Archivio mensile:novembre 2017

Disegna la tua storia con Alchimie – Una vecchia istantanea

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Marzia di Alchimie, un blog che dovete visitare, mi ha proposto una vecchia immagine in bianco e nero per costruire una storia.

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Quando si appoggiò sul muretto che divideva il fiume dalla strada, le sembrò essere tornata indietro di quarant’anni. Tutto era uguale: l’atmosfera, il parapetto, l’acqua che scorreva lenta verso l’orizzonte.

Elena fece un sorriso amaro con una smorfia del viso. Si rivedeva trentenne e piena di speranze ma un dettaglio stonava adesso rispetto allora. Si sentiva infelice. Una lacrima sfuggì dalle ciglia e finì sul bordo, a cui era appoggiata.

Era una giornata di dicembre, un po’ grigia come le vecchie fotografie in bianco e nero sempre sfocate e ingrigite dal tempo. Aveva preso il treno con Leo nonostante i genitori non fossero d’accordo.

«È disdicevole che una ragazza viaggi da sola con un uomo» aveva sostenuto la madre, mentre il padre era più possibilista a dare il via libera.

«Madre, ho ormai trent’anni. Non sono più una ragazza! Sono una donna che tra un anno si sposa» aveva replicato Elena offesa nell’essere trattata come se avesse dieci anni.

«Appunto» troncò la discussione. «Dovresti stare in casa a preparare il corredo nuziale e non a correre via con un uomo».

Elena alzò le spalle tornando nella sua camera. Quella gita a Roma non sarebbe saltata. “Costi quel che costi” si disse, chiudendo la porta alle sue spalle. Leo tra poco meno di un anno sarebbe diventato suo marito e non ci vedeva nulla di sconveniente fare una gita di una giornata in quella che sarebbe stata la sua nuova città. Un’ora di treno divideva da dove abitava alla città Eterna. Sessanta minuti per allontanarsi dalla presenza asfissiante dei genitori.

Avevano contestato il suo fidanzamento con Leo, perché era uno straniero secondo il loro punto di vista. Avrebbe dovuto sposare Italo, il figlio del podestà della sua città. “Quel lumacone borioso” ricordò Elena, osservando il lento fluire delle acque limacciose del Tevere. “Chissà dov’è finito”.

Leo era l’erede di banchiere ebreo, che viveva in un palazzo del cinquecento a Roma. Bello, alto e dalla dialettica facile. Aveva conquistato subito l’attenzione di Elena, quando era stato invitato alla festa di laurea di Alessandro, un giovane che abitava nella villa accanto alla sua.

Leo fece un corteggiamento discreto ma insistente, finché non strappò il consenso al fidanzamento. Però lui non desiderava che fosse lungo come era consuetudine in quegli anni. Elena si avvicinava alla trentina e lui li aveva superati da due.

«Non possiamo sposarci, quando siamo vecchi» aveva detto, proponendo di sposarsi tra due anni al massimo.

Per lui superata la soglia dei trent’anni si avviava al declino della vecchiaia. Quindi si doveva accelerare il matrimonio.

Quel giorno, oltre a farle conoscere Roma, voleva mostrarle dove avrebbero vissuti da sposati e la chiesa nella quale sarebbe avvenuto la cerimonia.

“È stata una giornata speciale” si disse, riandando col pensiero a quei momenti. “Ero felice e spensierata, mentre mi tenevo sotto il suo braccio. Era la prima volta che la visitavo. Sempre sognata ma mai vista”.

Il suo occhio si inumidì a quei lontani ricordi. Però sopra di loro aleggiavano minacciose le leggi razziali, che erano state promulgate da poco. Il padre era ebreo, mentre la madre non lo era.

«Non ci faranno nulla» aveva sostenuto Leo, quando ne avevano parlato. «Siamo troppo importanti per essere cacciati. E poi siamo cattolici».

Lei gli aveva creduto, finché due mesi prima della data del matrimonio ricevette un biglietto da Leo.

Devo scappare se voglio aver salva la vita. Quando mi sono sistemato mi raggiungi. Ti amo. Leo

Fu una mazzata quello scritto. Le sembrò che il mondo le fosse crollato rovinosamente addosso.

«Te l’avevo detto che non era l’uomo per te» le disse con acrimonia sua madre. «Italo è la persona che devi sposare».

