Daniele – parte ventiseiesima

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il mio roseto – foto personale

Di sicuro all’interno della stazione ci sarebbe stato il negozio per comprare quanto serviva per rendersi meno riconoscibili, pensò Daniele, osservando l’orologio digitale. Bastava avere la pazienza di aspettare che aprissero le porte dell’emporio e un pizzico di fortuna per non incrociare qualcuno che dava loro la caccia. I due ragazzi ignoravano se i romani avessero lanciato l’allarme per Venezia ma stavano all’erta come se questo fosse vero.

All’apertura del negozio Daniele e Natalina acquistarono quello che avevano deciso al bar. Trovarono tutto senza troppa fatica. Si osservarono allo specchio: non assomigliavano più a quelli che avevano lasciato Roma dieci ore prima.

Erano le nove, quando lasciarono la stazione ferroviaria ma cominciava la parte più insidiosa. Avvicinarsi all’ostello senza farsi notare e sfuggire a eventuali cani da guardia.

Daniele, avviandosi, cinse con il braccio le spalle di Natalina, che aveva il viso interamente nascosto. In testa un berretto di pelo grigio che le copriva la fronte e le orecchie. Due occhialoni scuri da vamp degli anni venti sugli occhi enormi e il resto coperto da una grande sciarpa nera di cashmere. L’abbigliamento di Natalina gli era costata una piccola fortuna. Tutta griffata, comprese le sneakers. Avevano deciso di sostituire le scarpe col tacco basso, con le quali era partita da Roma, perché del tutto inadeguate a camminare a Venezia, con queste più comode e agevoli da usare. Specialmente se ci fosse stata la necessità di correre.

Daniele sul ponte delle Guglie si fermò ad ammirare il panorama. La nebbia avvolgeva la città in una morsa umida e irreale, impedendo di vedere a più di cento metri di distanza. Il ragazzo pensò che poteva essere un valido aiuto ma anche un pericoloso intoppo, perché dava una mano sia in positivo che in negativo. Rendeva evanescente i contorni delle persone e delle cose ma allo stesso tempo avrebbe impedito il riconoscimento da lontano di eventuali soggetti che sorvegliassero la struttura. L’umidità penetrava a fondo dando l’impressione di mille aghi conficcati nel corpo. Natalina batteva i denti per il freddo e lo sollecitò a rimettersi in marcia.

C’è tempo per ammirare il paesaggio nebbioso” disse la ragazza infreddolita. Lei era abituata al caldo brasiliano e mal sopportava le basse temperature padane. Daniele annuì. Osservò il display del telefono. Secondo il navigatore dello smartphone non erano molto distanti dalla meta.

Si fermarono per fare una seconda colazione in una torrefazione del caffè, incontrata lungo il tragitto. Dentro si percepiva il forte aroma di caffè appena tostato. I chicchi scuri stavano nell’apparecchiatura a tamburo rotante, tipico delle lavorazioni artigianali. Sacchi pieni di caffè, già pronto per l’uso e ancora da tostare, stavano di fianco. Il profumo era inebriante. Addossati alla parete stavano i vari tipi di miscele in grani, visibili attraverso il vetro dei contenitori in lucente ottone. Il banconiere prelevò con una paletta i chicchi ancora caldi per macinarli. Stava iniziando il rito della preparazione di una bevanda cremosa dal gusto inconfondibile. I due ragazzi osservarono il processo incuriositi e affascinati. L’ambiente caldo li riscaldò, mentre gustavano la tazzina di caffè insieme ai basi in gondola, che accompagnavano la degustazione della bevanda.

Daniele si informò sul tragitto più breve per l’ostello prima di abbandonare quel locale che aveva il fascino vintage dei primi del novecento.

Alle tre di notte Marco e Alice si trovarono di fronte al boss. Parevano due cani bastonati nel raccontare i loro insuccessi.

L’ambulanza in quale ospedale si è fermata?” chiese l’uomo fumando nervosamente un sigaro toscano. “Almeno quello siete riusciti a saperlo?”

Marco abbassò la fronte. Non osava guardarlo in faccia. Ammise di ignorarlo.

Siete degli incapaci” strepitò l’uomo, masticando la punta del sigaro. “Uscite immediatamente prima che …”.

Senza aspettare oltre, velocemente Marco e Alice guadagnarono la porta per sottrarsi alla sua ira.

Figura di merda” biascicò Marco, salendo sull’Audi. “Proviamo a fare il giro dei Pronto Soccorsi. Forse abbiamo culo di conoscere dove sono finiti quei due stronzi”.

