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La kitsune – parte trentacinquesima

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La sera è brutta, lampi e tuoni ma Pietro ed Elisa sono al riparo nella baita. Per chi voleva può trovare i link delle precedenti puntate qui.

foto di Ivan Sessa – http://www.dolomitimeteo.com copyright Ivan Sessa

Pietro non sapeva come frenare il pianto di Elisa, perché non poteva mentirle, come d’istinto gli era venuto in mente prima di correggersi immediatamente.

Non posso illuderla. Non ho denaro sufficiente per l’acquisto” pensò Pietro cercando una soluzione. “Poi come faccio a lavorare a Longarone e vivere in mezzo al bosco? Se i venti chilometri che dividono Belluno da Longarone sono fattibili tutti i giorni, gli oltre quaranta da percorrere dalla baita allo stabilimento sono impossibili da fare”. Rifletté che forse non sarebbe stato sufficiente un’ora di strada col tempo buono, mentre nel periodo invernale sarebbe stata una pazzia solo a scendere in paese. Il racconto di Klaus e le memorie di Amanda non lasciavano dubbi. “No, non posso promettere quello che sarebbe una stolta illusione” concluse in silenzio Pietro col viso corrucciato.

Pietro era basito, quasi piegato su se stesso, perché non era in grado di ricostruire il clima esistente prima dell’interruzione. L’amara realtà delle difficoltà economiche l’avevano annichilito e non trovava una risposta per soddisfare i loro desideri.

«Elisa, vorrei dirti di sì, ma ti mentirei in maniera vergognosa. Stavo per dirlo, ma un sussulto di dignità mi ha fermato. Il risveglio sarebbe più amaro della verità che ti sto descrivendo. Le mie risorse economiche attuali ammontano a qualche decina di migliaia di euro, forse meno che più. Vivo lavorando come graphic designer in una fabbrica di Longarone con uno stipendio dignitoso ma appena sufficiente per le mie necessità. Se risparmio qualcosa, è perché faccio vita ritirata e solitaria, quasi da eremita. La casa è stata acquistata coll’anticipo sulla futura eredità dei genitori. Avrei potuto atteggiarmi a gran signore, ma avresti scoperto in breve che era solo millanteria la mia».

Pietro tacque per osservare le sue reazioni , ma Elisa continuava a piangere come se non avesse ascoltato una sillaba di quanto affermato.

«Questo posto è troppo distante per poter pensare di fare il tragitto tutti i giorni» provò a spiegare un Pietro affranto perché non era in grado di soddisfare le sue richieste.

Continuò con tono dolce immergendosi nel mare blu dei suoi occhi.

«Pensa all’inverno. Hai letto quello che scrive Amanda? No, non posso! Ho capito in queste ore che potrei vivere con te anche nel futuro, perché ti amo, ma la nostra casa è a Belluno. Questa potrebbe essere la casa delle vacanze e niente di più. Mi capisci?»

La sua era una perorazione piena di sentimento, una dichiarazione d’amore che mai aveva fatto prima ma non sembrava che avesse l’effetto sperato. Elisa continuava a piagere sommessa senza cercare lo sguardo dolce di Pietro.

«Pietro, promettimi che compri il bosco! Aspetta a dire di no! Questo è un posto magico e lo è solo per noi! Gli elfi attendono che noi diventiamo i nuovi proprietari. Non possiamo deluderli! Prometti che lo farai!» affermò con forza, una foga veemente che era rimasta sconosciuta a Pietro.

Lui rimase a bocca aperta, sentendo nominare essere magici e invisibili, che aveva trovato solo nei racconti fantastici di Tolkien. Stava per replicare, quando Elisa affermò con decisione: «Riprendi la lettura».

La sorpresa di quelle affermazioni non era svanita, quando riandò al mese precedente. Aveva impulsivamente contattato Marco per l’acquisto del bosco ma adesso non voleva ricadere nello stesso errore. Doveva tenere il punto sul bosco. Non poteva indebitarsi per il suo acquisto, sapendo in partenza che non sarebbe stato in grado di saldare il debito.

Il giorno dopo scelse il grande abete che sovrastava la baita come ultimo riposo per Amanda.

Trascorsero alcuni giorni di apatia e disperazione, poi lentamente riemerse dalle tenebre dell’orrore per quello che aveva commesso.

Sono un assassino. Ho ucciso Amanda e non sconto il mio errore”.

Percepiva intorno a sé il vuoto, non la solitudine, perché era come se la natura lo avesse ripudiato ed emarginato per quello che aveva compiuto.

Però aveva due alternative o sopravvivere o uccidersi. L’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio sui rimorsi, che lentamente finirono sottoterra come Amanda.

Adesso il terrore era tornato e tutte le certezze erano svanite.

Sono sicuro! Era lei!” disse ad alta voce per convincersi che era un brutto sogno.

Dietro al vetro illuminato dagli ultimi raggi della giornata era comparsa la sua figura che voleva entrare in quella che era stata la sua vera casa. Lei si era sentita abbandonata. Mai un fiore per ricordare il 14 di luglio. Mai una muta preghiera per la sua anima dannata. Mai un senso di colpa gli aveva tenuto compagnia in questi due anni. E adesso voleva vendicare l’amore tradito.

Klaus si aggirò per la stanza con la lanterna, aveva acceso le luci in tutta la baita, ma sentiva che Lei era lì silente e pronta a colpire.

Il suo fantasma sta qui accanto a me. Ma sono cieco e non riesco a vederla” e con lo sguardo perduto nel buio della notte si sedette aspettandola.

Passarono le ore e le luci cominciarono a tremolare prima di spegnersi. Klaus era immerso nell’oscurità della notte, ma percepiva solo il respiro affannoso che usciva dal petto.

Amanda! So che sei qui. Sento la tua presenza. Aspetto che tu decida cosa fare di me” e tacque.

Il sole del mattino lo colse ancora seduto sulla sedia di legno.

Elisa riprese il colorito abituale, mentre l’apatia era volata via. La lettura l’aveva colpita dolorosamente, riaprendo una ferita mai sanata.

«Pietro, chiudi le imposte, prima che arrivi lei» chiese quasi implorando.

Fuori la furia degli elementi era al massimo. Pioggia battente, lampi a illuminare il buio e tuoni a rimbombare tra gli alberi del bosco, occultati da strati di nubi basse e dense. Combattendo col vento impetuoso, chiuse le imposte, mentre rivoli di pioggia scivolavano all’interno.

«Una brutta serata!» commentò Pietro asciugandosi dal diluvio. «Speriamo che la notte sia migliore».

«Sì. La notte sarà bellissima!»

Pietro la guardò cercando i motivi della sicurezza della sua affermazione.

«Come potrò mai comprarmi il bosco?» esclamò, sedendosi sconsolato accanto al camino.

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La kitsune – parte trentaquattresima

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Prosegue la storia e prosegue la narrazione di Klaus. I link delle altre puntate le trovate qui.

L’abete – foto personale

Pietro riprese la lettura ma in realtà continuava a pensare in quale imbuto senza uscita era finito. Avvertiva di sentirsi prigioniero degli eventi senza che lui potesse governarli.

I giorni scorrevano mai uno uguale all’altro e le stagioni si alternavano senza che Amanda sentisse il desiderio di tornare a vivere in un paese o città. Anzi quando si recava a Cortina per gli acquisti percepiva che la folla la infastidiva e aspettava con impazienza d’imboccare il sentiero che la avrebbe ricondotta alla baita. Quando il fuoristrada iniziava a inerpicarsi tra gli abeti del bosco, si rilassava perché si sentiva finalmente a casa.

Siamo a casa, se Dio vuole!” diceva allegra e distesa, mentre Klaus procedeva con attenzione sullo sterrato.

E lui pronto a ribattere: “Ma se fino a cinque secondi fa sbavavi per restare a Cortina! Allora mentivi? Le paste della pasticceria Alverà ti sono state indigeste? Non mi pare, visto che un bel vassoio sta dietro di te”.

E loro a ridere perché avevano lasciato dietro di sé rumori e smog e si immergevano tra la natura amica. Il rapporto era solido perché era basato sul reciproco rispetto, su un feeling d’interessi comuni, su un’intesa sessuale che non lasciava insoddisfatti nessuno dei due.

