Archivi giornalieri: 18 febbraio 2019

La storia di Micol – Micol e la bambina – parte 1

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Nell’attesa di finire i progetti che ho in mente riprendo un vecchio testo, scritto nel lontano 2009. Revisionato e sistemato lo propongo per la lettura.

tratta dal web

Micol aveva lasciato Venusia, quando aveva quattro anni seguendo i genitori a Bolzano, andando ad abitare in un minuscolo paese che non distava molto dalla città.

L’abitazione era la tipica casa di montagna, in muratura e legno. Nel fienile adiacente suo padre teneva il fuoristrada, un vecchio Land Rover. Sul balcone di pino sua madre esponeva da aprile a ottobre splendidi pelargonium rosso fuoco. Stava adagiata al limitare del paese, ai margini del bosco che si espandeva verso il basso della montagna, ed era circondata da un minuscolo giardino. Davanti e di lato c’erano arbusti bassi, resistenti al freddo, che durante la bella stagione erano abbelliti dalle piante fiorite, mentre dietro l’orto procurava insalatina fresca e carote giganti.

Micol, diventata vecchia, era tornata a Venusia, ma nei suoi occhi conservava le istantanee di quando era bambina.

Rivedeva l’interno della casa dove durante i lunghi inverni stavano accoccolati intorno alla kachelofen, la grande stufa di maiolica con le mattonelle bianche in ceramica di Thun decorate di fiori azzurri. Era posta nel centro della stube, la grande sala da pranzo che era il cuore della casa, con ruvide e scomode panche di legno poste sui fianchi e il letto morbido e caldo sulla sommità.

Quello per tantissimi inverni fu la sua culla accogliente, dove i sogni la coccolavano col dolce tepore della kachelofen. Avverte ancora nelle ossa stanche il calore della legna di abete che bruciava crepitante nella grande bocca. In quegli anni le sembrava tutto enorme: il letto, le panche di legno, la bocca nella quale suo padre introduceva i grossi ciocchi da bruciare, le assi che le impedivano di cadere giù.

Avvertiva sensazioni strane, perché era stata catapultata in un mondo diverso e irreale. Gli altri bambini parlavano un linguaggio che lei non capiva. Solo Konnie, un ragazzino più vecchio di lei in un italiano stentato e pieno di errori cercava di comunicare. L’ingresso alle Marcelline cambiò l’ immagine delle visioni e capovolse un mondo fatto di solitudine per l’incomunicabilità delle parole e affidato al solo gesticolare. Le Marcelline, la kindergarten, era un asilo esclusivo di Bolzano, dove solo i bambini di lingua tedesca potevano accedere. Non ricordava come fosse avvenuto il miracolo del suo ingresso ma era stata ammessa.

L’aveva cominciata a frequentare l’anno successivo al suo arrivo, quando aveva cinque anni. Suo padre la portava a Bolzano alla kindergarten, dove all’entrata l’accoglieva Frau Leone, una signora non più giovanissima dall’aspetto imponente, perché ai suoi occhi anche lei era enorme.

Il primo impatto fu terrificante, perché era l’unica che non conosceva una sillaba di tedesco, mentre Frau Leone la guardava come una bestia rara da conoscere e decifrare. Micol confusa si sentì osservata dagli sguardi canzonatori degli altri bambini, perché non diceva “Willkommen, Frau Leone”. Né comprendeva quando Frau Leone la chiamava; «Micol, kommt hier!» Eppure quel nome, leone, l’aveva sentito da mamma e papà, ma le ricordava una belva feroce dalla grossa criniera. Era frastornata perché adesso quel nome era associato a una signora austera che non parlava l’italiano.

A stento all’inizio aveva trattenuto le lacrime. Doveva farsi forza, come si era raccomandata la mamma prima di salutarla alla mattina, e mostrare la dignità e la fierezza di essere l’unica italiana. Micol sopportò l’essere esclusa dai giochi e dal salmodiare le filastrocche. Senza perdersi d’animo cercò di farsi accettare, d’intrufolarsi nei gruppetti, di fare amicizia, insomma di fare quello che fanno i bambini della sua età: giocare e cantare in gruppo.

Quando suo padre l’accoglieva all’uscita liberava le lacrime che aveva trattenuto, mentre lui la faceva volare in alto con le braccia.

Nei primi giorni di frequenza l’incubo era scendere dal letto. Sapeva che l’avrebbe aspettata una nuova giornata di incomprensioni e stilettate pungenti, attenta a osservare i movimenti dei compagni per ripetere gesti e imprimere parole delle quali non comprendeva il significato.

Col passare dei giorni, usando la tenacia e la testardaggine ereditata dalla madre, cominciò a decifrare quel linguaggio ostico dai suoni gutturali, tanto diverso dalle parole conosciute. Finalmente poteva unirsi agli altri per recitare le kinderreim, le brevi filastrocche che accompagnavano i giochi quotidiani.

Eins zwei drei vier fünf sechs sieben,

eine alte Frau kocht Rüben,

eine alte Frau kocht Speck

und Du bist weg.

Wenn die Kinder in den Gassen

wieder Kreisel tanzen lassen,

hopsa und juchheirassa!

ja, dann ist der Frühling da.

Ene, mene, miste,

es rappelt in der Kiste.

Ene, mene, meck,

und du bist weg.

Non era più il brutto anatroccolo che stava a bocca aperta cercando di captare i segnali che giungevano distorti alle sue orecchie, mentre i compagni sicuri che non comprendesse dicevano: «Italienische Dummenkopf!» Aveva imparato a difendersi, rispondendo per le rime senza lasciarsi prevaricare.

Non passò molto tempo dal quel primo giorno, che le parve distante anni luce. Era diventata una di loro, trattata con rispetto, avendo imparato il loro linguaggio, che le sembrò meno armonioso di quello usato coi genitori,

Frau Leone rimase sorpresa dai suoi progressi in un tempo veramente breve, ricredendosi che avesse potuto sopravvivere in un ambiente ostile verso gli stranieri.

Micol aveva capito che, se non voleva essere emarginata, doveva sfoderare tutta la grinta che possedeva. E lo fece senza economie.

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