Non fu un’impresa semplice, perché cambiano i turni e le persone. Il Pronto soccorso di notte è un porto di mare, dove pochi sono disponibili a rispondere alle domande. Solo alle dieci di mattina scoprirono che un’ambulanza vuota, intorno alle nove e mezza di sera, era arrivata al San Camillo. La coppia, un uomo e una donna, dopo aver depositato gli indumenti di lavoro nell’armadietto, aveva chiamato un taxi. “Diretto dove” ammise l’informatore, “non saprei. Però era uno della 3570. Quello lo ricordo bene”.

Marco contattò via telefono la cooperativa per ottenere l’informazione dove avesse terminato la corsa quel taxi ma ricevette un diniego sdegnato. “Queste informazioni non sono fornite” rispose piccata la centralinista.

Sembrava tutto perso ma Alice aveva un conoscente, un tassista, che lavorava per quella cooperativa. Con una vaga promessa di uscire una sera con lui e alcune moine da vera commediante riuscì a conoscere la destinazione della corsa. “Qualche minuto prima delle ventidue sono scesi a Stazione Termini” riferì Alice al compagno.

Era mattina inoltrata, le undici, quando finalmente intuirono che la coppia che dovevano sorvegliare forse avevano preso il notturno per Venezia. Un posto che avevano setacciato inutilmente due settimane prima ma ancora caldo.

Antonio” disse Marco al telefono, “la nostra preda è a Venezia. Sono arrivati due da Roma per portarla via”.

Udì un paio di bestemmie colorite prima che chiedesse dove era stata localizzata.

Mettete sotto controllo i soliti posti” rimbeccò Marco, chiudendo la conversazione. Ignorava completamente dove potesse essere.

Daniele, uscendo dalla Torrefazione, accantonò tutte le precauzioni e puntò con decisione su Fondamenta Canal, dove si trovava l’ostello. “Dobbiamo sbrigarci” suggerì il ragazzo, “prima che i lupi romani scoprano come li abbiamo beffati”.

Alle nove e mezza erano davanti al portone per farsi ricevere.

Sono Natalina Strapetti” disse porgendo il passaporto. “Mia sorella è alloggiata presso di voi. Potreste chiamarla oppure accompagnarci nella sua stanza?”

La donna, non più giovanissima, osservò il documento che Natalina le mostrava e poi alzò lo sguardo per riabbassarlo dopo qualche secondo. Senza dire una parola, li invitò con un cenno del capo a seguirla.

Bussò e disse: “C’è tua sorella, se apri”. In silenzio tornò da dove era venuta.

I due ragazzi aspettavano di sentire la chiave girare nella serratura ma inutilmente.

Natalia” disse Marco, accostando il viso il più vicino possibile alla porta. “Aprici. Non abbiamo molto tempo per allontanarci senza pericolo”.

Qualche istante dopo il battente si aprì mostrando il viso di una ragazza impaurita. Natalina entrò e l’abbracciò senza parlare. La stanza era come nel sogno. Due letti a castello addossati alle pareti. Una finestra che dava sul cortile interno e di fronte un grande armadio, capace di contenere una persona. Al centro un tavolo di legno e due sedie impagliate. Daniele sorrise, mentre stringeva Natalia in un abbraccio affettuoso.

Dobbiamo sbrigarci” affermò il ragazzo che, aperto l’armadio, trasse uno zaino, che le apparteneva di certo. “Il tempo stringe. Tra meno di mezz’ora dobbiamo essere fuori di qui”.

Daniele consultò l’orologio. Segnava qualche minuto dopo le dieci. Si chiese se avevano già scoperto dove si erano diretti. Lo ignorava ma aveva la sensazione di sì. ‘Se la fortuna ci assiste’ pensò, ‘potremmo anche svignarcela senza problemi’. Il piano delle prossime mosse era già delineato. Con un motoscafo taxi avrebbero raggiunto Piazzale Roma. Alla stazione delle corriere avrebbero deciso quale bus prendere. Il primo che avrebbe portato più distante possibile o verso una destinazione poco appetibile. Poi avrebbero agito a braccio senza un canovaccio prestabilito. L’idea era di portarla all’estero. Dove non era chiaro. Daniele si era preso una settimana di ferie e il posto non doveva essere lontanissimo.

Riempire lo zaino fu questione di poco, perché il bagaglio era ridotto al minimo. Natalia abbracciò la donna alla reception, mentre Daniele saldava il conto e chiamava il motoscafo taxi. L’appuntamento era a Campo San Marcuola tra mezz’ora. Non dovevano sbagliare strada se volevano essere puntuali. Un pallido sole tentava di bucare quella capa nebbiosa, mentre la visibilità diventava sempre migliore. Col cuore in gola raggiunsero il posto prestabilito, trovando il motoscafo pronto ad accoglierli.

