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Un mini racconto extra

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Per pasqua Scrivere creativo ha proposto un nuovo racconto extra con pochi indizi e una foto

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Nessun limite alla nostra loquacità.

Ecco cosa ho pensato.

Oggi è Pasqua ma c’è poco da stare allegri. Per me è un giorno qualsiasi, esattamente come ieri, l’altro ieri e i giorni prima. Che c’è da festeggiare? Nulla. Se ripenso a un anno fa, forse qualcosa ci sarebbe. È stata l’ultima Pasqua trascorsa in famiglia ma poi sono diventato l’uomo col capello di paglia. Quello che sta all’angolo della strada a elemosinare un nichelino per comprare un pane e un po’ di vino. Lo so che fa rima ma cosa posso farci? Mi è venuto il pensiero così. Metto sempre il capello di paglia appoggiato sul marciapiede con la speranza che qualche anima buona ci metta dentro qualche centesimo.

Tengo gli occhi bassi. Non mi va di pretendere pietà per la mia condizione di barbone. Ho una certa dignità nel chiedere qualche soldo alla gente che passa, che a malapena mi degna di uno sguardo di disapprovazione, perché non sono vecchio e potrei lavorare. Ma come posso se ho perduto tutto. Famiglia, casa, auto e lavoro? Chi prende un fallito?

Accidenti! Un pezzo di carta vola nel capello di paglia. Ma è un Benjamin Franklin! Azz! Cento dollari! Alzo lo sguardo per ringraziare e cosa vedo…

 

Cosa vede l’uomo? Non lo so. Lo lascio alla vostra immaginazione

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La Bestia, il Principe Azzurro e il Principe – Le fiabe mai raccontate

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foto di Veronica

foto di Veronica

La locanda “Alla Strega Violina” stava nel centro del paese. Era l’unico posto dove gli uomini di Pizzi si trovavano per giocare a carte, a bere vino e vedere la televisione satellitare. Era un edificio quadrato con la base in muratura e il resto in legno in mezzo a una corte dove il fico faceva buona guardia con la sua maestosa chioma. Lo chiamavano ‘rubacuori’, perché nessuno resisteva a staccare dai rami un fico. Nero, piccolo e dolcissimo.

L’oste era un tale Franceschiello, un compare che aveva imparato l’arte onorata dal brigante Sparasassi. Furbo e accorto aveva fregato un po’ tutti nella regione di Fiabilanda, facendo i soldi a spese dei gonzi, che si ritenevano più scaltri di lui. Con questi denari si era comprato un bel pezzo di terreno, dove al centro aveva costruito la locanda.

Al piano terra stavano due grandi sale più i servizi. Al primo piano le camere per gli ospiti di passaggio per Pizzi, diretti al Castello della Fantasia, un posto fantastico, dove si era ammessi solo se l’immaginazione superava la realtà. In tanti ci provavano, in pochi ce la facevano. Tuttavia il flusso dei viandanti era cospicuo, facendo le fortune di Franceschiello, che ancora una volta aveva dimostrato di avere buon fiuto per gli affari. Insomma aveva sempre tutte le camere affittate. Chi non trovava posto si adattava a dormire per terra nella rimessa degli Ippogrifi per quattro soldi di cacio. Insomma faceva soldi che accumulava nell’unica banca di Fiabilanda, la ‘Banca di Pollicino’, che chiamavano familiarmente ‘Polli’, come quelli da spennare.

