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Disegna la tua storia -un’immagine di Etilyile – la prateria

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una bella immagine di Etilyile ed eccovi un raccontino senza pretese.

Etiliyle-Luca Molinari Photo- absolute true green

Di fianco alla montagna, proprio in quel punto dove si incontra con la piana c’era un boschetto di robinie e carpini. Niente d’imponente ma tutto appare selvaggio come l’erba alta che nessuno falcia. A Venusia è considerata la terra di nessuno proprio perché non appartiene a nessuno. Nessun venusiano la reclama, nessuna carta catastale dice a chi appartiene. Un vero buco nero. Il borgomastro fa orecchie da mercante, visto che sembra di tutti e di nessuno. Se la reclamasse dovrebbe provvedere alla falciatura dell’erba, a sistemare i sentieri del boschetto e al taglio degli alberi malati. Il medesimo ragionamento lo fanno anche i venusiani, perché queste incombenze sarebbero a loro carico. Quindi questa porzione di Venusia rimane allo stato brado. Sono pochi i coraggiosi che osano avventurarsi da queste parti, perché dicono che nell’erba alta ci sono in agguato serpenti e bestie feroci.

«Le solite esagerazioni» afferma Sofia, che decide un giorno di giugno di visitare la zona. Al suo fianco sta Tobia, che fa buona guardia.

L’erba dopo l’inverno nevoso era verde e lussureggiante per la primavera piovosa e mite. Papaveri occhieggiano tra il verde. Il lilla rosato del malvone spicca ergendosi sopra l’erba alta fino a mezzagamba.

Sofia cammina circospetta facendo attenzione dove posa i piedi. Indossa dei jeans pesanti infilati negli stivali che arrivano al ginocchio. “Se, come dicono, ci sono serpenti velenosi” e sorride a questo pensiero che ritiene improbabile, “cuoio e tela mi proteggono”.

Tobia non ama correre in prati come questo, perché gli steli ruvidi strusciano sull’addome in modo fastidioso. Per lui è un punto delicato perché il pelo non lo protegge in maniera efficace.

Non senza fatica Sofia e Tobia raggiungono il boschetto cresciuto in modo selvaggio e incontrollato. Alberi caduti che marciscono a terra, rovi cresciuti a formare una matassa inestricabile, sentieri inesistenti. Uccelli nascosti tra i rami, mentre altri animali seguono con gli occhi i due intrusi.

Sofia tocca i tronchi. Alcuni sono sani, altri presentano gli attacchi dei parassiti che ne minano la salute. In lei si risveglia l’agronomo, le nozioni che l’università le impartisce e che metterà a frutto con la luarea.

«Ci sarebbe da lavorare» mormora Sofia mentre raggiunge una parte del bosco che conosce perfettamente. «Tagliare gli alberi malati prima che cadano e infettino gli altri. Ripulire il sottobosco per consentire alle radici di respirare, ripristinare i sentieri per agevoli passeggiate. Già e chi lo fa?»

Poi a passo svelto si avvia verso casa seguita come un’ombra da Tobia.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Tobia

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L’immagine di Waldprok è stupenda e ritrae un bel cucciolone. Subito corre l’analogia con Tobia, il cane di Sofia.

Buona lettura.

Tobia è il meticcio di Sofia, che l’ha salvato da morte certa un anno prima, quando l’ha raccolto vicino alla discarica. Sembra ancora un cucciolone perché è affettuoso e gli piace giocare. Tuttavia sa mostrare i denti se qualcuno osa toccare la padrona. Quando lo fa è meglio stargli lontano. Ha scoraggiato un’orsa una volta nel bosco senza timori reverenziali per proteggere Sofia da quella minaccia.

Non ha il pelo lungo ma nemmeno corto. Una via di mezzo. Morbido al tatto lascia un’impressione serica a chi lo accarezza. Color nocciola come i suoi occhi leggermente più scuri appare come un tenero tappetto quando è sdraiato ai piedi di Sofia.

