Disegna la tua storia – un giallo con Antonella – parte ventunesima

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Nuova puntata della storia. Lascio per i distratti gli indirizzi delle puntate precedenti 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20

Walter lesse sulla locandina della Tribuna di Treviso che il procuratore aveva disposto la riesumazione di Flora Zuin. Sorrise mentre all’edicola comprava il giornale. “Dunque mi ha creduto” pensò soddisfatto. Però aveva sempre un chiodo fisso: la palestra di karatè e arti marziali. Continuava a pensare alla sua strana collocazione: fuori mano e nascosta come se fosse un comodo paravento per altre attività meno nobili delle arti marziali giapponesi.

Cercando sulle pagine gialle sotto la voce ‘Palestre’ non compariva. Se aveva il numero, era per puro caso. Recuperato da un indirizzo web che adesso era scomparso. Questo rendeva la questione ingarbugliata con troppe ombre per pensare che il vero scopo fosse un’attività lecita e alla luce del sole.

La curiosità ogni tanto faceva capolino nella sua mente ma la metteva a tacere senza troppi sforzi. Tuttavia in quella mattina di metà maggio, mentre si avviava verso il suo ufficio col giornale sotto braccio, la curiosità di capire quale attività svolgesse quella palestra si acuì.

Arrivato in ufficio compose il numero della palestra ma la risposta lo sconcertò. ‘La palestra apre alle ore ventuno. Richiamare più tardi’. Nessuna segreteria o voce umana ma solo una voce registrata. Sembrava quasi che chi volesse iscriversi doveva scegliere una strada non pubblicizzata, nascosta.

Quella palestra nasconde dei segreti inconfessabili” dedusse Walter, cercando di concentrarsi sul suo lavoro.

A metà mattina ebbe l’impulso di fare un’altra telefonata ma rinunciò per il timore che le chiamate fossero registrate. Pensò di uscire dopo la cena ma non era possibile senza mettere in fibrillazione Sofia, che gelosa avrebbe posto mille domande e altrettanti impedimenti. “Di certo non le posso confessare che vado alla ricerca di una palestra che probabilmente è solo un paravento, dove forse si è consumato un delitto” rifletté, mentre tornava sul lavoro che stava svolgendo. Tuttavia la curiosità di sapere cosa c’era di misterioso in quella palestra cresceva.

Decise di fare un giro di perlustrazione con Puzzone nel fine settimana per osservare le reazioni del cane. Poi martedì o mercoledì avrebbe approfittato dell’uscita settimanale di Sofia con le amiche per osservare i frequentatori serali della palestra.

Adesso doveva pensare solo al lavoro, perché fino a quel momento non aveva combinato nulla.

Il sabato mattina Walter con Puzzone raggiunse la strade che conduceva alla palestra.

Subito notò un cambiamento d’umore nel cane. Si impuntava a percorrere la via dove in fondo si trovava l’edificio. Sembrava avesse paura.

Se avesse la voce direbbe il motivo” pensò, mentre tornava sui suoi passi per inoltrarsi nel bosco che circondava la palestra. Subito Puzzone cambiò umore. Tornò a essere il cane socievole di sempre. Non strappava più il guinzaglio per bloccarsi ma correva felice in tutte le direzioni, abbaiando.

«Ho capito, Puzzone» mormorò a bassa voce, mentre seguiva il sentiero che portava in riva al Sile, «là non hai avuto una bella esperienza».

Dunque il dubbio si materializzava: cosa succedesse in quella palestra non era certo per imparare la difesa personale. “Ma cosa?” si chiese, appoggiandosi a un tronco di salice con gli occhi chiusi.

Puzzone non poteva parlare ma il suo corpo, sì, pensò rivedendo l’ostinazione del cane a non volersi avvicinare all’edificio. Si sarebbe strangolato col guinzaglio piuttosto che percorrere quella strada.

Controllò l’ora. Era quasi mezzogiorno. Secondo Walter non dovevano distare molto dalla palestra, a meno che non avesse perso il senso dell’orientamento. Secondo i suoi calcoli stava alla sua sinistra a circa mezzo chilometro di distanza.

Lasciò Puzzone che corresse nel boschetto, perché senza dubbio l’avrebbe raggiunto non appena si sarebbe allontanato.

Si incamminò verso la palestra, ascoltando il suo strepitio festoso. Tuttavia pochi istanti dopo avvertì il caldo fiato di Puzzone che stava al suo fianco. Sorrise. Lo conosceva bene. La paura di essere abbandonato era troppo forte per correre lontano dal suo capobranco. Era un ricordo amaro di quando era cucciolo.

Walter accarezzò la sua testa. Puzzone ansante passò la lingua sulla sua mano.

«Non temere» sussurrò, lisciandogli il dorso. «Non ci avviciniamo troppo. Solo il giusto per controllare la situazione».

Puzzone mosse la testa verso destra sollevando il muso come per dire che aveva capito.

Walter si fermò, osservando la sagoma grigia dell’edificio che si intravvedeva tra la vegetazione. Era una costruzione bassa con le finestre chiuse da imposte verdi. Il tetto in ardesia era piatto senza antenne o parabole. La vista laterale era alquanto dimessa. Nessuna macchina nel piccolo piazzale antistante la facciata. Sembrava disabitato, la medesima impressione avuta l’altra volta, quando aveva trovato il corpo di Flora Zuin.

Puzzone era fermo e si era appressato alla gamba di Walter che avvertiva la tensione del suo corpo. Era inutile restare lì. Quello che voleva vedere, l’aveva visto, quindi si addentrò nel boschetto per fare un lungo giro prima di tornare alla macchina.

Puzzone riprese a correre senza mai allontanarsi fuori della portata visiva del suo capobranco. Avvertiva che presto sarebbero tornati a casa.

[continua]

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