Archivio mensile:settembre 2017

La mia storia – miniesercizio nro 59

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Scrivere creativo spera che la mia fantasia faccia faville 😀

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– L’orologio dell’avvocato

– Odore di rosmarino

– Una strada dissestata

– La foto seguente

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Carolina osservò il bicchiere sul tavolo. Qualcosa non la convinceva. Piegò la testa ma quello continuava ad apparire strano. Si alzò avvicinandosi alla finestra. Sul davanzale stavano una pianta di rosmarino e una di basilico. L’aprì per schiarirsi le idee e fu accolta dall’intenso profumo delle due piante. Andò in cucina per prendere dell’acqua. Avevano sete.

Passando accanto al tavolo osservò di nuovo il bicchiere. “Non può essere che l’acqua si disponga storta” si disse Carolina, distogliendo lo sguardo da quella visione sconvolgente.

Annaffiava le due piantine, quando squillò il telefono.

«Preparati. Tra mezz’ora sono sotto casa» disse Enrico senza lasciarla parlare.

“Oggi pare tutto confuso” pensò Carolina sconcertata, mentre indossava i jeans e una t-shirt.

Una violenta suonata di clacson l’avvertì che Enrico era arrivato. Un veloce bacio e una sgommata verso i monti.

Carolina sobbalzò. Osservò il polso di Enrico e poi il viso. Non poteva crederci. Sembrava Gianni con l’orologio sul polsino della camicia. Anzi era lui. Confusa non capiva dove si trovava. Unica realtà era la strada dissestata che la faceva sobbalzare. Una buca presa male la riportò alla realtà.

Aprì gli occhi e tastò alla sua destra. Enrico ronfava come un trombone.

La confusione aumentò.

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Incipit profetico – la mia storia nro 14 – quarta parte

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Potete leggere qui la prima, seconda e la terza parte. Questa è la parte conclusiva. Buona lettura

 

Era terrorizzata per quello che avrebbe letto. Era sicura che contenesse un nuovo messaggio. Avvertiva i nervi cedere all’ansia, pronta a scoppiare come una bolla di sapone. Col cuore in gola entra in casa e guarda subito il biglietto.

‘Non hai capito nulla?’

Si stava burlando di lei, che era quasi tentata di rompere in mille pezzi i due messaggi, chiaramente scritti dalla stessa mano.

Di nuovo i crampi allo stomaco la assalirono. Doveva mettere dentro qualcosa prima che fosse troppo tardi. Dalla borse prese un bretzel e il formaggio che aveva comprato all’uscita del lavoro. Masticò con cura entrambi prima di preparare qualcosa per cena. Lavò con cura le carote di San Genesio da centrifugare. Mangiò in silenzio cercando di estraniarsi, di non pensare a nulla ma la mente continuava a lavorare per venire a capo di questo mistero, del senso di quelle parole.

“Qualcuno mi ha mentito. Ma cosa?” pensò seduta sul divano con il televisore spento. “Scoprirò la menzogna. Ma come?” Era inutile. Nessun appiglio aveva per arrivare a capire il senso del primo biglietto. “Un amore?” si chiese. “No. Quello è da escludere. In quarant’anni aveva amato solo una persona. Alfonso ma ora non c’è più”.

Una fitta dolorosa le attraverso il petto. Ricordava bene quel ragazzo abruzzese conosciuto alla normale di Pisa e poi sparito senza lasciare tracce. Fu in quel momento che decise di rimanere single.

«O Alfonso oppure niente» aveva sentenziato a quei tempi.

«E naturalmente fu niente» sentenziò, stringendosi con le braccia.

Lo cercò senza successo. Qualcuno disse che era morto. “Ma chi?” provò a pensare. “Un ragazzo o una ragazza?” I ricordi si fecero sbiaditi. Troppi anni erano passati da quei giorni. “Ma Alfonso pensava a me?” Nuovi dubbi la assalirono.

Aveva sbavato per inseguirlo ma a pensarci bene non le sembrò che lui l’avesse degnato di uno sguardo. Dunque solo sue fantasie. “Poi perché dovrei vendicarmi?” rifletté con lo sguardo acquoso. Aveva rimosso quel nome, perché era stata troppo male in quel periodo. Però adesso quello stupido biglietto aveva avuto il potere di far riaffiorare quel ricordo.

