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Disegna la tua storia – La partenza

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Ripubblico qui il post del mio turno su Caffè Letterario.

Buona Lettura

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

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Chi vuole partecipare al gioco del 2019?

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Morena Fanti e Io e il silenzio propongono una sfida che potete leggere qui.

Come sarà il 2054? Non lo sapete? Non avete la mitica sfera di cristallo? Non importa. Armatevi di penna stilografica, inchiostro di seppia marrone e carta in abbondanza – ma non troppa per non disboscare un’intera foresta – e mettete a frutto la vostra fantasia.

Nulla vi sarà precluso. Voli tipo Icaro o cadute all’inferno. Insomma il racconto è nelle vostre mani, anzi nella vostra testa.

Iscrivetevi – è tutto gratis  e non si vince nulla, almeno credo 😀 – Ci possiamo divertire spremendo le meningi.

Ah! per le regole… non so. Leggete e aspettate

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – Il villaggio fantasma

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Una splendida immagine di Etiliyle e un pizzico di fantasia per confezionare questo piccolo racconto

A Venusia andando verso levante si trovano i campi coltivati, per lo più vigneti, perché il vino non deve mai mancare. Lontano due miglia dall’ultima casa di Venusia c’è un piccolo boschetto di arbusti nemmeno troppo vistosi. Dicono che dietro si trovi il villaggio fantasma, che per i venusiani è altrettanto sacro come il bosco degli spiriti. Quindi nessuno si azzarda ad arrivare fino lì.

Per raggiungerlo si passa tra un appezzamento di terreno e l’altro, piccole strisce di terra dove l’erba non cresce mai, consumata dal continuo passaggio degli agricoltori e dei loro mezzi.

Sandra e Lorenzo sono una bella coppia. Lei è alta e dal fisico slanciato, con una chioma che ricade sulle spalle. Lui è più alto della compagna ma magro come un chiodo dai capelli castano chiari che d’estate tendono al rossiccio. Lei studia da medico, lui è già ingegnere. Delle credenze popolari non gliene importano niente per il banale motivo che non ci credono.

«Solo superstizioni» afferma Lorenzo quando parla coi suoi compaesani. «Fantasmi? Tutto ridicolo».

Alza le spalle e ci fa una gran risata.

Hanno esplorato il Castello e non sono morti, né hanno visto ombre vagare per le stanze. Eppure il Castello è curato da tutti i venusiani che si tassano ogni anno per la sua manutenzione.

Sandra aggiunge che i suoi concittadini pagano anche il vitto e l’alloggio del fantasma. «Che sia il famoso fantasmino? Quello del fantasma formaggino?» afferma con le lacrime agli occhi, mentre recita la famosa barzelletta.

«Un inglese, un francese e un italiano si sfidano a resistere una notte in un castello infestato da un fantasma. Il primo giorno si reca nel castello l’inglese. A mezzanotte appare un fantasma urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’inglese scappa terrorizzato.

Il secondo giorno si reca nel castello il francese. A mezzanotte il fantasma entra nella sua stanza urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!” e il francese scappa ancor più terrorizzato.

La terza notte è il turno dell’italiano. A mezzanotte il fantasma entra e urla “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’italiano risponde “Vieni qui che ti spalmo sul panino!”» e giù gran risate pensando ai suoi concittadini.

Un giorno d’estate Sandra e Lorenzo decidono di arrivare al mitico villaggio nascosto.

Tenendosi per mano si avviano a percorrere le due miglia che li separa dal boschetto. Qui trovano un vero intrico di rovi e arbusti: biancospino e gelsomino selvatico, sambuco e gelso. Ci girano attorno finché non trovano una piccola apertura con un sentiero appena accennato. Un passaggio sotto una cupola di verde.

Sandra e Lorenzo si abbassano per non rimanere impigliati coi capelli nei rami delle piante. Sono allegri e felici per questa scampagnata che hanno programmato da tempo. Il boschetto non è molto lungo da attraversare e dopo pochi minuti sbucano fuori.

«Oh!» mormora Sandra facendo una smorfia di disappunto. «Tutto qui?»

Quattro case o meglio qualche muro ricoperto d’edera è quello che resta del villaggio fantasma.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il gatto

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Sa questa splendida immagine di Etiliyle nasce questo mini racconto.

