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Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia -Una strana fotografia

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Marzia di Alchimie mi ha mandato questa fotografia.

immagine inviata da Marzia

È una fotografia particolare ma vi lascio alla lettura.

Buona lettura

Pippo, che in realtà si chiama Ernesto, sta svuotando la casa di zia Gina, che anche lei aveva un nome diverso: Euridice. Sembra una costante ma nessuno della famiglia Nometti è conosciuto col suo vero nome.
Il padre di Pippo era Gino che faceva di nome Olao. La sorella di Gino, nonché zia di Pippo, è la famosa Gina, che morendo gli ha lasciato in eredità il casale di campagna e diecimila pertiche di campi, coltivati a maggese.

Pippo, aprendo l’armadio di noce della camera da letto di zia Gina, si è imbattuto in una scatola per scarpe piena di fotografie che sembrano piuttosto vecchie. Sono tutte in bianco e nero, qualcuna ingiallita, altre con gli angolini, quelli che un tempo si usavano per esporle negli album di famiglia. Altre ancora avevano delle date scritte da una mano femminile.

«È la scrittura di zia Gina?» mormorò, girando il retro di una fotografia di gruppo.

19 agosto 1919’ legge Pippo seguito dal nome della località ‘Venusia’ e dall’elenco delle persone del gruppo ‘Gino, Michele, zia Egle, zio Loris, Anneta, Nino, nonna Tina, nonno Bricco’.

Pippo sorride, perché a parte Gino, che era suo padre, gli altri sono dei perfetti sconosciuti. Stringe gli occhi per osservare meglio il viso di suo padre, che avrà avuto sì e no dieci anni.

«Forse Anneta e Nino sono i miei nonni» ammette a malincuore Pippo, perché in effetti non solo non li ha mai conosciuti ma ne ignora pure i nomi.

Mette a parte questa immagine sbiadita e vecchia di cent’anni e continua la rassegna facendo diversi mucchietti. Le immagini di famiglia a sinistra, quelle con paesaggi al centro e i viaggi a destra. Tutte le altre non catalogate sul coperchio.

Pippo si ferma nella selezione. Ha un sussulto e torna su quella fotografia con bisnonni e nonni e la gira.

«Venusia?» ripete con tono interrogativo. «Ma che paese è? Ma dove si trova? Mai sentito nominare».

Una reazione giustificata per una località che gli è sconosciuta.

Prende il fido telefono e fa una ricerca. Pensa che zia Gina gli abbia voluto tirare un bidone, inventandosi un paese fantasma.

Venusia è un minuscolo paese di Ludilandia, quasi impossibile da individuare sulle carte geografiche. Solo quelle molto dettagliate in scala 1:1000 è riportato dove si trova. Abitanti 369. A zero metri sul livello del mare…

«Ci devo andare» dice Pippo, riponendo l’immagine sul mucchietto famiglia.

Arrivato sul fondo della scatola vede una fotografia singolare, completamente diversa da tutte le altre. C’è una ragazza appesa in alto, in apparenza nuda nella parte inferiore, con la gonna che le copre il viso. La testa è in basso e le gambe in alto come se fossero a cavalcioni di un’asta.

Pippo ride. La posizione è innaturale. Guarda il retro è bianco o meglio c’è il timbro dello sviluppatore con una data. ‘19 ago 2019’.

«Mi prende in giro!» esclama basito Pippo. «Sviluppata oggi?»

Non può credere a quel timbro. Una foto vecchia, senza dubbio vista la grana del cartoncino e i bordi frastagliati, tipici di mezzo secolo prima.

Pippo l’osserva con attenzione. «Come può reggersi su quella traversa sottile col sostegno di una sola gamba?» esclama sorpreso, scuotendo la testa.

“Hanno usato Photoshop per confezionare un fake” riflette cercando di capire chi possa aver messo quest’immagine insieme alle altre.

«l casale di zia Gina è chiuso da almeno cinque anni» dice Pippo, infilando il cartoncino nella tasca interna della giacca. «Un burlone sapendo che venivo ha voluto tendermi un tranello».