Con il magone si spogliò per andare a letto. Sperava che riuscisse a dormire. Oggi era apparsa come uno zombie. Doveva riposare ma quel biglietto aveva avuto effetti devastanti.

Nella notte realtà e molta fantasia popolarono i suoi sogni. Esattamente come la notte precedente. Alla mattina si sentì stanchissima. Per fortuna era sabato e non doveva recarsi in ufficio. Fece un po’ di bucato, qualche lavoretto domestico e si preparò per uscire.

Le piaceva il sabato aggirarsi tra bancarelle e negozi a fare spese. Anche questo sabato la vide muoversi a comprare quanto serviva per il fine settimana. Entrò da Zara per puro divertimento. Il cartoncino impallidì fino a sparire dalla sua mente. Era tornata la Carlotta che conosceva, che viveva il stare solitaria lontana da tutti.

Rincasando, diede un’occhiata veloce alla buca delle lettere. Solo qualche bolletta e nient’altro. “Possono aspettare” si disse, tirando un sospiro di sollievo.

Nel pomeriggio si sistemò sul divano col libro, che nelle ultime sere non era servito a conciliare il sonno.

Aveva letto poche pagine, quando il suono di una notifica la distolse dalla lettura. Diede una scorsa veloce chi era che disturbava. Un numero non associato a nessuno. Un semplice ‘Ciao’. Nessuna firma, niente che le permettesse di individuare quel saluto anonimo.

Riaprì il libro per proseguire, anche se la concentrazione era svanita. Di nuovo quel suono sgradevole le annunciò una seconda notifica.

«Devo cambiare questa suoneria. È veramente antipatica» sbuffò innervosita.

Questa volta il messaggio era più lungo. ‘Non mi rispondi?’ e stava per sbottare, quando qualcuno suonò.

«Oggi non mi vogliono lasciare in pace» borbottò per vedere chi era il disturbatore.

Sbiancò e rimase impietrita.

«Sali» disse mentre azionava l’apriporta.

Non poteva credere ai suoi occhi. Era Anna.

«Ciao» fece, abbracciandola.

Carlotta la baciò sulle guance. «Entra».

L’amica aveva una piccola borsa da viaggio. Voleva dire che si sarebbe fermata qualche giorno.

«Ti trovo bene» affermò Anna, guardandola. Erano anni che non si vedevano.

Carlotta annuì ma un lieve tremore le agitò la mente. Aveva timore di quello che l’amica le avrebbe detto. Lo sentiva che il suo arrivo non era casuale.

«Alfonso è tornato libero» disse con un largo sorriso. «Ha chiesto di te».

[FINE]

incipit profetico – la mia storia nro 14 – terza parte

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Trovate qui la prima e la seconda parte. Pensavo di chiudere con questa puntata il racconto ma non ho trovato il finale giusto. Quindi il supplizio continua.

 

S’impose di rimanere calma anche se aveva accelerato la camminata. Percorse svelta quel centinaio di metri che la divideva dalla salvezza. La sua casa. Con la mano tremante infilò la chiave nella serratura, anzi ci impiegò più del normale. Così le sembrò. Chiusa la porta, gettò sul tavolo di cucina la borsa, mentre prendeva un bicchiere dal ripiano per bere. Aveva la gola secca e le labbra sembravano carta vetrata tanto erano aride. L’acqua non sciolse l’angoscia provata nel ritorno sapendo di essere seguita da qualcuno.

“Era un uomo o una donna?” si chiese, mentre altra acqua fredda scivolava in gola. “Ha importanza?” Si sedette per riordinare le idee. Quella persona sconosciuta che la seguiva le aveva fatto prendere una bella stizza. Se avesse voluto aggredirla, avrebbe avuto campo libero. La passeggiata del Talvera senza anima viva, il buio diventato notte e le sponde del fiume coperte dalle piante.

Un brivido le percorse la schiena ma aveva compreso che voleva solo metterle paura e basta. “Che fosse l’ignota mano del cartoncino?” pensò e capì che doveva risolvere l’enigma al più presto se non voleva uscire di senno.

