Un caso per tre – un giallo a quattro mani – quindicesima puntata

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Riprende la storia di Debora e Walter con l’aiuto di Puzzone e Lina. Elena (nonsolocampagna) e io vi conduciamo per parola verso la soluzione, ancora lontana, dell’intrigo, Per i più pigri lascio i link delle puntate precedenti. La cadenza delle pubblicazioni rallenta. Solo al venerdì. Si avvicinano le ferie e si legge meno.

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Buona lettura.

Una camera nel sottotetto con un lucernario per dare luce e aria, un letto in stile IKEA a una piazza, una sedia e un piccolo armadio si presentava così la stanza che la proprietà aveva destinato a Cecilia. Fredda nel periodo invernale, calda in quello estivo.

Da un paio d’anni prestava servizio come stagionale in qualità di cameriera ai piani. Lei abitava a Roccaraso ma preferiva rimanere in hotel piuttosto che affrontare il viaggio quotidiano al termine del turno giornaliero.

Sdraiata sul letto a riposare, pensò a Bruno, “il signor Walter” come l’aveva chiamato quando si era presentato per scusarsi. Le aveva fatto piacere e allo stesso tempo le aveva tolto la preoccupazione che la signora Maria venisse a conoscenza che lei aveva aperto una stanza al momento libera senza autorizzazione.

Il signor Walter l’aveva colpita per i suoi modi gentili e garbati, ma durante la visita si era rafforzata la prima impressione facendo scattare una forte empatia. In maniera irrazionale e puerile aveva mostrato uno spicchio di mutandine e una porzione di seno sperando di fare colpo. Però lui si era negato con garbo senza ferire il suo amor proprio.

È stato meglio così” pensò Cecilia, scoprendo il giorno dopo che lui era legato a una donna affascinante dal carattere deciso e alquanto gelosa.

Walter era in auto aspettando Debora per recarsi alla caserma dei carabinieri.

Nell’attesa ripensò, a quando si era recato da Cecilia, per giustificare il suo comportamento davanti alla stanza 216. Ragionandoci giudicò che fosse stata una mossa felice perché su Albertino erano usciti altri pettegolezzi che sommati a quelli riferiti da Sofia potevano costituire la chiave d’interpretazione della sua scomparsa.

Cecilia gli aveva raccontato alcuni episodi in cui era stato implicato Albertino, un ragazzino curioso e sveglio Questi gettavano una nuova luce su di lui. Sempre in giro per il paese e nei dintorni non gli sfuggivano gli amori clandestini né episodi di dubbia liceità. Questa curiosità d’impicciarsi degli affari altrui poteva essere il motivo del suo rapimento.

Era assorto nei suoi pensieri, quando Debora salì sull’Audi.

«Ciao. Ti vedo serio. Qualcosa non va?»

«No. Stavo riflettendo su Albertino. Abbiamo sempre pensato al rapimento scartando l’ipotesi di un allontanamento volontario. Potrebbe essere incappato in qualcosa di grosso tale da indurlo a nascondersi. Quello che mi ha indotto a pensarlo è stata quella ricerca notturna sconclusionata» affermò Walter avviando l’auto.

Debbi rimase in silenzio a riflettere su questa ipotesi ma in assenza d’indizi non era plausibile.

«Ma hai delle novità su questo fronte?»

«No. Niente che non conosci già. Solo uno spunto di riflessione» disse Walter, imboccando la strada per Roccaraso.

«Cosa diciamo al maresciallo?» s’informò Debora. «Accenniamo anche al misterioso uomo e alla felpa?»

Walter scosse la testa perché non era d’accordo su questo. Secondo lui rischiavano di mettersi nei guai inutilmente.

«Mi limiterei al telefono e allo zaino. Il resto è argomento scivoloso che possiamo sfruttare più avanti se capita l’occasione».

Debora rimase in silenzio. Lei ne avrebbe accennato, essendo convinta che facesse parte della banda, perché era sconosciuto al personale dell’hotel.

Arrivati a destinazione Walter parcheggiò l’Audi poco distante dalla caserma.

«Il maresciallo ci attende» dichiarò Debora all’appuntato all’ingresso.

Qualche istante più tardi furono fatti accomodare in una stanza con le finestre dotate di robuste inferriate.

«Mi sembra di essere in carcere» mormorò Walter, mentre dalla porta di fronte a loro comparve il maresciallo.

«Buongiorno signora».

Poi volse il viso verso Walter, che non ricordava di aver mai visto.

«Bruno. Walter Bruno» anticipò la domanda Walter, presentandosi.

Il maresciallo annuì, quando Debora prese la parola.

«Mentre facevo una passeggiata nel bosco il mio cane ha trovato questo» e allungò lo zaino al maresciallo. «In quel posto c’erano anche tracce di un piccolo fuoco e di pneumatici».

Debbi rimase in silenzio in attesa delle sue reazioni, prima di parlare del telefono.

«Sarebbe in grado di ritrovare il posto?» s’informò il maresciallo, che appoggiò lo zainetto su una sedia.

A spanne si direbbe uno zainetto simile a quelli usati dai ragazzi, che portano a tracolla” rifletté il maresciallo, al quale sembrava strano che nessuno avesse notato i resti di un fuoco, visto che era vietato durante l’estate. Doveva organizzare una battuta con quelli della scientifica.