Nella prima sala al pianoterra c’erano i tavoli dove a mezzogiorno e alle venti si mangiava, mentre nel restante tempo servivano per fare oziare gli uomini di Pizzi. Nella seconda sala, aperta dalle venti fino alla mattina, c’era il grande schermo in 16k UHD, dove si vedeva la televisione di stato, GF TV, l’unica che trasmetteva nella regione in regime di monopolio. Altre possibilità non ce ne erano. O così o pomì. La programmazione? Rigorosamente film e programmi sereni, che finivano come nelle fiabe della migliore tradizione. ‘E tutti vissero felici e contenti’. Solo alla domenica c’era un diversivo. Si poteva osservare Valentino Rossi e Lewis Hamilton che correvano a trecento chilometri all’ora come pazzi spericolati, tra capitomboli impressionanti e sportellate da capogiro. Nessun altro sport era permesso. In particolare era bandito il calcio, perché creava tumulti e litigi. E poi gli ultras invece di amarsi se le suonavano di santa ragione. Dunque abolito per legge e punito. Chi osava infrangere il divieto era costretto per punizione a vedersi per dodici mesi senza interruzione di sorta Pollyanna oppure Love Story a scelta. Tutti i giorni per dodici ore filate. Chi era stato colto a barare, dopo l’espiazione della pena, era talmente rintronato che baciava persino le chiappe del primo ministro Medici, notoriamente sporche. Insomma un lavaggio del cervello dagli effetti irreversibili. Lupo Ezechiele fu il primo a essere colto in flagranza di reato. Adesso serviva messa e accompagnava Cappuccetto Rosso dalla nonna nel bosco. Dopo i primi sprovveduti, gli altri hanno preso a rigare dritti.

Era la sera di San Martino, l’undici novembre di un anno che non finiva mai. Nella sala dei tavolini in un angolo stavano la Bestia, il Principe Azzurro e il Principe, quello senza attributi o colori variopinti, il consorte della Sirenetta. C’erano solo loro, gli altri erano nella sala della TV a guardare il solito programma scemo di Scotti Unavolta, che col suo faccione bonario presentava ‘Caduti in piedi’. Un programma talmente mieloso, che la Principessa sul pisello cadeva addormentata sulla sedia. Il suo respiro ronfante era la sinfonia di sottofondo al programma. Gli altri? Si sentivano solo le grasse risate dei pizzini. Non sono quella della mafia ma così si chiamano gli abitanti di Pizzi.

Dunque il trio era nel tavolino d’angolo a giocare coi dadi. La Bestia, sfortunato in amore, si rifaceva a spese dei due principi, che invece erano fortunati con le donne. Tutte le femmine dai dieci anni in sù li sognavano e sbavavano al pensiero che arrivassero con la cabrio decapottabile rigorosamente bianca e prenderle e portarle nel loro castello. La Bestia invece no. Nessuna lo voleva per le mani. Solo la Bella resisteva alla sua presenza.

Ma non indugiamo su questi dettagli marginali, che annoiano e appesantiscono la narrazione.

La Besta beveva il solito immarcescibile succo di Bruttezza, un liquido giallognolo, colore del piscio, e tirava i dadi.

“Dodici” annunciò la Bestia con voce afona e lo sguardo vuoto.

Sul tavolo due bei sei erano le facce visibili dei dadi.

“Hai un culo della malore!” sbottò il Principe Azzurro, gettando le sue fiche verso al Bestia. Aveva la faccia schifata. ‘Mai vista una fortuna così’ pensò, osservando il vuoto delle fiche. Doveva pensare a come giustificare a Prezzemolina che aveva perso l’intero stipendio della novena.

“Sarai cornuto stasera!” rincarò la dose il Principe, quello semplice. Notando che davanti a lui c’erano due fiche. Immaginava cosa avrebbe detto stasera la Sirenetta.

La Bestia rise, raccogliendo le fiche, che i due perdenti gli avevano lanciato. Aveva una montagna di fiche, che impilò per colore e dimensioni. ‘Posso regalare alla Bella due vestiti nuovi, un monile di giada antico’ si disse, ridendo sotto i baffi. ‘Poi ne avanza per andare a trovare nel bosco la figlia del Sultano’. Si deve sapere che lei doveva sbarcare il lunario dopo che era stata cacciata di casa col marito dallo suocero.

“Ci ha provato una volta col principe dell’oriente” ridacchiò la Bestia, mostrando le otturazioni scadenti dei suoi denti. “Ma ha preso un fracasso di legnate!”

“Solito maschilista” rimbeccò il Principe Azzurro, mentre agitava i dadi nel bussolotto di pelle umana.

“Ah! Ah!” rise a bocca larga la Bestia. “Prezzemolina ha un palco in testa che fa invidia al Cervo Maestoso del bosco di Fiabilanda”.

