntando il numero speciale con Deborah in prima pagina in occasione del ‘Opening day‘ di Pescara del 13-14 ottobre. Non era mai stato un appassionato di sport, anzi aveva sempre evitato di immergersi in qualsiasi agone sportivo. Per Deborah aveva fatto un’eccezione. Si era documentato, aveva raccolto informazioni, aveva visionato tanti video di YouTube. Insomma aveva colmato quella lacuna che durava da una vita.

La popolarità raggiunta dalla ragazza e dalla sua squadra sarebbe stato un battage pubblicitario del tutto gratuito e un traino non indifferente per le vendite. Voleva farle una sorpresa in occasione del debutto nella massima serie. Avrebbe distribuito gratuitamente a tutte le signore una copia di ‘Gossip Girl‘ all’interno del PalaElettra nelle due giornate di gare.

Mentre discuteva con la giornalista, che aveva curato il reportage, e il grafico, che doveva dare il tocco definitivo al tutto, Marco ebbe un’idea. ‘Ne devo parla con Carlo’ si disse. Se andava a buon fine, gli avrebbe permesso di seguire Deborah durante il campionato. In definitiva era una specie di sponsorizzazione alla squadra, sia pure atipica, perché cercava di catturare la tifoseria a leggere la rivista. Aveva pensato di dedicare le pagine centrali della rivista alla formazione ‘Aquile Rosa‘, dove oltre alla presentazione delle giocatrici con interviste e foto e dello staff tecnico ci sarebbe stata ‘la posta del cuore‘ con le lettere e le domande dei tifosi rivolte alle loro beniamine.

Se ho il via libera, ne parlo con” fece Marco, inceppandosi sul nome del general manager delle ‘Aquile Rosa‘. “Non fa nulla, come si chiama lo scoverò di certo”.

Deborah nelle due ultime settimane, prima del debutto a Pescara, si sentiva inquieta. Non era il timore di steccare la prima a renderla ansiosa ma una sensazione che avvertiva nella mente e nel corpo. Un qualcosa che non riusciva a quantificare. Era come se fosse tornata a quei giorni di San Giovanni a Cattolica, quando viaggiava nel tempo e nello spazio, quando percepiva quello che gli altri pensavano. Di questo aspetto se ne era resa conto durante le ultime partitelle di allenamento o le amichevoli per preparare il debutto il 13 ottobre. Era in grado di leggere la partita con molto più acutezza del solito e di anticipare le intenzioni delle compagne e delle avversarie. Se da un certo punto di vista questo la favoriva, da quello psicologico la inquietava. Lei voleva essere concentrata sulla sua attività di giocatrice e non essere distratta da eventi esterni.

Un’altra spia del suo malessere era Miao, che appariva più nervoso e sfuggente del solito. Il suo rapporto col gatto era sempre ottimo ma aveva notato che soffiava più minacciosamente del solito, quando qualcuno ronzava intorno. Questo aspetto la preoccupava, e non poco, perché temeva che potesse fare danni senza che lei potesse giustificarli.

Il due di ottobre, mentre era intenta nel solito rito della candela e della lucidatura della teca, il teschio aveva brillato sinistramente, molto di più di quanto ricordava. Nei giorni successivi la luminosità era cresciuta e gli occhi parevano mobili, come ricordava di aver ascoltato in un colloquio durante quella notte magica.

Insomma pareva che dopo una relativa calma, durata circa tre mesi, qualcosa si fosse messo in moto.

Cosa?” si chiese, mentre preparava il trolley con quanto serviva per Pescara.

La notte di San Giovanni – parte trentunesima

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Deborah era incerta se rispondere oppure no. Una voce interna le suggeriva di non aprire. L’abbigliamento e il monito di Sajana. Un’altra, quella della sua personalità, la stimolava in senso opposto. Una bella lotta, che la paralizzava.

Non rispose. Lasciò che il video si oscurasse. Sentì suonare lo smartphone. Era certo che era lui, che provava a mettersi in contatto. Lo lasciò squillare, finché non cessò. Rimase immobile nella semioscurità dell’ingresso. ‘Ho fatto bene oppure no?’ si disse, ritornando sui suoi passi.

Si domandò come avesse fatto a risalire al suo indirizzo. Rise. ‘Vuoi che un giornalista non abbia gli agganci giusti per avere tutte le informazioni su di me?’ si disse, mentre Miao si strusciava sulle gambe, per congratularsi per l’atteggiamento tenuto.

Decise di fare una doccia e prepararsi per uscire. Una volta in strada lo avrebbe richiamato. ‘Oppure no?’ si disse, mentre era ancora indecisa quale scelta operare nei confronti di Marco. Era nella medesima situazione di stallo, mentre in mutandine e reggiseno stava davanti all’armadio aperto. ‘Cosa mi metto?’ Sbirciò fuori. C’era ancora luce. Alla fine dopo avere preso fuori vestiti leggeri, camicette e jeans mettendoli sul letto, optò per abiti casual. Un paio di jeans di Armani, una polo Ralph Lauren gialla, che metteva in risalto l’abbronzatura dorata, appena accennata del viso, un paio di ballerine leggere.

Raggiunta piazza Duomo, osservò la Madonnina brillare al sole calante. Uno spettacolo che l’affascina da sempre. Chiamò Anna.

Ciao” disse sentendo la sua voce.

Ciao. In forma?” le chiese con tono leggermente ironico.

Sì” rispose Deborah senza raccogliere il motteggio. “Sono in piazza Duomo. E la serata si annuncia splendida. Mi raggiungi per un aperitivo?”

Anna rimase in silenzio per qualche secondo. Era in dolce compagnia e non poteva dirglielo brutalmente. A Deborah preferiva di gran lunga Roberto. Si schiarì la voce prima di rispondere.

Mi dispiace ma stasera ho ospiti” e fece una pausa. ‘Uhm! In effetti non racconto una bugia’ si disse, accennando a una risata.

Che peccato!” fece Deborah, delusa e leggermente indispettita.

Che ne dici per domani sera?” provò a lanciare come proposta Anna. Le dispiaceva per il rifiuto di stasera. Domani non aveva impegni e Roberto di sicuro non stazionava nei pressi della sua camera da letto.

A questo punto era Deborah a riflettere. Non aveva molte intenzioni di impegnarsi. Preferiva vivere alla giornata. Tuttavia non voleva tagliarsi i ponti alle spalle con una risposta negativa o troppo brusca. Era incerta su cosa dire senza sbilanciarsi troppo in senso negativo o positivo.

In linea di massima ti dico di sì. Ma ci sentiamo domani per metterci d’accordo con più precisione” rilanciò Deborah.

Okay. Allora a domani” disse Anna, che doveva resistere ai piccoli tormenti d’amore di Roberto, senza manifestarli all’amica al telefono.

A domani”.

