Disegna la tua storia – Una magnifica ossessione

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Faccio una premessa a questo racconto, mai fatta in precedenza. È doverosa per fugare qualsiasi equivoco. Quello che segue nasce da un post di Barbara Businaro, la webnauta, che ha proposto ‘Una famiglia per Claudine’ un racconto legato a un corso che ha seguito. Non è mia intenzione mettermi in competizione con lei, perché non sarebbe corretto né voluto. Il suo racconto nasce in condizioni ben diverse dalle mie, anche se ho rispettato quello che ha scritto nella premessa.

Si tratta di uno degli esercizi di scrittura libera dati durante il corso che ho seguito lo scorso novembre: ci venivano date delle immagini, tra cui sceglierne una per nostra ispirazione, e un tema o un incipit su cui lasciar correre la penna per quindici minuti. L’immagine che avevo scelto è questo particolare sguardo malinconico preso dal dipinto “Girl with the red hat” di Vermeer e l’argomento della libera scrittura era “l’oggetto del desiderio”, muovere un personaggio ossessionato da un desiderio incessante. Mi chiesi dove erano rivolti gli occhi di questa fanciulla e quale potesse essere questa ossessione velata di tristezza.
Ne uscì il primo paragrafo di questo testo, qualcosa ma non molto. E sono sempre critica con le libere scritture: se come dice Stephen King, scrivere è disseppellire il fossile e pulirlo dalla polvere, avendo i minuti contati mi sembra di scambiare per fossile una vecchia ciabatta!
Successivamente, come compito a casa, fu chiesto di completarlo in forma di racconto, costruendo un primo atto con una svolta netta, un secondo atto dove il personaggio affronta la nuova situazione e possibilmente un finale adeguato. Non ricordo quanto tempo ci ho messo, non era libera scrittura a minuti.”

La diversità sta nel fatto che io l’ho scritto nel silenzio della mia mansarda senza assilli, mentre lei era condizionata dall’essere a un corso.

Per me questa rappresenta una sfida dove l’immagine conta poco o nulla ma ci sono dei paletti nella scrittura che spero aver rispettato.

L’immagine è un particolare di un dipinto di Jan Vermeer – la ragazza con il capello rosso

i tre atti sono separata da una riga vuota

Era una giornata di giugno né calda né fresca. Una di quelle giornate leggermente afose, quando qualsiasi movimento ti faceva sudare.

Damiana era seduta su una panchina del parco sotto l’ombra di un acero, che non la riparava integralmente dal sole. Portava un curioso copricapo rosso a metà strada tra un capello di paglia e un berretto. Era rosso, rosso fuoco.

Damiana aveva lo sguardo fisso verso un punto dell’orizzonte come se là potesse trovare quelle risposte che non trovava dentro di sé. Era entrata in crisi, perché aveva perso il lavoro e contemporaneamente aveva rotto con Doriana, la compagna storica con cui condivideva appartamento e vita. Doveva trovare il modo di ricucire, di riannodare quel filo tranciato di brutto dopo una discussione vivace e sciocca. Era accaduto tutto la giornata precedente in rapida successione. La giornata era iniziata male, perché il ciclo mensile si era manifestato improvviso e doloroso. Per Damiana sono momenti delicati e basta un nonnulla per accendersi come un fiammifero. E così era stato. In ufficio aveva litigato col boss, che l’aveva licenziata su due piedi dopo dieci anni di collaborazione. Tornata a casa arrabbiata e nervosa aveva reagito male a una battuta scherzosa di Doriana, scatenando la sua ira. Adesso si trovata seduta sulla panchina con lo sguardo perso e il desiderio di credere che la giornata precedente fosse stato solo un pessimo sogno in bianco e nero. Purtroppo non era così.

Era uscita presto questa mattina e dopo aver girovagato per la città con il pensiero di farla finita si era ritrovata nel parco urbano di Venusia, sperando di uscire dal labirinto delle sue ansie. Non aveva mangiato nulla né avvertiva i crampi della fame. La sua ossessione era riprendersi il lavoro e ricucire con Doriana. Però capiva che la strada fosse tutta in salita. Stancamente si alzò dalla panchina, trascinando i piedi per tornare a casa. Doriana la sera prima se ne era andata sbattendo la porta ma aveva lasciato tutto lì. Il suo desiderio era poterla riabbracciare, sentire il suo calore e le sue mani sui capelli.

Abitavano in un appartamento al primo piano di un piccolo condominio al limitare di Venusia. Un bilocale ben arredato e confortevole. Quando Damiana aprì la porta che dava direttamente nella sala capì subito che Doriana era tornata ma non per restarci. Corse nella loro camera e vedi sgomenta la metà armadio vuota, i cassetti per metà vuoti, il loro letto per metà libero. Si accasciò sul pavimento appoggiando le spalle al muro. Gli occhi erano secchi e non riuscivano a lacrimare. Rimase in posizione fetale finché il buio non occupò l’intera stanza. Udì uno squillo, un secondo e un terzo. Si alzò per aprire la porta. Non gliene importava nulla chi fosse. Poteva essere chiunque, anche un maniaco sessuale pronto a violentarla.

«Posso entrare» disse con aria timida Riccardo.

Damiana lo abbracciò, sciogliendosi in lacrime, scostandosi per farlo entrare.

