Archivio mensile:ottobre 2017

Disegna la tua storia nro 4

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Una vecchia sfida di Scrivere creativo. Da un disegno si deve ricavare un racconto. Ecco cosa ho immaginato.

Piero aveva fatto un aereo di carta. Aveva alitato sulla punta per dargli la carica. Disteso il braccio dietro la spalla l’aveva lanciato verso il soffitto. Con uno scatto era partito.

Stava volteggiando tra gli sguardi curiosi dei compagni che seguivano l’evoluzione di quello che pareva un superjet, il Concorde. Era il momento di transizione tra l’ora di matematica e quella d’italiano. Diversamente dagli altri giorni tutta la classe sorvegliava in silenzio le evoluzioni dell’aereo di carta, che pareva dotato di una propria anima.

Saliva, scendeva, virava a destra e poi a sinistra prima di riprendere quota. La spinta inesauribile lo teneva alto nell’aula.

Il volto di Piero mostrava soddisfazione. “Un siluro” mormorò, appoggiano la testa alle mani incrociate dietro la nuca. “Il foglio protocollo è eccezionale per la loro costruzione”.

Non si sentiva volare una mosca ma nemmeno prestare attenzione all’ingresso della Ciospa, come avevano nominata la professoressa d’italiano.

Lei tutta impettita col solito chignon a ciambella che pareva sempre lo stesso. Invariato nella posizione e con una specie di retina a sostenerlo. Le dava un’idea molto severa con quelle striature bianche. Piccola ma energica non alzava mai la voce per riprendere la classe alquanto vivace e insofferente alle sue spiegazioni. Qualcuno ci aveva provato a fregarsene dei suoi richiami ma se ne era pentito amaramente. Nota e convocazione dei genitori che sbuffavano per la rigidità dell’insegnante.

La Ciospa entrò nell’aula e rimase sorpresa dal silenzio degli studenti. Si fermò, guardò cosa c’era scritto sulla porta IIIA. “Sì, è la mia classe” borbottò varcando la soglia con decisione. Sistematasi sulla cattedra, aprì registro per segnare gli assenti, quando un ombra passò davanti ai suoi occhi.

Sollevò gli occhi per capire, mentre qualche risata si levava dai banchi, subito repressa. Riabbassò la vista sul registro quando una specie di siluro passò a pochi centimetri dalla sua mano, che fece uno scarto. Sul registro comparve uno sgorbio rosso.

Questa volta tutta la classe esplose in una risata battendo le mani. La Ciospa indispettita per lo sgorbio che deturpava il registro cercò d’individuare cosa l’aveva disturbata. Non certo la risata ma una sensazione strana sul chignon. Volse il viso verso la finestra e vide riflessa la sua immagine.

Il siluro aveva atterrato proprio lì.

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Incipit profetico nro 4 – seconda parte

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Per chi non ricordasse la prima parte la può leggere qui.

Il suo uomo non avrebbe tardato ad arrivare. Se era di buon umore, si sedeva a mangiare in silenzio dopo le preghiere di ringraziamento. Se qualcosa era andato storto, era meglio girarci al largo. La flemma del mormone lasciava il posto all’ira dei peccatori.

“Ecco” pensò Dora, illuminandosi con un sorriso. “Ecco quando si pecca. Quando Joseph torna con la luna di traverso. Lui tradisce il credo di porgere l’altra guancia e di pregare Dio”. Al pensiero di questa rivelazione Dora rabbrividì.

“Joseph come figlio del Padre Celeste ha avuto questa rivelazione. I giganti arriveranno e dormiranno sotto i nostri letti” si disse, facendosi il segno della croce e recitando il Credo. Guardò fuori dalla finestra, mentre il sole arrossava il cielo e le nuvole. Joseph non era ancora tornato.

Ancora poco poi le ombre si allungavano e scendeva il buio.

Dora si alzò per accendere il lume a petrolio. La luce elettrica non arrivava alla loro fattoria come molte altre comodità moderne. Lei non si era mai lamentata di questo. ‘Il Padre Celeste vede e provvede’ si diceva ogni qualvolta le mani si riempivano di geloni mentre lavava i panni nel vicino torrente.

Adesso fuori c’era buio e Joseph non era tornato. Lei non si preoccupò. A volte andava in paese per comprare o meglio barattare le loro patate con qualcosa d’altro e tornava a notte inoltrata. Il villaggio distava molte miglia e farle a piedi era lungo il tragitto.

