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Attacco impossibile – Il sorriso – parte ottava

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La storia si conclude. Chi si fosse perso le puntate precedenti può leggere la prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta e settima parte. Ovviamente non avete perso nulla e potete perdere anche questa.

Clarissa aspettava il taxi che l’avrebbe condotta in stazione centrale in una mattinata grigia e nebbiosa. Avvertiva sensazioni strane come se ci fosse stata una dicotomia del suo corpo. Fisicamente presso la società A&A ma mentalmente altrove. Non riusciva a far combaciare le due cose. “Eppure ricordo la presentazione che è andata benissimo. La cena e il pernottamento in un hotel di lusso” pensò stringendosi nel piumino sopra il vestito. “Per fortuna che l’ho preso con me”.

Non era sua intenzione rimanere per la notte a Milano. Tuttavia quando al termine della discussione sul progetto da realizzare l’amministratore delegato aveva detto: «E adesso tutti al Don Giovanni» non poté dire di no. Così a mezzanotte si era ritrovata in quel hotel di lusso a dormire in mutandine e reggiseno senza avere un ricambio dell’intimo per il giorno dopo.

“La prossima volta, se ci sarà, infilerò nella ventiquattro ore dell’intimo di scorta e un pigiama per la notte” si disse sorridendo, mentre il taxi accostava. Se la giornata in A&A la ricordava bene, più sfumati erano gli altri ricordi. L’occhio cadde su un murale dove compariva il volto di un uomo di circa trent’anni. Quel viso le era tutt’altro che sconosciuto, mentre le parole le erano note: ‘era vietato sorridere’. In effetti il manifesto pareva vecchio, scolorito dal sole e ricoperto di scritte. Brandelli di ricordi si ricomponevano come un puzzle sia pure in modo incompleto.

Osservò il tassista che aveva il viso serio. Poche macchine e scarsi pedoni ma nessuno aveva una faccia sorridente. “D’accordo che è presto ed è un giorno di festa ma mi sembra che Milano sia desolatamente vuota” pensò, mentre chiedeva il costo della corsa.

«È già pagata» spiegò il tassista, che ingranata la marcia si allontanò velocemente.

Clarissa era interdetta. “Hotel, biglietto di ritorno pagati. Ora anche il taxi” si disse, salendo verso l’entrata al binario. Osservò le pareti che apparivano pulite: solo la pubblicità di auto, dentifrici e altro. Questo le sembrò strano ma si doveva affrettare per non perdere la Frecciarossa che l’avrebbe riportata a casa. Quando si sarebbe seduta nel suo posto prenotato avrebbe analizzato la situazione.

Controllò l’ora e notò che la data era primo novembre. “Dunque ieri era il trentuno. La notte di Halloween” mormorò come se avesse fatto una scoperta straordinaria. “Questo potrebbe spiegare tutte le stranezze che in apparenza mi sembra avere vissuto”.

Clarissa non amava questa festa più americana che italiana, della quale volutamente ignorava tutto. La ignorava e basta. Tutto quello che conosceva era “dolcetto o scherzetto”. Però aveva sentito dire che era una notte speciale per effetto della possibilità di mettere in comunicazione il mondo dei morti con quello dei vivi. Sbuffò a questo pensiero, perché aveva sempre sostenuto che fosse una buffala, buona solo a spillare quattrini alle persone. Tuttavia questa sua convinzione si stava incrinando se quella visione che ballava davanti ai suoi occhi si fosse rivelata corretta. Doveva trovare delle certezze sia in senso che nell’altro.

Prese il telefono dalla borsa per cercare il messaggio che aveva innescato tutti i dubbi. Controllò più volte senza trovarne traccia. “Possibile che mi sia inventato tutto?” si domandò con un filo d’apprensione. Quel messaggio, che alle tre di notte del giorno precedente una voce misteriosa l’aveva costretta a leggere, lo ricordava bene, perché era il medesimo dei manifesti che aveva visto tappezzare la città. Adesso non c’era più, come i murali. Svanito come la foschia che si era lasciata alle spalle. Sembrava che gli eventi magici nei quali era rimasta coinvolta continuassero nella loro opera.

Adesso i ricordi erano più nitidi. Quando era giunta a Milano, l’aveva trovata diversa dal solito. Non più la città caotica e di corsa come l’aveva sempre osservata, ma tranquilla e silenziosa. Tuttavia raggiunta Cascina Gobba in metropolitana aveva vissuto un sogno: la sede della società A&A era sparita. Un vero incubo con tempo che si fermava o subiva delle accelerazioni impressionati. La sensazione di non essere mai entrata nel palazzo della A&A era forte, anzi fortissima, ma era evidente che fosse sbagliata. Un avviso la informò che la prossima stazione era la sua. Si preparò per scendere.

