Emma – seconda parte

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Foto personale

Roby era in quinta C, il fidanzatino con i quale aveva scambiato il primo limone nel sottoscala di casa. “Limone?” si disse divertita. “Una sbaciucchiata bavosa con le lingue che anziché cercarsi andavano a bagnare le guance”.

Il viso assunse un’espressione allegra con due minuscole fossette ai lati della bocca. “Quanta acqua è passata sotto i ponti” pensò. “Ma non sono molto cambiata nemmeno a quarant’anni!”

Fece un rapido calcolo dell’età. Era in terza A, quindi aveva all’incirca sedici anni. Roby era stato il primo ragazzo ma non sarebbe stato l’ultimo. Altri sarebbero venuti dopo di lui. Però lo ricordava per un dettaglio: era un vecchio per lei con i suoi diciotto anni. Arrivava a scuola su una rombante Fiat Abarth 500 rossa dagli scarichi cromati lucidi, sempre attorniato da nugoli di ragazze che avrebbero fatto carte false pur di sedersi accanto a lui.

Sognava amori impossibili in quegli anni, quando la foto di un giocatore di calcio la faceva innamorare alla follia.

«Ero timida e faticavo a spiaccicare due parole in fila, quando dovevo parlare con un ragazzo che mi piaceva. E con Roby il copione era lo stesso!» disse mentre continuava a leggere quelle note scritte ventisei anni prima.

Adesso era single dopo la brutta esperienza matrimoniale con Carlo, finita in maniera burrascosa. Due figlie irrequiete da crescere. “Sono come loro padre” pensò incupendosi. Carlo era riuscito a domare la sua timidezza, che attirava gli uomini, come nel 1974 calamitava i coetanei.

I primi tempi furono speciali ma poi lui si stancò delle sue indecisioni e dei suoi mutismi, cercando fuori dal matrimonio quello che Barbara non era riuscita a trasmettere. Nemmeno la nascita di Irene e poi di Giada aveva permesso alla loro relazione di decollare. Due anni dopo l’ultima nata aveva chiesto la separazione. Una lunga battaglia legale con accuse reciproche di tradimenti e incomprensioni su tutto, comprese le figlie.

Conosceva il problema ma non sapeva come risolverlo. Aveva paura del proprio corpo, delle parole che uscivano dalla sua bocca e arrossiva sempre, anche per la battuta più innocente.

Barbara si volse verso lo specchio, ammirando il suo corpo. Aveva quarantadue anni compiuti da poco ma era ancora bello e sodo. Non era narcisismo il suo ma i commenti degli uomini incontrati finora. Qualcuno ci aveva provato ma aveva rinunciato in fretta. La sua mente rimaneva un mistero per loro, perché non erano stati capaci di sondarla fino in fondo. Aveva un’intelligenza pronta. Capiva in fretta tutto, che riusciva a esprimere con vivide immagini e pensieri profondi sulla carta, che sapeva metterli nero su bianco senza errori dopo che si era sbloccata all’università. Quando parlava con qualcuno che la interessava, tutto diventava ingarbugliato e arrossiva senza un motivo. Era una costante. Nonostante i corsi di tecnica della comunicazione, dove primeggiava, quando doveva mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti, si annebbiava la vista e la mente andava in vacanza.

Questo rappresentò un limite durante il percorso scolastico, superata da compagni e compagne nelle considerazioni dei professori, che la ritenevano una mediocre. Della doppia personalità dava ampia prova quando affrontava i test attitudinali e i colloqui di assunzione, lasciando nello sconcerto gli esaminatori, incapaci di comprendere questa dualità.

Dopo diversi tentativi era approdata in una casa editrice importante. Dopo i primi anni di gavetta nell’anonimato aveva sconsigliato l’uscita di un manoscritto di un autore famoso. «Sarà un fiasco colossale» aveva scritto sulla scheda del testo. Tutti avevano riso ma si dovettero ricredere. La sua previsione si avverò, creando non pochi problemi finanziari. Barbara aveva suggerito invece di pubblicare il romanzo di un esordiente, che finì alla casa editrice concorrente con un più che lusinghiero successo di critica e lettori. Il responsabile della linea editoriale capì le sue potenzialità e le accordò fiducia. Da quel momento assai di rado aveva sbagliato un giudizio. Il suo segreto erano la lettura delle prime pagine e di pagina sessantanove, da quelle capiva se meritava di essere pubblicato oppure no.

Seduta sui talloni si riscosse da questo fiume di ricordi e riprese la lettura del diario. “Dove ero rimasta?” si chiese. “Ah! Stavo leggendo di Roby”.

Lui era stato l’unico che invece di ridere delle sue parole arruffate, le chiese: «Esci con me stasera?»

Barbara rise, ripensando alla scena. Lei tra l’interdetto e la sorpresa rispose con un ‘sì’ appena percettibile prima di scappare in casa, senza sapere né dove, né quando si sarebbero incontrati.

Roby la rincorse prendendola tra le braccia, mentre lei si scioglieva. L’incontro fu un fiasco, come rammentava. Non riuscì a spiaccicare tre parole di fila senza farfugliarne altre tre incongruenti. Roby rideva, mentre lei arrossiva.

Il loro rapporto proseguì tra alti e bassi per qualche mese finché lui stanco della timidezza di Barbara in tutti i sensi non la scaricò. Mentre lei piangeva e si disperava, Roby si consolò con Eleonora, meno bella e intelligente ma in compenso molto più disinvolta di lei.

Barbara chiuse il vaso dei ricordi, riponendo il diario dove l’aveva trovato, mentre portò con sé nello studio il foglio per rileggerlo.

Viveva in una minuscola villetta con giardino nell’hinterland milanese arredato con cura ed eleganza, dove senza grandi amicizie conduceva una vita solitaria con le due figlie, che trovavano insopportabile quell’esistenza ritirata da eremita. Era un evento epocale quando invitava qualcuno per un pranzo o una cena. Nemmeno i compleanni delle figlie era festeggiati con le amiche. Preferiva trovarsi al ristorante senza impazzire nei preparativi.

Una grande libreria ingombrava la parete dello studio, ricoprendola coi volumi colorati. Questa era la sua stanza favorita, dove leggeva e lavorava alla sera dopo aver seguito le figlie.

Si sistemò sulla poltrona per scorrere quelle poche righe vergate da una mano sconosciuta.

Ebbe un flash e capì che il destino aveva scritto quel pezzo di carta in cui Barbara si specchiava in Emma.

FINE

La prima parte la trovate qui.

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  1. ho apprezzato la cura con cui fai emergere la personalità complessa di Barbara mentre mi lascia perplesso il finale, quello specchiarsi Emma, di cui peraltro sappiamo troppo poco per poter dire se questo specchiarsi abbia senso o no.
    ma forse anch’io ho fatto confusione 🙂
    ml

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