Amanda, dopo il primo inverno duro da comprendere, aveva capito che lei non era prigioniera della natura o del suo uomo, ma per penitenza accettava rimanere chiusa dentro la baita. Era una penitenza piacevole, perché bastava che il cielo invernale non minacciasse bufera per indossare le ciaspole, aggirandosi silenziosa nel bosco. Al ritorno era gradevole accostarsi al grande camino per sciogliere il ghiaccio che incrostava i capelli. Si immergeva nella grande vasca piena di acqua bollente a dissolvere gli ultimi residui di freddo, mentre Klaus le massaggiava delicatamente la schiena. Percepiva che quella era la sua vita. L’inverno era lungo, ma la breve primavera era salutata da un tripudio di verde e di fiori, mentre lei si aggirava nel bosco con l’aria frizzante che le baciava la fronte. La neve sciogliendosi aveva impastato di fango ogni cosa, mentre il sole tentava di asciugare l’abetaia, che si andava riempiendo di gemme. Amanda adorava la stagione della rinascita, mentre Klaus lavorava per riparare i danni che l’inverno aveva provocato.

Ormai Guido era un pallido ricordo, che sbiadiva etereo come un fantasma. Tutte le sere lei ringraziava Dio per aver conosciuto questo uomo, che considerava come la provvidenza divina.

Klaus rammentò che erano passati diversi anni tutti felici e ricchi di amore, finché un giorno…

Lui non volle ricordare, ma ora doveva.

Aveva messo in cantina questi ricordi dolorosi, sepolti sotto il gigantesco abete che stava di guardia alla loro felicità, ma adesso sembravano usciti dal loro rifugio e aleggiavano intorno alla baita.

Pietro si fermò pensieroso, ricordando l’episodio accaduto un mese prima, durante la ricognizione della baita e del bosco con Marco. Elisa era scesa di corsa dal fuoristrada per andare sotto un abete, non uno qualsiasi ma quello più imponente. Non ne aveva compreso il motivo in quel momento ma adesso era chiaro. Era alla ricerca del punto dove era stata sepolta Amanda senza trovarlo. Ritenne inutile domandarlo, perché avrebbe risposto come qualche minuto prima: «Non ho rintracciato il punto».

La curiosità gli pizzicava la lingua ma riprese la lettura, perché Elisa sembrava assente, assorta nei suoi pensieri. “A cosa sta pensando tanto da essere fuggita con la mente da qui?” si domandò ma sapeva che era fatica sprecata, perché sarebbe rimasta senza risposte. Sperò di comprenderne di più attraverso la lettura.

Era una bella domenica di luglio di due anni prima, Era uscito col suo fucile sulla spalla. Voleva cacciare. Adesso non ricordava più con precisione quale l’animale era l’oggetto delle sue attenzioni. In realtà lo sapeva benissimo, ma voleva fingere d’ignorarlo. Si intrufolava nella dispensa per saccheggiarla e voleva mettere fine a queste scorribande.

Amanda l’aveva supplicato di non dargli la caccia.

Klaus” gli aveva detto, quando lo aveva visto imbracciare il fucile per uscire “lascia perdere! Non dà fastidio a nessuno! Preleva qualcosa e poi fugge”.

No!” gli aveva risposto duro “Le sue incursioni devono finire!”

Lei sembrava presagire quello che sarebbe successo, ma lui non la volle ascoltare. Si inoltrò nella macchia seguendo le tracce lasciate sul terreno con la vista alterata dall’ira.

Trovò la tana, ma non la volpe. Però sicuramente era nascosta nelle vicinanze a giocare a guardie e ladri con lui. Vide la coda fulva che scivolava silenziosa in un groviglio di felci e arbusti spinosi. Prese la mira e sparò.

Un urlo disumano scosse la sua mente, mentre atterrito si avvicinava.

Accasciata in una pozza di sangue stava Amanda, il suo amore, e non la volpe.

Perché ti sei nascosta lì?” chiese a un corpo insanguinato per terra che stava esalando gli ultimi respiri.

No! Non puoi andartene così!” urlò mentre la sollevava per correre alla baita.

La stringeva a sé, mentre volava incurante degli sfregi dei rovi verso il loro rifugio.

Non posso perderti! Come potrò sopravvivere?” e incespicando in una radice sporgente quasi rischiò di franare sul sentiero.

Il respiro era sempre più debole come i battiti del cuore, mentre lei era incosciente. Klaus sapeva che non ce l’avrebbe fatta e che una corsa all’ospedale sarebbe stata inutile. La depose sul letto, tamponando la ferita, ma ormai la vita era volata via. Rimase a guardarla inebetito, incapace di prendere una decisione. La vegliò per tutta la notte, maledicendosi di avere sparato alla cieca.

Ho sempre detto che colpire senza inquadrare la vittima è da criminali! Ora sono un criminale! L’ho uccisa e nulla la potrà riportare in vita”. Era scosso da singhiozzi.

«È stato Klaus a uccidere Amanda» sottolineò con calma Pietro, interrompendo la lettura «È la nemesi per la sua furia contro la volpe! E lei l’ha punito, trasformandosi in Amanda prima di essere colpita. Sembra incredibile, ma è andata proprio così».

Elisa lo guardò ma scosse il capo. Lo sguardo era pieno di lacrime e le labbra arricciate pronta a prorompere in singhiozzi.

«No! Non si sono svolti in questa maniera gli eventi…» affermò con veemenza.

«Ma come è andata veramente?» chiese Pietro che non riusciva a trattenere la curiosità di sapere. «Tu conosci la storia e quindi la verità».

La osservò con l’occhio severo, perché voleva delle spiegazioni che tardavano a venire.

«Non è ancora giunto il momento di rivelarla. Devi attendere…» disse Elisa senza guardarlo in faccia. Non era questo il momento delle spiegazioni. Doveva attendere ancora.

Pietro corrugò la fronte perché non afferrava il senso delle sue parole.

«Aspettare cosa? Sono tre giorni che sto in attesa. Tu sai solo dire ‘Aspetta’. Ancora un giorno e due notti e poi lasciamo questo posto. A quando le spiegazioni?»

Elisa si strinse ancora di più a Pietro e disse: «Vorrei fermarmi qui per sempre. Credo che saremo felici. Acquista il bosco e stabiliamoci in questa baita».

Pietro la guardò interdetto: questa richiesta era improponibile. Era fuori della sua portata economica, anche se gli sarebbe piaciuto.

«Non posso permettermelo» rispose laconico e mortificato «E poi non riuscirei a mantenerti, a vivere…».

«Sì, ci riuscirai. Ne sono convinta. Prometti di acquistare il bosco?» supplicò Elisa.

Pietro si sciolse a queste parole, perché aveva ragione ma doveva essere sincero.

«Non posso. Ti mentirei» esclamò con tono deciso.

Elisa non trattenne le lacrime e cominciò a piangere.

 

La kitsune – parte trentatreesima

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Prosegue la lettura. Chissà cosa si nasconde. Come al solito vi lascio qui il link per trovare le altre puntate

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Lei era stata la sua amante in un paese della pianura ai piedi delle montagne, focosa e possessiva, ma poi erano fuggiti tra i monti per sottrarsi ai pettegolezzi dei compaesani e alla furia del marito.

Si erano rifugiati in questa baita, che lui aveva comprato molti anni prima, nascosta e solitaria nel bosco che insieme al monte Antelao aveva fatto da barriera invisibile contro le malignità sul loro conto.

Ricordò che erano stati giorni felici quelli trascorsi con lei. Non importava se c’erano stati tanti piccoli e grandi problemi, perché l’amore aveva vinto ogni difficoltà.

E poi la natura aveva fatto il resto.

Lunghe passeggiate sognando un mondo diverso più immaginario e fantastico che reale. Rapide incursioni a San Vito o a Cortina per acquistare quello che non potevano trovare nei boschi.

Battute di caccia divertenti e faticose per procurarsi del cibo fresco.

Era una vita ricca di spunti emotivi che commentavano accanto al focolare tenendosi per mano.

Chi era Amanda? L’aveva conosciuta bene o era stata solo una meteora nella sua vita?

Lei era una splendida donna dai capelli rossi come i raggi del sole calante e due occhi di un blu intenso che parevano aver catturato tutto il cielo che stava sopra di loro.

Era la moglie del farmacista del paese, un uomo gretto e odioso, che l’aveva sposato giovanissima, comprata col denaro che lui possedeva.

Era la figlia di un bracciante che mendicava d’estate un po’ di lavoro e un bicchiere di vino nelle lunghe serate invernali. Da bambina avrebbe desiderato giocattoli e vestiti come tutti gli altri, ma doveva accontentarsi del nulla, osservando in disparte i coetanei che chiassosi e allegri giocavano senza accorgersi di lei.

A sedici anni era diventata una splendida fanciulla, quando Guido, il farmacista, offrì del denaro ai genitori per comprarla e sposarla. Lui era più vecchio di lei di ben oltre il doppio degli anni, ma era ricco, il più ricco del paese. Tutte le donne avrebbero fatto volentieri patti col diavolo pur di essere scelte come moglie. Però lui aveva adocchiato Amanda, dalla figura esile e acerba ma dal fascino irresistibile.

