Un caso per tre – un giallo a quattro mani – quinta puntata

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Dopo aver conosciuto i vari personaggi, ecco che si profila all’orizzonte qualche nuvola. Elena (nonsolocampagna) e io vi accompagniamo in questa storia  che sta prendendo forma. Per chi avesse perso qualche colpo potete leggere le quattro puntate precedenti qui: 1, 2, 3, 4

Buona lettura

Puzzone trovava noiosa Lina ma tutto sommato, piccolina com’era, poteva anche andare come compagna di giochi. Certo che non mancava di fargli dei dispetti, quando non era vista, ma doveva sopportare. Il capobranco sembrava in sintonia con quella che pareva la guida dell’altro branco. Sospirò, girandosi sulla brandina.

«Senti come sogna» mormorò Walter, abbracciando Sofia e anche loro si addormentarono.

Walter e Sofia avevano deciso di alzarsi presto per prendere la navetta per l’altopiano delle Cinquemiglia. Una gita strana, visto che d’estate era popolato solo di pastori con le loro greggi. Gli avevano letto che questo pianoro, freddissimo d’inverno, d’estate rappresentava un’attrazione per i turisti e quindi si erano lasciati coinvolgere.

Scesi di buon’ora in sala colazione, notarono che la reception era vuota. Walter immaginò che la bionda receptionist forse aveva fatto tardi ieri sera ed era ancora in braccio a Morfeo. C’era qualcosa che non gli tornava in quella ragazza perché gli pareva che lei fosse fuori dal suo ambiente naturale. Una sensazione indefinita più a pelle che razionale. Nel giorno e mezzo di permanenza a Roccapietrosa aveva notato quanto fosse diversa dagli altri abitanti di questo minuscolo paese. La parlata non era quella del luogo. Il suo italiano era perfetto con una scarsa inflessione dialettale che rendeva impossibile individuare da dove provenisse. Aveva scambiato due parole al momento dell’arrivo senza intuire la località di origine, mentre era facile capire che Walter era veneto dal suo accento e dall’intercalare tipico della regione. Con Francesca questo esercizio non funzionava. Poteva arrivare da una qualsiasi città del nord Italia. Rifletté che i gestori, per quanto si sforzassero di parlare un buon italiano, non riuscivano a mascherare l’inflessione napoletana della parlata. In paese si avvertiva con maggior nitidezza. Anche la struttura fisica era differente dalle altre donne incontrate nell’albergo. Lei era alta e slanciata con i capelli biondo grano. Le inservienti era basse, tozze e coi capelli scuri. Walter alzò le spalle, pensando che tutto sommato la questione non lo appassionava. Scosse la testa ma il dubbio rimase a tormentarlo.

Fatta l’abbondante colazione, incrociarono, uscendo, Debora Nardi con i suoi familiari.

«Buongiorno» disse Debbi con un bel sorriso stampato sul viso. «Già di partenza?»

Walter abbozzò un sorriso e annuì con la testa.

«Dove andate, se non sono indiscreta?»

«Tra mezz’ora prendiamo la navetta per le Cinquemiglia. Il tempo di recuperare Puzzone e il cestino col pranzo» fece Walter mostrando una certa fretta.

Loro furono i primi a salire e si sedettero in fondo al minibus, affinché Puzzone avesse un po’ di spazio per muoversi. La vettura era un Mercedes il cui modello Walter non conosceva. Ben arredato internamente con comodi sedili rivestiti di cotone blu e aria condizionata.

Puzzone, indispettito a causa della museruola che gli impediva di aprire la bocca, guardò in cagnesco il capobranco, perché non capiva né gradiva questo strumento di tortura. Tentò invano di toglierla con le zampe ma si rassegnò, sistemandosi fra le gambe di Walter.

La navetta fece il giro di vari hotel della zona riempendola. Poi si diresse verso l’altopiano. Parcheggiato vicino all’unica costruzione in muratura dell’area, dalla navetta sciamarono fuori tutti i turisti che si sparpagliarono sulla piana verdeggiante armati di macchine fotografiche e smartphone per riprendere la vita dei pastori.

Non c’era un albero ma solo prati invasi da migliaia di pecore. Il sole man mano che si levava faceva sentire tutto il caldo dei suoi raggi. L’unico posto fresco era l’edificio dove erano scesi.