Elena aveva avuto sempre il dubbio che la causa della fuga di Leo fosse proprio il figlio del podestà. Anche adesso che si trovava nel punto dove il promesso sposo l’aveva immortalata, era sicura che la colpa fosse di Italo, che attraverso il padre aveva manovrato per costringere alla fuga Leo. Quella vecchia fotografia era sempre con lei, perché le ricordava gli ultimi istanti felici della sua vita.

«Nonna mettiti in posa che ti fotografo» disse Arianna, la nipote.

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Ma guarda un po’: Blogger recognition award

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Paola di parole di polvere ha pensato bene di nominarmi e io la ringrazio di cuore. Pensate è il secondo che ricevo dopo quello di Idee in movimento di Alidifarfalle – che splendido nome.

Orsetto rimettiti in riga devi ringraziare Paola per il gentile pensiero e non divagare come il tuo solito!

Procediamo con le regole come in tutti gli award che si rispettino.

Blogger Recognition Award – Le regole
• ringraziare il blogger che vi ha nominato e inserire il link al suo blog;
• scrivere un post per mostrare il proprio premio di riconoscimento;
• raccontare brevemente la nascita del proprio blog;
• dare dei consigli ai nuovi blogger;
• nominare altri 15 blogger ai quali si vuole passare questo premio di riconoscimento;
• commentare sul blog di chi vi ha nominato e fornirgli il link al tuo articolo

Il primo punto è assolto, così posso andare in Paradiso mondato da tutti i miei peccati di blogger. Il ringraziamento è scritto come pure il link.

Il secondo? Ma ragazzi cosa sto facendo? Teatrino o scribacchino? Quindi se avete la pazienza di leggerlo fino in fondo, potete trovare l’immagine del premio stesso. Mi raccomando. Proseguite nella lettura, altrimenti scrivo per nulla. Con questo ho sistemato i primi due punti.

Come nasce il mio blog Newwhitebear’s Blog – Poesie e racconti: i colori della fantasia

Il blog ha una storia lunga: dieci anni e molti mesi. Qualcuno dirà: ma ha una testa dura questo newwhitebear, perché non ha ancora smesso di scocciare coi i suoi post. Forse avete ragione ma si sa che gli orsi sono tenaci.

Nasce per scommessa contro me stesso. Ma è proprio balengo, questo orso. Scommette contro di sé. In effetti ero convinto che nessuno mi avrebbe letto, quando ai primi del 2007 – sì avete letto bene – ho scritto il primo post sul sito di Microsoft Windows Space Live. Ovviamente scommessa vinta. Nessuno lo lesse o almeno non ne lasciò traccia. Credo che fosse una poesia. Anzi no una curiosa riflessione. Vi lascio il link se qualcuno avesse l’ardire di leggerla. Parlavo di scommesse. Scommessa vinta dal blog e persa dal sottoscritto. Passato il primo choc, qualche incauto cominciò a leggere le mie schifezze e commentare pure ma in poco tempo un bel po’ di seguaci leggevano e commentavano. Qualche approfondimento a base di mail c’è stato. Io sono fatto così. Curioso come un orso. Mi disse che il successo mi avrebbe messo ansia con rischio di sindrome da post bianco – Non si dice così? Va bene è una licenza del blogger. Due mesi dopo ho deciso di farlo morire d’inedia. Ma il richiamo del blog era troppo forte. A maggio sono finito su quella splendida e sempre rimpianta piattaforma di Splinder. Un posto davvero speciale dove c’erano persone speciali. Da lì non mi sarei mosso, nemmeno a cannonate, se non fosse defunta. Il passaggio su WordPress è stato naturale, perché Microsoft aveva chiuso la sua e mi ha traslocato coattamente qui. Ma questa è storia recente si fa per dire: gennaio 2011. Niente di speciale dunque ma una lunga storia.

Ragazze e ragazzi ci siete ancora oppure mi avete abbandonato al mio destino. Per i più tenaci proseguo.

Anche il terzo punto è andato in porto.

Mi domando se a ricevere nomine sia così faticoso ma proseguo

Consigli a nuovi blogger

Consigli per gli acquisti? Consigli per i blogger? Qualcuno me ne suggerisce di validi per me, perché sono ancora un apprendista blogger. L’unico suggerimento, niente consiglio – brutto vocabolo -, è dimostrarsi cortesi e gentili con gli altri, accettare le loro opinione senza recedere dalla propria, rispondendo in modo educato. Il resto viene da sé. Ognuno deve trovare la propria identità sul web senza crearsi un alter ego difforme da quello che si è.

Qui è stata dura. Dare dei consigli? È una bella impresa ma proseguiamo.

Ci siete ancora? Un ultimo sforzo e poi potete mandarmi a quel paese.