Buona lettura

I gatti a Venusia non ci sono o almeno non c’erano fino a oggi. In realtà nemmeno i cani sono abbondanti. L’unico è Tobia, il meticcio di Sofia. Quando d’inverno gli animali del bosco spinti dalla neve scendono fino alla periferia di Venusia i venusiani vorrebbero imbracciare le doppiette e sparare. Peccato che non esistono doppiette a Venusia per il banale motivo che i selvatici vivono nel bosco degli spiriti, dove neanche morti i venusiani vogliono entrarci. Quindi l’unico armaiolo di Venusia ha dichiarato fallimento per mancanza di clienti anni prima che si scrivessero le cronache di Venusia. Era stato un tentativo maldestro di Ughetto finito malamente. Così quella bottega ha chiuso i battenti in breve tempo. Per farla breve i venusiani sono pacifici, non amano le armi ma nemmeno gli animali. Insomma esiste una tregua fragile tra loro e i selvatici. I venusiani non vanno nel bosco degli spiriti, i selvatici rimangono nel loro ghetto, salvo annate particolarmente nevose.

Quando un giorno di primavera di quest’anno è comparso un gatto bianco con macchie nere accanto al muretto a secco del giardino pubblico tutti si sono interrogati per conoscere chi l’aveva introdotto a Venusia.

«È tuo quel gatto?» chiede Mario ad Alberto che nega vistosamente con la testa.

È tutto un domandare: «È tuo quel gatto?» ma nessuno afferma di conoscere la provenienza del felino, che se ne sta fermo al sole con l’occhio verde sornione, mentre quello azzurro è semichiuso.

In apparenza distaccato rispetto alla curiosità dei venusiani che in processione passano, guardano e commentano. In realtà attentissimo che nessuno si avvicini troppo.

Sofia col suo meticcio si avvicina per scattargli qualche fotografia ma subito il gatto inarca la schiena e soffia mostrando i denti. Tobia lo guarda con occhio indifferente si chi si ritiene superiore, quasi a snobbare la minacciosa difesa del felino.

«Tu stia qui senza muoverti» intima Sofia al suo cane con un gesto perentorio della mano, mentre si avvicina al gatto che continua a soffiare furioso.

La ragazza si ferma allungando una mano in segno di pace. La tiene avanti a sé senza muoverla, aspettando che il micio l’annusi per bene. Se l’odore gli piace farà amicizia, viceversa amici come prima.

Il gatto si rilassa osservando di soppiatto che il suo nemico resta fermo immobile a distanza di sicurezza. Scruta la ragazza che è ferma immobile in attesa che lui faccia un passo in avanti. Allunga il collo e annusa quale odore emana quella mano ferma a pochi centimetri dal suo naso. Lo trova di suo gradimento e strofina la testa sulle dita, aspettando una coccola.

«Bravo micio» sussurra Sofia, mentre Tobia freme per la gelosia verso quell’animale che sta ricevendo una carezza.

«Hai fame?»

Un miagolio sembra confermare che non disdegna di mandare giù qualcosa. In effetti avrebbe anche sete ma l’umana forse non l’ha capito.

Sofia, seguita come un’ombra da Tobia, va a recuperare una ciotola di latte e una di acqua.

Il gatto gradisce l’acqua me pare riluttante verso il latte. Avrebbe gradito qualcosa di solido ma in mancanza di altro a malincuore passa la lingua su quel liquidi biancastro.

Si lecca i baffi, sbadiglia annoiato e si distende per schiacciare un pisolino, tenendo l’occhio verde sempre aperto.

Non si fida di quel cane.

Il gatto come è arrivato in modo misterioso se ne va senza lasciare tracce un paio di giorni dopo la sua comparsa.

I venusiano tirano un sospiro di sollievo.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – Il sentiero nel bosco

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Una bella foto di Waldprok un po’ di parole mie ed ecco confezionata la storia.

Il viottolo conduce nel bosco sulla montagna di Venusia. Ai venusiani, come si sa, non piace avventurarsi dentro. Dicono che si disturbano gli spiriti.

“Ma sarà vero?” si domanda Sofia, mentre avanza con passo sicuro su questo sentiero insieme al fido Tobia.

Lei non ci crede. Per lei è un semplice bosco, nemmeno troppo curato, cresciuto selvaggio e senza una guida. Proprio per questa peculiarità Sofia lo trova attraente. Gli alberi crescono e muoiono e nuove essenze nascono al posto di quelle vecchie.