Prese il pentolone con la zuppa, che si era raffreddata nel frattempo e lo pose sugli alari, spostando i ciocchi ridotti a piccoli tizzoni nerastri. Anche lei si mise accanto al camino, perché la stanza andava raffreddandosi.

Dora era cresciuta con pochi credo ma li rispettava tutti. Lei, come moglie, doveva obbedire a Joseph, suo marito. Doveva essere onesta senza tradire la fiducia di Joseph, mentre lui come uomo poteva fare qualche scappatella. Questo le andava stretto ma era così. Quindi qualche donna non era onesta se si accoppiava con Joseph. Doveva essere rispettosa delle leggi, virtuosa e gentile con tutti. “Però Joseph, quando è ubriaco non lo è tanto” sospirò la donna, ricordando l’ultima volta, quando l’aveva costretta a rimanere a letto per due giorni.

Guardò fuori, osservando la luna alta nel cielo. Joseph stava ritardando. Prima di prepararsi per la notte, tolse dal tavolo il suo piatto e coprì con un telo di lino il posto di Joseph. “Avrà fame quando rientra” pensò, mentre si toglieva il vestito, rimanendo con la sottoveste. Si lavò sommariamente e indossò la camicia da notte, la cuffia in testa prima d’infilarsi sotto le coperte.

Stava dormendo, quando dei rumori la svegliarono.

«Joseph, sei tu?» chiese con la voce tremolante per la paura.

Nessuna risposta ma solo il tramestio di piedi e di sedie spostate. Poi silenzio, rotto dalla porta d’ingresso chiusa con violenza.

Dora come tutte le famiglie dei mormoni non chiudevano le porte, perché potessero aprire a qualche viandante che chiedeva ospitalità. Adesso però aveva paura. Joseph non rispondeva e i rumori erano notevoli come se fosse entrata una squadra di persone. Con cautela e timore accese il lume accanto al letto e a piedi scalzi si avviò verso la sala.

«Joseph sei tu? Rispondi» mormorò Dora, aprendo al porta.

Emise un sospiro di sollievo. Era proprio lui, un po’ alticcio ma tranquillo.

«Ecco i giganti» fece l’uomo mostrando due pertiche lunghe. «Dormiranno sotto il nostro letto».

Dora sgranò gli occhi a quella vista. “Questi sarebbero i giganti?” pensò aprendo e chiudendo la bocca per la sorpresa.

«Domani ti monderanno dai tuoi peccati» aggiunse Joseph, dandole una bastonata sulla schiena.

Batmancito – Oste non lasciarci

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Raccogliendo l’appello di Narciso pubblico la mia continuazione. Chi volesse leggere l’intera opera ecco il link.

 

La taverna era ridotta male. Schegge di legno e di vetro ovunque, i resti dei licantropi che emanavano un puzzo terribile. Narciso e compadres erano in piedi al centro della sala. Si guardarono intorno e poi negli occhi. Di certo all’Oste tutto quel casino non sarebbe piaciuto se fosse di ritorno in questo momento ma forse non sarebbe stato così. Respirava a fatica ma era più vicino alle porte di Xibalba che a quelle della sua taverna, quando era partito con l’auto dei federales insieme a Narciso, Diaz e Cesar destinazione dottor Feliz.

Poi Narciso era tornato affranto e il dottore aveva spiegato che solo un miracolo avrebbe trattenuto l’Oste fuori delle porte di Xibalba.

Toccava a loro artigliarlo per i capelli e tenerlo qui.

TiZ si guardò intorno. Sedie integre non ne vedeva, quindi optò per una seconda ‘nu bello cafè e spari in cucina. Ade si rimise dietro al bancone tutto ammaccato. Zeus guardò dove suonava ma era suonato come una campana fessa. Batmancito era sparito. Honda si era nascosto e Luna se ne era andata. Ero rimasto io, Narciso e Liza nel centro della sala.

Eravamo in silenzio incerti sul da fare. La notte era scolorita nell’incerto chiarore dell’alba, quando Honda riapparve digrignando i denti. Aveva sentito qualcuno o qualcosa.

«Licantropi di ritorno?» mormorai, afferrando Pungilo, che sembrava del tutto indifferente alla mia ansia.

Dalla porta scardinata, avevamo dimenticato di rimetterla sui cardini, apparve una figura femminile, avvolta in un mantello rosso. Il viso era nascosto da un cappuccio e pareva volare più che camminare. Dietro di uno strano omino: buffo con un cappelluccio a punta rosso che trascinava un grosso gatto nero.

Honda si avvicinò l’annusò per bene prima di lasciarla passare. Lei era rimasta ferma in attesa del via libera. Poi fu il turno del nanetto, mentre il micio nero inarcava la schiena e soffiava. Honda mostro i canini per nulla intimorito.

