La kitsune – parte ventottesima

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Ancora letture e la lieve atmosfera natalizia. Per chi volesse leggere le parti precedenti le può trovare qui.

foto personale

Pietro, accantonati gli appunti di Klaus, andò a pescare tra i fogli di Amanda. Gli sembrò intrigante una pagina del diario di Amanda che trovò durante la ricerca. Si sistemò, osservando la ragazza che con gli occhi socchiusi era appoggiata al suo petto. “Pare che dorma ma forse è solo una finta” pensò iniziando la lettura.

Dal diario di Amanda

25 Dicembre 1999

Oggi è Natale e fuori sta nevicando. Dalla finestra ricoperta da un velo di ghiaccio, che ogni tanto scivola sul vetro, si vede un manto candido interrotto qua e là da qualche arbusto che si protende fuori. Il silenzio è assoluto, rotto unicamente dalle parole del vento che accarezza la baita. Klaus sta preparando un pranzo speciale, almeno è quello che ha detto, quando si è rinchiuso in cucina, vietandomi l’ingresso. Però vapori e odori uscono invitanti dalle fessure della porta. Sono curiosa di sbirciare quali piatti sta cuocendo sulla stufa e nel camino, ma lui è stato inflessibile.

«Prepara la tavola. E poi gusterai la sorpresa» mi ha detto con un tono imperioso che non ho mai ascoltato.

Ho scelto il servizio più bello e la tovaglia rossa, su cui ho sistemato una ghirlanda con una grossa candela decorata nel centro, comprata la settimana scorsa a Cortina. È rossa come vuole la tradizione e presenta intorno dei motivi con foglie di agrifoglio. La ghirlanda è composta da rami d’abete e di pungitopo, che cresce robusto dietro la baita. L’abete profuma ancora di resina che si mescola con gli odori che fuoriescono dalla cucina. L’ho preparata con le mie mani, scegliendo i rami più belli. Klaus ha osservato divertito come sbuffassi affinché l’intreccio assumesse la configurazione che avevo in mente. Alla fine la mia ostinazione è risultata vincente.

Per me è stata una novità addobbare la tavola, perché prima non lo ho mai fatto. Finché sono rimasta in casa coi miei genitori, il Natale era triste, perché lo trovavamo un insulto alla nostra povertà. La tavola era quella di tutti i giorni con i piatti buoni, anziché quelli spaiati e sbeccati che usavamo di solito. Per me il Natale non faceva differenza con il giorno prima, né con quello dopo. Erano tutti in fotocopia. Tristi e malinconici. Poi da sposata faceva tutto la domestica: la tavola, il pranzo, il servire i commensali. Io dovevo limitarmi a essere la padrona di casa che riceveva sulla porta la frotta di ospiti che Guido aveva invitato e nulla più. Mi sembrava di essere il maggiordomo che accoglieva gli invitati e i relativi cappotti.

«Pietro, sarebbe bello che fosse già Natale! Con noi due soli chiusi qui dentro. Però mancano troppi giorni per poter sognare» interruppe Elisa con l’aria svagata.

«Sei rimasta colpita dalla descrizione di Amanda?»

«No. La conoscevo già…».

«È vero che sei Amanda. Quindi l’hai già vissuta l’atmosfera…».

«Sei adorabile quando punzecchi» replicò Elisa baciandolo. «Ma sei così acido che non meriti un secondo bacio».

Mi sono sempre sentita estranea, un corpo senza vita, un ninnolo da mostrare ai convitati. Non percepivo la festa come una gioia da condividere con gli altri. Le chiacchiere inutili e fatue, gli atteggiamenti di sopportazione nei miei confronti, le frecciatine malevoli erano il corollario di una giornata che non finiva mai. Tutte le feste tra Natale e l’Epifania erano un supplizio che dovevo sopportare col sorriso sulle labbra e l’angoscia dentro il cuore.

Oggi è diverso, perché fuori c’è la neve, perché finalmente sono protagonista, perché posso scegliere cosa mettere sulla tavola, come addobbare la stanza senza limitazioni o divieti. Mi sono sentita libera psicologicamente!

