La kitsune – parte quarantanovesima

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Con questa puntata si chiude la storia di Elisa e Pietro. Lascio qui l’elenco delle puntate precedenti per chi le volesse leggere.

 

Molti segreti rimasero tali senza che nessuno li svelasse o desiderasse conoscerli. Entrambi ritenevano giusto non affrontarli e così preferirono tacere.

Pietro ed Elisa rientrati a Belluno non si posero più domande sulle vicende che li avevano coinvolti. Era come se non volessero risvegliare ricordi dolorosi. Però Pietro cercò in silenzio le risposte ai mille interrogativi che si era trascinato al loro rientro.

Si chiese che fine avesse fatto la kitsune, senza scoprirlo mai. Gli giunse all’orecchio in modo casuale diverse voci su questa misteriosa volpe. Alcuni affermarono d’averla incontrata che si aggirava attorno alla baita. Però forse erano solo “si dice” e nulla più perché nessuno saliva dal paese fin lassù. Altri sostenevano che nessuna volpe abitava quel bosco perché era a quota troppo elevata per questo animale e poi avrebbe faticato a procurarsi il cibo. Quindi aggiunsero che era una favola inventata da qualche burlone. Però pensò che fosse stato un sognare a occhi aperti, un vagabondare con la mente per distrarsi e fantasticare senza agganci con la realtà la giustificazione di eventi che non potevano essere spiegati logicamente. Alla fine rinunciò a capire se era un animale o un mito senza pensarci più. In effetti non la vide mai comparire tutte le volte che si recarono alla baita e se ne scordò completamente.

Marco era sparito, come era comparso in maniera strana, lasciando Pietro perplesso sulla sua esistenza. Provò a comporre il numero memorizzato per contattarlo, ma ascoltò la voce pre registrata che come un mantra lo informava che era inesistente.

Eppure sono sicuro del numero e che almeno una volta mi ha risposto” si disse volendo scacciare il pensiero di essere uscito di senno.

Nel registro delle chiamate riscontrò che il 13 giugno aveva effettivamente telefonato a quel numero. Dunque non si era sognato. Però adesso era sparito.

La volpe, Marco, un bosco dotato di poteri magici, Elisa, una donna, che afferma di essere la cugina di una compagna di scuola che in realtà non si sa chi sia! Un vero rompicapo che devo decifrare da solo. Se lo raccontassi a qualcuno, sarei preso per visionario, un fan del genere fantasy. Però non è vero! Elisa sta al mio fianco, la volpe l’ho vista, con Marco ho parlato. Unico dubbio è il bosco, ma esiste”.

Cercò inutilmente il ritaglio di giornale che credeva di aver conservato senza trovarlo. Si era volatilizzato in maniera del tutto singolare.

Forse l’ho gettato via, perché non mi interessava” concluse per nulla convinto.

Dopo diversi tentativi lasciò cadere gli sforzi di mettersi in contatto con Marco. Di questo non ne accennò con Elisa, perché non volle coinvolgerla nelle ricerche. Da quando erano tornati gli era apparsa giorno dopo giorno strana o meglio stranita. Non desiderò acuire il suo senso di malessere con domande sulla vicenda del bosco e su Marco.

Pietro verificò sui giornali dell’epoca se le cronache avessero segnalato la morte di Klaus o eventi riconducibili ai fatti narrati nel racconto senza trovare tracce. Concluse che questi erano il frutto della fantasia di un ignoto scrittore. Convenne che fosse inutile intestardirsi nella ricerca di riscontri agli eventi che li avevano coinvolti.

Qualche settimana più tardi Pietro ricevette un messaggio del notaio Bombardi di Cortina perché doveva recarsi al più presto nello suo studio notarile per comunicazioni urgenti.

Lo contattò telefonicamente per verificare che non fosse un altro scherzo del destino visto i molti misteri che si erano addensati su di lui rendendo surreali le vicende che lo avevano coinvolto.

Questa volta sembrava tutto reale: notaio, lettera e testamento. Concordato il giorno dell’appuntamento, si recò con Elisa a Cortina. Il notaio gli lesse il testamento olografo nel quale Klaus Pinchler lo nominava erede universale dei suoi beni. In apparenza non pochi: un cospicuo conto bancario, il bosco degli elfi e annessa baita, una villetta in una zona periferica a Cortina, una bella casa a Sappada e altre proprietà in Carnia.

