Archivio mensile:novembre 2018

Raggiunti i 50k a nanowri

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Ce l’ho fatta. Ieri ho raggiunto la fatidica quota di 50.000 parole con la storia di Puzzone. Una bella faticata.

Questo è il certificato provvisorio della mia fatica.

certificato di 50k

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Gli attrezzi per lo scrittore

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Oggi parlo di altro. Niente racconti, né puntate di qualcosa a spizzichi e bocconi.
Una breve vacanza in attesa di pensare a cosa farò da grande. Per il momento niente a parte la scrittura degli ultimi capitoli della nuova storia di Puzzone. Però non divaghiamo troppo.
Oggi mi propongo di parlare degli strumenti di chi scrive. Scrivere ‘scrittore’ mi fa prudere le mani e venire l’orticaria.
Dunque parliamo cosa serve allo scribacchino, l’imbratta carte o più aderente al periodo l’imbratta schermo.
Immagino che più della metà di chi osa leggere i miei pezzi, abbandona la partita perché pensa che parlo di libri, carta o elettronici, che aspettano solo di essere comprati.
Errore, cari lettori. Se volete leggere consultare testi sperando di elevarvi dalla cintola in su come qualcuno nella Divina Commedia – non chiedetemi chi è o sono, non lo ricordo – nel mare magnum della scrittura, sbagli di grosso. Se siete mediocri, leggendo pile di libri sulla scrittura creativa o sugli incipit o come si scrive in italiano oppure come non si scrive, mediocri rimanete. Io nel mio piccolo sono un mediocre e tale resterò, anche se ho letto qualche testo di autori famosi che monetizzano la loro notorietà spiegando i trucchi del mestiere.
Dunque lasciamo questo argomento ma parliamo degli attrezzi di lavoro ovvero dei programmi che ci permettono di mettere nero sul bianco dello schermo.
‘Uffa’ dirà qualcuno e non a torto, ‘abbiamo il nostro programma di video scrittura preferito e ci basta quello’.
È vero MSWord, Libreoffice e il suo parente povero, Openoffice, possono bastare. In effetti è così. Io infatti uso Libreoffice da tempo e ne sono soddisfatto. Mi sono creato due template – diciamo due modelli – uno per ottenere documenti nel formato 5,5×8,5 e l’altro 6×9. Misure naturalmente in pollici, che corrispondono ai due formati più comune dei libri.
Qualche curioso ci sarà e mi chiederà di spiegare i motivi di questa scelta. Ovviamente sono felice di soddisfare la loro curiosità. Non ci sono? Peccato ma lo spiego lo stesso. Il motivo è semplice: avere al termine della scrittura di una storia un testo ben formattato e quasi pronto per essere pubblicato o trasformato in un epub o un mobi. Pure pronto per diventare un testo cartaceo, perché è specchiato, la pagina di destra è diversa da quella di sinistra, non ci sono pagine bianche, i margini sono quelli richiesti dal cartaceo.
Adesso che mi sono beato dandomi una pacca sulla spalla per come some bravo e anche gli ultimi irriducibili lettori mi hanno abbandonato parlerò di quegli strumenti nati solo per chi scrive. Non descriverò come funzionano, perché ci sono dei blog che l’hanno fatto. Di certo non riuscirei a essere alla loro altezza: Marco Freccero e il suo blog, Barbara Businaro e il suo Webnauta.
‘Allora cianciaballe, di cosa vuoi parlare?’
Calma. Voglio solo fare un piccola rassegna dei programmi, che rappresentano un valido aiuto a chi scrive. Come? Permettendo di abbandonare fogli e appunti sparsi ovunque, la cui consultazione è fonte di stress, perché non troviamo mai quello che cerchiamo.
Questa panoramica oltre a un rapido riassunto delle sue caratteristiche fa il punto su quali piattaforme lavorano.
Ywriter e Bibisco hanno in comune molti tratti. L’elenco dei personaggi, le schede relative alle scene, la scrittura dei capitolo ed altro ancora. Diciamo tra i due Ywriter è più completo. Al momento ci sono due versioni 5 e 6. Nato come supporto per il contest NaNoWriMo si è andato sviluppando e arricchendo di funzionalità che ne fanno un prodotto completo e affidabile. Barbara Businaro ne ha scritto una bella guida che potete trovare qui.
L’ambiente nativo è Windows ma funziona sia su IOS, sia su Linux. Nella versione 6 può sincronizzarsi con lo smartphone e tenere aggiornato il testo. Quindi esiste una versione Android, che onestamente non ho provato. Su Windows so che funziona benissimo. Su Linux c’è da fare qualche distinguo. La versione 5 va abbastanza bene, anche se ha qualche mancamento. Tanto per esemplificare: l’uso del mouse e delle combinazioni dei tasti non sempre vengono recepiti. Il problema non è il programma ma l’ambiente di lavoro. Per la versione 6 ci sono più problemi. Diciamo che la versione mono non recepisce correttamente l’esecuzione del programma.
Bibisco, più spartano, non soffre problemi di piattaforma, perché essendo scritto in un linguaggio universale, Java, funziona bene su tutte le piattaforme.
Entrambi prodotti sono scaricabili in forma gratuita, Se volete potete donare qualcosa.
Specifico per l’ambiente IOS è Scrivener, programma a pagamento, che dicono molto valido. Se siete abituati a collegare con disegni utile è Scapple, di cui esiste una versione Windows.
Infine due programmi di video scrittura molto particolari. LaTeX e LyX che sono adatti per testi scientifici, umanistici e altri che necessitano di avere una bibliografia.
LaTeX è un formidabile strumento per comporre tipograficamente documenti complessi. Fornisce funzioni di desktop publishing programmabili e mezzi per l’automazione della maggior parte della composizione tipografica, inclusa la numerazione, i riferimenti incrociati, tabelle e figure, organizzazione delle pagine, bibliografie e molto altro.
Oltre a documenti stampabili può inoltre produrre presentazioni della stessa resa grafica grazie alla classe Beamer.
Prodotto open source è scaricabile liberamente in ambiente Windows e Linux.
LyX utilizza LaTeX per produrre i documenti, perché viene descritto dagli sviluppatori non come un word processor ma come un document processor in quanto permette di concentrarsi sulla struttura del testo invece che sul suo layout. La fase di stampa viene gestita producendo codice LaTeX, con il quale è possibile una stampa di qualità elevata. Inoltre con un altro programma, BibTeX, è in grado di gestire la bibliografia.
Anche questo è opensource e funziona nei due ambienti Windows e Linux.
Entrambi i prodotti sono di nicchia, perché possono servire qualora si debbano produrre testi articolati che i normali MSWord e Libreoffice non riescono a generare.

Terza settimana di nanowrimo

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NaNoWriMoNAtional NOvel WRItring MOnth

Anche quest’anno partecipo a nanowrimo, un evento per chi ama scrivere. Le regole sono semplici: scrivere almeno 1.667 parole al giorno per ogni giorno del mese di novembre allo scopo di raggiungere le 50.000 parole in un mese. Un traguardo ambizioso ma raggiungibile.