Se fosse per lui si sistemerebbe sul letto per far percepire il suo affetto ma Sofia è inflessibile su questo punto.

«Mai sul letto» lo ammonisce, quando con gli occhioni la supplica di accontentarlo. Alla fine si rassegna. Sdraiato tra il muro e letto le fa compagnia durante la notte.

Dal colore uniforme del pelo potrebbe sembrare un cane dal pedigree importante ma le zampe e il muso tradiscono i vari incroci. Le zampe sono forti e robuste, anche se l’arto è tozzo e corto. Potrebbe far pensare a un antenato che ricorda il bovaro del Bernese per via di quegli arti vigorosi, ma il pelo è totalmente diverso. Il muso è un mix tra il cane di San Bernardo e il pastore tedesco con la dentatura di tutto rispetto. Forse ha anche qualche antenato lupo tra i suoi avi per il senso di libertà che possiede. Odia il guinzaglio che gli impedisce di correre come vuole. Non sopporta la museruola che gli nega la possibilità di mostrarsi minaccioso. Si sente libero solo nel bosco dentro la sua natura. Però Sofia per lunghi giorni non c’è e lui resta silenzioso e incupito in un angolo della sua stanza. Si muove solo per mangiare e uscire per soddisfare i suoi bisogni. Poi per due giorni ma non sempre Sofia torna è festa grande. Se c’è bel tempo il bosco li aspetta, altrimenti si deve accontentare di un po’ di movimento vicino a casa.

Per Sofia è solo Tobia, il suo meticcio.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il prato

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Etiliyle produce magnifiche immagini. Questa volta è un prato.

Il rio Venusia nasce all’interno del bosco degli Spiriti su quella collinetta che pare una pagnotta verde costellata di alberi e scende verso meridione lambendo il paese. Dove finisca non si sa, perché costeggia l’unica strada che dalla città porta a Venusia ma ai venusiano poco importa. È il loro fiume che anche d’estate è un rivolo d’acqua.

Da un lato corre un sentiero, una striscia polverosa d’estate e fangosa il resto dell’anno, a parte quando la neve la ricopre. Sull’altra sponda si estendono i prati che ai alternano con piccoli cespugli di rovi.

In primavera è un tappetto di margherite pratoline, per diventare erba alta. A turno i venusiani falciano i prati, facendo essiccare l’erba al sole.

Il profumo del fieno riempe le narici di Mina, che sta camminando sulla strada. Colta dal desiderio di passeggiare sul prato appena falciato, passa il rio Venusia in un punto facilmente guadabile senza bagnarsi i piedi.

Prende un stelo reciso dal terreno e si solletica il naso. Muove qualche passo sul prato dapprima timido poi sempre più sfrontato. Infine si rotola fra l’erba tagliata. I lunghi capelli biondi si riempono di fili che stanno ingiallendo. L’effluvio è intenso, penetrante, dà quasi la sensazione di ubriacare l’olfatto per la sua forza.

Mina è distesa con le mani incrociate dietro la nuca e lo stelo fra i denti. Chiude gli occhi e sogna di volare lontano, via da Venusia, mentre un sorriso compare sulle labbra, che si increspano.

«Ma veramente vorrei andare via da Venusia?» sussurra con lo sguardo sognante. «Ma dove?»

Non conosce altri posti che questo e quindi scaccia il pensiero.

«È assurdo che possa volare via» mormora mentre il vento le accarezza il viso, una bava leggera che trascina con sé qualche filo d’erba ormai secco. È una brezza fresca che scivola lieve su di lei.

Si alza, cercando di far cadere dal vestito e dai capelli minuscoli fili, che sembrano incollati. Il corpetto blu è costellato di piccoli puntini gialli. Sorride constatando l’inutilità dei suo sforzi, mentre compie passi di danza appena accennati.

Una farfalla variopinta, una vanessa, si posa sui suoi capelli come se questi fossero un fiore.

Mina sta ferma avvertendo il lieve battito delle ali. Non la vede ma la sente. Poi come si è posata con la stessa leggerezza riprende il volo alla ricerca di un fiore in un altro prato che non è stato ancora falciato.

