Un caso per tre – un giallo a quattro mani – diciannovesima puntata

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La storia sta volgendo al termine, qualcosa di intuisce ma ci sono ancora punti oscuri che risolverà Elena (nonsolocampagna). Per quelli che volessero leggere tutto d’un fiato la storia, troveranno i link di seguito.

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Qui troverete la puntata diciannove. Buona lettura

Mentre Walter parlava con Debora, Sofia faceva il suo ingresso con Puzzone scura in volto e nervosa.

«Potevi venire a prendermi» lo apostrofò con tono gelido. «Ero preoccupata non vedendoti tornare. L’uomo è uscito a passo di carica col viso storto per la rabbia mentre tu non eri dietro di lui».

Walter fece l’occhio languido per addolcire quella furia, mentre Puzzone si sistemava tra loro. Stava per dire qualcosa quando una soneria cominciò a torturare i timpani. Tutti e tre si misero freneticamente alla ricerca dei loro telefoni, pensando che fosse il proprio.

Debora illuminò i suoi occhi vedendo il display. Era il suo che trillava incessante.

«Hai novità?» chiese non appena avviò la comunicazione.

Walter e Sofia si guardarono perché non sapevano chi avesse chiamato. Lui si avvicinò alla guancia della compagna per darle un bacio.

«Giuda!» sussurrò con un filo di voce, accettando quel pegno d’amore.

«Sei sicura?» continuò Debbi nella sua conversazione fatta di molti suoi silenzi e poche parole.

Debora, appoggiò il portatile sul tavolino basso di fronte a lei e si alzò per camminare come se dovesse smaltire della tensione.

«Grazie, Flo. A buon rendere» disse chiudendo la comunicazione.

Debora ripose il telefono nella tasca della felpa e si sedette sul divano, mentre Walter e Sofia si misero di fronte per ascoltare le ultime novità dell’amica.

«Era Flora» disse schiarendosi la voce. «Mi ha detto che la patente potrebbe essere falsa ma la cugina non ha voluto spingersi oltre, perché se fosse così dovrebbe avviare una denuncia. Insomma sarebbe un bel casino spiegare tutto. La carta di circolazione è intestata Mario Depedis e non batte pari con la patente. Però è autentica confrontandola coi dati assicurativi».

Lo sguardo all’inizio dubbioso di Walter si trasformò in un sorriso.

«Abbiamo due punti fermi. Sappiamo chi è entrato nella stanza 216 e chi l’ha favorito e coperto. Vediamo come lasciarla fuori. Mi ha fatto pena» affermò a mezza voce Walter, mentre Sofia aggrottò la fronte per le parole oscure del compagno.

«Il secondo» riprese la disamina Walter, «ci porta a un nome di Roma, mentre la patente è di un nominativo di Bari. Quindi altamente probabile un nome fasullo».

Walter si guardò in giro. Nella hall c’erano diverse persone che in apparenza non sembravano prestare attenzione alle loro chiacchiere.

«Che ne dite se ci spostiamo fuori in un posto appartato per parlare senza troppe orecchie in ascolto?»

Detto e fatto. Si trasferirono nella stessa panchina che permetteva di osservare l’hotel senza essere notati.

Walter riprese il discorso interrotto in precedenza per mettere insieme tutte le informazioni in loro possesso. La morte di Francesca non era accidentale ma un omicidio volontario. Albertino era stato rapito per costringere i genitori a saldare un debito contratto con un usuraio romano. Dino e Gina erano coinvolti in entrambi gli eventi. Però dovevano andare alla caccia delle prove prima di parlarne col maresciallo.

«Albertino dopo il rapimento è rimasto chiuso nella stanza 216 per qualche ora» precisò Walter.

Era arrivato a questa conclusione pensando alla felpa rimasta all’interno e rimossa da Dino.

«Ma perché? Non c’era il rischio di essere sorpresi?» chiese Debbi poco convinta della ricostruzione nella parte finale.

«In effetti sì ma secondo me serviva un posto riparato prima di trasferirlo in un luogo sicuro».

Debora scosse il capo per nulla convinta da questa affermazione. Era una semplice congettura senza punti d’appoggio.

«Albertino mentre andava dalla zia è stato convinto da Gina a recarsi all’hotel. Qui perde o getta il telefono nel cespuglio e finisce nella 216. Forse per costringerlo a scrivere ai genitori. Forse perché qualcosa ha fatto precipitare gli eventi scombinando i loro piani. Poi sono stati sorpresi da Francesca. Una curiosità pagata a caro prezzo».

Adesso Debbi era un po’ più convinta sulla ricostruzione degli avvenimenti ma rimanevano dei punti oscuri.

«Ma ora dobbiamo scoprire dove tengono segregato Albertino, prima che sia troppo tardi e trasferito in un posto lontano» fece Debora intrecciando le mani in grembo.

Walter socchiuse gli occhi come per pensare poi guardò l’ora sul telefono.

«Sofia, fai un salto in camera, per favore. Prendi dal tavolino basso quella carta dettagliata del bosco».

Sofia e Debbi lo guardarono come se fosse un marziano. Poi lei si alzò per salire in camera. Rimasero in silenzio in attesa del ritorno.

«Andare nel bosco adesso non conviene. Tra poco la luce se ne va e non mi sembra prudente farci sorprendere dal crepuscolo. Però, se non è molto distante, possiamo fare un salto dove hai trovato lo zainetto di Albertino» suggerì Walter, mentre Sofia era di ritorno.

Debora annuì. La proposta era convincente.

«Suggerisco di battere il bosco domattina presto. Ci portiamo i cani» fece Debbi, mentre Walter distendeva sulla panchina la carta.

«Però se vogliamo vedere il posto, è meglio sbrigarci» disse Debbi, alzandosi.

Mezz’ora più tardi erano dove tre giorni prima aveva trovato le tracce del bivacco. L’area era recintata col nastro bianco e rosso dei carabinieri e un po’ ovunque c’erano cartelli che vietavano l’ingresso.

Puzzone non sapeva leggere oppure non gliene fregava nulla d’infrangere i sigilli; così si inoltrò nella zona vietata annusando tutto fino al punto dove le tracce del fuoco erano ancora visibili.

«Devi insegnargli a leggere» disse con tono ironico Debora, mentre Walter e Sofia risero di gusto.

«Però hanno rischiato accendendo un fuoco nel bosco. Se la forestale vedeva il fumo sarebbero stati scoperti» notò Walter, mentre Puzzone continuava la sua esplorazione personale in apparenza casuale.

Debora annuì. Conosceva bene quanto fossero fiscali e senza dubbio erano stati fortunati a non farsi cogliere con le mani nel sacco.

Walter richiamò Puzzone, perché era giunto il momento di ritornare all’hotel. La luce stava calando rapidamente ed era prudente affrontare il ritorno con un minimo di chiarore. Non avevano con loro una torcia per illuminare il sentiero in caso di oscurità.

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