Se tira il vento da nord gagliardo, quelli malati chinano la testa e franano sul terreno, dove malinconici aspettano che insetti e il tempo li trasformino in humus fertile per la terra.

Sofia studia da agronomo e la sua ambizione è quella di diventare la guardiana del bosco. A lei piace quando la natura cresce ribelle senza regole imposte dall’uomo, in particolare dai venusiani che di ecologia ne capiscono ancora meno. Parlate loro di vino, di non fare nulla, di oziare da Sghego e diventano dei campioni mondiali in queste categorie ma di natura nulla. Per loro non esiste, è un’appendice di Venusia che non bisogna curare. Però sono dei bravi diavoli paciosi che non amano i litigi. Sulla montagna e relativo bosco hanno le loro teorie: è abitato dagli spiriti dei venusiani antichi che si aggirano tra gli alberi pronti a fare i dispetti più curiosi. Ad esempio visitarli durante il sonno e far prendere un coccolone ai più paurosi.

Nel bosco crescono piante e fiori e trovano riparo gli animali. Nessuno li disturba e loro non recano disturbo a nessuno. Solo d’inverno, quando la neve ricopre tutto, i più intraprendenti si spingono sul limitare di Venusia alla ricerca del cibo che scarseggia nel loro habitat.

Così il piccolo branco di lupi cerca in qualche pollaio galline e pulcini ma quelli sono già finiti in pentola spennati, bolliti e mangiati. I lupi ci rimangono male perché a loro non hanno lasciato nulla da razziare. Ripiegano su qualche bidone del rusco, dove si trova sempre qualcosa di poco gustoso. I venusiani sono parchi nel mangiare e gli scarti alimentari sono davvero avanzi scarsi. Però questo serve per sfamare anche il lupo a digiuno, visto che la fame lo scaccia dal bosco.

Tobia nella sua corsa sfrenata nel sottobosco fiuta l’afrore del selvatico e vorrebbe stanarlo ma Sofia gli ha insegnato di lasciarli in pace.

«Non ti hanno fatto nulla» dice mentre lui seduto sulle zampe posteriori ascolta e annuisce. «Lasciali in pace e non disturbarli».

Però è una bella sofferenza per Tobia vederli, fiutarli e non fare nulla. Lo scoiattolo sul ramo più alto sembra fargli un marameo di scherno, mentre lui lo guarda in cagnesco.

Lui corre felice senza che nessuno lo trattenga, mentre Sofia cammina spedita sul sentiero che la porta a casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di waldprok – La campagna

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Riprendo una vecchia fotografia di Waldprok. Una campagna gialla e seccata dal sole. Una splendida immagine ed ecco che Venusia e i suoi abitanti riprendono fiato.

Fotografia di Waldprok

Buona lettura.

Venusia è immersa in una pianura piatta come una tavola a parte quella piccola protuberanza che i venusiani si ostinano a chiamare montagna.

Tutto interno si estende la campagna coltivata a grano e vigneto, costellata qua e là da piccoli specchi d’acqua.

Venusia si trova sulla rotta di migrazione delle anatre e quelle pozzanghere nemmeno troppo profonde sono il punto di sosta ideale per gli uccelli migratori. Pino conosce il periodo del passo e si apposta nello stagno grande per vedere le anatre posarsi sull’acqua dopo il lungo viaggio. Restano lì per diversi giorni prima di spiccare il volo per raggiungere la destinazione finale. In primavera lo stormo proveniente da sud si dirige verso nord, un punto imprecisato dell’orizzonte. In autunno vanno verso sud, verso il mare che scavalcheranno per svernare in una zona della terra calda. Questo glielo ha raccontato Riccardo, un giovane che sogna di fare l’etologo, di essere il Konrad Lorenz di Venusia.

Pino ascolta in silenzio le storie degli animali e del loro comportamento che Riccardo gli racconta con dovizia di particolari.

«Le anatre che vedi nello stagno arrivano da meridione dove d’inverno la temperatura è mite oppure da settentrione dove d’estate non fa troppo caldo. Riescono a volare per molti chilometri nella classica formazione a V» spiega il futuro etologo, mentre Pino ascolta a bocca aperta le sue parole. «Venusia è metà strada tra la partenza e l’arrivo. Il posto ideale per riposarsi. Nessun cacciatore a disturbarle».

Riccardo spiega che la campagna e lo stagno forniscono cibo in abbondanza per questi uccelli migratori che sembra che abbiano informato col passaparola le loro compagne che il posto è ospitale e il pasto è ottimo.