Il Frecciarossa si fermò in perfetto orario. Era arrivata e uscì dalla stazione alla ricerca di un taxi per tornare a casa. Anche qui i muri erano ricoperti da dai soliti cartelloni pubblicitari, mentre del minaccioso messaggio dei presidente Amurri non c’era nessuna traccia. Però qualche dubbio stava affiorando senza riuscire a metterlo a fuoco..

Nel piazzale Clarissa trovò un’auto pubblica pronta ad accoglierla. Emise un sospiro di sollievo per avere evitato una lunga camminata. Diede al tassista le indicazione per farsi portare a casa.

Provò a domandargli perché non sorrideva. Lui rispose con un grugnito infastidito. Clarissa rinunciò e pagò quanto dovuto.

La villetta dove abitava era silenziosa e in ordine. Aperto la porta blindata, depose la valigetta sul tavolo nell’ingresso per aprire le finestre. Respirò e si abbandonò sul divano.

«Devo farmi una doccia» affermò sollevata, mentre cominciava col togliersi l’abito e l’intimo. «Poi penserò come organizzare la giornata».

Rimase sotto l’acqua a lungo per smaltire lo stress accumulato la giornata precedente. Con l’accappatoio bianco e un asciugamano a mo’ di turbante in testa si sedette sul divano davanti al televisore. Non sapeva cosa fosse successo nel mondo e in Italia il giorno prima.

Si stava quasi assopendo, quando vide un’immagine che la sveglio completamente.

«Non è possibile» fece mettendosi ritta e sgranando gli occhi.

Quello che vedeva le pareva un brutto sogno oppure bello, dipendeva dalla visuale impiegata. Però ancor più straordinario era quello che ascoltava.

«Oggi sono sette anni che il presidente Amurri è stato arrestato per il tentativo goffo d’impedire a tutti gli italiani di sorridere con una legge anticostituzionale. Era venerdì diciassette del 2010, quando con un colpo di mano aveva fatto approvare quella norma che avrebbe vietato il sorriso. All’inizio tutti avevano pensato alla solita propaganda elettorale senza dar peso al fatto che si rischiava il carcere o il confino. Due coraggiosi cittadini, Andrea Chimenti e Clarissa Salvi, si sono messi alla testa della fronda per abbattere il presidente. Una lunga lotta durata fino al trentuno ottobre dello stesso anno, quando i due alla guida di una sterminata folla ha preso d’assalto il palazzo presidenziale. Nella concitazione del momento Andrea Chimenti è stato ferito a morte ma il coraggio e la determinazione di Clarissa Salvi ha portato a termine l’opera. Il presidente è stato arrestato e poi condannato a dieci anni di servizi sociali. Oggi dunque dobbiamo ricordare questi due cittadini che hanno osato sfidare il potere per riportare il sorriso sulle labbra degli italiani».

Clarissa rimase a bocca aperta. Lei non ricordava d’avere guidato sette anni prima la rivolta contro questo assurdo editto.

«Ecco il motivo per il quale quel viso mi era familiare» esclamò, alzandosi dal divano per vestirsi.

Fatti pochi passi delle parole arrivano alla sua mente: «Non dimenticarmi».

FINE

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Attacco impossibile – il sorriso – parte settima

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Nuova puntata della storia di Clarissa e del sorriso. Per chi avesse perso le altre puntate, può trovare la prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta.

Adesso potete godervi la settima parte. La storia va alla conclusione.

Clarissa smise di sorridere, perché non capiva come potesse essere in due posti. Qui e altrove. Si diede un pizzicotto sul braccio. Avvertì dolore. Dunque era viva e sveglia.

Andrea la guardava sorridente e a tratti divertito. Questa umana gli faceva tenerezza, perché a tutti i costi voleva trovare spiegazioni razionali anche là dove non c’era nulla di logico. Si alzò, invitandola a seguirlo.

«Tra un po’ comincia la festa» disse, dirigendosi verso un angolo del giardino.

“Qui si divertono pure” pensò la donna assai frastornata dagli avvenimenti. “La morte non ha tolto loro il buon umore”.