La ragazza si diresse verso Galleria Vittorio Emanuele alla ricerca di un tavolo libero per un aperitivo solitario. Aveva mosso i primi passi, quando il telefono richiamò la sua attenzione.

Numero privato?” esclamò, non vedendo comparire il dato sullo schermo dello smartphone.

‘Chi potrebbe essere?’ si disse tra la curiosità di conoscere chi la stava chiamando e la diffidenza verso un possibile scocciatore. Alla fine la donna curiosa che albergava in lei prevalse.

Pronto” rispose con cautela.

Ciao” disse una voce non completamente ignota.

Ciao” replicò diffidente, rimanendo sulla difensiva. Non le piacevano le persone che non si annunciavano.

Non mi riconosci?” continuò quell’anonimo interlocutore.

Direi di no” fece non poco infastidita.

Deborah udì una sonora risata, che accentuò ancor di più il cattivo umore. Stava per chiudere la conversazione, quando finalmente l’enigma si sciolse.

Sono Marco” esclamò con voce allegra.

La ragazza si domandò perché aveva nascosto il numero. Un paio d’ore prima non l’aveva fatto. ‘É insistente l’uomo!’ si disse mentalmente.

Sono Marco Designori. Ti ricordi di me?” precisò con un filo d’affanno.

Ho capito chi sei e mi ricordo di te. Sei il giornalista conosciuto a Rio. Il direttore di Gossip Girl” rispose freddamente.

Alla buon’ora! Ce ne hai messo per rispondermi. É da ieri sera che provo a mettermi in contatto con te” disse l’uomo, che aveva smorzato gli entusiasmi iniziali.

Se avessi deciso di non rispondere a un numero privato?” rispose la ragazza.

Avrei riprovato. Questa volta in chiaro! Non mi hai ancora detto perché non hai risposto alle mie chiamate” disse Marco leggermente rinfrancato.

Dormivo e non mi avrebbero svegliato nemmeno le cannonate” fece, assumendo un tono di difesa. Non le andava di dovere dare spiegazioni a una persona che conosceva appena. Però cercò di trattenersi.

Beh! Le chiamate le avrai viste sullo smartphone?” replicò Marco.

Sì e no”.

Deborah udì una sonora risata e ci rimase male. ‘Ma che vuole questa persona?’ si disse, infastidita dalla piega assunta dalla conversazione.

E va bene. Ho capito” cominciò l’uomo.

Capito cosa?” lo interruppe la ragazza.

Non ami gli scocciatori e le persone troppo insistenti. Posso offrirti la cena per farmi perdonare?” disse Marco.

Deborah stette in silenzio. La proposta le giungeva inaspettata. ‘Cosa vuole da me? Pensa che cada come un frutto maturo ai suoi piedi?’ ripeté la domanda che si era posta qualche istante prima. Doveva riflettere e valutare i pro e i contro. Osservò Miao come per avere una soluzione ai suoi dubbi. Tuttavia lui era più interessato ai colombi che ai suoi problemi. ‘Quando ho bisogno di te, tu ti defili. Bell’amico che sei!’ gli rinfacciò mentalmente la ragazza.

Non sento più niente? É successo qualcosa?” le chiese premuroso.

No. Stavo riflettendo” ammise con candore e sincerità Deborah.

E la riflessione ti porta a dire di sì alla mia proposta?” insistette Marco, che cominciava a spazientirsi. ‘Se quella mocciosa pensa di fare la preziosa, ha sbagliato persona. Sono stato chiaro e senza troppi giri di parole’ pensò irritato dai silenzi e dalle parole ambigue della ragazza.

D’accordo. Dove?” chiese Deborah, tentando di infondere entusiasmo per l’invito ricevuto.

All’ultimo piano della Rinascente di Piazza Duomo” disse l’uomo, leggermente rinfrancato.

Io sono in Galleria Vittorio Emanuele a prendere un aperitivo”.

Tempo cinque minuti e sono da te. Lo prendiamo insieme”.

Va bene” rispose con tono meno battagliero.

La ragazza camminò nervosamente verso Piazza Duomo. Aveva progettato una serata ben diversa: prima Anna si era defilata, dopo era giunto l’invito di Marco.

Lo so. Anna era con un ragazzo, anche se non lo ha detto esplicitamente. Al suo posto mi sarei comportata così” si disse, calciando un foglio mosso dal vento.

Tuttavia era Marco la spina nel fianco. Lo trovava eccessivamente vecchio per lei. ‘Quanti anni di differenza? Dieci? Quindici? Non saprei! Ma sono decisamente troppi’ si disse e sorrise, perché stava correndo troppo con la fantasia. ‘Sajana ha detto che quello che avevo visto nell’acqua di San Giovanni sarebbe stato l’amore della vita. No, non ci credo. Decisamente mi sembra improbabile’ ragionò, quando sentì toccare la spalle destra.

Si volse per vedere chi si permetteva di abbordarla ed era pronta a reagire con furia.

Ciao! Sei uno schianto” disse Marco, sorridendole con affetto.

Ciao” rispose Deborah tra lo scocciato e divertito.

Da esperto posso dire che hai scelto un abbigliamento adatto alla serata!” continuò galante l’uomo.

La ragazza stava per replicare piuttosto duramente, perché non era un oggetto da carta patinata, quando un flash le abbagliò gli occhi. Rimase sorpresa e incapace di reagire, mentre udì Marco che imprecava con violenza e con un linguaggio poco in linea con la persona.

Perché?” domandò Deborah che si era ripresa dallo stupore.

La concorrenza!” bofonchiò l’uomo.

E fa le istantanee alle sconosciute?” domandò la ragazza che non aveva focalizzato esattamente cosa era successo.

Appunto! Una sconosciuta in compagnia del direttore di Gossip Girl!” esclamò nel vano tentativo di darsi un contegno. “Quell’idiota di Airoldi era in agguato per immortalarmi e poi correre a vendere le fotografie!”

Deborah non comprendeva la rabbia di Marco. “Vendere?” disse.

Sì, quello stronzo ci ricaverà almeno cinquemila euro dalla mia immagine con una bella ragazza sconosciuta” fece il direttore, mentre si guardava intorno per scoprire altri paparazzi in agguato.

La ragazza sgranò gli occhi. ‘Valgo così tanto?’ pensò. “Ma sei sicuro che sarà così?” gli chiese dubbiosa.

Certo come l’aria che respiro” le confermò scuro in volto l’uomo, che tentava con scarso successo di dominare il nervosismo crescente.

Vieni” le disse Marco, prendendola sotto braccio. “Entriamo alla Rinascente, prima che ad altri venga la voglia di inseguirci”

Deborah era restata sempre in silenzio e non oppose resistenza all’invito. ‘Mi domando se è stata geniale l’idea di accettare la proposta della cena di stasera’ si disse, mentre entrava nell’ascensore per arrivare al bar della Rinascente.