«Buono Belzeblù» disse l’omino, quietando il micio.

Honda sbarrò loro il passo e non li fece entrare.

«Chi siete?» domandò Narciso parandosi davanti.

«Sajana».

Ci guardammo in viso. Non sapevano chi fosse questa misteriosa donna. Come se fosse arrivato un richiamo silenzioso ricomparve Luna e Batmancito, mentre tiZ arrivò con un cuccuma di caffè gorgogliante, che depose sull’unico tavolo ancora agibile anche se solo su tre gambe.

«Aggiungi un posto per Sajana» disse Narciso mentre ingollava il suo.

Il nanetto buffo e il gatto nero restarono fuori ma non parevano aver perso il loro buon umore.

Nessuno distolse lo sguardo dalla strana coppia: Honda faceva buona guardia.

«Chi siete?» ripetei la domanda.

Una risata squillante ruppe l’incanto del silenzio. Lei non rispose e parlò decisa, ignorandomi.

«Prendete una bacinella d’acqua dalla fontana della via. Petali di rose e accendete una candela» fece la donna dal viso coperto.

Ordini secchi come se fosse la padrona del locale. Era vero che El Rojo stava lottando per sopravvivere ma l’insolenza delle parole mi stava innervosendo. Narciso mi toccò una spalla per avvertirmi di stare calmo.

«Per fare cosa?» domandai petulante, ignorando l’avvertimento.

Un’occhiata malevola mi incenerì e rimasi in silenzio col dubbio di quella strana richiesta.

Zeus afferrò una bacinella e corse fuori, tiZ lo seguì, mentre Ade recuperava da sotto al bancone un bel cero, che l’Oste teneva di scorta quando la luce se ne andava.

Luna non apparve sorpresa dalle richieste. Conosceva già la procedura che attuava nella notte di San Giovanni, il ventiquattro di giugno. C’era un particolare che differiva: l’acqua era esposta alla guazza della notte.

Deposta la bacinella piena d’acqua al centro della sala, Sajana vi gettò i petali e fece colare diverse gocce di cera che solidificarono subito. Noi eravamo in circolo curiosi di vedere.

La curiosità rimase, perché i petali galleggiavano e la cera era rappresa, formando delle figure che non ci dicevano nulla. Alzammo lo sguardo per posarlo sulla donna, che invece continuava a osservare la bacinella.

Liza sbottò: «La sceneggiata è finita?»

Sajana sollevò il capo e la fulminò con un’occhiata che avrebbe incenerito anche Quetzalcoatl, il serpente piumato.

«L’Oste vivrà» sentenziò grave, scoprendo il viso. «Chi viene con me da El Rojo per mettere la bacinella accanto al suo corpo?»

Nessuno fiatò ma ci interrogammo come se si facesse la conta per estrarre il fortunato.

Young and Naïve

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Dal sito di Barbara Businaro – webnauta – è comparso un racconto su una storia tra una donna quarantene e un adolescente. Mi ha incuriosito e stimolato a produrre un racconto avente lo stesso tema che vi presento.

Un soffio di aria fresca fece gelare Carlotta e Nicola, che stavano rannicchiati insieme sotto il piumone.

La donna sollevò il capo per capire la fonte. Non ricordava di aver lasciato aperto una finestra o una porta. Percepì un leggero scalpiccio. Qualcuno era entrato nella baita ed ebbe paura. Scosse Nicola, che stava dormendo dopo la maratona della giornata precedente. Anche lei avvertiva l’intorpidimento del corpo che reclamava riposo ma la sensazione di terrore era troppo forte per ignorarla.

Il ragazzo grugnì infastidito, girandosi verso il muro.

«Nic» sussurrò Carlotta, avvicinando le labbra al lobo destro. «C’è qualcuno che gira nella baita».

Nicola aprì prima l’occhio destro poi quello sinistro, voltando il viso verso di lei.

«Cosa?» borbottò con la voce impastata dalla stanchezza e dal sonno.

«Sento dei passi» mormorò la donna con la voce che tradiva ansia e paura.

Lei era nuda sotto il piumone ma nemmeno lui era vestito. Si chiese chi potesse essere l’intruso o l’intrusa. Nessuno sapeva che loro erano lì.

