Archivio mensile:dicembre 2017

Disegna la storia con un’immagine di Marzia – il prete e la suora

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Marzia ha pubblicato l’immagine di un piccolo braciere usato fino negli anni sessanta per riscaldare il letto durante l’inverno.

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Questo oggetto è chiamato ‘suora‘ in Emilia ma altrove è chiamata ‘monaca‘ Andava posto all’interno di una struttura di legno chiamato ‘prete‘, che in alcune regioni si chiama ‘monaco

tratto dal web

Ovviamente ci sono maliziose interpretazioni a questi due nomi 😀 ma lasciamo perdere.

Nella suora, che può essere aperto o chiuso con un coperchio forato vanno poste delle piccole braci ricoperte di cenere. Il calore emanato serve a riscaldare il letto. Usato nelle case di campagna dove il riscaldamento era affidato alle stufe economiche o al camino. In città terminò di essere usato quando le case si dotarono di termosifoni con l’avvento del carbone.Adesso questi oggetti appaiono solo sui banchi dei mercatini d’antiquariato.

Dopo avervi tediato con queste precisazioni passiamo al racconto. Buona lettura

 

Quando a ottobre le prime nebbie calavano verso sera e la brina ricamava i suoi merletti sui rami e sull’erba durante la notte, era venuto il momento di prendere il prete e la suora.

Berenice aprì il ripostiglio dove nella primavera precedente aveva riposto lo scaldaletto per pulirli e prepararli per le prossime sere, quando le lenzuola sarebbero state fredde e umide. Lo portò nella grande cucina del casolare, immerso nel silenzio della campagna ferrarese. Il suo Aldo sarebbe ritornato dai campi tra qualche ora. Ci sarebbe stato tempo per preparargli una sostanziosa cena a base di brodo di gallina, fette di lardo grigliate, lombata di suino e gagliardo vino rosso, quello nuovo dopo la vendemmia di settembre. Il pane era sulla madia, pronto per essere infornato nella stufa economica già calda e rovente.

Con attenzione toglieva la polvere e le ragnatele dal prete, valutando se le stecche erano in buono stato. Era stato di sua nonna, poi di sua madre e adesso l’aveva ereditato lei. Si appoggiò sulla parte superiore spingendola verso il basso con delicatezza. Il prete non emise nessun scricchiolio né rumore pericoloso. Il fondo era leggermente arrugginito che tolse con uno straccio umido di olio. Poi fu il turno della suora, un braciere in rame inscurito dal tempo e dal fuoco. Come negli anni precedenti si chiese se usare quello con coperchio forato oppure quello aperto. Però come aveva fatto nel passato preferì quello chiuso.

«Ho il terrore che una favilla, una piccola scheggia di legno incandescente bruci il nostro letto matrimoniale» borbottò, mentre lustrava accuratamente la suora dentro e fuori, finché riaffiorasse il lucido del rame.

L’energia non le mancava, nonostante i sessant’anni che ormai le pesavano. Una vita dedicata alla famiglia: al suo Aldo e ai cinque figli, ormai grandi e tutti sposati. L’ultimo, Mario, se ne era andato con la moglie nel giugno scorso, lasciando la grande casa in pietra rossa vuota e silenziosa. Tutti avevano preferito migrare in città, lasciandoli soli. Ogni tanto arrivavano alla spicciolata con i vari nipoti a prendere quello che la campagna donava. Le verdure dell’orto, che Berenice curava con amore, i frutti di stagione dagli alberi che facevano corona al casale. Poi senza dire un grazie sparivano sulle loro utilitarie. Le nuore, che sembravano avere la puzza sotto il naso, riacquistavano il sorriso, mentre salutavano gli anziani suoceri. Non toccavano nulla come se ogni cosa fosse infetta e menavano robusti scappellotti ai figli, rei di mangiare la frutta rubata dagli alberi.

Berenice sospirava a questi ricordi mentre lucidava la suora per togliere il nero delle braci dell’inverno precedente. Il suo Aldo tutte le volte borbottava che erano degli ingrati dopo tutto quello che avevano fatto per loro.

«Ma sono giovani» lo rabboniva la moglie. «Devono vivere la loro vita. Ormai il nostro tempo è passato».

E lo abbracciava con calore, mentre la stizza si tramutava in sorriso.

Accantonati i ricordi, ripose la suora dentro il prete. Si chiese con malizia il motivo di questi nomi, che aveva imparato da bambina. Subito il pensiero corse a don Alberto, il curato del paese vicino, e suor Giuseppina, che lo assisteva in canonica. Lo scacciò immediatamente, perché poi doveva confessare a don Alberto la domenica prossima, quando era stata maligna nei suoi confronti.

Tornò con la mente ai figli e pensò che dopo l’ultima visita non li avrebbe visti per molte settimane. “Almeno fino ai primi di dicembre” si disse, quando sarebbero venuti per portare in città salami, ciccioli e il vino rosso ormai maturo per essere imbottigliato. Avrebbe avuto il suo daffare per calmare il suo Aldo, quando i figli, le nuore e i nipoti avrebbero fatto la toccata e fuga per le provviste per Natale senza ringraziare.

Il sole cominciava a calare sull’orizzonte dopo una giornata calda e luminosa. Era tempo di preparare la cena. Per prete e suora sarebbe stato presto ma tra qualche giorno avrebbe iniziato a metterli sotto le lenzuola per riscaldare il loro letto.

