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La kitsune – parte nona

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Eccoci con la nuova puntata. Riporto per chi avesse perso qualche pezzo anche gli indirizzi delle vecchie. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7

Buona lettura

Pietro si pose la domanda del giorno precedente: “Chi è Elisa?” Non capiva chi potesse essere, poiché, passate in rassegna le conoscenze femminili piuttosto scarse, non trovò nessuna che si adattasse a lei.

Devo chiederle dove mi ha conosciuto o continuare a fingere? Viso e nome non mi dicono nulla. Una ragazza così attraente non posso averla dimenticata! Rimane una sconosciuta. Una magnifica sconosciuta. Ignoro tutto di lei. Abita a Belluno? A Longarone? Dove?” rifletté Pietro, osservando dove stavano andando.

Elisa si strinse a lui a cercare protezione, mentre si avviarono dietro a Marco.

Pietro emana un calore incredibile che mi attrae. Vorrei essere solo con lui, fra le sue braccia, ma non posso. Riesco a percepire solo il calore che il suo corpo emette senza assaporare il profumo della pelle. Quando potrò essere sua?” si chiese Elisa, guardando il suo compagno con occhi di passione.

«Cosa sono?» chiese Pietro osservando strani macchinari impolverati in un angolo.

«È un gruppo elettrogeno per accendere le lampade alla sera o durante l’inverno» rispose pacato Marco. «Qui non arriva la corrente elettrica. Per la luce o usi lampade a petrolio oppure accendi queste macchine. Ci sono anche pannelli fotovoltaici, ma insufficienti per alimentare l’intera baita. Servirebbero di dimensioni maggiori, ma…».

«Come funzionano?» chiese Elisa, avvicinandosi incuriosita.

«Col gasolio».

«No, quello lo conosco! Parlavo dei pannelli» lo interruppe.

«Con la luce solare» replicò Marco. «Come mai sei interessata? Pensi di trasferirti qui?»

«No» si schernì Elisa. «Sono una donna!»

Sorridente si strinse a Pietro, che era rimasto in silenzio e indifferente alla funzione delle macchine, alle domande, a tutto quello che in quel momento si svolgeva intorno a lui.

«Di qui si scende nella cantina» disse Marco indicando una porta. «Ma fuori, accanto al forno, c’è anche un’altra dispensa dove si possono conservare a lungo le scorte. È un posto migliore del frigorifero».

Oltre a quella notarono altre porte.

«Dietro quella» indicò con la mano Marco. «C’è l’unico servizio della baita. Uno scaldabagno a legna riscalda l’acqua piovana raccolta in una cisterna sul tetto. Se non è sufficiente si preleva dal torrente vicino. C’è un piccolo impianto di potabilizzazione per l’acqua da bere o per la cucina. Non manca nulla o quasi… Diciamo che mancano gli abitanti».

L’ultima battuta passò senza suscitare nessun interessa da parte di Elisa e Pietro. Il sorriso apparso sulle sue labbra si smorzò subito e si affrettò a salire verso la camera da letto posta nel sottotetto, seguito da Elisa e Pietro.

La camera era ampia, prendeva luce da un lucernario che si apriva sul tetto e da una piccola finestra. Il letto matrimoniale era posto nel centro, nel punto più altro. Una stufa di maiolica azzurra, addossata alla testata, provvedeva al riscaldamento dell’ambiente. Un armadio basso occupava la parete di fronte, mentre il pavimento di legno era ricoperto da un tappeto di lana.

Il letto era sistemato con cura, come se fosse stato rigovernato di recente, la stufa era pulita e pronta all’uso, un cesto con ciocchi di legna asciutta stava di fianco.

«Oh!» esclamò Elisa, spalancando i suoi occhi grigio azzurri. «Che bella camera! Ma ci vive qualcuno?»

Marco sorrise senza rispondere, mentre li osservò. Adesso era sicuro di avere acceso i loro interessi. L’obiettivo era raggiunto.

Ritornarono al pianoterra nella stanza che rappresentava il cuore pulsante della baita.

«Che ve ne pare? Vi sembra accogliente?» disse Marco amicando con l’occhio, mentre proseguì nella descrizione di altri dettagli.

«All’esterno, accanto alla baita, c’è un altro piccolo edificio: un forno a legna con la legnaia e la dispensa. Un percorso coperto lo collega alla baita per il passaggio in caso di pioggia o neve. È comodo d’inverno, quando la neve è alta un paio di metri. Una tettoia tiene al riparo il fuoristrada».

Pietro era rimasto sempre in silenzio, quasi assente, ma vigile e attento su ogni particolare.

«Quindi volendo si può vivere anche d’inverno?» domandò con voce neutra.

Marco sorrise accennando con la testa a una risposta positiva. Aggiunse che il riscaldamento era assicurato dal camino e da diverse stufe.

«Una vita spartana, ma sufficientemente confortevole» concluse Marco soddisfatto del crescente interesse di Pietro.

Pietro tornò a ripensare all’assurdità del momento. Scosse la testa incredulo di trovarsi invischiato nell’acquisto di un bosco e di una baita attrezzata con una donna affascinante ma sconosciuta. Provava una sensazione di benessere accompagnata da paure e timori. La vicinanza di Elisa era l’appagamento fisico, la baita col bosco era il timore psicologico per l’aria cupa che emanava. Due sensazioni contrastanti che lottavano tra loro per avere la supremazia sulla mente.

Elisa osservò i lineamenti di Pietro, ne scrutava gli occhi per cogliere, se il sentimento che stava crescendo, era comune oppure no senza riuscire a percepirlo. Però avvertiva dei turbamenti che aveva già provato nel passato. Quell’umido tra le gambe era la prova della disponibilità sessuale, ma solo in questo posto. Era incerta se assumere l’iniziativa. Qualcosa doveva fare per non lasciare esplodere a vuoto la carica sessuale.

Marco era in silenzio in attesa che avanzassero proposte. Osservò il viso di Pietro che sembrava imperscrutabile mentre quello di Elisa ardeva per la passione.

Facciamo una passeggiata nel bosco?” propose rompendo una calma carica di tensione.

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La kitsune – parte ottava

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Un nuovo capitolo ai aggiunge alla storia di Elisa e Pietro. Per chi volesse può trovare qui le altre puntate. 1,2,3,4,5,6,7

L’abete

Elisa osservò la stanza, che appariva ampia e luminosa. Un grande camino occupava parte della parete di fronte all’ingresso, un tavolo di legno non dozzinale stava in posizione centrale. Tra le due finestre che guardavano il grosso abete, dove Elisa aveva cercato invano delle tracce, c’era una grossa credenza rustica lavorata da mani esperte. Alle loro spalle si aprivano delle porte che conducevano chissà dove.

Elisa provò a calarsi in questo ambiente, ma le pareva di averci sempre abitata, di avere vissuto una parte della sua vita tra queste pareti.

Chiusi gli occhi, le apparvero delle immagini in cui era seduta al tavolo. Era in compagnia di una persona, che non era né Pietro né Marco e di cui ignorava il nome. Altre immagini si materializzarono nella sua mente. Sopra il camino stava un’insegna metallica con una scritta che non riuscì a decifrare. Riaprì gli occhi che si posarono sulla parete. Notò il segno di qualcosa che era stato rimosso di recente.

Provò a concentrarsi sul quel viso e quella voce, che aveva visto con la mente ma percepì unicamente un vuoto dentro di sé.