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Disegna la tua storia con un’immagine di Sabry – Carola o la ragazza che sogna

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C’è una nuova entrata tra le muse ispiratrici per disegnare una storia che ha come sfondo Venusia. Sabry ha pubblicato sul suo blog questa immagine e mi è piaciuta.

Buona lettura

Carola è una ragazza, si fa per dire visto che ha venticinque anni, che sogna osservando gli oggetti che la circondano.

Lo era da piccola, che rimaneva per ore a guardare le nuvole in cielo sospinte dal vento che soffia da levante.

È cresciuta ma non ha smesso di sognare.

D’estate quando il vento toglie la calura da Venusia e rinfresca l’aria si avvia verso la fortezza che si erge sulla montagna come un blocco grigio contornato ai suoi piedi dal bosco degli spiriti. Definire montagna quel dosso appena pronunciato sulla piana di Venusia è un bel azzardo. Avrebbe la stessa valenza di considerare quel gruppo di case che compongono il paese una metropoli. Però per i venusiani è la montagna.

Carola nel periodo estivo fa ogni pomeriggio quella passeggiata di tre quarti d’ora attraverso il sentiero che taglia il bosco degli spiriti fino a raggiungere la fortezza.

Si siede sui gradini di ardesia grigia che portano all’ingresso e osserva la pianura. Una piana che si perde sull’orizzonte senza case o strade degne di questo nome.

Osserva il sole che tinge di rosso il cielo e imporpora le nuvole che da bianche cambiano colore. Dapprima rosate poi sempre più rosse. Una meraviglia. Allunga una mano per cogliere quel colore che assomiglia alla sua gonna.

Indugia mentre sogna un mondo diverso ricco di sfumature e di pensieri positivi. Si alza sospirando. Deve tornare prima che le ombre della sera rendano disagevole il sentiero nel bosco.

Non ha paura come la maggioranza dei venusiani ad attraversarlo. Per lei non ci sono spiriti. Né buoni, né cattivi. C’è solo il bosco con i suoi rumori e le sue ombre, gli animali che osservano il suo passaggio e il canto degli uccelli nel folto degli alberi.

La discesa è più rapida della salita e deve arrivare a casa prima che Riccardo, il suo compagno, ritorni da Ludi, dove lavora come grafico.

I raggi del sole filtrano tra le chiome degli alberi e ogni tanto un’apertura tra i rami mostra le nuvole che corrono nel cielo.

Si ferma, solleva il capo e osserva. Sogna di essere sul quel destriero bianco che galoppa nell’azzurro verso mete lontane.

«Chissà dove arriverà?» esclama a bocca aperta con l’aria sognante. «Verso il mare che non ho mai visto ma so che c’è oppure la montagna che qualche volta dalla fortezza ne scorgo le cime più alte?»

Carola riprende a camminare di passo svelto, perché l’oscurità infittisce e la strada da percorrere è ancora lunga.

 

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – Le nuvole

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Giusto con omaggio ferragostano vi delizio – ma sarà vero – con questa storia. L’immagine è di Etiliyle ed è splendida.

Buona lettura.

Pino ha sempre la testa fra le nuvole e si perde con la fantasia a rincorrerle nel cielo.

Sì, insomma, ha una bella immaginazione. Non che sia un difetto ma qualche volta lo è. Fantasticare fa bene ma non deve esagerare, perché potrebbe capitare, come è capitato, di rischiare di farsi male.

Pino è il figlio di Roberto, che non ha mai sopportato Venusia, senza trovare la forza di tornare a Ludi. Non ci sono molti bambini a Venusia, anche perché quei pochi che nascono, quando cominciano a frequentare le superiori a Ludi, non vedono l’ora di crescere un po’ e abitare là.