Pino ride quando ascolta questa affermazione.

«Ma le anatre non parlano» afferma il bambino con le lacrime agli occhi per il ridere. Lui, da quando frequenta lo stagno, non le ha mai sentite parlare ma solo emettere dei suoni ‘Quac, Quac,…’ piuttosto monotoni.

«Le anatre parlano un linguaggio che gli umani non comprendono» afferma Riccardo, perché è convinto che quel ‘quac, quac’ variato nella cadenza sia il loro dialetto.

«Ma sanno solo dire ‘quac, quac’!» ribatte Pino per nulla convinto che quello sia il linguaggio delle anatre per comunicare tra loro.

Riccardo gli accarezza il capo sapendo che sarà dura fargli capire che ogni specie animale comunica tra loro mediante dei suoni che a noi umani sembrano tutti uguali.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – artisti di strada

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Questa bella immagine di Etiliyle mi ha suggerito questo mini racconto

Buona lettura

Il borgomastro di Venusia ha un’idea: colorare i lastroni della piazza con la fontana senz’acqua. Però c’è un intoppo: nessuno dei suoi concittadini sa tenere un pennello in mano. Quindi decide di convocare il consiglio dei saggi che governa Venusia per studiare come fare. Il più giovane dei savi ha ottanta cinque anni, il più vecchio non ricorda nemmeno l’anno di nascita. Insomma una allegra squadra di giovanotti di una volta.

«Voi siete i saggi di Venusia» attacca da lontano Roberto B., il borgomastro. «Quindi mi potete illuminare con la vostra saggezza».

Un mormorio si leva da quel uditorio di persone che non hanno ben compreso cosa vuole da loro il borgomastro. Quasi tutti sono sordi e quelli più giovani, si fa per dire, portano l’apparecchio acustico.

È tutto un “cosa?”, “come?”, “perché?”, finché Martino non si alza per chiedere cosa vuole da loro.

«Non abbiamo ben capito perché ci abbia convocati» spiega Martino, stringendo gli occhi da miope.

«Come ho detto» ripete con pazienza Roberto B., sospirando perché forse doveva convocare i pochi giovani venusiani meno tonti e senza problemi della prostata. «Vorrei abbellire la piazza della fontana…».

«La fontana senz’acqua?» chiede Piero, il giovincello della squadra, come se a Venusia ci siano piazze a iosa e fontane che buttano acqua o vino.

In effetti se lo facessero ci sarebbe la coda a bere.

«Bravo Piero! Proprio quella» lo canzona il borgomastro con il tono sarcastico della voce. «Vorrei abbellirla con dei disegni».

«E dovremo farli noi?» suggerisce Armando dalla testa liscia come un uovo, mentre trema al solo pensiero di dover colorare il quaderno del nipotino.

Roberto B. sbuffa perché se si prosegue così non si arriva da nessuna parte.

«No, non voi» si affanna a spiegare il borgomastro a cui è venuta la pelle d’oca all’idea che lo facciano loro.

“Se lo volessi affidare a voi starei fresco, visto che non sapete tenere in mano nemmeno una matita” riflette Roberto B. visibilmente adirato. Inspira aria per mascherare l’irritazione prima di proseguire.

«Vorrei trovare uno o più artisti che sappiamo come tenere in mano un pennello» conclude il borgomastro che sta sudando copiosamente anche se la temperatura non è calda. Rivoli si sudore scendono dalle tempie e sotto le ascelle si formano dei grossi aloni nella camicia.

«Ma signor borgomastro basta dirlo chiaro che volete qualche madonaro a decorare i lastroni di porfido della piazza» esclama Oreste che si è appena svegliato del pisolino.

«Bravo Oreste!» afferma Roberto B. che si morde la lingua per non averci pensato lui. «Facciamo un bel concorso e così senza spendere un venusino ci ritroviamo decorata la piazza».

«Ma il concorso chi lo fa?» chiede Amilcare che ha sentito qualche parola smozzicata. «Il concorso per diventare borgomastro?»

Roberto B. diventa rosso come un peperone e pare un vulcano pronto a eruttare parolacce ma si trattiene. L’idea del concorso d’idee gli piace e non ha certo bisogno di questi vecchi bavosi per metterlo in piedi.

«Ragazzi mi siete stati di grande aiuto per risolvere questo problema. Potete tornare alle vostre occupazioni» li congeda il borgomastro ansioso di liberarsi di questa compagnia.

