Archivio mensile:gennaio 2019

Una sbronza

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Era il ventotto dicembre e non era riuscito a smettere di bere. Anzi, era più sbronzo di prima.

Un vento gelido e tagliente come un rasoio fischiava per la Quinta Avenue, gli gonfiava lo spolverino e gli sferzava le costole. Di abbottonarsi la giacca non gli passava neanche per l’anticamera del cervello. Era troppo ubriaco per farci caso. L’andatura era barcollante mentre andava in direzione nord, verso la Trentasettesima Strada, dritto nelle fauci del vento, imprecando come un ossesso.

Tra una folata e l’altra, il volto affilato e arcigno si era fatto paonazzo, mentre gli occhi azzurri chiaro avevano un che di spiritato. Era un’immagine davvero terrificante, con la sequela d’imprecazioni lanciate contro la notte.

Quando raggiunse la Trentasettesima si accorse che dall’ultima volta, che era passato di lì, c’era qualcosa di diverso. Però non capiva dove fosse il diverso.

Quando fosse stata, quell’ultima volta, proprio non riusciva a ricordarselo. C’era un vuoto nella sua testa. Gettò un’occhiata all’orologio per tentare di capirci un po’ di più. Erano le quattro e trentotto del mattino.

Una risata isterica ruppe il silenzio della notte. Per forza che la strada era deserta, pensò. Chiunque avesse avuto un briciolo di buon senso se ne sarebbe restato a letto. A un’ora del genere e col vento gelido da nord era molto meglio scaldarsi con una bella donna piuttosto che girare come uno scemo per la strada alla ricerca di qualcosa che non sapeva nemmeno lui.

In un momento di lucidità ebbe l’intuizione sul diverso che l’aveva colpito. Avevano spento le luci da Schmidt & Schindler, la tavola calda in cui prima aveva visto gli uomini delle pulizie al lavoro. Si ricordava benissimo delle luci lasciate accese, proprio per gli inservienti. E adesso erano spente.

S’insospettì all’istante. Spinse le porte a vetri piazzate in diagonale, proprio sul cantone, ma le trovò chiuse. Schiacciò il viso contro la vetrata sulla strada. Le luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor si riflettevano sulle superfici d’acciaio inox delle cucine e sui banconi in materiale plastico. Il suo sguardo frugò tra le scintillanti cuccume di caffè, i contenitori di minestra, i tostapane, i recipienti per il latte e per i succhi di frutta, e gli scomparti refrigerati. Poi passò sul pavimento in linoleum su entrambi i lati del bancone. Nessun segno di vita.

Pestò sulla porta e ne scrollò la maniglia.

«Aprite questa cazzo di porta!» gridò battendo i pugni sul vetro.

Nessuno si fece vivo.

Sbirciò dietro l’angolo, verso l’entrata di servizio sulla Trentasettesima.

Vide il negro nello stesso istante in cui il negro vide lui: indossava uno spolverino marrone di tela sopra una divisa di cotone blu, guanti bianchi da lavoro e un feltro scuro. Aveva qualcosa in mano.

Capì all’istante che era un uomo delle pulizie. Tutavia la vista di un negro lo convinse che la sua macchina era stata rubata, e non smarrita. Non avrebbe saputo dire il perché, ma ne era certo.

Ficcò una mano all’interno del soprabito e barcollò in avanti.

Arrivano i guai, pensò d’istinto il negro alla vista di quel bianco ubriaco che gli veniva incontro traballante. Ogni volta che esco a scaricare la spazzatura c’e’ sempre un ubriacone bianco del cazzo in cerca di guai.

Per di più era solo. Jimmy, che lo stava aiutando con l’immondizia, era sceso nel seminterrato a piazzare i bidoni sul montacarichi. E il terzo inserviente, Fat Sam, doveva essere andato nella cella frigorifera a prendere qualche pollo da mettere sulla griglia per colazione. Da lì, anche con lo sfiatatoio spento, non sarebbe stato in grado di sentirlo, se avesse gridato. Lo stesso valeva per Jimmy, giù di sotto dov’era. E quel bianco del cazzo aveva già cominciato ad agitare la pistola, neanche fosse stato uno sceriffo dell’Alabama. Prima di riuscire a chiamare aiuto, sarebbe stato stecchito.

