Attacco impossibile – il sorriso – parte quinta

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Prosegue la storia. Le altre puntate, la prima, la seconda, la terza e la quarta, le trovate qui.

Ecco la nuova. Buona lettura

Clarissa si bloccò. Sgranò gli occhi azzurri e strinse le labbra. Ancora sensazioni poco piacevoli le impedivano di essere felice nel vedere un volto conosciuto. Fece un passo in avanti, uno di lato e poi si fermò con la tentazione di girarsi e tornare indietro. Al momento il panorama circostante reggeva. “Fino a quando?” si chiese nell’incertezza delle sue azioni.

Le tornò in mente il messaggio sul telefono, il viso del ricercato, che tappezzava i muri di Milano, le persone dalla faccia addolorata, triste, il barista zombie. La stranezza, che adesso notava, era che da quando era uscita di casa non aveva incrociato mai un poliziotto, un carabiniere, un vigile. Mai un tutore dell’ordine. Eppure il messaggio parlava chiaro: sorridere era un reato che poteva costare salato. Non una banale multa ma qualcosa di doloroso. Quanto lo ignorava ma conosceva come il presidente Amurri si fosse guadagnato la fame d’inflessibile.

Mentre Clarissa pensierosa era ferma a pochi metri da quella porta socchiusa, Ilaria continuava a fare cenni disperati di entrare.

Clarissa non era più una ragazzina ma una donna matura di circa quarant’anni, riflessiva e razionale. Quindi tutta la situazione nella quale si trovava coinvolta suo malgrado la faceva riflettere e valutare i pro e i contro di varcare quella soglia. Fece un altro passo in avanti poco convinta, quando udì in lontananza una sirena e vide due uomini in uniforme che si dirigevano verso di lei.

Questa circostanza fece traboccare il vaso spingendola verso quella porta misteriosa. Un altro passo e poi Ilaria afferrò il suo braccio trascinandola dentro. Il battente si richiuse alle sue spalle con un suono leggero, quasi impercettibile. Un flop che solo un orecchio allenato poteva captare.

Il posto era buio. Nessuna luce lo rischiarava ma non dava sensazioni negative. Clarissa ignorava dove fosse finita. Quello non era un bar. Di questo ne aveva la certezza assoluta. Altre sensazioni invasero il suo corpo. Le parve di essere passata in un altro mondo. “Ma quale?” si domandò cercando di forare l’oscurità che l’avvolgeva. Percepiva un bisbigliare fitto di cui afferrava solo qualche spezzone. “Parlano di me?” si chiese con una punta di curiosità.

Era rimasta ferma nel punto in cui Ilaria l’aveva collocata. Nessun movimento. Stava per chiedere con tono minaccioso dove fosse, quando udì una voce nota, alla quale attribuì il viso di Ilaria.

«Benvenuta fra noi, Clarissa. Il nostro mondo si apre davanti a te».

Clarissa rise in modo spontaneo. Quello che poteva osservare, se si poteva usare questo verbo, era il buio pesto.

«Il vostro mondo sarà bellissimo» affermò in tono ironico. «Peccato che non possa ammirarlo».

Nuove frasi smozzicate e qualche risolino bene augurante. “Qui almeno si sorride e si ride” pensò Clarissa, stringendo forte la ventiquattro ore e la borsa a tracolla. “Non hanno paura d’incappare nella giustizia malata del presidente”.

«Non essere impaziente. Qui il tempo scorre lento» precisò Ilaria.

Clarissa scosse i capelli biondi. Di questo se era accorta non appena era uscita dal bar. Scorreva tanto lento che si era fermato. Prese lo smartphone dalla borsa per controllare l’ora. La luce del telefono rimaneva confinata allo schermo senza illuminare le zone circostanti. Un fenomeno curioso ma anche inquietante. Aprì gli occhi basita. Segnava le ventidue. “Il tempo si è messo al galoppo” mormorò sorpresa. “Prima fermo. Adesso quasi notte”.

Doveva smettere di sorprendersi per quanto si verificava nella serata che precede la festività di Ognissanti. Doveva accettare tutte le stranezze. Però la sua natura razionale si ribellava di fronte all’inverosimile, a tutto quello che non poteva etichettare in modo logico.

“Dunque ho varcato il portone dell’altro mondo, quello degli spiriti e dei defunti” pensò in un momento di lucida immaginazione. “Oppure loro sono passati nel nostro”.

Rifletté sugli ultimi avvenimenti, avvertendo una nota stonata perché invece di trovare un mondo dolente scopriva che erano allegri, desiderosi di ridere, di vivere il loro stato con lievità. La loro condizione di morti non pesava loro ma sembrava un fardello leggero senza deprimerli.

“Ma un morto può essere depresso?” si chiese corrugando la fronte. “Chi è morto sfugge alle umani passioni”. Si ritrovava a filosofeggiare sulla morte, sul fatto che la struttura fisica diventava polvere e incorporea. Per questo accettavano la loro condizione senza ribellarsi. Stavano dando un bel esempio a noi umani: rifiutare imposizioni assurde come quella del presidente.

Clarissa era immobile nel buio che appariva come un velo appiccicoso, quando una mano afferrò la sua sinistra e la trascinò dolcemente verso un puntino luminoso. “Cammino o sto volando in punta di piedi?” si domandò, mentre quel bagliore luminoso diventava sempre più nitido.

In silenzio percorse il lungo corridoio, stringendo la mano di Ilaria. Avrebbe voluto abbandonare la ventiquattro ore per andare più veloce ma non poteva forzare la sua natura.

[continua]

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