Attacco impossibile – Il sorriso – parte ottava

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La storia si conclude. Chi si fosse perso le puntate precedenti può leggere la prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta e settima parte. Ovviamente non avete perso nulla e potete perdere anche questa.

Clarissa aspettava il taxi che l’avrebbe condotta in stazione centrale in una mattinata grigia e nebbiosa. Avvertiva sensazioni strane come se ci fosse stata una dicotomia del suo corpo. Fisicamente presso la società A&A ma mentalmente altrove. Non riusciva a far combaciare le due cose. “Eppure ricordo la presentazione che è andata benissimo. La cena e il pernottamento in un hotel di lusso” pensò stringendosi nel piumino sopra il vestito. “Per fortuna che l’ho preso con me”.

Non era sua intenzione rimanere per la notte a Milano. Tuttavia quando al termine della discussione sul progetto da realizzare l’amministratore delegato aveva detto: «E adesso tutti al Don Giovanni» non poté dire di no. Così a mezzanotte si era ritrovata in quel hotel di lusso a dormire in mutandine e reggiseno senza avere un ricambio dell’intimo per il giorno dopo.

“La prossima volta, se ci sarà, infilerò nella ventiquattro ore dell’intimo di scorta e un pigiama per la notte” si disse sorridendo, mentre il taxi accostava. Se la giornata in A&A la ricordava bene, più sfumati erano gli altri ricordi. L’occhio cadde su un murale dove compariva il volto di un uomo di circa trent’anni. Quel viso le era tutt’altro che sconosciuto, mentre le parole le erano note: ‘era vietato sorridere’. In effetti il manifesto pareva vecchio, scolorito dal sole e ricoperto di scritte. Brandelli di ricordi si ricomponevano come un puzzle sia pure in modo incompleto.

Osservò il tassista che aveva il viso serio. Poche macchine e scarsi pedoni ma nessuno aveva una faccia sorridente. “D’accordo che è presto ed è un giorno di festa ma mi sembra che Milano sia desolatamente vuota” pensò, mentre chiedeva il costo della corsa.

«È già pagata» spiegò il tassista, che ingranata la marcia si allontanò velocemente.

Clarissa era interdetta. “Hotel, biglietto di ritorno pagati. Ora anche il taxi” si disse, salendo verso l’entrata al binario. Osservò le pareti che apparivano pulite: solo la pubblicità di auto, dentifrici e altro. Questo le sembrò strano ma si doveva affrettare per non perdere la Frecciarossa che l’avrebbe riportata a casa. Quando si sarebbe seduta nel suo posto prenotato avrebbe analizzato la situazione.

Controllò l’ora e notò che la data era primo novembre. “Dunque ieri era il trentuno. La notte di Halloween” mormorò come se avesse fatto una scoperta straordinaria. “Questo potrebbe spiegare tutte le stranezze che in apparenza mi sembra avere vissuto”.

Clarissa non amava questa festa più americana che italiana, della quale volutamente ignorava tutto. La ignorava e basta. Tutto quello che conosceva era “dolcetto o scherzetto”. Però aveva sentito dire che era una notte speciale per effetto della possibilità di mettere in comunicazione il mondo dei morti con quello dei vivi. Sbuffò a questo pensiero, perché aveva sempre sostenuto che fosse una buffala, buona solo a spillare quattrini alle persone. Tuttavia questa sua convinzione si stava incrinando se quella visione che ballava davanti ai suoi occhi si fosse rivelata corretta. Doveva trovare delle certezze sia in senso che nell’altro.

Prese il telefono dalla borsa per cercare il messaggio che aveva innescato tutti i dubbi. Controllò più volte senza trovarne traccia. “Possibile che mi sia inventato tutto?” si domandò con un filo d’apprensione. Quel messaggio, che alle tre di notte del giorno precedente una voce misteriosa l’aveva costretta a leggere, lo ricordava bene, perché era il medesimo dei manifesti che aveva visto tappezzare la città. Adesso non c’era più, come i murali. Svanito come la foschia che si era lasciata alle spalle. Sembrava che gli eventi magici nei quali era rimasta coinvolta continuassero nella loro opera.