Aveva pianto, voleva ribellarsi a una situazione tanto odiosa quanto umiliante, ma la madre la convinse che la povertà non avrebbe più albergato da loro. Così due anni dopo lo sposò infelice e scontenta. Aveva sempre sognato il grande Amore con la lettera maiuscola, ma aveva scoperto che era diventata solo uno oggetto acquistato per abbellire la casa di Guido, da mostrare orgoglioso agli amici. Un specie di trofeo da appendere sulla parete del salotto come fanno i cacciatori vanitosi.

Notti di amore senza amore si susseguivano uno dopo l’altro, finché non arrivò dalla montagna un montanaro alto e biondo dagli occhi grigi e luminosi. Non seppe mai il motivo per il quale Klaus era sceso a valle, né glielo chiese anche quando vissero insieme. Aveva avuto solo informazioni frammentarie e di seconda mano, ma questo non l’aveva disturbata più di tanto. Per lei era stato un segno del destino incontrarlo e null’altro.

Subito si sentì attratta da lui e fece di tutto per conoscerlo.

Percepiva che era lui il fatidico principe azzurro che aveva popolato i suoi sogni e ne divenne l’amante.

Era discreto e gentile con lei quanto era ruvido e scontroso con gli altri. Finalmente si sentiva donna e poteva esternare le sensazioni senza finzioni.

Le voci correvano mentre Guido diventava sempre più possessivo per difendere l’oggetto pagato a caro prezzo.

Così Klaus le propose di fuggire tra i monti del Cadore rendendosi invisibili al mondo. Lei accettò. Caricato il fuoristrada con tutto quello che poteva servire, una notte di mezza estate partirono per il re dei monti, il mitico Antelao e sparirono nel nulla.

Guido sembrò impazzire, la fece ricercare, ma non la rintracciò mai: era veramente svanita, inghiottita dal buio. Dopo avere speso una piccola fortuna, si rassegnò a vivere da solo.

Per Amanda cominciò una nuova vita fatta di silenzi, di natura selvaggia e di molto amore. Non rimpiangeva la vita vacua e scialba con quel marito vecchio e ossessivo, che pretendeva solo sesso senza dare nulla in cambio. In pratica le pagava il lusso, che non le interessava come se fosse una donna di strada. Aveva percepito che la sua esistenza stava trascorrendo come quella di una puttana pagata a prestazioni. Adesso era diverso. Klaus la considerava una donna, da amare in silenzio, che poteva gestire il suo corpo e la sua mente come meglio credeva. Non era più un oggetto, ma il soggetto del rispetto di lui verso di lei.

Aveva faticato all’inizio per adattarsi alla nuova vita priva di quei comfort che aveva conosciuto a casa di Guido, ma aveva giudicato equo lo scambio. L’acqua era fredda d’estate e gelida d’inverno, le luci erano lanterne a petrolio o candele fumose. La solitudine era la compagna di tutte le ore, mentre non vedeva nessuno. Il cibo era quello che la natura dispensava d’estate e le vivande conservate d’inverno, quando erano bloccati nella baita dal tempo inclemente.

Imparò a usare le ciaspole per camminare sulla neve alta e compatta, a individuare gli animali del bosco e a rispettarli. La natura la circondava mentre lei l’osservava attenta e curiosa.

Klaus le insegnò molte cose che non avrebbe mai immaginato di conoscere. Cuocere il pane nel piccolo forno di fianco alla baita, cogliere le erbe giuste e i funghi nel bosco, riconoscere i frutti selvatici, Cacciare con astuzia gli animali che popolavano la montagna.

Imparò come amare e rispettare la sacralità dei luoghi, trovando il giusto equilibrio tra la voglia di vivere e contemplare la natura selvaggia. Soprattutto poteva gustare e apprezzare l’amore che lui dispensava senza egoismi.

Leggeva e annotava in un diario le impressioni, le sensazioni che il suo uomo le dava e che lei assaporava. Trascorse il primo inverno osservando la neve che aveva ricoperto tutto, cancellando tutte le tracce umane con la sola eccezione delle impronte degli animali che si avvicinavano alla baita alla ricerca di cibo.

A volte rifletteva se questa era la vita che aveva sognato durante le lunghe veglie nel letto di Guido, mentre Klaus la stringeva forte alle spalle.

Perché pormi questa domanda” si disse mentre annotava sul diario “Klaus mi fa sentire una donna. È tenero e affettuoso come il primo giorno. Sotto la scorza dura e ruvida si annida una dolcezza senza uguali. È veramente singolare che un montanaro solitario e silenzioso ami leggere e sappia trasmettere questa sua passione agli altri”.

Nella baita non mancavano mai i libri, che andavano ad acquistare nella vicina Cortina. Era stata contagiata da questo interesse, che prima di conoscerlo non l’aveva nemmeno sfiorata. Così nelle lunghe giornate invernali, chiusi fra le quattro pareti dal muro di neve esterno, stavano seduti accanto al grande camino crepitante a leggere e commentare le loro letture.

«Anche noi stiamo leggendo accanto al camino che scoppietta allegro come il loro. L’atmosfera è la stessa. Lumi a petrolio e tanto amore» affermò Elisa, che si era riscossa dal terrore che l’aveva avvolta come un bozzolo, ammutolendola.

Pietro sorrise, sollevandole il viso, mentre si specchiava nel blu dei suoi occhi. Le sue labbra era invitanti, perché non era più increspate per il terrore. Erano distese e aspettavano quelle di Pietro.

«L’atmosfera è la stessa, ma tu sei viva e te ne stai rannicchiata tra le mie braccia. Il clima del racconto è fosco, mentre noi lo leggiamo con ben altro umore. Altre differenze? Io non sono Klaus, non sono un montanaro, anzi tutt’altro. Mi piace leggere, ma non scrivo. Però tu hai un segreto che non vuoi svelare. Dici…».

Elisa le mise un dito sulle labbra per farlo zittire. Temeva che l’atmosfera si guastasse.

«Non aggiungere altro. Hai detto due cose importanti. Io non sono morta e tu non sei Klaus. Grazie Pietro».

Lui l’osservò un po’ stranito perché non riusciva a comprendere il senso del discorso. Sembrava che la ragazza fosse sollevata da quello che lui aveva affermato. Però la cronologia degli eventi gli lasciavano uno strascico di dubbi. “Quale legame c’è tra le due donne di età differenti e vissute in tempi diversi?” rifletté Pietro ponendo i fogli accanto loro. Provò a ricapitolare la cronologia degli avvenimenti. Il primo appuntamento tra Klaus e Amanda era del 1995. Lei si era sposata a diciotto anni. All’epoca del loro primo incontro aveva all’incirca l’età di Elisa. Klaus era più vecchio. Di quanti anni non lo sapeva, ma era ininfluente. Nel 1999 erano fuggiti da Casarsa per rifugiarsi qui. L’ultimo scritto risaliva alla fine del 2001. “Si potrebbe ipotizzare che Amanda sia morta un paio d’anni dopo, 2003 o 2004. Per due anni Klaus ha vissuto da solo dopo la morte, dunque questo manoscritto descrive una vicenda del settembre 2006 all’incirca, tre anni fa”. Pietro scosse la testa perché Amanda non poteva essersi reincarnata in Elisa che all’epoca aveva circa vent’anni. Lei aveva grosso modo quindici anni in più. Il legame andava cercato altrove, ma non riusciva a intravvederlo.

«A cosa stai pensando» chiese Elisa che aveva notato sul viso di Pietro più di una ruga come se stesse riflettendo su qualcosa.

«A te, aa Amanda. Siete uguali. Stessi occhi, stessi capelli, stesso fascino. Prima ancora di leggere, sai cosa è accaduto alla donna, conosci questo bosco, la baita e sai fare il pane, esattamente come Amanda. Come se tu avessi già vissuto queste vicende. Una differenza c’è e non di poco conto: tu fino a tre giorni fa eri vergine, lei no. Non lo era da molti anni. Però non trovo quello che vi lega, che vi accomuna. Amanda oggi avrebbe circa quarant’anni. Tu ne hai quindici di meno. Stiamo leggendo il racconto di un avvenimento accaduto cinque anni fa. Però la baita non sembra essere rimasta chiusa per questo tempo. Tutto è in ordine e funzionale. Il tempo sembra essersi fermato al momento della stesura di queste vicende. Le lancette dell’orologio sono rimaste immobili fino alla nostra comparsa e da quel momento hanno ripreso il loro incedere. Non è possibile. Qui pare che tutti aspettassero il nostro arrivo per riprendere le attività esattamente dal punto d’interruzione come se quel lasso di tempo non sia mai esistito. Gli eventi appaiono come un rebus dove, guardando le figure, si deve comporre la soluzione, ma senza sapere di quante lettere è composta la frase. E tu…».

«Riprendiamo la lettura» lo interruppe Elisa. «Forse possiamo dare una spiegazione delle tue domande».