Quindi ogni anno nel mese di novembre c’è questa speciale non gara che mette in palio una coccarda virtuale con su scritto “Winner”.

Insieme a me ci sono un numero imprecisato di persone tutte impegnate a scrivere la loro dose di parole quotidiane sparse ai quattro cantoni del mondo.

Quest’anno la novella, si fa per dire, è un inedito, perché le parti scritte non sono ancora pubblicate sul mio blog.

Il tema? Un altro giallo che vede Puzzone protagonista. Lo pubblicherò? Forse, non ho ancora deciso.

Adesso mi devo concentrare sull’ultima settimana, quella del rush finale. Una volata per scrivere ancora 8.431 parole e farle certificare dal sito. In sostanza dovrei scrivere 1205 parole per terminare il 30 novembre con 50.000 parole esatte.

L’anno scorso il traguardo è stato raggiunto con una serie di racconti con un giorno di anticipo.

Quest’anno? Non lo so.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – artisti di strada

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Questa bella immagine di Etiliyle mi ha suggerito questo mini racconto

Buona lettura

Il borgomastro di Venusia ha un’idea: colorare i lastroni della piazza con la fontana senz’acqua. Però c’è un intoppo: nessuno dei suoi concittadini sa tenere un pennello in mano. Quindi decide di convocare il consiglio dei saggi che governa Venusia per studiare come fare. Il più giovane dei savi ha ottanta cinque anni, il più vecchio non ricorda nemmeno l’anno di nascita. Insomma una allegra squadra di giovanotti di una volta.

«Voi siete i saggi di Venusia» attacca da lontano Roberto B., il borgomastro. «Quindi mi potete illuminare con la vostra saggezza».

Un mormorio si leva da quel uditorio di persone che non hanno ben compreso cosa vuole da loro il borgomastro. Quasi tutti sono sordi e quelli più giovani, si fa per dire, portano l’apparecchio acustico.

È tutto un “cosa?”, “come?”, “perché?”, finché Martino non si alza per chiedere cosa vuole da loro.

«Non abbiamo ben capito perché ci abbia convocati» spiega Martino, stringendo gli occhi da miope.

«Come ho detto» ripete con pazienza Roberto B., sospirando perché forse doveva convocare i pochi giovani venusiani meno tonti e senza problemi della prostata. «Vorrei abbellire la piazza della fontana…».

«La fontana senz’acqua?» chiede Piero, il giovincello della squadra, come se a Venusia ci siano piazze a iosa e fontane che buttano acqua o vino.

In effetti se lo facessero ci sarebbe la coda a bere.

«Bravo Piero! Proprio quella» lo canzona il borgomastro con il tono sarcastico della voce. «Vorrei abbellirla con dei disegni».

«E dovremo farli noi?» suggerisce Armando dalla testa liscia come un uovo, mentre trema al solo pensiero di dover colorare il quaderno del nipotino.

Roberto B. sbuffa perché se si prosegue così non si arriva da nessuna parte.

«No, non voi» si affanna a spiegare il borgomastro a cui è venuta la pelle d’oca all’idea che lo facciano loro.

“Se lo volessi affidare a voi starei fresco, visto che non sapete tenere in mano nemmeno una matita” riflette Roberto B. visibilmente adirato. Inspira aria per mascherare l’irritazione prima di proseguire.

«Vorrei trovare uno o più artisti che sappiamo come tenere in mano un pennello» conclude il borgomastro che sta sudando copiosamente anche se la temperatura non è calda. Rivoli si sudore scendono dalle tempie e sotto le ascelle si formano dei grossi aloni nella camicia.

«Ma signor borgomastro basta dirlo chiaro che volete qualche madonaro a decorare i lastroni di porfido della piazza» esclama Oreste che si è appena svegliato del pisolino.

«Bravo Oreste!» afferma Roberto B. che si morde la lingua per non averci pensato lui. «Facciamo un bel concorso e così senza spendere un venusino ci ritroviamo decorata la piazza».

«Ma il concorso chi lo fa?» chiede Amilcare che ha sentito qualche parola smozzicata. «Il concorso per diventare borgomastro?»

Roberto B. diventa rosso come un peperone e pare un vulcano pronto a eruttare parolacce ma si trattiene. L’idea del concorso d’idee gli piace e non ha certo bisogno di questi vecchi bavosi per metterlo in piedi.

«Ragazzi mi siete stati di grande aiuto per risolvere questo problema. Potete tornare alle vostre occupazioni» li congeda il borgomastro ansioso di liberarsi di questa compagnia.

Qualche settimana dopo una bella squadra di artisti di strada sono al lavoro sui lastroni di porfido della piazza per trasformarli in opere d’arte.

 

Scrivere creativo – miniesercizio 80 – Una giornata a Tokyo

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Nuova sfida sulle 200 parole e tre lemmi slegati tra loro proposta da Scrivere creativo. Ecco l’esercizio proposto.

Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.

L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.

Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.

Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una parola che nessuno può dire

– Un venditore zoppo

– Una città dell’estremo oriente

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Sofia camminava per le vie di Tokyo osservando i passanti che la sfioravano. Qualcuno con un inchino sembrava volersi scusare di averla lambita. Era un mondo diverso da quello in cui era vissuta.

Aveva vinto un favoloso viaggio di una settimana a Tokyo collezionando le figurine Liebig, che aveva deciso di premiare i clienti affezionati ai suoi prodotti.

Sofia adesso si trovava lì in mezzo a gente sconosciuta, che parlavano un linguaggio strano composto da segni ancor più misteriosi. Era tutto un inchino. “Prego, prima lei”. “No, prima lei”. E così rimassero sulla soglia del negozio per ore a scambiarsi cortesie, finché esausti non decisero di andarsene senza essere entrati nella bottega.

Sofia era senza parole nel vedere questo siparietto che non riusciva a capire. “Stare impalati per ore per stabilire chi deve entrare per primo” pensò Sofia, mentre guardava la vetrina di un verduraio. “Mi sembra uno spreco senza senso”.

Alzò gli occhi e lesse l’insegna “Frutta e verdura di Haruki Yamamoto”, mentre dentro vide un omino grinzoso che zoppicava. Dal labiale evinse che stava pronunciando un’imprecazione scurrile.

Non seppe il perché ma scoppiò a ridere. “Anche in Giappone si usano pronunciare le parolacce” si disse, mentre si allontanava.

Scrivere creativo – miniesercizio 79 – Pieter

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Riprendo un vecchio esercizio di scrivere creativo di qualche settimana fa. Di seguito il testo proposto.

Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.

L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.

Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.

Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una chiave

– Un vecchio arrampicato su un albero

– Una specifica via di Berlino

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Pieter camminava lungo Unter den Linden verso la porta di Brandeburgo quando si chinò a raccogliere una chiave. Rimase sorpreso perché era come quelle che si usano per aprire le vecchie porte, arrugginita e scomoda da mettere in tasca.