Qualche settimana dopo una bella squadra di artisti di strada sono al lavoro sui lastroni di porfido della piazza per trasformarli in opere d’arte.

 

Scrivere creativo – miniesercizio 80 – Una giornata a Tokyo

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Nuova sfida sulle 200 parole e tre lemmi slegati tra loro proposta da Scrivere creativo. Ecco l’esercizio proposto.

Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.

L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.

Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.

Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una parola che nessuno può dire

– Un venditore zoppo

– Una città dell’estremo oriente

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Sofia camminava per le vie di Tokyo osservando i passanti che la sfioravano. Qualcuno con un inchino sembrava volersi scusare di averla lambita. Era un mondo diverso da quello in cui era vissuta.

Aveva vinto un favoloso viaggio di una settimana a Tokyo collezionando le figurine Liebig, che aveva deciso di premiare i clienti affezionati ai suoi prodotti.

Sofia adesso si trovava lì in mezzo a gente sconosciuta, che parlavano un linguaggio strano composto da segni ancor più misteriosi. Era tutto un inchino. “Prego, prima lei”. “No, prima lei”. E così rimassero sulla soglia del negozio per ore a scambiarsi cortesie, finché esausti non decisero di andarsene senza essere entrati nella bottega.

Sofia era senza parole nel vedere questo siparietto che non riusciva a capire. “Stare impalati per ore per stabilire chi deve entrare per primo” pensò Sofia, mentre guardava la vetrina di un verduraio. “Mi sembra uno spreco senza senso”.

Alzò gli occhi e lesse l’insegna “Frutta e verdura di Haruki Yamamoto”, mentre dentro vide un omino grinzoso che zoppicava. Dal labiale evinse che stava pronunciando un’imprecazione scurrile.

Non seppe il perché ma scoppiò a ridere. “Anche in Giappone si usano pronunciare le parolacce” si disse, mentre si allontanava.

Scrivere creativo – miniesercizio 79 – Pieter

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Riprendo un vecchio esercizio di scrivere creativo di qualche settimana fa. Di seguito il testo proposto.

Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.

L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.

Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.

Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una chiave

– Un vecchio arrampicato su un albero

– Una specifica via di Berlino

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Pieter camminava lungo Unter den Linden verso la porta di Brandeburgo quando si chinò a raccogliere una chiave. Rimase sorpreso perché era come quelle che si usano per aprire le vecchie porte, arrugginita e scomoda da mettere in tasca.

Girò lo sguardo intorno a sé per vedere se qualcuno la reclamava. Rimase basito, perché ebbe l’impressione di essere invisibile. Avvertiva lo sfioramento dei corpi ma loro non provavano la medesima impressione.

“Che sia fatata?” si chiese, stringendola e fu catapultato in un altro mondo.

Si trovava in una foresta dove il sole faticava a penetrare. Odore di muschio, di umidità stantia. Si guardò intorno: “Dove sono finito?” ma non capì nulla salvo che aveva dismesso il gessato e il cappotto foderato di agnello. Le eleganti scarpe erano sparite e i piedi erano nudi incrostati di fango.

Sbigottito con la chiave in mano mosse un passo sul tappetto verde di soffice erba. In preda al panico si diresse verso l’albero dalla chioma ampia come il suo giardino.

Alzò gli occhi, sgranandoli perché seduto sul ramo stava il vecchio Adolf che lo salutò con la mano.

Diede una capocciata contro il tronco mentre guardava in alto svegliandosi in un lago di sudore.

Disegna la tua storia – Contest di webnauta – una storia da spiaggia -1

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Qualche settimana fa ho proposto questo racconto che parteciperà al contest dell’estate di Webnauta con zero probabilità di vincere qualcosa ma De Coubertin insegna anche a gareggiare. Il precedente non andava bene perché mancavano due tasselli: le parole impreviste. Adesso è completo. Quindi quattro parole chiave: ondivago, bardo, clafoutis e brillante più due parole parole misteriose che non rivelerò nemmeno sotto tortura. Non si scherza mica. Non sono bruscolini 😀

Adesso basta, leggete, dite la vostra. L’ombrellone vi aspetta.

 

Arrivati a marzo si pone il problema di come superare lo spartiacque estivo, come se poi tutto il resto dell’anno filasse liscio.