«Ciao, farfalla» dice Mina mandandole un bacio con la punta delle dita.

Riattraversa il rio e riprende la strada verso casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – il pozzo

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Da questa bella immagine di Waldprok nasce il racconto che segue. proseguono le storie di venusia un mitico paese che vive nella mia fantasia.

Andando verso dove il sole sorge si incontra la campagna coltivata di Venusia. Piccoli appezzamenti ben curati con filari di vigne a spalliera, orti e campi a frumento o mais. In mezzo a tanto ordine c’è anche un posto lasciato a se stesso. Appartiene a Mino, che l’ha ricevuto in eredità dal nonno.

Non è molto grande, un fazzoletto di terra grassa e scura che nel centro ha un pozzo, l’unico di Venusia. A forma circolare costruito con pietre a secco. Una carrucola ha agganciato un secchio un po’ ammaccato. A fianco del pozzo c’è un abbeveratoio ricavato da un tronco di faggio, dove il bestiame poteva dissetarsi. L’acqua del pozzo era fresca, leggermente ferruginosa. Non mancava mai anche nei periodi di maggiore siccità.

Il nonno di Mirco teneva due mucche e qualche capra che pascolavano nel terreno attorno. Poi gli animali invecchiano come gli uomini e muoiono come loro. Così quando l’ultima mucca, ormai incapace di produrre il latte e di muoversi, se ne è andata, anche il nonno ha pensato bene di rendere l’anima a Dio.

Mino è stato allevato dal nonno, perché i genitori hanno deciso di emigrare verso la città, anzi molto più lontano.

«Torniamo a prenderti, quando ci siamo sistemati per bene» hanno detto al momento della partenza.

Però evidentemente dopo tanti anni non sono ancora a posto, perché non si sono più visti né si sa dove siano finiti. Quindi il nonno ha fatto da padre e da madre ma evidentemente i suoi insegnamenti non hanno trovato il terreno fertile nel ragazzo. Mino è cresciuto indolente e svogliato, capace solo di cacciare i passeri con la fionda. Per il resto è notte fonda.

Alla morte del nonno si è trovato in possesso di una bella casa spaziosa e di quel pezzo di terra, che avrebbe venduto volentieri trovando la persona giusta e superando certe paure.

Anno dopo anno la terra è diventata brulla e secca, l’abbeveratoio è rimasto desolatamente vuoto e il pozzo si è andato riempendo di fanghiglia. Mino ha preferito bighellonare da Sghego con le carte in mano nel frattempo. A chi gli chiede perché ozia tutto il giorno, risponde che va bene così e il lavoro può aspettare.

«Non mi sento pronto» dice per giustificarsi senza essere preso seriamente.

Erminio vorrebbe acquistare quel pezzo di terra ma Mino glissa, dice che è un ricordo del nonno. In realtà lui vorrebbe monetizzare ma ha il timore che il nonno, chiesto il permesso a San Pietro, scenda in terra per tirargli le dita dei piedi.

Non ha mai raccontato a nessuno questo timore, che è nato una notte, quando la nonna gli è apparsa in fondo al letto per tirargli le dita del piede sinistro. E l’avrebbe fatto se non fosse intervenuto il nonno, cacciando il fantasma.

Da quella notte vive col terrore che un qualche antenato voglia rifarsi di uno sgarbo ricevuto nel passato da parte sua.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – Il biancospino

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Una splendida fotografia di Etiliyle e subito la fantasia galoppa.

Quando arriva la primavera a Venusia esplodono i colori. Il verde delle prime timide foglioline che spuntano dai rami nudi ma è il biancospino quello che dà un tocco in più.

È straordinario osservare come da una massa informe e spinosa nell’arco di pochi giorni si riempa di verde e fiori bianchi.

Sofia ammira questo arbusto che è una grande macchia chiara all’inizio del sentiero che porta al bosco degli Spiriti. Da semplice rovo anno dopo anno è diventato un albero che all’inizio della primavera si fa notare col suo candore. Ai suoi lati sta un groviglio di more, mentre i merli si possano sui suoi rami ancora esili che si sono riempiti di gemme e fiori.

