Archivi giornalieri: 28 febbraio 2019

La storia di Micol – Micol e il viaggio

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Nuovo episodio che vede protagonista Micol. Ormai è diventata una donna.

origine sconosciuta

Una sera di luglio…

Micol era cresciuta, diventando una ragazza dal viso paffutello, su cui spiccavano due grandi occhi verdi, e dalla statura non eccelsa che tradiva le origini non tirolesi. Non si poteva dire che fosse una bellezza mozzafiato, anzi appariva un po’ anonima.

Aveva imparato il tedesco alla scuola materna delle Marcelline, dove era stata accettata malvolentieri, perché non era di madrelingua tedesca. All’inizio aveva faticato a sopportare lo sdoppiamento della sua personalità dove una parte ragionava in italiano e nell’altra in tedesco. Adesso, col senno del poi, ringraziava quella scelta, perché era diventata una bilingue perfetta

Una sera di fine luglio Micol prese la corriera “Korner Platz – Jenesien Gasthof Konig” come faceva da due anni all’uscita del lavoro. Questa partì stracolma di persone dalla piazza sotto il monumento di Hofer. Non era una novità, perché quella era l’ultima corsa serale.

Micol fu fortunata a trovare un posto vicino al finestrino passando sulle gambe di uno sconosciuto che puzzava di vino e sudore. L’uomo brontolò qualche parola in dialetto che non afferrò pienamente. Si sedette dopo aver buttato lo zainetto sotto il sedile e arricciò il naso per l’afrore ma non era una novità su quella corriera.

Si girò e lo guardò male senza aprire bocca, perché non le andava di parlare con persone sconosciute, in particolare su questa corriera piena di uomini e donne dall’aspetto poco raccomandabile. Qualche donna anziana indossava il dirndlkleid, classico costume tirolese femminile, mentre molti uomini portavano le lederhosen, le classiche braghe corte di cuoio con bretelle alquanto stazzonate. Se questo faceva folklore, il resto delle persone faceva arricciare il naso per il lezzo che emanavano.

Micol notò che la serata non prometteva bene, perché i viaggiatori erano più irascibili del solito a causa del gran caldo che era stato opprimente durante tutta la giornata con la complicità dei divieti. Per evitare blackout elettrici Infatti era stato vietato l’accensione dei condizionatori negli uffici. Tutti aspettavano con impazienza la brezza serale che avrebbe abbassato la temperatura e spazzato via la cappa di afa che li aveva costretti a boccheggiare durante il giorno. All’imbrunire il vento gelido, incuneato tra la stretta vallata del Sarntal, arrivava in città e raffreddava la calura dando una sensazione di refrigerio

Micol era giovane e sopportava meglio di altri il caldo di questa estate ardente. Erano settimane che la temperatura in città batteva ogni record e le previsioni non lasciavano presagire che sarebbe tornata a livelli più bassi.

Micol aveva venticinque anni e da due sopportava questa corsa che la riportava tutti i giorni con qualsiasi tempo dal centro città a casa. Quando faceva molto freddo e le strade erano lucide lastre di ghiaccio, Micol incrociava le dita per scaramanzia e ringraziava il santo protettore che era al suo fianco a ogni tragitto.

Era l’ora del tramonto e il sole aveva arrossato le cime dei monti che facevano corona alla città. Nonostante la spettacolare visione del paesaggio il viaggio quella sera era cominciato male.

All’interno della corriera c’era una temperatura che Micol col sudore, che appiccicava la camicetta alla pelle, giudicò molto elevata. L’assenza di ventilazione fece sentire in tutta la sua gamma l’afrore che i vicini di posto emanavano. Il lezzo di sudore misto all’alito impregnato di vino scadente arrivava a zaffate alle sue narici.

Micol sporse la testa fuori dal finestrino alla ricerca di una bava d’aria pulita.

L’uomo al suo fianco l’osservava con un’intensità, che pareva volesse spogliarla. Avvertì fastidio che mascherò volgendo gli occhi verso quella massa di persone che si accalcava nella corriera. Si sentiva impotente perché non riusciva a togliersi da dosso le punture che l’insistenza del vicino generava sulla pelle.