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Disegna la storia – Cartolina di Natale

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Eccoci a Natale. A tutti quelli che mi leggono auguro un felice e sereno Natale 2017

Foto personale

 

Quando finì di addobbare l’albero, si sedette per terra. Più che ammirarlo Rebecca aveva un groppo in gola. Sentiva la sua presenza ma non lo vedeva.

Allungò una mano e trovò l’aria. Chiuse gli occhi con la speranza che riaprendoli vedesse la sua figura leggermente appesantita dall’età. La mente lo inquadrava, le orecchie sentivano la sua voce, il naso il suo profumo, la lingua le sue labbra. Solo il tatto non assolveva alla sua funzione. Le dita percepivano solo il nulla.

Aprì gli occhi ma la stanza era vuota. C’era solo l’albero finto luccicante per gli addobbi, il divano sul quale amavano sedersi dopo il pranzo, la sua scrivania ordinata come tutta la mansarda. Si avvertiva l’assenza del suo disordine: i libri ammonticchiati un po’ ovunque, il computer sempre accesso, fogli e appunti volanti sparsi sulla scrivania.

Una lacrima scese sulla guancia. Si guardò attorno smarrita.

Era il primo Natale senza Pino e la sua risata.

Era inutile pensare che fosse solo un brutto sogno. Pino non sarebbe tornato mai. Doveva rassegnarsi, ma sapeva che non era facile.

Rebecca sentiva il peso della solitudine che aveva cercato esorcizzare compiendo gli stessi gesti, eseguiti per una vita.

L’albero lo facevano insieme, litigando e alzando la voce. Pino sbuffava, perché doveva prendere fuori dal ripostiglio gli scatoloni di Natale. Lui borbottava scocciato, perché doveva mettere sullo schermo del computer le immagine del Natale dell’anno precedente.

«Non importa rifarlo uguale» chiosava con la voce che a stento tratteneva l’insofferenza.

«Mi serve solo per ricordare» replicava Rebecca, scrollando le spalle.

Ogni anno era sempre la stessa storia. A lei non andava bene nulla ma alla fine si abbracciavano felici, contemplando l’albero addobbato.

Quest’anno lo osservava con occhio triste. Pino non c’era per baruffare.

«Mamma, scendi» chiamò Sofia dal basso. «Vieni che andiamo a casa mia per passare il Natale insieme».

Foto personale

Buon Natale

Disegna la tua storia con Waldprok – la ragnatela

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Da questa bella immagine di Walprok nasce la storia.

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Quando il ragno decise di preparare una nuova trappola, perché aveva fame, non aveva fatto i conti col tempo. Tirava vento e la ragnatela cresceva sbilenca.

Più lui si impegnava e peggiore era il risultato del suo lavoro.

Il ragno sudava come solo loro sono in grado di fare. Con la seconda zampetta di destra si nettava le goccioline di sudore dagli occhi che gli impedivano di costruire la sua trappola in modo perfetto.

Dopo un paio d’ore di lavoro si rilassò scendendo a terra. Camminò un po’ per migliorare la visuale ma dedusse che era uno schifo. La posizione non andava bene e la tela pareva una rete piena di buchi. Non sarebbe riuscita a catturare nulla.

Riavvolse il filo e si issò nuovamente tra i rami. Si grattò la testa con la prima zampetta di sinistra e dedusse che era meglio spostarsi un po’ a destra tra due steli che dondolavano oziosi al vento.

Era impegnato a calcolare il salto che doveva fare per congiungere i due steli, quando vide con la coda dell’occhio l’arrivo di un grosso bombo. Si umettò le labbra pregustando un lauto pranzetto. Il bombo passò alla sua destra proprio dove c’era la ragnatela costruita in precedenza ma il rumore delle sue ali svanì in lontananza mentre la tela si sfrangiava ulteriormente sotto le sferzate del vento di tramontana.

“No, quella tela non funziona” meditò rassegnato dandosi una grattatina sulla testa con tutte le zampe di destra. Era passato attraverso le maglie e non era successo nulla. Non aveva faticato per togliersi dalle ali quei fili sghembi con un moto di fastidio dipinto negli occhi.

“Se voglio mangiare” si disse trattenendo il fiato prima di lasciarsi dondolare dal vento che l’avrebbe aiutato a raggiungere l’altra sponda, “devo migliorare la mia costruzione”.

Un bel colpo di vento lo proiettò sull’altro stelo. “Missione compiuta” si elogiò per aver raggiunto il primo obiettivo. Con pazienza certosina, che solo i ragni provetti possiedono cominciò a tessere il suo capolavoro. Ancorò saldamente in più punti la sua tela, che tra poco sarebbe stata pronta per catturare chi passava per quel posto.

Concentrato sul suo lavoro trascurò i segnali del proprio corpo che reclamavano del cibo. Lavorò senza soste per diverse ore e prima che il sole calasse dietro l’orizzonte poté ammirare il suo lavoro. Era visibilmente soddisfatto mentre oziosamente si lasciava cullare dalle folate impetuose della tramontana. “Chi passa di qui non avrà scampo” borbottò in modo impercettibile mentre osservava le curiose mosse di una comune mosca che si avvicinava per poi allontanarsi.

Il ragno si sistemò su una foglia in attesa che la mosca facesse il passo falso di avvicinarsi alla sua ragnatela. Socchiuse gli occhi meno uno che monitorò la situazione.

La mosca dal corpo dorato e dalla parola ronzante perdette di vista che lì c’era la tela del ragno e vi cascò dentro. Provò a liberare un’ala ma l’altra finì ancora più avvolta nei fili appiccicosi.