Il Principe Azzurro smise di agitare il bussolotto e guardò di sbieco la Bestia. Guai a toccargli la sua Prezzemolina. “Beh!” pensò il Principe Azzurro, che inghiottì la saliva, facendo ballonzolare il pomo di Adamo. “Biancaneve è stato un bel bocconcino. A letto è stata super. Altroché quell’insipida della Prez, che ogni sera ha una scusa buona per mettersi a dormire. Il mio omonimo, il marito di Bianca, è una frana a letto, secondo lei. Ma vale a capire queste donne”.

“Cosa vorresti insinuare?” affermò con forza il Principe Azzurro.

“Nulla, nulla” si affrettò a dire la Bestia, conosceva quanto fosse irritabile il Principe Azzurro. “Pollicino va a raccontare in giro che ha visto la cabrio decappottabile bianca parcheggiata davanti alla casa dei sette nani”.

Il Principe, quello semplice, impalmato con la Sirenetta, scoppiò in una lunga risata. “Touchè!” fece lui, volgendosi verso il principe Azzurro visibilmente contrariato per queste chiacchiere, tipiche di Alfonso Signorotti.

“Dai! Muovi le mani e tira i dadi” disse la Bestia, che tracannava un boccale di birra rossa, sporcando con la schiuma la barba ormai bianca.

Il Principe Azzurro sentì alle sue spalle un fracasso indiavolato di tavoli e sedie sbattute a terra. Si girò, bianco cadaverico in viso. ‘Se fosse Prez…’ pensò, mosse gli occhi lentamente verso quel rumore. ‘Starei fresco. Una bastonata non me la scanso di certo’

Vide arrivare come una Furia la Bella, che prese la Bestia per un orecchio, tirandolo su di forza dalla sedia.

“A casa, sfaticato!” berciò nervosa e irata la Bella. “Devi lucidare i pavimenti, lavare i vetri e fare il bucato! E te ne stai con questi altri due fannulloni a giocarti i soldi del mutuo del palazzo!”

La Bestia fece una smorfia di dolore. La tirata di orecchie era troppo violenta. Cercò di arraffare le fiche dal tavolo, che caddero rumorosamente a terra.

“Lasciale lì!” gli intimò la Bella, trascinandolo per la sala.

Il Principe Azzurro rise, mentre il colorito del viso tornava normale. Stava per chinarsi a raccogliere le fiche cadute, quando si ritrovò a bocconi sul pavimento. Un dolore atroce lo colse sulla schiena. Udì una voce familaire.

“Che razza di principe sei!” ringhiò Prezzemolina con in mano il manico della scopa. “Dovevi andare al mercato a comprare la cena. E dove ti trovo? Con altri due smidollati e buona a nulla! Ha perdere tutti i tuoi soldi”.

Lo afferrò per la giubba, rimettendolo in piedi. “E poi a casa facciamo i conti” latrò Prezzemolina. “Mi devi delle spiegazioni sulla visita ai sette nani in loro assenza”.

IL Principe, quello semplice e senza attributi, ghignava a più non posso. Osservò il mucchio di fiche tra il tavolo e il pavimento. Aprì il tascapane per metterle dentro, quando fu investito da un’odna marina, che lo bagnò da capo ai piedi. ‘È arrivata anche lei’ mormorò rassegnato alla bastonata, che non arrivò.

“Finisci di raccogliere le fiche” disse gentile la Sirenetta con un largo sorriso stampato sulle labbra colorate di un bel rosso acceso. “Però il tascapane lo dai a me. Ti va di lusso, stasera. I pavimenti del castello ti aspettano”.

E tutti vissero infelici e scontenti.

La Bella, la Sirenetta e Prezzemolina – Le fiabe mai raccontate

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il mio frutteto - Foto personale

il mio frutteto – Foto personale

Una sera di fine ottobre si ritrovarono sul social Fiabe&co2.0 La Bella, la Sirenetta e Prezzemolina.

Era il social emergente, che aveva schiantato e spazzato via la concorrenza. Twitter era fallito un anno prima. Un crack così non l’aveva mai visto nessuno. Milioni di azionisti avevano minacciato di picchiare a sangue Dorsey, il CEO, perché era riuscito ad azzerare tutti i loro soldi.

Tumbir navigava a vista tra le acque infide di scogli sommersi. Di certo non sarebbe arrivato a fine anno.