Erano le undici quando raggiunsero Piazzale Roma, da dove partivano i bus verso la terraferma. Nessun incontro sgradevole, nessuna faccia che mostrasse interesse verso di loro. Una buona stella sembravano proteggere i tre fuggiaschi.

Furono fortunati perché dopo poco sarebbe partita una corsa verso Padova via Riviera del Brenta, dove sarebbero arrivati una ventina di minuti prima delle tredici. Natalina aveva proposto di prendere un taxi.

Lasciamo troppe tracce dietro di noi” aveva contraddetto il ragazzo. “Saranno furiosi e li avremmo alle calcagna in un batter d’occhio. Di certo presiederanno taxi e Ferrovia, più facili da vigilare. La stazione delle corriere è più complicata da tenere sotto controllo. Questo è un orario molto trafficato. Le destinazioni sono troppe. Servirebbero molte persone”.

Mentre Daniele e le due ragazze erano in movimento verso Padova, Antonio bussò all’ostello.

Sappiamo che Natalia Strapetti è alloggiata presso di voi” disse l’uomo sicuro di beccarli tutti e tre.

La donna alla reception scosse il capo in segno negativo.

Eppure sua sorella mi ha dato appuntamento qui” mentì Antonio che cominciava a spazientirsi.

Nessuna donna di nome Natalia Strapetti alloggia qui” replicò calma.

Eppure…” disse Antonio interrotto dalla signora alla reception.

La prego di andarsene o sarò costretta a chiamare la polizia, se lei insiste. Qui non c’è nessuna Natalia Strapetti” e con il braccio teso indicò la porta di uscita.

Antonio bestemmiò. Era la seconda volta che lo mettevano fuori dall’ostello senza possibilità d’appello. Ordinò alla persona che era con lui di sorvegliare l’edificio. Si consultò con chi aveva mandato alla stazione e al posto dei taxi di Piazzale Roma, ricevendo una risposta negativa. “Nessuno che corrisponde alle descrizioni è apparso” dissero entrambi.

Antonio pensò che avrebbero potuto dirigersi verso Chioggia e da lì puntare a Rovigo. C’era anche l’altra opzione. Quella di Punta Sabbioni assai più comoda per svanire nel buio verso Jesolo e Trieste. Bestemmiò. Sapeva che le prede gli erano sgusciate di mano. Adesso cercarle era solo un colpo di fortuna. ‘Quei due ragazzi sono stati furbi. Prima a beffare Marco. Ora è il mio turno’ rifletté Antonio, mentre stava arrivando a Piazzale Roma. Avrebbe consultato gli orari delle corriere per capire se per caso avessero preso un bus.

Quando arrivarono a Oriago, Daniele decise si scendere. Doveva nascondere le tracce e confondere gli inseguitori. Da lì sarebbe tornato a Mestre, puntando verso Treviso o Tessera. Consultò l’orario dei voli in partenza. Alle tre dal Marco Polo c’era un volo per Francoforte, da questo aeroporto si potevano trovare molte combinazioni per diverse destinazioni. Daniele aveva già in mente un posto: Lisbona. Natalina sarebbe stata perfetta col suo portoghese come guida e interprete. Provò a comprare tre biglietti. Ebbe fortuna. Era sufficiente presentarsi al check-in per le tredici e trenta. Tutto bagaglio a mano. Adesso doveva organizzare il tragitto. Prima però doveva fare un paio di telefonate.

Antonio era convinto di essere in ritardo solo di pochi minuti per intercettarli. Consultò l’orario delle partenze. Non ebbe dubbi. ‘Se dovessi prendere un bus per far perdere le mie tracce, salirei su quello che va a Padova’ pensò vedendo le altre destinazioni nella mezz’ora precedente. ‘Possibilità di prendere un treno per Milano o Bologna. Noleggi auto. Possibilità di restare in città senza essere trovati’. Doveva sbrigarsi se voleva seguire il bus. Spedì quello di guardia ai taxi a Padova in macchina, mentre lui avrebbe tallonato la corriera. La raggiunse pochi chilometri dopo la fermata di Oriago centro e controllò chi scendeva alle fermate successive. Arrivato a destinazione, il mezzo pubblico si vuotò ma dei tre fuggiaschi nemmeno l’ombra. Nuova sequela di bestemmie, perché aveva compreso che era scesi prima che lui agganciasse l’autobus. ‘Forse già dopo poche fermate. A Mestre’ bofonchiò Antonio, masticando amaro. ‘Con oltre un’ora di vantaggio è impensabile intercettarli’.