«Questa avventura incredibile per certi versi ha prodotto frutti insperati che stento a pensare che non sia un sogno a occhi aperti» sussurrò a Elisa, che annuì per conferma.

«Mi scusi, dottor Bombardi» chiese con tono umile Pietro. «Klaus Pinchler in che data ha scritto questo testamento?»

«Era il 15 settembre 2006».

Pietro non replicò perché era il primo tassello che combaciava nel disegno generale. Dunque si convinse che anche gli altri misteri si sarebbero svelati. Almeno così sperava.

«Però il sig. Pinchler ha posto alcune clausole precise affinché lei possa prendere possesso dei beni» e gli lesse un documento allegato al testamento.

Lui, oltre a essere il proprietario, era nominato custode del bosco con la condizione che non lo avrebbe mai alienato e l’avrebbe conservato nello stato nel quale si trovava. Un ulteriore impegno lo vincolava: era quello di mantenere curato il terreno sotto il grande abete alla destra della baita senza altre specificazioni, ma Pietro ne conosceva i motivi.

Pietro divenne il nuovo proprietario del bosco, dopo aver pagato la tassa di successione risparmiando i trecentomila richiesti.

Di ritorno da Cortina Elisa gli pose la richiesta di andare a vivere stabili nella baita, ma lui rispose in maniera evasiva come per prendere tempo. Voleva riflettere perché effettivamente Klaus era esistito e con lui probabilmente anche Amanda. Però era inquieto perché quella ricostruzione che appariva il frutto della fantasia di un ignoto autore adesso acquistava una consistenza per nulla fantastica.

Elisa tentò invano di adattarsi alla vita cittadina, perché la nostalgia del bosco, della natura selvaggia del monte Antelao la stavano distruggendo giorno dopo giorno.

Solo quando erano alla baita sembrava rinascere, diventare allegra, essere l’Elisa che Pietro aveva conosciuta nei quattro giorni passati a luglio.

Eppure l’affetto, il desiderio di stare uno vicino all’altro non era scemato, ma era cresciuto. Però su Elisa scendeva un velo di tristezza con il loro ritorno a valle e tale rimaneva fino al successivo week end.

Era una domenica di metà settembre, quando Elisa disse seria: «Pietro, io rimango qui. Tu puoi tornare a Belluno da solo. Sto bene solo quando sono tra i larici e gli abeti del bosco».

A nulla servirono le suppliche di Pietro, che a malincuore la lasciò nella baita con la promessa che l’avrebbe raggiunta il fine settimana seguente.

«Mi raccomando tieni sempre aperto il telefono. Chiamami a qualsiasi ora del giorno e della notte e io sarò qui in un baleno. Non mi piace lasciarti qui da sola. Torno a Belluno a malincuore».

Un lungo e appassionato bacio suggellò la loro separazione.

Durante il viaggio di ritorno prese la decisione di lasciare Belluno, il posto di lavoro e stabilirsi nel bosco degli elfi. Gli servivano qualche settimana per attuare il progetto e si ripromise di non dire nulla a Elisa, perché voleva farle una sorpresa.

Nei giorni seguenti la chiamò più volte nella giornata senza accennare a quello che aveva in mente.

Arrivato il fine settimana, Pietro salì alla baita senza fare la solita telefonata quotidiana, ma al suo arrivo la trovò vuota e in ordine con telefono acceso sul tavolo. Elisa sembrava essersi volatilizzata. Era scomparsa senza lasciare tracce.

Si sentì perso, perché aveva compreso che se ne era andata senza lasciare nessuno scritto. Attese che ritornasse, ma la speranza fu vana. Rimase alla baita anche nei giorni seguenti con l’illusione che sarebbe ricomparsa come era scomparsa all’improvviso.

Pietro l’aspettò invano nei fine settimana successivi il suo ritorno, ma capì che era tornata da dove era venuta e che non l’avrebbe mai più rivista.

Con le prime nevicate non salì più alla baita, perché aveva compreso che Elisa era sparita per sempre dalla sua vita. Si maledì per non avere ceduto subito alle sue richieste, di avere taciuto quello che aveva in mente. Questa era la punizione che la kitsune gli aveva riservato.