È questo il pensiero di Emilia che non sa come organizzare i tre mesi estivi. Qualcuno strabuzza gli occhi. «Tre mesi di vacanza?» «Sì, proprio così. Giugno, luglio e agosto. Per settembre si torna a casa per riprendersi dalla sbornia vacanziera».

Un pensiero ondivago si fa strada nella mente di Emilia che non sa decidersi quest’anno. L’anno scorso è stato un viaggio a piedi per l’Europa del sud. Tanti i chilometri e tantissimi i posti visitati. Quello precedente si è affidata al treno che l’ha portata in giro per la Russia. L’anno ancora prima partendo da Milano ha raggiunto il nord America e da lì è iniziato un viaggio verso la Patagonia. Per gli altri anni non ricorda dove ma sono stati bellessimi.

Però il problema è adesso. L’entropia del sistema vacanze non ammette deroghe. Il disordine regna sovrano nella testa di Emilia. Il passaggio dallo stato ordinato del metronomo casa, lavoro, casa a quello disorganizzato di un viaggio lungo tre mesi racchiude tutta la sua insicurezza.

Giugno è vicino e gli amici con i quali condivide le vacanze estive premono per sapere dove. Però Emilia non riesce a decidere né il mezzo né le località da toccare. Viaggiare a piedi è stancante. Ricorda le piaghe dello scorso anno. Il treno è bello perché durante gli spostamenti si può chiacchierare in santa pace ma è limitato alle sole tratte ferroviarie. L’aereo è costoso e poi i viaggi low-cost sono snervanti. Barca? No, grazie! Bicicletta? Auto? Tanti mezzi ma non tutti graditi dai compagni di viaggio: Sara, Michele e Marietto.

È un nucleo adamantino il loro, difficile da scalfire ma pronto a incidere nella scelta delle vacanze. Sembrano due coppie ma in realtà sono quattro amici legati dalla stessa volontà di divertirsi, di fare qualcosa fuori del comune.

“No, devo trovare qualcosa di originale? Ma cosa?” riflette Emilia, legando i lunghi capelli con un elastico. “Siamo a marzo ma fa già caldo ma zero idee”.

Sono dieci anni che fanno questa scorpacciata di vacanze e quindi le ipotesi sui luoghi diventano sempre più complicate. “Ma loro vengono a rimorchio. Mai una volta che suggeriscano un itinerario da esplorare. Devo fare tutto io. Tappe, prenotazioni e organizzare ogni dettaglio” mormora un po’ infastidita ma al tempo stesso soddisfatta, pensando alle esperienze passate.

In realtà non è così. A lei piace fare tutto da sola e poi presentare il tour seduti a tavola con grandi slide proiettate sul soffitto. ‘Con la pancia piena si ragiona meglio’ è sempre stato il suo motto ma adesso si trova un po’ in difficoltà.

“Ma quest’anno dove li porterò?” si domanda aprendo google map sull’Europa.

Seduta davanti al suo computer gira gli occhi per la stanza. Di fronte sta la libreria con sotto il divano. Alla sua destra un mobile dei primi del novecento in radica e borchie di rame in stile liberty. Alle sue spalle l’impianto hi-fi. Però per terra ci sono libri accatastati alla rinfusa.

“Un viaggio solo acqua? Oppure un mix?”

Niente, nessuna idea viene in soccorso, quando l’occhio cade su un volume dei Meridiani mescolato insieme ad altri testi. ‘Teatro completo. Testo inglese a fronte. Vol. 4: Le tragedie’ di William Shakespeare. Un vecchio volumetto un po’ malmesso. Lampadina.

«Ecco la destinazione. Stratford-upon-Avon e al ritorno Limoges» esclama entusiasta. «Con quale mezzo?» L’entusiasmo si sgonfia come un palloncino bucato.

Tre sere più tardi sono attorno un tavolo pieno di briciole e gocce di vino. Con un colpo di mouse srotola sulla parete un’immensa carta dell’Europa occidentale che pare animata di vita propria.

«Ecco questo è l’itinerario proposto».

Sara rimane interdetta. Pare un serpente che si morda la coda.

«Non ti pare di essere stata un po’ ondivaga?»

«Cosa c’è di male andare per mare?» replica divertita Emilia.

«Oh, Bardo del mio cuore, stiamo arrivando!» esclama Emilia salendo sul treno per Varazze, dove un Oceanis 48 li sta attendendo.

Quest’anno non si è badato a spese. Una bella barca da crociera comoda e sicura per affrontare l’Oceano Atlantico e le sue insidie.