«A cosa stai pensando» chiese Pietro, che si era accorto che Elisa si era estraniata, mentre le teneva stretta la mano.

«A nulla» mentì. «A nulla. Provavo a pensarmi tra queste pareti, quando avrai acquistato il bosco».

Le sue parole non lo convinsero, perché aveva intuito che Elisa stava vivendo una visione di cui non riusciva a indovinare il senso.

«Cosa ti fa pensare che acquisterò il bosco?» incalzò Pietro, avvertendo un’aria strana che percepiva sia minacciosa che suadente.

«Nulla!» ribadì Elisa con viso imporporato. «Però tu farai questo passo. Mi piacerebbe condividere con te questa baita».

Pietro strinse gli occhi come se la luce del sole lo avesse accecato ma era per mascherare l’ansia che quelle parole avevano provocato.

Non era sua intenzione comprare un bosco, né condividere la sua vita con Elisa, ma una mano oscura tesseva la tela che lo avvolgeva come un bozzolo di seta senza che lui si opponesse.

“Cosa ha di speciale il posto da incantarmi e ammaliarmi come la sirena che lancia il suo canto per catturare il marinaio disattento?” rifletté perché il pensiero dell’acquisto del bosco lo torturava dal giorno precedente.

Aveva ancora gli occhi chiusi, quando percepì di essere l’oggetto dell’osservazione di qualcuno. Avvertì su di sé lo sguardo di una persona, una sensazione concreta che lo costrinse a riaprirli.

Chi mi sta osservando con tanta intensità da sentire i suoi occhi fisicamente?” si disse guardando la radura oltre la finestra. “Perché mi trattengo qui, se non sono interessato all’acquisto?”

Marco era sparito dietro una delle porte della stanza e rimaneva solo Elisa, che tuttavia pareva essere in uno stato di evasione dalla realtà. Eppure Pietro avvertì questa sensazione senza tradurla in qualcosa di concreto. Sentiva delle onde magnetiche che stimolavano i sensi, facendolo volgere a destra e a sinistra alla ricerca della fonte.

Strinse con forte dolcezza la mano di Elisa che lo ricambiò con uguale intensità. I loro pensieri fluivano liberi senza vincoli.

Elisa però era presente solo fisicamente. Gli occhi fissavano il vuoto, i muscoli facciali immobili gli fece comprendere che era entrata in un’altra dimensione.

Elisa ripercorse quel tratto di esistenza che aveva vissuto dentro queste stanze. Adesso aveva venticinque anni, come nella vita passata. Si stupì che il tempo si fosse fermato senza che lei invecchiasse.

Però era quell’uomo più vecchio di lei che la stimolava, perché non riusciva a identificarlo. Aveva passato con lui notti d’intimità godendo le gioie del sesso.

Oh! Come ho goduto! Mi ha aperto le porte del cielo, delle dolcezze del sesso! Come posso averne dimenticato nome e fattezze? Rimane un volto senza nome” pensò mentre il viso s’illuminò di un pallido sorriso.

Percepiva il calore che Pietro trasmetteva con la mano, ma non era sufficiente a distoglierla dalle sue visioni.

Altre scene proiettavano ombre nella mente senza un filo logico che le concatenasse. Si lasciò cullare senza cercare di ostacolarne il flusso. Un animale piccolo e fulvo si avvicinò, senza che ne percepisse un senso di pericolo. Lo aspettava pronta ad accoglierlo fra le braccia.

Era vicino quando la visione sparì, perché aveva percepito l’irrigidimento di Pietro. L’osservò per comprenderne i motivi, cercando di leggere invano nella sua mente.

L’incanto del luogo, il silenzio del bosco furono interrotti dalla voce di Marco, che li invitavò a seguirlo per completare la visita.

Sospirando si alzò infastidita.

L’incantesimo era rotto.

La kitsune – parte settima

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Crescono le puntate e diminuisce il vostro interesse 😀 Però vi lascio i link delle puntate precedenti per chi volesse leggerle. 1, 2, 3, 4, 5, 6

Buona lettura

 

Pietro rimasto seduto osservò con attenzione il paesaggio circostante, mentre Elisa scese immediatamente. Si aggirò come una fata nella radura dove l’erba rimaneva incredibilmente bassa, come se una mano invisibile la rasasse con regolarità.

Elisa si diresse verso un abete che maestoso montava la guardia al posto, guidata dall’istinto. Era diventata silenziosa, cambiando d’umore, come se la presenza di qualcosa la infastidisse. Si girò per osservare le mosse dei compagni. Non scorse Marco, mentre Pietro era rimasto immobile con le cinture allacciate. Si chiese il motivo per il quale stava fermo senza un segno d’interesse per quello che lo circondava. Scosse la testa e riprese l’attività che aveva interrotto.

Marco era sceso dal fuoristrada, avviandosi verso la baita. Adesso era lui che sembrava avere fretta. Voleva verificare che tutto fosse in ordine, temendo che qualcuno avesse profanato la sacralità del luogo. Però prima di entrare si fermò osservandola: “Cosa cerca con tanta ansia tra rovi e abeti?”

Nemmeno Elisa sapeva il motivo di quella ricerca, mentre si fermava scrutando il terreno. Spostava con delicatezza ciuffi di felci e rami di more, si muoveva a destra poi a sinistra di qualche passo. Si appoggiava al tronco dell’abete come se volesse auscultare il battito dell’albero.

La mente era un turbinio di pensieri che non riusciva a coordinare. Percepiva intorno a lei un affanno che captava con nitidezza mentre ricercava un posto che non era in grado d’identificare.

Il trillo di un uccello, nascosto nel folto dei rami, simile a un lamento di una persona disperata interruppe la tensione della ricerca. Delusa con uno stanco sorriso si diresse verso Pietro.

C’è un’aura particolare in questo bosco che profuma di donna. Si percepisce che si è consumata una tragedia. Quale tragedia?” si domandò Pietro, mentre osservava i suoi movimenti alla ricerca di qualcosa, che aveva individuato.

Elisa si avvicinò con la fronte solcata dalle rughe. Era nervosa perché non aveva trovato quello che cercava. L’apostrofò bruscamente.

«Cosa fai lì impalato?»

Pietro sorrise senza rispondere. Si slacciò la cintura. Scendendo le prese la mano e si diresse verso l’ingresso che aveva ingoiato Marco.

«Ti ho visto cercare qualcosa» chiese mentre varcavano la soglia.

Qui è passato un vento di follia che ha prodotto una tragedia. Percepisco amore e insania, ma anche dolore e paura. Quale misterioso influsso mi ha condotto tra questi alberi? Perché Elisa cerca delle tracce del passato che paiono cancellate dal tempo? È un passato prossimo o remoto? Dove troverò le risposte alla mia inquietudine? Sono queste sensazioni che hanno guidato la mente a rispondere all’annuncio?” era il nuovo flusso di pensieri che passavano per la testa di Pietro.

Elisa lo guardò sorridente e strinse con forza la mano in muta risposta alla domanda.

Ha capito anche lui che siamo alla ricerca di qualcosa, ma le tracce si perdono nell’aria mescolate alla resina degli abeti. Sarà lui il mio alleato che combatterà con me la guerra della quale non conosco i piani, né le pedine disposte sul campo di battaglia”.

Un odore di chiuso e stantio colpì le loro narici. C’era buio, mentre si percepivano i cauti movimenti di Marco, che si aggirava per la stanza.