La nomina di 15 blogger? La salto, perché tutti sono nominati. Siete tutti nel mio cuore, quindi niente scelte antipatiche.

L’ultimo punto è più facile. Un commento l’ho lasciato. Un secondo mi fa piacere.

Nanowrimo winner 2017

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You, wonderful author, spent this past November unleashing your creative powers, fighting back inner editors, and teaming up with thousands of writers around the world. We’re incredibly proud to welcome you to the NaNoWriMo winner’s hall.

Congratulations on your superheroic achievement!

 

Winner Certificate

Disegna la tua storia – nro 20 – la lavatrice

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Quando l’assistenza se ne andò, Viola si mise le mani nei capelli. Il bagno era in condizioni pietose. Acqua, pedate, manate un po’ ovunque e lei fra mezz’ora doveva raggiungere il posto di lavoro.

«Maledetta lavatrice» bofonchiò esasperata, osservando quel disastro.

Doveva fare il bucato grosso, come tutti i mercoledì ma quel giorno non fu così. Almeno lei ci provò ma tutto congiurò per il contrario.

Viola in quella giornata era di turno al pomeriggio. Lavorava in un supermercato come cassiera. Sei ore estenuanti a combattere con i clienti e col lettore di codice a barre. Quel bip risuonava nelle orecchie come un colpo di spillo sulla pelle. Il turno più massacrante era quello serale, perché quando tornava a casa alle ventidue non riusciva a smaltire quel suono. Lo udiva di continuo per almeno un paio d’ore.

Viola divideva l’appartamento con Giacomo, lo storico compagno di banco della scuola. Vivevano insieme da almeno dieci anni ma rimandavano la regolarizzazione della loro convivenza nel futuro prossimo. Non avevano fretta e stavano bene così. Giacomo era un impiegato di una ditta di logistica. Aveva trentacinque anni e qualche capello bianco. Tranquillo e posato aveva un potere calmante sui nervi di Viola specialmente quando tornava alla sera.

Quel mercoledì lei riempì il cestello della lavatrice per bene, sistemando il carico in modo omogeneo. Le avevano detto che altrimenti quello si poteva rovinare. Aveva cambiato la lavatrice da qualche mese dopo aver pensionata la vecchia comprata quando avevano messo su casa. Era il modello di punta della gamma, ricco di programmi e complicato come uno smartphone. Giacomo rideva quando la vedeva armeggiare col libretto delle istruzioni.

«C’è poco da sfottere» diceva Viola piccata facendo le boccacce.

Anche quel mercoledì con le istruzioni in mano programmò la lavatrice, mettendola in movimento. Tuttavia dopo dieci minuti la luce se ne andò. Aspettò qualche minuto paziente che ritornasse ma alla fine decise che era un problema suo. Scese nella stanza dei contatori e imprecò. Era scattato l’interruttore generale. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, riuscì nel suo intento.

Tornata nell’appartamento, adesso in tilt era il programma della lavatrice. Lesse i codici d’errore sul display e il manuale nella sezione ‘segnalazioni’.

Viola non era la persona adatta al turpiloquio ma la parolaccia scappò lo stesso.

«Che stronzo! Certo che lo so che il programma è bloccato» esclamò indispettita. «Pensa forse che non me ne sia accorta?»

Lesse le istruzioni per ripartire. Un’ora dopo era ancora lì esausta e arrabbiata. Con la vecchia lavatrice sarebbe stata sufficiente girare una manopola e premere un tasto. Qui serviva una doppia laurea. La prima in lettere per capire le istruzioni scritte in un italiano astruso. «Maledetto Google» imprecò aggiungendo qualche altro epiteto colorito. La seconda in informatica per mettere in sequenza tutti i comandi come se fossero istruzioni di un programma.

Alla fine Viola arrabbiatissima diede una manata sul display e la lavatrice riprese a funzionare. Osservò l’oblò per verificare se effettivamente stava lavando oppure facesse finta.

Era da pochi minuti in cucina, quando udì un rumore di ferraglia. Si mise in ascolto ma tornò il silenzio. Riprese a lavare l’insalata, quando quel rumore infernale si fece sentire di nuovo.

Inquieta andò in bagno a controllare la lavatrice, che le sembrò un essere umano. Borbottava, grattava ed emetteva sberleffi, finché un solenne ‘crash’ mise fine alla cacofonia di suoni. Un fumo azzurrino filtrava dal retro, mentre un filo d’acqua scorreva da sotto.