«Aiuto!» gridò la mosca in preda al terrore. «Signor ragno, lo so che mi sta ascoltando. Prometto che non passerò più da questo posto e non distruggerò le sue opere d’arte».

Il ragno sorrise sghembo, visto che di occhi ne aveva fin troppi. Rimase in silenzio ascoltando le suppliche della mosca, che prometteva anche quello che non sarebbe riuscita a trovare.

Dopo un po’ di tempo, mentre la mosca era sempre più avvolta nella tela del ragno e la sua voce si affievoliva, lui indossò gli abiti da lavoro per tenere integri quelli della festa.

Si avvicinò con cautela per non spezzare nessuno di quei fili sottili ma forti e capaci di sostenere il peso di un bombo.

La mosca dorata non dava più segni di vita. Con perizia l’avvolse per bene in un sudario di morte e pregustò il pranzetto.

La fame era tornata a bussare nel suo stomaco.

Disegna la tua storia con Waldprok – la moto

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Un’altra immagine tratta dal blog di Walprok mi ha ispirato questo breve racconto.

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Era sempre stato il sogno di Maria: guidare una Harley Davidson dalle cromature lucenti. Era un sogno che coltivava quando appena diciassettenne aveva visto Easy Rider. Un film cult tra i giovani dell’epoca. Non il chopper della pellicola ma un modello adatto alla sua corporatura.

Maria aveva le braccia e le gambe corte. Non sarebbe riuscita a manovrarlo.

Un sogno inseguito anno dopo anno con immutata costanza ma mai realizzato.

Maria si vedeva in sella alla HD, come la chiamavano tutti gli appassionati, coi i suoi capelli rossi al vento che escono dal caschetto in pelle in puro stile anni cinquanta. Un casco che chiamano ‘scodellino’ per la sua forma di scodella.

La fantasia continuava a galoppare, mentre Maria camminava svelta.

Lei a guidare l’allegra brigata degli amanti delle due ruote. Tra derapate come sanno fare i draghi del motomondiale e accelerazioni mozzafiato. Il rombo possente, unico della HD sarebbe stato la sua droga virtuale di Maria.

Con il capo appoggiato sul palmo della mano continuava a vedere nel suo immaginario ‘Captain America’ con il suo sogno americano finito in malo modo. Niente droghe come nel film ma il semplice gusto di sentire il vento in faccia.

Con la mano ricacciò indietro una ciocca ribelle che si ostinava a cadere davanti agli occhi. Era ferma davanti al concessionario e quel grumo di capelli rossi le impediva di osservare la cromata HD esposta in vetrina. Non osava guardare il prezzo ben esposto sopra la ruota anteriore. Avrebbe avuto un colpo al cuore, perché quella cifra era fuori portata per lei. Però non le impediva d’immaginarsi seduta sul largo sedile a cavalcioni della moto dei suoi sogni: una replica di un modello del 1957.

Un urto mise fine al suo sognare a occhi aperti. Si girò con gli occhi che sprizzavano ira verso un ragazzo che mise il naso attaccato al vetro, incurante della maleducazione esibita.

Maria riprese a camminare con l’immagine della moto tanto desiderata impressa nella retina. Sbirciò l’ora e accelerò l’andatura per non fare tardi in ufficio.

Davanti a quella vetrina ci passava quattro volte al giorno ed erano altrettante soste obbligatorie.

Maria aveva superato da poco i trent’anni e da dieci era una delle tante segretarie dello studio più prestigioso di avvocati della città. Nonostante lavorasse sodo e facesse dello straordinario a fine mese lo stipendio era magro, appena sufficiente per mantenersi indipendente e vivere da sola. Se ne era andata di casa pochi anni dopo aver trovato impiego e adesso abitava in un bilocale vicino al centro città in affitto. Una bella posizione non troppo lontana dal posto di lavoro che raggiungeva tutte le mattine a piedi. La vicinanza le consentiva di tornare a casa in pausa pranzo. L’abitazione era arredata con mobili dell’IKEA pochi ma funzionali senza molte pretese. Era quanto le sue finanze si potevano permettere. Infatti i risparmi erano pochi spiccioli e crescevano lenti come lumache.

Maria non aveva un fisico mozza fiato ma era di statura bassa e dall’aspetto di ragazzina. Ancora single finora ben pochi l’avevano corteggiata. D’altra parte non dava molta confidenza e viveva tra lavoro e casa senza amicizie.

Sospirando spinse la porta a vetri per entrare nello studio dove l’attendevano pratiche e telefonate. L’open space, che condivideva con le altre colleghe, era quasi al completo. Lei era tra le ultime ritardatarie.

Si immerse nel lavoro, cercando di scacciare l’immagine della moto che galleggiava davanti ai suoi occhi. Ogni tanto si accorgeva che aveva l’aria sognante interrompendo quello che stava facendo in quel momento. Tutte le altre ragazze conoscevano la sua passione per Harley Davidson e talvolta la prendevano in giro. Le prime volte si arrabbiò ma adesso sorrideva.

«Maria, è pronta la pratica che devo portare in tribunale?»

Quella voce imperiosa la riportò bruscamente sulla terra. Consultò quello che stava facendo e si accorse che non l’aveva completata.

«Dottore, tempo un minuto ed è sulla sua scrivania» disse, mentre digitava furiosamente sulla tastiera.

Disegna la tua storia con Waldprok – La roccia rossa

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Traendo lo spunto da questa bella immagine di Waldprok ho costruito questo breve racconto.