«Marco!» esclamò Pietro. «Non si vede nulla! Dove sei?»

Nessuna risposta perforò quel muro di tenebre, mentre loro avanzavano incerti, facendo attenzione a scansare gli ostacoli.

«Entrate senza timori» disse una voce che faticarono a comprendere tanto era stravolta.

«È Marco?» si chiesero Pietro ed Elisa.

I dubbi furono fugati dalla debole luce che rischiarò l’ambiente. Marco aveva aperto le imposte per illuminarli coi raggi del sole.

La camera era ampia mentre la polvere regnava padrona. Le ragnatele pendevano malinconiche dal soffitto. Tutto sembrava in ordine come se il proprietario se si fosse allontanato senza fretta.

Pietro ed Elisa si guardarono intorno incuriositi.

Un brivido percorse la sua schiena: un essere misterioso li aveva sfiorati senza farsi riconoscere.

«Accomodatevi» disse Marco, mentre toglieva la polvere dalla sedia. «Mi spiace che ci sia sporcizia, ma sono mesi che non vengo».

Riluttanti obbedirono aspettando che riprendesse a parlare.

La kitsune – parte sesta

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La storia si arricchisce di un nuovo capitolo e vi lascio alla lettura ferragostana

Monte Antelao – operso Lunardo – https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Lunardo – Common Creative

Alle dieci si ritrovarono alla Caffetteria Belluno in una giornata che prometteva bene, come può esserlo in montagna, dove il tempo cambia nel giro di poche ore.

Ordinarono caffè, brioche e fette calde di strudel di mele appena sfornato per onorare la domenica e il viaggio verso il bosco. Elisa teneva banco con l’esuberanza dei suoi venticinque anni, mentre Marco osservava taciturno i compagni di viaggio.

La conosceva da quando era nata e sapeva che non sarebbe mai cambiata: generosa quanto basta, pronta a cacciarsi nei guai con la stessa facilità con la quale stava sorseggiando il caffè.

Scosse il capo, ma non poteva farci nulla. Anzi gli sarebbe dispiaciuto se fosse cambiata, perché era così che riusciva ad apprezzarne i lati positivi.

Scrutò Pietro che annuiva col capo in segno di approvazione mentre le parole uscivano rade e sintetiche. Gli sembrava più guardingo e defilato rispetto al giorno precedente, ma si domandò se fosse interessato al bosco. Marco nel riceverlo in eredità aveva promesso che sarebbe stato ceduto solo a una persona che lo avrebbe amato senza tentennamenti. Si era chiesto come avrebbe riconosciuto la persona con quelle caratteristiche. “Ieri non avrei avuto dubbi, ma oggi sì” si disse osservando Pietro, perché appariva più assente che presente. “Ma ama la natura? Saprà rispettarla?”

Non aveva molto tempo a disposizione, quindi doveva spingere sull’acceleratore prima che forse troppo tardi, anche se Pietro gli appariva come un enigma. Doveva rischiare perché aveva un patto da rispettare con delle conseguenze che sapeva solo lui.

«Ragazzi» disse attirando la loro attenzione. «Sono le undici ed è tempo di mettersi in cammino. Le giornate sono corte. Il cielo si riempe di nuvole con facilità e il tempo muta dal bello al brutto in fretta».

Pietro con un gesto della mano fece accorrere il cameriere per saldare il conto.

«Siete miei ospiti. Avrete modo di ricambiare la prossima volta» disse per smorzare le loro proteste.

Il fuoristrada guidato da Marco si avviò verso San Vito: sembrava conoscere a memoria la strada. Il viaggio non apparve a Pietro lungo, ma era mutato il clima meteorologico e quello delle persone. Nuvoloni neri correvano veloci in cielo, come i pensieri nelle loro teste.

A mezzogiorno arrivarono a San Vito.

«Cosa dite se ci fermiamo a mangiare qualcosa prima di salire alla baita?» propose Elisa «Lassù non credo che troveremo qualcosa di commestibile».

«Buona idea. Conoscete qualche posto?» replicò Pietro uscito dal letargo.

Marco rimasto in silenzio fino al quel momento riacquistò l’uso della parola.

«Lo avrei proposto, perché nella baita non c’è niente. Non è abitata da diverso tempo. È lunga la giornata senza mettere nulla sotto i denti. Prima d’imboccare la strada che porta al bosco c’è un albergo a conduzione familiare con un buon ristorante. Mi sono fermato più volte. Si mangia bene e si spende poco».

Pietro ed Elisa annuirono in segno di conferma, perché non avevano suggerimenti alternativi.

Marco per tutta la durata del pranzo osservò Pietro, che chiacchierava con Elisa e provò a immaginarsi in quale modo si fossero conosciuti.

Sorrise, perché non c’era nulla da capire: la sua era una curiosità inutile, perché faceva parte del disegno del quale lui era uno degli architetti. Doveva muoversi con cautela se voleva portare a termine il progetto.

Avvertiva stanchezza e debolezza, ma era risoluto a portare a termine il disegno iniziato tempo addietro, ma ancora lontano da essere realizzato. Doveva concentrarsi sull’obiettivo finale ed evitare domande imbarazzanti sul bosco. Sorrise contento, vedendo Elisa che distraeva Pietro con un’intensa conversazione.

«È tempo di muoverci» disse Marco, mentre pagava il conto. «C’è ancora della strada da fare prima di arrivare alla baita e la sera arriva presto in montagna».

Il bosco degli elfi aveva avuto il potere di sbloccare i due giovani che conversavano con vivacità incuranti dei sobbalzi del fuoristrada sulle pietre e nelle buche dello sterrato.

Fatta l’ultima giravolta il bosco aprì le proprie braccia per mostrare una radura ordinata dove si stagliava una baita decisamente grande e accogliente.

Pietro emise un «oh!» di sorpresa alla vista dello spiazzo erboso attorniato da abeti e larici.

La magia del posto lo contagiò come aveva predetto Elisa.

La kitsune – parte quinta

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Continua la storia di Pietro, Elisa e del bosco magico.

Buona lettura

Pietro terrorizzato da quella voce insistente non riusciva a catalogarla tra quelle conosciute.

Fece un esame di coscienza dei disastri combinati nella speranza di evitarne dei nuovi. “Ho telefonato per contattare il venditore di un bosco. Ho preso l’impegno di andarlo a visitare. Ho dato l’impressione che l’affare si concluderà in breve tempo. Ora una donna mi chiama ma non la conosco! Quale altro pasticcio andrà a incrementare la serie odierna?” si chiese sbigottito, mentre alzava gli occhi nella direzione di quel suono insistente.

«Pietro! Sono io, Elisa. Non mi riconosci?» martellava quella voce sempre più vicina.

Pietro rifletté su quel nome, che non gli evocava nulla, e con lo sguardo perlustrò l’area intorno a lui. Vedeva una donna, che si sbracciava mentre si dirigeva verso di lui.

Ma chi è?” si domandò rassegnato prima di agitare una mano in segno di saluto. Avrebbe voluto tagliarsela, ma una volta di più l’istinto aveva battuto la ragione. Forse era prevalso il desiderio della vicinanza di una donna rispetto al suo spirito da misogino. Adesso doveva ballare cercando di tenere il ritmo senza pestare i piedi alla compagna.

«Ciao!» disse Elisa baciandolo sulle guance.