Afferrò il pesante cavo collegato alla scatola dell’interruttore e se lo passò attorno al polso, a mo’ di arma rudimentale. Se quel figlio di puttana mi punta la pistola addosso, pensò, gli sbatto questo sulla testa fino a ridurgliela in pappa.

Gli bastò un’altra occhiata per cambiare idea. Da quando sono qui, è la terza volta che un bianco di merda mi punta una pistola contro, si ritrovò a pensare. Se riesco a sfangarmela e non mi succede niente, devo mollarlo, questo lavoro. Devo trovarmi un posto in un negozio dove ci lavora anche altra gente, com’è vero che il mio nome è Luke Williams. Perché questo sembrava pericoloso. Non come altri ubriaconi bianchi, che erano dei semplici rompicoglioni cacasotto. Questo sembrava davvero stronzo. Sembrava capace di sparare a un nero, così, tanto per passare il tempo.

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Disegna la tua storia – La partenza

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Ripubblico qui il post del mio turno su Caffè Letterario.

Buona Lettura

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

Ci siamo.

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Un nostro racconto sta prendendo la strada della libreria virtuale – al momento – e presto anche quella reale.

Il racconto scritto a quattro mani da me e Elena – nonsolocampagna – con quei due impiccioni di Debora Nardi e Walter Bruno accompagnati da quel Puzzone che ha un fiuto straordinario, esce come ebook e presto anche come cartaceo.

Correte donne e uomini, bambini e ragazze a comprarlo. Però non spingete, c’è posto per tutti e le copie non si esauriscono, anzi…

Chi vuole partecipare al gioco del 2019?

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Morena Fanti e Io e il silenzio propongono una sfida che potete leggere qui.

Come sarà il 2054? Non lo sapete? Non avete la mitica sfera di cristallo? Non importa. Armatevi di penna stilografica, inchiostro di seppia marrone e carta in abbondanza – ma non troppa per non disboscare un’intera foresta – e mettete a frutto la vostra fantasia.

Nulla vi sarà precluso. Voli tipo Icaro o cadute all’inferno. Insomma il racconto è nelle vostre mani, anzi nella vostra testa.

Iscrivetevi – è tutto gratis  e non si vince nulla, almeno credo 😀 – Ci possiamo divertire spremendo le meningi.

Ah! per le regole… non so. Leggete e aspettate

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – Il villaggio fantasma

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Una splendida immagine di Etiliyle e un pizzico di fantasia per confezionare questo piccolo racconto

A Venusia andando verso levante si trovano i campi coltivati, per lo più vigneti, perché il vino non deve mai mancare. Lontano due miglia dall’ultima casa di Venusia c’è un piccolo boschetto di arbusti nemmeno troppo vistosi. Dicono che dietro si trovi il villaggio fantasma, che per i venusiani è altrettanto sacro come il bosco degli spiriti. Quindi nessuno si azzarda ad arrivare fino lì.

Per raggiungerlo si passa tra un appezzamento di terreno e l’altro, piccole strisce di terra dove l’erba non cresce mai, consumata dal continuo passaggio degli agricoltori e dei loro mezzi.

Sandra e Lorenzo sono una bella coppia. Lei è alta e dal fisico slanciato, con una chioma che ricade sulle spalle. Lui è più alto della compagna ma magro come un chiodo dai capelli castano chiari che d’estate tendono al rossiccio. Lei studia da medico, lui è già ingegnere. Delle credenze popolari non gliene importano niente per il banale motivo che non ci credono.

«Solo superstizioni» afferma Lorenzo quando parla coi suoi compaesani. «Fantasmi? Tutto ridicolo».

Alza le spalle e ci fa una gran risata.