Carlotta aveva quarantacinque anni e il suo corpo era nel pieno della maturità fisica. Pochi segni indicavano la sua vera età. Insegnava lettere nel liceo di Cubi. Amata dagli alunni di sesso maschile e odiata dalle femmine per la sua avvenenza. Sposata, divorziata e con una figlia di vent’anni viveva a Cubi lontana da tutti per dimenticare il suo passato. Nessun maschio aveva fatto breccia nel suo cuore dopo il divorzio, finché non era comparso Nicola, un bel ragazzo di sedici anni, intelligente e maturo.

Un giorno di aprile lo invitò nella sua villetta alla periferia di Cubi per prendere un tè. Non successe nulla ma qualcosa era scoccato tra loro. Sguardi complici e parole appena sussurrate.

Carlotta avvertiva l’impaccio della differenza di età. Lui era più giovane della figlia, Isabella, anche se dimostrava più anni di quelli che aveva in realtà. Nicola invece era in soggezione. Lei era la sua professoressa e più vecchia di sua madre. Il confronto tra loro era impietoso e volgeva a favore di Carlotta. Sua madre era scialba e tornava dal lavoro col viso scuro, pronta solo a sgridarlo. Il padre era spesso via per lavoro e di certo non aveva intenzione di parlare con lui, quando era in casa. Era cresciuto tra baby sitter e vicine di casa nella solitudine dell’appartamento in centro a Cubi. Per questo aveva maturato un carattere schivo, introverso senza amicizie ma condito da molte letture. A scuola non era un mediocre ma nemmeno una cima. Non legava coi compagni di classe standosene ai margini senza partecipare agli scherzi talvolta crudeli verso quelli più deboli. Però nessuno osava disturbarlo, perché il suo metro e novanta metteva soggezione. In terza liceo era capitato con questa insegnante, che tutti giudicavano severa e rigida. Però tra loro era scoccata un’empatia sottile fissata dalla sua capacità di lettore onnivoro. Era quasi sotto traccia, un filo invisibile agli occhi degli altri.

Era rimasto sorpreso quando Carlotta l’aveva invitato per trascorrere il pomeriggio da lei. Nicola subito decise di rispondere no, ma poi ci ripensò. “Piuttosto che starmene da solo in casa, meglio la sua compagnia” si disse, accettando l’offerta.

Non fu l’unico pomeriggio trascorso da lei. Ne seguirono altri. C’era ancora un sottile muro d’impaccio nel passare quel paio d’ore insieme. Entrambi avrebbero voluto andare oltre ma qualcosa li frenava.

Carlotta era solita prendere in affitto per i mesi estivi una baita isolata nel bosco dove trascorreva le vacanze e quando aveva qualche giornata di libertà. Distava poco più di un’ora di viaggio da Cubi e aveva intorno il bosco di castagni e larici. Silenzioso e soleggiato era il posto ideale per smaltire le fatiche dell’insegnamento.

Propose a Nicola di passare due giorni di fine giugno insieme nella baita. Lui accettò con entusiasmo, inventando un invito falso di un mitico amico.

La loro partenza non passò inosservata ma il loro arrivo sì.

Appena entrati, Carlotta si sollevò in punta di piedi per baciarlo. Si sentiva libera e felice. Nicola sorpreso ricambiò sollevandola da terra. Senza dire nulla abbandonarono le borse nell’ingresso e cominciarono a spogliarsi seminando nel tragitto verso la camera da letto i loro vestiti.

Saziata la passione passarono la giornata sotto il piumone. Carlotta avvertiva il fuoco dentro si sé, rimasto a lungo sopito. Nicola imparò in fretta l’arte di amare. Lei era un’insegnante perfetta.

Il rumore di passi nella baita era stato un brusco risveglio per Carlotta e le aveva generato ansia, perché ignorava chi fosse.

Si spalancò con fragore la porta della stanza.

«Puttana» gridò la madre di Nicola, mentre un flash immortalava i due amanti.

Incipit profetico – la mia storia nro 12

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Nuova sfida per costruire una storia partendo da un incipit.

«Berrai dal bicchiere di Andrea, ti ammalerai e…».

Quella menagramo di Ofelia, la fattucchiera che mi leggeva la mano, mi ha predetto questo.

Peccato, che abbia toppato alla grande. Io non conosco nessun Andrea. Ridevo felice al pensiero che Ofelia avesse sbagliato nel leggere le linee della vita, i monti lunari e altro ancora.

«Non sono mai stata soddisfatta di pagare la lettura della mano come questa volta» fece Cinzia, mentre guidava verso casa. «Per la prima volta non ci azzeccherà!»