A Venusia non esiste nessun tipo di scuola o di asilo, perché sarebbe uno spreco. Bambini in età scolare sono in media una dozzina ma tutti spaiati con l’età. Quindi si radunano in casa dell’uno e dell’altro dove alcuni venusiani, quelli più istruiti, impartiscono le lezioni. Li preparano da privatisti per l’esame di quinta elementare e quello di terza media. A quattordici anni un scuola bus li viene a prendere per condurli a Ludi a frequentare le superiori. Quelli più bravi frequentano anche l’università, ma gli altri cominciano a lavorare.

Pino è uno dei pochi bambini nati a Venusia. Gli altri sono d’importazione. Non sorridete al pensiero che i bambini assomiglino alle mercanzie, perché arrivano coi genitori quando hanno quattro o cinque anni e poi restano lì finché non fuggono a Ludi.

Ci sono due cose che i venusiani faticano a digerire: i neonati e gli animali.

Di animali non ce ne sono molti. Giusto un paio di cani. Di gatti ce ne è uno solo che vive la sua indipendenza con sussiego. Va e viene e difficilmente accetta qualche carezza. Per i neonati la situazione è leggermente complicata, perché coppie disposte a mettere al mondo prole ce ne sono poche e le poche nicchiano alquanto.

Quindi quando Pino è nato da Roberto e Andrea c’è stata una piccola rivoluzione. Non nel senso di rivolta ma di cambio di abitudini. Erano anni che non si festeggiava una nascita e così fu festa grande. Venusia quasi non si riconosceva perché le feste erano abolite da un pezzo.

Tornando a Pino e alla sua fervida immaginazione, bisogna dire che la fantasia lo porta lontano inseguendo le anatre che si fermano nello stagno. Una sera di fine settembre, è appostato tra i canneti a sbirciare il moto delle anatre. Si levano in volo per poi tornare eleganti a posarsi sulle acque placide. Immergono la testa mettendosi a perpendicolo con la superficie. Tutte attività che Pino ha sempre osservato. Però questa sera sembra che ci sia più movimento e le anatre appaiono inquiete come se avvertissero un pericolo.

Il ragazzino si avvicina ancora di più verso l’acqua per osservare meglio i movimenti, quando… Splash cade in acqua e le anatre volano via starnazzando “Quac, quac, quac”.

Pino annaspa cercando di riguadagnare la riva, quando una mano robusta lo agguanta riportandolo sulla terra gocciolante.

«Pino, ti è andata bene» dice una voce familiare, mentre lui arrossisce sputando l’acqua ingoiata.

Disegna la tua storia – La partenza

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Ripubblico qui il post del mio turno su Caffè Letterario.

Buona Lettura

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

Chi vuole partecipare al gioco del 2019?

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Morena Fanti e Io e il silenzio propongono una sfida che potete leggere qui.

Come sarà il 2054? Non lo sapete? Non avete la mitica sfera di cristallo? Non importa. Armatevi di penna stilografica, inchiostro di seppia marrone e carta in abbondanza – ma non troppa per non disboscare un’intera foresta – e mettete a frutto la vostra fantasia.

Nulla vi sarà precluso. Voli tipo Icaro o cadute all’inferno. Insomma il racconto è nelle vostre mani, anzi nella vostra testa.

Iscrivetevi – è tutto gratis  e non si vince nulla, almeno credo 😀 – Ci possiamo divertire spremendo le meningi.

Ah! per le regole… non so. Leggete e aspettate

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – Il villaggio fantasma

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Una splendida immagine di Etiliyle e un pizzico di fantasia per confezionare questo piccolo racconto

A Venusia andando verso levante si trovano i campi coltivati, per lo più vigneti, perché il vino non deve mai mancare. Lontano due miglia dall’ultima casa di Venusia c’è un piccolo boschetto di arbusti nemmeno troppo vistosi. Dicono che dietro si trovi il villaggio fantasma, che per i venusiani è altrettanto sacro come il bosco degli spiriti. Quindi nessuno si azzarda ad arrivare fino lì.

Per raggiungerlo si passa tra un appezzamento di terreno e l’altro, piccole strisce di terra dove l’erba non cresce mai, consumata dal continuo passaggio degli agricoltori e dei loro mezzi.