Sofia prosegue sul sentiero che porta le tracce dell’inverno, che è stato piovoso all’inizio con una coda di neve primaverile. Non è fangoso, perché il sole ha rassodato la terra, ma è molle e umido. Serviranno altre giornate soleggiate per compattare il terreno.

Tobia, il suo meticcio dal mantello chiazzato, accompagna sempre Sofia nelle sue passeggiate del bosco. È un cane robusto dal portamento eretto con le zampe ben strutturate e forti. Lo sguardo è fiero e non teme nessun animale del bosco. Corre avanti e indietro. Annusa la terra e le impronte lasciate sul fango seccato. Non perde di vista la sua padrona per proteggerla da eventuali pericoli.

Sofia gli accarezza la testa in uno dei tanti andirivieni e riceve in cambio il suo sguardo affettuoso. Lei ricorda quando aveva trovato vicino alla discarica un fagottino tremante, un cucciolo di cane, che faticava a stare in piedi. Lo aveva avvolto nel suo scialle e portato a casa. Con pazienza l’ha imboccato col biberon pieno di latte caldo, surrogando la madre. Non trovando il nome adatto per questo cucciolo affettuoso e dolce, Sofia non si è disperata. “Lo scoverò” si è detta. Una sera, mentre leggeva la Bibbia, casualmente si è imbattuta nella storia di Tobia, un personaggio biblico attento e sensibile nei confronti delle persone a lui care. Fatta una breve indagine sull’origine del nome ha deciso di chiamarlo così, perché quel cucciolo adora la natura e la vita all’aria aperta come il suo omonimo ebraico,Tobijah, ‘gradito al Signore’. Da quel momento dove c’è l’una, c’è sempre l’altro. Sono inseparabili. Si è sempre domandata chi poteva essere quella persona senza cuore che l’aveva abbandonato senza mai scovarla. A Venusia pochi possiedono un cane ma nessuno di questi è femmina. “Forse è un dono del Signore” ha sempre detto, quando qualcuno le ha chiesto da dove viene.

«Si torna a casa» intima Sofia dopo un breve fischio per richiamarlo.

Sulla strada del ritorno Sofia si sofferma ad ammirare quel biancospino che lascia cadere sotto di sé i petali bianchi dei suoi fiori come fanno le rose.

“Un’altra primavera è arrivata col suo carico di colori e di profumi” pensa lanciando un ultimo sguardo all’albero che pare montare la guardia al bosco degli Spiriti.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la passeggiata nel bosco

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Questa volta è una splendida immagine di Etiliyle a suggerirmi questo nuovo racconto.

Etiliyle-Luca Molinari photo-Canon Eos 5D - tramonto nel bosco

L’inverno è stato come gli anni passati. Neve e gelo per poi lasciare esplodere la primavera. Per il bosco degli spiriti il periodo invernale è un momento di quiete. Nessun umano passeggia al suo interno. Gli orsi vanno in letargo e gli altri animali si avvicinano a Venusia in cerca di calore e cibo. Silenzio e il bianco candore della neve.

Poi il disgelo rende i sentieri fangosi, mentre gli alberi sono nudi in attesa delle prime gemme che compaiono a marzo.

Siamo ad aprile e la natura è un tutto ribollire di foglie nuove e piante fiorite. Gli orsi sono usciti dai loro nascondigli mentre inizia la stagione degli amori.

Sofia è sempre sola e non sente il richiamo dell’aria tiepida che invita a cercare un compagno. Solo Tobia, un meticcio di taglia robusta, le è accanto e l’accompagna nel bosco, che è tornato a vivere dopo il letargo invernale.