Si è consolata in fretta la nostra EX” esclamò Gaia, mentre mostrava la prima pagina di ‘Guarda‘, un settimanale in concorrenza con ‘Gossip Girl‘.

Simone la guardo e lesse la didascalia ‘Marco Designori si consola con una bella pantera bionda‘.

Ma chi è Marco Designori?” domandò il ragazzo, mentre osservava Deborah ritratta.

Non sai chi è?” rispose ridendo la donna.

No!”

Il più gran figlio di mignotta di tutta Milano!”

E va bene. Sarà un gran figlio di puttana ma ne so quanto prima” disse Simone che cominciò a sfogliare il settimanale alla ricerca dell’articolo.

É, insieme a Signorini, il direttore più temuto e osannato dai vip milanesi e nostrani. Il suo settimanale sputa veleno e fango su tutti, svelando altarini e altro ancora. Fotografie rubate all’intimità delle persone, articoli che svelano dettagli scabrosi delle personalità più in vista e sulla cresta dell’onda del panorama nazionale. Finire sulle sue pagine si rimane stritolati dal tritacarne mediatico del gossip. Ora è lui sulla graticola” concluse ridendo Gaia.

Simone guardò ancora la foto. Trovava Deborah ancor più bella di quella che ricordava.

Sono gelosa” disse la donna, strappandogli il settimanale dalle mani. “Straccio la tua ex. Pensa piuttosto a me”.

Sei diventata famosa” esclamò Anna, mentre in Galleria Vittorio Emanuele, prendevano un aperitivo.

Famosa?” fece Deborah, mostrando stupore dagli occhi.

Sì! Tutti si chiedono chi sia la bella bionda in compagnia del potente direttore di Gossip Girl. Tutti meno noi!” replicò, ridendo l’amica.

Stava per controbattere Anna, quando una pioggia di flash si abbatté sulle due ragazze.

Divento famosa anch’io!” disse divertita l’amica.

E io scateno Miao” rispose indispettita Deborah.

Miao? Chi è? É il direttore?” domandò curiosa Anna.

No! Non è lui! Però se non riusciamo a goderci l’aperitivo in santa pace, è meglio tornarcene a casa” fece la ragazza, pentita di aver parlato del gatto.

La notte di San Giovanni – parte trentesima

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Deborah rientrò a Milano dalla tournée sudamericana, stanca e debilitata. Aveva deciso che avrebbe dormito ventiquattro ore per riprendersi. Senza mangiare né muovere un muscolo. Non disfò nemmeno il trolley. Si gettò sul letto, indossando un semplice baby doll. Si addormentò di colpo. Non sognò nulla e non sentì il telefono, che squillò più volte. Il sonno era pesante, come la fatica di aver sopportato un volo di quasi sedici ore, passando per Londra. Nemmeno una scossa di terremoto l’avrebbe svegliata.

Mentre Deborah dormiva, Miao, soddisfatto per il ritorno a casa, ne riprese possesso. Esaminò con cura ogni angolo alla ricerca delle sue tracce. Miagolò, soffiando indispettito, quando avvertì un odore differente sulla sua poltrona preferita. Qualcuno aveva osato infrangere il suo territorio. Poi si quietò, perché lo aveva riconosciuto: era quello di Alex.

Erano quasi le ventuno, quando il gatto decise di svegliare Deborah, visto che lei non ne aveva intenzione. Non poteva saltare il rito della candela. ‘Prr Prr Surf‘ fece il gatto, alitando sul viso della ragazza. Lei pareva non rispondere agli stimoli di Miao, che moltiplicò gli sforzi, finché non reagì, alzando a fatica le palpebre.

Che c’è?” disse stentando ad aprire completamente gli occhi. “É già mattina? Ma possiamo dormire ancora a lungo. Siamo a casa nostra. Non abbiamo impegni per oggi e per i prossimi giorni”.

Miaoouu” insistette, deciso a destarla.

Non ho voglia di svegliarmi!” protestò Deborah, tentando invano di mettere a fuoco chi stava stimolando il risveglio.

Miao si strofinò sul viso della ragazza, che lo riconobbe.

Che vuoi? Vuoi uscire? Hai fame?” borbottò con la voce impastata dal sonno e dalla stanchezza.

Miaoo”.

No? Allora voglio dormire” fece Deborah, tentando di mettere la testa sotto il cuscino. Avvertì le zampe di Miao, che lo raspavano con violenza.

Non hai pietà di me?” disse la ragazza, mettendosi eretta con gli occhi socchiusi.

Miaoo”.

Ho capito. Mi alzo. Mi alzo” ammise sconfitta Deborah, mettendo i piedi giù dal letto.

Con un balzo si mise davanti con la coda dritta come un fuso, come per dirle ‘Ciao, dormigliona! Non credi che sia giunto il momento di alzarti! Ti aspetta un compito!‘.

La ragazza si sfregò con violenza le palpebre per togliere quella pellicola che impediva loro di sollevarsi e che li teneva incollati per le ciglia. A tentoni cercò l’interruttore della luce. A piedi scalzi seguì il gatto. Distrattamente alzò gli occhi verso l’orologio della cucina e sobbalzò.

Accidenti! Grazie, Miao!” fece, inginocchiandosi per accarezzarlo. Di colpo aveva riacquistato lucidità e vigore. “Ero talmente stanca che stavo dimenticando l’impegno serale”.

Tutto era pronto come le sere precedenti. Ringraziò mentalmente Alex, che prima di sparire aveva predisposto tutto. Lui sapeva che Deborah sarebbe stata troppo debilitata dal viaggio e che non avrebbe avuto le forze per farlo in autonomia.

Mentalmente calcolò che aveva riposato non più di due ore da quando si era buttata sul letto. ‘Troppo poco per potermi riprendere’ si disse, scacciando i morsi della fame. Prima del ritorno a letto preparò una scodella di latte per Miao, perché lui era affamato e per nulla stanco.

Marco aveva provato più volte a chiamare Deborah senza risultati pratici. Voleva invitarla a mangiare nel ristorante all’ultimo piano della Rinascente di Piazza Duomo. Era parzialmente deluso ma sapeva che quelle sedici ore notturne erano micidiali. Lo ricordava bene il viaggio di ritorno. Scrollò il capo e si rassegnò. ‘La chiamerò domani. Sicuramente mi risponderà’ concluse, avviandosi all’uscita della redazione del giornale.

Sì, ci sono molti anni di differenza ma quella ragazza mi piace. Ha un non so che di misterioso che mi ha affascinato fin dalla prima volta che l’ho vista” si disse, infilandosi nella macchina con autista, che lo stava aspettando.