«Ciao!» ricambiò Pietro accennando un bacio.

Più l’osservava, più era convinto che non l’avesse mai vista. Il pensiero che potesse essere un deja vù lo accarezzò seducendolo tanto da smettere di contrastare la sua natura.

Sto al gioco cercando di capire chi è. Devo nascondere che per me è una sconosciuta” rifletté facendola accomodare sulla sedia occupata fino a pochi istanti prima da Marco. Però veniva la parte più difficile: non era in grado di parlare di nulla né di avviare una qualsiasi conversazione a esclusione di quelle che lei avesse iniziato.

Ordinò due prosecchi sperando di sbrogliare la situazione nella quale si era ficcato con leggerezza.

«Ehm! Uhm!» con un colpo di tosse come aggiunta. L’inizio non prometteva bene.

«Sbaglio o abbiamo un amico comune: Marco?» iniziò Elisa senza troppi preamboli, mentre gli teneva la mano con insolita dolcezza. Avrebbe voluto toglierla, ma percepì un calore che lo indusse a ricambiare la stretta.

Pietro annuì imbarazzato perché non era in grado di capire dove l’avesse conosciuta.

«Ignoravo che lo conoscessi» ammise con cautela «Per me era uno sconosciuto fino a pochi minuti fa…».

La sonora risata di Elisa interruppe Pietro che la guardò con l’occhio sorpreso.

«Lo conosco fin da bambina. Ora sai chi…».

«Che tipo è? Vorrei capirlo. Mi ha dato l’impressione di una persona seria».

«Sì!» ribatté con impeto. «È un uomo eccezionale, pieno di risorse e molto generoso. Ha ereditato un enorme bosco che vuole vendere a qualcuno dal cuore sensibile che lo curi con amore. Domani mi ha promesso di accompagnarmi a visitarlo! Perché non vieni anche tu? Gli telefono che sei della partita».

Pietro rimase basito e senza parole. Dire che era sbalordito era un eufemismo. Le parole di Elisa scompaginarono le poche certezze che possedeva dopo la chiacchierata con Marco.

«Come può essere stata invitata anche lei a visitare il bosco? Eppure l’abbiamo concordato solo pochi istanti fa!» mormorò queste parole in un sussurro appena accennato.

«Stai dicendo?» chiese premurosa Elisa, estraendo dalla borsetta il telefono.

Era una donna di circa venticinque anni, alta un po’ più della media, dalla corporatura slanciata. Una folta chioma dai riflessi ramati incorniciava un viso ovale con diverse efelidi che lo punteggiavano, ma erano due splendidi occhi blu mobili e vivaci che davano il meglio di sé nell’aspetto.

Quella figura rimaneva avvolta in un alone di mistero. Non riusciva a capire se quello che stava vivendo fosse un sogno, la reminiscenza di un passato ignoto, l’incubo per l’effetto di una magia o un espediente per raggirarlo.

Ricapitolò i passaggi della mattina ma ci rinunciò, perché non avrebbe cavato un ragno dal buco. Era inutile battersi contro qualcosa che sembrava lo volesse travolgere da un momento all’altro. Era meglio lasciarsi trasportare dalla corrente per vedere dove sarebbe approdato. Forse era finito su un pianeta sperduto nel buio celeste senza muoversi da Belluno e udiva una voce femminile portata da un eco, che stava telefonando.

«Allora posso invitare il mio amico Pietro nella gita al bosco degli elfi?… Come?… Chi è? Ma quell’uomo che hai appena salutato!»

Una pausa prima di riprendere a parlare.

«Sì! Domani alle dieci in Piazza dei Martiri! Perfetto! Ciao. A domani».

«Tutto a posto» disse Elisa volgendo lo sguardo verso Pietro. «È confermato che ci sarai anche tu. Domani alle dieci ci troviamo qui. Facciamo la colazione e poi via verso il bosco che chiamo degli elfi perché è magico! Te ne renderai conto quando ci entrerai».

Pietro la osservò incredulo come se il sogno proseguisse in un turbine d’immagini mai viste.

 

 

La kitsune – parte quarta

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Monte Antelao – opera di Lunardo – https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Lunardo – Common Creative

Marco lo esaminò con curiosità mista a disappunto, perché aveva parlato a lungo senza essere seguito nei ragionamenti.

Che gusto c’è a ricominciare senza la certezza che non vada via per la tangente una seconda volta?” si disse con lo sguardo deluso.

Rifletté se fosse seriamente intenzionato all’acquisto del bosco o era una banale scusa per fargli perdere tempo. A parole gli sembrava intenzionato ad avviare l’affare, ma poi si smarriva in altri pensieri estranei alla trattativa, ricevendone l’impressione opposta.

Eppure gli aveva inspirato empatia dalla prima parola della telefonata. Doveva riconoscere che dopo molti mesi questa era la prima volta che si discuteva con serietà della vendita del bosco.

È il caso di chiudere il discorso?” si domandò perplesso. “Oppure mi conviene procedere?” Scelse la seconda opportunità.

«Cosa non è chiaro nella vendita?» chiese cercando con scarso successo di moderare il tono della voce.

«Veramente… Uhm! Forse…» balbettò Pietro nel tentativo di non urtare la sensibilità di Marco. «Insomma… Dove è localizzato? Che ampiezza ha? Quanto vuoi?»

Disse questo in apnea, emettendo un lungo sospiro, prima di appoggiarsi con tutto il peso allo schienale della sedia.

«Il bosco è sulle pendici del monte Antelao che guardano San Vito…».

Marco fece una breve pausa, mentre Pietro annuiva come se avesse chiaro la localizzazione.

In realtà non sapeva che esistesse un paese con quel nome. Aveva una vaga idea, ma molto incerta, dove fosse il monte, che doveva essere nelle vicinanze di Cortina.

«C’è una vallata stretta che parte da San Vito dietro la chiesa e si inerpica verso il rifugio Galassi» ricominciò Marco.

«Ho capito» lo interruppe Pietro che rischiava di nuovo di andare in tilt «Partendo da San Vito si sale verso il bosco…».

«Più o meno è così. Si deve percorrere il tratto di strada che porta al rifugio Scotter-Palatini. Un chilometro o poco più dopo il ristorante si prende una deviazione, una strada sterrata che entra in un fitto bosco e conduce alla baita. Ecco è proprio…».

Pietro scosse il capo, perché non lo interessavano questi dettagli. Non aveva la più pallida idea dove fosse questo San Vito e di conseguenza il rifugio, la strada e tutto il resto. Lui si era fermato a Longarone e non era mai andato oltre in questi dieci anni. Il suo mondo finiva lì.

Durante i week end non batteva le località circostanti, perché preferiva stare in città, prendere l’aperitivo alla Caffetteria Belluno, leggere e dormire. Se si doveva muovere, andava verso la costa piuttosto che verso la montagna. Dimostrò incoerenza perché stava trattando l’acquisto di un bosco posto a circa 1300 m di altezza e di una baita isolata.

«Dimmi. Quale è l’estensione del bosco?» chiese Pietro come se ne ignorasse l’ampiezza.

«Il bosco è vasto. Oltre duemila pertiche».

Notata la sua espressione perplessa si affrettò ad aggiungere: «Un’estensione enorme! Più di due milioni di metri quadri!»

«Cosa me ne faccio di tanti alberi!» sbottò Pietro che già si vedeva nei week end tra abeti e larici a cercare funghi, come se il bosco fosse già suo.