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Gualberto era deciso a trovare la roccia rossa. Era diventata un’ossessione da quando aveva conosciuta la sua storia.

Un giorno di maggio era capitato a Langhi e seduto nell’unico bar che guardava la piazza principale aveva orecchiato un racconto fantastico. Due vecchi dall’età indefinita dicevano che nel bosco degli Spiriti c’era un posto magico dove sotto una roccia rossa era nascosto un tesoro. Gualberto sorrise perché era convinto che fosse la solita favola paesana.

Finita la bibita, stava per andarsene, quando uno dei due anziani lo chiamò.

«Signore, signore» disse per attirare la sua attenzione.

Gualberto si fermò guardandosi attorno. Era l’unica persona oltre a loro nella piazza. Dunque quel richiamo era diretto verso di lui. Si volse con lo sguardo interrogativo verso quella coppia che in due sembravano avere due secoli. Uno era bianco candido con barba e capelli lunghi. L’altro tra il candore si notavano ciocche grigiastre e una bella chierica nella testa.

«Dice con me?» chiese Gualberto, avvicinandosi al loro tavolo.

Quello bianco annuì, facendo ampi gesti di sedersi con loro.

Gualberto si accomodò su una sedia arrugginita alquanto a disagio con loro. Lui aveva poco più di trent’anni e poteva essere scambiato per il nipote. Dal fisico atletico e dallo sguardo franco lui stonava in quel contesto, ma sospirando si rassegnò ad ascoltare quello che avevano da dirgli.

«Signore, lei non è di Langhi, vero?» affermò con cautela l’altro.

Gualberto scosse il capo. Aveva deciso di parlare il meno possibile.

«Conosce la storia del bosco degli Spiriti?» riprese l’uomo canuto. «Di certo neppure quella della roccia rossa».

Il ragazzo annuì e cavò fuori dalla bocca solo «No». Non capiva perché loro dovessero parlare con lui, che era un perfetto sconosciuto.

«Di certo pensa che siamo due vecchi rincitrulliti» affermò l’altro, notando lo sguardo smarrito di Gualberto. «Forse lei ci riuscirà a estrarre il tesoro di Pipino nascosto sotto la roccia rossa».

Gualberto si drizzò immediatamente pronto ad ascoltare quello che questi due balordi avevano da raccontargli.

«Deve sapere che Pipino abitava in quella casa laggiù» disse quello che sembrava più delicato, indicando un’abitazione fatiscente, che per crollare sarebbe stato sufficiente un soffio di vento.

«Vede questo avvenne molti anni fa…» cominciò l’altro.

L’uomo canuto sorrise mostrando una dentatura tutt’altro che perfetta. Denti ingialliti e consumati con qualche buco a causa della perdita di un molare e un incisivo.

«Ma dai, Giobatta!» esternò con tono ironico. «Questa storia me la raccontava mio nonno che era quasi centenario. Orbo e senza denti».

Il vecchio che si chiamava Giobatta rise. Aveva ragione Cesare, la storia circolava già quando era bambino.

«E va bene ma non stiamo a badare a questo. Comunque Pipino è una figura mitica di Langhi» precisò Giobatta, prima di porre una domanda al forestiero. «Ma lei da dove viene? Non ha mai sentito parlare del mitico Pipino?»

Gualberto sorrise, piegando il capo verso destra.

«Vengo da Futri, un paese non molto distante da Langhi. Di Pipino e della sua storia non so nulla».

I due vecchi si guardarono con aria complice. Avevano trovato qualcuno che ignorava quella storia fantasiosa che aveva attirato nel passato molti avventurieri alla ricerca del mitico tesoro.

Giobatta raccontò come la roccia rossa non fosse facile da individuare, perché solo una persona gradita a Pipino poteva vederla.

«Ma come si sa di essere simpatico a Pipino?» domandò Gualberto, sistemandosi meglio sulla sedia.

Un breve risolino mise a tacere la sua curiosità.

«Non l’hai ancora capito?»

«No» affermò Gualberto con decisione.

«Ma quando vedi la roccia rossa. Mi pare così ovvio» sproloquiò Giobatta. «Se hai questa fortuna, trovi il tesoro».

Così quando Gualberto riprese la strada per Futri, la curiosità lavorò come il tarlo il legno.

Il bosco degli Spiriti era chiamato così, perché si narrava che fosse abitato dalle anime di chi era morto senza un funerale in chiesa. Per questo motivo era raro che uno di Langhi si avventurasse nell’intrico della foresta a parte chi, convinto di essere il prescelto lo girava alla ricerca della mitica roccia rossa, senza mai trovarla.

Gualberto cominciò a frequentarlo senza mai trovare traccia della di qualche indicazione sulla roccia rossa.

Eppure lui era convinto di essere il prescelto e non perse mai la fiducia di trovare una roccia rossa che nascondeva un tesoro.

 

Disegna la tua storia con un’immagine di Etileye

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Da un’altra stupenda immagine di Etileye ho ricavato questa breve storia.

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Il posto pareva abbandonato. Muri scrostati, erbacce alte quanto un uomo. Però era il senso di desolazione che impressionava di più.

Riccardo e Carola, mentre erano in viaggio per la Francia, arrivarono in un paesino dal nome impronunciabile. Sistematisi nell’unica locanda, chiesero in giro se c’era qualcosa d’interessante da visitare. Un vecchio con la pipa in bocca sempre spenta raccontò cose mirabolanti su un maniero, abitato da fantasmi. Però non sapeva esattamente dove fosse. Indicò vagamente con la pipa un posto il lontananza, destando la loro curiosità.