Riccardo era lo storico amico da oltre vent’anni, da quando era finito in banco con lei in prima media. Timido, introverso ma sensibile nel cogliere i suoi momenti di crisi. Sempre pronto a porgere la spalla e a consolarla, quando Damiana entrava in crisi. A Doriana non piaceva. Lo riteneva troppo effeminato, senza spina dorsale. Quindi Damiana lo incontrava lontano dagli occhi della compagna, che disapprovava quella amicizia.

Si asciugò le lacrime e si sedettero sul divano in silenzio. Riccardo le prese la mano, ponendola sul suo petto.

«Ho capito» disse rivolgendole uno sguardo dolce. «Se c’è posto nel tuo cuore, io posso stare lì a scaldarlo».

Era una dichiarazione d’amore e d’affetto quella che Riccardo le offriva. Damiana avvertì confusione dentro di sé. Lo guardò e cercò d’immaginarsi vicino a lui. Era una sensazione strana da cui non riusciva a venirne fuori, perché non era prevista e l’aveva colta di sorpresa.

Riccardo aspettava una risposta “Si o no” che tardava ad arrivare. I suoi occhi erano lucidi ma fermi nel puntare su quelli di Damiana. Lui che era tutt’altro che coraggioso aveva trovato la forza di esprimere i suoi sentimenti ma lei tardava a ricambiarli. Sarebbe stato troppo doloroso ascoltare un ‘no’ ma il suo ritardo nella risposta gli dava la speranza che fosse un ‘sì’.

Damiana si chiese se era questa la svolta, che cercava, nella sua vita. I ragazzi non le erano mai interessati. L’unico che in certo senso era stato ammesso era Riccardo. Lo considerava un fratello, su cui poter contare quando entrava in crisi e aveva la necessità di un buon consiglio. Lui aveva assolto questo compito molto bene, perché i suoi suggerimenti, le sue osservazioni erano sempre pertinenti, anche se non sempre li aveva seguiti. Riccardo le aveva suggerito di lasciar perdere Doriana in modo discreto. «Non credo che sia la compagna ideale» le aveva detto un giorno, mentre prendevano un tè da Sghego. «È troppo possessiva. Ti prevaricherà e non ammetterà discussioni o torti».

“Aveva ragione, Ricky, quando affermava che la mia relazione con Doriana non poteva funzionare» pensò in questo momento Damiana, mentre dentro di lei il tumulto non le dava tregua. “Ma potrà funzionare il nostro rapporto? Finora era quello tra due persone che si stimano e si confidano in modo aperto. Ma poi ci sarà ancora questa complicità?” Erano questi i dubbi che la assillavano, ai quali non trovavano una risposta certa. La sua vita sembrava andata in frantumi. Senza il lavoro, senza la compagna tutto le pareva oscuro e di difficile interpretazione. Adesso Riccardo le offriva una scialuppa di salvataggio ma il mare era in tempesta come la sua vita. Doveva prendere una decisione non facile. Ripercorse la sua vita da quando aveva lasciato la casa dei genitori.

«Sì» sussurrò convinta, abbracciandolo.

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  1. Grazie per esserti applicato, anche se in diversi frangenti.
    Sul racconto, se la sua ossessione era riprendersi il lavoro e ricucire con Doriana, non ci ha messo un po’ poco ad accantonarla? L’ossessione è persistente, si trascina per una vita intera. Qui invece quel che sento sussurrata è la teoria della liana (come Tarzan, non molli la liana se non ne hai già pronta un’altra): se non ci fosse lì Riccardo prontamente disponibile, avrebbe accantonato Doriana in due minuti? 🙂

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    • le tue osservazioni sono giuste. In effetti ci mette poco a dimenticare Doriana e a non cercarsi un altro lavoro. Però non potrà mai esserci svolta se l’ossessione dura fino alla morte. Quindi quanto tu dici che il secondo atto è una svolta e poi la gestione di questa. Mancherebbe il terzo atto ovvero la gestione della svolta. Quindi non ho svolto il lavoro fino in fondo.

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      • Per come l’ho capita io (ma potrei anche sbagliare), la svolta è rendersi conto che l’ossessione era mal riposta: nel mio, l’ossessione era avere una famiglia, per poi scoprire che la “vera” famiglia non meritava quell’ossessione. Se può essere d’aiuto, al corso c’era stata la lettura del racconto “La collana” di Guy De Maupassant: lì c’era l’ossessione per una vita agiata, di lusso; l’occasione (la svolta) è l’invito ad una serata mondana, e per questo acquistare un nuovo abito e farsi prestare una collana di valore; ma la collana viene smarrita e la protagonista si ritrova a indebitarsi e perdere quel poco che già aveva per ripagare la collana. C’è anche un’ironia finale, ma quella la lascio al lettore. 🙂

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  2. Buona serata Gianpaolo, scrivi sempre molto bene ed hai molta fantasia. Aspetto mio figlio Riccardo e leggere il nome nel tuo racconto mi fa sempre andare in confusione. Oggi un leggero sole ci ha accompagnati fino a quest’ora.

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  3. Pingback: Statistiche – Non solo campagna

  4. Ci sono tempeste che non si sa per quanto ancora si protrarranno… Accettare una mano tesa è la cosa più giusta, soprattutto se è tesa con amore… I tuoi racconti sono sempre ricchi di pathos. Un saluto – Etiliyle –

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