Girò lo sguardo intorno a sé per vedere se qualcuno la reclamava. Rimase basito, perché ebbe l’impressione di essere invisibile. Avvertiva lo sfioramento dei corpi ma loro non provavano la medesima impressione.

“Che sia fatata?” si chiese, stringendola e fu catapultato in un altro mondo.

Si trovava in una foresta dove il sole faticava a penetrare. Odore di muschio, di umidità stantia. Si guardò intorno: “Dove sono finito?” ma non capì nulla salvo che aveva dismesso il gessato e il cappotto foderato di agnello. Le eleganti scarpe erano sparite e i piedi erano nudi incrostati di fango.

Sbigottito con la chiave in mano mosse un passo sul tappetto verde di soffice erba. In preda al panico si diresse verso l’albero dalla chioma ampia come il suo giardino.

Alzò gli occhi, sgranandoli perché seduto sul ramo stava il vecchio Adolf che lo salutò con la mano.

Diede una capocciata contro il tronco mentre guardava in alto svegliandosi in un lago di sudore.

La kitsune – parte quarantanovesima

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Con questa puntata si chiude la storia di Elisa e Pietro. Lascio qui l’elenco delle puntate precedenti per chi le volesse leggere.

 

Molti segreti rimasero tali senza che nessuno li svelasse o desiderasse conoscerli. Entrambi ritenevano giusto non affrontarli e così preferirono tacere.

Pietro ed Elisa rientrati a Belluno non si posero più domande sulle vicende che li avevano coinvolti. Era come se non volessero risvegliare ricordi dolorosi. Però Pietro cercò in silenzio le risposte ai mille interrogativi che si era trascinato al loro rientro.

Si chiese che fine avesse fatto la kitsune, senza scoprirlo mai. Gli giunse all’orecchio in modo casuale diverse voci su questa misteriosa volpe. Alcuni affermarono d’averla incontrata che si aggirava attorno alla baita. Però forse erano solo “si dice” e nulla più perché nessuno saliva dal paese fin lassù. Altri sostenevano che nessuna volpe abitava quel bosco perché era a quota troppo elevata per questo animale e poi avrebbe faticato a procurarsi il cibo. Quindi aggiunsero che era una favola inventata da qualche burlone. Però pensò che fosse stato un sognare a occhi aperti, un vagabondare con la mente per distrarsi e fantasticare senza agganci con la realtà la giustificazione di eventi che non potevano essere spiegati logicamente. Alla fine rinunciò a capire se era un animale o un mito senza pensarci più. In effetti non la vide mai comparire tutte le volte che si recarono alla baita e se ne scordò completamente.

Marco era sparito, come era comparso in maniera strana, lasciando Pietro perplesso sulla sua esistenza. Provò a comporre il numero memorizzato per contattarlo, ma ascoltò la voce pre registrata che come un mantra lo informava che era inesistente.

Eppure sono sicuro del numero e che almeno una volta mi ha risposto” si disse volendo scacciare il pensiero di essere uscito di senno.

Nel registro delle chiamate riscontrò che il 13 giugno aveva effettivamente telefonato a quel numero. Dunque non si era sognato. Però adesso era sparito.

La volpe, Marco, un bosco dotato di poteri magici, Elisa, una donna, che afferma di essere la cugina di una compagna di scuola che in realtà non si sa chi sia! Un vero rompicapo che devo decifrare da solo. Se lo raccontassi a qualcuno, sarei preso per visionario, un fan del genere fantasy. Però non è vero! Elisa sta al mio fianco, la volpe l’ho vista, con Marco ho parlato. Unico dubbio è il bosco, ma esiste”.

Cercò inutilmente il ritaglio di giornale che credeva di aver conservato senza trovarlo. Si era volatilizzato in maniera del tutto singolare.

Forse l’ho gettato via, perché non mi interessava” concluse per nulla convinto.

Dopo diversi tentativi lasciò cadere gli sforzi di mettersi in contatto con Marco. Di questo non ne accennò con Elisa, perché non volle coinvolgerla nelle ricerche. Da quando erano tornati gli era apparsa giorno dopo giorno strana o meglio stranita. Non desiderò acuire il suo senso di malessere con domande sulla vicenda del bosco e su Marco.

Pietro verificò sui giornali dell’epoca se le cronache avessero segnalato la morte di Klaus o eventi riconducibili ai fatti narrati nel racconto senza trovare tracce. Concluse che questi erano il frutto della fantasia di un ignoto scrittore. Convenne che fosse inutile intestardirsi nella ricerca di riscontri agli eventi che li avevano coinvolti.

Qualche settimana più tardi Pietro ricevette un messaggio del notaio Bombardi di Cortina perché doveva recarsi al più presto nello suo studio notarile per comunicazioni urgenti.

Lo contattò telefonicamente per verificare che non fosse un altro scherzo del destino visto i molti misteri che si erano addensati su di lui rendendo surreali le vicende che lo avevano coinvolto.

Questa volta sembrava tutto reale: notaio, lettera e testamento. Concordato il giorno dell’appuntamento, si recò con Elisa a Cortina. Il notaio gli lesse il testamento olografo nel quale Klaus Pinchler lo nominava erede universale dei suoi beni. In apparenza non pochi: un cospicuo conto bancario, il bosco degli elfi e annessa baita, una villetta in una zona periferica a Cortina, una bella casa a Sappada e altre proprietà in Carnia.

«Questa avventura incredibile per certi versi ha prodotto frutti insperati che stento a pensare che non sia un sogno a occhi aperti» sussurrò a Elisa, che annuì per conferma.

«Mi scusi, dottor Bombardi» chiese con tono umile Pietro. «Klaus Pinchler in che data ha scritto questo testamento?»

«Era il 15 settembre 2006».

Pietro non replicò perché era il primo tassello che combaciava nel disegno generale. Dunque si convinse che anche gli altri misteri si sarebbero svelati. Almeno così sperava.

«Però il sig. Pinchler ha posto alcune clausole precise affinché lei possa prendere possesso dei beni» e gli lesse un documento allegato al testamento.

Lui, oltre a essere il proprietario, era nominato custode del bosco con la condizione che non lo avrebbe mai alienato e l’avrebbe conservato nello stato nel quale si trovava. Un ulteriore impegno lo vincolava: era quello di mantenere curato il terreno sotto il grande abete alla destra della baita senza altre specificazioni, ma Pietro ne conosceva i motivi.

Pietro divenne il nuovo proprietario del bosco, dopo aver pagato la tassa di successione risparmiando i trecentomila richiesti.

Di ritorno da Cortina Elisa gli pose la richiesta di andare a vivere stabili nella baita, ma lui rispose in maniera evasiva come per prendere tempo. Voleva riflettere perché effettivamente Klaus era esistito e con lui probabilmente anche Amanda. Però era inquieto perché quella ricostruzione che appariva il frutto della fantasia di un ignoto autore adesso acquistava una consistenza per nulla fantastica.