Telefonò a Marco per comunicargli il fiasco dell’operazione.

Daniele chiamò Sara. Si accertò che stesse bene e le impartì le istruzioni per raggiungerli.

Stasera ti metti in macchina” disse Daniele. “Dovrai viaggiare tutta notte”.

Lo sai che non mi piace guidare col buio” replicò irritata la ragazza.

Daniele fece una debole risata. “Rassegnati, se vuoi sparire senza essere beccata”.

Si udì un grugnito di disapprovazione.

Alle venti paghi l’hotel con la mia carta e ti dirigi verso Teramo e poi prendi la A14. Arrivata a Parma…”.

Sarò cotta come un prosciutto” chiosò ironica Sara.

“… punta direttamente verso La Spezia” proseguì Daniele senza raccogliere la sua battuta. “E da lì arrivi a Ventimiglia”.

Nuova risata stridula di Sara.

Hai capito bene?” disse deciso Daniele.

Più o meno” borbottò Sara. “E lì che faccio?’

Consegni la macchina dopo aver fatto il pieno. Vai in stazione e parti per Tolosa”.

Si udì un bel fischio. Non di ammirazione. “E secondo te, come ci arrivo?”

In treno” affermò Daniele, che non aveva colto la sottile ironia delle ultime parole.

Una nuova risata risuonò nel telefono. “E moh! A Tolosa ci arrivo in una bara. Non dormo, non mangio, non piscio”.

Daniele rise. In effetti non aveva messo nel conto che il viaggio sarebbe durato molte ore col rischio di condizioni climatiche difficili. Era inverno e gennaio.

Ok, Sara” disse Daniele con tono paternalistico. “In tre ore e mezza sei ad Ancona. Ti fermi in un albergo e riprendi il viaggio domattina. Viaggiando tutto il giorno con qualche sosta per soddisfare i tuoi bisognini…”. Daniele fece una risata di scherno, prima di riprendere il filo del discorso. “È sufficiente per arrivare a Ventimiglia. Nuova sosta e riparti il giorno dopo”.

Sara emise un grugnito di approvazione. “Ok, Daniele. Tra due giorni a Tolosa”.

Le due sorelle ridevano, orecchiando la conversazione al limite del surreale tra i due ragazzi.

Ultima telefonata. Poi in marcia verso il Marco Polo” disse Daniele, mettendosi in contatto con Eliseu. Natalia sbiancò. Non immaginava che anche lei fosse coinvolta nella sua vicenda.

Ciao, Eliseu. Missione compiuta. Tra un paio d’ore siamo in volo” fece Daniele. “Clara come sta? Dalle un bacio da parte mia”.

Il ragazzo sentì la voce della figlia che litigava con la zia.

Ciao, papi. Mi manchi” disse Clara in fretta, prima che Eliseu riprendesse il controllo.

Ci sentiamo stasera” fece la donna, chiudendo la conversazione.

Al ristorante Vettore trovarono un autista disposto a portarli al Marco Polo dietro compenso.

In aeroporto Daniele chiese a Natalia quali documenti d’identità aveva con lei.

La carta d’identità e la patente” disse.

Il passaporto?” domandò Daniele.

A Roma. Nel mio appartamento” rispose Natalia.

Fattosi consegnare le chiavi dalla ragazza, disegnò la piantina dove si trovava il documento.

Dove penso di arrivare tra due giorni, basta quello che hai. Però la destinazione finale è Bahia. E serve il passaporto” concluse Daniele.

Alle tre del pomeriggio i tre ragazzi erano in volo verso Francoforte, da dove sarebbero partiti per Lisbona.

FINE

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  1. Bel finale, Daniele ha organizzato alla perfezione ogni mossa mettendo sotto scacco Antonio.
    I ragazzi sono finalmente liberi e non c’è gioia maggiore che assaporare la libertà andando incontro alla vita.
    Un racconto che ha tenuto col fiato sospeso i lettori, un racconto bello da condividere.
    E’ stato bello leggerti, complimenti.
    Un caro abbraccio da Affy 🙂

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  2. Letto tutto. Il ritmo c’è, con la giusta dose di suspense, forse in alcuni punti un editor interverrebbe per renderlo ancora più appetibile, ma io non ne ho le competenze. Il finale mi sembra invece ancora aperto… sicuro di aver messo la parola fine? 😉

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    • Grazie per i tuoi apprezzamenti. Per l’editor ci farò un pensierino. Hai qualcuno da proporre? Finale aperto? In effetti sì ma non volevo tediare chi l’ha seguito con altre puntate. L’avevo pensato in tre o quattro puntate ma poi mi ha preso la mano e ne sono uscite ventisei.

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