Era la terza ma forse la quarta volta che andava da Ofelia, una donna segaligna dall’età indefinita, che leggeva la mano su appuntamento. Non solo chiromanzia ma anche l’uso sapiente delle carte. Però la mano la sapeva leggere veramente bene. La prima volta aveva detto che avrebbe avuto una grave malattia a breve. “Porca paletta! Ci prese in pieno” pensò Cinzia, mentre parcheggiava, corrugando la fronte. Tempo una settimana e finì al Pronto Soccorso, rischiando di lasciarci le penne. A fatica si era rimessa in carreggiata ma la grande paura era ancora presente nella sua testa. La seconda volta andò meglio sul versante salute ma fu catastrofico per il cuore.

Cinzia chiuse la macchina e salì in casa pensando al secondo appuntamento con Ofelia. Viveva una felice convivenza con Enrico, un uomo dal cuore dolce e dall’anima tenera. Andavano d’accordo salvo qualche screzio di poco conto che si ricomponeva in un amen. Di solito in una notte d’amore. “Quella volta fu la linea del cuore che mi ha tradito” masticò amaro Cinzia, gettando la borsa sul tavolo. “Ofelia mi prese la sinistra e profetizzò che Enrico mi tradiva con un’altra e mi avrebbe piantata”. Una risatina amara accompagnò questo ricordo.

«In effetti mi tradiva» affermò, mentre si struccava davanti allo specchio. «In realtà era un altro. Due sere dopo la lettura confessò che amava Alberto e andava a vivere con lui».

Gettò il cotone struccante nel cestino con stizza, ricordando tutte le lacrime versate per la rabbia di essere stata ingannata. Nei dieci anni di convivenza non aveva avuto mai il minimo sentore che Enrico fosse bisex. Adesso era single e prima di gettarsi in una nuova avventura avrebbe annusato per bene il nuovo pretendente. “Sì, Giacomo mi fa una corte spietata ma la scottatura rimane” pensò Cinzia, infilando la tuta. “Ci penserò bene prima di aprire il mio cuore a un altro uomo”.

Cinzia aveva ormai quasi quarant’anni e non intendeva sprecare le ultime cartucce prima del naturale declino fisico. Il prossimo candidato doveva essere a prova sesso. Niente bisex ma solo ed esclusivamente etero. “Non ho nulla contro di loro ma non desidero stare in comproprietà con un altro. Ancora meno con un’altra” si disse, avviandosi in cucina per la cena.

Dispose sul tavolo il set americano per mangiare la zuppa di verdura e insalatina fresca. Stava finendo di fare la scarpetta del condimento dell’insalata, quando arrivò una telefonata.

Indispettita Cinzia osservò il display e soffiò per il nome. “Che vuole?” si chiese prima di aprire la conversazione.

Breve e sintetica. L’aveva invitata a bere una birra a casa sua ma lei non aveva intenzione di rivestirsi per uscire. Quindi la bevuta sarebbe stata da lei.

Il tempo d’infilare jeans e t-shirt ed ecco Giacomo apparire sorridente al suo ingresso con due birre rosse in mano.

«Ciao» fece Cinzia, invitandolo a entrare.

Un bacio sulla guancia fu la sua risposta.

Una conversazione fece volare il tempo, mentre le birre diventarono tre. Inavvertitamente Giacomo scambiò i loro bicchieri nella concitazione del discorso.

«È stata una bella serata» disse Giacomo, mentre si apprestava a uscire. «Dovremmo vederci più spesso».

Cinzia non rispose salvo un leggero movimento del capo. Una sera andava bene ma troppe no.

«Ah! Volevo dirti che in realtà mi chiamo Giacomandrea» precisò, mentre accostava il battente d’ingresso per andarsene.

Cinzia sbiancò. Ofelia aveva colpito ancora.

Incipit profetico – la mia storia nro 10

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Riprendo un vecchio esercizio di Scrivere creativo.

“Il grande carro scivolerà sull’aquila, e nessuno capirà, ma proprio allora tutto sarà compiuto” stava scritto su un foglietto mezzo bruciato. Il resto erano lettere annerite dal fuoco.

Lucia l’aveva raccolto in un campo, dove aveva visto in piccolo falò. In un qualche modo era stato sottratto al fuoco e adesso stava tra le sue mani. Lo girò con delicatezza, perché la carta era diventata fragile col calore.

Rilesse le poche righe che erano rimaste integre. “Il grande carro? L’aquila?” si chiese, grattandosi nella folta chioma rossa, mentre si allontanava per tornare sulla strada.