Marco accennò a una risata che represse.

«Ogni pertica costa centoventicinque euro. La baita altri cinquantamila euro. In totale sono trecentomila euro. Un vero affare».

Pietro deglutì perché, se per la casa aveva compiuto i salti mortali per mettere insieme centocinquantamila euro, non capiva come avrebbe fatto per una cifra doppia.

«Sì» balbettò cercando di dissimulare l’impatto della richiesta. «Ehm! Sembra un vero affare per un bosco di quell’estensione…Uhm!… Ma la baita… La baita come è? Ci sono lavori da sostenere? Sai… devo valutare tutto».

Marco, divertito per il siparietto inscenato da Pietro, sorrise e volle rassicurarlo.

«Per il pagamento… ti vedo incerto. Beh! per il pagamento ci metteremo d’accordo. Un prestito in banca, qualche soldo come caparra e il resto con calma. Tanto non mi servono, per il momento. Mi sono dimenticato di aggiungere che nel prezzo è compreso anche il fuoristrada. Senza questo raggiungere la baita è un po’ complicato, a meno che non preferisca farti una bella passeggiata… Ah! Ah!»

Accompagnò l’ultima affermazione con una sonora risata.

Pietro era rimasto senza parole come se la lingua si fosse seccata all’improvviso. Sentiva la gola secca e la bocca arida.

«Sì, veramente interessante» fu quello che riuscì a dire. «Ma è possibile vedere il bosco? Così almeno mi faccio un’idea più chiara».

Più parlava, più si cacciava in un vicolo cieco, perché lo stato del suo conto corrente lo fece rabbrividire. “Se tutto va bene” rifletté “avrò qualche migliaio di euro. Chiedere un’altra sovvenzione ai miei non ci penso proprio. E poi non capirebbero. Sono un pazzo! Ammesso la concessione di un prestito, non garantito poiché sento voci di chiusura dei finanziamenti, dovrò lavorare un’intera vita per pagare il debito”.

«Domani mi sembra la giornata giusta. Le previsioni danno una tregua del maltempo. Dovrebbe splendere un bel sole. Hai impegni? Io sono libero» replicò Marco cogliendo al volo l’opportunità.

Pietro farfugliò qualcosa che stava tra «ho un impegno» e «Bella idea!», senza decidere cosa dire, finché non pronunciò la frase fatale: «Benissimo. Aggiudicato per domani».

Marco era soddisfatto, perché aveva forse trovato l’acquirente cercato per troppo tempo. Era convinto che Pietro sarebbe stato un ottimo e attento conduttore del bosco.

«Ti vengo prendere sotto casa oppure ci troviamo da qualche parte?»

Pietro, col viso in fiamme e la testa in subbuglio, disse che potevano incontrarsi qui, alla Caffetteria Belluno, dove avrebbero fatto colazione prima di partire.

«Sta bene. Alle dieci?»

«Alle dieci in punto» replicò Pietro senza entusiasmo.

«È stato un piacere averti conosciuto e grazie per il caffè. Ora devo andare. Sarei rimasto volentieri ancora, ma proprio non posso. A domani» aggiunse Marco mentre si alzava in piedi.

«A domani» disse Pietro in preda al panico per il pasticcio nel quale si era aggrovigliato.

Rimasto seduto senza nessuna voglia di proseguire la lettura dei giornali, stava meditando di alzarsi per saldare il conto, quando udì: «Pietro! Pietro!».

Una voce femminile lo stava chiamando.

La kitsune -parte terza

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Belluno Alta – opera di Ziegler175 – https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Ziegler175 – licenziata common creative

La mente di Pietro tornò indietro nel tempo, dodici anni prima quando aveva lasciato Venezia, la casa, che lo aveva ospitato fino a quel momento, i genitori e le sorelle. Non aveva rimpianti, ma la parola eredità, appena ascoltata, aveva riacceso ricordi che credeva sepolti per sempre.

Dopo la laurea breve come graphic designer col massimo dei voti aveva vinto una borsa di studio per un master stage a Milano. Da quel momento e per due anni visse da precario con contratti a termine di due o tre mesi.

Non mancavano le offerte, che arrivavano con regolarità, ma psicologicamente era stressante. Passare da un myjob all’altro per elemosinare un contratto, versando il classico pizzo sotto la voce compenso di mediazione, era frustrante. Quando alla sera tornava nel bilocale che condivideva con Augusto, un altro più precario di lui, si domandava cosa ci stava a fare nella grande metropoli.

L’ondata di ricordi sembrava inarrestabile dopo aver ascoltato la parola eredità. Immerso nel flusso dei flashback si dimenticò dell’interlocutore che stava parlando del bosco.

Sembravo un barbone come vivevo. Augusto lo faceva per scelta, io per necessità” rifletté Pietro, ricordando quando preparava la minestrina di dado e tre foglie d’insalata come cena.

A malapena sopravvivevo. Passavo da uno studio di grafici a un altro con la stessa velocità della bora a Trieste” pensò ricordando i curriculum spediti senza ricevere risposta.

Restavo tra l’indifferenza generale. A casa non potevo ritornare. Non potevo darla vinta ai miei genitori che sarcasticamente avevano detto «Ti aspettiamo tra quindici giorni». Però questa esperienza mi ha temprato. Mi ha insegnato molto”.

Continuò nell’analisi della sua vita, mentre osservava Marco senza vederlo, senza percepire le parole che diceva. Rifletté che non sarebbe mai capitato a Belluno se il caso non avesse disposto in altra maniera.

Dieci anni prima l’avevano incaricato di disegnare la montatura per una nuova linea di occhiali da sole. Nei consueti due mesi doveva consegnare disegni e bozzetti. Fu un lavoro pulito e veloce, terminato in venti giorni. Era soddisfatto perché era uscito dalla sua matita un bel modello. Però era presto per cantare vittoria. Era già capitato di dover rifare tutto, non avendo superato il gradimento del committente. Non ebbe feedback né buoni né cattivi: ricevette quanto era stato concordato per i due mesi. Rimase sorpreso nel ricevere il compenso completo, perché aveva ipotizzato che, con trenta giorni di contratto non utilizzati, l’avrebbero sfruttato per un altro lavoretto. Nell’attesa di una nuova commissione Pietro sentì squillare il telefono. “Lo guardai incuriosito per capire chi mi stava cercando: era un numero privato. Decisi di rispondere. Volevo sapere chi mi stava chiamando. A parte le agenzie di lavoro interinale non lo conosceva nessuno”.

Quel colloquio telefonico gli rimase impresso nella memoria.

«Pietro Moschin» domandò una voce femminile dal tono gradevole.

Ricordò i mille pensieri che si erano accavallati nello spazio di un secondo. Pensò che fosse l’esito di uno dei tanti curriculum inviati, ma era meglio non immaginare nulla: l’illusione produceva solo amarezze e depressioni.

«Sì, sono io».

«Rimanga in linea. Le passo il dottor Lunardon».

Un silenzio carico di ansia precedette l’offerta dell’assunzione presso la fabbrica di occhiali «Luni» di Longarone come progettista grafico. Era quella dell’ultimo progetto.

Quindici giorni dopo era in partenza per Longarone con un carico di speranze e un contratto a tempo indeterminato in tasca. Eseguita una deviazione su Venezia per salutare i genitori risalì la statale delle Dolomiti per iniziare la nuova vita.