Questo pensiero la fece sorridere, riflettendo sul fatto che, nonostante appaiano tutti giovani, non siano tristi per avere abbandonato la condizione di umani. “Come è possibile?” si domandò, osservando Ludovica e Roberto, che si tenevano per la mano come fanno gli innamorati. “Eppure tra poco lei lo dovrà abbandonare”.

Andrea le lesse la mente. “Deve scoprire da sola il motivo per cui non siamo tristi” si disse con un bel sorriso sulle labbra. Nemmeno quel proclama del presidente Amurri lo scalfiva. La sensazione di felicità terrena sarebbe sopravvissuta a tutto. L’ottimismo per il futuro non sarebbe mai morto. “Mi venga a prendere, se ne è capace!” pensò ridendo.

Clarissa avrebbe voluto porgli delle domande ma aveva percepito che non avrebbero trovato risposta. Si sforzò di capire dove si trovava e il perché era stata scelta per attraversare quella porta. Tornò a guardarsi intorno e si scoprì vecchia. Tutti erano più giovani di lei, anche Ludovica, sia pure di pochi anni. Questo dettaglio la colpì come una frustata. Lei con i suoi quarant’anni era la matussa di quel gruppo, che si apprestava a far baldoria.

“Forse mi hanno scelta, perché sono troppo seria. Rido poco e affronto il mondo con razionalità” si disse, mentre raggiungeva il luogo dove si udivano risate e allegria.

Avvertiva che il gesso col quale aveva impastata la sua vita tendeva a sgretolarsi per lasciare il posto a un’altra donna, più disinibita e frizzante. In quarant’anni non aveva mai amato seriamente. Qualche breve storia senza sbocchi, perché, prima doveva prendere la laurea, poi voleva sfondare nel mondo del lavoro. C’era sempre un qualcosa da anteporre alla sua vera personalità. Così gli anni si erano srotolati uno dietro l’altro, lasciando il suo cuore a secco.

Intorno a lei non c’era la mestizia di chi era morto troppo giovane ma la spensieratezza di aver cristallizzato la propria età. Nessuno di loro sarebbe invecchiato, sarebbero rimasti sempre giovani che una volta l’anno avrebbero varcato le porte che li dividevano dal mondo esterno. Si sarebbero riuniti con chi li amavano finché anche loro non sarebbero venuti nell’altro mondo.

Questa scoperta colpì come una frustata Clarissa, facendole comprendere che la vita è effimera ma la morte è eterna.

Andrea la strinse a sé. Aveva intuito che lei avrebbe saputo ribellarsi all’imposizione del presidente e guidare la riscossa del sorriso. Aveva le capacità e la determinazione a farlo. Ilaria aveva visto giusto nel sceglierla. Adesso era anche consapevole della propria forza.

Prese due calici da un tavolo per brindare al domani.

Clarissa era frastornata dall’allegria che la circondava e accettò il brindisi proposto da Andrea.

«A cosa brindiamo?» domandò, sollevando il bicchiere.

«A nulla» rispose pronto.

Lei ebbe un lampo di sorpresa negli occhi ma disse senza indugi: «Al nulla!»

Rise pensando che qualche ora prima si sarebbe rifiutata di levare un calice per brindare al niente, perché l’avrebbe ritenuta una scemenza. La sua grigia razionalità stava cedendo il passo alla gaia spensieratezza. “Da quando ho varcato quella porta” pensò, mentre sorseggiava quel liquido rosato dal gusto liquoroso, “il sorriso non è mai sparito dal mio viso”.

«Ottimo questo vino» disse Clarissa, posando il calice vuoto.

«Vino?» rispose Andrea. «Non sapevo che si chiamasse così. Noi lo chiamiamo nettare per il gusto vellutato».

Clarissa gettò all’indietro il capo, facendo scivolare i capelli biondi dietro la spalla.

«Vino o nettare» affermò ridendo, «è ottimo lo stesso».

Un velo di tristezza offuscò per qualche istante i suoi occhi.

«Perché sei triste?» domandò Andrea, smorzando il sorriso.

Lei non rispose subito. Non era riuscita a trattenere quel momento di malinconia.

«Tra poche ore devo varcare quella soglia e ritornare nell’altro mondo».

«E per questo sei triste?»

Clarissa abbassò gli occhi verso terra, perché avvertiva che una lacrima sarebbe spuntata.

«Sì».

Andrea rise perché gli umani erano buffi. La morte li spaventava ma dopo averla vista erano terrorizzati di tornare indietro.