“Un carro che scivola sull’aquila?” si disse pensosa, incapace di capire quel rebus, che in realtà pareva un indovinello. “Se un carro, per di più grande, passa su un’aquila, ne fa polpette come un gatto schiacciato dalle ruote di un’auto”. Con lo sguardo corrucciato e le labbra strette a fessure, aprì la porta della villetta che condivideva con Flavio. Se fosse stato in casa, forse avrebbe potuto aiutarla a sciogliere l’enigma.

«Ciao» urlò, chiudendo la porta alle spalle.

Nessuna risposta. La casa pareva vuota. “Eppure aveva detto che sarebbe rincasato presto” pensò Lucia, deponendo il pezzetto di carta parzialmente bruciato sul tavolo dello studio. Ci sarebbe stato tempo per analizzarlo. Passò in cucina a preparare qualcosa per il pranzo.

Immersa nei preparativi, si dimenticò di quella frase misteriosa, mentre silenzioso Flavio le scostò i capelli dal collo per baciarla. Lei si girò abbracciandolo.

«Sei più silenzioso di un gatto» cinguettò felice abbracciata al suo compagno.

«Ho una fame da lupo. Cosa hai preparato di buono?»

Lucia sorrise stringendosi a lui.

«Niente di speciale. Due spaghetti aglio, olio e peperoncino. Spinaci e cicoria per verdura» disse, divincolandosi dalla sua stretta. «Prepara la tavola. Tra dieci minuti si mangia».

Mangiarono in silenzio. A tavola preferivano far lavorare le mandibole piuttosto che la lingua e guardavano il telegiornale alla televisione.

«Preparo caffè e liquorino?» chiese Lucia al termine del pranzo.

Flavio annuì, alzandosi per andare in poltrona nello studio, dove avrebbe consumato il rito del dopo pranzo prima di tornare in ufficio.

«Dove hai trovato questo pezzo di carta?» urlò il ragazzo dalla stanza.

A Lucia tornò in mente quella strampalata frase da cui non aveva ricavato nulla. Finse di non sentire, tanto tra trenta secondi sarebbe andata nello studio con caffè e liquore.

«L’ho trovato nei campi» spiegò Lucia, mettendo sul tavolino basso il vassoio. «Ma non ci ho capito nulla. Parla di un grande carro che scivola sull’aquila. Un vero rompicapo».

«Uhm!» fece Flavio tentando di bere quel caffè che bruciava il palato. «Strana frase, senza dubbio».

Posò la tazzina ormai vuota per versarsi un goccio di grappa nel bicchiere. L’agitò e osservò se le bollicine persistevano, come gli aveva spiegato Konnie durante la sua lunga trasferta a Bolzano. “Se la grappa è artigianale, queste restano a lungo nel bicchiere” pensò, vedendo con soddisfazione che queste persistevano.

Con la sinistra prese il frammento e rilesse la frase. Borbottò qualcosa ma non aveva intenzione di sprecare il rito del grappino. Lo scritto poteva aspettare.

Mentre a piccoli sorsi beveva, rifletté su quelle poche parole assai misteriose. Non gli dicevano nulla ma era troppo concentrato sulla grappa per capirne il senso.

«Ma forse si riferisce alle costellazioni in cielo» illustrò Flavio con noncuranza. «Il gran carro è l’orsa maggiore per distinguerlo dall’orsa minore, il piccolo carro. Credo che esista una costellazione dell’aquila, visibile vicino al gran carro in estate».

Lucia lo guardò scettica, perché non le pareva che il compagno fosse un esperto di astronomia. Però poteva rendere plausibile il senso della frase. Con lo smartphone fece una ricerca e rintracciò una mappa del cielo. L’aquila con la sua stella principale, Altair, formava il triangolo estivo che comprendeva anche Daneb nel cigno e Vega nella lira.

Gli rivolse uno sguardo ammirato. Le aveva risolto in quattro e quattr’otto quel quesito che lei aveva inutilmente tentato di capire durante la mattina.

«Ma succederà quanto profetizzato? E cosa sarà compiuto?» domandò Lucia con un filo d’affanno.

Flavio rise e disse: «Aspetta che l’evento si verifichi. Poi ci ragioniamo su».

Si alzò le diede un baciò, prima di uscire per tornare in ufficio.

Incipit profetico – la mia storia nro 9

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Chiuso capitolo promozione, riapro quello di Scrivere creativo con un incipit profetico.

«Tra otto anni esatti le azioni avranno una caduta dell’83%. Non riuscirete a recuperare niente» disse Albert Getty, un guru delle finanze, gettandoci nella paura e nell’ansia.