Elisa tentò invano di adattarsi alla vita cittadina, perché la nostalgia del bosco, della natura selvaggia del monte Antelao la stavano distruggendo giorno dopo giorno.

Solo quando erano alla baita sembrava rinascere, diventare allegra, essere l’Elisa che Pietro aveva conosciuta nei quattro giorni passati a luglio.

Eppure l’affetto, il desiderio di stare uno vicino all’altro non era scemato, ma era cresciuto. Però su Elisa scendeva un velo di tristezza con il loro ritorno a valle e tale rimaneva fino al successivo week end.

Era una domenica di metà settembre, quando Elisa disse seria: «Pietro, io rimango qui. Tu puoi tornare a Belluno da solo. Sto bene solo quando sono tra i larici e gli abeti del bosco».

A nulla servirono le suppliche di Pietro, che a malincuore la lasciò nella baita con la promessa che l’avrebbe raggiunta il fine settimana seguente.

«Mi raccomando tieni sempre aperto il telefono. Chiamami a qualsiasi ora del giorno e della notte e io sarò qui in un baleno. Non mi piace lasciarti qui da sola. Torno a Belluno a malincuore».

Un lungo e appassionato bacio suggellò la loro separazione.

Durante il viaggio di ritorno prese la decisione di lasciare Belluno, il posto di lavoro e stabilirsi nel bosco degli elfi. Gli servivano qualche settimana per attuare il progetto e si ripromise di non dire nulla a Elisa, perché voleva farle una sorpresa.

Nei giorni seguenti la chiamò più volte nella giornata senza accennare a quello che aveva in mente.

Arrivato il fine settimana, Pietro salì alla baita senza fare la solita telefonata quotidiana, ma al suo arrivo la trovò vuota e in ordine con telefono acceso sul tavolo. Elisa sembrava essersi volatilizzata. Era scomparsa senza lasciare tracce.

Si sentì perso, perché aveva compreso che se ne era andata senza lasciare nessuno scritto. Attese che ritornasse, ma la speranza fu vana. Rimase alla baita anche nei giorni seguenti con l’illusione che sarebbe ricomparsa come era scomparsa all’improvviso.

Pietro l’aspettò invano nei fine settimana successivi il suo ritorno, ma capì che era tornata da dove era venuta e che non l’avrebbe mai più rivista.

Con le prime nevicate non salì più alla baita, perché aveva compreso che Elisa era sparita per sempre dalla sua vita. Si maledì per non avere ceduto subito alle sue richieste, di avere taciuto quello che aveva in mente. Questa era la punizione che la kitsune gli aveva riservato.

Pietro era curioso sapere chi fosse veramente. Di certo non era la cugina di Maria, ma non avrebbe mai conosciuto la verità. Questo pensiero lo tormentò perché lei aveva condito il racconto con molti particolari che erano veri, mentre si domandò come avesse potuto esserne a conoscenza.

Elisa ha conservato gelosamente la propria identità senza mai svelare chi era nella realtà” si disse, mentre riordinava quegli appunti che avevano letto insieme durante quei fatidici quattro giorni di luglio.

Forse era vera l’affermazione di Elisa che sosteneva di essere una elfa e Marco un elfo. A entrambi era stata assegnata una missione al termine della quale sarebbero scomparsi. Però…”. Scosse il capo per negare l’evidenza.

La nostalgia lo assalì mentre ricordò i capelli rossi e gli occhi blu, ma non poté nulla per scacciare dalla mente quei ricordi. Percepì che c’era un vuoto dentro di sé non più colmato dalle sensazioni che la ragazza gli aveva saputo trasmettere.

L’aveva amata per quello che era stata senza esitazioni, ma adesso era perduta per sempre per colpa sua e delle sue indecisioni.

Nella primavera del 2010 con lo scioglimento della neve riprese il pellegrinaggio alla baita, che trovava sempre intatta e ordinata, ma desolatamente vuota. Non scorse nessuna traccia di un suo passaggio, nessun segno tangibile per spiegare l’improvvisa scomparsa, anche se era conscio di essere stato la causa dell’abbandono.

Il 14 luglio 2010 raggiunse la baita per trascorrere qualche giorno di relax fra larici e abeti, ma anche per ricordare con un pizzico di nostalgia quanto era avvenuto un anno prima.

Trovò la porta aperta e questo lo mise in apprensione, perché qualcuno aveva violato il suo mondo.

Si aggirò per le stanze alla ricerca delle tracce dell’intruso senza scoprire nulla. Tutto sembrava in ordine, nessun oggetto era mancante o era stato spostato.

«Eppure sono certo di avere chiuso con cura la porta due settimane fa quando sono ripartito. Chi è che si è introdotto furtivamente?» disse ad alta voce per convincersi che non stava sognando.

Percepì il pianto di un neonato proveniente dalla stanza di sopra.

Calma Pietro!” si disse col cuore in tumulto mentre si precipitò nella camera che aveva visto pochi minuti prima vuota e silenziosa.

«Sì, è inconfondibile! È il pianto di un neonato!» esclamò sorpreso, mentre entrava.

Girò intorno al letto e vide dalla parte dove era solita coricarsi Elisa un cesto con dentro una bambina che si succhiava il pollice e piagnucolava come se avesse fame.

Aveva pochi radi capelli di un bel colore ramato e due grandi occhi blu che risaltavano sulla carnagione rosata.

Non appena lo vide smise di piangere e gli sorrise come se l’avesse riconosciuto.

«Chi sei?» domandò con tono ingenuo, pensando che potesse rispondergli.

Vide un biglietto scritto a mano, appuntato sul cuscino:

Ecco nostra figlia. Abbi cura di lei’.

Nessun’altra indicazione, che sarebbe apparsa superflua. Era chiara la provenienza. Era la stessa grafia degli appunti. Dunque era stata Elisa a scrivere quello che avevano letto insieme. Un velo di commozione gli scese sul volto.

Pietro era diventato padre di una bella bambina, che chiamò Amanda.

FINE

La kitsune – parte quarantaottesima

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Penultima puntata. La storia volge al termine. lascio qui gli indirizzi per chi volesse leggere l’intera storia.

okami kami by okami

 

Elisa aveva appena accennato a parlare quando Pietro la fermò, perché voleva sapere senza ignorare il contesto.

«Hai detto che Marco appartiene a questo bosco, al mondo fatato che lo popola. Dunque è un elfo. Però…».

Elisa gli mise un dito sulla bocca per farlo tacere. Stava facendo troppe domande e lei non poteva rispondere a tutte. Ormai il suo mondo era quello reale con tutte le sue compulsioni, con gli errori che gli uomini commettevano, con le gioie e i dolori che accompagnavano la loro esistenza.

Guardò fuori dalla finestra e la vide nel mezzo della radura.

«Pietro!» esclamò con la voce impaurita. «È là nel prato che mi aspetta!»

«Chi, di grazia?» replicò infastidito da tutte queste storie fantastiche. «Chi sta nella radura? Non dirmi che è la volpe? Io non sono un cacciatore, né intendo diventarlo. Se vuole stare là, che ci resti! A me non importa nulla. Basta che resti al suo posto. Nel bosco».