Istangram aveva chiuso due anni prima. Di questo si erano persi i ricordi. Nessuno lo rimpiangeva.

WordPress vivacchiava tra i sussulti di Lady Nadia e gli anatemi di Lady Alessandra. Però era gratis e qualche fan incallito, come Newwhitebear, lo frequentava ancora. Li chiamavano i ‘nostalgici’.

Facebook aveva conservato qualche milione di iscritti. Gli irriducibili, come si definivano loro ma Zuckenberg pensava di chiudere bottega. Pieno di grana poteva permettersi di vivere di rendita, facendo il finto filantropo.

Insomma una disfatta su tutta la linea.

Un giorno di qualche anno fa i fratelli Grimm con la collaborazione di Andersen, Perrault e Afanasjev decisero che era tempo di cambiamenti. “Basta la foresta pietrificata dei social spammatori!” argomentarono, dondosi da fare nel creare da nulla la loro creatura. Nacque Fiabe&co2.0. Fu un successone. Tutti in fila per iscriversi. A darsi di gomito per affermare ‘io mi sono iscritto ancor prima che emettesse un vagito”.

Ma adesso torniamo alle nostre amiche che videochattano, videoparlano, videoano solo. Insomma fanno quello che meglio riesce a loro.

La Bella non ricordava il proprio nome, anzi era l’unico che conoscesse. Da quando era in fasce la chiamavano così. E quello era rimasto appiccicato come un nastro adesivo. Lei era La Bella e basta. Non che le dispiacesse sentirsi chiamare così. Tutt’altro! Sapeva di essere il meglio del reame ma fingeva umiltà, mentre dentro di sé gongolava per la soddisfazione, pensando come erano scorfano le sorelle. Ma l’aspetto peggiore era come erano finite. La maggiore aveva sposato una persona, che passava il suo tempo a specchiarsi. Non faceva altra attività che quella. La sorella maggiore, se voleva un po’ di sesso, doveva arrangiarsi come poteva. Il marito era fisso davanti allo specchio. “Manco fosse Narciso” pensò La Bella, sghignazzando. La seconda aveva incrociato uno bello spirito. Tanto bello, quanto vanesio. “Beh!” si diceva sempre, “almeno ho sposato la Bestia. Bruttina ma tanto di buon cuore. E poi mi lascia campo libero. Faccio quello che voglio” e giù una sghignazzata da far spavento anche alla Bestia.

La Sirenetta stava sul proprio scoglio a Copenhagen, sempre indaffarata mandare via gli scocciatori, che pretendevano di prendersi un pezzo della sua coda. Aveva faticato un sacco a recuperarla. Mica adesso poteva regalarla impunemente ai turisti armati di forbici e macchine fotografiche. I più terribili erano i giapponesi. Sembravano cavallette. Un sospiro le sfuggì dalla bocca. Il principe consorte se ne stava sempre dentro il suo palazzo di rilucente pietra gialla. La Sirenetta non era convinta che fosse vera pietra ma mattoni auriferi. Rilucevano troppo. E quando non era dentro, stava sul terrazzo a rimirare il chiaro di luna. “Uffa, che barba” si disse la Sirenetta, vagamente annoiata. “Se non fossi su questo scoglio a prendere sole e difendermi dagli scocciatori. Sai che noia, sai che barba!” La Sirenetta segnava al sorgere del sole un’asta, che barrava al tramonto. Teneva il conto di quanti giorni le rimanessero da vivere, prima di diventare spuma nell’acqua. “E va bene che campo trecento anni. E di giorni ne mancono ancora un bel po’” rifletté, mentre si metteva in posa davanti alla webcam. “Però prima di diventare spuma, mi voglio godere la vita”.