Messo lo stinco nel forno a scaldare e affettate le rape, preparò la tavola come ormai faceva da anni. Una tovaglietta di cotone, un piatto decorato con vivacità, un bicchiere per l’acqua. “Per oggi basta alcol” si disse, mettendo un tovagliolo di carta e le posate di fianco alla stoviglia.

Carlotta decise di non pensare al cartoncino, se non voleva impazzire ma senza successo. Dal momento in cui l’aveva trovato, non aveva mai smesso di chiedersi il significato del messaggio. “Di certo è il classico messaggio in codice” rifletté, fingendo di vedere quello che appariva sullo schermo della televisione. ”Ma chi lascerà per vivere con me? Ma chi sarà questa persona?”

Era inutile sciogliere quel rompicapo. Decise di andare a dormire, ammesso che ci sarebbe riuscita.

Si preparò una tisana rilassante per favorire il sonno. Prese dal comodino il libro che stava leggendo. Una storia delicata, a tratti ingenua. L’ideale per conciliare il riposo notturno. Il giorno successivo sarebbe stato impegnativo e doveva essere lucida. Quindi niente di meglio di una lettura leggera e frivola. Tentò di concentrarsi sulle parole del testo. Le altre sere bastavano poche pagine per scivolare tra le braccia di Morfeo ma stasera avrebbe finito il libro con gli occhi ancora spalancati.

«È inutile» mormorò, mentre metteva il segnalibro, chiudendolo.

Sotto il panno leggero, a Bolzano di notte faceva fresco anche a luglio, ripercorse gli ultimi vent’anni della sua vita. Gli anni dell’università a Pisa, la ricerca ossessiva di un lavoro, le rinunce e le delusioni di una vita in apparente salito, il concorso e l’assegnazione del posto. In tutto questo non c’era nulla che potesse condurla al testo del cartoncino.

Un caleidoscopio d’immagini turbinavano nella sua mente, mentre si lamentava e si girava nel letto. I sogni tumultuosi della notte l’accompagnarono fino alla sveglia mattutina. Sembrava uno straccio, osservandosi allo specchio. La pelle vizza come quella di una vecchia, due borse sotto gli occhi. Le palpebre pesanti, che faticavano a stare aperte.

Calcò il trucco per mascherare le occhiaie profonde del viso. Poi si avviò al lavoro. La città cominciava ad animarsi per la nuova giornata lavorativa.

Carlotta non avvertiva la sensazione di timore della sera precedente. Tuttavia una certa paura fece capolino quando uscì sulla strada, pensando a qualche brutto incontro. Era tutto normale come tutte le altre mattine. Le mamme che portavano a scuola i figli, i ragazzi annoiati che fumavano la sigaretta prima del suono della campanella. Gli impiegati che si apprestavano a raggiungere il posto di lavoro. Il solito caos davanti intorno a piazza della Vittoria.

“Insomma come gli altri giorni” constatò Carlotta, traendo un sospiro di sollievo.

Era venerdì e sarebbe uscita presto dall’ufficio nel pomeriggio. Pensò di comprare qualcosa prima del suo rientro. Nonostante tutto apparisse normale, percepiva un’alea minacciosa, che incombeva su di lei. Era l’effetto dirompente del cartoncino recapitato il giorno precedente. Si fermò nella pasticceria di via del Museo per un tè e una fetta di torta. A mezzogiorno aveva saltato la pausa pranzo per uscire presto. Adesso avvertiva i crampi della fame. Non comprò molto, perché avrebbe fatto la spesa per il fine settimana il giorno dopo con calma.

Questa sera in tanti correvano sulla passeggiata del Talvera ma la sensazione che due occhi la seguissero era palpabile. Si girò più volte senza notare nessuna faccia sospetta o inquietante. Con cuore in gola arrivò al suo condominio. Gettò un occhio distratto verso la buca delle lettere e sobbalzò.

Un cartoncino simile a quello del giorno precedente era mescolato insieme alla pubblicità.

Con mano tremante aprì lo sportellino e lo prese tra due dita. L’avrebbe letto in casa.

[continua]

Incipit profetico – la mia storia nro 14 – seconda parte

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La prima parte la trovate qui.

 

Comprato pane nero di segale e rape rosse già cotte, infilò il tutto nella capiente borsa, che mise a tracolla. Imboccò Laubengasse, sotto i cui portici stavano i negozi più belli di Bolzano per arrivare a Kornplatz. Sull’angolo resisteva un vecchio forno che vendeva i bretzel più gustosi.

