Archivi giornalieri: 22 febbraio 2019

La storia di Micol – Micol e la bambina – parte 2

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La prima parte la trovate qui.

Konnie era un ragazzetto di sei o sette anni, quando lo conobbe. Frequentava la scuola elementare, dove aveva imparato qualche rudimento d’italiano, che non avrebbe avuto occasione di usare prima dell’arrivo di Micol.

Era biondissimo con occhi azzurri slavati, molto più alto di lei, che era di statura bassa e fragile come una soprammobile di cristallo. Micol aveva i capelli neri con due splendidi occhi verdi che davano luminosità al viso anonimo.

Suo padre, Rubens, si domandava da quale componente della famiglia avesse acquisito quegli occhi, poiché li avevano nocciola o una tonalità leggermente più scura. Rideva quando diceva questo a Vittoria, sua madre, che si rabbuiava in viso prima di esplodere come un vulcano in eruzione. Micol non capiva perché la madre alzasse il tono della voce prima di andarsene nella sua stanza sbattendo le porte.

Adesso ripensando a quelle esplosioni d’ira, comprendeva che suo padre dubitava di essere il genitore, sospettando che Vittoria avesse avuto una relazione con un altro uomo. Ritornando su questi vecchi episodi, Micol era convinta che il suo vero padre fosse lui. Aveva percepito un amore autentico da parte sua, finché era rimasto in vita. Riconosceva che molti tratti della sua personalità si combinavano alla perfezione con quelli del padre, come aveva ereditato dalla madre la determinazione a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Quando Micol arrivò in paese, Konnie la adottò subito e la impose agli altri bambini, che la vedevano come un’intrusa, un corpo estraneo alla loro cultura.

Micol lo ricambiò con altrettanta devozione e pur essendo piccola in tutti i sensi lo difendeva dagli attacchi verbali di chi lo canzonava, perché si sforzava di parlare in un italiano corretto.

Divennero due compagni inseparabili: dove c’era l’uno, c’era anche l’altra. Si divertirono a sfidare il vecchio Kurt salendo sul melo posto nell’orto per rubargli le poche mele agre che produceva. Micol stava di vedetta per avvertire Konnie, quando avvistava il vecchio che si avvicinava urlando ed agitando un bastone nodoso. Kurt minacciava chi sa quali supplizi per i due bambini, perché Micol sentiva solo strepiti inarticolati senza capire una sola parola.

Con rapidità sparivano col loro carico di mele rubate nel bosco, che circondava la parte bassa del paese. Qui non visti ridevano per averlo beffato un’altra volta, mentre le mangiavano con voracità.

Più di una volta sentì il vecchio bussare alla porta di casa per parlare con animosità con sua madre, che rispondeva con fermezza alle sue lamentele. Micol, non vista, sbirciava attraverso la fessura dell’ingresso, cercando di cogliere qualche frammento della discussione. Parlavano un linguaggio sconosciuto alle sue orecchie, mentre loro si capivano perfettamente. Sua madre, ancora rossa in viso e alterata nella voce per la litigata, le diceva che avrebbe fatto i conti con suo padre, perché rubava le mele di Kurt. Non aveva mai capito se lo diceva per incuterle paura o per burlarsi di lei, perché l’argomento non veniva più ripreso fino alla prossima visita del vecchio.

Tra i due bambini cominciò un gioco strano diverso da quello che facevano con gli altri, ma era molto divertente, perché consisteva nel trovare il vocabolo giusto per ogni oggetto che avevano in mano. Konnie lo doveva pescare dal suo dizionario d’italiano davvero scarso, Micol da quello di tedesco non meno deficitario. Il pegno da pagare per ogni errore era una manciata di liquirizia, che abbondava nelle loro tasche, mentre il premio consisteva in un casto bacio sulle labbra. Questo permise di migliorare la conoscenza della lingua più ostica per loro e di far sbocciare un tenero amore infantile.

