Archivi giornalieri: 13 agosto 2017

Disestoria – Prima storia da inventare

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Dato il disegno, inventati la storia. Facile? Mica proprio ma comunque ci provo.

Andrea si fermò davanti a quel disegno. Non gli suggeriva nulla ma proprio nulla.

«Ho pagato quindici euro per vedere dei disegni che un bambino fa meglio?» borbottò, accennando un passo in avanti per osservare il prossimo.

Alice sorrise. “Il mio compagno non capisce l’arte moderna” pensò, socchiudendo gli occhi per coglierne l’essenza. Il tratto era minimale ma l’espressione felice traboccava da tutto. Una donna? No, una ragazza dai capelli lunghi che ride. Una come me, positiva e solare, pensava Alice, lasciando correre avanti Andrea che mugugnava indispettito. Per lui entrare in una galleria o vedere una mostra d’arte era una sofferenza. Preferirebbe donare qualche litro di sangue piuttosto che frequentare questi posti, spesso asettici, climatizzati e immersi nella penombra.

Sorrise a questo pensiero. A lei invece piaceva. Adorava visitare mostre e musei. Ci avrebbe mangiato e dormito dentro pur di non staccarsi da essi.

Se avesse avuto libertà di scelta, si sarebbe laureata in una accademia d’arte ma i suoi genitori l’avevano costretta prima a diplomarsi maestra, poi in lettere moderne. «Un titolo di studio serio, vale più di essere un’artista senza futuro»avevano sentenziato a suo tempo. E adesso si ritrovava precaria in una scuola media di un paesino sperduto nella campagna emiliana. Venti ragazzi brufolosi ai quali leggere non piaceva, studiare ancora meno. Fare baldoria, quella sì che garbava loro molto. E poi sfottere Luciano, l’unico che non perdeva una battuta di quello che lei diceva durante l’ora di lezione. Scosse il capo, pensando a tutti gli scherzi atroci con i quali lo vessavano.

«Alice» urlò Andrea, incurante degli sguardi di biasimo che gli altri visitatori gli gettavano, profanando la sacralità del silenzio della sala. «Ti sei innamorata di quello sgorbio?»

La ragazza diventò rossa, avviandosi verso l’uscita. Però ci ripensò. “Ma chi se ne frega se a lui non piacciono?” pensò, mentre si affiancava ad Andrea.

«Tu esci pure» affermò con un filo di voce, riacquistando il colorito abituale. «Io finisco di vedere l’esposizione».

Andrea la guardò storto, socchiuse gli occhi e serrò le labbra, prima di rispondere. Inspirò aria e contò fino a dieci per calibrare le parole. Di primo acchito gli era venuta una battuta cattiva. “Tu rimani ma io prendo la macchina e me ne torno a casa. Tu arrangiati”. Poi aveva pensato che non sarebbe stato carino questo atteggiamento. Avevano fatto più di cento chilometri per vedere ‘Disegni d’avanguardia. 100 anni di collezioni private’ e non riusciva a immaginare come avesse potuto fare ritorno.

«Ti aspetto nel bar di fronte alla mostra» mormorò conciliante. «Però non farmi aspettare fino a domattina».

Alice lo baciò e disse: «Grazie. Non ci metterò molto». Poi ritornò sui suoi passi ad ammirare gli altri disegni.

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