Quella sera di fine luglio era appena entrato nella sala attesa dei transiti a Francoforte, quando fu colpito da una ragazza di corporatura robusta ma tonica, tipica di una sportiva, abbandonata su una poltroncina come se fosse morta. Nessuno dei presenti apparentemente non l’avevano notata. Le passavano accanto, la sfioravano ma non gettavano uno sguardo su quella donna riversa e quasi immobile. Pareva che respirasse a fatica o in maniera impercettibile. Teneva le braccia in modo strano, come se avesse qualcosa da stringere o da proteggere. Tuttavia non c’era nulla sul suo grembo. Marco pensò che stesse dormendo, come spesso aveva visto fare in circostanze simili e si sedette su un’altra poltroncina. Stava aprendo la bozza della sua rivista per osservare come si presentava, quando con la coda dell’occhio si accorse che il petto si muoveva in maniera appena accennata. Si girò verso di lei per osservarla meglio. ‘Eppure non ha ancora cambiato posizione. Sempre lì, immobile. Che si sia sentita male?’ si disse, adocchiando un posto libero accanto alla ragazza. Era incerto se avvicinarsi oppure no. “Se riapre gli occhi e mi vede accanto a lei, cosa penserà? Che sia un vecchio sporcaccione? Se però in effetti avesse avuto un malore, cosa penserò di me? Che non ho fatto nulla e l’ho abbandonata al suo destino con indifferenza” rifletté, prima di prendere la decisione di sistemarsi vicino. Si alzò e si era appena seduto accanto a lei, quando la ragazza aprì un occhio con grande fatica. Marco notò il suo disappunto nel ritrovarsi uno sconosciuto vicino. Doveva rimanere neutro per non incorrere in quale reazione sproporzionata da parte sua.

Tutto sommato mi è andata bene. Non ha reagito in maniera isterica alla mia presenza. Anzi mi è sembrato che avesse gradito la mia persona” disse, mentre la macchina veniva inghiottita dal parcheggio sotterraneo del suo appartamento in zona San Siro.

Alex rimase sollevato, quando si ritrovò libero di muoversi senza vincoli. Mentalmente diede l’addio a Deborah, perché non aveva alcuna intenzione di tornare in quella grotta umida e buia.

Sajana si complimentò con lui per come aveva gestito il mese in casa della ragazza e gli disse che era libero di andare dove voleva.

Un’unica limitazione. Gira al largo da Deborah. Sei stato diffidato e ammonito. La prossima volta rischi di finire fuori dal nostro giro” fece la strega.

Messaggio ricevuto. Non ho alcuna intenzione di essere espulso” rispose Alex sorridente.

Deborah si svegliò a metà pomeriggio in un lago di sudore. La calura di Milano era micidiale e tutte le finestre chiuse di certo non aiutava a tenere fresca l’appartamento. Si ricordò che, entrando la sera precedente, non aveva aperto l’aria condizionata. Accese la luce e notò che Miao dormiva senza problemi in fondo al letto. Sorrise. ‘Senza di lui non so come avrei fatto a spostarmi dal Sud America a Milano’ si disse, alzandosi a fatica.

Avvertiva un certo languore. ‘Ci credo bene! Sono quasi ventiquattro ore che non mangio’ rifletté, rabbuiandosi immediatamente. Il frigo l’aveva lasciato vuoto alla sua partenza per Rio. Il freezer era stato svuotato per precauzione, ricordando il macello dell’anno precedente, quando era mancata la corrente ed era successo un macello. Tutto finito in malora e una puzza indescrivibile. Quindi avrebbe dovuto uscire per procurarsi qualcosa da mangiare. Questa prospettiva non l’entusiasmava per nulla. Guardò l’ora e scosse la testa. ‘É troppo presto per telefonare a Biopizza per pizza e birra’ si disse.

Si avviò per andare in sala. Accese l’aria condizionata e si spostò in cucina. Rimase stupita nel vedere il frigo ben rifornito. Eppure avrebbe dovuto accorgersene la sera precedente quando aveva preparato la scodella di latte per Miao. Tuttavia era troppo rintronata per capirlo. Sorrise e ringraziò Alex mentalmente. ‘Solo lui potrebbe essere stato così premuroso’ ragionò felice.

Sollevò gli occhi fino alla teca che era nello stesso posto dove l’aveva lasciata un mese prima. Non c’era un filo di polvere, mentre il teschio di cristallo pulsava quietamente. Notò anche il post-it con il suggerimento di cambiare serratura. ‘Perché?’ si chiese, non comprendendo il motivo di quell’avvertimento. Si ripromise che lunedì avrebbe provveduto al cambio, come suggeriva il messaggio. Aveva imparato a dare ascolto ai suggerimenti del teschio, anche quando questi consigli apparivano strampalati.

Si preparò un tramezzino con prosciutto crudo e insalata. Mise a tostare un paio di fette di pane nero. Si versò due dita di vino rosso. E mise a tacere lo stomaco.

Rifletté su come era cambiata la sua vita da quella fatidica sera di San Giovanni e si chiese perché la scelta era caduta su di lei. Non trovava una spiegazione razionale a tutti quegli avvenimenti. Troppi eventi inspiegabili, troppi personaggi, che parevano usciti da un romanzo di fantasy, apparivano e sfumavano in un caleidoscopio di immagini e circostanze, che si modificavano in continuazione a un semplice giro di lancette.

Era immersa in questi pensieri, quando sentì suonare il campanello di casa. Miao si materializzò all’istante, mentre Deborah si avvicinò al videocitofono.

Rimase di stucco nel vedere quella faccia.

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La settimana passò in fretta tra allenamenti e partitelle varie. Marco era sempre tra i piedi col fotografo a cogliere immagini e parole. Tutte si sentivano a disagio, perché dovevano porre attenzione nel parlare, come si muovevano. Insomma la tensione era palpabile e il coach furioso. Più di una volta cercò di far ragionare Alberto sull’inopportunità della presenza di quel giornalista tanto ingombrante, senza riuscire a farlo recedere dalla posizione presa.

Finalmente Marco prese il volo di ritorno e la serenità tornò tra le ragazze. L’unica dispiaciuta era Deborah, anche se non lo manifestava apertamente. Marco l’aveva colpita fin dal primo istante ma non osava mostrarlo palesemente. Aveva già qualche problema in squadra e non intendeva aggravarli. Miao rimaneva indifferente e l’aiutava solo a raggiungere Milano per il rito della candela alle ventuno. La ragazza avvertiva giorno dopo giorno la fatica e lo stress del gesto e il suo rendimento non era all’altezza delle aspettative.

Ti vedo strana” disse Anna una sera al termine di una partita. Deborah era rimasta praticamente in panchina, dopo che era stata inserita nel quintetto iniziale per pochi minuti senza combinare nulla di buono.

Mi sento stanca” ammise la ragazza, cercando di dissimulare la grande debilitazione fisica, che ne condizionava il rendimento.

Qualcosa che non va?”