Pietro era incerto. Era sicuro che non avrebbe svelato nulla. Ne aveva quasi la certezza. Era la ragazza il tassello mancante della soluzione, ma lei sembrava rimandarne il chiarimento.

Fino a quando?”

La kitsune – parte trentaduesima

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Questo capitolo in origine era molto lungo. L’ho spezzato in due parti per facilitare la lettura.  Lascio il link per chi volesse rintracciare le puntate precedenti. E’ qui.

Temporale – foto di Erika39, licenza Creative Common Attribute 3.0

Buona lettura

Pietro era perplesso, perché trovava singolare come nelle pagine lette riscontrasse una sorta di premonizione di quello che sarebbe accaduto loro anni dopo. C’era un qualcosa che non riusciva ad afferrare, anzi gli sfuggiva. Era come l’acqua che non tratteneva tra le dita. Scosse il capo e si schiarì la voce.

Agli amanti e ai cacciatori

per un piacer mille dolori.

Era questa la frase che campeggiava sopra il camino incorniciata da svolazzi di lettere e ghirlande di fiori. Klaus era immerso nella lettura di un libro, quando un rumore lo distolse, facendogli sollevare lo sguardo. Si guardò intorno senza notare nulla. Solo il silenzio del bosco interrotto dagli ultimi bagliori di un giorno luminoso.

Forse è la suggestione di Carmilla” si disse mentre tornava alla lettura della pagina, dimenticando il motivo per il quale era entrato in ansia.

Era stata una splendida giornata di settembre, tersa e fredda come lo sono in questo periodo sulle dolomiti ampezzane. Il sole declinava dolce giocando a rimpiattino tra le cime del monte Antelao, mentre qualche raggio filtrato dal bosco illuminava la stanza. Klaus non amava la folla e detestava i turisti invadenti che sciamavano sul sentiero che lambiva la casa. Avrebbe voluto prenderli a fucilate, ma non poteva. Adesso era finita e poteva assaporare la pace che i monti intorno disperdevano tra i rami dei larici, che diventavano rossi in attesa di perdere le foglie.

Stava leggendo il libro di Le Fanu, Carmilla, ed era arrivato a un punto cruciale, quando sentì ancora dei rumori più insistenti. Si girò verso la finestra, che era illuminata da alcuni raggi, e gli sembrò di scorgere un’ombra colorata dietro quel vetro quasi opaco per polvere.

Pietro si fermò nella lettura, perché aveva percepito dei movimenti non usuali da parte di Elisa, come se avvertisse un pericolo. A volte gli sembrava un animale selvatico tanto era sensibile a fiutare le minacce. Si guardò intorno senza scorgere nulla. Si udivano solo i rumori del temporale estivo: il tuono e il violento scrosciare della pioggia sulle imposte e sui vetri. Bagliori violacei si mescolavano al rosso delle fiamme e illuminavano sinistramente la stanza.

Il buio esterno era interrotto dal guizzo intenso del lampo, mentre la luce impalpabile dei lumi e del fuoco del ciocco nel camino rischiaravano l’ambiente. Tremule ombre ondeggiavano sulle pareti come un muto balletto di fantasmi a teatro.

Osservò con cura le finestre senza scorgere nulla di particolare. Solo rivoli di pioggia che scivolavano silenziosi sul vetro.

«Cosa hai?» le chiese Pietro «Ti sento tremare».

«Nulla» rispose incerta. «Nulla di diverso da quello che ho sempre percepito».

Una risposta enigmatica oppure no, pensò Pietro che stentava ad abituarsi a queste parole che Elisa pronunciava sempre più spesso. Adesso però aveva un dubbio: riprendere la lettura o confrontarsi con Elisa sulle sue inquietudini. Non trovò la risposta ma avvertì che qualcosa d’insolito stava avvenendo. Si guardò intorno alla ricerca di un segnale che gli fosse sfuggito. In una prima occhiata circolare non notò nulla di diverso da quello che vedeva di norma ma al secondo giro scoprì il motivo della sensazione: appoggiato sul bordo del camino stava Carmilla di Le Fanu. Il medesimo volume che Klaus stava leggendo. Non rimase sorpreso, perché sembrava un rito scoprire quello che in qualche modo era attinente all’atmosfera del momento, e riprese la lettura.

Ma non posso vedere quello che non c’è!” disse ad alta voce come per rincuorarsi e scacciare dei fantasmi, che erano ricomparsi dopo due anni nella sua mente.

Eppure aveva visto un viso diafano colorato dall’iridescenza del vetro e aveva udito un leggero grattare su di esso. Non percepiva dove fosse l’origine della fonte rumorosa. “Sul vetro? Sul legno?” Non riusciva a individuarla e questo lo infastidiva. Depose il libro sul bracciolo della rustica sedia di legno posta nel centro della stanza e avanzò cauto verso la finestra, mentre fuori la giornata si spegneva nel buio della sera.

Chi è?” urlò forte in preda a un cieco terrore, mentre accendeva un lume a petrolio posto sul tavolo. La stanza era troppo buia per essere rischiarata da una sorgente così debole. Si avviò verso lo stanzino dove stava il generatore di corrente, che accendeva solo in casi estremi, perché il rumore lo disturbava. Lui preferiva la luce tremolante delle candele sul candelabro o delle lanterne a petrolio, che guizzando producevano immagini fantastiche e ombre che popolavano le pareti. Questo immaginario fatuo ed esitante non suscitava paura, ma scatenava la fantasia per dare un nome alla popolazione dell’oscurità che gli teneva compagnia nella notte. Non aveva inquietudine, perché era abituato alla vita solitaria nel bosco, che non abbandonava nemmeno durante l’inverno, quando la neve occultava tutto. Adesso però un senso di terrore lo aveva preso alla gola e non gli dava scampo.

È solo suggestione!” ripeté per darsi quel coraggio che era fuggito “Accendo le luci e prendo il fucile. Chiunque sia, assaggerà il caldo dei miei proiettili!”

Prese la lanterna dal tavolo per avvicinarsi alla finestra e scrutò fuori.

Niente. Nessuno appariva oltre il vetro imperlato di umidità. Solo le luci nascoste del bosco nel giorno morente emersero alla vista.

Eppure c’era!” gridò con quanta voce aveva nel corpo “Era lei! Amanda! Ne sono sicuro! Non è possibile, perché l’ho vista morire!”

Amanda era una splendida donna, che aveva amato per lunghi anni, finché un giorno…

«Dunque Amanda è morta!» esclamò in preda allo stupore Pietro «È questo il mistero che avvolge la baita? Elisa…».

Osservò la ragazza che si era fatta piccola sistemandosi sotto l’incavo della spalla come se si volesse nascondere.

«Elisa, era lei che cercavi quel giorno di giugno tra le pieghe del terreno?»

«Si» rispose con un filo di voce. «Ma non ho trovato nulla, nessun segno».

E tacquero. Ognuno avvolto nei propri pensieri. Pietro, mentre arruffava i capelli della ragazza, ripensava alla storia che si andava dipanando sotto i suoi occhi. Molti lati oscuri lasciavano svariate zone d’ombra e molte incertezze. Qualche tessera del puzzle era andata a posto, ma il disegno non era ancora comparso, né accennava a manifestarsi. Guardò il volume che stava in bella mostra sotto il naso quasi a farsi beffe dei sensi.

Giuro che fino a pochi minuti fa non c’era!” pensò Pietro quasi arrabbiato per giustificare non averlo notato prima. “Quale mano l’ha messo lì affinché io lo vedessi? La baita sembra popolata di fantasmi, guardata a vista da una volpe che appare sul far della sera prima di scomparire col sorgere del sole. Quali altri misteri dovrò scoprire? Quando riuscirò a convincere Elisa a rivelare quello che conosce? E ora siamo qui a meditare”.

La domanda tornava ad affiorare senza essere formulata seriamente, come se avesse il timore di scoprire il mistero che non voleva conoscere.

Elisa tremava come se la presenza di Pietro non riuscisse più a riscaldarla.

«In questo manoscritto è narrata la fine di Amanda, la mia fine. Di questo ne sono certa. Conosco già quello che sta scritto più avanti, perché l’ho vissuto. Morirò una seconda volta?»

La domanda era nata spontanea perché rappresentava il pensiero angosciante che l’opprimeva. Aveva trovato il suo uomo e forse l’avrebbe perso, come Amanda aveva perso Klaus. Loro avevano vissuto lunghi anni insieme, lei solo poche ore di felicità.

Era la maledizione della volpe che colpiva ancora. La kitsune aveva posseduto Amanda per poi trasformarsi nella bellissima donna che era stata amata da Klaus.