Sandra e Lorenzo sono una bella coppia. Lei è alta e dal fisico slanciato, con una chioma che ricade sulle spalle. Lui è più alto della compagna ma magro come un chiodo dai capelli castano chiari che d’estate tendono al rossiccio. Lei studia da medico, lui è già ingegnere. Delle credenze popolari non gliene importano niente per il banale motivo che non ci credono.

«Solo superstizioni» afferma Lorenzo quando parla coi suoi compaesani. «Fantasmi? Tutto ridicolo».

Alza le spalle e ci fa una gran risata.

Hanno esplorato il Castello e non sono morti, né hanno visto ombre vagare per le stanze. Eppure il Castello è curato da tutti i venusiani che si tassano ogni anno per la sua manutenzione.

Sandra aggiunge che i suoi concittadini pagano anche il vitto e l’alloggio del fantasma. «Che sia il famoso fantasmino? Quello del fantasma formaggino?» afferma con le lacrime agli occhi, mentre recita la famosa barzelletta.

«Un inglese, un francese e un italiano si sfidano a resistere una notte in un castello infestato da un fantasma. Il primo giorno si reca nel castello l’inglese. A mezzanotte appare un fantasma urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’inglese scappa terrorizzato.

Il secondo giorno si reca nel castello il francese. A mezzanotte il fantasma entra nella sua stanza urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!” e il francese scappa ancor più terrorizzato.

La terza notte è il turno dell’italiano. A mezzanotte il fantasma entra e urla “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’italiano risponde “Vieni qui che ti spalmo sul panino!”» e giù gran risate pensando ai suoi concittadini.

Un giorno d’estate Sandra e Lorenzo decidono di arrivare al mitico villaggio nascosto.

Tenendosi per mano si avviano a percorrere le due miglia che li separa dal boschetto. Qui trovano un vero intrico di rovi e arbusti: biancospino e gelsomino selvatico, sambuco e gelso. Ci girano attorno finché non trovano una piccola apertura con un sentiero appena accennato. Un passaggio sotto una cupola di verde.

Sandra e Lorenzo si abbassano per non rimanere impigliati coi capelli nei rami delle piante. Sono allegri e felici per questa scampagnata che hanno programmato da tempo. Il boschetto non è molto lungo da attraversare e dopo pochi minuti sbucano fuori.

«Oh!» mormora Sandra facendo una smorfia di disappunto. «Tutto qui?»

Quattro case o meglio qualche muro ricoperto d’edera è quello che resta del villaggio fantasma.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il gatto

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Sa questa splendida immagine di Etiliyle nasce questo mini racconto.

Buona lettura

I gatti a Venusia non ci sono o almeno non c’erano fino a oggi. In realtà nemmeno i cani sono abbondanti. L’unico è Tobia, il meticcio di Sofia. Quando d’inverno gli animali del bosco spinti dalla neve scendono fino alla periferia di Venusia i venusiani vorrebbero imbracciare le doppiette e sparare. Peccato che non esistono doppiette a Venusia per il banale motivo che i selvatici vivono nel bosco degli spiriti, dove neanche morti i venusiani vogliono entrarci. Quindi l’unico armaiolo di Venusia ha dichiarato fallimento per mancanza di clienti anni prima che si scrivessero le cronache di Venusia. Era stato un tentativo maldestro di Ughetto finito malamente. Così quella bottega ha chiuso i battenti in breve tempo. Per farla breve i venusiani sono pacifici, non amano le armi ma nemmeno gli animali. Insomma esiste una tregua fragile tra loro e i selvatici. I venusiani non vanno nel bosco degli spiriti, i selvatici rimangono nel loro ghetto, salvo annate particolarmente nevose.

Quando un giorno di primavera di quest’anno è comparso un gatto bianco con macchie nere accanto al muretto a secco del giardino pubblico tutti si sono interrogati per conoscere chi l’aveva introdotto a Venusia.

«È tuo quel gatto?» chiede Mario ad Alberto che nega vistosamente con la testa.