No. Però da quando siamo partite, non sono riuscita a recuperare nel fisico una condizione accettabile. Pare che il mio orologio biologico voglia rifiutare i nuovi orari”.

Però ho visto il coach alquanto irritato per questo”.

Lo so ma non riesco a rendere più di così”.

Lo sai che rischi grosso?” disse Anna, terminando di vestirsi. Non voleva spaventarla con certe voci captate di straforo tra il coach e il general manger. La volevano mettere sul mercato e prendere un’ala piccola più prestante. Tuttavia nicchiavano, perché di italiane libere migliori di Deborah non ce ne erano. Lei poteva giocare indifferentemente in posto 2 come guardia tiratrice o come playmaker. Erano dell’idea che fosse folle rinunciare a una delle due pivot americane per far posto a una straniera con le sue medesime caratteristiche.

Deborah fece spallucce. Era conscia che il momento era delicato ma quel volo a Milano la stava prosciugando. Non era in grado di recuperare fisicamente tra i duri allenamenti, le partite e il rito della candela. Rimaneva nel bilocale solo il tempo strettamente necessario all’accensione per non sprecare troppe energie. Tuttavia faceva sempre più fatica a riprendersi e il rendimento sportivo calava giorno dopo giorno.

Un fatto le rimaneva strano. Dopo molte volte che era volata nella sua casa non aveva mai intravisto Alex né ne aveva percepito la presenza. ‘Di certo c’è, perché altrimenti non avrei trovato tutto pronto. Fiammiferi compresi. Mi domando perché non l’ho mai incontrato?’ si domandò un paio di giorni prima di prendere il volo di ritorno. Non era questo tuttavia un mistero che l’appassionava più di tanto e accantonò ogni pensiero su questo punto.

Dopo l’ultima amichevole la squadra tornò a Milano per godere due settimane di riposo. Un ‘rompete le righe’ salutare per affrontare gli impegni che tra qualche settimana le avrebbero tenute in tensione per otto mesi. Il dieci settembre si sarebbero ritrovate tutte in palestra per preparare la prima partita di campionato, prevista per i primi di ottobre.

Alex era dispiaciuto al pensiero che domani Deborah sarebbe tornata definitivamente a Milano e che lui avrebbe dovuto traslocare. Si chiedeva dove sarebbe finito. ‘Nella grotta oppure sarò perdonato e potrò tornare libero?’ Questa era l’ultima sera che avrebbe dormito lì. Passò in rassegna i vari locali per eliminare le tracce della sua permanenza. Sistemò i libri che aveva preso esattamente dove erano collocati prima del suo arrivo. Preparò un biglietto, anonimo, col suggerimento di modificare la serratura e la porta blindata.

Per Deborah. Ti suggerisco di cambiare la serratura con una più moderna a prova di ladro. Questa si apre senza nessuna difficoltà. Controlla la solidità della porta blindata, che non pare adeguata al ruolo che deve svolgere.

Mise per l’ultima volta un cero rosso sul candelabro e aspettò con impazienza l’arrivo della ragazza.

La relazione fra Simone e Gaia stentava a decollare. Adesso lei lo trovava inadeguato al suo schema mentale. Nemmeno la settimana trascorsa a S. Moritz a cavallo di ferragosto era riuscita a ricreare lo spirito del mese di giugno. Gli oltre dieci anni di differenza adesso si facevano sentire ma non trovava il pretesto per chiudere. Non aveva trovato un valido sostituto e per questo si accontentava per non rimanere sola.

Simone avvertiva il clima di freddezza che gli usava Gaia. Aveva compreso che qualcosa si era inceppato nel meccanismo in quella notte di San Giovanni. Stentava ancora a credere, quanto lei aveva affermato. Gli sembrava inspiegabile che Deborah avesse potuto essere in contemporanea in due posti lontani centinaia di chilometri.. Nonostante tutti i suoi tentativi percepiva che la crepa anziché chiudersi si allargava.

Marco era tornato a Milano con un bel po’ di materiale fotografico e informativo. Avrebbe potuto scrivere un bel articolo di gossip, descrivendo rivalità e gelosie negli spogliatoi di una squadra femminile. Tuttavia era frenato dal pensiero verso Deborah, che l’aveva colpito per il suo modo di porgersi, sempre pronta a sorridere anche di fronte a un disastro. Lei non aveva una bellezza prorompente, un fisico da pin-up come molte altre sportive da prime pagine ma dal punto di vista fotografico rendeva molto bene e non sfigurava di certo con loro. Trasmetteva nelle immagini un senso di pulizia, che si trasformava in feeling quasi all’istante. Quindi decise un cambio di rotta drastico. Anziché il solito pezzo gossiparo avrebbe costruito l’articolo serio intorno alla figura di questa ragazza, che appariva semplice nella vita privata e brava come giocatrice di pallacanestro. Al suo ritorno aveva parlato con diverse persone dell’ambiente cestistico, tecnici e giornalisti sportivi. Non sentì nessuna voce difforme, perché concordavano che, se avesse confermato i progressi dell’ultimo campionato, sarebbe stata un valore aggiunto per qualsiasi squadra. Vista la giovane età, le persone consultate la consideravano una talentuosa e promettente guardia tiratrice con un futuro luminoso. La naturalezza dei movimenti e la mano morbida la rendevano pericolosa dall’arco dei tre punti. Tutti giuravano che sarebbe finita di certo nel giro della nazionale maggiore. Marco aveva pure indagato sulla sua vita privata senza scoprire scheletri imbarazzanti nell’armadio. Frequentava l’università con buon profitto. Aveva avuto fino a giugno un ragazzo, anche lui giocatore di basket, che però non aveva mantenuto le promesse giovanili, finendo nell’anonimato. La differenza stava nell’impegno sportivo. Lui un po’ farfallone, pronto a inseguire qualsiasi ragazza. Lei per contro conduceva una sana vita da atleta. Adesso lui stava con un’ex giocatrice di pallavolo, molto più vecchia. Lei invece dopo la rottura era rimasta single. Marco concluse che l’articolo su Deborah sarebbe stato un bel colpo tra le molte notizie di livello scadente delle quali era zeppo il suo settimanale. Con la prima di campionato avrebbe pubblicato il pezzo con tanto di copertina dedicata alla ragazza. Era sicuro che il suo intuito non l’avrebbe tradito.

La notte di San Giovanni – parte ventottesima

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basket fimminileMancavano pochi minuti alle sedici, quando Deborah abbandonò il gruppo per salire in camera. Doveva concentrarsi ma si sentiva stanca. Lo sforzo della sera precedente non era stato smaltito completamente, anzi si faceva sentire ancora di più dopo il lungo viaggio e per il necessario adattamento del fisico al nuovo fuso orario.

Miao si strofinò con vigore sulle sue gambe e poi si fiondò sul letto, come per indicarle cosa dovesse fare.