Pietro era rimasto basito all’affermazione di Elisa, ma aveva intuito che tra loro c’era un filo invisibile che le legava e le accomunava. Adesso gli era chiaro il comportamento di Elisa.

Elisa ha sempre saputo che Amanda era morta e ne aveva cercato la tomba invano. Le loro vite si sono intrecciate. Ma come?” rifletté Pietro col viso terreo per l’angoscia che la ragazza agli stava trasmettendo.

Riprese la lettura. Era curioso di leggere il resto della storia.

La kitsune – parte trentunesima

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In un atmosfera quasi autunnale Pietro ed Elisa riflettono accanto al camino. Per i ritardari potete trovare gli indirizzi delle puntate precedenti qui.

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Buona lettura.

 

La baita sembrava favorire le passioni di un uomo e una donna come se fosse una pronuba persona. Era singolare che fino a qualche giorno prima non avevano mai assaggiato il gusto del sesso, né ne avevano avuto sentore, adesso ne facessero una continua immersione non essendo mai sazi. Era una bulimia incontrollata alla quale non volevano porre argine, ma che alimentavano minuto dopo minuto. Pareva che volessero recuperare tutto il tempo perduto con una foga e una continuità davvero fuori dal comune.

La giornata era sfasata temporalmente senza che provassero il minimo fastidio. Notte e giorno si mescolavano senza un ordine preciso perché loro assecondavano le esigenze fisiche e psichiche senza tener conto degli orari.

Era mezzogiorno quando scesero, mentre la giornata virava con decisione al brutto. Nuvoloni neri correvano in cielo, mentre il tuono faceva sentire la sua voce.

«Facciamo colazione o passiamo al pranzo?» chiese con un pizzico d’ironia Pietro.

«Salterei, puntando alla cena. Così potremmo rifugiarci nel letto» replicò Elisa sorridente.

Scoppiarono in una grande risata. Era proprio questo modo di agire senza schemi precostituiti che rendeva le giornate cortissime come se queste durassero lo spazio di un amen. Il tempo volava, senza che loro se ne accorgessero, e al giorno seguiva la notte.

In cucina prepararono qualcosa di veloce, mentre nel forno si cuoceva il pane, preparato dalle mani esperte della ragazza. Osservarono il cielo coperto di nubi grondanti di acqua. Lampi squarciavano il nero, mentre il brontolio del tuono si udiva più vicino. Le luci all’interno tremolavano come il chiarore della giornata. Il bosco sembrava immerso in una nebbia autunnale che trasformava gli abeti in pinnacoli evanescenti che apparivano e scomparivano attraverso le nuvole basse.

«Non mi pare che sia il caso di avventurarci fuori. Potrebbe essere pericoloso per i fulmini» osservò Pietro con la faccia contrariata e scura. «Tra non molto la pioggia cadrà con una tal violenza che girare nel bosco sarà rischioso».

Pietro rimase in silenzio, abbracciando Elisa da dietro, per baciarla con delicatezza nell’incavo del collo. La osservò con attenzione, perché di lei aveva solo la percezione degli occhi blu e dei capelli rosso fuoco. Adesso notava il profilo del naso leggermente a patata e le labbra sottili che assecondavano l’espressione del viso: increspate quando era corrucciata, sorridenti quando era felice.

«Vorrà dire che inganneremo l’attesa con la lettura di nuove pagine» suggerì Pietro dopo la breve riflessione, tenendola stretta tra le sue braccia.

«Ho freddo» affermò Elisa, accettando l’abbraccio. «Accendiamo il camino?»

Pietro la tenne stretta per trasmetterle calore senza rispondere subito alla sua domanda. “Accenderò il camino tra un po’” si disse assaporando il profumo che emanava.

Elisa rimase tra le braccia senza accennare al distacco, perché il freddo svaniva al contatto del corpo di Pietro. Rimasero così nel centro della stanza per lunghi minuti.

«Come vuoi. Ci sistemiamo accanto al camino per goderci il caldo. Prepariamo qualche lume a petrolio per risparmiare un po’ di energia per la notte. Oggi si ricaricheranno meno le batterie. Una fonte incerta e tremolante rende più romantica la lettura».

Tagliarono qualche fetta di speck, un po’ di formaggio di montagna, presero il pane rimasto e una bottiglia di vino. Sistemarono tutto sul tavolo basso davanti al camino, mentre la legna cominciò a crepitare con allegria.

Sagome incerte si disegnarono sulle pareti, rischiarate dalle lanterne, collocate in diversi punti della stanza. Sembravano ombre cinesi prodotte da una mano ignota. Chiusa la porta d’ingresso e lasciate aperte le imposte per far filtrare quel poco di luce che proveniva dall’esterno, si sedettero sul tappeto di lana. Un morbido plaid copriva le loro gambe. Il furioso temporale estivo aveva fatto precipitare la temperatura esterna, ma quella interna era rimasta alta. Non avevano fame, ma lo stimolo era una condizione generata dall’atmosfera creata. Non pensavano che, avendo appena terminato il pranzo, desiderassero mangiare ancora. Però quando ripresero la lettura, involontariamente misero in bocca un boccone di pane ancora caldo, un pezzo di formaggio saporito, mentre sorseggiavano un bicchiere di vino. Sembravano gesti del tutto naturali. Dall’esame dei fogli osservarono sorpresi che contenevano un racconto breve. A prima vista pareva più un’autobiografia con avvenimenti accaduti qualche anno prima che una creazione di fantasia.

«Chi può averlo scritto?» domandò stupito Pietro.

«Non saprei» rispose Elisa che appariva sincera.

Pietro cominciò la nuova lettura incuriosito.

La kitsune – parte trentesima

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A grande richiesta vi presento la volpe. Per chi volesse godere delle letture precedenti può trovare qui i link.

opera di Utugawa Kuniyoschi – pubblico dominio

Per la gallina del bosco non c’è pollaio, che tenga” era una maniera simpatica per affermare che nessun animale del bosco poteva rimanere rinchiuso a lungo in una gabbia. Sarebbe fuggito o ne avrebbe tentato la fuga con tutte le sue forze a costo anche di morire. Niente di più vero era contenuto in questa goccia di saggezza popolare. La volpe correva libera nel bosco senza che nessuno potesse metterla in gabbia. Se qualcuno ci fosse riuscito, difficilmente sarebbe rimasta a lungo lì. Avrebbe trovato il sistema per fuggire. Dunque era libera di muoversi come voleva di giorno e di notte. Si sentiva la regina di quel luogo incantato senza che nessuno riuscisse a contrastarla.

Da quando però erano arrivati i due giovani, aveva cambiato abitudini. Era più guardinga, ne seguiva le mosse con discrezione senza mancare mai di farsi notare seppure di sfuggita. Lanciava segnali, che erano catturati dalla donna, mentre rimbalzavano indietro dall’uomo, che sembrava avere una corazza impenetrabile. Percepiva da lui un’avvisaglia di minaccia, che non riusciva a decifrare: un misto di paura e di pericolo. Eppure anni prima la situazione era diversa perché era lei a trasmettere timore e imporre reverenza. Si chiese cosa era cambiato senza trovare la risposta per ribaltare la situazione a suo favore. Alimentava la propria ansia mentre si aggirava intorno alla baita dalla sera alle prime luci senza trovare la soluzione al problema. Era un silenzioso cane da guardia notturno, mentre nelle restanti ore se ne stava rintanata tra abeti e macchie di rovi per difendersi da un nemico invisibile.

Pietro l’aveva intravvista più volte, come la sera precedente lasciandolo indifferente perché per lui era normale osservare un animale selvatico intorno alla baita circondata dal bosco. Sarebbe rimasto sorpreso qualora non ce ne fossero. Non immaginava che la volpe aspettasse il momento opportuno per intrufolarsi. Anzi non aveva nemmeno compreso che volesse farlo. Se non fosse stato per quell’episodio curioso, quando la volpe aveva fatto da guida per riportarli alla baita, probabilmente quelle visioni fugaci non sarebbero rimaste impresse nella sua mente. Adesso si domandò per quale motivo si aggirava intorno a loro e perché Elisa ne era terrorizzata. Dunque era un mistero supplementare che si aggiungeva alla lunga lista che galleggiava nella mente tra l’intrigo e il disinteresse.

Non so il perché stanotte ho sognato che la volpe volesse possedere Elisa, mentre ho tentato inutilmente di scacciarla. Che strano sogno! Eppure era talmente vivido da sembrare reale. Forse è stata la suggestione di dell’episodio insolito del pomeriggio da trasformarsi in una visione onirica. L’avvenimento non mi ha convinto, perché Elisa si è mostrata troppo sicura nell’affermazione che li avrebbe ricondotti alla baita” pensò Pietro svegliandosi mentre collegava sogno ed episodio del giorno precedente.