I due ragazzi decisero di cercare il posto e cominciarono agirare per i paesi vicini, finché gli abitanti di un borgo vicino riferirono che quello era una vecchia prigione abbandonata, ricavata dall’ala del castello. Finalmente avevano il giusto input per raggiungerlo, increduli che fosse popolato da fantasmi in cerca di pace.

Di buon mattino si misero in marcia per raggiungere quel vecchio rudere. Una camminata nel bosco di circa due ore per soddisfare la loro curiosità. Usciti dalla boscaglia apparve dinnanzi a loro in mezzo a un’ampia radura sbrecciato e triste. L’erba e la sterpaglia erano i padroni del posto, mentre i due ragazzi avanzarono a fatica, perché il sentiero non era più riconoscibile.

A quella vista Riccardo dubitò che quello fosse un vecchio maniero. Non ne aveva l’aspetto né la taglia. In effetti poteva sembrare un castello ma per lui doveva avere almeno una torre e le mura merlate, il fossato con tanto di ponte levatoio e odorare di antico. Il castello doveva ospitare la castellana e quindi essere ospitale. Quel rudere era tutto fuorché il suo immaginario. La pietra esterna, che trapelava lo stato di abbandono ma anche le molte ingiurie inferte dall’uomo.

Carola dissentiva dal compagno, perché secondo lei trasmetteva un messaggio di dolore, quello dei detenuti.

«Forse i fantasmi del vecchio sono i detenuti morti là dentro o forse…» chiosò la ragazza, corrugando la fronte.

Riccardo la guardò di sbieco, poco convinto della sua spiegazione.

«Non avverto la presenza di spiriti» affermò deciso il ragazzo.

Proseguirono la marcia d’avvicinamento ma non si vedeva un punto d’ingresso da dove erano arrivati. Solo muri intonacati in tempi recenti ma in molte parti si era staccato, lasciando intravvedere la pietra grigia.

Camminarono con circospezione e a fatica a causa dell’erba che arrivava al petto. Nella giungla sarebbe stato più facile, perché bastava un buon machete per farsi strada. Qui serviva un tagliaerba per aprirsi un varco. Avanzando videro qualcosa che assomigliava a un’apertura nel muro compatto. Arrivati vicino notarono che assomigliava a una bocca di lupo, tipico delle prigioni.

«Ecco l’ala che funzionava da prigione» esclamò Riccardo con gli occhi che brillavano per la curiosità.

Carola scosse la testa. Per lei non c’era nulla che meritasse gioia. “Una prigione toglie la libertà all’uomo, quindi non c’è nulla per gioire” pensò vedendo il compagno col sorriso sulle labbra.

«Ma ci sarà pure un portone d’ingresso» chiosò Riccardo che saltellava come un bambino per l’arrivo di un nuovo gioco.

La ragazza non rispose ma decise di seguire il perimetro esterno del castello. “Di sicuro l’ingresso si troverà” rifletté mentre un brivido percorreva la sua schiena. “Sì, ci sono presenze strane”.

Riccardo si incamminò dietro di lei.

Superato un angolo, videro alla fine il portone semi aperto o forse corroso dal tempo. Con cautela si introdussero nel varco e arrivarono nel cortile interno dopo aver percorso un breve corridoio oscuro. La corte era lastricata con ampi basoli intervallati da bolognini a formare un disegno geometrico che si intravvedeva a fatica. Al centro stava un pozzo inscurito dal tempo e arrugginito dalla pioggia. Una visione di altri tempi. In un angolo un’ampia scala portava al primo piano mentre un’apertura nascondeva il percorso verso il basso.

«Le prigioni sono sotto» dichiarò Riccardo, indicando con la mano il varco.

«Ma preferisco visitare il piano nobile» affermò Carola, avviandosi verso lo scalone esterno. «Sotto ci sono gli spiriti dei prigionieri morti oppure torturati».

Riccardo rise, gettando la testa all’indietro.

«E tu credi ai fantasmi?»

Carola annuì. Per nessuna ragione al mondo sarebbe scesa sotto. Non avrebbe portato fortuna.

Il ragazzo si avviò da solo scendendo i gradini resi sdrucciolevoli dall’umidità. Rischiò più di una volta di farli tutti col fondoschiena. Arrivato in basso. s’avvertiva solo il lezzo del chiuso e del muschio umido. La luce era un vago chiarore ma il posto non rassicurava per nulla. “Carola aveva ragione. Ci sono presenze ostili” pensò, schizzando via verso l’alto.

Col fiatone riemerse nella corte e si guardò intorno. Della compagna non c’era traccia.

«Carola… la…aaa» urlò mentre l’eco rimbalzava dai muri circostanti.

Mentre l’ultima a si spegneva nell’ampio cortile, Riccardo cercò con lo sguardo smarrito dove fosse. In quell’istante un nuvolone nero coprì il sole e fece piombare nell’oscurità il castello.

Il ragazzo sbiancò dalla paura e si ritrovò solo.

Disegna la tua storia con un’immagine di 65Luna – Il borgo

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Questa suggestiva immagine di 65Luna ovvero SusannaBi mi ha dato lo spunto per scrivere questa breve storia.