Loro rimasero delusi, perché avevano pensato che avesse gettato la spugna tornando per sempre a casa. Capirono che la partenza era definitiva. Rimaneva la consolazione del lavoro sicuro.

Per cinque anni visse a Longarone, ma la cittadina gli andava stretta. I due anni vissuti a Milano gli avevano fatto comprendere che era meglio abitare a Belluno percorrendo i venti chilometri che dividevano le due località piuttosto che avere un’esistenza insoddisfacente a due passi dal lavoro.

Un giorno trovò un annuncio di vendita di una piccola casa nella parte alta di Belluno. Da solo non ce l’avrebbe fatta perché i risparmi erano insufficienti per chiudere l’affare. Quindi si rivolse ai genitori per un aiuto. Vinse l’orgoglio che gli diceva di non farlo ma andò a Canossa, anzi a Venezia. Messo da parte l’amor proprio, andò come un penitente a perorare il prestito come anticipo della ancor lontana eredità. Da quel momento si trasformò in un pendolare.

Ascoltava o fingeva di farlo, mentre in realtà si era perso nei ricordi. Per associazione d’idee aveva collegato alla parola eredità, detta da Marco, alla casa dove abitava adesso. Si domandò, mentre l’altro continuava a parlare, come avrebbe finanziato l’acquisto del bosco. Era deciso a proseguire la trattativa incurante dei dubbi e delle perplessità che la decisione suscitava, ma l’improvviso silenzio di Marco lo fece ritornare al presente.

Pietro osservò il suo interlocutore con lo sguardo smarrito, perché aveva perso tutti dettagli relativi al bosco.

«Credo di essermi distratto» disse con candore. «Mi sono sfuggiti i particolari di quanto hai detto».

Aspettò che ripetesse l’intero discorso.

Disegna la tua storia – Contest di webnauta – una storia da spiaggia -1

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Qualche settimana fa ho proposto questo racconto che parteciperà al contest dell’estate di Webnauta con zero probabilità di vincere qualcosa ma De Coubertin insegna anche a gareggiare. Il precedente non andava bene perché mancavano due tasselli: le parole impreviste. Adesso è completo. Quindi quattro parole chiave: ondivago, bardo, clafoutis e brillante più due parole parole misteriose che non rivelerò nemmeno sotto tortura. Non si scherza mica. Non sono bruscolini 😀

Adesso basta, leggete, dite la vostra. L’ombrellone vi aspetta.

 

Arrivati a marzo si pone il problema di come superare lo spartiacque estivo, come se poi tutto il resto dell’anno filasse liscio.

È questo il pensiero di Emilia che non sa come organizzare i tre mesi estivi. Qualcuno strabuzza gli occhi. «Tre mesi di vacanza?» «Sì, proprio così. Giugno, luglio e agosto. Per settembre si torna a casa per riprendersi dalla sbornia vacanziera».

Un pensiero ondivago si fa strada nella mente di Emilia che non sa decidersi quest’anno. L’anno scorso è stato un viaggio a piedi per l’Europa del sud. Tanti i chilometri e tantissimi i posti visitati. Quello precedente si è affidata al treno che l’ha portata in giro per la Russia. L’anno ancora prima partendo da Milano ha raggiunto il nord America e da lì è iniziato un viaggio verso la Patagonia. Per gli altri anni non ricorda dove ma sono stati bellessimi.

Però il problema è adesso. L’entropia del sistema vacanze non ammette deroghe. Il disordine regna sovrano nella testa di Emilia. Il passaggio dallo stato ordinato del metronomo casa, lavoro, casa a quello disorganizzato di un viaggio lungo tre mesi racchiude tutta la sua insicurezza.

Giugno è vicino e gli amici con i quali condivide le vacanze estive premono per sapere dove. Però Emilia non riesce a decidere né il mezzo né le località da toccare. Viaggiare a piedi è stancante. Ricorda le piaghe dello scorso anno. Il treno è bello perché durante gli spostamenti si può chiacchierare in santa pace ma è limitato alle sole tratte ferroviarie. L’aereo è costoso e poi i viaggi low-cost sono snervanti. Barca? No, grazie! Bicicletta? Auto? Tanti mezzi ma non tutti graditi dai compagni di viaggio: Sara, Michele e Marietto.

È un nucleo adamantino il loro, difficile da scalfire ma pronto a incidere nella scelta delle vacanze. Sembrano due coppie ma in realtà sono quattro amici legati dalla stessa volontà di divertirsi, di fare qualcosa fuori del comune.

“No, devo trovare qualcosa di originale? Ma cosa?” riflette Emilia, legando i lunghi capelli con un elastico. “Siamo a marzo ma fa già caldo ma zero idee”.

Sono dieci anni che fanno questa scorpacciata di vacanze e quindi le ipotesi sui luoghi diventano sempre più complicate. “Ma loro vengono a rimorchio. Mai una volta che suggeriscano un itinerario da esplorare. Devo fare tutto io. Tappe, prenotazioni e organizzare ogni dettaglio” mormora un po’ infastidita ma al tempo stesso soddisfatta, pensando alle esperienze passate.

In realtà non è così. A lei piace fare tutto da sola e poi presentare il tour seduti a tavola con grandi slide proiettate sul soffitto. ‘Con la pancia piena si ragiona meglio’ è sempre stato il suo motto ma adesso si trova un po’ in difficoltà.

“Ma quest’anno dove li porterò?” si domanda aprendo google map sull’Europa.

Seduta davanti al suo computer gira gli occhi per la stanza. Di fronte sta la libreria con sotto il divano. Alla sua destra un mobile dei primi del novecento in radica e borchie di rame in stile liberty. Alle sue spalle l’impianto hi-fi. Però per terra ci sono libri accatastati alla rinfusa.

“Un viaggio solo acqua? Oppure un mix?”

Niente, nessuna idea viene in soccorso, quando l’occhio cade su un volume dei Meridiani mescolato insieme ad altri testi. ‘Teatro completo. Testo inglese a fronte. Vol. 4: Le tragedie’ di William Shakespeare. Un vecchio volumetto un po’ malmesso. Lampadina.

«Ecco la destinazione. Stratford-upon-Avon e al ritorno Limoges» esclama entusiasta. «Con quale mezzo?» L’entusiasmo si sgonfia come un palloncino bucato.

Tre sere più tardi sono attorno un tavolo pieno di briciole e gocce di vino. Con un colpo di mouse srotola sulla parete un’immensa carta dell’Europa occidentale che pare animata di vita propria.

«Ecco questo è l’itinerario proposto».

Sara rimane interdetta. Pare un serpente che si morda la coda.

«Non ti pare di essere stata un po’ ondivaga?»

«Cosa c’è di male andare per mare?» replica divertita Emilia.

«Oh, Bardo del mio cuore, stiamo arrivando!» esclama Emilia salendo sul treno per Varazze, dove un Oceanis 48 li sta attendendo.

Quest’anno non si è badato a spese. Una bella barca da crociera comoda e sicura per affrontare l’Oceano Atlantico e le sue insidie.

Nessuno di loro sa governare un’imbarcazione ma hanno ingaggiato un skipper per i tre mesi. Non hanno fretta e chi ne avrebbe con oltre novanta giorni a disposizione? Con lo skipper avevano concordato il piano di navigazione. Quello ambizioso in assenza di tempeste traiettorie diritte. Quello prudente se il tempo non sarebbe stato clemente veleggiare sotto costa.