Sarà una giornata splendida, che ricorderò sempre!

Klaus è pieno di attenzioni, è un amante eccezionale.

Mentre ho preparato la tavola sono entrata in confusione, perché non sono sicura di come disporre posate e bicchieri. Il bicchiere da vino sta a destra o a sinistra? Di che cosa? Io l’ho messo come vagamente ricordavo la disposizione a casa di Guido. Ma chi se ne frega se è nel posto sbagliato! Nessuno potrà criticarmi se non conosco le buone maniere della tavola!

Dopo tanto bussare e molti urlacci del tipo «Non si entra!» o «Pensa alla tavola!» o «Aspetta il tuo turno!» Klaus grida: «Amanda, vieni!» aprendo la porta della cucina che è chiusa a chiave.

Sono stordita dall’odore e dai profumi che i piatti spandono nell’aria.

«Che profumo! Sei bravissimo!» è quello che sono riuscita a dire, mentre mi aggiro intorno al tavolo per piluccare qualcosa. Mi sono vista come una bambina alla scoperta di un mondo che non sapeva che esistesse. Avete presente Alice? La celebre Alice del cappellaio matto? Beh! Quella sono io!

«Uh! Come è buono! Cos’è?» gli chiedo stupita assaggiando delle palle profumatissime che galleggiano nel brodo di carne.

«Speck knodel» risponde pronto, mentre prepara il dolce tipico del Trentino vecchio di qualche secolo, ma che per me è una novità assoluta.

«Cosa? Non ho capito nulla, ma sono buonissime».

Continuo negli assaggi sotto gli occhi divertiti di Klaus.

Gli sarò apparsa come la bambina golosa che assaggia tutto leccandosi le dita. Lo guardo ammirata perché io non sarei in grado di preparare quasi nulla di simile.

«Dammi una mano per lo zelten! Prendi quelle mandorle e spellale».

Lo osservo con l’occhio sgranato e la bocca aperta per la sorpresa alla sua richiesta.

«E come si fa?» ho risposto mogia perché non l’avevo mai fatto.

«Mettile a mollo nell’acqua calda e la buccia in un amen viene via».

Klaus conosce tutti i trucchi in cucina e io ho fatto la figura della pellegrina che non sa nulla.

Lo osservo con quale perizia prepara l’impasto e con altrettanta velocità dispone mandorle, fichi e pinoli come copertura.

«Vieni» mi dice avviandosi verso il forno.

Mentre il dolce si dora nel forno, prepariamo diverse pagnotte di pane di segala e ci baciamo incuranti del rischio di bruciare tutto.

È troppo bello stare tra le sue braccia, al sicuro e protetta, nell’attesa che nel forno finiscano di cuocere il dolce e il pane. Credo che sia stato il più bel pranzo della mia vita con un menù e una preparazione degna di un grande chef!

Durante l’autunno abbiamo fatto scorta degli ingredienti che oggi stiamo utilizzando. Lamponi e mirtilli per la composta di frutta e la mostarda, mandorle per il dolce, mele selvatiche per guarnire l’arista di maiale, funghi per l’insalata, erbe odorose per la salsina verde. È un tripudio di gusti e di profumi lievi e vellutati.

Il pranzo è durato un’eternità, ma non abbiamo nessuna fretta perché desideriamo assaporare le portate con calma. E poi perché correre? Siamo solo noi due! Siamo talmente sazi che alla sera abbiamo preso solo un po’ di brodo con un paio di knodel rimasti, mentre siamo abbracciati davanti al camino.

È la prima volta che questa festa è tutta mia. E come suggello abbiamo fatto all’amore con un trasporto e un’intensità che non riesco a descrivere.

Vorrei che fosse sempre Natale.

«Sì, lo vorrei anch’io! Ma ora sei mio!»

Lo stuzzicò finché non fecero l’amore con un trasporto e piacere che pareva fossero Amanda e Klaus.

Il sonno tardò a venire, né lo cercarono seriamente.

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