Quando arriva la sera, il borgo diventa silenzioso e si spopola. I suoi abitanti si chiudono in casa. Le strade diventano buie, a malapena illuminate da vecchie lampade appese alle case. Le luci creano grotteschi giochi di ombre che appaiono come quell’arte antica di proiettare figure sullo schermo bianco. Il borgo assume le sembianze un presepe con le luci che filtrano dalle finestre. Si accendono per poi spegnersi in un susseguirsi di giorno e di notte.

Il borgo si prepara per la sera, mentre il silenzio predomina sul rumore delle attività quotidiane. Si sente un cauto bisbiglio che proviene da un portone, dove due ragazzi si attardano a parlare.

Sono Sandra e Lorenzo che indugiano sulla porta a chiacchierare. Le ultime parole prima che ciascuno si ritiri nella propria abitazione.

Lui le tiene le mani e la guarda nel viso posto nell’ombra del portone. Il naso disegna sulla parete un curioso disegno: sembra una persona che scala un pendio. La bocca si muove con lentezza, mentre scandisce vocali e consonanti in un sussurro amico.

Osservo curioso questi due giovani in un borgo popolato da vecchi. Molti di loro sono fuggiti in città a cercare fortuna e vincere la noia di serate lunghe e monotone. I pochi rimasti si ritrovano nell’unico bar del paese ma chiude anch’esso al calare della sera.

Sandra e Lorenzo si frequentano da quando sono bambini e non poteva essere diversamente, vista l’esiguità del posto, arroccato sulle pendici di una montagna arcigna. Adesso sono a un bivio della loro esistenza. Continuare gli studi o cercare un lavoro: entrambe le scelte li porteranno lontano dal borgo. Vorrebbero ma l’università è in luogo talmente vasto da dare le vertigini a chi, come loro, sono abituati al mondo ristretto del paese. Però anche trovare un’occupazione non è semplice, ammesso di trovarla, e non si sa dove.

Sono giorni che ne parlano e anche in questo momento stanno ragionando su cosa fare. Il tempo scorre senza che trovino una soluzione. Hanno finito il liceo con ottimi voti ma questi servono a poco se non si possono mettere a frutto.

«Lore» sussurra la ragazza, «all’università cosa vorresti fare?»

Il ragazzo esita. La voce sembra mancargli. La domanda è la solita come invariata è anche la risposta.

«L’ingegnere» mormora cauto. «E tu?»

Sandra sospira, perché lui non ha cambiato idea. Lei non è tagliata per le materie tecniche. È brava in italiano ma scarsa in matematica diversamente da Lorenzo. Dalla loro unione è nata la loro forza.

«Non saprei» recita come un mantra. «Di certo tutto fuorché ingegneria».

Una precisazione superflua la sua, perché l’ha sempre detto.

«E per un lavoro?» chiede Lorenzo, perché sa che l’università li avrebbe portati lontani e si sarebbero persi.

«Non so fare nulla» risponde Sandra.

«Ma si può sempre imparare»

Sul suo viso compare nell’oscurità della sera un timido sorriso.

«Ma chi avrebbe la pazienza d’insegnarmi qualcosa?» dice la ragazza, spegnendo quell’accenno di sorriso.

«Ecco» sospira Lorenzo, «siamo al punto partenza. Non sappiamo programmare il nostro futuro».

«Perché quale futuro possiamo disegnare lontani dal paese e distanti pure tra noi?»

Dalla porta socchiusa esce prepotente un richiamo «Sandra!» che mette fine alla conversazione.

«Devo rientrare» dice la ragazza, avvicinando le sue labbra a quelle di Sandro. «Domani, al solito posto?» conclude trepidante, allontanando il proprio corpo da quelle del ragazzo.

«Sì». Sono le uniche parole che pronuncia, guardandola mentre accosta il portone alle sue spalle.

Lui affonda le mani nelle tasche e ingobbendo il collo si avvia lungo la ripida discesa che lo porta nella piazza del paese, dove abita.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etileyle – il ramo

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Da questa suggestiva immagine di Etileyle ho ricavato l’ispirazione per questa breve storia.

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Quando Piero vide quell’oggetto in lontananza vicino al mare, ebbe un moto di paura e di sconcerto. Si fermò e lo mise a fuoco. La prima impressione sembrava confermata. Incerto se avvicinarsi o tornare sui propri passi decise di controllare da vicino se era proprio un braccio quello che vedeva.

Con cautela avanzò sulla sabbia umida ricoperta di alghe e oggetti che la furia della mareggiata di un paio di giorni prima aveva scagliato sulla spiaggia. “Il mare prende ma lo rende sempre” pensò, guardando quella miriade di materiali che giacevano inerti sulla sabbia.

Piero aveva deciso di fare una passeggiata in riva al mare. Nei giorni precedenti aveva ruggito rabbioso, erodendo la spiaggia ma nemmeno adesso aveva placato la sua furia, anche se appariva più tranquillo.

Un pallido sole aveva accompagnato la sua camminata, mentre il vento s’era placato e ridotto a una piacevole brezza.

Però adesso vedeva un’immagine inquietante. “Possibile che sia il braccio di qualcuno?” si domandò mentre avanzava con lentezza, lasciando alle sue spalle le impronte delle sneakers colorate. “Possibile?” La tentazione era forte: rinunciare al suo proposito di controllare se l’oggetto in lontananza fosse proprio un braccio umano.

«Forse faccio una sciocchezza» mormorò trascinando i piedi stancamente.