Chiuso il rubinetto dell’acqua e staccata la spina, osservò, livida in faccia, il disastro.

Non restava che chiamare l’assistenza.

Disegna una storia in compagnia di Alchimie – Il tramonto

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Dalla bella immagine di Alchimie ho disegnato questa storia.

Lo chiamano il bosco degli spiriti i viggianesi, perché di generazione in generazione affermano che le anime dei loro concittadini si nascondono tra quegli alberi per parlare tra loro. Lo considerano sacro e degno di ogni rispetto.

Un bosco folto di castagni, querce e sorbi si estende lungo le pendici della montagna, che di certo ha un nome ma non per loro. Per i viggianesi è la Montagna e basta. Nessuno è mai stato interessato a conoscerne il vero nome. Quel intrico di alberi e di sottobosco comincia appena fuori l’ultima casa di Viggio e si arrampica fino alla cima, nascondendola.

A loro non piace andarci, perché dicono che si disturba la pace dei suoi abitanti. Tengono puliti i sentieri ma lo fanno malvolentieri come raccogliere la legna per l’inverno. Ha una sacralità che farebbe sorridere ma che tutti rispettano.

A Sofia invece piace camminare nel silenzio del bosco, ascoltando il rumore della natura. Ci va con Tobia, il suo cane, un meticcio festoso. Lui corre a destra e a sinistra ma torna sempre dalla sua padroncina per sincerarsi che non l’abbia abbandonato. Assapora il gusto della libertà senza dover sottostare alle imposizioni degli umani. Niente guinzaglio, niente museruola. Può far sentire la sua voce senza essere zittito. Può scapicollarsi senza limitazioni.

Sofia ha vent’anni e studia all’università della sua città per diventare botanica. Ama la natura e vivrebbe sempre nel bosco.

Quest’anno il novembre è stato mite, soleggiato e con cielo terso che pare lavato. Nella giornata odierna le nuvole bianche viaggiano leggere da nord verso sud sospinte da una brezza di tramontana.

Oggi non ci sono lezioni all’università, perché il personale è in sciopero. Sofia non riesce a starsene ferma in casa e decide nel pomeriggio di fare una passeggiata nel bosco degli spiriti come tante altre volte. Si copre bene col piumino, indossa degli stivali foderati per camminare comoda.

«Vieni Tobia» dice al suo cane, che prontamente si mette davanti alla porta. «Mamma vado a fare una camminata nel bosco degli spiriti con Tobia».

Anna disapprova queste uscite ma non lo dice apertamente. Come tutti i viggianesi ritiene che sia un sacrilegio camminare nel bosco, perché si disturbano le anime dei loro defunti.

«Non fare tardi. Le giornate sono corte in novembre e fa buio presto» l’ammonisce, salutandola con un gesto della mano.

Sofia sorride. Conosce bene sua madre ed è consapevole che non approva le sue uscite. “Tutte superstizioni” pensa, aprendo il battente.

«Certamente, ma’. Sarò di ritorno prima del calare del sole».

Tobia corre felice avanti e indietro. Si stava annoiando in casa ma adesso può fare lunghe corse, abbaiando felice.

Sofia e Tobia si inoltrano nel bosco, che sta perdendo le ultime foglie. I raggi del sole finalmente possono posarsi sulla terra ricoperta di quanto è caduto dai rami. Alcuni ricci di castagne sono semiaperti e anneriti dal tempo. Le ghiande sono sul terreno e sul sorbo restano i frutti rossi, maturi.

Sofia li osserva ma evita di raccoglierli, mentre Tobia corre festoso avanti e indietro, libero e felice.

Il sole inizia a declinare. È giunto il momento di tornare. Sofia richiama il meticcio.

«Tobia, si torna a casa» dice la ragazza, accompagnando le parole con un gesto della mano.

Il cane docile al richiamo si affianca a lei. Prendono il sentiero che tra non molto li porterà fuori dal bosco.

Le nuvole che fino a qualche istante prima sembravano batuffoli di cotone adesso assumono una consistenza rosacea, declinando verso il grigio.

Il sole scende timido tra le cime brulle delle montagne di fronte, inondando con un rosso tenue il cielo che si sta inscurendo.

«Vedi Tobia» fa la ragazza abbassandosi verso terra. «Vedi la meraviglia del tramonto».

Il meticcio la guarda con i suoi occhi dolci scuri e abbaia contento.