Prezzemolina, con le stimate del prezzemolo come marchio di fabbrica sul palmo della mano sinistra, curava le sue preziose trecce lunghe venti braccia. “Uffa” si disse un giorno. “Questi capelli saranno la mi rovina”. Perdeva delle ore a lisciarli, spazzolarli e intrecciarli. Poi quando aveva finito ricominciava a scioglierli, lisciarli, spazzolarli e intrecciarli. Insomma un ciclo perpetuo a movimento continuo. Il solito principe, che aveva sfidato l’orchessa per impalmarla, soffiava come un mantice in azione dal fabbro ferraio “Da quando è scesa dalla torre” pensò arrabbiato, “non fa altro che quello. Giorno e notte. Se mi avvicino per fare all’amore, mi risponde ‘Aspetto, quando ho finito’”

Dunque le tre amiche, che si erano incontrate per la prima volta su Fiabe&co2,0, tutte le sere alle venti avevano l’appuntamento. Cascasse il mondo, tremasse la terra, avessero un febbrone da cavallo, si trovavano sempre davanti al monitor. Cuffie nelle orecchie, webcam attiva, microfono aperto e pronte a digitare sulla tastiera.

“Che stai facendo, Sirenetta?” le chiese La Bella, che non capiva i movimenti dell’amica.

La Bella udì un forte brontolio simile al mare in burrasca. “E va bene che suo padre è il dio del mare. Ma ricordarlo sempre è troppo” si disse, storcendo il naso.

“Lasciami perdere” borbottò la Sirenetta, mentre teneva stretto lo smartphone tra orecchio e spalla. Quello era sempre attivo. La chiamavano la telefonista seriale. Sempre con lei, ovunque fosse. Anche in bagno.

“Ma dimmi cosa è successo?” si inserì Prezzemolina, che aveva appena finito di raccogliere la treccia ma si apprestava a scioglierla.

“Amiche care” sbuffò la Sirenetta. “Qualche coglione di writer si è divertito a scrivere sul mio scoglio preferito”.

La Bella sorrise. Prezzemolina aggrottò la fronte.

“Ma cosa ha scritto?” chiese curiosa Prezzemolina, mentre era alle prese con la sua treccia.

“Ha scritto che i danesi non vogliono migranti provenienti dal mare” esclamò con il viso rosso per la rabbia la Sirenetta. “’Torna da dove sei venuta. I danesi non ti vogliono sui loro scogli’ Ma vi sembra il modo di ringraziare chi attira milioni di visitatori l’anno?”

La Bella si allontanò un attimo fuori dalla visuale della webcam, chiudendo il microfono. Non riusciva a trattenere una risata fragorosa. Poi ricomposta si mise di nuovo in postazione.

“Ma non hai la pelle scura, Sirenetta!” chiosò La Bella con lo sguardo serio, mentre rideva di lei.

La Sirenetta arrossì un pochino, prima di rispondere.

“Beh! In realtà” sospirò rumorosamente la Sirenetta. “Un pochino lo sono. Sai a forza di stare sullo scoglio al sole, mi sono dorata. È bella ma pare l’abbronzatura del muratore”.

Una breve risata uscì dalla bocca della Sirenetta, che continuava a dare olio di gomito per togliere le scritte dallo scoglio.

Prezzemolina, rimasta in silenzio fino a quel momento, decise di intervenire.

“Sono dei razzisti, quei danesi!” fece alzando la voce. “Dovrebbero essere più riconoscenti, quegli zoticoni!”

La Bella di rincalzo. “Non ti meritano, Sirenetta. Posso darti ospitalità nel pazzo della Bestia. È tanto vasto che a volte mi perdo. Per fortuna il lupo, che si è pappato l’orchessa mi ritrova e mi riporta nelle mie stanze”.

La Sirenetta strabuzzò gli occhi. “E come ci arrivo?” disse, interrompendo per un attimo di strofinare lo scoglio.

Prezzemolina sospirò, pensando che sarebbe bello trovarsi tutte e tre sotto lo stesso tetto. “Sai quante chiacchiere?”

Prezzemolina stava per dire qualcosa, quando udì una possente voce.

“Bella, che fai? Ho fame!”

“Uffa” disse La Bella, corrugando la fronte. “Ma lo sai che sto parlando con le amiche. Ancora un attimino”.

Poi volgendo lo sguardo alla webcam, aggiunse. “Lui pensa solo a mangiare. È grasso come un porcello all’ingrasso. Ci sentiamo domani alla stessa ora”.

“Ciao” rispose la Sirenetta. “A domani”. E spense la webcam.

“A domani” disse Prezzemolina, che stava rifacendo la treccia.