«Ma puoi tornare il prossimo anno» suggerì Andrea. «Tu hai un compito nell’altro mondo».

Lei sgranò gli occhi azzurri per la sorpresa. “Un compito? E quale?” Non riusciva a immaginare quale fosse.

«Oltre al mio lavoro non ho altri incarichi da svolgere» precisò Clarissa.

Andrea le sfiorò con una mano i capelli prima di replicare.

«Sarai la nostra ambasciatrice di là. Combatterai per far vincere il sorriso su tutti i campi».

«Ma il presidente punisce chiunque sorrida».

Andrea sorrise, osservando il riaffiorare l’anima razionale di Clarissa.

«Non oserà» affermò con decisione sapendo che il percorso non era così semplice come voleva far credere.

«Non sono convinta che il presidente recederà dal suo proposito» disse, osservandolo senza timori negli occhi. «E poi chi seguirà una donna? Il mondo è maschilista e le donne hanno un rango minore».

«Ma tu ti sei fatta strada nel mondo del lavoro» disse Andrea guardandola di sbieco.

«Certamente. Ma mi chiedi di mettermi alla testa di un esercito di ribelli col sorriso sulle labbra» puntualizzò Clarissa per nulla convinta della bontà del progetto.

Andrea non replicò. Era convinto che lei sarebbe diventata una leader. Ne aveva il carisma.

La notte corse veloce verso l’alba. A uno a uno i corpi si disciolsero quando i raggi rosati del sole incendiò il quadrante orientale del cielo.

Ilaria si avvicinò sfiorandole una guancia prima di dissolversi nella luce incipiente. Poi fu il turno di Andrea a salutarla. Alla fine si ritrovò sulla strada, in Corso Manzoni appena fuori dell’Hotel.

[continua]

Attacco impossibile – il sorriso – parte sesta

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Continua la storia di Clarissa. Chi si fosse perso le altre puntate può leggere qui la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta.

Buona lettura.

Quella mano fredda come il marmo le dava calore. Tutte le paure erano state cancellate dalla sua mente. Un bel sorriso si dipinse sul viso di Clarissa. Qui non c’era un solo antagonista al presidente ma tutta una folta schiera di spiriti ribelli. Avvertiva una sensazione di benessere come mai le era successo prima.

La luce diventava sempre più forte ma i suoi occhi erano come cechi. Abituati al buio, adesso faticavano a mettere a fuoco quello che stava oltre la sorgente luminosa.

A lei sembrò di avere camminato o forse volato per un lungo tempo ma le sensazioni erano fallaci. Aveva perso il senso temporale ma nemmeno quello spaziale era sicuro. Le pareva di avere ancora un piede nel mondo dei vivi ma forse non aveva metabolizzato di aver oltrepassato la barriera che divideva i due ambienti.

Ilaria le teneva la mano sinistra con forza e determinazione e camminava al suo fianco. Quando sbucò da quel punto di luce, Clarissa percepì le stesse emozioni di Alice quando varcò lo specchio magico e si trovò nel giardino dei fiori parlanti. Come lei era curiosa di conoscere chi abitava questo luogo fatato.

Clarissa aprì la bocca per lo stupore. Un giardino così colorato non l’aveva mai ammirato. Il sole illuminava le aiuole che parevano la tavolozza di un pittore. Rose, dente di leone, camelie, fiori di loto nello stagno. Si volse verso Ilaria che era rimasta al suo fianco, mentre lei inarcava la sopracciglia destra per la sorpresa. “Possibile che splenda il sole a mezzanotte?” si chiese interdetta. Ricordava che aveva controllato l’ora e questa segnava le ventidue. Quindi poteva splendere nel cielo solo la luna.

Era ammutolita per la sorpresa, incapace di esprimere una qualsiasi parola. Vide venirle incontro una persona che conosceva bene: era il ricercato dei manifesti. Le sorprese non finivano mai. Si stava ponendo una domanda se il suo era un sogno oppure una realtà virtuale, quando l’uomo si fermò dinnanzi a lei.

«Benvenuta tra noi, Clarissa» disse baciandole la mano con galanteria.

«Oh!» fu l’unico suono che uscì dalla sua bocca.

L’uomo sorrise. Un sorriso franco e spontaneo. “Ma Andrea a quale mondo appartiene?” pensò catturata dalle sue riflessioni.

«Non si preoccupi del mio stato» ribadì l’uomo prendendole la mano lasciata da Ilaria. «Quello che le sembra reale non lo è e viceversa».

