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Ribloggo volentieri

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Non è farina del mio sacco ma di Tipperary questo spassoso post che potete leggere qui.

Merita veramente la lettura. Un semplice assaggio delle prime righe. Corto e divertente.

Odisseo

Musa, quell’uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poiché ebbe a terra
Gittate d’Ilion le sacre torri…

Se la Musa sapesse come sono andate veramente le cose in quel giorno! Io mi trovavo colà fuori le mura per un delizioso pic-nic di primavera  in compagnia di Achille quando un curioso personaggio in divisa si dirige verso di noi. Quando è a due passi si presenta come Ettore, un sedicente vigile urbano di Ilio e in veste ufficiale ci dice che abbiamo parcheggiato il cavallo in divieto di sosta.

Io, per mia natura, inizio a pensare alla soluzione perché in effetti un cavallo in doppia fila è un tantino ingombrante e cerco le chiavi delle briglie per spostarlo; Achille, più sanguigno, invece si inalbera e contesta al vigile di poter lasciare il cavallo dove vuole e che lui fuori della città non ha alcuna autorità.

…..

per leggerlo tutto seguite il link

 

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Batmancito – Oste non lasciarci

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Raccogliendo l’appello di Narciso pubblico la mia continuazione. Chi volesse leggere l’intera opera ecco il link.

 

La taverna era ridotta male. Schegge di legno e di vetro ovunque, i resti dei licantropi che emanavano un puzzo terribile. Narciso e compadres erano in piedi al centro della sala. Si guardarono intorno e poi negli occhi. Di certo all’Oste tutto quel casino non sarebbe piaciuto se fosse di ritorno in questo momento ma forse non sarebbe stato così. Respirava a fatica ma era più vicino alle porte di Xibalba che a quelle della sua taverna, quando era partito con l’auto dei federales insieme a Narciso, Diaz e Cesar destinazione dottor Feliz.

Poi Narciso era tornato affranto e il dottore aveva spiegato che solo un miracolo avrebbe trattenuto l’Oste fuori delle porte di Xibalba.

Toccava a loro artigliarlo per i capelli e tenerlo qui.

TiZ si guardò intorno. Sedie integre non ne vedeva, quindi optò per una seconda ‘nu bello cafè e spari in cucina. Ade si rimise dietro al bancone tutto ammaccato. Zeus guardò dove suonava ma era suonato come una campana fessa. Batmancito era sparito. Honda si era nascosto e Luna se ne era andata. Ero rimasto io, Narciso e Liza nel centro della sala.

Eravamo in silenzio incerti sul da fare. La notte era scolorita nell’incerto chiarore dell’alba, quando Honda riapparve digrignando i denti. Aveva sentito qualcuno o qualcosa.

«Licantropi di ritorno?» mormorai, afferrando Pungilo, che sembrava del tutto indifferente alla mia ansia.

Dalla porta scardinata, avevamo dimenticato di rimetterla sui cardini, apparve una figura femminile, avvolta in un mantello rosso. Il viso era nascosto da un cappuccio e pareva volare più che camminare. Dietro di uno strano omino: buffo con un cappelluccio a punta rosso che trascinava un grosso gatto nero.

Honda si avvicinò l’annusò per bene prima di lasciarla passare. Lei era rimasta ferma in attesa del via libera. Poi fu il turno del nanetto, mentre il micio nero inarcava la schiena e soffiava. Honda mostro i canini per nulla intimorito.

«Buono Belzeblù» disse l’omino, quietando il micio.

Honda sbarrò loro il passo e non li fece entrare.

«Chi siete?» domandò Narciso parandosi davanti.

«Sajana».

Ci guardammo in viso. Non sapevano chi fosse questa misteriosa donna. Come se fosse arrivato un richiamo silenzioso ricomparve Luna e Batmancito, mentre tiZ arrivò con un cuccuma di caffè gorgogliante, che depose sull’unico tavolo ancora agibile anche se solo su tre gambe.

«Aggiungi un posto per Sajana» disse Narciso mentre ingollava il suo.

Il nanetto buffo e il gatto nero restarono fuori ma non parevano aver perso il loro buon umore.

Nessuno distolse lo sguardo dalla strana coppia: Honda faceva buona guardia.

«Chi siete?» ripetei la domanda.

Una risata squillante ruppe l’incanto del silenzio. Lei non rispose e parlò decisa, ignorandomi.

«Prendete una bacinella d’acqua dalla fontana della via. Petali di rose e accendete una candela» fece la donna dal viso coperto.

Ordini secchi come se fosse la padrona del locale. Era vero che El Rojo stava lottando per sopravvivere ma l’insolenza delle parole mi stava innervosendo. Narciso mi toccò una spalla per avvertirmi di stare calmo.

«Per fare cosa?» domandai petulante, ignorando l’avvertimento.

Un’occhiata malevola mi incenerì e rimasi in silenzio col dubbio di quella strana richiesta.

Zeus afferrò una bacinella e corse fuori, tiZ lo seguì, mentre Ade recuperava da sotto al bancone un bel cero, che l’Oste teneva di scorta quando la luce se ne andava.

Luna non apparve sorpresa dalle richieste. Conosceva già la procedura che attuava nella notte di San Giovanni, il ventiquattro di giugno. C’era un particolare che differiva: l’acqua era esposta alla guazza della notte.

Deposta la bacinella piena d’acqua al centro della sala, Sajana vi gettò i petali e fece colare diverse gocce di cera che solidificarono subito. Noi eravamo in circolo curiosi di vedere.

La curiosità rimase, perché i petali galleggiavano e la cera era rappresa, formando delle figure che non ci dicevano nulla. Alzammo lo sguardo per posarlo sulla donna, che invece continuava a osservare la bacinella.

Liza sbottò: «La sceneggiata è finita?»

Sajana sollevò il capo e la fulminò con un’occhiata che avrebbe incenerito anche Quetzalcoatl, il serpente piumato.

«L’Oste vivrà» sentenziò grave, scoprendo il viso. «Chi viene con me da El Rojo per mettere la bacinella accanto al suo corpo?»

Nessuno fiatò ma ci interrogammo come se si facesse la conta per estrarre il fortunato.