Disegna la tua storia con un’immagine di Waldprok – Il tramonto

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Ancora una suggestiva immagine di Waldprok

 

Quando il sole comincia a calare sull’orizzonte e le ombre si allungano come braccia tentacolari di un mostro, la gente di Venusia si chiude in casa. I lampioni delle strade si accendono e solo i ritardatari si avventurano per le vie, cercando di rincasare al più presto. I negozi chiudono, gli uffici si svuotano, mentre le fabbriche a ciclo continuo sono aperte e lavorano. Col calare della sera Venusia si trasforma in un presepe vivente anche se mancano pastori e bambinello, mangiatoia e animali.

Gigia sta preparando la cena serale, quando sente bussare alla porta. Si guarda intorno con l’occhio che passa dalla sorpresa al dubbio. Aggrotta la fronte e la distende in un moto ondivago che descrive bene il suo stato d’animo.

Altri due tocchi decisi alla porta fanno capire che chi sta fuori si aspetta che venga aperto il battente.

È sola in casa e non può essere diversamente, perché Gigio fa il turno di notte e tornerà solo domattina alle sette. Si domanda chi possa essere. “Un vicino?” pensa, scacciando l’idea. Non può essere, perché vivono in una casetta singola separata da un minuscolo fazzoletto di terra dall’abitazione adiacente. “E poi perché dovrebbe bussare? Non è mai capitato che un vicino faccia visita dopo il calare del sole”.

Non può essere nemmeno Gigio, perché avrebbe le chiavi per entrare senza la necessità di bussare. “Insomma chi sarà?” si chiede incerta se aprire o fingere di non aver udito i battiti. La sua presenza è certificata dalle luci che filtrano dalle finestre e nessun venusiano è così malaccorto di tenere accesi i lumi in loro assenza.

“Dunque solo un forestiero può bussare al mio uscio” conclude Gigia, nettandosi le mani con uno strofinaccio. Questa conclusione non la rincuora per niente, perché è sola senza possibilità di difendersi o invocare aiuto in caso di aggressione. Nessun venusiano verrebbe in suo soccorso. Questo è un dato acclarato nella storia del paese. Ognuno bada agli affari suoi e all’imbrunire ancora di più. Dunque sta in lei quale comportamento tenere in questa circostanza.

Con passo incerto, incespicando in ipotetici ostacoli, si avvicina all’uscio sempre col dubbio amletico di aprire oppure no. Arrivata dietro la porta, prende coraggio e chiede con voce strozzata dalla paura.

«Chi è?»

Sente un breve tossire prima delle parole come se volesse nascondere l’imbarazzo di spiegare il motivo per cui è lì.

«Mi hanno detto che qui abita una persona dal cuore grande così» risponde l’ignoto forestiero.

Di certo sarà un estraneo, pensa Gigia, immaginando che abbia allargato le braccia per mimare il suo cuore. Però l’adulazione non serve a sconfiggere la paura e darle l’energia sufficiente per affrontare chi sta dall’altra parte del portone.

«Insomma che vuole? Nessuna persona onesta è per strada a quest’ora» precisa Gigia a cui tremano le gambe, perché la situazione non le garba per nulla.

Sente di nuovo un tossicchiare prima di ricominciare. Avverte puzza di bruciato nelle sue parole e questo le mette apprensione.

«Mi hanno detto che qui posso trovare alloggio» aggiunge la voce misteriosa.

Gigia sgrana gli occhi per la sorpresa muovendo le labbra in un apri e chiudi afono. “Nessuno a Venusia verrebbe in mente d’indirizzare uno straniero verso una casa privata” pensa, cercando di formulare una strategia che le permetta di uscire dall’impasse della situazione. “L’unica bettola con camere è sempre vuota. Si stappa la miglior bottiglia per brindare al turista per caso”.

Il dialogo le appare surreale, perché non ha camere da affittare e l’unica stanza da letto è la sua matrimoniale. Di certo non lo può ospitare, a meno che non dorma con lei. Eventualità assai remota che lei esclude con forza. “Uno straniero?” riflette Gigia. “Non per essere razzista verso di loro ma non si sa chi sia e da dove venga. In casa mia entrano solo le persone conosciute”.

Quello che la innervosisce è Il dettaglio dell’unica camera che è noto a tutti a Venusia, come il fatto che Gigio sia di turno alla notte. “Chi può essere così spregevole da indirizzare alla mia casa un forestiero?” si dice, mentre decide parole e tono per scacciare lo straniero.

«Sono spiacente ma chi le ha dato questa informazione era in malafede. Dovrebbe ritornare sulla via principale e chiedere alloggio alla taverna da Quattro soldi».

Un nuovo tossicchiare discreto fa da preambolo alla risposta. Gigia non comprende il motivo di questo tossire, come se lo straniero fosse ammalato. “Ma se lo fosse per davvero? Un motivo in più per scacciarlo” urla in silenzio nella mente.

«Mi hanno detto che tutte le stanze sono occupate» insiste la persona ignota.

Gigia non può trattenere la risata.

«Tutte occupate? Non ci credo, nemmeno se vedessi con i miei occhi» afferma con decisione. «Il motivo di certo è un altro».

Gigia controlla che il catenaccio sia ben tirato e le imposte chiuse. Non si fida di chi sta all’esterno. Rimpiange di non avere quell’attrezzo per parlare anche lontano dalla base. Non l’ha mai voluto in casa sua, perché era un oggetto del diavolo.

«La prego. Mi apra» implora la voce dall’altra parte del battente.

Gigia aggrotta la fronte. Qualcosa stona. “Perché non ha suonato dal cancello esterno? Eppure è sicuramente chiuso. Quindi…”.

«Mi spiace ma non la posso aprire» esclama impaurita.

Un nuovo colpo di tosse.

«Ma sono l’anno nuovo! Non mi vuole in casa sua?»

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