«Qualcuno le dà la caccia» aggiunse sottovoce Clarissa come a metterlo in guardia da pericoli oscuri.

Andrea sorrise, scuotendo la testa: «Nessuno mi prenderà in futuro. Io sono uno spirito libero».

Clarissa annuì. Qui tutto appariva in modo inverosimile. Però scacciò dalla sue mente questi pensieri per avvertire una sensazione di leggerezza del tutto ignota fino a poche ore prima. “Devo smetterla di ragionare come se questo fosse il mondo da chi provengo” mormorò in silenzio prima di passeggiare in questo giardino davvero poco umano.

Fatti pochi passi, si sedettero su una panchina in silenzio. Clarissa chiuse gli occhi per assaporare la pace del luogo ma una voce familiare glieli fece riaprire. Vide l’amica Ludovica che passeggiava mano nella mano con Roberto, il suo storico compagno, che era deceduto proprio un mese prima in un pauroso incidente sul grande raccordo anulare. Avrebbe voluto richiamare la loro attenzione ma qualcosa la frenava. Non poteva distogliere il loro amore né intromettersi disturbandoli. Li lasciò sfilare, fingendo di non averli visti.

«È una notte magica questa» spiegò Andrea notando l’approccio sorpreso di Clarissa. «Il mondo dei vivi si mescola con quello dei morti. Non solo qui».

«Ma quel manifesto?»

Andrea sorrise. La domanda era intelligente. «Quel manifesto?» disse allargando le lunghe braccia. «Non ci dà sorprese. È reale ma sbagliato. Riporta una data del 2021. Ovvero del futuro».

Una nuova risata accompagnò le sue parole.

«Però potrebbe essere una data del 2010. Ovvero del passato» aggiunse Andrea serio. «Quel 2017 è una finzione e una forzatura allo stesso tempo. Ma vedrai che ti riserverà ancora sorprese».

Adesso era Clarissa che avrebbe desiderato chiarire i motivi del manifesto ma Andrea si era alzato e non avrebbe risposto alle richieste di chiarimento. Anche lei si alzò per seguirlo.

I dubbi, le sensazioni di provvisorio tornarono a far capolino nella sua mente, impedendole di assaporare la calma del mondo dei morti.

Mentre seguiva Andrea, Clarissa vide la sala riunione del cliente. Intorno al tavolo rotondo c’erano tutti, lei compresa che illustrava delle slide. Si fermò rapita dalla visione. In quella stanza non ci aveva messo piede e non capiva come potesse essere là. Eppure udiva la sua voce che presentava quello che teneva nella sua ventiquattro ore. Un tono sicuro e suadente che avvolgeva i partecipanti. Aveva riconosciuto il presidente, il direttore e il capo progetto. Le immagini scorrevano lente sullo schermo, accompagnate dalle sue spiegazioni. Affascinata era a bocca aperte e con gli occhioni azzurri aperti per la sorpresa.

Andrea sorrideva nel vederla e non interruppe la visione. Come era apparsa, così sparì.

«È brava nello spiegare» fece l’uomo, cingendole le spalle. «Un’altra realtà che potrebbe sembrare un sogno».

Clarissa si riscosse dallo stupore che le aveva tolto la possibilità di parlare. Guardò Andrea cercando di capire per quale strano gioco immaginava eventi fantomatici che non corrispondevano alla realtà.

«È solo una mia fantasia quello che ho visto» si schernì Clarissa, passando una mano nei capelli, spostandoli dietro il collo. «In quella sala non ci sono mai entrato oggi».

«Sicura?»

Lei si fermò per guardare negli occhi Andrea. Doveva essere razionale per non cadere nel mondo del virtuale. Si stava accorgendo che era tutta una finzione che la sua mente generava sotto l’influsso della notte, quando il mondo dei morti apriva le sue porte e la distinzione svaniva.

«Sì» rispose laconica, rimettendosi a camminare.

L’uomo sorrideva in modo quasi beffardo. Forse sapeva qualcosa che lei ignorava e non intendeva rivelare. Riprese a camminare mentre il sole lasciava il posto alle stelle. Non c’era il tramonto che si conosceva nel mondo dei vivi. Il cielo non si tingeva di rosso ma divenne buio, punteggiato da mille spilli luminosi.

Clarissa rimase attonita. “Va bene che la notte sia magica ma tutto mi appare irreale” rifletté fermandosi ad ammirare lo spettacolo del passaggio dalla luce al buio. Le sorprese non erano finite.