Dopo venti giorni di navigazione siamo a Brest per il meritato riposo. Un giorno solo ma camminare sul solido terreno è una sensazione appagante. Un vento gagliardo ci ha spinto verso Gibilterra e poi in direzione nord. Sono stati venti giorni di allegria con lo skipper che ci ha torchiato per bene, perché di miglia marine ne abbiamo dovuto macinare molte. Ora so che il cockpit non è un dolce e il genoa non è l’altra squadra di Genova. Marietto sa come alzare una vela senza aggrovigliare i cavi. Passi da gigante senza dubbio. Ci rimane un tratto insidioso quello che sta davanti alla Cornovaglia, che doppiata ci fa arrivare a destinazione.

«Bardo, aspettaci che stiamo arrivando».

La gita a Stratford-upon-Avon è stata magnifica. Dieci giorni per la vallata del Seven e dell’Avon in barca, in bicicletta e a piedi sotto il sole e la pioggia che non può mancare da queste parti. Questa bella cittadina vive nel ricordo del suo illustre antenato e ogni angolo ce lo ricorda. Adesso dopo la circumnavigazione della perfida Albione con una puntata a visitare le Orcadi siamo a S. Nazaire pronti per raggiungere Limoges attraverso la valle della Loira e dei suoi castelli. Ho promesso loro la clafoutis più invitante della loro vita. Non sanno cosa li aspetta! Pensano a tutto: porcellane, vino, luoghi misteriosi. Non sanno, i poverini, che si mangeranno una fetta di torta con dentro le ciliege nere ma forse con altra frutta di stagione, perché le ciliege a fine luglio sono un pallido ricordo. Abbiamo due settimane per raggiungere Limoges e puntare su La Rochelle dove il nostro skipper impaziente ci aspetterà per riportarci il 31 agosto a Varazze. La Loira appare un fiume sonnacchioso che scorre su un letto sabbioso in questo periodo. Quest’anno è ancora più magro perché un inverno mite e asciutto l’hanno prosciugato. Tuttavia noi non demordiamo. Qualsiasi mezzo è buono e poi siamo in perfetta forma e rilassati. Il colorito scuro ci fa sembrare dei vu’ cumpra’ se non fosse per i capelli che variano dal rossiccio di Marietto al biondo cenere di Sara con tutte le sfumature intermedie. Ci muoviamo come un sinuoso serpente allungando la strada pur di visitare i vari castelli che sono in zona.

«Limoges!» è il grido di tutti noi coi piedi piagati dalle vesciche, quando arriviamo in centro città. Affamati, distrutti ma felici ci sistemiamo sotto un ombrellone della ‘brasserie Le Cap’tain’ di fronte a les Halles. Mangiamo di tutto ma la sorpresa arriva alla fine. Una torta intera di clafoutis alle pere, che non è la stessa cosa di quella alle ciliege ma per mangiarla dovevamo fare come prima tappa questa magnifica città fondata da Augusto nel 10 d.C. Però non era possibile e una bella risata mi sfugge dalla bocca.

Da La Rochelle riprendiamo il viaggio di ritorno con la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Siamo tutti stanchi ma felici. Un’esperienza favolosa, frutto di una brillante idea. Un po’ ci dispiace tornare all’ovile ma dopo tre mesi su una barca abbiamo voglia di calpestare la terra e non ballare sul ponte di legno di un Oceanis 48. Per fortuna non abbiamo dovuto affrontare tempeste ma solo mare mosso. Una cosa accettabile tutto sommato, da firmare prima della partenza. Il vento ha spirato nella giusta direzione gonfiando le vele e facendoci correre veloci sull’acqua.

Adesso siamo qui sul terrazzo della mia casa a vedere le immagini più significative della vacanza, a gustarci uno spritz con tartine al prosciutto ma in particolare a ridere per qualche disavventura capitata nei tre mesi di viaggio.

Non credo di avere mai avuto un’abbronzatura così perfetta. Sembro proprio una marocchina.

 

 

La kitsune – parte seconda

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Arriva la seconda puntata.

Kitsune

Per la seconda volta nel giro di pochi minuti si comportava senza ponderare parole e azioni. Pietro era così: istintivo, imprevedibile agli occhi degli altri, incapace di amare e di essere riamato. Non aveva amici, ma solo persone che gli dicevano un “buon giorno” o “buona sera”, viveva solitario in una casa con mansarda che guardava i tetti di Belluno. Era preparato sul lavoro, ma inadatto a legare stabilmente con gli altri. Viveva a sprazzi l’avventura professionale: brillante e ricercato per le sue opinioni, che alternava a isolamento e solitudine.

Da dieci lavorava in una delle tante fabbriche di occhiali disseminate lungo la valle del Piave. Il suo compito era disegnare le montature. Tutte le mattine alle sei si alzava, apriva le finestre e preparava il caffè, che prendeva a letto con un paio di biscotti secchi. Il rituale si ripeteva dal lunedì al venerdì con i medesimi gesti e gli stessi orari.

Un osservatore frettoloso lo avrebbe giudicato come una persona metodica, priva d’invettiva: un ripetitivo. La doccia, vestirsi con giacca e cravatta estate e inverno, col sole e con la neve, erano i rituali mattutini prima di partire diretto a Longarone. Però appena messo un piede fuori dalla porta, si trasformava e dava sfogo alla creatività che era innata dentro di lui attraverso il suo lavoro di grafico.

Non poteva stupirsi del comportamento che stava tenendo. Era la sua essenza: l’annuncio l’aveva incuriosito, l’istinto l’aveva guidato.

«Si accomodi» esordì Pietro indicando la poltroncina di vimini di fronte alla sua. «Cosa prende? Un prosecco? Un analcolico?»

Osservò l’uomo che gli stava davanti: aveva sbagliato tutto. La fisionomia era diversa da quella immaginata: doveva essere alto e giovane, in realtà era piccolo e anziano.

«Prendo un caffè» rispose cortese con un debole sorriso sulle labbra.

Fece un cenno al cameriere, che accorse per prendere la nuova ordinazione.

Nell’attesa rimasero in silenzio come se non avessero nulla da dirsi.

Pietro si chiese se era sposato, divorziato, vedovo o single, senza trovare la risposta giusta: non c’era nulla nella personalità di Marco che gli indicasse il suo stato. Pura curiosità la sua. Faceva un raffronto con se stesso, perché non aveva ancora una compagna. Percepiva fastidio verso i conoscenti che lo ritenevano un gay, perché nessuno l’aveva visto in compagnia di una donna. Si mostrava impacciato e insicuro quando una ragazza gli rivolgeva la parola. Conscio che avrebbe incontrato la persona giusta aspettava quel momento con pazienza ma lui ne aveva da vendere.

Marco sorseggiò il caffè con calma senza mai staccargli gli occhi di dosso, pareva che volesse analizzarlo con attenzione.

Il silenzio era diventato imbarazzo, quando Pietro decise di rompere il ghiaccio.

«Il suo annuncio mi è sembrato strano. Vendere un bosco non è una cosa abituale».

Marco lo guardò replicando con pacatezza.

«Ha ragione in un certo senso…».

Fece una pausa prima di riprendere.

«Se non le dispiace, io passerei al tu, meno formale. Perché dici che è un annuncio insolito? È come vendere un frutteto. Non c’è nulla di straordinario».

Pietro lo guardò senza abbassare gli occhi.