Secondo Pietro c’erano altre stranezze nel comportamento di Elisa. Aveva presente come al calare delle prime ombre della sera sembrava avvolta da mille paure e angosce senza una motivazione logica. Sembrava terrorizzata da misteriose entità non ben definite. Si sentiva sicura solo tra le sue braccia, come se lui rappresentasse uno speciale salvacondotto o uno scudo inviolabile. Sperò che prima di lunedì riuscisse a dissipare tutti i dubbi. Però ci credeva poco, perché invece di diradarsi infittivano.

Pietro sveglio da una decina di minuti ascoltava il respiro cadenzato di Elisa, che dormiva avvinta al suo busto. Sembrava che stesse abbracciando un grosso tronco, mentre in realtà lo stringeva forte e con un calore impressionante. Questo gli faceva piacere, gli creava benessere. Rimase immobile per non destarla. Il sonno era leggero ma sereno. Gli sarebbe dispiaciuto di rappresentare la causa del risveglio di Elisa che aveva la necessità di riprendere le forze col riposo.

Chissà quali sogni avrà fatto per essere così rilassata” si chiese con un pizzico di curiosità. “Quale mistero contiene bosco e baita? Dalla lettura degli appunti di Klaus e del blog di Amanda non ho trovato le risposte che speravo di ottenere. L’unica certezza è che qui vivevano un uomo, Klaus, e una donna, Amanda, i quali erano fuggiti da una località di pianura molto distante. Sicuramente diverse centinaia di chilometri. Lui è tornato a casa. Faceva il boscaiolo e aveva acquistato baita e bosco avendo la premonizione degli eventi futuri. Credo di aver sbagliato tutto nella vita, perché quel mestiere rende di più della mia laurea, del mio lavoro di graphic designer e qualsiasi attività intrapresa nel corso degli anni. Marco mi chiede trecentomila euro per bosco e baita, ma il valore è sicuramente superiore. Sembra quasi che abbia avuto un mandato preciso nella selezione dell’acquirente. Non il più danaroso, ma colui che rispetta determinati canoni. Ma quali sono? Anche questo è un mistero che aggiunge una nota inspiegabile a tutti gli eventi. Perché mi ha scelto? Non sono un montanaro, né un boscaiolo. Non conosco nulla della conduzione di un bosco. Sono nato in riva al mare, a Venezia. Ho visto la montagna per la prima volta venendo a Belluno. Quali motivazioni l’hanno spinto a fidarsi di me, a puntare le sue fiche su di me? E poi Elisa che ruolo ha nella vicenda? Ogni volta che ragiono su questi quesiti, arrivo sempre al medesimo punto: ignoro tutto di Elisa e del suo coinvolgimento nella storia. Alla fine mi trastullo su interrogativi degni delle quartine di Nostradamus. Con le mie forze non riesco a risolvere i miei dubbi. Adesso è arrivato il momento di concentrarmi su questi per capire ruoli ed eventi”.

Stava riflettendo quando percepì un leggero movimento della ragazza: non una semplice sistemazione ma un timido accenno di risveglio. Aspettò che fosse ben sveglia prima di dire: «Buon giorno, Elisa».

Lei sollevò il viso e aspettò che le labbra di Pietro si posassero sulle sue.

«Un dolce risveglio» aggiunse, mentre lei si stringeva con rinnovato vigore.

Un’altra giornata era volata via come le precedenti lasciandoli rilassati e felici. La nuova sembrava nascere sotto buoni auspici senza che delle nubi offuscassero i loro pensieri. La ragazza tacque, assaporando il calore che il corpo di Pietro emanava. Era una sensazione dolce, di gradevole appagamento, sapendo che fra pochi giorni tutto sarebbe finito come una bolla di sapone.

Finito per sempre? Oppure solo temporaneamente?” si domandò Elisa.

Era meglio non rimuginarci sopra e godere questi scampoli di serenità.

Spalancò gli occhi blu e cominciò a parlare.

«Ti amo, Pietro. È un sentimento che mai ho provato prima con tale intensità».

«Ma non hai avuto nessun uomo prima di me!» rimarcò sorpreso con un tono leggermente sarcastico.

Se Pietro aveva la faccia tra il sorpreso e l’ironico, quella di Elisa si era rabbuiata con l’ultima affermazione. Aveva sperato in parole dolci e non sarcastiche.

«Neppure tu brilli troppo come originalità: nessuna donna prima di me! Però..,» rispose picata, colpita nel vivo della sua personalità.

«Però non assomiglio a Klaus» replicò Pietro sorridendo.

La battuta ebbe il potere di scacciare le nubi dal suo viso.

«Proprio per questo ti amo. Tu sei Pietro. Lo sei sempre stato. Lo sarai fino alla morte».

«E tu, chi sei?» replicò con prontezza Pietro. «Per me sarai sempre Elisa».

E sentirono forte l’impulso di fare all’amore. Sembrava un mantra quello stare bene insieme e senza decidere nulla, lasciando che gli eventi li trascinassero sull’onda del caso.

L’istinto primordiale li governava e li guidava nelle azioni di tutti i giorni.

La kitsune – parte ventinovesima

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La storia di Elisa e Pietro vi piace? Potete leggere sotto la nuova puntata e le vecchie le trovate qui.

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«Vuoi proseguire nella lettura prima di abbandonarci tra le braccia di Morfeo?» chiese un assonnato Pietro.

«Sì, leggiamo qualcosa e poi…».

«Non sei mai sazia?»

«No! Tre giorni fa non sapevo nulla di sesso, di uomini. Ora conosco te e non smetterei mai!» rispose addossandosi ancora di più a Pietro.

Le parole di Elisa non lo persuasero, perché era convinto che lo facesse per restare sveglia. Ci sarebbe stato tempo per chiarire la questione e riprese la lettura.

Dalle memorie di Klaus

1 Maggio 2001

Torno a scarabocchiare qualcosa dopo molti mesi, forse un anno, due. L’ultima volta è stato talmente remoto che non lo ricordo nemmeno.

Mi dico che dovrei scrivere più spesso senza lasciare questi spazi tra una riflessione e un’altra. Però non ho mai tempo o lo spirito adatto a prendere la penna, o la tastiera e il mouse. Quale motivo mi sta spingendo a mettere nero su bianco i miei pensieri?

Amanda vorrebbe un bambino, ma nicchio, ho paura, perché noi viviamo isolati, lontani un paio d’ore dall’ospedale più vicino. Poi nel periodo invernale rimaniamo isolati per diversi giorni, quando la neve e il vento ci impediscono di uscire.

Già tremo quando sento uno starnuto di Amanda o quando ha qualche linea di febbre, figuriamoci durante la gravidanza e poi col bambino piccolo che ha necessità di tutto. Se dovesse capitarle qualcosa mi sentirei molto indifeso e sarei pieno di sensi di colpa per averla trascinata in questa valle dimenticata da Dio e dagli uomini.

Se vogliamo un figlio, ci dobbiamo trasferire in paese, perché qui sarebbe troppo pericoloso per lei durante l’attesa e per lui nei primi anni di vita. Comunque nel periodo invernale qui non possiamo rimanere.

Ho tentato più volte di spiegarle che non era possibile, finché viviamo per tutto l’anno nella baita, ben attrezzata per noi, ma inadeguata per una partoriente e un bambino piccolo.

Lei insiste che saremo in grado di farcela, di superare tutte le avversità. Per dare credito ai suoi desideri, ho fatto un giro di ricognizione a San Vito, il paese più popoloso vicino per capire quali possibilità ci sono di acquistare una piccola casa.

«Pietro, cerchiamo anche noi un bambino?»

Lui la fissò incredulo: era di un’ingenuità disarmante. Rifletté che ci mancava solo Elisa incinta e poi avrebbe fatto bingo. Non sapevano nulla l’uno dell’altra, avrebbero affrontato una gravidanza con lo stesso spirito incosciente di attraversare il deserto senza guida e con una bottiglia di acqua. Non comprese se la domanda fosse seria oppure una battuta per spirito di emulazione.

«Lo cerchiamo nell’orto sotto i cavoli?» rispose ironico «Non sappiamo nemmeno se riusciamo ad andare d’accordo e tu pensi ai bambini?»

Elisa mise il broncio e disse con gravità: «Sono seria. Vorrei avere un bambino da te!»

Pietro le sollevò il mento per baciarla per farle capire che aveva compreso cosa voleva trasmettere: il suo amore verso di lui. Tuttavia rimaneva un discorso privo di senso per Pietro, che riprese la lettura.

Avevo accumulato un discreto gruzzoletto durante i tre anni a Casarsa, ma da due anni non faccio nulla col risultato che è diminuito in maniera preoccupante. È vero che potrei ricominciare a fare il mestiere, che ho sempre fatto con profitto, il boscaiolo, ma si deve valutare il rischio. Sono sicuro che il marito di Amanda ha messo sulle nostre tracce qualche investigatore. Credo che possa scovarci se non usiamo prudenza occultando gli indizi della nostra presenza.