«Oh!» esclamò Clarissa, quando apparve una nuova immagine. Era sera e lei stava tavola con la direzione della società, che le offriva il pranzo. Era tra le due persone che la dirigevano. Era nel posto d’onore. Riverita e ammirata. Ascoltò a bocca aperta per la sorpresa quello che dicevano.

«Ha spiegato con chiarezza cosa dobbiamo affrontare nei prossimi mesi» disse il direttore tra un boccone e l’altro. «Sarà impegnativo ma con il suo supporto ce la faremo».

Il capo progetto annuiva con la bocca piena. Il presidente mostrava la sua soddisfazione. Udiva la sua voce impastata di stanchezza ma anche felice per l’esito dell’accoglienza che aveva ricevuto il suo progetto. Guardava l’ora, perché aveva perso il treno per il ritorno a casa. Mostrò preoccupazione, perché viaggiare di notte non le era mai piaciuto.

«Non si preoccupi» la rassicurò il direttore, vedendola tesa per l’orario. «Le abbiamo prenotato una stanza al Gran Hotel de Milan. Paghiamo noi».

Lei farfugliò qualcosa e la visione svanì.

[continua]

Attacco impossibile – il sorriso – parte quinta

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Prosegue la storia. Le altre puntate, la prima, la seconda, la terza e la quarta, le trovate qui.

Ecco la nuova. Buona lettura

Clarissa si bloccò. Sgranò gli occhi azzurri e strinse le labbra. Ancora sensazioni poco piacevoli le impedivano di essere felice nel vedere un volto conosciuto. Fece un passo in avanti, uno di lato e poi si fermò con la tentazione di girarsi e tornare indietro. Al momento il panorama circostante reggeva. “Fino a quando?” si chiese nell’incertezza delle sue azioni.

Le tornò in mente il messaggio sul telefono, il viso del ricercato, che tappezzava i muri di Milano, le persone dalla faccia addolorata, triste, il barista zombie. La stranezza, che adesso notava, era che da quando era uscita di casa non aveva incrociato mai un poliziotto, un carabiniere, un vigile. Mai un tutore dell’ordine. Eppure il messaggio parlava chiaro: sorridere era un reato che poteva costare salato. Non una banale multa ma qualcosa di doloroso. Quanto lo ignorava ma conosceva come il presidente Amurri si fosse guadagnato la fame d’inflessibile.

Mentre Clarissa pensierosa era ferma a pochi metri da quella porta socchiusa, Ilaria continuava a fare cenni disperati di entrare.

Clarissa non era più una ragazzina ma una donna matura di circa quarant’anni, riflessiva e razionale. Quindi tutta la situazione nella quale si trovava coinvolta suo malgrado la faceva riflettere e valutare i pro e i contro di varcare quella soglia. Fece un altro passo in avanti poco convinta, quando udì in lontananza una sirena e vide due uomini in uniforme che si dirigevano verso di lei.

Questa circostanza fece traboccare il vaso spingendola verso quella porta misteriosa. Un altro passo e poi Ilaria afferrò il suo braccio trascinandola dentro. Il battente si richiuse alle sue spalle con un suono leggero, quasi impercettibile. Un flop che solo un orecchio allenato poteva captare.

Il posto era buio. Nessuna luce lo rischiarava ma non dava sensazioni negative. Clarissa ignorava dove fosse finita. Quello non era un bar. Di questo ne aveva la certezza assoluta. Altre sensazioni invasero il suo corpo. Le parve di essere passata in un altro mondo. “Ma quale?” si domandò cercando di forare l’oscurità che l’avvolgeva. Percepiva un bisbigliare fitto di cui afferrava solo qualche spezzone. “Parlano di me?” si chiese con una punta di curiosità.

Era rimasta ferma nel punto in cui Ilaria l’aveva collocata. Nessun movimento. Stava per chiedere con tono minaccioso dove fosse, quando udì una voce nota, alla quale attribuì il viso di Ilaria.

«Benvenuta fra noi, Clarissa. Il nostro mondo si apre davanti a te».

Clarissa rise in modo spontaneo. Quello che poteva osservare, se si poteva usare questo verbo, era il buio pesto.

«Il vostro mondo sarà bellissimo» affermò in tono ironico. «Peccato che non possa ammirarlo».

Nuove frasi smozzicate e qualche risolino bene augurante. “Qui almeno si sorride e si ride” pensò Clarissa, stringendo forte la ventiquattro ore e la borsa a tracolla. “Non hanno paura d’incappare nella giustizia malata del presidente”.