Si girò verso la finestra, notando solo un lampo rossastro che si infilava tra le felci e i rovi del sottobosco.

«La guardo e fugge!» disse ridendo Pietro, mentre stringeva con calore Elisa.

Le ricordò che aveva lasciato molti punti oscuri nel racconto. Se era una elfa, perché temeva la volpe e perché la kitsune cercava d’impadronirsi di lei e non di un’altra. Quale era l’effettivo ruolo di Marco nel contesto. Chi aveva deciso di coinvolgerlo nell’acquisto del bosco. Inoltre chi aveva scritto tutto quello che avevano letto.

Però Elisa adesso era sfuggente e non svelava nulla rimanendo nel vago. Pietro nonostante gli sforzi non riuscì a ottenere le risposte che avrebbe desiderato conoscere, mentre la giornata cominciava a smorzare i toni con la luce che perdeva d’intensità.

«Che ne dici, se saliamo in camera? Tra poco comincerà a fare buio. Partiamo stasera oppure domani mattina?» chiese con tono dolce, mentre la baciava.

«Muh!» replicò Elisa con le labbra incollate a quelle di Pietro. «Sì, saliamo. Ho voglia di te. Partiamo domani o non partiamo affatto. Vorrei restare con te finché la morte non ci separerà!»

«Uh, non è possibile restare. Domani devo tornare al lavoro. Non sono ricco come Klaus, che si poteva permettere di vivere per molti anni senza fare nulla. Però stare insieme fino alla morte è un pensiero che mi solletica molto. Quasi, quasi…».

E mentre salivano le scale, aggiunse: «E poi come faccio a pagare il mio debito con Marco?»

«Dunque pensi di acquistare il bosco?» esclamò allegra Elisa. «Sarebbe il più bel regalo di nozze che mi potresti fare!»

Pietro corrugò la fronte infastidito che lei si dovesse sposare con qualcuno che non era lui.

«Con chi ti sposeresti, di grazia? Lui sa che sto insidiando la sua promessa sposa?»

«Non essere ingenuo! Sei tu il mio promesso sposo!»

«E da quando?»

«Dal primo giorno che ti ho incontrato!» rispose con garrula eccitazione.

«E io non ne sapevo nulla! Non conoscevo donne, né avevo intenzione di frequentarne perché le ritenevo fonte di guai e scocciature. Invece mi ritrovo fidanzato con le pubblicazioni di nozze prossime allo scadere… Ah! sono proprio da ricovero».

Elisa sorrise mentre lui la prese in braccio per fare gli ultimi gradini. Appoggiò la testa sul petto, socchiudendo gli occhi. Non gliene importava nulla della volpe, di quello che sarebbe stato il suo futuro, gli era sufficiente stare le braccia di Pietro.

Mentre entravano nella camera, colto da un ricordo della conversazione interrotta esclamò: «Se sei una elfa, come puoi essere la cugina di Maria Marcon? Non mi pare che lei vivesse in un bosco».

Elisa lo guardò negli occhi con lo sguardo sorridente replicandogli che questo era un segreto che voleva custodire ancora per un po’.

«Ora non è il momento di parlarne, perché voglio fare all’amore» concluse decisa, troncando la discussione.

Si spogliarono e si stesero sul letto. Pietro la guardò e pensò che era davvero bello stare lì e tenere stretta una donna come lei. Più l’osservava e più sentiva la passione crescere dentro di lui. Eppure solo pochi giorni prima questi pensieri non lo sfioravano, né avrebbe immaginato che potessero affiorare nella sua mente. Però adesso esistevano pronti a lievitare come le sensazioni che provava nell’accarezzare quella pelle morbida e vellutata.

Senza dire nulla, muovendo solo gli occhi e le mani continuò a sfiorare con delicatezza quel corpo che rispondeva flessuoso come un giunco mosso dal vento.

Si assopirono dolcemente uniti e abbracciati sognando mondi paralleli e convergenti.

Pietro si svegliò avvertendo una presenza estranea che lo turbò, mentre Elisa continuava a dormire col respiro lieve e sereno di chi era rilassato e tranquillo. Gli occhi, abituati al buio notturno, spaziarono per la camera, mentre gli altri sensi erano in allarme. Percepì un leggero fruscio come qualcosa che sfiorasse silenziosa il pavimento. Però non era in grado di localizzarne la provenienza. Il rumore gli sembrò svanire in lontananza.

È nella camera? Ma non vedo nulla. Forse proviene dalla stanza al pianoterra. Ma chi sarà?” rifletté tenendosi pronto a difendere la ragazza che continuava a dormire serena.

Non erano passi umani, ma qualcosa d’altro che non riuscì a catalogare. S’irrigidì d’istinto per un senso di timore che irrazionalmente lo aveva coinvolto. Subito il pensiero corse a quanto Elisa aveva affermato nel pomeriggio.

Cos’è?” si chiese senza muoversi, cercando di non svegliare il suo sonno tranquillo.

È forse la volpe che vuole riprendersi quello che ritiene suo?” Questo pensiero lo fece rabbrividire per un fugace istante. Però fu solo un attimo prima di riprendere il controllo di sé.

Non aveva nessuna intenzione di perderla perché era entrata di prepotenza nella sua vita e perché adesso la desiderava con passione. L’avrebbe difesa con tutte le forze, perché non poteva rinunciare a Elisa.

Udì rumori soffusi, come un leggero grattare di unghie sul legno, che si avvicinavano furtivi e in maniera altrettanto circospetta si allontanavano. Sembrò che volesse mettere alla prova la tenuta del suo auto controllo, del suo dominare le emozioni.

La paura prese il sopravvento sulla ragione mentre avrebbe desiderato avere qualcosa a portata di mano, perché percepiva la propria impotenza di fronte a un pericolo sconosciuto.

Dunque un corpo estraneo, forse poco amichevole, si aggirava per la casa. Non era un essere umano, ma un’entità che voleva penetrare nella sua mente per prenderne possesso e suscitare le paure più irrazionali.

Cosa mi sta inducendo a sognare a occhi aperti senza realizzare nulla di concreto? Domani potrei percepire che ne sarebbe valsa la pena. I sogni possono essere ristoratori per lo spirito, perché le persone comprendono il bisogno di ritirarsi dalla realtà per incontrare la loro interiorità”.

Pietro non ritenne le circostanze adatte a lasciarsi andare a fantasiose immagini su un futuro che non conosceva.

Provò a resistere alla tentazione di aprire la mente all’intruso senza apprezzabili risultati, ottenendo un martellante bussare sempre più insistente.

«Chi sei?» domandò con tono duro. «Cosa vuoi? Perché sei entrato in questa baita come ospite non gradito? So che mi stai ascoltando. Rispondi».