Addendum

L’immagine è tratta dal blog Alchimie e l’ho usata per disegnare la mia storia. Grazie, Marzia

Disegna la tua storia – nro 19 – I numeri

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In effetti è il diciassette ma per Tania rimane il diciannove. Mica semplice districarsi tra i numeri, specialmente se si è al termine di una giornata estiva col sole che picchia e il caldo che non dà tregua.

Però riavvolgiamo il nastro del tempo e pensiamo alla simbologia dei numeri.

Tania ci crede che tutto sia un numero e che quindi simbolicamente le nostre esistenze siano dominate dalla loro influenza.

Il diciannove è secondo la scienza dei numeri un numero karmico, associato alla vita precedente. Tania è convinta che in una vita precedente lei era una donna coraggiosa e abile nel comando. Guidava un esercito e tutti i maschi le obbedivano. La sua insegna era originale: una mano con al centro l’occhio di Dio. Il suo occhio, che dominava il mondo. Da dove ricavasse questa certezza non è dato di sapere ma lei ci credeva e non ne faceva mistero.

Tania è una ragazza di vent’anni. Non alta e nemmeno bassa. Si dice che è nella normalità, dove per normale non si capisce bene quale sia il metro di valutazione. Però per tutti era così. Non bella, non brutta, né snella e neppure grassa. Insomma una ragazza che poteva sembrare anonima. In effetti lo era. Convive con un ragazzo, Roberto, che di grilli per la testa ne ha pochini. Razionale ma passionale al punto giusto. Un po’ il contro altare di Tania, di cui accetta con pazienza le sue sparate sulla numerologia. Se si esclude questa fissa, lei è una ragazza gradevole con cui vivere.

Lei è ossessionata dai numeri al tal punto che tutto è un numero. Il suo nome, Tania, corrisponde al cinque.

«Cosa significa il cinque?» chiede Roberto mentre sono nel letto.

«Ma come?» lo guarda sorpresa Tania con aria di rimprovero. «Non conosci il valore del numero cinque?»

Lui abbozza un sorriso. Sa quanto sia permalosa e quindi si trattiene dal ridere apertamente. Non crede che un numero possa cambiare il corso della vita. Con pragmatismo è convinto che ognuno forgia la sua esistenza con le proprie mani. “Altro che cinque!” pensa, mentre la sfiora con le labbra il collo, che invitante è lì per essere baciato.

Tania si scosta, ignorando il suo gesto e lo guarda torva.

«Il cinque è il simbolo del molteplice, del mutevole e dell’esplorazione. Chi sta sotto questo numero è alla costante ricerca di nuove mete. È irrequieto e attivo, fortunato e passionale, estroverso e tende a vivere nuove esperienze».

Roberto trattiene la risata. “Ha descritto l’esatto contrario di come è Tania» si dice, allungando una mano sul suo seno. «Conservatrice, fredda e apatica! Ci vuole solo la mia pazienza per sopportarla in questi momenti». Sospira, mentre lei allontana la mano infastidita.

Presa dal delirio dei numeri non accetta gli slanci passionali di Roberto, anzi li trova fastidiosi. Lui vorrebbe fare sempre all’amore ma lei si concede poco e male.

«Il diciassette è un numero insulso» prosegue, mentre Roberto dà segni d’insofferenza con viso e col corpo.

Sbuffa e fa delle smorfie. “Quando inizia coi numeri non finisce più” pensa, cercando d’isolarsi acusticamente. “Anche stasera si va in bianco”.

Tania prosegue in un’estasi mistica. Non si accorge che Roberto si è girato voltandole la schiena e non la sta ascoltando.

«Non dice nulla. Non è un numero universale, né maestro e neppure karmico. Insomma un numero sciocco» declama ad alta voce con gli occhi in delirio.

«Tu che sei il numero otto potresti raggiungere i risultati più elevati. Saresti in grado di gestire il potere. Se tu fossi capace d’intuire la profondità dell’anima, non avresti confini a vincolare la tua vita» prosegue Tania agitando le mani e alzando di un’ottava la voce. No si accorge dell’indifferenza del compagno.

Roberto si gira e la guarda incredulo. “Stasera ha veramente superato i limiti: Altro che confini!” si dice, osservandola, mentre continua a blaterare ad alta voce.

«Che ne dici, se ci mettiamo a dormire?» chiede Roberto, appoggiato su un gomito, interrompendo il suo delirio dialettico.

Tania lo fulmina con gli occhi, anzi se fossero dotati di laser l’avrebbe incenerito.

«Ma ho voglia di fare all’amore» afferma decisa, dando la colpa a Roberto se lui vuol dormire.