Lo riprese in mano per esaminarlo meglio. Lo zainetto appariva in uno stato precario sporco e con qualche traccia di fango sull’esterno. Aperta la cerniera controllò l’interno. Nulla d’interessante al suo interno. Lo pose sulla scrivania in attesa di farlo analizzare dalla scientifica, anche se dubitava che potesse fornire utili indicazioni. Semplice scrupolo. Poi l’avrebbe sottoposto ai genitori per sincerarsi che appartenesse ad Albertino.

«Certamente. Quando vuole la posso accompagnare» confermò Debora. «Ma c’è qualcosa che le vorrei mostrare. Puzzone, il cane di…».

Fece una piccola pausa prima di proseguire.

«Il cane del signor Bruno ha trovato in un cespuglio dell’hotel questo telefono» e lo allungò al maresciallo.

Lui lo osservò con sguardo dubitativo.

«Ma potrebbe essere di un ospite dell’hotel» suggerì, mentre armeggiava per accenderlo.

«Abbiamo indagato e nessuno ha perso un telefono» tagliò corto Debbi, che si aspettava questa obbiezione.

«Secondo Giuseppe, il giardiniere, potrebbe appartenere ad Antonio De Grandis, il fidanzato di Francesca Forti, la ragazza trovata morta nell’hotel» affermò Walter sporgendosi leggermente in avanti.

Il maresciallo interruppe le manovre sul telefono e sollevò lo sguardo posandolo su Walter.

«Perché?»

«Dice che ne aveva uno uguale» spiegò Walter aggiungendo la sua opinione. «Però secondo me potrebbe essere di Albertino».

Il carabiniere spalancò la bocca per la sorpresa. “Ma chi pensa di essere? La signora crede di essere Jessica Fletcher. Lui Sherlock Holmes?” pensò prima di rispondere.

«Per quale motivo lei afferma che appartiene ad Albertino?»

Walter capì d’essersi incastrato da solo e doveva tirarsi fuori con eleganza.

«Puzzone ha un olfatto molto sviluppato. Qualche giorno fa ha avuto modo di annusare una maglia del bambino, rimasta nell’hotel, quando andava in piscina» spiegò con calma Walter.

«E con questo?»

Walter sorrise, perché quella mezza verità rendeva plausibile la successiva affermazione.

«Lui punta solo su odori familiari» concluse, appoggiandosi di nuovo allo schienale.

Il maresciallo esplose in una sonora risata.

«Ingegnosa come trovata. Mi dica invece la verità su questo telefono» disse con voce burbera mentre il viso tornava serio e indagatore.

«Signor maresciallo capisco le sue perplessità. Lei prenda un indumento di Albertino e lo nasconda da qualche parte. Io vengo con Puzzone e vedrà coi suoi occhi cosa è capace di fare» lo sfidò Walter.

Il maresciallo assunse un’aria incredula ma un guizzo negli occhi gli fece accettare la sfida.

«Lei vada a prendere questo cane dal fiuto infallibile. Lo metterò alla prova» sogghignò il maresciallo sicuro che ne sarebbe uscito con le ossa rotte.

«Signor maresciallo, mentre aspettiamo il ritorno del signor Bruno, le vorrei porre alcune domande sul caso di Francesca Forti» esordì Debora rimasta in silenzio fino a quel momento.

Mezz’ora più tardi Walter si presentò con Puzzone al guinzaglio, che appariva annoiato sbadigliando vistosamente. Con aria di sufficienza si sedette accanto a lui, perché non capiva cosa avrebbe dovuto fare.

Il maresciallo osservò il cane e con un ghigno soddisfatto affermò che poteva lasciarlo libero di girare per la caserma.

«I colleghi sono abituati ad avere cani tra i piedi» disse con tono ironico.

Walter si abbassò e sussurrò qualcosa a Puzzone, che con fare indolente cominciò a muoversi per le stanze. Pareva spaesato come se cercasse di capire cosa volevano da lui. Poi senza un apparente motivo alzò le orecchie e la coda assunse una linea diritta, dirigendosi sicuro verso una porta.

Walter che conosceva bene il suo comportamento avvicinò la mano alla maniglia.

Il maresciallo rimase esterrefatto con gli occhi che mostravano sorpresa ma anche sbalordimento. Era ormai sicuro di aver vinto la scommessa, quando la sua certezza si sgretolò con Puzzone davanti al ripostiglio delle scope dove aveva nascosto un indumento di Albertino.

«Mi ha convinto» disse, ammettendo la sconfitta. Aveva giudicato impossibile annusare l’odore del bambino mescolato coi detersivi ma si doveva ricredere.

Ritornati nella stanza, il maresciallo affermò che avrebbe controllato se telefono e zainetto fossero di Albertino, pur avendo la quasi certezza che fossero due oggetti appartenenti al ragazzino.

«Grazie per l’aiuto e la collaborazione» si congedò il maresciallo, mentre Walter e Debora riprendevano l’auto per tornare all’hotel.

«Saputo qualcosa di Francesca?»

«Durante il viaggio ti racconto» disse Debbi. «Hai lasciato di sasso il maresciallo».

Walter sorrise. Conosceva bene le doti di Puzzone.

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