Cammina lentamente per assaporare gli odori che bosco e sottobosco emanano. Si sente il profumo della terra umida mescolato a quello delle violette e dei ciclamini. L’odore della resina degli abeti che è essudata allo sbocciare della primavera. Il gusto acre e pungente dell’aglio selvatico si combina con quello odoroso del rosmarino e del ginepro. È un tripudio di effluvi differenti sia gradevoli che disgustosi che Sofia inala a ogni passo.

Il sentiero è scuro per l’umidità della notte ma il fango ha lasciato il posto a una timida erbetta che sembra attutire i passi di Sofia, mentre sotto la sua suola crocchiano piccoli rametti secchi.

Tobia corre festoso nel folto del bosco per tornare indietro e riprendere la corsa. La lingua a penzoloni, una leggera bavetta che scivola dalla bocca, l’occhio felice di chi può correre libero sono il ritratto della felicità del cane, che non perde di vista la sua padrona. La deve proteggere dalle insidie del bosco, perché il pericolo si annida dietro ogni cespuglio.

Sofia assapora la sensazione della libertà. Passeggiare nel bosco è un momento di relax, mentre ascolta il canto del fringuello e un grido acuto in rapida successione, che proviene dal folto della boscaglia, la parte più intricata. Si ferma, ascolta, riprende a camminare. Poi un ‘giak’ secco, corto senza ripetizioni. Sorride, perché riconosce il verso dell’astore che sta covando la nuova nidiata.

Alza gli occhi verso il cielo terso, azzurro senza nuvole. Alla sua sinistra, dove il sole sta tramontando e ci sono gli stagni, vede nel cielo quasi immobile sospinto dal vento un falco che rotea senza battere le ali. È un rapace inconfondibile per Sofia, che ama gli animali. Giri sempre più ampi, alzandosi e abbassandosi di quota. “È in caccia” pensa Sofia, affascinata dall’eleganza del volo. “Sono in anticipo quest’anno. Di solito arrivano a maggio inoltrato”.

L’abbaiare di Tobia la distoglie da questa visione e dai suoi pensieri. Sente l’alito caldo del cane vicino alle sue gambe. Il sole sta calando incendiando il cielo.

«Andiamo, Tobia» gli dice, accarezzandolo sulla testa. «È tempo di far ritorno a casa».

Con passo deciso Sofia seguita da Tobia affronta il sentiero in discesa verso Venusia.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – la gita

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Siamo d’estate – diciamo quasi – e una bella gita fluviale è quello che vuole per i nostri venusiani. In aiuto arriva Waldprok e una sua bella immagine.

Un giorno di settembre i venusiani si raccolgono nella piazza del paese. Il borgomastro ha ricevuto una strana comunicazione da una sedicente organizzazione statale e ha indetto un’assemblea pubblica con tutti i suoi concittadini. La sala del consiglio non li avrebbe potuto ospitare tutti ma in piazza del cinque leghe sì. È un luogo a pianta circolare che ha al centro una fontana opera del grande maestro Bustonero in marmo rosa e cannelli in rame per l’acqua. Rappresenta Gea, la madre terra che ha generato tutto. È il luogo delle adunanze, quando si devono discutere importanti leggi o comunicare decisioni strategiche. Ognuno si porta una sedia da casa. Si dispongono a semicerchio volgendo le spalle alla fontana. Questa volta niente d’importante: si discute un documento arrivato da un ente sconosciuto.

«Cari concittadini» comincia Roberto B., il borgomastro, su un improvvisato palco un po’ traballante, «la…».

Il borgomastro che per civetteria non ha mai voluto inforcare gli occhiali strizza gli occhi nel vano tentativo di leggere il nome stampigliato sul foglio.

«Mettiti quei dannati occhiali» urla un pensionato dalle prime file del pubblico. Il classico umarell che non perde un lavoro pubblico, nemmeno con la febbre a quaranta. Una spina nel fianco per Roberto B. ma alla fine si ritrova con loro da Sghego per una bella bevuta.

Una bella risata accompagna questa uscita, mentre Roberto imporpora per la vergogna. Aveva imparato a memoria il documento ma alla fine è stato messo a piedi dalla mente che si rifiuta di collaborare. “Inutile. Senza occhiali non leggo nulla” ammette il borgomastro, infilando una mano in tasca alla ricerca del prezioso astuccio, che invece si fa beffe di lui, perché si è nascosto.