Carlotta camminava assorta per sciogliere il mistero del biglietto e quasi lo mancò.

“Abito a Bolzano da dodici anni e non mi pare che qualcuno mi abbia mentito su un qualcosa che sarebbe emerso in questi giorni” pensò mentre pagava i bretzel. Uno l’avrebbe mangiato subito durante il tragitto verso Walterplatz. Non aveva fame ma solo nervosismo. Se c’era qualcosa che aveva il potere di renderla nervosa, erano proprio i misteri, gli indovinelli. Non per nulla evitava le pubblicazioni tipo ‘Settimana enigmistica’, perché odiava quello spremere le meningi per arrivare alla soluzione.

“Sarei una pessima detective” si disse, sorridendo. Però suo malgrado adesso doveva inventarsi in questo ruolo. Provò a ricapitolare tutto, mentre si sedeva a un tavolo del caffè più bello di Bolzano. Una weissen al lampone con qualche salatino nel caratteristico boccale alto, largo alla bocca e stretto in basso. La schiuma le solleticò le labbra, che tolse con la lingua.

La sera mite di giugno e la birra cominciarono a dare i suoi frutti. Qualcosa affiorava dal subconscio ma era ancora indefinito. Una reminiscenza vecchia di qualche anno ma troppo incerta per essere vera.

“Ma perché Anna avrebbe dovuto mentirmi?” pensò mentre dava una lunga sorsata alla birra. “A quale scopo?”

Poi si chiese se era stata veramente Anna a scrivere il biglietto. Scosse la testa incredula. Lei era stata la sua miglior amica a Poppi, dove aveva abitato fino a dodici anni prima. “Ammesso che sia stata veramente lei, come ha potuto infilare nella buca delle lettere quel cartoncino? Poppi dista molti chilometri da qui” concluse, finendo di bere e nettandosi le labbra con un tovagliolino di carta.

Appoggiata allo schienale, chiuse gli occhi, immaginando di vedere Anna che furtiva metteva il biglietto. “No, non è possibile” si disse, scorgendo il cameriere fermo dinnanzi a lei dopo avere sollevato le palpebre. Voleva essere pagato.

Rimessa la borsa a tracolla, con passo lento si avviò verso casa.

“Anna a Bolzano?” s’interrogò incredula. Non poteva crederci, perché aveva sempre affermato che non sarebbe salita in mezzo ai crucchi. Un pallido sorriso illuminò il suo viso per qualche istante subito cancellato dal dubbio che correva con la fantasia. Però non era immaginazione quel biglietto enigmatico che aveva rinvenuto al suo ritorno dall’ufficio.

Raggiunta la passeggiata sul Talvera illuminata da timidi lampioni, si strinse nelle spalle, affrettando il passo. Non le piaceva camminare di sera lungo quel sentiero immerso nel verde dell’argine ma era il modo più spiccio per arrivare a casa.

Giunta alla passerella pedonale che scavalcava il fiume, che scorreva placido sotto di lei, quando avvertì dei passi alle spalle.

Percepiva strane sensazioni come se qualcosa sarebbe avvenuto fra pochi istanti. Il cuore accelerò i battiti e il respiro si fece più affannoso. Sembrava che tutti si fossero nascosti, compresi quei numerosi runner che correvano sul sentiero. Era proprio sola.

Non si voltò ma sapeva che qualcuno era dietro di lei.

[Continua]

Incipit profetico – la mia storia nro 14 – parte prima

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“La lascerà e vivrà con te. Poi ti renderai conto che ti avevo mentito e verrai per vendicarti, ma io non ti dirò quello che ti ho detto. Quindi non accadrà nulla.”

Carlotta aveva trovato nella buca della posta su un cartoncino color seppia questo strano messaggio vergato a mano.

Lo girò sperando di trovare il bandolo della matassa e capire chi era l’ignoto scrittore senza successo.

“La lascerà e vivrà con te. Cosa?” si disse, salendo la rampa delle scale che la portava nel suo bilocale.

