Archivio mensile:maggio 2017

qualcosa di utile?

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la mia stella di Natale fotografata oggi – foto personale

Penso di fare qualcosa di utile condividendo questi link.

Carmen Laterza tiene un blog http://libroza.com/blog/ dove parla di cose libresche. Suggerimenti per l’aspirante scrittore.

Interessanti senza dubbio, perché in forma semplice dà delle preziose indicazioni su come scrivere una storia.

Di seguito fornisco una serie di link di varia natura. Naturalmente per i curiosi c’è la possibilità di scovare altri articoli correlati a quelli proposti.

Le sequenzecosa sono? Sono porzioni di senso compiuto in cui può essere suddiviso un testo narrativo.

http://libroza.com/le-sequenze-cosa-sono-come-usarle/

I generi letterari… credo non ci siano spiegazioni se non leggere il post

http://libroza.com/generi-letterari-del-romanzo/

Incipit… il biglietto da visita della storia.

http://libroza.com/come-scrivere-un-incipit-avvincente/

Tutti abbiamo i cinque sensi e li usiamo tutti i giorni. Perché non usarli anche nelle nostre storie?

http://libroza.com/la-descrizione-sensoriale-usare-i-5-sensi-per-descrivere/

Ognuno di noi prova delle emozioni felici oppure dolorose. Anche i nostri personaggi, che sono i nostri figli, sono essere umani e avvertono le nostre stesse emozioni

http://libroza.com/narrare-le-emozioni-dei-personaggi/

Il punto di vista è l’angolazione, la visuale che l’autore offre al lettore, affinché possa immergersi nella nostra storia.

http://libroza.com/come-scegliere-il-punto-di-vista-giusto/

Ma se andate sul suo sito troverete altri articoli interessanti e, perché no?, anche utili al lettore.

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Ci risiamo.

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Da ieri pomeriggio sono finito nello spam di diversi blogger. Non tutti ma diversi. Quindi se non vedete commenti o risposte ai vostri commenti, il motivo c’è: SPAM

Di certo Nadia, quella di svolazzi, poi Marco Camalieri, l’ho scoperto poco fa. Altri non ricordo. Spam a macchia di leopardo. E’ vero che c’è una FAQ a proposito dove ci sono le istruzioni per togliersi dagli impicci ma la cosa mi annoia. Se l’antispam fa cilecca, è meglio toglierlo dai piedi. Fa meno danni.

Aggiornamento. Anche i miei commenti per Lucia Lorenzon finiscono nello SPAM

Considerazioni libresche

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foto di Veronica

Vorrei fare alcune considerazioni sulle due kermesse libresche concluse da poco. Premetto che non le ho viste nessuna delle due. Non mi interessa riportare cifre o dire chi ha vinto, perso, ecc. Semplici pensieri nati dalle letture di blogger, media o altro.

1) Quando c’è sana concorrenza, le idee nascono, si sviluppano e fioriscono. Concorrenza significa competizione e non urlare più forte. Credo che di questo il salone di Torino abbia trovato lo stimolo per migliorarsi, per produrre un prodotto che possa piacere. Forse se non ci fosse stata la scissione e di conseguenza lo stimolo, non avrebbe saputo innovarsi e offrire qualcosa di nuovo. Riavvolgere il nsatro del tempo è fatica inutile.

2) Se ‘tempo di libri’ non ha suscitato entusiasmi si è voluto bocciare l’arroganza di Mondazzoli e Gems, le quali ha creduto che sarebbe bastato il loro nome per attirare gli amanti del leggere. Non hanno capito che il lettore non si guida al guinzaglio come un docile cagnolino ma ama spaziare libero senza imposizioni. A parte uno di loro, non ho letto autocritiche ma solo giustificazioni. ‘Abbiamo avuto poco tempo’, ‘questa era l’edizione zero’. Però un merito l’hanno avuto: stimolare Torino a innovarsi. E non è poco!

3) si dovrebbe insegnare ai signori del marketing che i numeri vanno letti come si leggono le storie. Istat ha certificato che 59% degli italiani non legge un libro. Dico leggere e non comprare. Due cose distinte. Rispetto a dieci anni fa il numero dei non lettori è cresciuto del 5%. Ma solo il 14% legge con una certa regolarità (dieci anni fa erano il 15%). Intendo quella fascia di persone che leggono almeno un libro al mese. Non vi annoio con i dati per età che sono sconfortanti. In soldoni i giovani sono il 10% circa della popolazione presa in esame, mentre migliora la percentuale tra gli over cinquanta – due persone su dieci. Quindi le kermesse vanno tarate su questi numeri. Il radical chic che compra il volume X, reclamizzato in TV, sui media in genere e che lo ripone intonso in libreria a prendere polvere, difficilmente si scomoderà per unirsi alla folla festante che frequenta i saloni del libro. Al massimo segue distaccato qualche conferenza di un vip. Il lettore forte, quello che legge almeno un libro al mese, cerca testi fuori dalle righe e sarà anche quello che affollerà le kermesse libresche. Se queste sono piatte, tendenzialmente le eviterà. Se invece sono interessanti, vicino al loro modo d’intendere la lettura, farà in maniera di andarci.

4) La competizione o la concorrenza in Italia è vista in due modi. Urlata, isterica, ricca di colpi bassi oppure addormentata con qualche sonnifero in maniera che lo status quo rimanga invariato e non disturbi il manovratore.

In conclusione i due saloni possono coesistere ed entrare in una competizione d’idee virtuosa se sapranno darsi un target e un’identità precisa in date distanti, senza tentare di forzare la mano o inglobare l’altro con la forza. Devono seguire il lettore e non costringerlo alle loro logiche editoriali.