Corriamo dei rischi? Non saprei, ma credo che il farmacista non sia messo il cuore in pace senza tentare di riacciuffare Amanda. Quindi dobbiamo usare cautela nei nostri movimenti.

Anche ieri sera, mentre facevamo all’amore ha ripetuto più volte che vuole rimanere incinta senza che io sia riuscito a persuaderla che era un azzardo. Spero che non si avveri perché mi troverei in difficoltà. L’amo troppo per correre il pericolo di perderla. Non riesco a pensare alla mia vita senza di lei.

Quando mi addormento con lei, stretta fra le mie braccia, percepisco che è ormai un’appendice del mio corpo. Però è la mattina che comprendo la grande gioia di averla vicina.

Speriamo bene.

«Klaus è più romantico di te! Hai letto le ultime parole ‘Però è la mattina che comprendo la grande gioia di averla vicina’. Tu in queste due mattine non me lo hai mai detto» disse risentita Elisa.

«Hai ragione. Però…».

«Nessun però! Non le hai dette e basta».

Pietro la strinse a sé per farle percepire tutto il calore che provava e rimase in silenzio, finché non la sentì sciogliersi.

…Ieri, mentre ero in paese a comprare qualche provvista ho orecchiato che parlavano di un forestiero che faceva delle domande relative a una coppia che forse si era stabilita nei dintorni. I paesani hanno risposto di non saperne nulla. Sfido chiunque se desse riscontri diversi! Per fortuna che non conoscono nulla di noi, né dove viviamo.

Dobbiamo essere prudenti, evitando di scendere in paese. Le prossime volte mi spingerò fino a Cortina dove posso occultare meglio le tracce. Di sicuro mi avranno cercato nel Comelico e in Carnia, dove sono molto conosciuto nell’ambiente dei legnami. Però sono uno sconosciuto nel Cadore e nell’Ampezzano.

Frequentando sempre gli stessi posti e mostrandomi con una certa regolarità, di sicuro pensano che viva solitario in una casa ai margini del paese, al limitare del bosco. Quindi non mi associano alla persona che stanno cercando. I capelli lunghi e la barba poco curata mi rendono diverso da Klaus che viveva a Casarsa. Sono certo che secondo loro abbia sempre abitato qui. Non sono mai stato in paese con Amanda, né ho acquistato qualcosa adatto a una donna. Per loro sono un single, un orso che non ama la compagnia femminile.

Quando le serve qualcosa, andiamo a Cortina, dove l’anonimato è più sicuro e c’è maggiore scelta. Ora devo raddoppiare le precauzioni, perché i mastini si stanno avvicinando troppo.

Ne ho parlato con Amanda per suggerirle prudenza se si muove nel bosco da sola. Non si sa mai che qualche curioso si spinga su per questa strada, che è privata, ma conduce alla baita. Pochi sanno che è abitata, ma qualcosa potrebbe uscire a forza di domande.

Lei è rimasta senza parole prima di rifugiarsi tra le mie braccia.

Domani è un altro giorno.

Elisa e Pietro chiusero gli occhi. Il sonno aveva vinto la guerra.

Avviso agli internauti

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Non sono scappato, né fuggito, né sono ammalato oppure impigrito molto più banalmente mi sono invischiato in un progetto che si sta rivelando più difficile del previsto.

Faccio parte di un collettivo di lettori di testi inediti ( http://www.iquindici.org ) che hanno deciso di svecchiare il vecchio sito. Se si fosse partito da zero ci avrei messo un giorno o forse meno ma il travaso di un giga di roba nel nuovo si sta rivelando difficoltosa e mi sta assorbendo tutto il poco tempo che ho. Quindi pazientate ma vi leggerò comunque.

A presto

La kitsune – parte ventottesima

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Ancora letture e la lieve atmosfera natalizia. Per chi volesse leggere le parti precedenti le può trovare qui.

foto personale

Pietro, accantonati gli appunti di Klaus, andò a pescare tra i fogli di Amanda. Gli sembrò intrigante una pagina del diario di Amanda che trovò durante la ricerca. Si sistemò, osservando la ragazza che con gli occhi socchiusi era appoggiata al suo petto. “Pare che dorma ma forse è solo una finta” pensò iniziando la lettura.

Dal diario di Amanda

25 Dicembre 1999

Oggi è Natale e fuori sta nevicando. Dalla finestra ricoperta da un velo di ghiaccio, che ogni tanto scivola sul vetro, si vede un manto candido interrotto qua e là da qualche arbusto che si protende fuori. Il silenzio è assoluto, rotto unicamente dalle parole del vento che accarezza la baita. Klaus sta preparando un pranzo speciale, almeno è quello che ha detto, quando si è rinchiuso in cucina, vietandomi l’ingresso. Però vapori e odori uscono invitanti dalle fessure della porta. Sono curiosa di sbirciare quali piatti sta cuocendo sulla stufa e nel camino, ma lui è stato inflessibile.

«Prepara la tavola. E poi gusterai la sorpresa» mi ha detto con un tono imperioso che non ho mai ascoltato.

Ho scelto il servizio più bello e la tovaglia rossa, su cui ho sistemato una ghirlanda con una grossa candela decorata nel centro, comprata la settimana scorsa a Cortina. È rossa come vuole la tradizione e presenta intorno dei motivi con foglie di agrifoglio. La ghirlanda è composta da rami d’abete e di pungitopo, che cresce robusto dietro la baita. L’abete profuma ancora di resina che si mescola con gli odori che fuoriescono dalla cucina. L’ho preparata con le mie mani, scegliendo i rami più belli. Klaus ha osservato divertito come sbuffassi affinché l’intreccio assumesse la configurazione che avevo in mente. Alla fine la mia ostinazione è risultata vincente.

Per me è stata una novità addobbare la tavola, perché prima non lo ho mai fatto. Finché sono rimasta in casa coi miei genitori, il Natale era triste, perché lo trovavamo un insulto alla nostra povertà. La tavola era quella di tutti i giorni con i piatti buoni, anziché quelli spaiati e sbeccati che usavamo di solito. Per me il Natale non faceva differenza con il giorno prima, né con quello dopo. Erano tutti in fotocopia. Tristi e malinconici. Poi da sposata faceva tutto la domestica: la tavola, il pranzo, il servire i commensali. Io dovevo limitarmi a essere la padrona di casa che riceveva sulla porta la frotta di ospiti che Guido aveva invitato e nulla più. Mi sembrava di essere il maggiordomo che accoglieva gli invitati e i relativi cappotti.

«Pietro, sarebbe bello che fosse già Natale! Con noi due soli chiusi qui dentro. Però mancano troppi giorni per poter sognare» interruppe Elisa con l’aria svagata.

«Sei rimasta colpita dalla descrizione di Amanda?»

«No. La conoscevo già…».

«È vero che sei Amanda. Quindi l’hai già vissuta l’atmosfera…».

«Sei adorabile quando punzecchi» replicò Elisa baciandolo. «Ma sei così acido che non meriti un secondo bacio».

Mi sono sempre sentita estranea, un corpo senza vita, un ninnolo da mostrare ai convitati. Non percepivo la festa come una gioia da condividere con gli altri. Le chiacchiere inutili e fatue, gli atteggiamenti di sopportazione nei miei confronti, le frecciatine malevoli erano il corollario di una giornata che non finiva mai. Tutte le feste tra Natale e l’Epifania erano un supplizio che dovevo sopportare col sorriso sulle labbra e l’angoscia dentro il cuore.

Oggi è diverso, perché fuori c’è la neve, perché finalmente sono protagonista, perché posso scegliere cosa mettere sulla tavola, come addobbare la stanza senza limitazioni o divieti. Mi sono sentita libera psicologicamente!

Sarà una giornata splendida, che ricorderò sempre!

Klaus è pieno di attenzioni, è un amante eccezionale.

Mentre ho preparato la tavola sono entrata in confusione, perché non sono sicura di come disporre posate e bicchieri. Il bicchiere da vino sta a destra o a sinistra? Di che cosa? Io l’ho messo come vagamente ricordavo la disposizione a casa di Guido. Ma chi se ne frega se è nel posto sbagliato! Nessuno potrà criticarmi se non conosco le buone maniere della tavola!

Dopo tanto bussare e molti urlacci del tipo «Non si entra!» o «Pensa alla tavola!» o «Aspetta il tuo turno!» Klaus grida: «Amanda, vieni!» aprendo la porta della cucina che è chiusa a chiave.

Sono stordita dall’odore e dai profumi che i piatti spandono nell’aria.