Era un grazioso appartamento all’ammezzato di un condominio di tre piani. Un tempo era stato un ufficio di un avvocato ma da quando se ne era andato era rimasto vuoto. L’aveva comprato per un tozzo di pane, convertendolo in abitazione. Una sala, una camera da letto più cucina e bagno. Un balcone dava sul giardino condominiale. Era in condizioni penose ma dopo una bella ristrutturazione era diventato un ottimo bilocale. Aprendo la porta blindata c’era un minuscolo ingresso ricavato tirando su un muretto basso nella sala, che era luminosa nonostante la posizione quasi al livello stradale. A destra stava la cucina attrezzata con componibili di colore blu. A sinistra si trovava la camera con un letto matrimoniale dalle linee semplici e un armadio con ante a specchio. Arredi minimali ma tutti funzionali.

Carlotta col cartoncino in mano infilò la chiave nella serratura per aprire la porta. Gesti meccanici che ripeteva più volte al giorno. La sala era in penombra. Aprì le imposte e si sedette sulla poltrona nell’angolo, dopo aver appoggiato sul tavolino di mogano e cristallo la borsetta.

“Cosa sarà quello che mi ha lasciato?” rifletté, ricordandosi che non aveva nessuno. Aveva quarant’anni ed era single. Non per scelta ma per costrizione. Nessun uomo né nel passato né all’orizzonte ma nemmeno nessuna donna, anche se qualcuna ci aveva provato. In questo caso era una scelta di vita. Dunque sola con i parenti lontani.

Carlotta si era trasferita a Bolzano una decina di anni prima. Aveva vinto un concorso pubblico e la destinazione era stata questa città, fredda d’inverno e calda d’estate. A malincuore aveva lasciato il suo borgo toscano con l’idea di chiedere il trasferimento dopo qualche anno. Invece s’era trovata benissimo qui, dove la convivenza etnica non è mai stata molto felice. Però la sua conoscenza del tedesco e la sua indole solare avevano fatto il miracolo di integrarla bene nel tessuto cittadino. Quindi l’idea di avvicinarsi a casa era tramontata quasi subito. La montagna vicino, gli amici l’avevano convinta a restare.

Carlotta rilesse il cartoncino scritto con grafia precisa e rotonda. “Chi mi ha mentito?” si domandò curiosa e perplessa. “Un amico? Un’amica?” La stranezza del testo era facile da individuare. Una menzogna del passato che si trascina nel futuro. Una bugia che lei scoprirà ma nonostante i propositi di vendetta finirà nel nulla. Il senso le era chiaro ma più nebuloso era chi aveva mentito.

“Ma mentito su cosa?” si disse, rigirando il cartoncino, che depose sul tavolino. Doveva uscire per comprare qualcosa per cena a meno che non decidesse per una pizza. Però l’aveva mangiata la sera precedente e scelse di andare in Piazza delle Erbe a prendere qualcosa.

Abitava nel quartiere tedesco, appena al di là del Talvera, che divideva la città in due parti. Passato il fiume sul ponte pedonale e percorsa la passeggiata fino a via Museo, si immerse nella città, dove c’erano ancora botteghe di una volta. Tuttavia il suo pensiero era concentrato sul biglietto e saltò il consueto appuntamento nel bar pasticceria dove consumava un tè con pasticcini. Camminava come un automa senza guardare le vetrine, pensando a qualcuno, uomo o donna che nel passato le aveva mentito su… E qui il mistero diventava più fitto. “Se non conosco l’argomento della menzogna, come posso individuare la persona?” ragionò, fermandosi davanti alla macelleria, dove avrebbe comprato un stinco di maiale già cotto, dello speck. Per il pane e la verdura sarebbe andata più avanti.

Era un bel rompicapo quel biglietto.

[continua]

La mia storia – mniniesercizio nro 56

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Ancora una bella sfida all’immaginazione. La storia deve girare intorno alla fato coi soliti paletti.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un aereo in avaria

– Un banchiere infelice

– Un banchiere felice

– La foto seguente che trovate su Scrivere creativo

 

Alberto era spiaggiato col cuore in tumulto. Si guardò attorno. Lui e un tartaruga che arrancava verso il mare. Ne era uscito dopo il tonfo del jet nell’acqua. Il vestito di Armani da duemila euro, le scarpe di Rossi da mille erano ridotti male. In compenso era sopravvissuto all’ammaraggio. Con la salsedine che incrostava i capelli e un gusto acre e salato in bocca osservava i movimenti della tartaruga e l’invidiò.

