Archivi giornalieri: 17 febbraio 2019

La sbronza – il seguito

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Ho scritto il seguito di una sbronza che potete leggere qui.

Dan avanzò di un passo. Poi un altro. Quel imbecille di negro mi vuole aggredire. L’ho sempre detto che bisogna farli fuori tutti, si disse, mentre con gli occhi azzurri chiaro cercava d’inquadrarlo. Lo vedeva barcollare avanti e indietro, ora a destra e poi a sinistra. Non potrebbe starsene fermo quello sporco negro, mormorò ficcando le mani ancora più a fondo nelle tasche.

Sentì il freddo delle chiavi, mentre una folata di vento ancora più gelida spinse alle spalle lo spolverino blu e penetrò nella camicia. Rabbrividì ma non aveva tempo di pensare al freddo adesso doveva difendersi da quello stronzo di negro che impugnava un revolver.

Non aveva nulla con cui difendersi e lo sguardo ruotò intorno alla ricerca di qualcosa. Nulla, proprio nulla. Non poteva entrare da Schmidt & Schindler, perché la porta era chiusa e poi dentro avrebbe trovato i suoi compari. Dalla padella alle braci, pensò con la mente annebbiata dal troppo bere.

Però, merda, disse a denti stretti, non potrebbe stare fermo un attimo? Di sicuro era stato lui a rubarmi la macchina. Era una certezza che veniva dal fatto che non c’era più dove l’aveva parcheggiata.

Sonny era fermo col cavo avvolto sul pugno destro e la scatola dell’interruttore a penzoloni. Aspettava e basta. Quello sporco bianco continuava a tenere la mano dentro la tasca della giacca che mostrava il gonfiore di una calibro 38. Barcollava minaccioso col ghigno a tratti illuminato dalle luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor. Non era un bel vedere, rifletté Sonny che girò velocemente lo sguardo verso la porta di servizio della tavola calda. Era troppo distante, se avesse voluto correre per infilarsi al sicuro. Il tempo di girarsi e fare i cinquanta passi e lui sarebbe morto stecchito da un proiettile calibro 38, che gli avrebbe aperto un buco nella schiena grosso come un pugno. E lui a morire non ci stava. Maledisse una volta di più quegli ubriaconi molesti di bianchi, che si ritenevano unti dal signore e liberi di sparare ai negri.

Dan mosse qualche passo in avanti mentre Sonny ne faceva due indietro. Si fronteggiavano senza proferire parola, mentre le folate di vento facevano rotolare un bidone della spazzatura in mezzo al vicolo. Un rumore sordo che rimbalzava tra le pareti della strada.

Dan e Sonny si voltarono all’unisono in direzione del frastuono generato dal bidone. Non videro niente. Don arretrò di tre passi, tenendo sempre le mani in tasca. Sonny si spostò di lato verso il muro.

«Che cazzo ha di muoversi come se fosse ubriaco?» esclamò Dan, retrocedendo di altri tre passi.

Sonny sogghignò. «Gli ho fatto paura» borbottò, mentre si avvicinava alla porta di servizio.

Dan con la coda dell’occhio vide un poliziotto che a piedi perlustrava la Trentasettesima, mentre la macchina della NYPD andava a passo d’uomo a fianco.

«Ehi! Polizia!» urlò Dan, agitando una mano. «Un cazzo di negro mi vuole sparare!»

Sonny s’infilò rapido nella porta di servizio che chiuse con fracasso alle sue spalle.

Dan si girò e non vide più nulla. Il negro si era dissolto. Devo smettere di bere, pensò tornando sulla Trentasettesima, oppure vedrò negri che mi vogliono sparare dappertutto.

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