Archivi giornalieri: 6 gennaio 2018

Disegna la tua storia con un immagine di Waldprok – L’ombra

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Da un’intrigante immagine di Waldprok ho tratto lo spunto di questo breve racconto.

https://waldfoto.files.wordpress.com/2017/12/img_20171228_15012821735078760.jpg?w=774

Quando vide la sua ombra disegnata sul terreno, Ernesto capì che il sole stava scendendo sotto la linea dell’orizzonte. Era il segnale che doveva riprendere la strada di casa. Non aveva paura a camminare nel buio della sera perché il sentiero era ben tracciato. Non poteva sbagliarsi.

Però il sesto senso gli suggeriva di avviarsi verso casa.

Ernesto viveva da solo a Venusia in una piccola abitazione ai margini del paese che guardava il bosco, rado e basso. Quello che attraversava quasi tutti i giorni per raggiungere la radura degli innamorati. Un prato circondato da una vegetazione bassa, fatta tutta di rovi e biancospino. Una camminata di circa due ore seguendo un sentiero tracciato dal tempo. I venusiani chiamavano quel posto, perché due giovani innamorati furono uccisi lì. Nessuno scoprì chi fosse stato, nonostante le molte indagini, mentre loro inquieti si aggirano senza pace nel rifugio segreto.

La storia narra che al calare delle tenebre i due giovani, Piero e Piera, si ritrovino lì a consumare l’ultimo amplesso d’amore.

Una leggenda senza dubbio, suggestiva e triste, che però tutti rispettavano.

Così per un tacito accordo i venusiano prima che le tenebre calassero lasciavano il luogo per non rompere quell’incantesimo.

Anche quella sera di gennaio Ernesto che conosceva quella storia, che si tramandava di generazione in generazione, girò le spalle alla radura degli innamorati e affrettò il passo per tornare a Venusia. Mentre camminava svelto, avvertì delle strane voci alle sue spalle. Non si girò ma incassò la testa nel giubbetto di montone per non sentire. Però una voce femminile invocava il suo nome. Aveva un tono straziante che faceva sanguinare il cuore.

“No, non posso fermarmi” si disse, cercando d’isolarsi acusticamente.

La voce diventava sempre più flebile fino a diventare un lungo sospiro morente.

Ernesto era scosso. In tanti anni che veniva a passeggiare lì era la prima volta che udiva delle voci. I venusiani dicevano che era un cattivo auspicio, che avrebbe portato sfortuna. Non si conosceva il destinatario di quella sfortuna ma a qualcuno sarebbe capito qualcosa di grave.

Non per la paura ma per il desiderio di allontanarsi da quel posto l’andatura veloce diventò una corsa.

In poco tempo raggiunse il limitare di Venusia con fiato grosso e il cuore che andava a mille. Cercò di assumere un atteggiamento composto per occultare lo stato di ansietà che lo aveva colpito.

Era tempo di chiudersi in casa, mentre i lampioni di Venusia si accendevano a uno a uno.

Si sedette in poltrona al buio, ripensando a quella voce, che continuava a risuonare nelle sue orecchie. “Sono stato un pavido” pensò, chiudendo gli occhi e intrecciando le mani sul petto. Avrebbe dovuto mantenere il sangue freddo e verificare a chi apparteneva quella voce. “E se fosse stata una donna in pericolo?” si domandò riflettendo sulle circostanze in cui aveva ascoltato quella lugubre richiesta d’aiuto.

Ernesto scivolò in una sorta di dormiveglia dove i sogni si intrecciavano con la realtà. Era nella radura degli innamorati e il buio nascondeva le forme. Una ragazza dai lunghi capelli biondi e dall’incarnato pallido giaceva morta sull’erba che si colorava di rosso. Poi la scena si spostava nel tempo, dove Ernesto era accusato di aver ucciso quella fanciulla, mentre lui si difendeva, negando ogni colpa. Tutto il paese era contro di lui, perché era l’unico venusiano ad andare tutti i giorni nel pomeriggio fino al calare della sera in quel prato, dove era stato consumato un delitto.

Ernesto più si sgolava nel gridare la sua innocenza, più i compaesani lo accusavano, inventandosi le storie più assurde.

Era in stadio di torpore dormiente quando si svegliò di soprassalto. Qualcuno suonava e bussa alla sua porta con insistenza.

Instupidito dal quel sogno strampalato, si avviò verso l’ingresso.

«Arrivo» gridò per mettere a tacere quel frastuono che lo trafiggeva come le punture di spade.

Arrivato dietro al battente si svegliò di colpo.

«Polizia. Aprite e non fate sciocchezze».

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