Alberto era un banchiere potente. La sua firma poteva rendere felice qualcuno ma anche viceversa. Aveva lasciato Roma col jet privato per raggiungere la Spagna. Era un banchiere felice e lo dimostrava con la forza dei fatti. Una famiglia unita. Nell’azienda era lanciato verso le posizioni di vertice.

Il viaggio prometteva bene. Cielo limpido e un mare liscio. Stavano lasciandosi alle spalle la Sardegna, quando il pilota comunicò d’indossare i giubbotti, perché tentava l’ammaraggio. Panico e paura. Poi lo splash. L’acqua che entrava nella fusoliera. Dalla spaccatura Alberto uscì, seguito dai compagni, prima di vedere l’aereo inabissarsi. Nuotò con la forza della disperazione, mentre gli altri sparirono.

Sulla spiaggia avvertì l’infelicità della sua condizione. Solo e incapace di trovare una soluzione.

La tartaruga nel mentre era sparita nel mare.

La mia storia – miniesercizio nro 54

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Da una bella immagine col sole morente Scrivere creativo ci stimola con un’altra sfida

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un risultato da raggiungere

– Una barca vuota

– Tre bottoni costosi

– La foto seguente

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L’acquedotto romano era dinnanzi a Cinzia. Attraversava la pianura illuminato dal sole calante. Una visione meravigliosa, pensò la ragazza. Aveva tre obiettivi per vincere il contest di Meravilandia. Una fotografia originale, tre preziosi bottoni, una barca abbandonata.

Sistemato il cavalletto, prese dallo zaino una rara Hasselblad 2000FC e fotografò l’acquedotto. Per sicurezza fece altri tre scatti.

Adesso veniva la parte difficile trovare tre bottoni di eccelsa fattura ma preziosi come l’oro. ‘Chi usa simili gioielli?’ si chiese, ritornando in città. Per la barca ci sarebbe stato tempo, quando l’occhio cadde su qualcosa d’insolito. In mezzo a un campo stava adagiato uno sloop senza vele e l’albero mozzato. Fermata la macchina si diresse verso questa barca vuota e abbandonata per immortalarla con un’immagine. Un vero colpo di fortuna. Una barca lontana dal mare!

Rimanevano i tre bottoni e il risultato sarebbe stato perfetto. Si aggirava per via Veneto alla caccia di qualche ricco sceicco. Disposto a farsi fotografare. Ecco la preda. Tre bottoni rotondi. Nero e oro, al centro un solitario da tre carati. Una meraviglia.

Cinzia nella camera oscura nella soffitta sviluppò la pellicola e appese le fotografie ad asciugare. Era sicura di avere la vittoria in tasca.

La mia storia – miniesercizio nro 55

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Nuova prova di destrezza e di immaginazione. Ci prova mettere in confusione con fotografia e i tre paletti. Il tutto neile solite 200 parole come massimo. Mah! vediamo cosa ne esce. Dubito di rispettare le loro intenzioni.

Scrivono ‘Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una ruota bucata

– Cenerentola

– Un muratore tifoso dell’Atalanta

– La foto seguente

per la foto vi rimando a Scrivere Creativo

Io ci provo. Risultati? Giudicate voi.

 

Carletto ha un sogno, un sogno impossibile. Mi direte: chi non sogna cose difficili da realizzare? Portate pazienza e seguitemi.

Oggi è stata una giornata storta. Stava facendo la gara intorno all’isolato, quando pfiu! e la ruota s’è afflosciata. Un chiodo, un pezzo di vetro, qualcosa ha bucato il tubolare. Addio gara e fermata dal biciclaro per metterci una pezza.

Rientra a casa e trova quella smorfiosa di Sofia con sua madre. Non le sopporta.

«Carletto» fa la madre con un sorriso odioso, «guarda Cenerentola sul tuo TV con Sofi».

L’avrebbe strozzata ma non può e seduto si sciroppa quel cartone melenso. Non è finita, perché dalla finestra vede Giuseppe, ignora il vero nome, che urla di gioia: «Ha vinto l’Atalanta!» Però lui è un muratore senegalese. Come abbia fatto innamorarsi di questa squadra è del tutto sconosciuto.