Dopo un’affannosa caccia all’inafferrabile finalmente può mettere sul naso i famosi occhiali. Roberto di schiarisce la voce con un breve colpo di tosse prima di riprendere la lettura.

«Dicevo la…» un nuovo balbettamento nel tentativo di leggere il nome.

Allora va a braccio, inventa e mette insieme i pezzi di quello che ha mandato a memoria per tutto il giorno.

«La ministra dei beni culturali invita cinquanta venusiani a una gita sul fiume Pandio per inaugurare il battello fluviale Efesto donato da un misterioso benefattore. Dunque…».

Dal fondo del pubblico si leva una voce che chiede come ci si possa fidare della ministra spergiura e farfallona.

«Il governo centrale non ci considera per nulla. Siamo un minuscolo puntino senza nome. Si ricordano di noi una volta l’anno quando vengono a riscuotere le gabelle» si infervora quella voce, che attira su di sé perplessità e consensi dei venusiani.

«Hai ragione, Carletto» dice con tono bonario Roberto, sicuro che tutto filerà senza intoppi. «Però stavolta ci manda anche degli spiccioli per voi».

«Non vorrei che fossero avvelenati» urla un altro, mentre la gente ride.

Il borgomastro arriccia il naso perché la situazione gli è sfuggita di mano. Quindi preferisce tagliare corto.

«Ci sono cinquanta volontari disposti alla gita?»

Un brusio confuso si leva dal pubblico, spiazzato dall’uscita di Roberto B. Si guardano interdetti. Erano venuti per baruffare e il subdolo li ha fregati in curva. Mentre quasi tutti si consultano con gli occhi, Sandra e Lorenzo si alzono in piedi.

«Noi ci siamo».

Come una slavina che smotta a valle, quasi tutti si alzano in piedi.

«Anch’io ci sono!»

Il borgomastro ride. A parte i due giovani per gli altri quarantotto dovrà tirare a sorte.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – l’ulivo

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Nuova splendida immagine di Etiliyle e nuovo scadente raccontino mio.

A Venusia c’è un minuscolo parco, veramente piccolo, un fazzoletto di verde neppure tenuto bene. Però ha un particolare di cui vanno fieri i venusiani: al centro c’è piantato un bel ulivo dalle forme sofferenti. Non che lo sia ma il tronco contorto e rugoso dà questa impressione. Sembrano vene che si intrecciano tra loro quelle nervature che percorrono il suo fusto. Uno spasmo verso il cielo che si contrae nello sforzo.

Quello che li stupisce è la sua resistenza al gelo invernale. Durante la stagione fredda a Venusia la neve e il gelo non mancano, anzi ce ne è fin troppo. Il rio Venusia diventa una lastra di ghiaccio, la strada verso la città una pista da sci e il paese un presepe di panna.

A febbraio l’ulivo pare ogni anno pronto a capitolare e finire come legna per la prossima stagione invernale ma a marzo comincia a germogliare in maniera stupefacente: ogni gemma ascellare genera un germoglio o una mignola. I venusiani sono convinti e danno per scontato che sarà così anche per tutti gli anni futuri. A febbraio prima che fruttifichi lo potano, mentre a dicembre avvolgono il tronco con un tessuto non tessuto. Non seguono nessun’altra precauzione oltre a queste.

L’altra meraviglia è che fruttifica tutti gli anni: olive nere piccole ma ricche di succo. A primavera inoltrata la mignolatura trasforma l’ulivo in un uno splendore unico, quando le mignole fioriscono. Ogni anni tutti venusiani si raccolgono intorno con i loro smartphone per fotografare il loro ulivo.

Quando a novembre è tempo di raccolto, sono pochi i venusiani che lo fanno. Le raccolgono per fare olio, che dicono sia buonissimo. Però la maggioranza snobbano questa lavorazione.