Pensò a tutte le grane che ne sarebbero derivate: chiamare i carabinieri, spiegare cosa faceva in un mattino di dicembre in riva al mare, firmare verbali e finire sotto la luce dei riflettori. Però la curiosità era molta e doveva soddisfarla. “Guardo e se fosse un braccio, mi allontano senza chiamare nessuno” si disse ma subito questo proposito cadde nel vuoto. Non molto distante da Piero un gruppo di giovani stava camminando verso di lui. “Allontanarsi senza informare i carabinieri sarebbe come ammettere di avere qualcosa da nascondere” rifletté, mentre si avvicinava all’oggetto, ogni tanto lambito dalla risacca. Ancora pochi passi e poi avrebbe scoperto la vera identità di quello che affiorava dalla sabbia.

Si fermò e sorrise, mentre i ragazzi arrivarono insieme a lui, arrestandosi.

«Dai, Beppe» disse una ragazza dai lunghi capelli biondi indicando l’oggetto con la mano. «Prendilo che lo voglio portare a casa».

Piero l’osservò e tornò con lo sguardo su quel ramo trascinato da qualche fiume in mare che poi l’aveva vomitato sulla spiaggia. Quelle tre dita, che poi non lo erano affatto, sembravano chiedere aiuto, una disperata richiesta di soccorso. Alzò lo sguardo verso la ragazza e poi su quello che aveva chiamato Beppe.

«Se lo vuoi portare a casa, chinati e raccoglilo» replicò il ragazzo che non mostrava nessuna intenzione di esaudire la richiesta.

La bionda fece una smorfia di disappunto. Non si aspettava una risposta di quel tenore. Una rabbia gelida attraversò i suoi occhi per quelle parole sgarbate. “No, non posso” si disse, incrociando le braccia.

«Mi rovino le scarpe. L’onda arriva fino al ramo e la sabbia è zuppa d’acqua» berciò infastidita.

Beppe scoppiò in una grande risata, scrollando le spalle. Per lui quel ramo poteva rimanere lì. Di sicuro non si sarebbe avvicinato per raccattarlo.

Piero si avvicinò all’oggetto che raccolse con delicatezza, mentre l’onda spumeggiante si allungava sul bagnasciuga.

«Ecco, signorina, il suo ramo» disse porgendolo alla ragazza.

Disegna la tua storia con Waldprok – il torrente

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Questa volta siamo in Polonia, la terra di Waldprok.

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Un velo di ghiaccio era sull’acqua limpida del ruscello, mentre le sponde erano incrostate di bianco per la brina della notte. Il sole faticava a sciogliere questi segni notturni, mentre l’aria frizzante frusciava tra i rami privi di foglie.

Karolina si fermò per osservare il paesaggio. L’erba ghiacciata scricchiolava sotto gli scarponcini della ragazza con un suono stridulo, quasi disperato. Percorreva tutte le mattine quel viottolo che costeggiava un rio del quale ignorava il nome. Forse qualcuno le aveva detto il nome ma per lei era semplicemente il suo torrente. D’inverno ghiacciava, d’estate scorreva rapido verso un punto che si perdeva nell’orizzonte. A lei non interessava dove finiva ma le piaceva andare poco oltre il campo dei genitori dove dal terreno una risorgiva aveva la magia di uscire e alimentare il suo torrente.

Anche quella mattina Karolina costeggiava il suo rio, perché doveva raggiungere il punto di ritrovo del bus, che l’avrebbe condotta in città. Frequentava l’ultimo anno delle superiori con la speranza di andare all’università. La sua famiglia coltivava un fazzoletto di terra dal quale ricavava il magro sostentamento per tutti. Lei era l’ultima dei quattro figli che i suoi genitori avevano avuto: due maschi e due femmine. Era la piccola, quella che era arrivata a sorpresa quando la madre aveva già quarantaquattro anni. Tra lei e il fratello maggiore c’erano quasi vent’anni di differenza, mentre erano dodici quelli con la terzogenita, Agnieszka. Quando nacque era il bambolotto con cui giocare e crebbe coccolata da tutti. Era stata l’unica che aveva frequentato il liceo e con ogni probabilità anche l’università.

I fratelli non erano invidiosi della sua condizione di privilegio, nemmeno adesso che aveva quasi diciotto anni. Karol, il più vecchio, si era sposato e viveva in città in un piccolo appartamento. Era diventata zia quando era nata Dorota qualche anno prima. Filip, il secondogenito, era fidanzato con Barbara e viveva ancora con i genitori. Lavorava nella fonderia ed era scorbutico con tutti quanto dolce con lei. Un ragazzone alto e robusto con folti baffi, che curava tutte le mattine. Agnieszka era single e faceva l’infermiera nell’ospedale vicino alla città. Era bionda dalla carnagione chiara come il latte. Viveva in un monolocale vicino al posto di lavoro e ogni fine settimana, quando non era di turno, si rifugiava nella loro casa in campagna.

Karolina amava i suoi fratelli, che ricambiavano in ugual misura. Tra poche settimane era il compleanno di Karol e voleva fargli un regalo speciale. “Cosa?” si domandò, osservando una tela di ragno incrostata di ghiaccio a formare un merletto. Lei non sapeva tenere in mano l’uncinetto, perché nessuno le aveva insegnato come usarlo. “Potrei…” ma lasciò cadere il pensiero, mentre procedeva spedita verso la statale, dove un bus giallo la stava aspettando.

Karolina accelerò il passo, quasi di corsa, arrivando col fiato in affanno. Si aprì la porta per farla salire, mentre dentro si sentiva il vociare di tanti studenti. Si sedette di fianco a Jana, che come tutti i giorni le teneva il posto accanto a lei.