«Che profumo! Sei bravissimo!» è quello che sono riuscita a dire, mentre mi aggiro intorno al tavolo per piluccare qualcosa. Mi sono vista come una bambina alla scoperta di un mondo che non sapeva che esistesse. Avete presente Alice? La celebre Alice del cappellaio matto? Beh! Quella sono io!

«Uh! Come è buono! Cos’è?» gli chiedo stupita assaggiando delle palle profumatissime che galleggiano nel brodo di carne.

«Speck knodel» risponde pronto, mentre prepara il dolce tipico del Trentino vecchio di qualche secolo, ma che per me è una novità assoluta.

«Cosa? Non ho capito nulla, ma sono buonissime».

Continuo negli assaggi sotto gli occhi divertiti di Klaus.

Gli sarò apparsa come la bambina golosa che assaggia tutto leccandosi le dita. Lo guardo ammirata perché io non sarei in grado di preparare quasi nulla di simile.

«Dammi una mano per lo zelten! Prendi quelle mandorle e spellale».

Lo osservo con l’occhio sgranato e la bocca aperta per la sorpresa alla sua richiesta.

«E come si fa?» ho risposto mogia perché non l’avevo mai fatto.

«Mettile a mollo nell’acqua calda e la buccia in un amen viene via».

Klaus conosce tutti i trucchi in cucina e io ho fatto la figura della pellegrina che non sa nulla.

Lo osservo con quale perizia prepara l’impasto e con altrettanta velocità dispone mandorle, fichi e pinoli come copertura.

«Vieni» mi dice avviandosi verso il forno.

Mentre il dolce si dora nel forno, prepariamo diverse pagnotte di pane di segala e ci baciamo incuranti del rischio di bruciare tutto.

È troppo bello stare tra le sue braccia, al sicuro e protetta, nell’attesa che nel forno finiscano di cuocere il dolce e il pane. Credo che sia stato il più bel pranzo della mia vita con un menù e una preparazione degna di un grande chef!

Durante l’autunno abbiamo fatto scorta degli ingredienti che oggi stiamo utilizzando. Lamponi e mirtilli per la composta di frutta e la mostarda, mandorle per il dolce, mele selvatiche per guarnire l’arista di maiale, funghi per l’insalata, erbe odorose per la salsina verde. È un tripudio di gusti e di profumi lievi e vellutati.

Il pranzo è durato un’eternità, ma non abbiamo nessuna fretta perché desideriamo assaporare le portate con calma. E poi perché correre? Siamo solo noi due! Siamo talmente sazi che alla sera abbiamo preso solo un po’ di brodo con un paio di knodel rimasti, mentre siamo abbracciati davanti al camino.

È la prima volta che questa festa è tutta mia. E come suggello abbiamo fatto all’amore con un trasporto e un’intensità che non riesco a descrivere.

Vorrei che fosse sempre Natale.

«Sì, lo vorrei anch’io! Ma ora sei mio!»

Lo stuzzicò finché non fecero l’amore con un trasporto e piacere che pareva fossero Amanda e Klaus.

Il sonno tardò a venire, né lo cercarono seriamente.

La kitsune – parte ventisettesima

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La storia continua e noi con lei. Le altre puntate le trovate qui.

Cortina – foto personale

La voce di Pietro impastata con le parole che uscivano a stento tradiva la stanchezza delle due notti quasi insonni e delle giornate intense tra scoperte e movimento. Avvertì le palpebre farsi pesanti, che faticavano a stare aperte.

Ce la farò?” si chiese con una punta di malcelato pessimismo, mentre sentì che il sonno si avvicinava.

Elisa mostrava gesti torpidi e lenti, che facevano presumere un imminente crollo anche se in apparenza appariva fresca. “Ha una vitalità insospettata racchiusa in quel corpo fragile. Pimpante e piena di brio che mi fa sentire vecchio. Come ci riesce?” si domandò Pietro con una punta d’inquietudine e invidia allo stesso tempo.

Elisa stava sempre ben stretta a lui combattendo con la stanchezza che reclamava riposo. Si sforzò di restare sveglia per non prendere sonno.

No, non devo addormentarmi! Devo rimanere desta! Pietro mi deve stimolare, perché non posso chiudere gli occhi” mormorò sottovoce lottando con tutte le sue forze contro la stanchezza.

«Pietro, desidero un caffè forte. Lo prepariamo?» chiese rompendo l’atmosfera sonnolenta che stagnava nella stanza.

All’interno i due giovani lottavano contro stanchezza e sonno, mentre fuori si aggirava la volpe che osservava la baita alla ricerca di uno spiraglio per entrare.

Eppure l’uomo mi ha visto, fingendo di non notare la mia presenza. Amanda non si stacca un secondo da lui. Mi sfugge in continuazione” pensò la volpe girando delusa intorno alla baita, che rimaneva inaccessibile. “L’uomo è il talismano, che mi impedisce di raggiungerla e riportarla là da dove è fuggita. Per farlo mi devo avvicinare, ma mi è consentito solo di sera, mentre di giorno deve essere sola e isolata. Loro chiudono ogni apertura, rendendo impossibile raggiungere l’obiettivo”.

Il cielo era coperto di nuvole nere, che non minacciavano pioggia. Anche quello congiurava contro i suoi piani. Aveva la necessità del cielo limpido e stellato con la luna piena per attuare i suoi propositi.

Se aprissero una fessura, potrei entrare ma non lo fanno e devo rimanere fuori con la speranza di trovare un pertugio non sbarrato”.

La volpe girava nervosa e frustrata, perché non trovava il modo di risolvere il problema dell’accesso: la baita rimaneva impenetrabile e la donna era sempre appiccata all’uomo. Il tempo passava mentre avvertì che le forze diminuivano. Percepì un senso d’impotenza.

Pietro messa la moka sul fuoco si avvicinò alla finestra per osservare fuori. In queste notti non aveva mai potuto farlo e si chiedeva quale panorama si poteva vedere. Aveva il ricordo dell’arrivo notturno quando il paesaggio gli era apparso magico.

«No!» urlò terrorizzata Elisa, che aveva percepito la presenza della volpe. «Non aprire! Fuori ci sono spiriti cattivi!»

Pietro si fermò con la mano sulla maniglia, volgendosi verso Elisa con gli occhi sgranati.

«Spiriti?» celiò ridendo. «Sembra un mantra la tua ossessione al calare delle tenebre. Fuori c’è buio e basta! E va bene. Non aprirò. Però ti vedo sconvolta. Perché?»

Elisa tremava tutta. Il labbro superiore pareva una corda di violino pizzicata dalla mano del musicista.

«Fuori c’è una volpe che vuole entrare. Aspetta che tu apra una fessura» spiegò terrea in viso.

«Una volpe? La stessa che ci ha condotto a casa?» chiese stupito Pietro.

«Sì».

Pietro rimase basito, perché non aveva compreso il nesso tra la volpe ed Elisa.

«Non capisco perché ci abbia ricondotto alla baita. Nel bosco eravamo in sua balia».

«Doveva farlo» affermò per chiudere l’argomento. Non poteva spiegargli che, se fosse stata sola, sarebbe stata la sua fine.

Pietro trattenne il riso perché aveva compreso il suo stato emotivo e per rincuorarla l’abbracciò, mentre Elisa piangeva in modo convulso, quasi isterico. Le sollevò il viso rigato di lacrime baciandola con delicatezza. Queste due azioni rappresentarono un toccasana per lei, perché si abbandonò nell’abbraccio, percependo il calore che trasmetteva.

Il caffè borbottò avvisandoli.

«Metti tazze e moka sul vassoio. Lo beviamo di sopra» suggerì Elisa col volto disteso.

Pietro la prese in braccio, dicendo: «Fa attenzione a non versare nulla».

Lui con Elisa fra le braccia si avviò per le scale, facendo attenzione a non oscillare troppo.

«Brava!» affermò con un sorriso divertito depositandola sul letto «Non è andata persa nemmeno una goccia di caffè!»

Posato il vassoio sul comodino, Pietro le sollevò la camicia di lino baciandole i capezzoli, mentre Elisa fece scivolare le mani sotto la polo alla ricerca dei pettorali.

Elisa percepì che poteva rilassarsi, perché la volpe se ne era andata delusa. Avvertì una sensazione di calore tra le gambe e lo desiderava. “Pietro è stato in grado di toccare le corde più nascoste della mia sessualità. Ha trovato i punti che mi danno piacere. Devo avere fretta, perché fra due giorni tutto sarà finito”.

Fecero all’amore con una passione che li lasciò stupiti. Elisa avrebbe voluto che il piacere si prolungasse all’infinito, ma Pietro doveva rifiatare. Rimase sul corpo di lui, pelle contro pelle e gli sussurrò: «Leggimi qualche pagina, ma poi sarai mio ancora una volta!»

«Sì».