Una voce femminile, modulata con armonica bellezza, irruppe prepotente nella testa e lo fece sobbalzare per lo spavento. Elisa borbottò qualcosa di poco intellegibile, mentre Pietro la strinse a sé accarezzandola con dolcezza. Lei riprese il sonno regolare come rassicurata dalla presenza del suo uomo.

Si impose di auto controllarsi con maggiore rigore e di mantenere la calma, perché non voleva prestarsi al gioco di questa entità misteriosa dalle sembianze femminili.

«Non puoi sottrarmi questa donna. Mi appartiene, come tutto quello che ti circonda è mio. Lasciala e ritorna da dove sei venuta. Non sfidarmi, non accrescere la mia irritazione» replicò con un cipiglio minaccioso, sapendo di bleffare.

La voce femminile aveva assunto un tono duro, autoritario, quasi stridulo nel riaffermare che quella donna che Pietro stringeva e proteggeva non poteva essere sua.

«Chi sei? Questa donna è mia ormai» continuò per nulla intimorito.

«Ha fatto una scelta di vita. Io le appartengo come lei a me. Chiunque tu sia, non hai più potere su di lei. Domani Elisa partirà e dividerà la sua vita con me. Questo bosco tra non molto sarà mio e con esso tutto quello che vive qui. Rassegnati, tu dovrai dividere il tuo potere con il mio. Tu governerai la notte, io il giorno».

Un silenzio ostinato coprì gli ultimi pensieri formulati nella mente di Pietro, che comprese che l’entità sconosciuta era ancora lì a metabolizzare le ultime affermazioni.

Si stupì di riuscire a capire il linguaggio di questo essere inquietante attraverso un processo mentale e a colloquiare con esso per la medesima via.

Però si chiese chi fosse questo misterioso personaggio che parlava con tono e voce femminile. Nutriva dei dubbi che sarebbe riuscito a tener testa e respingerlo dove era sempre stato. Altre domande sorsero nella sua mente, perché doveva comprendere chi era e in quale maniera riusciva a esprimersi attraverso il pensiero. Non avrebbe mai pensato di stabilire un contatto verbale attraverso questa via. Questa novità lo atterriva e allo stesso tempo lo ralleggrava.

«Chi sei?» formulò con tono ruvido la domanda per conoscere il suo nome.

Un silenzio assordante arrivò alla sua mente, anche se era sicuro che la figura non si fosse mossa dal piano terra o da dove si trovava.

Per quali motivi non aveva il coraggio di mostrarsi visivamente rappresentava il nuovo pensiero di Pietro turbato da questo dettaglio.

Era certo che l’essere era in grado di leggere nella mente le sue riflessioni, ma questo non lo disturbava. Anzi era proprio la sfida che intendeva proporre. Sapeva che era impotente ad agire nei suoi confronti, perché era immune ai sortilegi per la sua condizione di umano. Consapevole di questa superiorità decise che non l’avrebbe utilizzata per scacciarlo, ma se ne sarebbe servito per negoziare le sorti di Elisa in condizioni di vantaggio.

«Perché sono più forte di te? Non lo so. Ma non m’importa di conoscerne le motivazioni. Non ho paura nello sfidarti a viso aperto. Se hai coraggio, mostrati».

Pietro continuò a meditare convincendosi che la partita fosse decisa a suo favore.

«Dunque non parli più? So che sei sempre qui e che riesci a leggere i miei pensieri. Però ho la forza del vincente. Se non hai più nulla da dire, abbandona la baita e torna da dove sei venuto».

Il silenzio, rotto dal leggero sibilare del respiro ritmato di Elisa, coprì il pensiero.

Percepì che l’entità restava muta perché aveva perso la battaglia, ma non si decideva a lasciare la baita per non ammettere la sconfitta. Rimaneva taciturna senza nessuna speranza di vincere l’ostinazione di Pietro.

«Ti concedo…» continuò come un sovrano che magnanimamente accorda la grazia al condannato. «Ti concedo di rimanere fino all’alba, ma poi te ne devi andare a mani vuote. Questa donna è mia e resterà mia. Torneremo qui senza problemi, perché il tuo potere è in frantumi. Lo so che mi stai ascoltando. Addio» affermò con voce ferma affinché il messaggio giungesse chiaro a destinazione.

La sua presenza non lo inquietava più e riprese il sonno interrotto.

Quando il chiarore del giorno nascente fece capolino nella stanza, svegliandolo dal sonno, stava albeggiando. Non percepiva più esseri estranei all’interno della baita ed era sicuro che non sarebbero più tornati.

«Elisa» sussurrò mordicchiandole il lobo destro dell’orecchio. «È tempo di svegliarsi. Tra poche ore torniamo a casa».

La ragazza si stiracchiò come una gatta dopo una lunga dormita.

«Buongiorno! È già ora di partire? Stavo meravigliosamente bene tra le tue braccia».

«Sì» affermò Pietro. «stanotte è venuta la kitsune, ma se è andata via a mani vuote e non tornerà più. La storia me la racconterai meglio in un’altra occasione. Ora penso solo a te e al nostro futuro».

A Elisa brillarono gli occhi e lo baciò.

La kitsune – parte quarantasettesima

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Chi è Elisa? Presto lo saprete. Mentre qui trovate gli indirizzi delle puntate precedenti,

Illustration in Carmilla, Joseph Sheridan Le Fanu’s vampire story.
by Fiston

 

Elisa smise il broncio che aveva abbruttito il suo volto, mentre gli occhi tornarono a brillare.

«È una storia quasi surreale, ma spero che tu mi creda. Io non sono quella che appare, ma quella che stava nascosta in questo bosco. Marco ha un compito da portare a termine prima di sparire. Io sono il suo braccio operativo, quella che deve trasformare i suoi progetti in realtà. Come folletti benevoli gli elfi hanno deciso di salvare il bosco che da millenni li ospita e li nutre, poiché è minacciato dalle motoseghe delle aziende di legname o dalla voglia di costruire nuovi comprensori sciistici. Qui si annidano elementi fatati che vorrebbero vivere in tranquillità, ma si sentono minacciati da forze che tramano nell’ombra. Marco è un elfo ed è stato incaricato di trovare qualcuno che ami e custodisca integro quello che ci circonda. Quando hai telefonato, ha compreso che tu avresti potuto essere la persona giusta. Credo che abbia avuto buon fiuto».

Elisa si fermò a rifiatare, mentre lo sguardo di Pietro passò da ironico a sorpreso. Stentava a credere a quanto Elisa stava dicendo.

«Tu vivi in apparenza nel tuo mondo in maniera monotona: casa e lavoro, lavoro e casa. Senza sprazzi o colpi improvvisi di testa. In realtà sei un istintivo. Una sorta di anarchico razionale. Sei una contraddizione continua. Dietro la maschera di razionale logica si annida una persona che improvvisa, che assume atteggiamenti incomprensibili e in contrasto con il modello che hai costruito esternamente».

Pietro percepì che la sua intimità era stata violata e messa in piazza come panni stesi al sole.

«Come puoi affermarlo con tanta sicurezza? Mi conosci appena e Marco per nulla!» replicò con veemenza.