«E allora smetti di cianciare e vieni sotto le lenzuola» rimbecca Roberto, afferrandola e trascinandola verso di lui.

I numeri a quel punto sono andati in soffitta sconfitti dalla passione.

Disegna la tua storia – nro 18 – la gita in montagna

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Quando Doriana mise un piede su quel sentiero si sentì male, perché non voleva ammettere che soffriva di vertigini e quello le provocava.

Si fermò esattamente come un mulo che non ha intenzione di proseguire: puntando i piedi.

«Che ti prende?» bofonchiò Germano sorpreso, guardandola in viso.

Il volto della ragazza era verdognolo per il terrore di andare avanti ma anche perché doveva confessare che se avesse fatto un passo in più avrebbe avuto una crisi di panico.

Labbra serrate e respiro affannoso ma in particolare il cervello non comandava le gambe. Tutto il suo sistema fisico e mentale era andato in tilt.

«Ti aspetto, qui sotto questo castagno» mormorò Doriana, accasciandosi a terra.

Cominciò a tremare, dapprima in modo appena percettibile ma poi più vistosamente. Un tremore convulso che non riusciva a dominare.

Germano la scrutò con cura. Non l’aveva mai vista in quello stato. Fece mente locale e decise di restare con lei. Lasciarla sola gli avrebbe fatto perdere la concentrazione e quel sentiero non perdonava gli errori. Stretto era un eufemismo: consentiva di mettere un piede dietro l’altro e in certi punti non era nemmeno possibile. Si dovevano strisciare. Il corpo aderente alla roccia doveva essere ben centrato sul sentiero per evitare di cadere di sotto. Il salto non era uno scherzo. Qualche centinaia di metri in caduta libera e morte assicurata. C’era un filo di ferro a cui tenersi ma era un palliativo. Difficilmente avrebbe sorretto una persona che rischiava di precipitare di sotto.

«Non mi hai detto che soffrivi di…» disse Germano, accoccolandosi di fianco a lei.

La ragazza scosse il capo, abbassando gli occhi. Era stata una sua proposta quella gita sulle montagne del Trentino e adesso ne provava vergogna, perché si trovava in una situazione imbarazzante.

«Mi dispiace» sussurrò affranta, portando le gambe vicino al petto.

Germano rise per spezzare quel clima che da allegro si era trasformato in funereo. Avevano riso e scherzato dal punto di partenza fino a lì ma adesso quel senso di spensieratezza era svanito, lasciano il posto a pensieri cupi.

«Ora lo so e possiamo tornare indietro. Al rifugio ci arriviamo per una via più comoda» affermò deciso.

Due grosse lacrime scesero sulle guance di Doriana, perché aveva tolto il piacere di quella ferrata al compagno. Era colpa sua e non sapeva come rimediare.

Germano si avvicinò e le cinse le spalle. Scostò il capelli castani che cadevano sulle spalle per mettere a nudo il collo. Con delicatezza la baciò e poi le prese la mano per alzarla.

«No!» fece la ragazza opponendosi a quel gesto. «Lasciami qui e ti aspetterò al ritorno».

Germano scosse il capo per negare questa possibilità. Ne avevano già parlato, quando avevano organizzato la giornata.

«Questo sentiero si può fare solo in un senso. Da qui verso il rifugio. Non è possibile fare il tragitto inverso» spiegò con calma il ragazzo. «Quindi se tu non te la senti, non si fa nulla. Si torna da dove siamo partiti».

«Ma…» tentò di dire Doriana, incrociando i suoi occhi con quelli di lui.

Germano mise l’indice sulle labbra della ragazza per farla tacere.

«Facciamo il picnic e poi si torna» disse, mentre sfilava lo zainetto dalle sue spalle.

La giornata era splendida e il luogo silenzioso.

Disegna la tua storia – nro 16 – Il concerto

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Quando Carmela aprì il post, rimase di stucco.

«E moh! Che faccio?» disse, osservando il disegno.

Chi l’aveva disegnato voleva vedere come l’avrebbe interpretato. Insomma ognuno avrebbe visto, quello che voleva vedere.

Lei si alzò dalla sedia e camminò lentamente per la stanza, soffermandosi sui dettagli dello studio. Non era la prima volta ma non sarebbe stata l’ultima. Il poster attaccato alla porta non le piaceva più. Anzi di domandò perché era ancora lì dopo tanto tempo.

«Mi ricorda un pessimo episodio» mormorò, mentre con delicatezza lo staccava per poi piegarlo con cura.