A Venusia esiste un solo frantoio vecchio di qualche centinaio d’anni. Il processo è lungo e svolto come lo era al tempo della costruzione. Le molazze hanno la patina vecchia di anni, i fiscoli sono quelli tradizionali con i dischi di fibra vegetale, che vengono lavati nel rio Venusia dopo ogni spremitura.

Qualcuno sorride quando si parla dell’olio dell’ulivo del parco delle stelle.

«Troppa fatica per qualche litro».

Tuttavia è d’estate che viene apprezzato maggiormente. Sotto la sua ampia chioma se ne stanno al fresco seduti sulla panchina di legno Sandra e Lorenzo di ritorno dalle fatiche degli esami universitari.

Sono una bella coppia, una delle poche che resistono all’usura del tempo. Forse a loro fa bene la lontananza, il vedersi sul fine settimana ma non sempre e nei periodi di vacanza.

Lui aspira a diventare ingegnere, lei da medico. Sandra è più alta delle altre ragazze di Venusia, snella e coi capelli leggermente ramati. Lorenzo è allampanato, magro come un chiodo.

Si tengono per mano, quando camminano uno fianco all’altra, suscitando i commenti acidi di altri giovani.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la cascata

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Proseguono le storie impossibili di Venusia ricavate dalle immagini di Etiliyle.

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Il rio Venusia che scende dalla collina a nord del paese come un rigagnolo durante la stagione delle piogge forma poco prima di lambire le case un minuscola cascatella. Un salto di pochi metri, che chiamarla cascata farebbe sorridere chiunque. Però per i venusiani era la cascata così come quel dosso da cui nasce il rio è chiamata montagna.

Ai venusiani piace enfatizzare sulle parole come tante iperbole tipiche del loro mondo. Quindi la panchina è solo quella che sta sotto il noce vicino al muretto a secco, mentre le altre sono semplici panche anonime. Così esiste la cascata, il monte, il fiume e via dicendo.

Venusia non è segnata sulle mappe, quel rio non esiste e la montagna pure. Nemmeno Google Map riesce rivelarle ma gli abitanti di questo paese non ci danno peso, alzando le spalle come a dire ‘me ne frego’. In effetti a loro importa poco se nessuno conosce Venusia, perché ci vivono bene. Il paese è tranquillo, gli usci non sono mai chiusi nemmeno di notte, perché a nessun venusiano verrebbe in mente di andare a rubare a casa del vicino. Questo è talmente inconcepibile che non esiste nemmeno la caserma della gendarmeria. Persone estranee non arrivano per il banale motivo che ignorano l’esistenza di Venusia. Se per sbaglio arriva un bus o una macchina, le persone a bordo dimenticano in fretta il paese o meglio non saprebbero come tornarci. Questa incapacità è meglio di qualsiasi antifurto o sistema d’allarme.

Il lettore potrebbe pensare che a Venusia ci sia un clima idilliaco dove tutti si vogliono bene e sono gentili con tutti. Caro lettori, qui ti sbagli, perché liti e rancori sono fatti del giorno e le dispute sono feroci. Litigare perché il gatto rovina l’orto del vicino è normale amministrazione e risolvere il contenzioso non è affatto semplice. Le due famiglie si guardano in cagnesco a lungo ma se capita un incendio o un guaio qualsiasi i due litiganti si prodigano spalla a spalla per spegnerlo o sistemarlo. Poi tornano a non guardarsi, a litigare ma nel momento di emergenza tutti i dissapori evaporano come le nebbie alla mattina.