Hanno esplorato il Castello e non sono morti, né hanno visto ombre vagare per le stanze. Eppure il Castello è curato da tutti i venusiani che si tassano ogni anno per la sua manutenzione.

Sandra aggiunge che i suoi concittadini pagano anche il vitto e l’alloggio del fantasma. «Che sia il famoso fantasmino? Quello del fantasma formaggino?» afferma con le lacrime agli occhi, mentre recita la famosa barzelletta.

«Un inglese, un francese e un italiano si sfidano a resistere una notte in un castello infestato da un fantasma. Il primo giorno si reca nel castello l’inglese. A mezzanotte appare un fantasma urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’inglese scappa terrorizzato.

Il secondo giorno si reca nel castello il francese. A mezzanotte il fantasma entra nella sua stanza urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!” e il francese scappa ancor più terrorizzato.

La terza notte è il turno dell’italiano. A mezzanotte il fantasma entra e urla “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’italiano risponde “Vieni qui che ti spalmo sul panino!”» e giù gran risate pensando ai suoi concittadini.

Un giorno d’estate Sandra e Lorenzo decidono di arrivare al mitico villaggio nascosto.

Tenendosi per mano si avviano a percorrere le due miglia che li separa dal boschetto. Qui trovano un vero intrico di rovi e arbusti: biancospino e gelsomino selvatico, sambuco e gelso. Ci girano attorno finché non trovano una piccola apertura con un sentiero appena accennato. Un passaggio sotto una cupola di verde.

Sandra e Lorenzo si abbassano per non rimanere impigliati coi capelli nei rami delle piante. Sono allegri e felici per questa scampagnata che hanno programmato da tempo. Il boschetto non è molto lungo da attraversare e dopo pochi minuti sbucano fuori.

«Oh!» mormora Sandra facendo una smorfia di disappunto. «Tutto qui?»

Quattro case o meglio qualche muro ricoperto d’edera è quello che resta del villaggio fantasma.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – il gatto

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Sa questa splendida immagine di Etiliyle nasce questo mini racconto.

Buona lettura

I gatti a Venusia non ci sono o almeno non c’erano fino a oggi. In realtà nemmeno i cani sono abbondanti. L’unico è Tobia, il meticcio di Sofia. Quando d’inverno gli animali del bosco spinti dalla neve scendono fino alla periferia di Venusia i venusiani vorrebbero imbracciare le doppiette e sparare. Peccato che non esistono doppiette a Venusia per il banale motivo che i selvatici vivono nel bosco degli spiriti, dove neanche morti i venusiani vogliono entrarci. Quindi l’unico armaiolo di Venusia ha dichiarato fallimento per mancanza di clienti anni prima che si scrivessero le cronache di Venusia. Era stato un tentativo maldestro di Ughetto finito malamente. Così quella bottega ha chiuso i battenti in breve tempo. Per farla breve i venusiani sono pacifici, non amano le armi ma nemmeno gli animali. Insomma esiste una tregua fragile tra loro e i selvatici. I venusiani non vanno nel bosco degli spiriti, i selvatici rimangono nel loro ghetto, salvo annate particolarmente nevose.

Quando un giorno di primavera di quest’anno è comparso un gatto bianco con macchie nere accanto al muretto a secco del giardino pubblico tutti si sono interrogati per conoscere chi l’aveva introdotto a Venusia.

«È tuo quel gatto?» chiede Mario ad Alberto che nega vistosamente con la testa.

È tutto un domandare: «È tuo quel gatto?» ma nessuno afferma di conoscere la provenienza del felino, che se ne sta fermo al sole con l’occhio verde sornione, mentre quello azzurro è semichiuso.

In apparenza distaccato rispetto alla curiosità dei venusiani che in processione passano, guardano e commentano. In realtà attentissimo che nessuno si avvicini troppo.