“Dici che mi dovrei sdraiare qui?” domandò Deborah con lo sguardo interrogativo.

Miaouuoo” le rispose il gatto.

“Ho capito. Ora lo faccio”. E si mise supina sul letto.

“Però mi sento stanca, come se fossi stata svuotata dentro” fece Deborah, provando a rilassarsi. Il cuore batteva forte e un forte cerchio oppressivo le fasciava la testa.

Chiuse gli occhi. Si concentrò ma desistette. Raddoppiò l’intensità di uscire dal proprio corpo e volare a Milano per il rito della candela.

“Non posso mancare alla promessa!” si disse, mentre crollava esausta sul cuscino.

Alex aveva aperto il frigo e prese un pacchetto. Doveva contenere del prosciutto di Parma. Non l’aveva acquistato ma sapeva che c’era. Tolse un set all’americana dal cassetto della cucina e lo dispose sul tavolo con l’affettato, acqua, vino e pane. Mangiò di buon appetito, anche se rimpiangeva le piadine di Romagna. Guardò l’ora. Doveva sbrigarsi per non farsi cogliere da Deborah, mentre era ancora a tavola. In un batter d’occhio rassettò la cucina, mise sul candelabro la consueta candela rossa e si mimetizzò in un angolo. Le ventuno stavano scoccando.

Simone era riuscito alla fine a sbloccare Gaia dalle sue posizioni di chiusura e di rifiuto. Dopo quasi un mese di inutili tentativi ce l’aveva fatta: l’aveva convinta a uscire. La meta era un club privato ed esclusivo nel centro di Milano.

“Finalmente insieme! Non sai quanto mi sei mancata” disse il ragazzo, enfatizzando le parole.

Gaia lo guardò scura in volto e poi proruppe in un’allegra risata.

“Non dire sciocchezze, Saimon! Non credo di esserti mancata più di tanto. Se fosse come dici, saresti stato più assiduo nel cercarmi” fece la ragazza, mettendo un dito sulle sue labbra. “Parliamo d’altro. É meglio”.

La ragazza aveva letto proprio stamattina su La Gazzetta dello Sport che il club della EX, si rifiutava di chiamarla per nome, era partito la sera precedente da Malpensa diretto a Rio per una tournée sudamericana, che sarebbe durata un mese. Questa informazione l’aveva messa di buon umore e l’aveva indotta a rispondere alla chiamata di Simone. Il pensiero di vedersela piombare all’improvviso, come l’ultima volta, l’atterriva. Sospettava che fosse una strega, capace di materializzarsi quando lei non se lo aspettava. E poi quel gattaccio nero, che dicono porti sfiga, nella sua camera da letto! Le mancava solo la classica scopa e poi il quadro era completo. Si sentiva più rilassata, sapendola lontana, quando entrarono nel club privato per mangiare e per ascoltare il piano bar in completo relax.

Deborah si sarebbe messa a piangere, perché comprendeva che questa sera, come le prossime, non sarebbe riuscita a trasferirsi a Milano nel suo bilocale.

Sajana le aveva detto che Alex, per punizione, sarebbe stato costretto a vivere per tutta la trasferta sudamericana nel suo appartamento. Tuttavia ieri sera non l’aveva visto né aveva percepito la sua presenza. Cercava di rallentare i battiti cardiaci per affrontare l’ennesima prova di uscire dal corpo e trasferirsi altrove. Si domandò, se Simone avesse fatto la pace con quella donna, che aveva intravvisto la notte di San Giovanni. Tutti questi pensieri non funzionavano questa volta per volare a Milano. Lei continuava a rimanere distesa sul letto. Guardò la sveglia digitale sul comodino e fu colta dal panico. Mancavano pochi minuti all’appuntamento delle ventuno, mentre lei era sempre lì, a Rio, e non là, a Milano. Avvertì sul petto il morbido pelo di Miao e lo abbracciò.

“Concentrati” si disse e sentì fluttuare il suo corpo.

Sull’orologio della sua cucina scoccavano le ventuno e lei, leggera con Miao stretto al petto, si avvicinò al quel candelabro sghembo, dove troneggiava una candela rossa. Prese la scatola e accese un fiammifero. Una fiammella guizzò dinnanzi a lei.

Si guardò intorno. Eppure qualcuno doveva aver provveduto a mettere una candela nuova al posto di quella consumata la sera precedente. Ricordava che ne aveva scelto una argentata. Eppure l’appartamento appariva silenzioso e vuoto. Non si avvertiva la presenza di qualcuno. Si chiese dove fosse nascosto Alex, visto che lo doveva custodire. Non poteva indugiare di più: il tempo stava per scadere e ritornò nella stanza dell’hotel a Rio.

Alex rideva sotto i baffi. ‘Mi sono mimetizzato bene’ si disse, riprendendo l’aspetto abituale. Si era trasformato in fiore di iperico, del tutto improbabile sia come momento di fioritura che come collocazione. Tuttavia Deborah era rimasta ingannata. Adesso poteva tornarsene in sala a leggere qualcosa.

“La biblioteca di Deborah è ben fornita. Un bel mix di grandi autori e altri semi sconosciuti” fece prelevando un libro dallo scaffale.

“Chi sarà mai questa Alessandra Bianchi? Eppure qualcosa mi dice che sarà interessante la lettura”. Cominciò a sfogliare Alex Alliston.

Gaia avvertì un brivido correrle lungo la schiena. Il pranzo era stato ottimo e l’atmosfera era rilassata e allegra. Eppure aveva avvertito qualcosa di strano. ‘Non sarà mica ancora quella strega che ha deciso di farmi andare di traverso la cena?’ si disse, stringendo la mano di Simone.

Il ragazzo la guardò sorpreso.

“Qualcosa che non va?” chiese premuroso.

“No. La cena era veramente eccellente ma ho avuto una sensazione strana. Un attimo. Ma è stata chiara e netta” disse Gaia, cercando il conforto del ragazzo.

“Non mi dirai che..” aggiunse, aggrottando la fronte.

“Dici la tua ex?”

“Sì, proprio lei”.

“No. Non ho avuto visioni. Ho percepito un’ombra che mi scivolava di fianco” fece Gaia, sottolineando col tono della voce il suo disagio.

“Ancora un fantasma!” esclamò Simone, cercando di dissimulare la tensione. L’ombra di Deborah pareva incombere nuovamente su di loro in maniera spettrale e angosciante.

“Non so, se era un fantasma o un banale spiffero. Quello, che so per certo, è che ho avvertito lo sfioramento di qualcosa di etereo” disse Gaia.

“Cambiamo posto. Spostiamoci più verso il centro. Forse siamo troppo vicini a una bocchetta dell’aria condizionata” fece Simone per chiudere la vicenda senza creare troppe perplessità.

Dopo essersi spostati, Gaia pensò che c’era troppo stress dentro di lei. Questa le faceva percepire delle sensazioni false. Nonostante questi pensieri distensivi rimase in tensione, finché non rincasarono.