«Cosa dobbiamo fare» sussurrai a Gino, che mi stava a fianco con lo sguardo smarrito di chi è incapace di reagire. Avevamo investito tutti i nostri risparmi nella blue chip, Goldenface, che prometteva guadagni stratosferici al suo debutto alla borsa di New York.

«Se questo menagramo dice il vero» borbottò il mio sodale col respiro breve di chi è in apnea, «dobbiamo vendere tutto e subito».

Feci un rapido calcolo. Un milione di azioni a dieci dollari per azione erano una bella sommetta. Dopo la fiammata iniziale dovuta al collocamento il prezzo era sceso del cinquanta per cento. Adesso stava risalendo ma pur sempre al di sotto del valore iniziale. Vendendo la perdita sarebbe stata notevole: qualche milione di euro. I giornali specializzati, come Bloomberg, consigliavano ‘hold’, perché l’azienda avrebbe creato valore e l’azione avrebbe raddoppiato nell’arco di un anno. Tutti gli indicatori societari erano in crescita e all’orizzonte non c’erano bolle speculative su quel comparto.

«Ti rendi conto della perdita?» sottolineai col tono della voce che indicava come l’investimento si poteva tradurre in un flop di gravi proporzioni per le nostre finanze.

Qualcuno alle nostre spalle fece un sibilo con le labbra, perché impedivamo agli altri di ascoltare Albert Getty, che pareva Cassandra in persona.

Mi guardai intorno per abbandonare il posto ma avevamo scelto una posizione centrale. Non era immaginabile far alzare almeno una dozzina di persone. Mi rassegnai ad aspettare la fine dell’intervento.

«Non lasciatevi ingannare dai rialzi dell’azione di Goldenface» proseguì il relatore con voce monotona e tragica. «Se provate a rivenderle, non ci riuscirete, salvo che non mettiate in conto una minusvalenza da capogiro. Vi hanno ingannato. L’unica strada è quella di vendere piccoli pacchetti per volta, intervallati da lunghi periodi. Però tra otto anni sarà un bagno di sangue».

Dal fondo si alzò una voce che suggeriva una via diversa.

«Però se ne acquistiamo delle altre, abbassiamo il prezzo d’acquisto».

Una breve e secca risata accompagnò la risposta del guru.

«Lei pensa di fare una cosa intelligente acquistando altre azioni dal valore nullo o quasi?» disse con ironia tagliente Albert Getty. «Se oggi tenta di venderne, non ne piazza nemmeno una, salvo regalarle. Il suo acquisto fa contento qualcuno che se ne sbarazza fregandosi le mani per aver trovato un incauto investitore. Vedo su quella faccia un sorriso compiaciuto, anche se ci rimetterà un bel po’ di dollari».

Il gelo scese nella sala, mentre lui scandagliava con gli occhi i nostri visi. Io e Gino ci guardammo. Ci sarebbe stato da piangere ma ridemmo piano per il salasso che avevamo subito. Una risata incosciente, perché di colpo eravamo diventati poveri. Non era una gran bella prospettiva.

«Signori» riprese Albert Getty agitando le mani come per dire che una via di uscita ci sarebbe stata. «Signori, prendete i vostri contratti, metteteli in una busta chiusa da riporre in cassaforte. Non pensateci più. Io posso proporvi altre blue chip sicure…».

Sbuffai, pensando ad altro. “Sprecare altri soldi in azioni fasulle? Sarà un guru ma minchioni una volta sola” mi dissi, prendendo lo smartphone per leggere i messaggi ricevuti.

la mia storia – miniesercizio nro 72

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Riprendo le sfide delle 200 parole di Scrivere creativo.

Vi propongo questa.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un vulcano attivo

– Una tastiera per computer

– Un pescatore ubriaco

– La foto seguente

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Pino guardava la pioggia che bagnava la finestra. Mille gocce scivolavano sul vetro a formare immagini fantastiche.

«Ecco un vulcano attivo» esclamò osservando un punto del vetro dove la goccia si infrangeva per originarne altre mille.

«Ecco il pennacchio che fuma» esultò battendo le mani.

Poi l’eruzione e la lava che scendeva veloce verso il basso. Un tripudio di immagini, di fantasie per effetto della pioggia ora violenta, ora leggera.

Pino torno alla sua scrivania. Doveva scrivere per domani un tema: Vita da pescatore. Però l’ispirazione si era seccata. Provo a poggiare i polpastrelli sulla tastiera del computer, sperando che si producesse la magia che questi accarezzando i tasti producessero la storia.

«Nulla» disse sconsolato il ragazzo, tornando a osservare i ghirigori della pioggia.