Pietro era curioso sapere chi fosse veramente. Di certo non era la cugina di Maria, ma non avrebbe mai conosciuto la verità. Questo pensiero lo tormentò perché lei aveva condito il racconto con molti particolari che erano veri, mentre si domandò come avesse potuto esserne a conoscenza.

Elisa ha conservato gelosamente la propria identità senza mai svelare chi era nella realtà” si disse, mentre riordinava quegli appunti che avevano letto insieme durante quei fatidici quattro giorni di luglio.

Forse era vera l’affermazione di Elisa che sosteneva di essere una elfa e Marco un elfo. A entrambi era stata assegnata una missione al termine della quale sarebbero scomparsi. Però…”. Scosse il capo per negare l’evidenza.

La nostalgia lo assalì mentre ricordò i capelli rossi e gli occhi blu, ma non poté nulla per scacciare dalla mente quei ricordi. Percepì che c’era un vuoto dentro di sé non più colmato dalle sensazioni che la ragazza gli aveva saputo trasmettere.

L’aveva amata per quello che era stata senza esitazioni, ma adesso era perduta per sempre per colpa sua e delle sue indecisioni.

Nella primavera del 2010 con lo scioglimento della neve riprese il pellegrinaggio alla baita, che trovava sempre intatta e ordinata, ma desolatamente vuota. Non scorse nessuna traccia di un suo passaggio, nessun segno tangibile per spiegare l’improvvisa scomparsa, anche se era conscio di essere stato la causa dell’abbandono.

Il 14 luglio 2010 raggiunse la baita per trascorrere qualche giorno di relax fra larici e abeti, ma anche per ricordare con un pizzico di nostalgia quanto era avvenuto un anno prima.

Trovò la porta aperta e questo lo mise in apprensione, perché qualcuno aveva violato il suo mondo.

Si aggirò per le stanze alla ricerca delle tracce dell’intruso senza scoprire nulla. Tutto sembrava in ordine, nessun oggetto era mancante o era stato spostato.

«Eppure sono certo di avere chiuso con cura la porta due settimane fa quando sono ripartito. Chi è che si è introdotto furtivamente?» disse ad alta voce per convincersi che non stava sognando.

Percepì il pianto di un neonato proveniente dalla stanza di sopra.

Calma Pietro!” si disse col cuore in tumulto mentre si precipitò nella camera che aveva visto pochi minuti prima vuota e silenziosa.

«Sì, è inconfondibile! È il pianto di un neonato!» esclamò sorpreso, mentre entrava.

Girò intorno al letto e vide dalla parte dove era solita coricarsi Elisa un cesto con dentro una bambina che si succhiava il pollice e piagnucolava come se avesse fame.

Aveva pochi radi capelli di un bel colore ramato e due grandi occhi blu che risaltavano sulla carnagione rosata.

Non appena lo vide smise di piangere e gli sorrise come se l’avesse riconosciuto.

«Chi sei?» domandò con tono ingenuo, pensando che potesse rispondergli.

Vide un biglietto scritto a mano, appuntato sul cuscino:

Ecco nostra figlia. Abbi cura di lei’.

Nessun’altra indicazione, che sarebbe apparsa superflua. Era chiara la provenienza. Era la stessa grafia degli appunti. Dunque era stata Elisa a scrivere quello che avevano letto insieme. Un velo di commozione gli scese sul volto.

Pietro era diventato padre di una bella bambina, che chiamò Amanda.

FINE

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  1. ma…ma… ma come!!!
    gli ha appioppato la figlia ed è sparita!?
    mai piaciuta a me sta Elisa grrrr troppo intraprendente.

    Burle a parte, non mi aspettavo un finale così… in sospeso: mi ha lasciato un sacco di interrogativi ^_^
    ma mica tutte le domande hanno risposte, no?! 😉 (però tutte le risposte hanno una domanda :-))) )

    Piace a 1 persona

  2. Non ci posso credere!
    Ho aspettato la puntata numero 50 per festeggiare il traguardo e adesso scopro che ti fermi proprio alla quarantanovesima… 😀
    Beh, complimenti lo stesso Gian Paolo.

    Piace a 1 persona

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