Fatti i compiti, visto un po’ di televisione, si addormenta e sogna. Si trova in un posto meraviglioso, come quello di Alice con qualche piccola differenza. È un mondo di tecnologia. La console dei giochi, il tablet parlante, i google glass. Insomma un paradiso della tecnica ma quello che l’attira è Iphone X, che lo riconosce e lo invita a tuffarsi.

La mia storia – miniesercizio nro 52

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Riprendo un esercizio proposto qualche giorno fa da Scrivere creativo che avevo lasciato indietro per mancanza di idee. Non è che mi siano arrivate luminose e folgoranti ma qualcosina in più del niente è arrivato

Ecco le condizioni

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una scuola felice

– Una forchetta con un solo dente

– Un portafoglio vuoto

– La foto seguente

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“È difficile non essere felici in questa scuola” pensava Monica, mentre osservava i compagni di classe. Frequentava la quinta liceo e tra pochi mesi doveva sostenere la maturità, che stavano vivendo con lo spirito sereno di chi è consapevole delle proprie capacità.

Ancora pochi minuti e poi la campanella avrebbe dato il via libera a tutti.

Stava camminando con Margherita, la compagna di banco, quando notò qualcosa sul marciapiede. Brillava illuminato dai raggi del sole che filtravano attraverso gli alberi del giardino.

Si avvicinò e raccolse un oggetto alquanto ammaccato.

«Ma che ne te fai di una forchetta con un rebbio?» fece l’amica con tono ironico.

«Nulla ma mi piace» e lo infilò nello zaino.

Mentre lo sistemava, udì Margherita gridare: «Ti ho fregato!»

Monica la guardò interdetta. Non vedeva nessuno nei dintorni.

«Chi hai fregato?»

«Questo» disse Margherita, mostrando un portafoglio vuoto e consunto con una cordicella spezzata.

Monica sorrise pensando al solito trucco per sbeffeggiare chi sperava di trovare un portafoglio pieno di euro. Poco dopo si salutarono, dividendosi dirette a casa.

«Ciao, ma’» salutò baciandola. «Mi prepari un canarino? Ho lo stomaco sotto sopra».

In cucina sul tavolo c’erano dei bei limoni dalla buccia verde.

La mia storia – mini esercizio nro 53

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Oggi comincia ufficialmente l’autunno, che è già arrivato 😀

Per onorarlo propongo il il miniesercizio di Scrivere creativo. Ma uffa direte vpo. Sei diventato monotono ma io insisto.

Poi invito qualcuno a iscriversi al loro blog dicendo ‘mi manda newwhitebear’ 😀 Va bene, intanto leggetevi questo raccontino.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– La vecchia più bella del mondo

– Un pastello viola

– Un esattore delle tasse in crisi di coscienza

– La foto seguente

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Margherita aveva cent’anni ma il viso era liscio come quello di una fanciulla. Qualcuno diceva che era la più bella del mondo ma lei si difendeva affermando che la volevano sbeffeggiare. Il suo sogno era andare nel Tibet a visitare quei monaci vestiti di arancione. Prima non era possibile perché mancavano i soldi, adesso era più difficile perché oltre ai denari c’era di mezzo anche l’età. Ma si sa che sognare aiuta a vivere cent’anni.

Simona, la nipotina, le stava accanto, pitturando disegni naif coi pastelli a cera.

«Perché non usi quello viola per riempire il cielo?» disse Margherita, mentre sfogliava la pagina della cultura del quotidiano, dove in una foto c’erano quei monaci arancione, che lei amava.

«Ma nonna» rispose Simona disgustata, «non sai che schifo! Al tramonto il cielo è rosso!»

La donna sorrise, accarezzandole la testa. Poi si mise a guardare la strada. I soliti ragazzi e qualche donna di ritorno dalla spesa, quando vide Antonio, che lavorava alla Agenzia delle Entrate, insomma l’odiato esattore.

Poco dopo sentì suonare.

«È Antonio, nonna» annunciò Simona, facendo entrare l’uomo.

Col capello in mano e gli occhi bassi farfugliò qualche parola.

«Mi dispiace, Margherita» disse allungandole la cartella delle tasse.