«D’accordo. Perché considero inconsueta la vendita? Non ho mai visto un annuncio per un bosco! Mi piacerebbe averne uno e tu mi dai la possibilità di comprarlo. Dove si trova?»

«Sulle pendici del monte Antelao che guardano San Vito. Sono duemila pertiche di un bellissimo bosco di larici e abeti. In mezzo c’è la baita con annessi due edifici: uno funge da forno e l’altro da dispensa, una sorta di frigorifero naturale».

«Come mai lo vendi?» chiese incuriosito Pietro.

«È una storia lunga. Un giorno te la racconterò. L’ho avuto in eredità» tagliò corto Marco.

“Dunque è il frutto di un’eredità scomoda” pensò Pietro.

La kitsune – parte prima

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Kitsune

Il 13 giugno del 2009 il sole splendeva su Belluno dando una percezione di caldo benessere dopo l’umido delle settimane precedenti. Le strade del centro città si animarono per gustare l’insperato tepore.

La primavera era stata incerta e più fredda del dovuto e non decideva di rimanere sul bello stabile dopo il lungo inverno poco nevoso. Tutti erano stanchi di ombrelli e impermeabili, di quella sensazione di fredda umidità che penetrava nelle ossa. Speravano che il fine settimana fosse decente dopo il grigiore di quelle precedenti.

Il cielo era limpido e pulito, mentre lo sguardo poteva abbracciare la corona dei monti circostanti liberi dalle nuvole. Sui picchi più alti si notavano le macchie bianche sporcate dalle rocce affioranti. Durante l’inverno non aveva nevicato moltissimo, ma la neve primaverile aveva lasciato il segno e si notava.

Le due caffetterie di Piazza dei Martiri avevano potuto mettere all’aperto i tavolini, che vennero presi d’assalto per respirare l’aria dell’estate che non voleva arrivare.

Pietro Moschin, chiuso il portone di casa, si incamminò alle undici con passo svelto verso il centro. La giornata odierna era adatta a stare all’aria aperta per prendere l’aperitivo alla Caffetteria Belluno, il più spettacolare punto d’osservazione secondo lui. Era il suo ritrovo preferito per ammirare il passeggio.

A trentacinque anni era single e riteneva che non fosse giunto il momento di trovare l’anima gemella, perché si sentiva appagato dalla condizione attuale senza vincoli e obblighi.

“Sarò egoista. Sto bene così. Trovare una donna mi sembra complicato. Danno solo scocciature. Sconvolgerebbe la mia vita quotidiana. Insomma…” si era detto più volte con lucida determinazione.

Trovato a fatica un tavolo libero, ordinò un prosecco e qualche stuzzichino prima d’immergersi nella lettura dei quotidiani, acquistati nell’edicola di Piazza Piloni. Nell’attesa sfogliò la cronaca di Belluno del Gazzettino alla ricerca di qualche notizia curiosa, interessante che non fossero le solite beghe cittadine o politiche.

«Sempre le solite» mormorò scuotendo il capo. «Mai nulla d’intrigante! Furti, lamentele, cortei di protesta… Insomma il nulla! Mah!»

Scorrendo le pagine, si imbatté in un annuncio, di per sé per nulla strano, ma lui lo trovava singolare.

Vendesi duemila pertiche di bosco sulle pendici del monte Antelao con ampia baita ben attrezzata raggiungibile con strada privata. Pochi vincoli. Prezzo interessante e trattabile. Trattativa riservata. Sei interessato? Chiama il 3313303133 tra le dodici e le quattordici. Marco’

Guardò l’orologio che segnava mezzogiorno in punto. “Potrei chiamare. Sono curioso di sapere quanto vuole. Chissà perché lo vende. Non ho mai avuto un bosco tutto mio” si disse, componendo il numero.

«Salve, sono Pietro Moschin. Il signor Marco?»

«Sì» rispose una voce giovanile senza troppa enfasi.

«La chiamo per l’annuncio sul Gazzettino. Potrei essere interessato all’acquisto».

Il suo tono era deciso di chi non vuole perdere tempo in schermaglie dialettiche.

L’interlocutore sembrò riflettere prima di rispondere.

«Ha impegni?»

«No».

«Allora le propongo un incontro. Così possiamo parlarne direttamente».

«Sono alla Caffetteria Belluno. Possiamo chiacchierare mentre prendiamo l’aperitivo».

«Tra venti minuti sono da lei. Come la riconosco?» chiese con un tono tra l’interrogativo e il perplesso.

«Sono seduto nel tavolo sulla destra dell’ingresso, il più esterno rispetto alla piazza. Non ci saranno difficoltà a riconoscermi, perché sono l’unico con giacca e cravatta».

«A dopo» disse chiudendo la comunicazione.

Pietro ripose il telefono sul tavolo ma ripensò alla conversazione che gli aveva lasciato domande e dubbi.

“Non ho mai posseduto nulla, tanto meno un bosco” pensò ma si mise a ridere. “Proprio nulla, no. Ho comprato una casa e una vecchia auto. Il bosco è qualcosa di diverso! Non conosco quale valore commerciale possa avere”.

Rifletté su Marco, che dalla voce gli sembrava avere la sua età, sul bosco, di cui non sapeva cosa ne avrebbe fatto. Si chiese come ne fosse entrato in possesso e perché lo voleva vendere. Aveva la convinzione che il bosco si tramandasse di padre in figlio ma forse si sbagliava.

La vendita di un bosco non era come alienare un immobile: i compratori di un bene così particolare non si trovavano con facilità.

Però non aveva compreso quale molla l’avesse spinto a telefonare, ad accettare l’incontro per la trattativa dell’acquisto. Pietro non pensava di trasformarsi in boscaiolo, non aveva un’idea di come si gestisse un bosco e tenere una baita.

Tuttavia stava pensando al dopo, quando avrebbe concluso la trattativa. “Come conciliare il lavoro, che mi impegna dal lunedì al venerdì, con la vita tra i boschi?”.

Gli appariva complicato la gestione della casa. La donna a ore per le pulizie, la tintoria per vestiti e camice, cucinare il più modesto dei pranzi, rigovernare la tavola e rifare alla mattina il letto. Insomma pur essendo abituato a vivere da solo, trovava il quotidiano irto di difficoltà ma immaginò che il bosco fosse più complesso da gestire.

La vita nella baita come si sarebbe svolta?” si domandò, perché sarebbero mancate le comodità di una casa di città: l’acqua corrente, la luce elettrica e le tecnologie moderne. “Dovrò sostituire la vecchia Punto con un fuoristrada più adatto allo sterrato”. Stava trascurando il fattore economico, perché non aveva grandi disponibilità per finanziare l’acquisto. “Come pagherò l’acquisto del bosco, se il conto in banca non è a sette cifre e nemmeno a sei?”

Questi dubbi e i conseguenti problemi gli fecero pensare che aveva preso una decisione per nulla meditata, frutto di una scelta di pancia piuttosto che di testa.

Immerso in queste riflessioni che gli facevano comprendere come la telefonata fosse stata frettolosa e azzardata, alzò gli occhi scorgendo una persona minuta dai capelli candidi alla ricerca di qualcuno.

L’istinto prevalse sul razionale. Agitò la mano per farsi riconoscere.

«Sono Pietro Moschin» esordì in maniera calorosa. «Lei è Marco?»

Senza attendere la risposta lo fece accomodare al tavolo.