È tutto un domandare: «È tuo quel gatto?» ma nessuno afferma di conoscere la provenienza del felino, che se ne sta fermo al sole con l’occhio verde sornione, mentre quello azzurro è semichiuso.

In apparenza distaccato rispetto alla curiosità dei venusiani che in processione passano, guardano e commentano. In realtà attentissimo che nessuno si avvicini troppo.

Sofia col suo meticcio si avvicina per scattargli qualche fotografia ma subito il gatto inarca la schiena e soffia mostrando i denti. Tobia lo guarda con occhio indifferente si chi si ritiene superiore, quasi a snobbare la minacciosa difesa del felino.

«Tu stia qui senza muoverti» intima Sofia al suo cane con un gesto perentorio della mano, mentre si avvicina al gatto che continua a soffiare furioso.

La ragazza si ferma allungando una mano in segno di pace. La tiene avanti a sé senza muoverla, aspettando che il micio l’annusi per bene. Se l’odore gli piace farà amicizia, viceversa amici come prima.

Il gatto si rilassa osservando di soppiatto che il suo nemico resta fermo immobile a distanza di sicurezza. Scruta la ragazza che è ferma immobile in attesa che lui faccia un passo in avanti. Allunga il collo e annusa quale odore emana quella mano ferma a pochi centimetri dal suo naso. Lo trova di suo gradimento e strofina la testa sulle dita, aspettando una coccola.

«Bravo micio» sussurra Sofia, mentre Tobia freme per la gelosia verso quell’animale che sta ricevendo una carezza.

«Hai fame?»

Un miagolio sembra confermare che non disdegna di mandare giù qualcosa. In effetti avrebbe anche sete ma l’umana forse non l’ha capito.

Sofia, seguita come un’ombra da Tobia, va a recuperare una ciotola di latte e una di acqua.

Il gatto gradisce l’acqua me pare riluttante verso il latte. Avrebbe gradito qualcosa di solido ma in mancanza di altro a malincuore passa la lingua su quel liquidi biancastro.

Si lecca i baffi, sbadiglia annoiato e si distende per schiacciare un pisolino, tenendo l’occhio verde sempre aperto.

Non si fida di quel cane.

Il gatto come è arrivato in modo misterioso se ne va senza lasciare tracce un paio di giorni dopo la sua comparsa.

I venusiano tirano un sospiro di sollievo.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Il sentiero nel bosco

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Una bella foto di Waldprok un po’ di parole mie ed ecco confezionata la storia.

Il viottolo conduce nel bosco sulla montagna di Venusia. Ai venusiani, come si sa, non piace avventurarsi dentro. Dicono che si disturbano gli spiriti.

“Ma sarà vero?” si domanda Sofia, mentre avanza con passo sicuro su questo sentiero insieme al fido Tobia.

Lei non ci crede. Per lei è un semplice bosco, nemmeno troppo curato, cresciuto selvaggio e senza una guida. Proprio per questa peculiarità Sofia lo trova attraente. Gli alberi crescono e muoiono e nuove essenze nascono al posto di quelle vecchie.

Se tira il vento da nord gagliardo, quelli malati chinano la testa e franano sul terreno, dove malinconici aspettano che insetti e il tempo li trasformino in humus fertile per la terra.

Sofia studia da agronomo e la sua ambizione è quella di diventare la guardiana del bosco. A lei piace quando la natura cresce ribelle senza regole imposte dall’uomo, in particolare dai venusiani che di ecologia ne capiscono ancora meno. Parlate loro di vino, di non fare nulla, di oziare da Sghego e diventano dei campioni mondiali in queste categorie ma di natura nulla. Per loro non esiste, è un’appendice di Venusia che non bisogna curare. Però sono dei bravi diavoli paciosi che non amano i litigi. Sulla montagna e relativo bosco hanno le loro teorie: è abitato dagli spiriti dei venusiani antichi che si aggirano tra gli alberi pronti a fare i dispetti più curiosi. Ad esempio visitarli durante il sonno e far prendere un coccolone ai più paurosi.