Sofia col suo meticcio si avvicina per scattargli qualche fotografia ma subito il gatto inarca la schiena e soffia mostrando i denti. Tobia lo guarda con occhio indifferente si chi si ritiene superiore, quasi a snobbare la minacciosa difesa del felino.

«Tu stia qui senza muoverti» intima Sofia al suo cane con un gesto perentorio della mano, mentre si avvicina al gatto che continua a soffiare furioso.

La ragazza si ferma allungando una mano in segno di pace. La tiene avanti a sé senza muoverla, aspettando che il micio l’annusi per bene. Se l’odore gli piace farà amicizia, viceversa amici come prima.

Il gatto si rilassa osservando di soppiatto che il suo nemico resta fermo immobile a distanza di sicurezza. Scruta la ragazza che è ferma immobile in attesa che lui faccia un passo in avanti. Allunga il collo e annusa quale odore emana quella mano ferma a pochi centimetri dal suo naso. Lo trova di suo gradimento e strofina la testa sulle dita, aspettando una coccola.

«Bravo micio» sussurra Sofia, mentre Tobia freme per la gelosia verso quell’animale che sta ricevendo una carezza.

«Hai fame?»

Un miagolio sembra confermare che non disdegna di mandare giù qualcosa. In effetti avrebbe anche sete ma l’umana forse non l’ha capito.

Sofia, seguita come un’ombra da Tobia, va a recuperare una ciotola di latte e una di acqua.

Il gatto gradisce l’acqua me pare riluttante verso il latte. Avrebbe gradito qualcosa di solido ma in mancanza di altro a malincuore passa la lingua su quel liquidi biancastro.

Si lecca i baffi, sbadiglia annoiato e si distende per schiacciare un pisolino, tenendo l’occhio verde sempre aperto.

Non si fida di quel cane.

Il gatto come è arrivato in modo misterioso se ne va senza lasciare tracce un paio di giorni dopo la sua comparsa.

I venusiano tirano un sospiro di sollievo.

 

Evviva! Le feste son finite!

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la scala – foto personale

Evviva le feste son finite!

L’albero – foto personale

Tutti gli anni in questi giorni io e mia moglie diciamo che al prossimo dicembre non avremo addobbato la casa per Natale. Però poi arrivato i primi di dicembre cominciamo le grandi manovre per gli addobbi e passato Capodanno si fa l’operazione inversa.

Entrambe sono faticose, perché c’è da muovere mezzo ripostiglio, ricavato nella parte bassa della mansarda.

È vero che la casa nel mese di dicembre è bella ma la fatica è troppa e gli anni passano… sob!

Così oggi abbiamo finito l’operazione togli e imballa per il prossimo dicembre. Operazione iniziata ieri pomeriggio e conclusa oggi con il ripristino degli oggetti nei loro posti.

la fioriera è tornata – foto personale

E va bene. Arrivederci tra dodici mesi.

Statistiche, beta reader e altre quisquilie

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Visto che abbiamo appena archiviato un anno, immagino – oppure mi sono sbagliato – che state morendo dalla curiosità di conoscere come è andato il mio blog nel 2018.

Scuotete la testa in segno di diniego? Fate bene, anzi benissimo, perché non importa una cippa a nessuno. Però lo faccio lo stesso. Eccovi dunque snocciolati i numeri:

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Disegna la tua storia – il bosco

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Contest estivo Webnauta

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Adesso se qualcuno osa non applaudirmi e dire che sono stato bravo gli tolgo il saluto.

Comunque fate come volete, non mi offendo per questo.

Sono invece interessato a trovare uno o più beta reader per fargli leggere un testo, vecchio e rivisitato in silenzio in questi mesi. Però li cerco con la bava alla bocca per stroncarlo e dirmi dove sto sbagliando nella storia.

Speriamo di trovarne.

Altre quisquilie a tempo perso. Gli auguri li ho fatti. Sono pieno come un uovo. Vero. Sono ingrassato di un chilo in una notte. Verissimo. Mi metto a dieta da domani. Sarà tutto da vedere.

Auguri ancora a tutti.