Puzzone avrebbe voluto correre libero ma Walter lo teneva al guinzaglio, perché i cani dei pastori ringhiavano feroci, mostrando una dentatura robusta e minacciosa. Loro avevano capito che il nuovo arrivato era un cane cittadino, perché il suo pelo lucido e senza croste di fango era ben curato. Poi portava sul muso quel coso stupido che impediva l’apertura della bocca. Dopo i primi ringhi non lo degnarono di uno sguardo. Puzzone era demoralizzato perché non poteva mostrare a quegli zoticoni sporchi di quale stoffa era fatto.

Walter dopo un girovagare per i prati si sistemò all’ombra dell’edificio, dove i pastori ricavavano formaggi e ricotte fresche dal latte di pecora e di capra. Mangiarono in silenzio scacciando mosche e moscerini. La gita, come ammise con Sofia, era stata un mezzo fallimento. Non c’era nulla d’interessante da vedere, a parte le pecore, gli agnelli e qualche becco. In un angolo chiuso da steccati di poteva osservare una mandria di bovini. Sarebbero bastati poche decine di minuti per passare in rassegna tutto questo. Invece dovevano restare lì fino a metà pomeriggio.

«Tempo sprecato» fece Walter, mentre metteva delle crocchette di pollo in una ciotola per Puzzone.

Sofia annuì perché era ansiosa di riprendere la navetta per tornare in paese.

«Sarà piccolo» convenne Sofia sbadigliando, «ma è sempre più vario di questo posto».

Erano all’incirca le cinque del pomeriggio, quando l’autista col clacson chiamò a raccolta tutti gli ospiti per riportarli nei rispettivi hotel.

Scaricati gli ultimi gitanti, sulla navetta rimasero Walter, Sofia e Puzzone oltre l’autista. Poco prima dell’ingresso in paese incapparono in un posto di blocco dei carabinieri, che li fermò.

Walter allungò il collo per vedere cosa era successo e il motivo dell’improvvisa fermata.

«Marescia’, una rapina?» chiese l’autista con tono deferente sporgendosi dalla porta aperta.

Il carabiniere lo guardò di sbieco, grugnendo qualcosa d’intellegibile.

«Documenti» intimò con voce dura il maresciallo e poi rivolgendosi a un carabiniere giovanissimo: «Pasqua’ prendi nota di nome e cognome sul brogliaccio».

«Sì, signor Maresciallo» rispose con tono compito il giovane di leva, mentre annotava sul blocco gli estremi dei documenti che gli avevano dato.

«Dev’essere successo qualcosa di grosso in paese» sussurrò Walter a Sofia, che annuì, stringendosi a lui.

«Questo cane di chi è?» formulò la domanda idiota il maresciallo, come se non fosse chiaro chi fosse il proprietario.

«Nostro» replicò secco Walter, sorpreso dall’inutilità della richiesta, visto che sul minibus c’erano solo loro.

«Come si chiama?»

Walter si schiarì la voce, mentre Sofia accennò a un sorriso subito represso.

«Signor maresciallo, senza offese per i presenti, il suo nome è Puzzone».

L’autista sghignazzò, il giovane carabiniere quasi soffocò per reprimere la risata. Il maresciallo abbozzò e diede l’ordine di passare.

«Se non si scusava prima, avrebbe passato cinque minuti piuttosto brutti» disse l’autista superando lentamente il posto di blocco. «Il maresciallo è un tipo piuttosto permaloso e alquanto scorbutico».

Walter sapeva che quel nome era fonte d’innumerevoli equivoci e quindi lo diceva con tutte le cautele del caso.

Tuttavia era curioso di comprendere i motivi di tanta agitazione. Tutto il piccolo paese era in strada, come se ci fosse stata una scossa di terremoto a metterli in ansia.

«Grazie» disse Walter, stringendo la mano all’autista che si ritrovò sul palmo dieci euro.

«Non si doveva disturbare» fece l’uomo, intascando velocemente il denaro.

Appena scesi, Walter tolse la museruola e sganciò il guinzaglio per lasciare libero Puzzone di correre dopo una giornata di costrizione.

Fatti pochi passi verso l’ingresso, Walter vide Debora venirgli incontro.

«È successo una cosa gravissima» gli annunciò.

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