Ebbe l’impressione di giacere nuda su una lastra di metallo scrutata dagli sguardi di persone sconosciute, pronte a toccarla. Le loro mani scivolavano sulla sua pelle come le gocce di sudore che scendevano in minuscole perline nell’incavo del seno e dietro la schiena.

La sua lingua pareva ingrossata tanto faticava a uscire dalla bocca per umettare le labbra screpolate, perché aveva finito la scorta di acqua che portava nello zainetto e doveva resistere fino a casa.

Il viaggio arrancò tra fermate e ripartenze e fu penoso per imprecazioni, bestemmie e rutti delle persone ubriache e nervose. Litigavano col vicino di posto alzando la voce e le mani. Doveva sopportare rumori e puzze durante quel tragitto di un’ora.

Micol era riuscita a tenere abbassato il finestrino che faceva entrare a fiotti aria fresca che le scompigliava i capelli neri.

L’uomo al suo fianco si avvicinò centimetro dopo centimetro, mentre Micol si addossava al finestrino. Alla fine si trovò immobilizzata, stretta tra la parete della corriera e l’uomo. Il terrore la colse, quando avvertì una mano che frugava sotto la camicetta e l’altra che tentava d’insinuarsi nei jeans.

Micol ebbe le medesime sensazioni di un animale braccato dai cani e rintanato in un pertugio senza uscita. Ritenne inutile gridare, perché nessuno l’avrebbe ascoltata o difesa. Doveva uscire dalla situazione con le sue forze.

Lo lasciò armeggiare, mentre studiava una via d’uscita allo stallo in cui si trovava. Posti liberi non c’erano, ma accanto all’autista c’era un minuscolo spazio che forse poteva rappresentare la sua salvezza.

Col cuore che batteva forte e un groppo alla gola afferrò con una mano lo zainetto sotto il sedile e con l’altra abbrancò i testicoli dell’uomo che urlò dal dolore allontanandosi di scatto da Micol.

Tutti si girarono mentre l’urlo svanì fuori dai finestrini. Nessuno dei presenti capì da dove era arrivato quel grido.

La corriera si era svuotata in parte e questo le facilitò il compito di allontanarsi. In un baleno Micol saltò l’uomo accasciato sul sedile e si portò vicino all’uscita pronta alla discesa per raggiungere casa di corsa. La prossima fermata era la sua.

Il cuore martellava nel petto, mentre con lo sguardo controllava le mosse dell’uomo. Le nocche era bianche, mentre stringeva lo zainetto. Mai come quella sera le apparve lungo il percorso. La fermata prenotata era distante e non arrivava mai. Mentalmente pregò che l’uomo rimanesse seduto sul sedile e lei potesse scendere senza patemi. Lanciò un’ultima occhiata preparandosi alla discesa.

L’uomo ululava per il dolore con gli occhi pieni di lacrime e iniettati di sangue. La collera per la fuga della preda gli aveva congestionato il viso. Si alzò barcollando e tra spintoni e bestemmie cercò di avvicinarsi a Micol, ma per sua sfortuna incrociò una persona alticcia che lo bloccò.

L’alterco durò quel tanto che le permise di scendere e vedere la chiusura della porta alle sue spalle, mentre si avviava col cuore in gola verso casa. Si fermò un istante per esaminare chi c’era dietro di lei: ebbe la fugace visione dell’uomo che gesticolava con l’autista nel tentativo di farsi aprire la porta. La corriera riprese la sua corsa.

Micol s’affrettò a rifugiarsi nell’intrico dei vicoli del paese che la inghiottirono con l’aiuto delle ombre della sera. Conosceva ogni anfratto, ogni pertugio tra case e staccionate, dove bambina aveva giocato a nascondino sentendosi al sicuro.

Chiuso il portone di casa con qualche affanno tirò un sospiro di sollievo, riflettendo che era giunto il momento di sospendere quei viaggi. Erano diventati troppo pericolosi.

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