Nessuno di loro sa governare un’imbarcazione ma hanno ingaggiato un skipper per i tre mesi. Non hanno fretta e chi ne avrebbe con oltre novanta giorni a disposizione? Con lo skipper avevano concordato il piano di navigazione. Quello ambizioso in assenza di tempeste traiettorie diritte. Quello prudente se il tempo non sarebbe stato clemente veleggiare sotto costa.

Dopo venti giorni di navigazione siamo a Brest per il meritato riposo. Un giorno solo ma camminare sul solido terreno è una sensazione appagante. Un vento gagliardo ci ha spinto verso Gibilterra e poi in direzione nord. Sono stati venti giorni di allegria con lo skipper che ci ha torchiato per bene, perché di miglia marine ne abbiamo dovuto macinare molte. Ora so che il cockpit non è un dolce e il genoa non è l’altra squadra di Genova. Marietto sa come alzare una vela senza aggrovigliare i cavi. Passi da gigante senza dubbio. Ci rimane un tratto insidioso quello che sta davanti alla Cornovaglia, che doppiata ci fa arrivare a destinazione.

«Bardo, aspettaci che stiamo arrivando».

La gita a Stratford-upon-Avon è stata magnifica. Dieci giorni per la vallata del Seven e dell’Avon in barca, in bicicletta e a piedi sotto il sole e la pioggia che non può mancare da queste parti. Questa bella cittadina vive nel ricordo del suo illustre antenato e ogni angolo ce lo ricorda. Adesso dopo la circumnavigazione della perfida Albione con una puntata a visitare le Orcadi siamo a S. Nazaire pronti per raggiungere Limoges attraverso la valle della Loira e dei suoi castelli. Ho promesso loro la clafoutis più invitante della loro vita. Non sanno cosa li aspetta! Pensano a tutto: porcellane, vino, luoghi misteriosi. Non sanno, i poverini, che si mangeranno una fetta di torta con dentro le ciliege nere ma forse con altra frutta di stagione, perché le ciliege a fine luglio sono un pallido ricordo. Abbiamo due settimane per raggiungere Limoges e puntare su La Rochelle dove il nostro skipper impaziente ci aspetterà per riportarci il 31 agosto a Varazze. La Loira appare un fiume sonnacchioso che scorre su un letto sabbioso in questo periodo. Quest’anno è ancora più magro perché un inverno mite e asciutto l’hanno prosciugato. Tuttavia noi non demordiamo. Qualsiasi mezzo è buono e poi siamo in perfetta forma e rilassati. Il colorito scuro ci fa sembrare dei vu’ cumpra’ se non fosse per i capelli che variano dal rossiccio di Marietto al biondo cenere di Sara con tutte le sfumature intermedie. Ci muoviamo come un sinuoso serpente allungando la strada pur di visitare i vari castelli che sono in zona.

«Limoges!» è il grido di tutti noi coi piedi piagati dalle vesciche, quando arriviamo in centro città. Affamati, distrutti ma felici ci sistemiamo sotto un ombrellone della ‘brasserie Le Cap’tain’ di fronte a les Halles. Mangiamo di tutto ma la sorpresa arriva alla fine. Una torta intera di clafoutis alle pere, che non è la stessa cosa di quella alle ciliege ma per mangiarla dovevamo fare come prima tappa questa magnifica città fondata da Augusto nel 10 d.C. Però non era possibile e una bella risata mi sfugge dalla bocca.

Da La Rochelle riprendiamo il viaggio di ritorno con la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Siamo tutti stanchi ma felici. Un’esperienza favolosa, frutto di una brillante idea. Un po’ ci dispiace tornare all’ovile ma dopo tre mesi su una barca abbiamo voglia di calpestare la terra e non ballare sul ponte di legno di un Oceanis 48. Per fortuna non abbiamo dovuto affrontare tempeste ma solo mare mosso. Una cosa accettabile tutto sommato, da firmare prima della partenza. Il vento ha spirato nella giusta direzione gonfiando le vele e facendoci correre veloci sull’acqua.

Adesso siamo qui sul terrazzo della mia casa a vedere le immagini più significative della vacanza, a gustarci uno spritz con tartine al prosciutto ma in particolare a ridere per qualche disavventura capitata nei tre mesi di viaggio.

Non credo di avere mai avuto un’abbronzatura così perfetta. Sembro proprio una marocchina.