Sally e Jean – Capitolo 21

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Eccoci ad ascoltare le parole dei personaggi nel nuovo capitolo. Per chi avesse perso qualcosa può trovare le precedenti qui.

File:P1300431 Paris Ier eglise St-Eustache transept sud cadran bw rwk.jpg

Chiesa di san Eustacchio a Parigi – tratta da Wikipedia

Quella domenica di luglio aveva lasciato il segno e tutti avevano dei motivi sui quali dovevano riflettere.

Jean seduto in poltrona fingeva di vedere sul televisore il film di Antenne 1, che scorreva placido ma insignificante per la sua mente.

«Con Sally i rapporti si sono raffreddati» diceva stringendo il telecomando. «Con Lucy non sono mai decollati».

Si alzò dal divano dirigendosi deciso verso la camera di Lucy ma si fermò davanti alla porta.

“Cosa devo chiedere” si domandò dubbioso ma risoluto a venire a capo dei mille perché che pernottavano da troppo tempo nella sua testa.

Bussò delicatamente ma con piglio sicuro prima di aprire la porta, che si dischiuse, mostrando un’incredula Lucy che stava leggendo Madame Bovary.

«Vorrei parlarti di un tarlo che mi corrode da troppo tempo» disse, richiudendo la porta alle spalle.

Lucy posò sul tavolo il libro aperto col dorso rivolto all’insù e fissò Jean per verificare che non fosse uscito di senno.

Era la prima volta che entrava nella sua stanza senza chiedere il permesso o domandare se disturbava.

“E’ casa sua, ma questa è la mia camera per diverse settimane!” urlò imperiosa nel silenzio della sua testa. “Come si permette di venire meno alle regole che ci siamo imposti?”

«Quale tarlo corrode la tua persona?» domandò sorpresa ma curiosa di conoscerne i motivi. «Non mi sembri deperito o malato».

Lui rise sedendosi sul bordo del letto illuminato dalla lampada da tavolo, mentre Lucy lo osservò con lo sguardo dell’animale che percepisce pericolo senza individuarlo con sicurezza.

«Avevo ascoltato questo mentre entravi senza chiedere il permesso. Ma forse ho udito male».

«No! Hai capito benissimo!» ribatté di buon umore. «Il tarlo è virtuale, perché si annida nel mio animo».

Jean fatta una breve pausa riprese il filo del discorso interrotto dalle domande di Lucy.

«Dunque vediamo di non raccontare una storia ingarbugliata senza saltare in qua e in là come faccio quando devo descrivere dei sentimenti. È talmente raro che ne abbia, che quasi sempre non so come cominciare, né conosco dove andrò a parare».

Lui fece un’altra pausa come se dovesse raccogliere i pensieri scappati in qua e in là. In realtà non aveva la minima idea di come cominciar e sperava in un provvidenziale scoglio sul quale riparare per evitare le onde.

Lucy, distolta dalla lettura del romanzo, rimuginava che sembrava destino che Madame Bovary venisse interrotta da eventi casuali.

Si domandò quale storia doveva raccontare con tanta urgenza da entrare in pratica con violenza nella stanza. Adesso lui stava tacendo impacciato di fronte a lei, come un passerotto in attesa dell’imbeccata materna.

«Che storia e sentimenti devi descrivere” stimolò Lucy perché iniziasse a parlare e se ne andasse al più presto.

Jean la osservò con attenzione, poi l’abbracciò con vigore senza che lei opponesse resistenza.

Sally rifletteva sugli ultimi avvenimenti, osservando il volo incessante dei piccioni tra gli anfratti del tetto della Eglise de Saint Eustache.

Percepì la necessità di un riposizionamento con Jean, ma sapeva che il motivo era Lucy.

Il suo fantasma continuava a gravitare intorno a lei senza che riuscisse a scacciarlo. L’aveva imprigionato nella mente, ma non lo rimuoveva. Era nel cassetto dei ricordi, che, quando lo apriva, le presentava il conto. Quando sarebbe ripartita per l’America, era convinta che la sua presenza si sarebbe interposta comunque tra loro. Quando l’aveva vista per la prima volta, un campanello era squillato nella mente. Uno squillo di pericolo non scemato mai, ma che si era amplificato quando l’aveva sfiorato. Ne aveva conosciute di donne, ma nessuna aveva avuto il potere di distogliere la sua attenzione verso gli uomini come lei. Era stato come se uno spiritello avesse affermato: «Segui il tuo istinto» e questo la portava verso l’americana. Con Jean aveva trascorso ore indimenticabili di sesso, ma era mancato qualcosa, perché fossero fuori dell’ordinario. Comprendeva che era lei che si frapponeva fra loro, che corrodeva il loro rapporto come l’acido scioglie la lamiera con buchi sempre più vistosi. L’azione corrosiva del pensiero le aveva sgretolato l’anima, mentre la spingeva a cercare rifugio nel sesso. Più cercava sfogo, più avvertiva il senso d’impotenza verso l’americana, che appariva beffarda e irriverente. Lei non faceva nulla, ma Sally soffriva. Come uscire da questa gabbia che la imprigionava e la stava soffocando? Ne aveva parlato con Jean, ma non era riuscita a calmare l’ansia che gorgogliava dentro. Lui aveva tentato di spiegarle che il malessere era frutto fortuito di circostanze innaturali e casuali, che non si sarebbero ripresentate in futuro. Però percepiva che non fosse così, che l’attrazione verso di lei non era accidentale. Le altre donne non suscitavano nessuna emozione. Cosa aveva questa americana da stregarla. Come poteva scoprire il potere occulto e persuasivo che esercitava. L’aveva vista per pochi minuti, ma erano stati sufficienti a scatenare una bagarre di ormoni incontrollati. Sentiva che avrebbe perso sia Jean, sia l’americana, rimanendo in totale confusione nel vortice della depressione. Doveva agire prima di rimanere schiacciata dai suoi stessi pensieri.

Si riscosse sentendo i rintocchi delle campane della Eglise de Saint Eustache. Guardò l’orologio: era rimasta immobile per oltre due ore con lo sguardo perso nel vuoto, mentre la mente vagava e divagava.

«Devo parlare con Jean e l’americana. Devo chiarire tutto una volta per tutte».

Prese il telefono e compose il numero di Jean.

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