Attacco impossibile – Il sorriso – parte terza

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Continua la storia. La prima parte è qui, la seconda .

Ecco la terza parte.

Arrivata in stazione centrale a Milano, Clarissa scese e si incamminò verso l’uscita. Era spaesata, perché tutto le appariva surreale. I manifesti che aveva visto alla partenza tappezzavano ogni centimetro quadrato delle pareti libere. Però questi avevano un qualcosa in più: il viso di un uomo di fronte e di profilo, come nelle schede segnaletiche della polizia. Quello che le metteva apprensione era quanto scritto sotto: ‘RICERCATO – se lo riconoscete avvertite immediatamente le forze dell’ordine’. Quella fotografia era inespressiva ma turbava la sua vista. Non lo conosceva ma in un certo senso le appariva familiare.

Si strinse nelle spalle mentre scendeva al piano terra alla ricerca di un taxi. Tutto vuoto e nessuno in coda di attesa. Non ricordava mai nulla di simile da quando frequentava Milano. Sempre decine di persone che aspettavano con ansia di salire sul taxi e pronte al litigio se qualcuno tentava di fare il furbo. In effetti da quando aveva lasciato la carrozza era poche decine i viaggiatori incrociati. Tutti seri e incupiti, come se fossero stati colti da improvvisa tristezza. Tuttavia l’assenza di auto pubbliche la metteva in apprensione come il traffico esterno rarefatto nonostante fosse metà mattina. Qualcosa non tornava come quella data stampigliata sui manifesti ‘venerdì 17’. “Oggi è martedì e ne abbiamo trentuno” rifletté Clarissa scendendo con la scala mobile per prendere la linea verde della metropolitana. Anche sotto l’aspetto si presentava lugubre e smorto. Luci soffuse al limite dell’oscurità. Gli schermi del circuito chiuso mostravano solo quel manifesto intervallato con la fotografia del ricercato. La musica era un Requiem. “Forse quello di Mozart in Do minore” si disse, attraversando il tornello di accesso al binario.

Si stupì nel vedere tutto deserto o quasi la banchina. Le poche persone in attesa sembravano seguire il feretro di un funerale. Facce meste e occhi gonfi come se avessero appena smesso di piangere.

Clarissa avvertì un forte senso di smarrimento perché le pareva essere capitata nel posto sbagliato. Si mosse al rallentatore: i fotogrammi della sua vita parevano fermi. Il vagone era praticamente vuoto. Non ricordava una simile desolazione durante le sue frequenti visite a Milano. Il sorriso era stato bandito sul viso di queste persone.

Le venne il dubbio che per un qualche motivo era entrata in confusione con le date. Presto l’avrebbe verificato, quando si sarebbe presentata al cliente.

Era immersa nei suoi pensieri che avevano preso una brutta piega, quando una donna dell’apparente età di quarant’anni si sedette accanto a lei.

«Lei non sorride mai?» domandò con tono esitante, accostandosi al suo orecchio.

Clarissa la guardò di sbieco per intuire quale risposta dare. Poteva essere una delatrice, visto che promettevano delle ricompense a chi denunciava coloro che sorridevano. Non le andava per nulla rimanere impigliata nella rete della giustizia che si stava trasformando in un tritacarne mediatico. Però poteva essere una persona che cercava chi fosse disposto a sorridere ancora contravvenendo le disposizioni del presidente. Il suo viso non era inespressivo come molti altri intorno a lei ma poteva suggerire un cauto ottimismo che il sorriso non era perduto.

«Perché me lo chiede?»

La donna accennò una vaga gioia subito smorzata. Anche se c’erano pochissimi viaggiatori su quel vagone era un’imprudenza sorridere. Per contro Clarissa le infondeva fiducia. Una possibile alleata nella battaglia contro quel diktat del presidente Amurri. Andrea, il ricercato, aveva osato sfidare il proclama e si era rifugiato tra i boschi dell’Appennino per sfuggire alla cattura. Qui aveva cominciato a raccogliere dei compagni di viaggio in questa battaglia contro l’editto e li aveva mandati in giro per esplorare e trovare nuovi adepti.

Ilaria, la donna che aveva parlato a Clarissa era una di quelle missionarie in cerca di nuove forze per ingrossare l’esercito dei ribelli al divieto di sorridere.

«Mi chiamo Ilaria» si presentò togliendo dal viso la maschera corrucciata, distendendo i lineamenti. «Capisco la sua titubanza nella risposta».

Clarissa si girò lentamente verso di lei.

«Non mi ha ancora risposto». Pronunziò queste parole con tono calmo e basso.

Ilaria avrebbe voluto ridere, perché aveva intuito giusto. Questa donna poteva essere benissimo una nuova persona da coinvolgere nel progetto di Andrea. Tuttavia si limitò a una smorfia contraendo le labbra.

«Curiosità» rispose con calma. «Però lei me l’ha soddisfatta».

Clarissa rimase a bocca aperta. Quello che aveva udito in modo appena impercettibile la lasciava di stucco. Non aveva risposto eppure quella donna aveva intuito cosa pensasse sull’argomento ‘sorriso’. “Che mi legga il pensiero?” si disse, alzandosi. La prossima fermata era la sua.

«Lieta di conoscerla, Ilaria. Però io scendo qui» mormorò, avvicinandosi all’uscita. «Le auguro di…».

«Prenda» la interruppe la donna, infilandole in mano un foglietto ripiegato fino a ridurlo a un piccolo rettangolo. «Mi auguro di sentirla presto».

Clarissa scese stringendo nella destra la valigetta e nella sinistra quel minuscolo pezzo di carta, del quale ignorava il contenuto.

A passo svelto risalì in superficie. Il cliente distava pochi isolati dall’uscita della metropolitana. Lei continuò a tenere stretto quel foglietto ripiegato senza cedere alla curiosità. In pratica era l’unica che camminava per quella strada. Da un orologio pubblico osservò l’ora. “Mi posso permettere un caffè con brioche prima di arrivare” pensò mentre entrava in un bar. Infilò la sinistra nella borsa che teneva a tracolla, lasciando cadere il pezzo carta al suo interno e pescando il portafogli.

«Un caffè macchiato e una brioche vuota» ordinò al barista, che assomigliava di più a uno zombie. Due occhiaie violacee, labbra esangui e un viso di un incarnato bianco da mettere spavento.

In silenzio l’uomo appoggiò sul bancone la tazzina del caffè e un piattino con un cornetto poco invitante. Sullo specchio alle spalle del barista si rifletteva lo schermo della televisione che mostrava in alternanza il viso del ricercato e il manifesto con il divieto di sorridere. La data era sempre venerdì diciassette.

«Che giorno è oggi?» chiese Clarissa, ricevendo solo un alzata di spalle.

Lei ritenne inutile fare altre domande, perché avrebbe avuto solo silenzi e gesti di diniego.

Pagato uscì per recarsi dal cliente. Era in perfetto orario. Mancava una manciata di minuti alle undici.

[continua]

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