«Non essere impaziente. Qui il tempo scorre lento» precisò Ilaria.

Clarissa scosse i capelli biondi. Di questo se era accorta non appena era uscita dal bar. Scorreva tanto lento che si era fermato. Prese lo smartphone dalla borsa per controllare l’ora. La luce del telefono rimaneva confinata allo schermo senza illuminare le zone circostanti. Un fenomeno curioso ma anche inquietante. Aprì gli occhi basita. Segnava le ventidue. “Il tempo si è messo al galoppo” mormorò sorpresa. “Prima fermo. Adesso quasi notte”.

Doveva smettere di sorprendersi per quanto si verificava nella serata che precede la festività di Ognissanti. Doveva accettare tutte le stranezze. Però la sua natura razionale si ribellava di fronte all’inverosimile, a tutto quello che non poteva etichettare in modo logico.

“Dunque ho varcato il portone dell’altro mondo, quello degli spiriti e dei defunti” pensò in un momento di lucida immaginazione. “Oppure loro sono passati nel nostro”.

Rifletté sugli ultimi avvenimenti, avvertendo una nota stonata perché invece di trovare un mondo dolente scopriva che erano allegri, desiderosi di ridere, di vivere il loro stato con lievità. La loro condizione di morti non pesava loro ma sembrava un fardello leggero senza deprimerli.

“Ma un morto può essere depresso?” si chiese corrugando la fronte. “Chi è morto sfugge alle umani passioni”. Si ritrovava a filosofeggiare sulla morte, sul fatto che la struttura fisica diventava polvere e incorporea. Per questo accettavano la loro condizione senza ribellarsi. Stavano dando un bel esempio a noi umani: rifiutare imposizioni assurde come quella del presidente.

Clarissa era immobile nel buio che appariva come un velo appiccicoso, quando una mano afferrò la sua sinistra e la trascinò dolcemente verso un puntino luminoso. “Cammino o sto volando in punta di piedi?” si domandò, mentre quel bagliore luminoso diventava sempre più nitido.

In silenzio percorse il lungo corridoio, stringendo la mano di Ilaria. Avrebbe voluto abbandonare la ventiquattro ore per andare più veloce ma non poteva forzare la sua natura.

[continua]

Attacco impossibile – il sorriso – parte quarta

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Prosegue la storia di Clarissa. Le altre parti le trovate : prima, seconda e terza.

Adesso buona lettura con la quarta parte.

Però c’era una nota stonata. Il posto le sembrava diverso dall’ultima volta che era venuta. “Possibile che in tre mesi sia cambiato tutto?” pensò, guardandosi attorno con l’occhio tra lo smarrito e il perplesso.

Lesse la targa della strada e controllò l’agenda. Tutto coincideva. L’unica differenza ma sostanziale era quello che vedeva. Al posto dei palazzoni c’era un parco. Del numero quarantotto non c’era traccia. In realtà c’era solo uno stradone largo e lungo senza case né a destra né a sinistra. Si volse indietro e tornò sui suoi passi. Il bar era sparito come l’ingresso della metropolitana. Si toccò le labbra, trovando qualche briciola della brioche rimasta appiccicata al lucidalabbra.

“Dunque non era un sogno il caffè e la pasta” mormorò Clarissa in preda al terrore. Il sorriso sparì completamente dal suo viso. Dalla borsa trasse il telefono. Compose il numero del cliente ma comparve un messaggio che ricordava di averlo visto poche volte: ‘Solo telefonate d’emergenza’.

“Che cavolo vuol dire?” pensò interdetta. “Non l’ho mai spento. E poi perché non mi richiede il pin?”

Era ferma senza conoscere dove stava e impossibilitata a comunicare col mondo esterno. In effetti via e luogo erano giusti ma la visione che vedeva non era familiare. Clarissa per un momento fu colta dal panico, un attacco feroce e maligno. Chiuse gli occhi e provò a immaginare cosa fosse successo. Lei era venuta in treno a Milano, aveva preso la linea verde in direzione Gessate. Era scesa a Cascina Gobba per andare dal cliente. Però qui i ricordi diventavano confusi. Un bar con un barista, che pareva un morto vivente, e poi puff! “Sì, puff!” si disse per darsi coraggio. Ne aveva proprio bisogno. Tuttavia le stranezze erano iniziate durante la notte, all’incirca alle tre con una voce misteriosa e un messaggio ambiguo.