Il suo vulcano s’era spento. Non fumava più, non eruttava lava, s’era chetato. La pioggia no. Quella incessante continuava a bagnare il vetro.

Tornò alla tastiera e cominciò a scrivere.

Toni era un pescatore solitario. Usciva con la sua barca a motore al tramonto per andare a pescare con la lampara. Aveva sempre con sé una bottiglia di vino. Gli serviva per scacciare la solitudine e prendersi una bella sbronza.

Marketing o spam?

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Marketing? Spam? Vendita promozionale? Saldi? Scegliete voi la dicitura nel mentre io comincio a scrivere, finché l’ispirazione c’è.

Per salutare l’uscita di una modesta raccolta di racconti. Appena la miseria di tre ini, ini. Eccomi qui a tediarvi con le mie parole.

Tre storie, tre personaggi diversi. Luca, Mirta e Marco si raccontano.

Luca, appena andato in pensione, fa il viaggio sognato da una vita per ritrovare le sue radici. Essere o apparire? Ecco il suo dilemma, che si intreccia con quello di Simona, anche lei alla ricerca di un punto fermo nella sua esistenza.

Mirta sta vivendo un incubo; ma è davvero reale oppure un parto della sua fantasia? Lei, che è terrorizzata dal buio, si ritrova nelle tenebre.

Marco, privato della gravità dalla sua compagna, si schianta al suolo. È solo un brutto sogno, ma rivelatore dell’indole di Eliana, la donna con cui convive.

Tre voci da esplorare, in un’atmosfera nostalgica, poi inquietante, alla fine surreale.

In coda i primi sette capitoli di una nuova storia Il mazzo di fiori.

Voi direte che banalità è il nostro newwhitebear alias Gian Paolo. Oltre a propinarci storie impossibili e noiose adesso ci fa anche pubblicità.

Per farmi perdonare vi offro per due giorni interi la possibilità di scaricare gli ebook in formato epub su www.smashwords.com e su www.amazon.it il formato kindle. Chi ama sfogliare la carta lo deve acquistare su amazon per 6,18€ – se siete in America vi bastano 8$. Questo sarà possibile dalle ore 0:00 del 22 ottobre 2017 alle 23:59 del 23 ottobre 2017. Per Smashwords utilizzate il coupon XX64J,

Se qualcuno all’improvviso impazzisce, invaghendosi dell’anteprima, può prenotare il formato Kindle entro il 30 ottobre, perché il giorno dopo diventa disponibile. Per l’epub e il cartaceo nessun problema sono lì che aspettano l’incauto lettore.

Pubblicazioni su Smashwords – formato epub

Titolo Data ISBN Prezzo USD
Un paese rinasce 2016-09-30 9781370474165 1,99
Racconti di Vita 2017-01-28 9781370287611 1,99
Lucrezia e il racconto erotico 2017-08-13 9781370365944 1,99
Luca e altre storie 2017-10-01 9781370378456 1,49
Le linee parallele si incrociano 2015-10-28 9781311761606 1,99
Il mazzo di fiori 2017-10-09 9781370494514 1,99
I tre cunicoli 2013-01-16 9781301736997 1,99
Goethe e la felicità nascosta 2013-01-09 9781301666591 0

Pubblicazioni su Amazon – formato Kindle

Titolo Data ISBN Prezzo €
Un paese rinasce 2016-09-30 9781370474165 2,99
Racconti di Vita 2017-01-28 9781370287611 3,31
Lucrezia e il racconto erotico 2017-08-13 9781370365944 1,99
Luca e altre storie 2017-10-01 9781370378456 2,99
Le linee parallele si incrociano 2015-10-28 9781311761606 1,99
Il mazzo di fiori 2017-10-09 9781370494514 2,99
I tre cunicoli 2013-01-16 9781301736997 3,68

Pubblicazioni su Amazon – cartaceo

Titolo Data ISBN Prezzo €
Un paese rinasce 2016-09-30 9781539181309 10,21
Racconti di Vita 2017-01-28 9781542407472 21,84
Lucrezia e il racconto erotico 2017-08-13 9781974436187 7,05
Luca e altre storie 2017-10-01 9781978018914 6,18
Le linee parallele si incrociano 2015-10-28 9781530068920 8,30
Il mazzo di fiori 2017-10-09 9781978408859 8,80
I tre cunicoli 2013-01-16 9781539441427 11,55

Queste sono le copertine

   I tre cunicoli

Le linee parallele si incrociano

Luca e altre storie

Lucrezia e il racconto erotico

Racconti di Vita

Un paese rinasce

Goethe e la felicità nascosta

Insomma che aspettate?