Elisa sorrise, perché era sicura di aver centrato l’obiettivo.

«Ecco. Vedi come ti agiti per dimostrare che le mie affermazioni sono sbagliate! Non tenti di demolire razionalmente le mie asserzioni, ma mi chiedi conto di quello che dico».

«Ammettiamo» rispose caustico Pietro. «Ammettiamo pure che la diagnosi sia corretta. Per quale motivo siete sicuri che possa essere la persona adatta a difendere voi e il bosco che vi ospita?»

Rimase in silenzio aspettando la risposta. Avvertì una tensione interna, accompagnata da sensazioni che andavano dal disagio esterno al conflitto interiore.

«Perché hai accettato di essere coinvolto in questa avventura? Perché hai letto con tanta avidità le storie che ti abbiamo fatto trovare? La risposta è semplice: la tua curiosità ha stimolato l’istinto, sempre sorvegliato da una razionalità vigile e prudente. Ricordi l’episodio della volpe che ci ha guidato verso casa? Se tu fossi quello che hai sempre dichiarato di essere, non l’avresti seguita ma avresti provato a usare la logica che si annida in te. E se ti dicessi che quella volpe è il nume tutelare del bosco? Cosa ne pensi?»

Pietro scoppiò a ridere.

«Ancora quella volpe! Ma è una fissazione la tua! Quale fantastica storia mi vuoi proporre? Dunque la volpe è la regina del bosco e governa tutti noi! Bella! Bellissima immagine… Ma ti devo credere? Avete raccontato molte storie fantastiche a cominciare da…».

«Ricordi quello che hai letto nel racconto?» lo interruppe Elisa. «Klaus è stato punito perché la voleva cacciare via. Ha ucciso Amanda, che era l’aspetto umano della kitsune. Per questo è finito tragicamente».

Pietro si rannuvolò pensieroso e osservò la ragazza.

«Così tu hai preso il posto di Amanda?» chiese con imbarazzo, credendo poco all’intera spiegazione.

«No!» si schernì la ragazza. «Io sono Elisa e basta! La kitsune lo sa e vorrebbe…».

«Kitsune? Cos’è di grazia? Stavamo parlando di una volpe dall’intelligenza quasi umana o meglio dotata di poteri magici. Ora mi parli di Kitsune. È il suo nome, come tu sei Elisa?»

«Non ricordi quella parte del racconto, nel quale Klaus parla di una volpe, la kitsune, che può assumere sembianze umane?»

«Beh! pensavo che fosse una leggenda… Mi pare di rammentare che fosse una figura mitologica giapponese. Qui siamo dalle parti di Cortina, mica sul monte Fuji! Uh! Che sbadato… Siamo in un’epoca globale e quindi la volpe giapponese si è localizzata in Italia! Ah! Ah!” e Pietro cominciò a ridere.

Elisa esternò il suo disappunto corrugando la fronte e restringendo le labbra a due sottili linee rossastre.

La storia sta prendendo una piega imprevedibile che potrebbe scatenare delle sensazioni dagli aspetti non chiari” pensò Elisa. “Non devo cadere nella trappola rispondendo colpo su colpo. Capisco che non tutto sia limpido. Il coinvolgimento di Pietro è stato forzato. Lui reagisce in modo caustico. Come posso convincerlo che la kitsune non è un elemento immaginario, ma reale e concreto?”

«Della volpe» affermò Elisa decisa a proseguire la narrazione senza parlare della volpe. «Ne parliamo dopo. Riprendiamo da dove il racconto è stato interrotto….».

Aspetta!” interruppe Pietro. «Chiariamo il discorso volpe o kitsune o come diavolo si chiama. Chi è? Come agisce? E perché sta intorno a questa baita?»

Elisa trasse un profondo respiro perché di questo ne voleva parlare più avanti.

«La kitsune è una volpe che si aggira in questo bosco, che le appartiene. Sembra incredibile, ma è vero. Quando Klaus ha acquistato questo bosco, non ha voluto considerarla come colei che lo governa. Ed è entrato in conflitto sottovalutandola, perché pensava di essere il più forte. Quando è tornato con Amanda, non ricordò più che c’era e l’ha ignorata come se fosse un qualsiasi animale del bosco. Un giorno la kitsune si è impossessata del suo corpo, dal quale è uscita quando Klaus l’ha uccisa scambiandola per la volpe alla quale dava la caccia. Da allora ha cercato di materializzarti in un corpo di un’altra donna senza riuscirvi. Come è morto Klaus, l’hai letto. Per entrare in un corpo femminile, serve che ci sia buio. Non chiedermi il perché, ma penso che abbia necessità dell’oscurità per entrare attraverso il dito della mano…».

«Ci devo credere?» chiese perplesso Pietro.

«E perché no!» replicò con veemenza Elisa diventando rossa per lo sforzo di essere credibile.

«Come faccio a sapere che tu non sei la kitsune sotto mentite spoglie? E poi chi sei veramente?»

«La kitsune ha bisogno del buio. E noi abbiamo tenuto accesa sempre la luce. Non è mai riuscita a entrare nella baita, perché abbiamo sempre sbarrato porte e finestre prima che calasse l’oscurità. Poi sono sempre stata al tuo fianco, perché tu sei il mio talismano. Colui che mi protegge! Capisci perché io sono Elisa e non la kitsune?»

«Però tu avresti potuto esserlo prima che io comparissi nella tua vita. Anzi prima che tu irrompessi nella mia! E…»

«Non hai capito nulla…»

«Ti sembra che possa capire qualcosa! Però hai ragione, perché non so chi sei veramente».

Elisa strinse le spalle e si aggrappò disperatamente a Pietro senza dire nulla, ma solo riflettendo su loro.

La storia della kitsune è troppo fantastica per apparire vera e reale. Però è così! Lei mi sta dando la caccia, ma finché io sarò con Pietro non potrà nulla! Lui è dubbioso. Pensa che io gli stia raccontando una favola, una storia inventata. Insomma una frottola ben congegnata. Come dargli torto? Dovrebbe incontrare la kitsune e parlarle, ma lei non può farlo finché non entra nel corpo di una donna. E io non voglio! Io amo Pietro e desidero stare accanto a lui. Non voglio finire come Amanda! Chissà dov’è finito il suo corpo? Ma forse la spiegazione è che era diventato un guscio vuoto o… Ma perché devo pensare a quella donna che mi assomiglia nel fisico in modo tremendo. Io sono una elfa che ha scelto di vivere come una donna umana con le passioni e le emozioni che può provare. Un giorno, spero lontano, morirò come tutti gli esseri umani, ma questi quattro giorni mi hanno fatto comprendere che la mia scelta va nella direzione giusta. Ma ora devo spiegare chi sono. Chissà se mi crederà?”

E sospirando ricominciò a parlare.

La kitsune – parte quarantaseisima

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Ancora tre puntate poi cala il sipario sulla storia. Lascio qui gli indirizzi per leggere gli arretrati

 

Pietro la teneva stretta sul petto, riflettendo su quello che si erano detti. “Nessun mistero su come mi ha conosciuto o meglio su come ha imparato a conoscermi”.