I due bambini d’estate avevano il loro punto segreto d’appuntamento: il nocciolo posto sulla biforcazione tra il sentiero 1 e 1b. Lì con pazienza aspettavano l’arrivo dell’altro, prima di correre felici tenendosi per mano tra rovi di more selvatiche e le felci. Andavano alla ricerca di uno spiazzo soleggiato, dove si distendevano a chiacchierare spensierati su cosa fare il giorno dopo.

Micol quando era con Konnie si sentiva librare leggera come un pappo dondolante nell’aria, mentre lo osservava dal basso verso l’alto. Percepiva sicurezza e serenità, come all’interno di casa, era pronta a seguirlo in qualsiasi prova temeraria nella quale lui voleva cimentarsi. Lo seguiva scalando con incoscienza alberi che si piegavano pericolosamente sotto il peso dei due bambini, scendendo per dirupi sdrucciolevoli per il muschio umido fino sul limite del ruscello che scorreva placido nella forra.

Micol cresceva integrandosi nel tessuto paesano, tanto da essere considerata una di loro e non una straniera arriva dal sud. Ragionava in tedesco e parlava la loro lingua. Per loro tutto quello, che stava al di sotto delle montagne verso sud, erano persone che minacciavano la loro identità, italianizzandoli. Erano i nemici da combattere e da tenere lontani dalle loro case.

Micol non comprendeva i motivi dell’astio verso le persone che venivano dall’esterno. Lei e i genitori dopo un primo approccio di diffidenza erano entrati a far parte della comunità a pieno titolo. Il bersaglio del loro astio erano i turisti che nel periodo estivo sciamavano nei boschi rumorosi, lasciando dietro di sé carte e sudiciume.

Una lacrima salata scivolò sulla guancia di Micol, mentre ricordò Konnie, quando lei aveva sette od otto anni.

Era un giorno di agosto, quando come il solito Micol aveva raggiunto il posto segreto. In realtà non lo era, ma per loro era come se lo fosse. Qui aveva atteso con pazienza l’arrivo dell’amico.

Passarono i minuti e le ore, mentre lei era seduta su un masso sporgente a osservare i movimenti nel bosco. Si sentiva inquieta, perché per la prima volta Konnie tardava, quando sentì in lontananza, portata dall’eco la voce angosciata della madre: «Micol! Dove sei?»

Nessuno sapeva, tanto meno sua madre, che loro si incontravano il quel punto del bosco. Micol si domandò perché la cercava con tanto affanno. Si alzò per andare incontro a quel suono, che ignorava da dove provenisse, perché ogni anfratto e ogni roccia lo rifletteva in tutte le direzioni. Parole affannate e dolenti.

Dopo aver vagato alla ricerca della sorgente, la vide in una radura che correva ad abbracciarla. Non comprese il senso dell’agitazione e il motivo per cui la strinse al petto come se avesse il timore che volasse via col primo refolo di vento.

Le lacrime a quel ricordo scendevano copiose sul suo viso, mentre rammentava l’atmosfera di casa tesa sotto una cappa inquieta. Tra le abitazioni del paese c’era un andirivieni insolito di persone dai visi sconosciuti.

La madre la tenne abbracciata, mentre suo padre, insolitamente tornato presto, le accarezzava i capelli neri. Micol non comprendeva il motivo delle premure di cui era oggetto. Aveva la testa confusa perché Konnie aveva mancato l’appuntamento, perché i suoi genitori la coccolavano in maniera inusuale. Percepiva un silenzio carico di dolore.

Frastornata prese il coraggio di chiedere: «Konnie doveva venire…».

Sua madre le chiuse la bocca e spiegò: «Micol, sii forte. Konnie è volato via».

Poi la voce si incrinò per l’emozione.

Si divincolò, urlò e si rifugiò nella sua stanza nel sottotetto, mentre il singhiozzo divenne un urlo di dolore.

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