Scrivere creativo – miniesercizio 80 – Una giornata a Tokyo

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Nuova sfida sulle 200 parole e tre lemmi slegati tra loro proposta da Scrivere creativo. Ecco l’esercizio proposto.

Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.

L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.

Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.

Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una parola che nessuno può dire

– Un venditore zoppo

– Una città dell’estremo oriente

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Sofia camminava per le vie di Tokyo osservando i passanti che la sfioravano. Qualcuno con un inchino sembrava volersi scusare di averla lambita. Era un mondo diverso da quello in cui era vissuta.

Aveva vinto un favoloso viaggio di una settimana a Tokyo collezionando le figurine Liebig, che aveva deciso di premiare i clienti affezionati ai suoi prodotti.

Sofia adesso si trovava lì in mezzo a gente sconosciuta, che parlavano un linguaggio strano composto da segni ancor più misteriosi. Era tutto un inchino. “Prego, prima lei”. “No, prima lei”. E così rimassero sulla soglia del negozio per ore a scambiarsi cortesie, finché esausti non decisero di andarsene senza essere entrati nella bottega.

Sofia era senza parole nel vedere questo siparietto che non riusciva a capire. “Stare impalati per ore per stabilire chi deve entrare per primo” pensò Sofia, mentre guardava la vetrina di un verduraio. “Mi sembra uno spreco senza senso”.

Alzò gli occhi e lesse l’insegna “Frutta e verdura di Haruki Yamamoto”, mentre dentro vide un omino grinzoso che zoppicava. Dal labiale evinse che stava pronunciando un’imprecazione scurrile.

Non seppe il perché ma scoppiò a ridere. “Anche in Giappone si usano pronunciare le parolacce” si disse, mentre si allontanava.

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