Aprendo gli occhi fu sorpresa che la vista fosse mutata. Da impazzire. Al posto del parco una distesa priva di vegetazione a parte qualche albero che protendeva verso il cielo i suoi rami nudi. Braccia che imploravano pietà.

Clarissa controllò l’ora. Mancavano cinque minuti alle undici. Il tempo si era fermato, cristallizzato al momento in cui era tornata in superficie. Ricordava bene che uscendo dal bar aveva controllato l’ora: cinque minuti alle undici. “Non può essere” si disse, dandosi un pizzico sul braccio.

Per essere reale, lei lo era ma la situazione no, decisamente no. Doveva fare qualcosa per rompere quel cerchio surreale nel quale era piombata prima che la voragine del panico la inghiottisse.

Da qualunque parte si voltasse non vedeva vie di uscita al suo stato. Ogni riferimento era saltato. I nomi delle strade coincidevano ma ignorava dove portassero. Il paesaggio era mutevole come una giornata di primavera. Le pareva che a ogni passo compiuto traslocasse in un altro mondo. Uno stress senza fine.

Clarissa non era facile al pianto, anzi non sopportava quelle persone che per un nonnulla si trasformavano in fontane zampillanti di lacrime. Però in questo momento provava il desiderio di sfogarsi con un pianto liberatorio. Si trattenne, finché non sentì la musica familiare del suo telefono. Ebbe un moto di gioia, un sorriso apparve all’improvviso ma sparì con altrettanta celerità. Guardò il display: numero sconosciuto. Doveva rispondere per non impazzire. Doveva parlare con qualcuno e chiedere aiuto.

«Pronto» disse aprendo la conversazione.

«Ciao. Sono Ilaria» disse una voce poco familiare.

Clarissa rimase interdetta. Non conosceva nessuna Ilaria ma forse era la segretaria del cliente.

«Scusami. Ma chi sei?»

Sentì un gorgoglio come se avesse soppresso una risata. “C’è poco da ridere” pensò in attesa di comprendere chi fosse la donna.

«Ilaria. Quella che hai conosciuta sulla metropolitana» precisò con una punta di gioia.

Clarissa spostò il telefono dall’orecchio e lo guardò storto. “Come può avere il mio numero?” si domandò curiosa ma anche preoccupata.

«Visto che non mi chiamavi, l’ho fatto io» proseguì quella voce dal tono dolce ma energico.

«Non capisco» balbettò Clarissa attanagliata dal panico. «Non capisco come l’hai avuto».

Un breve ridacchiare subito smorzato precedette le spiegazioni di Ilaria. «Me l’hai dato tu. Non ricordi?»

Clarissa entrò in confusione. “Io? E quando?” pensò, cercando di comprendere il momento esatto in cui aveva passato il suo numero a Ilaria. Scosse il capo per scacciare l’impressione di essere finita in un girone dantesco. “Semmai è stata lei a darmi il suo, che sta nel fondo della borsa”.

«No. Francamente non lo ricordo» ammise Clarissa per non avviare una conversazione assurda. «Ti ascolto».

«Ti va di trovarci nel bar al numero quarantasette tra dieci minuti? Oppure pensi di non farcela?»

Clarissa si guardò intorno smarrita, perché l’ultima percezione erano campi desolatamente vuoti. Spalancò gli occhi la strada si era popolata di case e di esercizi commerciali. Al quarantotto era ricomparso per magia il palazzo del cliente. Controllò l’orario. Sempre cinque minuti prima delle undici. Il tempo non scorreva più. Troppi misteri per risolverli da sola.

«Va bene. Tra poco sarò lì» confermò Clarissa, avviandosi verso il bar, mentre la comunicazione cadde.

Un leggero vento scompigliò i suoi capelli mentre scorreva con gli occhi azzurri i numeri della strada. Al quarantasette c’era un portone anonimo che avrebbe ingannato chiunque. Sembrava l’ingresso di una casa ma non quello di un bar. Indugiò davanti incerta se bussare o spingere la porta. Però istintivamente avrebbe voluto essere lontana da lì. C’erano delle sensazioni che la facevano pensare. “Se non ci sono insegne” rifletté chiudendo gli occhi e corrugando la fronte, “significa che è un posto per clandestini. Il reggente di Milano non mi pare tenero con loro”.

Era lì che sfogliava la margherita, quando da una fessura del battente scorse il viso di Ilaria che le faceva segno di entrare.

[continua]