Nel bosco crescono piante e fiori e trovano riparo gli animali. Nessuno li disturba e loro non recano disturbo a nessuno. Solo d’inverno, quando la neve ricopre tutto, i più intraprendenti si spingono sul limitare di Venusia alla ricerca del cibo che scarseggia nel loro habitat.

Così il piccolo branco di lupi cerca in qualche pollaio galline e pulcini ma quelli sono già finiti in pentola spennati, bolliti e mangiati. I lupi ci rimangono male perché a loro non hanno lasciato nulla da razziare. Ripiegano su qualche bidone del rusco, dove si trova sempre qualcosa di poco gustoso. I venusiani sono parchi nel mangiare e gli scarti alimentari sono davvero avanzi scarsi. Però questo serve per sfamare anche il lupo a digiuno, visto che la fame lo scaccia dal bosco.

Tobia nella sua corsa sfrenata nel sottobosco fiuta l’afrore del selvatico e vorrebbe stanarlo ma Sofia gli ha insegnato di lasciarli in pace.

«Non ti hanno fatto nulla» dice mentre lui seduto sulle zampe posteriori ascolta e annuisce. «Lasciali in pace e non disturbarli».

Però è una bella sofferenza per Tobia vederli, fiutarli e non fare nulla. Lo scoiattolo sul ramo più alto sembra fargli un marameo di scherno, mentre lui lo guarda in cagnesco.

Lui corre felice senza che nessuno lo trattenga, mentre Sofia cammina spedita sul sentiero che la porta a casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di waldprok – La campagna

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Riprendo una vecchia fotografia di Waldprok. Una campagna gialla e seccata dal sole. Una splendida immagine ed ecco che Venusia e i suoi abitanti riprendono fiato.

Fotografia di Waldprok

Buona lettura.

Venusia è immersa in una pianura piatta come una tavola a parte quella piccola protuberanza che i venusiani si ostinano a chiamare montagna.

Tutto interno si estende la campagna coltivata a grano e vigneto, costellata qua e là da piccoli specchi d’acqua.

Venusia si trova sulla rotta di migrazione delle anatre e quelle pozzanghere nemmeno troppo profonde sono il punto di sosta ideale per gli uccelli migratori. Pino conosce il periodo del passo e si apposta nello stagno grande per vedere le anatre posarsi sull’acqua dopo il lungo viaggio. Restano lì per diversi giorni prima di spiccare il volo per raggiungere la destinazione finale. In primavera lo stormo proveniente da sud si dirige verso nord, un punto imprecisato dell’orizzonte. In autunno vanno verso sud, verso il mare che scavalcheranno per svernare in una zona della terra calda. Questo glielo ha raccontato Riccardo, un giovane che sogna di fare l’etologo, di essere il Konrad Lorenz di Venusia.

Pino ascolta in silenzio le storie degli animali e del loro comportamento che Riccardo gli racconta con dovizia di particolari.

«Le anatre che vedi nello stagno arrivano da meridione dove d’inverno la temperatura è mite oppure da settentrione dove d’estate non fa troppo caldo. Riescono a volare per molti chilometri nella classica formazione a V» spiega il futuro etologo, mentre Pino ascolta a bocca aperta le sue parole. «Venusia è metà strada tra la partenza e l’arrivo. Il posto ideale per riposarsi. Nessun cacciatore a disturbarle».

Riccardo spiega che la campagna e lo stagno forniscono cibo in abbondanza per questi uccelli migratori che sembra che abbiano informato col passaparola le loro compagne che il posto è ospitale e il pasto è ottimo.

Pino ride quando ascolta questa affermazione.

«Ma le anatre non parlano» afferma il bambino con le lacrime agli occhi per il ridere. Lui, da quando frequenta lo stagno, non le ha mai sentite parlare ma solo emettere dei suoni ‘Quac, Quac,…’ piuttosto monotoni.

«Le anatre parlano un linguaggio che gli umani non comprendono» afferma Riccardo, perché è convinto che quel ‘quac, quac’ variato nella cadenza sia il loro dialetto.