Aveva diciotto anni, quando lo comprò all’ingresso del campo sportivo, dove la sua band preferita si sarebbe esibita una sera di aprile. Era la prima volta che sua madre aveva detto ‘sì’. Fino a quel giorno era sempre stato un ‘no’. «Circola droga». Con queste parole aveva giustificato la sua negazione al permesso di assistere alle esibizioni delle varie band nella sua città.

Adesso era maggiorenne ed era più difficile impedirle di andare. Così a malincuore aveva detto sì. “Però forse sarebbe stato meglio che avesse detto no” pensò Carmela, mettendo in una scatola il poster piegato.

L’avvicinamento al grande giorno non era stato dei più felici. Due interrogazioni finite male e il compito di greco era stato un disastro ma il pensiero di andare finalmente con tutta la banda ad assistere al concerto rock aveva messo in seconda fila i risultati scolastici. Ricordò che aveva ignorato quelle avvisaglie che si tradussero in una bocciatura a fine anno.

Anna, Flora, Sandra, Elena e quel figo di Enzo erano con lei quella sera, che in qualche modo segnò la sua esistenza. All’ingresso aveva comprato il poster, appena archiviato dopo vent’anni di onorata presenza, ma quello che era successo durante l’esibizione fu la svolta. “Tutte noi sbavavamo per Enzo, che con la maestria di un giocoliere ci faceva volare alto prima di mollarci a terra deluse” ricordò Carmela sospirando. “Era il mio turno ed ero al settimo cielo, abbarbicata su di lui”.

«Prendi» mi disse, dandomi una mentina colorata, che misi in bocca senza pensarci due volte. Aveva uno strano gusto che aveva cercato di annacquare con diverse birre.

“Fu un delirio di colori e di mondi rotanti e mi ritrovai al Pronto Soccorso mezza morta. Quel fetente mi aveva rifilato una pastiglia di ecstasy, che io ignara di droghe avevo succhiato”.

Mia madre non disse nulla, quando mi aveva riportato a casa, nemmeno un ‘te l’avevo detto’. Per molti mesi non mi rivolse la parola ma aveva ragione.

Quando dieci anni dopo era sul punto di morte, mi guardò e pronunziò le fatidiche parole. «Ricordati di quella sera». “Credo che siano state le ultime parole che pronunziò prima di morire” si disse con un filo di commozione.

«Adesso nella vecchia casa di famiglia abito solo io e Jack» mormorò Carmela con un filo di voce, mentre chiudeva in uno scaffale dell’armadio quel vecchio poster. In qualche maniera l’aveva ammonita in tutti questi anni a non prendere caramelle da nessuno senza conoscerne il contenuto.

Tornò a osservare il disegno ma non ci vedeva nulla. “Una lampada a stelo?” si chiese, mentre accarezzava la testa di Jack.

Disegna la tua storia – nro 15 – il mostro

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Quando Massimo spuntò dietro la curva, vide in lontananza tra i rami di un bosco una costruzione imponente. Si fermò sul ciglio della strada per osservare meglio quel parallelepipedo che superava in altezza il bosco e le alture prospicienti.

«Ma è mostruoso» borbottò a mezza voce.

Gli sembrava impossibile che una simile bruttura fosse stata edificata in quel posto, che ricordava come una vallata piena di verde. Non poteva crederci. Forse i suoi occhi erano velati dalla stanchezza e gli facevano vedere mostruosità inesistenti.

Aveva solo un mezzo: fare quell’ultima ripida salita e poi l’incanto della valle delle Saline si sarebbe aperto dinnanzi ai suoi occhi. Era un posto meraviglioso, abitato da fate e gnomi, da elfi e altre creature fatate. In realtà Massimo ricordava che quella striscia di terra tra due montagne era attraversata da un torrente dalle acque fresche e chiare e contornata da larici e abeti. Però adesso pareva che fosse cambiato tutto dall’ultima volta che c’era stato.

“Da quando non vengo qui?” si domandò basito mentre negli occhi c’era ancora stampata quell’immagine che faceva violenza con i suoi ricordi. Non lo rammentava ma di certo diversi anni. Si alzò dal ciglio erboso per affrontare quel tratto di strada duro e asfissiante.

Afferrò la borraccia e ne bevette un lungo sorso prima di riprendere la bicicletta.