Deborah si ritrovò esattamente dove aveva lasciato il suo corpo. Stringeva ancora Miao al petto e respirava con affanno. Doveva calmarsi prima di scendere nella hall per unirsi alle compagne e poi trasferirsi nel palazzetto per la partita allenamento. Tuttavia la respirazione non aveva nessuna intenzione di tornare alla normalità, come il battito cardiaco, che era fuori controllo. Lo stress era stato quasi insopportabile.

Aveva gli occhi chiusi col respiro ancora ansimante, quando sentì bussare alla porta.

“Deb, tutto bene? Mi apri la porta?” chiese Anna.

“Sì. Mi alzo e ti apro” disse Deborah, faticando a mettersi eretta.

La compagna l’osservò e non disse nulla. ‘Beh’, pensò, ‘non mi pare proprio’. Si avvicinò e notò il viso grigiastro di Deborah.

“Sei sicura di sentirti bene?” tornò a chiedere Anna.

“Sì”.

“Ma ti sei vista allo specchio?”

“No. Ma non mi sono ancora ripresa dal cambio di fuso orario” specificò Deborah.

“Vuoi che dica al coach che non ti senti bene e resti in camera?” fece Anna, aiutandola a sedersi su una poltroncina.

“No! Una rinfrescata al viso e un tè mi rigenereranno perfettamente” assicurò Deborah.

“Se lo dici tu” replicò la compagna in tono dubbioso.

“Se mi aspetti, tempo un minuto e sono pronta”.

“Ah! Mi stavo scordando. Nella hall ci aspetta anche quell’uomo.. sai quel giornalista..”.

“Marco?” esclamò stupita Deborah.

“Sì, credo che sia proprio lui”.

“Che vuole?”

“Ha chiesto e ottenuto di seguirci in questa settimana a Rio. Dice che vuol ricavare del materiale per un prossimo articolo ‘Al seguito di una squadra di basket femminile. Voci e riflessioni durante una tournée‘. Più o meno questo il titolo. Visto il genere di settimanale, c’è da aspettarsi di tutto” concluse Anna, scuotendo il capo.

“E il coach cosa dice?” domandò Deborah, mentre si umettava il viso.

“Ha storto il naso e stava per dire di no, quando Alberto, il general manager, ha detto un sì pieno di entusiasmo. Afferma che il main sponsor sarà contento della pubblicità gratuita su una rivista che tira cinque milioni di copie”. Anna fece una smorfia di disgusto, quando finì di parlare.

“Bene, sono pronta. Possiamo scendere” disse Deborah, che pareva essersi ripresa.

Aveva appena messo piede nella hall, quando un flash l’accecò.

“Finalmente sei arrivata!” disse Marco, andandole incontro.

Sul viso di Deborah si stampò un sorriso stirato, accettando la mano dell’uomo.

Il coach guardò l’orologio e fece una faccia che non prometteva nulla di buono. Si avviò senza profferire verbo verso l’uscita, dove un pulmino stazionava in attesa della squadra e degli accompagnatori.

La notte di San Giovanni – parte ventisettesima

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Anna sedeva al suo fianco. Ormai facevano coppia fissa in tutte le trasferte. Sia nelle camere d’albergo sia sui mezzi di trasporto. Questo avveniva da un anno, da quando era stata ingaggiata dal club di Deborah. Più alta di lei, atleticamente più robusta, era una dei pivot della squadra. Prendeva botte e le restituiva, sgomitando sotto le plance. Aveva un minutaggio inferiore al suo, perché aveva davanti due americane, che parevano un armadio quattro stagioni tanto erano grosse. Loro, quando si piantavano nell’area piccola, erano difficili da svellere e facevano notare la loro presenza. Tuttavia nei momenti, in cui Anna era in campo, si metteva in evidenza per la mano morbida e la fisicità del suo corpo. Più di una volta era apparsa al termine della gara la terza americana della squadra per i punti segnati e i rimbalzi catturati.

Quando a inizio della stagione precedente erano state formate le coppie per le trasferte, erano le uniche due prive di compagne storiche. Inizialmente c’era stata un po’ di diffidenza da entrambe le parti ma ben presto avevano trovato la sintonia sia in campo che fuori. Deborah l’aveva aiutata a inserirsi nella squadra, che conosceva da un paio d’anni, e nel tessuto sociale di Milano, coinvolgendola in diverse feste. Vista la statura non era stato facile trovare dei partner maschili alla sua altezza, perché tutti apparivano intimoriti dalla sua stazza. Tuttavia l’esuberanza giovanile, aveva l’età di Deborah, e la parlantina sciolta avevano facilitato i contatti sociali e ben presto ebbe una folta cerchia di amicizie e nessun compagno stabile.

Deborah l’osservò con attenzione e un pizzico di affetto, prima di chiudere gli occhi. Voleva essere riposata all’arrivo, a Rio. Là sarebbe stato ancora buio per via delle cinque ore di differenza nel fuso orario, mentre il suo orologio biologico avrebbe segnato mattina inoltrata. Il quieto brusio dei motori e la stanchezza accumulata prima del decollo da Francoforte cullarono il suo sonno. Sognò in bianco e nero come le vecchie pellicole di film.

Si trovava in posto che era un mix, neppure troppo interessante, tra la sua città natale e Milano. Non era sola. Era con Marco, l’uomo col quale aveva scambiato qualche battuta prima di imbarcarsi. Camminavano uno a fianco dell’altro in silenzio. Non c’era traffico nelle strade. Pochi passanti e tutti frettolosi. Tuttavia percepiva un senso di benessere e di sicurezza. Udì la voce di Anna che la chiamava. Si girò e non la vide. Eppure quel ‘Deb‘ era netto e chiaro. Non la vedeva. Si fermò per osservare meglio ma non notò nulla. Adesso era sola. Anche Marco si era dissolto. Cercò con lo sguardo Miao ma anche lui si era volatizzato. Un senso di panico gli attanagliò la gola. Tutto gli appariva ostile. L’ansia stava crescendo.

“Deb” e un leggero strattone la distolse dal sogno. Aprì gli occhi e vide la compagna che la guardava. Percepì il lento ronfare di Miao, che stava comodo sulle sue gambe.

“Deb, tra non molto atterriamo. Dormivi profondamente” si scusò Anna.

Deborah sbadigliò e si alzò, facendo un po’ di stretching per sciogliere la muscolatura intorpidita. Miao aprì un occhio infastidito, sistemandosi sotto il sedile.

“Hai fatto bene. Questo viaggio fin dalla partenza l’ho trovato stressante” rispose la ragazza, che si guardò intorno alla ricerca di Marco. Non lo notò e pensò che fosse in Business Class oppure le avesse fatto uno scherzo dicendole che era diretto a Rio anche lui. Ebbe un moto di delusione, anche se non ne capiva il senso.

