Disegna la storia con un’immagine di Marzia – il prete e la suora

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Marzia ha pubblicato l’immagine di un piccolo braciere usato fino negli anni sessanta per riscaldare il letto durante l’inverno.

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Questo oggetto è chiamato ‘suora‘ in Emilia ma altrove è chiamata ‘monaca‘ Andava posto all’interno di una struttura di legno chiamato ‘prete‘, che in alcune regioni si chiama ‘monaco

tratto dal web

Ovviamente ci sono maliziose interpretazioni a questi due nomi 😀 ma lasciamo perdere.

Nella suora, che può essere aperto o chiuso con un coperchio forato vanno poste delle piccole braci ricoperte di cenere. Il calore emanato serve a riscaldare il letto. Usato nelle case di campagna dove il riscaldamento era affidato alle stufe economiche o al camino. In città terminò di essere usato quando le case si dotarono di termosifoni con l’avvento del carbone.Adesso questi oggetti appaiono solo sui banchi dei mercatini d’antiquariato.

Dopo avervi tediato con queste precisazioni passiamo al racconto. Buona lettura

 

Quando a ottobre le prime nebbie calavano verso sera e la brina ricamava i suoi merletti sui rami e sull’erba durante la notte, era venuto il momento di prendere il prete e la suora.

Berenice aprì il ripostiglio dove nella primavera precedente aveva riposto lo scaldaletto per pulirli e prepararli per le prossime sere, quando le lenzuola sarebbero state fredde e umide. Lo portò nella grande cucina del casolare, immerso nel silenzio della campagna ferrarese. Il suo Aldo sarebbe ritornato dai campi tra qualche ora. Ci sarebbe stato tempo per preparargli una sostanziosa cena a base di brodo di gallina, fette di lardo grigliate, lombata di suino e gagliardo vino rosso, quello nuovo dopo la vendemmia di settembre. Il pane era sulla madia, pronto per essere infornato nella stufa economica già calda e rovente.

Con attenzione toglieva la polvere e le ragnatele dal prete, valutando se le stecche erano in buono stato. Era stato di sua nonna, poi di sua madre e adesso l’aveva ereditato lei. Si appoggiò sulla parte superiore spingendola verso il basso con delicatezza. Il prete non emise nessun scricchiolio né rumore pericoloso. Il fondo era leggermente arrugginito che tolse con uno straccio umido di olio. Poi fu il turno della suora, un braciere in rame inscurito dal tempo e dal fuoco. Come negli anni precedenti si chiese se usare quello con coperchio forato oppure quello aperto. Però come aveva fatto nel passato preferì quello chiuso.

«Ho il terrore che una favilla, una piccola scheggia di legno incandescente bruci il nostro letto matrimoniale» borbottò, mentre lustrava accuratamente la suora dentro e fuori, finché riaffiorasse il lucido del rame.

L’energia non le mancava, nonostante i sessant’anni che ormai le pesavano. Una vita dedicata alla famiglia: al suo Aldo e ai cinque figli, ormai grandi e tutti sposati. L’ultimo, Mario, se ne era andato con la moglie nel giugno scorso, lasciando la grande casa in pietra rossa vuota e silenziosa. Tutti avevano preferito migrare in città, lasciandoli soli. Ogni tanto arrivavano alla spicciolata con i vari nipoti a prendere quello che la campagna donava. Le verdure dell’orto, che Berenice curava con amore, i frutti di stagione dagli alberi che facevano corona al casale. Poi senza dire un grazie sparivano sulle loro utilitarie. Le nuore, che sembravano avere la puzza sotto il naso, riacquistavano il sorriso, mentre salutavano gli anziani suoceri. Non toccavano nulla come se ogni cosa fosse infetta e menavano robusti scappellotti ai figli, rei di mangiare la frutta rubata dagli alberi.

Berenice sospirava a questi ricordi mentre lucidava la suora per togliere il nero delle braci dell’inverno precedente. Il suo Aldo tutte le volte borbottava che erano degli ingrati dopo tutto quello che avevano fatto per loro.

«Ma sono giovani» lo rabboniva la moglie. «Devono vivere la loro vita. Ormai il nostro tempo è passato».

E lo abbracciava con calore, mentre la stizza si tramutava in sorriso.

Accantonati i ricordi, ripose la suora dentro il prete. Si chiese con malizia il motivo di questi nomi, che aveva imparato da bambina. Subito il pensiero corse a don Alberto, il curato del paese vicino, e suor Giuseppina, che lo assisteva in canonica. Lo scacciò immediatamente, perché poi doveva confessare a don Alberto la domenica prossima, quando era stata maligna nei suoi confronti.

Tornò con la mente ai figli e pensò che dopo l’ultima visita non li avrebbe visti per molte settimane. “Almeno fino ai primi di dicembre” si disse, quando sarebbero venuti per portare in città salami, ciccioli e il vino rosso ormai maturo per essere imbottigliato. Avrebbe avuto il suo daffare per calmare il suo Aldo, quando i figli, le nuore e i nipoti avrebbero fatto la toccata e fuga per le provviste per Natale senza ringraziare.

Il sole cominciava a calare sull’orizzonte dopo una giornata calda e luminosa. Era tempo di preparare la cena. Per prete e suora sarebbe stato presto ma tra qualche giorno avrebbe iniziato a metterli sotto le lenzuola per riscaldare il loro letto.

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  1. Bellissimo racconto! Grazie della informazione prete-suora, sicuramente un po’ di malizia ci doveva essere nella scelta dei nomi. Del resto anche le colonne greche erano costruite con il metodo uomo-donna ( il pistone di pietra infilato nell’incavo della colonna adiacente)

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  2. Buen comienzo de año****2018 *Que este nuevo año**

    llene tu hogar de Alegría y les traiga a todos Éxito, Felicidad, Paz y Prosperidad

    No quería dejar pasar el día sin saludar *

    Hace tiempo que no paso por los blog******voy a cerrar el blog*********
    mi cariño siempre!!!!!!!!!

    Piace a 1 persona

  3. Un racconto davvero delizioso.
    Mi hai riportato a quando, da bambina, dormivo nella casa della nonna, in cascina. Era una stanza grande non riscaldata. Noi bambini sprofondavamo nel letto di piume caldo grazie, appunto, al prete o frate da noi si chiamava così.
    Buon Anno GIan Paolo! 🙂

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