Ammettendo che fosse vera l’affermazione, Pietro fece un calcolo sull’età che avrebbe avuto in quel periodo. “All’incirca sette, otto anni a braccio” si disse ma, anziché scemare, i dubbi crescevano, perché la ritenne troppo piccola per raccogliere le confidenze della cugina. Si chiese quali motivi l’avevano spinta a salire da Venezia fino a Belluno. Un altro punto da chiarire.

Quella cugina petulante… tanto diversa” pensò mettendole a confronto. Trovò che Elisa era una ragazza deliziosa, molto differente nel fisico e nel carattere con la quale avrebbe passato insieme giorno e notte.

Pietro emise un sospiro, perché c’erano punti oscuri e incongruenze vistose. Gli apparve strano il motivo per il quale l’aveva cercato. In realtà non l’aveva spiegato per nulla. “Di sicuro non per fare un piacere alla cugina, che le caverebbe gli occhi, così non può più vedermi” si disse, accennando un pallido sorriso. Accantonato il motivo della venuta di Elisa a Belluno, gli vennero in mente altri due dettagli dubbi. “Come ha fatto a rintracciarmi? Quali rapporti ha con Marco?”

C’erano aspetti inquietanti: la straordinaria assomiglianza con Amanda, la conoscenza dei segreti tra i due amanti, la sua insistenza nella scoperta degli eventi avvenuti nella baita e per l’acquisto del bosco. “Una domanda alla volta, ma devo conoscere tutti i particolari” concluse.

Elisa stava abbandonata su Pietro, rilassata e serena, perché percepiva che lui era sinceramente innamorato. Era il suo sesto senso femminile a suggerirglielo.

Fin’ora non sono sorti problemi tra noi” rifletté Elisa, socchiudendo gli occhi. “Ho soddisfatto al momento la sua curiosità senza troppi affanni. Sarà sempre così? Sarebbe bello, ma domanda richiama domanda. Pietro non si accontenterà di rimanere in superficie”.

«Non dirmi che mi hai cercato solo per fare un piacere alla cugina rompicoglioni, perché non ci credo!» attaccò Pietro per iniziare il chiarimento di questo punto.

Elisa sorrise, guardandolo negli occhi con aria di sfida ma rimanendo in silenzio per costringere Pietro a parlare.

«Perché un mese fa? E non un anno o sei mesi fa?» proseguì cadendo nel tranello.

Elisa assunse un’aria sorniona, quasi aspettandosi queste parole.

«Hai detto che mi hai visto nelle foto che tiene la cugina, ma sono vecchie di tredici e più anni! Non sono rimasto lo stesso! Sono cambiato fisicamente. Allora ero magro come uno stecco e coi capelli tagliati a spazzola. Ora sono robusto di corporatura e la capigliatura è diversa. Capelli lunghi e ondulati. Quale altra storiella mi vuoi propinare?»

Elisa cambiò espressione da sorridente a imbronciata sentendosi offesa ma non reagì alle provocazioni, rimanendo in silenzio e misurata le parole. “Lo sapevo che avrebbe cominciato a demolire la mia storia. Non l’ha bevuta per nulla! E adesso?” rifletté col viso serio.

Pietro le arruffò i capelli dandole dei leggeri morsi sul collo, aspettando con pazienza che la ragazza si decidesse di parlare.

Ci sono tormenti che non guariscono, nemmeno col tempo, al contrario ricominciano a far male in certe ‘condizioni atmosferiche’. Se accade, inconsciamente ci richiudiamo su di noi, oppure reagiamo da persone ferite senza motivo apparente. Nel peggiore dei casi, diventiamo offensivi, senza volerlo, forse senza esserne consapevoli. Non so il perché ma credo che questa sia una di quelle occasioni. Chiedo delle spiegazioni e lei di rimando mette il broncio, come se la parte offesa fosse lei e non io”.

Pietro aspettò con pazienza che Elisa si decidesse a parlare, a svelare quei numerosi segreti che custodiva dentro di sé.

Elisa per contro continuò a rimanere muta con un’ostinazione irritante che rasentava la maleducazione.

Tuttavia, se ‘fa bello’ come in questo momento, Elisa avrebbe l’opportunità di far emergere questi aspetti attraverso un colloquio franco e onesto” rifletté Pietro deluso dal comportamento della ragazza. “L’apertura franca dei propri pensieri la porterebbe a essere più libera nel comportamento e nella relazione ma si è richiusa a riccio e non ne vuole parlare”.

Di nuovo Pietro espresse ad alta voce i suoi pensieri.

«Senza dubbio hai rivelato particolari significativi del mio passato. Però il racconto zoppica per essere credibile. Ad esempio non sai spiegare i motivi per i quali mi hai cercato. Poi come hai fatto a rintracciarmi e a riconoscermi quel famoso sabato» affermò Pietro con gli occhi che esprimevano delusione.

Poi con un brusco cambio nel tono della voce affrontò un altro punto: «Visto che non vuoi parlare dei motivi per i quali mi ha cercato, cambiamo argomento. Quale disegno sta dietro a Marco e al bosco?»

Elisa sembrò ridestarsi cominciando a parlare.

«La storia è lunga e forse non riuscirò a raccontarla tutta per bene. Forse serviranno più giorni per narrarla compiutamente. Avevo sperato che ti fossi accontentato di qualche spiegazione, ma…».

Pietro sorrise e la strinse a sé come se non volesse che fuggisse via.

«Devo sapere. Devo conoscerti. A volte mi sembra che tu non abbia nessun segreto, a tratti appari come una ragazza piena di misteri. Però… Però hai fascino! Non avrei mai creduto che una donna potesse trasmettermi tutte le sensazioni che in questi giorni sei riuscita a donarmi. Prima di conoscerti, in realtà non le conoscevo per niente…».

Fatta una breve pausa Pietro riprese il discorso lasciato in sospeso.

«Prima di conoscerti credevo che il genere femminile fosse composto solo di scocciatrici pronte a dare unicamente delle noie ma mi ero sbagliato! E di molto».

Pietro si fermò osservando le sue reazioni.

«Mi hai convinto che si possono allacciare relazioni, frequentare nuovi amici o iniziare un nuovo amore senza che si traduca in dubbi interiori. Mi hai insegnato che esiste la possibilità di realizzarmi uscendo dal mio guscio. Ho compreso che i cambiamenti non provocano attriti con l’esistenza quotidiana, ma piuttosto che sono i benvenuti. Non devo permettere ad abitudini conservatrici o all’insicurezza di privarmi di questa occasione. Ora posso apportare quelle variazioni che miglioreranno la qualità della mia vita, anzi della nostra vita. In questi anni, forse il pensiero della cugina, mi ha distratto in senso negativo. Adesso ascolto in silenzio quello che mi racconterai, perché è meglio dissipare i dubbi prima di avviarci insieme su un sentiero comune».