«Ma sanno solo dire ‘quac, quac’!» ribatte Pino per nulla convinto che quello sia il linguaggio delle anatre per comunicare tra loro.

Riccardo gli accarezza il capo sapendo che sarà dura fargli capire che ogni specie animale comunica tra loro mediante dei suoni che a noi umani sembrano tutti uguali.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – artisti di strada

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Questa bella immagine di Etiliyle mi ha suggerito questo mini racconto

Buona lettura

Il borgomastro di Venusia ha un’idea: colorare i lastroni della piazza con la fontana senz’acqua. Però c’è un intoppo: nessuno dei suoi concittadini sa tenere un pennello in mano. Quindi decide di convocare il consiglio dei saggi che governa Venusia per studiare come fare. Il più giovane dei savi ha ottanta cinque anni, il più vecchio non ricorda nemmeno l’anno di nascita. Insomma una allegra squadra di giovanotti di una volta.

«Voi siete i saggi di Venusia» attacca da lontano Roberto B., il borgomastro. «Quindi mi potete illuminare con la vostra saggezza».

Un mormorio si leva da quel uditorio di persone che non hanno ben compreso cosa vuole da loro il borgomastro. Quasi tutti sono sordi e quelli più giovani, si fa per dire, portano l’apparecchio acustico.

È tutto un “cosa?”, “come?”, “perché?”, finché Martino non si alza per chiedere cosa vuole da loro.

«Non abbiamo ben capito perché ci abbia convocati» spiega Martino, stringendo gli occhi da miope.

«Come ho detto» ripete con pazienza Roberto B., sospirando perché forse doveva convocare i pochi giovani venusiani meno tonti e senza problemi della prostata. «Vorrei abbellire la piazza della fontana…».

«La fontana senz’acqua?» chiede Piero, il giovincello della squadra, come se a Venusia ci siano piazze a iosa e fontane che buttano acqua o vino.

In effetti se lo facessero ci sarebbe la coda a bere.

«Bravo Piero! Proprio quella» lo canzona il borgomastro con il tono sarcastico della voce. «Vorrei abbellirla con dei disegni».

«E dovremo farli noi?» suggerisce Armando dalla testa liscia come un uovo, mentre trema al solo pensiero di dover colorare il quaderno del nipotino.

Roberto B. sbuffa perché se si prosegue così non si arriva da nessuna parte.

«No, non voi» si affanna a spiegare il borgomastro a cui è venuta la pelle d’oca all’idea che lo facciano loro.

“Se lo volessi affidare a voi starei fresco, visto che non sapete tenere in mano nemmeno una matita” riflette Roberto B. visibilmente adirato. Inspira aria per mascherare l’irritazione prima di proseguire.

«Vorrei trovare uno o più artisti che sappiamo come tenere in mano un pennello» conclude il borgomastro che sta sudando copiosamente anche se la temperatura non è calda. Rivoli si sudore scendono dalle tempie e sotto le ascelle si formano dei grossi aloni nella camicia.

«Ma signor borgomastro basta dirlo chiaro che volete qualche madonaro a decorare i lastroni di porfido della piazza» esclama Oreste che si è appena svegliato del pisolino.

«Bravo Oreste!» afferma Roberto B. che si morde la lingua per non averci pensato lui. «Facciamo un bel concorso e così senza spendere un venusino ci ritroviamo decorata la piazza».

«Ma il concorso chi lo fa?» chiede Amilcare che ha sentito qualche parola smozzicata. «Il concorso per diventare borgomastro?»

Roberto B. diventa rosso come un peperone e pare un vulcano pronto a eruttare parolacce ma si trattiene. L’idea del concorso d’idee gli piace e non ha certo bisogno di questi vecchi bavosi per metterlo in piedi.

«Ragazzi mi siete stati di grande aiuto per risolvere questo problema. Potete tornare alle vostre occupazioni» li congeda il borgomastro ansioso di liberarsi di questa compagnia.

Qualche settimana dopo una bella squadra di artisti di strada sono al lavoro sui lastroni di porfido della piazza per trasformarli in opere d’arte.