Attacco impossibile – il sorriso – parte quarta

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Prosegue la storia di Clarissa. Le altre parti le trovate : prima, seconda e terza.

Adesso buona lettura con la quarta parte.

Però c’era una nota stonata. Il posto le sembrava diverso dall’ultima volta che era venuta. “Possibile che in tre mesi sia cambiato tutto?” pensò, guardandosi attorno con l’occhio tra lo smarrito e il perplesso.

Lesse la targa della strada e controllò l’agenda. Tutto coincideva. L’unica differenza ma sostanziale era quello che vedeva. Al posto dei palazzoni c’era un parco. Del numero quarantotto non c’era traccia. In realtà c’era solo uno stradone largo e lungo senza case né a destra né a sinistra. Si volse indietro e tornò sui suoi passi. Il bar era sparito come l’ingresso della metropolitana. Si toccò le labbra, trovando qualche briciola della brioche rimasta appiccicata al lucidalabbra.

“Dunque non era un sogno il caffè e la pasta” mormorò Clarissa in preda al terrore. Il sorriso sparì completamente dal suo viso. Dalla borsa trasse il telefono. Compose il numero del cliente ma comparve un messaggio che ricordava di averlo visto poche volte: ‘Solo telefonate d’emergenza’.

“Che cavolo vuol dire?” pensò interdetta. “Non l’ho mai spento. E poi perché non mi richiede il pin?”

Era ferma senza conoscere dove stava e impossibilitata a comunicare col mondo esterno. In effetti via e luogo erano giusti ma la visione che vedeva non era familiare. Clarissa per un momento fu colta dal panico, un attacco feroce e maligno. Chiuse gli occhi e provò a immaginare cosa fosse successo. Lei era venuta in treno a Milano, aveva preso la linea verde in direzione Gessate. Era scesa a Cascina Gobba per andare dal cliente. Però qui i ricordi diventavano confusi. Un bar con un barista, che pareva un morto vivente, e poi puff! “Sì, puff!” si disse per darsi coraggio. Ne aveva proprio bisogno. Tuttavia le stranezze erano iniziate durante la notte, all’incirca alle tre con una voce misteriosa e un messaggio ambiguo.

Aprendo gli occhi fu sorpresa che la vista fosse mutata. Da impazzire. Al posto del parco una distesa priva di vegetazione a parte qualche albero che protendeva verso il cielo i suoi rami nudi. Braccia che imploravano pietà.

Clarissa controllò l’ora. Mancavano cinque minuti alle undici. Il tempo si era fermato, cristallizzato al momento in cui era tornata in superficie. Ricordava bene che uscendo dal bar aveva controllato l’ora: cinque minuti alle undici. “Non può essere” si disse, dandosi un pizzico sul braccio.

Per essere reale, lei lo era ma la situazione no, decisamente no. Doveva fare qualcosa per rompere quel cerchio surreale nel quale era piombata prima che la voragine del panico la inghiottisse.

Da qualunque parte si voltasse non vedeva vie di uscita al suo stato. Ogni riferimento era saltato. I nomi delle strade coincidevano ma ignorava dove portassero. Il paesaggio era mutevole come una giornata di primavera. Le pareva che a ogni passo compiuto traslocasse in un altro mondo. Uno stress senza fine.

Clarissa non era facile al pianto, anzi non sopportava quelle persone che per un nonnulla si trasformavano in fontane zampillanti di lacrime. Però in questo momento provava il desiderio di sfogarsi con un pianto liberatorio. Si trattenne, finché non sentì la musica familiare del suo telefono. Ebbe un moto di gioia, un sorriso apparve all’improvviso ma sparì con altrettanta celerità. Guardò il display: numero sconosciuto. Doveva rispondere per non impazzire. Doveva parlare con qualcuno e chiedere aiuto.

«Pronto» disse aprendo la conversazione.

«Ciao. Sono Ilaria» disse una voce poco familiare.

Clarissa rimase interdetta. Non conosceva nessuna Ilaria ma forse era la segretaria del cliente.

«Scusami. Ma chi sei?»

Sentì un gorgoglio come se avesse soppresso una risata. “C’è poco da ridere” pensò in attesa di comprendere chi fosse la donna.

«Ilaria. Quella che hai conosciuta sulla metropolitana» precisò con una punta di gioia.

Clarissa spostò il telefono dall’orecchio e lo guardò storto. “Come può avere il mio numero?” si domandò curiosa ma anche preoccupata.

«Visto che non mi chiamavi, l’ho fatto io» proseguì quella voce dal tono dolce ma energico.

«Non capisco» balbettò Clarissa attanagliata dal panico. «Non capisco come l’hai avuto».

Un breve ridacchiare subito smorzato precedette le spiegazioni di Ilaria. «Me l’hai dato tu. Non ricordi?»

Clarissa entrò in confusione. “Io? E quando?” pensò, cercando di comprendere il momento esatto in cui aveva passato il suo numero a Ilaria. Scosse il capo per scacciare l’impressione di essere finita in un girone dantesco. “Semmai è stata lei a darmi il suo, che sta nel fondo della borsa”.

«No. Francamente non lo ricordo» ammise Clarissa per non avviare una conversazione assurda. «Ti ascolto».

«Ti va di trovarci nel bar al numero quarantasette tra dieci minuti? Oppure pensi di non farcela?»

Clarissa si guardò intorno smarrita, perché l’ultima percezione erano campi desolatamente vuoti. Spalancò gli occhi la strada si era popolata di case e di esercizi commerciali. Al quarantotto era ricomparso per magia il palazzo del cliente. Controllò l’orario. Sempre cinque minuti prima delle undici. Il tempo non scorreva più. Troppi misteri per risolverli da sola.

«Va bene. Tra poco sarò lì» confermò Clarissa, avviandosi verso il bar, mentre la comunicazione cadde.

Un leggero vento scompigliò i suoi capelli mentre scorreva con gli occhi azzurri i numeri della strada. Al quarantasette c’era un portone anonimo che avrebbe ingannato chiunque. Sembrava l’ingresso di una casa ma non quello di un bar. Indugiò davanti incerta se bussare o spingere la porta. Però istintivamente avrebbe voluto essere lontana da lì. C’erano delle sensazioni che la facevano pensare. “Se non ci sono insegne” rifletté chiudendo gli occhi e corrugando la fronte, “significa che è un posto per clandestini. Il reggente di Milano non mi pare tenero con loro”.

Era lì che sfogliava la margherita, quando da una fessura del battente scorse il viso di Ilaria che le faceva segno di entrare.

[continua]

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