Dopo queste divagazioni di poco conto torniamo a parlare della cascata. Il rio Venusia nasce da una risorgiva quasi in cima alla montagna e scende senza fretta attraverso il bosco degli spiriti, finché non incontra un gruppo di rocce che affiorano dal pendio. Come siano capitate lì è un mistero che nemmeno i vecchi del paese sanno spiegare. Ci sono e basta e nessuno si è chiesto il motivo. Il rio, un rigagnolo con poca acqua, si inerpica sopra tra due massi e poi ricade sotto con un salto di un paio di metri. I venusiani non l’hanno mai misurato ma non è stato mai un problema. Una pozza circolare del diametro di quattro o cinque metri raccoglie l’acqua che cade prima di riprendere la discesa verso il piano. Una pozza dove la profondità massima è una spanna a malapena ma nonostante tutto è sempre ben frequentata nel periodo estivo perché permette di fare una doccia fresca senza spendere un soldo. D’inverno è una meraviglia. Stalattiti di ghiaccio compongono uno scenario da favola.

Però in questa estate bollente sono in molti che stanno a mollo coi piedi per raffreddare i corpi arroventati. Alla fine è meglio stare sotto l’ombrosa quercia di fianco alla cascata piuttosto che in quella pozzanghera limacciosa.

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – il crepuscolo

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Da una stupenda istantanea di Waldprok nasce la storia che ha sullo sfondo Venusia

È stata una giornata torrida. Ben quaranta gradi all’ombra! Quest’anno a Venusia l’agosto ha mostrato il suo volto caldo. Da tre mesi non piove, di giorno sempre oltre i trenta gradi e di notte mai sotto i venticinque con l’umidità alle stelle. I venusiani stanno boccheggiando, mentre scrutano in lontananza il cielo nella speranza che qualche nuvola porti pioggia e frescura.

La terra è secca, dura e polverosa e nemmeno il bosco degli spiriti riesce a dare un po’ di sollievo. Il sottobosco sta soffrendo la siccità e nessuno osa accendere un fiammifero. Una scintilla casuale è in grado di scatenare l’incendio che nessuno riuscirebbe a domare perché l’acqua scarseggia ed è razionata.

Nel tardo pomeriggio d’agosto Mara sta tornando dal lavoro mentre l’alito caldo del sole morente le accarezza il viso congestionato per la calura. Indossa uno scamiciato leggero senza maniche e sotto ha l’intimo essenziale dello stesso colore del vestito: azzurro chiaro. Calza dei sandali bassi leggeri di cuoio. Il sudore appiccica il tessuto alla schiena come una seconda pelle, mentre i capelli biondi sono raccolti in una crocchia.

Sospira mentre avanza con lentezza lungo il viale alberato che porta alla panchina, dove spera di trovare un refolo di vento sotto il noce.

Il sole sta calando a occidente dove si riflette nelle acque basse dello stagno delle anitre. Nessun refrigerio arriva dal vento che spira caldo come un forno infuocato.

Mara sta pensando che essere single ha pregi e difetti ma tutto sommato gli sta bene così. A Venusia non ci sono molti ragazzi e le occasioni per fare nuove amicizie mancano. Tutti conoscono tutti e quando si forma una coppia di solito è per sempre. A lei è andata male ma non poteva essere diversamente. Mario era inadatto ma non c’è voluto molto tempo per chiudere la storia. Il suo unico timore è stato che ha temuto che si trasformasse in uno stalker, rendendole la vita impossibile. Dopo le prime insistenze per ricucire lo strappo ha capito che sarebbe stato inutile ostinarsi, perché Mara non avrebbe ceduto. Si è limitato a salutarla con freddezza quando si sono incrociati. Poi ha deciso di trasferirsi in città e le occasioni di frequentarsi sono diventate sempre più rare. Adesso di ragazzi liberi non ce ne sono più ma questo non le pesa affatto.

Trascinando i piedi Mara sta arrivando alla panchina per godersi il crepuscolo, anche se non si aspetta nessun refrigerio. La calura serra la gola e grosse gocce di sudore spariscono nell’incavo del seno. Ha un sobbalzo, perché non si aspetta che qualcuno abbia occupato la panchina. Ne vede in lontananza la testa.

Il suo viso cambia espressione passando dalla contrarietà all’allegria in un batter di ciglia. Il sorriso compare sulle sue labbra. Quei capelli li riconoscerebbe anche al buio.

«Ciao, Lucia».

«Ciao, Mara. Anche tu a goderti lo spettacolo?»