Un bacio sulle guance e una risata.

«Sembri un ghiacciolo» disse scherzosa l’amica.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Foglie d’autunno

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Partendo da questa stupenda immagine di Etiliyle ho disegnato questa storia.

Era una mattina di metà novembre. Il cielo era limpido, di un azzurro intenso, piuttosto insolito per questo periodo dell’anno, di norma uggioso e opaco. I raggi del sole mettevano in mostra il colore delle foglie sugli alberi che costeggiavano il sentiero in terra battuta: un dorato che pareva uscito dalle pennellate di un pittore antico.

Lisa camminava assorta, ignara della bellezza che la circondava. Il vento freddo gelava il viso e si insinuava sotto il giaccone imbottito. Fece brrr con le labbra a sottolineare come quell’alito gelato l’aveva fatta rabbrividire. Le piaceva percorrere quel viottolo di campagna che collegava la casa colonica, che un tempo era appartenuta al nonno, alla provinciale, perché le ricordava quando da piccola andava a trovarlo. Momenti di felicità e spensieratezza che il tempo non aveva cancellato.

Quella vecchia abitazione era il suo rifugio preferito quando voleva riflettere, stare lontana da tutto e da tutti. Nella giornata odierna aveva necessità di silenzio, di chiudersi su se stessa, di dimenticare Luigi, il compagno. La vecchia casa del nonno, che aveva ereditato qualche anno prima alla sua morte, era il posto ideale per meditare sul rapporto col suo compagno.

Era arrivata di buon’ora con la sua utilitaria piena d’acciacchi, trovando il casale freddo e polveroso. Aveva provato a restare nella cucina, il punto più abitabile della casa. Dopo un tentativo di accendere il camino per riscaldare l’ambiente ed essersi affumicata con la legna umida che non aveva nessuna intenzione di bruciare aveva deciso di passeggiare all’aperto per riordinare le idee. Prima di uscire allìaria aperta, si coprì bene col giaccone imbottito di morbido agnello ma il freddo pungeva le guance e le mani come tante punture di aghi.

Lei e Luigi si erano litigati durante la notte. Il motivo era sempre il solito: denaro che non era mai sufficiente. Lisa lavorava in uno studio commercialista come segretaria mettendo a frutto il suo diploma. Stipendio dignitoso e posto abbastanza sicuro. La clientela non mancava e pagava con puntualità. La gestione da parte dei due soci era oculata senza troppe manie di grandezza, il che consentiva di pagare le due segretarie senza ritardi. Altri studi nella città di Laguna erano finiti male, lasciando debiti e contestazioni alle loro spalle, perché i soci non erano stati in grado di limitare le spese personali.

Luigi invece aveva una vita da precario con lavori saltuari e mal pagati. Però il suo difetto maggiore era che riusciva a spendere quel poco che guadagnava senza pensare al domani. Per lui il futuro non esisteva: era precario come la sua vita. In pratica viveva alle spalle di Lisa.

Si erano conosciuti sui banchi di scuola, molti anni prima. Da alcuni anni convivevano nell’appartamento di Lisa tra alti e bassi, legati ai suoi contratti. Litigi, baruffe e poi riconciliazioni, che riportavano il bel tempo nella loro relazione.

Lisa aveva trent’anni. Era una ragazza alta nella media. I capelli scuri erano leggermente ondulati e cadevano sulle spalle. Il vento fastidioso tendeva ad arruffarli, mentre lei con la mano li rimetteva in ordine. Era nervosa e irritata con Luigi, che non sembrava preoccupato perché sapeva che la prossima settimana era senza occupazione. Tuttavia non era stato questo problema a innescare il litigio ma l’acquisto di un tablet costoso. Questo si aggiungeva al notebook, allo smartphone, l’ultimo modello di Iphone, e altri gadget elettronici che comprava ignorando le loro difficoltà economiche.

“Cosa se ne farà di un tablet con la connessione 4G?” si chiese mentre camminava nervosa nel viottolo, sentendo scricchiolare le foglie sotto gli stivali. Lisa aveva sopportato tutti quegli acquisti quasi inutili, all’infuori del Iphone. “Anche su questo ci sarebbe da ridire” pensò, mentre allontanava dal viso una ciocca di capelli. “Anziché spendere lo stipendio di un mese poteva comprarsene uno più economico”.

Una foglia fluttuando cadde sulla sua spalla. Lisa la raccolse, osservandone il colore: sembrava dipinta con l’oro zecchino. Tenendola in mano, si guardò intorno e per un attimo tutti i pensieri rimasero occulti, mentre la tensione si allentava.

Aveva ignorato lo spettacolo che la natura offriva. Il sole filtrava attraverso i rami quasi nudi, colpendo il suo viso. La vegetazione bassa tendeva a ingiallire, lasciando ampi squarci di verde. Però erano le foglie dai colori vivaci che rendevano il panorama speciale. “Sono i colori dell’autunno” si disse sorridendo, mentre con lo sguardo spaziava intorno.

Lisa si riconciliò con se stessa, scacciando l’irritazione del diverbio notturno. Doveva tornare in città e chiarirsi col compagno. Restare arrabbiati non li avrebbe portati da nessuna parte. Anzi avrebbe incancrenito la situazione senza trovare una soluzione alla questione. Adesso aveva le idee più chiare al riguardo.

«Luigi o mette la testa a posto oppure si trova in mezzo alla strada» concluse, avviandosi verso il casale.