Simone, il giorno dopo la partenza di Deborah, si recò al suo bilocale ma ignorava la sua assenza. Suonò e attese di ascoltare la sua voce. Ebbe un sussulto.

“Che volete?” disse una voce maschile dal citofono.

Rimase in silenzio, incapace di reagire. Non si aspettava nulla di tutto questo, al massimo non udire nulla.

“Cerco la signorina Marchini. Debbie” fece Simone incerto nel tono.

“Non c’è” replicò secco.

“Ma la signorina Marchini..” provò ad azzardare timidamente il ragazzo.

“La signorina Marchini non è in casa”.

Simone sentì un clic di chiusura del citofono, mentre si spegneva la luce del video. Percepì una sensazione di disorientamento. Non udiva la sua voce da quando era partita in giugno per Cattolica. Non capiva come potesse esserci un uomo nel suo appartamento. ‘Si è forse consolata in fretta?’ si chiese, mentre componeva il suo numero su Iphone.

Il cliente da lei cercato al momento non è disponibile. Riprovate più tardi” udì l’asettica voce registrata.

“Cazzo! Il telefono chiuso. In casa c’è un uomo! E Gaia mi ha mandato a vaffanculo. Che situazione di merda sto vivendo!” esclamò irato, mentre si dirigeva verso piazza Duomo.

Alex fischiettava allegro. Con cura certosina rimetteva nei cassetti il contenuto versato nel centro della stanza da letto dal ladro e sistemava l’appartamento di Deborah dopo la sua incursione.

“Se non si fosse intestardito nel portare via la teca con teschio, forse ce l’avrebbe fatta a ripulire la casa” disse Alex, dopo aver collocato l’ultimo oggetto al suo posto.

Controllò meticolosamente che tutto fosse tornato come prima. Osservò la porta d’ingresso senza notare segni di effrazione. ‘Quando torna Deborah, le consiglierò di cambiare serratura. Questa è talmente debole, che basta una chiave bulgara per aprirla’ si disse, mentre andava in sala.

Si domandò, se per caso quel ragazzotto robusto, intravvisto nel videocitofono, fosse venuto a controllare l’abitazione, pensando che fosse rimasta senza custodia.

“Uhm! Forse no. Solo un conoscente familiare avrebbe usato quel nomignolo affettuoso, Debbie. Forse il suo ragazzo.. no, non avrebbe potuto ignorare che è in viaggio verso il Sud America. Boh! Non so chi fosse ma comunque se ne è andato” fece, sistemandosi sul divano con un libro prelevato da uno scaffale della libreria.

Atterrato in perfetto orario, Deborah e le compagne si trovarono nella sala degli arrivi internazionali per sbrigare le formalità di ingresso nel paese. Si girò nervosamente verso destra e lo vide spiccare per la sua altezza in un altro varco di uscita. Ebbe un tuffo al cuore, che cominciò a martellare con furia ma doveva muoversi per non intralciare la fila e lo perse nuovamente di vista.

Dopo essersi sistemate nella camera a loro assegnata nell’hotel, Anna e Deborah scesero nella sala delle colazioni. Sapevano che era presto ma avevano fame. Il salone era vuoto. C’era solo l’imbarazzo della scelta del tavolo. Dopo poco il silenzio fu rotto dal gaio vociare delle compagne. Poi spuntò anche lui, che si diresse verso il tavolo delle due ragazze.

“Posso?” domandò cortese ma deciso a sedersi con loro.

Anna rimase a bocca aperta, domandandosi chi fosse, perché per lei era un perfetto sconosciuto e di tavoli vuoti ce ne erano in abbondanza.

“Certo” fece Deborah visibilmente contenta.

“Questa è Anna, la mia compagna di stanza” disse la ragazza, rivolgendosi all’uomo. “Lui è il signor…”.

“Marco Designori. Piacere” rispose allungando la mano in direzione di Anna, che la strinse senza dire nulla.

“Stesso aereo, stesso hotel! Che piacevole coincidenza!” esclamò l’uomo. “In viaggio di piacere?”

Anna guardò con fare interrogativo Deborah, come per dire ‘ma chi è questo soggetto?‘.

“No. Ma lei, cosa fa?” chiese Deborah.

“Sono un giornalista. Sono venuto per un servizio sulle ragazze di Ipanema, quando qui è inverno” rispose sorridente. “Due belle ragazze come voi mi potrebbero accompagnare in giro per Rio, mentre preparo le interviste. Potreste fingere di essere quelle ragazze e farvi fotografare. Fareste un figurone!”

“Peccato. Ma sarà difficile. Tra poche ore seduta atletica. Poi gara amichevole di allenamento in preparazione del torneo a quattro di fine settimana” disse Deborah.

“Giocatrici?”

“Sì. Di basket”.

L’uomo sorrise. Vista la stazza era facile indovinare cosa facessero. Aveva preferito che lo dicessero loro.

“Se per caso trovate il tempo per distrarvi un po’, questo è il mio numero di telefono. Grazie per l’ospitalità ma ora devo scappare. Il fotografo brasiliano mi sta aspettando per preparare il servizio” disse Marco, allungando un cartoncino colorato.

Anna lo prese e lesse ‘Marco Designori – Direttore responsabile – Gossip Girl – tel..‘. Rise.

“Perché?” chiese Deborah stupita.

“É il direttore di quel giornalaccio che fa gossip di bassa lega pur di vendere qualche copia. Una specie di Signorini ma in peggio!” rispose Anna. “Però è un bel maschio! Come fai a conoscerlo? Sei finita nel suo tritacarne?”

Deborah scoppiò a ridere. Mai e poi mai avrebbe supposto che quell’uomo, che sembrava così premuroso e gentile, fosse invece di tutt’altra pasta.

“No! Sembra ridicolo e divertente ma prima di qualche ora fa ignoravo che lui esistesse insieme al suo giornale. Ero nella sala d’attesa di Francoforte, quando mi ha vista con gli occhi chiusi. Ha pensato che stessi male. Abbiamo scambiato due parole. Poi è sparito fino a pochi minuti fa” esclamò Deborah.

La ragazza si alzò, dopo aver messo il biglietto da visita in una tasca della felpa.

“Andiamo a prepararci. Se facciamo tardi, il coach ci farà fare cento flessioni per punizione” fece Deborah, avviandosi verso l’ascensore, seguita da Anna.

Non sapeva il perché ma Deborah intuiva che quello fosse il fantomatico giornalista della cronaca rosa della notte di San Giovanni. Miao aveva bevuto la sua tazza di latte calda del tutto indifferente alla presenza dell’uomo e alle chiacchiere delle due ragazze. Sbadigliò annoiato e si infilò rapidamente nella cabina. Non c’era nulla che potesse destare la sua attenzione.