Pedalò di buona lena ma la salita sembrava non finire mai. I tornanti si succedevano con lenta monotonia. Uno dopo l’altro. Il respiro si faceva più affannoso, mentre le gambe s’indurivano per lo sforzo. Pescò da una tasca una barretta d’energia, sperando si scollinare in fretta. Non aveva nemmeno il fiato di dire ‘a’, mentre continuava a salire. Passata la curva vide la strada spianare e il coso ancora più vicino. Il valico era lì a portata di gamba.

Massimo si fermò per riprendere fiato e calmare il respiro. Il cuore batteva forte come se fosse impazzito. Doveva affrontare la discesa con lucidità per non rischiare un ruzzolone.

Guardò quel parallelepipedo grigio. Faceva impressione. Dire mostruoso era puro eufemismo. Brutto, di un grigio sporco come se avesse qualche millennio di storia alle spalle ma eccessivamente alto. Rovinava la visuale. Oltre a quello c’erano altre note stonate come se la valle fosse stata profanata. Dal fondo arrivava un rumore incessante, un rombo grave che si avvicinava e poi spariva.

Respirò a fondo prima di affrontare la discesa e scese con prudenza tra due ali di bosco. Questa non faceva impressione, era più dolce e meno impegnativa.

Massimo pennellava le curve e rilanciava l’andatura subito dopo. L’odore della resina entrava nei suoi polmoni, quando a un trattole narici avvertirono il puzzo tipico delle automobili.

Fatta l’ultima curva vide l’inimmaginabile. Un’autostrada sfregiava la vallata e tante costruzioni stavano intorno a quel mostro che svettava alto nel cielo.

Due grosse lacrime bagnarono le sue guance. La valle delle Saline era scomparsa.

Disegna la tua storia – nro 14 – I ponpon

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«E sì!» esclamò Rosalba, vedendo quel disegno su una rivista fai da te.

«Cosa?» domandò Alfonso, drizzandosi eretto.

Lei lo guardò di sbieco, perché come al solito il compagno poneva delle domande inutili. Non vedeva per caso due ponpon rossi e una specie di treccia, si chiese infastidita. E poi che ne sa lui di maglieria e altro.

Rosalba ignorò la domanda e si immerse nella lettura. La stuzzicava l’idea di realizzare quel ponpon senza sapere come utilizzarlo.

Alfonso la guardò in attesa di una risposta che non arrivava. Incerto se tornare alla lettura del quotidiano sportivo o indagare su quella sortita, di cui non aveva capito il senso. Poi capì che era vano aspettare e quindi riprese la lettura dell’articolo. Quando leggeva si isolava dal resto del mondo come se fosse prigioniero in una bolla impermeabile al suono.

In sottofondo Alfonso la sentiva mugugnare. Perse il filo e dovette ricominciare dall’inizio. Si stava innervosendo e si preparò a traslocare nello studio, quando udì la sua voce.

«Hai del cartoncino spesso due millimetri?»

Alfonso alzò gli occhi dal giornale, osservandola sorpreso.

«Perché dovrei avere del cartoncino da due millimetri?» disse puntando lo sguardo su di lei.

«Mi serve di quello spessore» fece Rosalba con tono naturale.

Alfonso era basito. Prima parla da sola, adesso esce con una richiesta strampalata, rifletté, cercando di dare un senso alla domanda.

«Chi ti dice che abbia del cartoncino di due millimetri?»

Rosalba diede segno d’insofferenza, sbuffando. Non le piaceva che a domanda non corrispondesse risposta. Aveva necessità di conoscere se in casa ci fosse di quel tipo di cartoncino e non rispondere a una sua domanda.

«Hai o non l’hai?» domandò la donna con tono aspro.

Alfonso alzò le spalle e si tuffò di nuovo nella lettura del quotidiano, che gli fu strappato con violenza qualche istante dopo.

«Ti ho fatto una domanda ed esigo una risposta» sibillò Rosalba, appallottolando il giornale, che gettò per terra.

Alfonso si alzò dal divano con lo sguardo di fuoco. Le labbra tremavano per la collera, che cresceva a dismisura. Non era sua intenzione litigare per un cartoncino ma se si comportava così era pronto a raccogliere la sfida. La fronteggiò tenendo le braccia lungo il corpo, anche se le mani prudevano.

«Ti sei bevuto il cervello?» l’apostrofò con durezza. «Dove lo dovrei tenere questo cavolo di cartone?»

Rosalba, esasperata per l’atteggiamento del compagno poco collaborativo, si alzò in punta di piedi e lo baciò per fare pace. Per un ponpon era assurdo litigare. L’avrebbe fatto domani dopo aver comprato quanto le serviva. “E sì, manca anche la lana” pensò, mentre l’abbracciava.