Adesso i ricordi erano più nitidi. Quando era giunta a Milano, l’aveva trovata diversa dal solito. Non più la città caotica e di corsa come l’aveva sempre osservata, ma tranquilla e silenziosa. Tuttavia raggiunta Cascina Gobba in metropolitana aveva vissuto un sogno: la sede della società A&A era sparita. Un vero incubo con tempo che si fermava o subiva delle accelerazioni impressionati. La sensazione di non essere mai entrata nel palazzo della A&A era forte, anzi fortissima, ma era evidente che fosse sbagliata. Un avviso la informò che la prossima stazione era la sua. Si preparò per scendere.

Il Frecciarossa si fermò in perfetto orario. Era arrivata e uscì dalla stazione alla ricerca di un taxi per tornare a casa. Anche qui i muri erano ricoperti da dai soliti cartelloni pubblicitari, mentre del minaccioso messaggio dei presidente Amurri non c’era nessuna traccia. Però qualche dubbio stava affiorando senza riuscire a metterlo a fuoco..

Nel piazzale Clarissa trovò un’auto pubblica pronta ad accoglierla. Emise un sospiro di sollievo per avere evitato una lunga camminata. Diede al tassista le indicazione per farsi portare a casa.

Provò a domandargli perché non sorrideva. Lui rispose con un grugnito infastidito. Clarissa rinunciò e pagò quanto dovuto.

La villetta dove abitava era silenziosa e in ordine. Aperto la porta blindata, depose la valigetta sul tavolo nell’ingresso per aprire le finestre. Respirò e si abbandonò sul divano.

«Devo farmi una doccia» affermò sollevata, mentre cominciava col togliersi l’abito e l’intimo. «Poi penserò come organizzare la giornata».

Rimase sotto l’acqua a lungo per smaltire lo stress accumulato la giornata precedente. Con l’accappatoio bianco e un asciugamano a mo’ di turbante in testa si sedette sul divano davanti al televisore. Non sapeva cosa fosse successo nel mondo e in Italia il giorno prima.

Si stava quasi assopendo, quando vide un’immagine che la sveglio completamente.

«Non è possibile» fece mettendosi ritta e sgranando gli occhi.

Quello che vedeva le pareva un brutto sogno oppure bello, dipendeva dalla visuale impiegata. Però ancor più straordinario era quello che ascoltava.

«Oggi sono sette anni che il presidente Amurri è stato arrestato per il tentativo goffo d’impedire a tutti gli italiani di sorridere con una legge anticostituzionale. Era venerdì diciassette del 2010, quando con un colpo di mano aveva fatto approvare quella norma che avrebbe vietato il sorriso. All’inizio tutti avevano pensato alla solita propaganda elettorale senza dar peso al fatto che si rischiava il carcere o il confino. Due coraggiosi cittadini, Andrea Chimenti e Clarissa Salvi, si sono messi alla testa della fronda per abbattere il presidente. Una lunga lotta durata fino al trentuno ottobre dello stesso anno, quando i due alla guida di una sterminata folla ha preso d’assalto il palazzo presidenziale. Nella concitazione del momento Andrea Chimenti è stato ferito a morte ma il coraggio e la determinazione di Clarissa Salvi ha portato a termine l’opera. Il presidente è stato arrestato e poi condannato a dieci anni di servizi sociali. Oggi dunque dobbiamo ricordare questi due cittadini che hanno osato sfidare il potere per riportare il sorriso sulle labbra degli italiani».

Clarissa rimase a bocca aperta. Lei non ricordava d’avere guidato sette anni prima la rivolta contro questo assurdo editto.

«Ecco il motivo per il quale quel viso mi era familiare» esclamò, alzandosi dal divano per vestirsi.

Fatti pochi passi delle parole arrivano alla sua mente: «Non dimenticarmi».

FINE

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