Daniele – parte ventiseiesima

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il mio roseto – foto personale

Di sicuro all’interno della stazione ci sarebbe stato il negozio per comprare quanto serviva per rendersi meno riconoscibili, pensò Daniele, osservando l’orologio digitale. Bastava avere la pazienza di aspettare che aprissero le porte dell’emporio e un pizzico di fortuna per non incrociare qualcuno che dava loro la caccia. I due ragazzi ignoravano se i romani avessero lanciato l’allarme per Venezia ma stavano all’erta come se questo fosse vero.

All’apertura del negozio Daniele e Natalina acquistarono quello che avevano deciso al bar. Trovarono tutto senza troppa fatica. Si osservarono allo specchio: non assomigliavano più a quelli che avevano lasciato Roma dieci ore prima.

Erano le nove, quando lasciarono la stazione ferroviaria ma cominciava la parte più insidiosa. Avvicinarsi all’ostello senza farsi notare e sfuggire a eventuali cani da guardia.

Daniele, avviandosi, cinse con il braccio le spalle di Natalina, che aveva il viso interamente nascosto. In testa un berretto di pelo grigio che le copriva la fronte e le orecchie. Due occhialoni scuri da vamp degli anni venti sugli occhi enormi e il resto coperto da una grande sciarpa nera di cashmere. L’abbigliamento di Natalina gli era costata una piccola fortuna. Tutta griffata, comprese le sneakers. Avevano deciso di sostituire le scarpe col tacco basso, con le quali era partita da Roma, perché del tutto inadeguate a camminare a Venezia, con queste più comode e agevoli da usare. Specialmente se ci fosse stata la necessità di correre.

Daniele sul ponte delle Guglie si fermò ad ammirare il panorama. La nebbia avvolgeva la città in una morsa umida e irreale, impedendo di vedere a più di cento metri di distanza. Il ragazzo pensò che poteva essere un valido aiuto ma anche un pericoloso intoppo, perché dava una mano sia in positivo che in negativo. Rendeva evanescente i contorni delle persone e delle cose ma allo stesso tempo avrebbe impedito il riconoscimento da lontano di eventuali soggetti che sorvegliassero la struttura. L’umidità penetrava a fondo dando l’impressione di mille aghi conficcati nel corpo. Natalina batteva i denti per il freddo e lo sollecitò a rimettersi in marcia.

C’è tempo per ammirare il paesaggio nebbioso” disse la ragazza infreddolita. Lei era abituata al caldo brasiliano e mal sopportava le basse temperature padane. Daniele annuì. Osservò il display del telefono. Secondo il navigatore dello smartphone non erano molto distanti dalla meta.

Si fermarono per fare una seconda colazione in una torrefazione del caffè, incontrata lungo il tragitto. Dentro si percepiva il forte aroma di caffè appena tostato. I chicchi scuri stavano nell’apparecchiatura a tamburo rotante, tipico delle lavorazioni artigianali. Sacchi pieni di caffè, già pronto per l’uso e ancora da tostare, stavano di fianco. Il profumo era inebriante. Addossati alla parete stavano i vari tipi di miscele in grani, visibili attraverso il vetro dei contenitori in lucente ottone. Il banconiere prelevò con una paletta i chicchi ancora caldi per macinarli. Stava iniziando il rito della preparazione di una bevanda cremosa dal gusto inconfondibile. I due ragazzi osservarono il processo incuriositi e affascinati. L’ambiente caldo li riscaldò, mentre gustavano la tazzina di caffè insieme ai basi in gondola, che accompagnavano la degustazione della bevanda.

Daniele si informò sul tragitto più breve per l’ostello prima di abbandonare quel locale che aveva il fascino vintage dei primi del novecento.

Alle tre di notte Marco e Alice si trovarono di fronte al boss. Parevano due cani bastonati nel raccontare i loro insuccessi.

L’ambulanza in quale ospedale si è fermata?” chiese l’uomo fumando nervosamente un sigaro toscano. “Almeno quello siete riusciti a saperlo?”

Marco abbassò la fronte. Non osava guardarlo in faccia. Ammise di ignorarlo.

Siete degli incapaci” strepitò l’uomo, masticando la punta del sigaro. “Uscite immediatamente prima che …”.

Senza aspettare oltre, velocemente Marco e Alice guadagnarono la porta per sottrarsi alla sua ira.

Figura di merda” biascicò Marco, salendo sull’Audi. “Proviamo a fare il giro dei Pronto Soccorsi. Forse abbiamo culo di conoscere dove sono finiti quei due stronzi”.

Non fu un’impresa semplice, perché cambiano i turni e le persone. Il Pronto soccorso di notte è un porto di mare, dove pochi sono disponibili a rispondere alle domande. Solo alle dieci di mattina scoprirono che un’ambulanza vuota, intorno alle nove e mezza di sera, era arrivata al San Camillo. La coppia, un uomo e una donna, dopo aver depositato gli indumenti di lavoro nell’armadietto, aveva chiamato un taxi. “Diretto dove” ammise l’informatore, “non saprei. Però era uno della 3570. Quello lo ricordo bene”.

Marco contattò via telefono la cooperativa per ottenere l’informazione dove avesse terminato la corsa quel taxi ma ricevette un diniego sdegnato. “Queste informazioni non sono fornite” rispose piccata la centralinista.

Sembrava tutto perso ma Alice aveva un conoscente, un tassista, che lavorava per quella cooperativa. Con una vaga promessa di uscire una sera con lui e alcune moine da vera commediante riuscì a conoscere la destinazione della corsa. “Qualche minuto prima delle ventidue sono scesi a Stazione Termini” riferì Alice al compagno.

Era mattina inoltrata, le undici, quando finalmente intuirono che la coppia che dovevano sorvegliare forse avevano preso il notturno per Venezia. Un posto che avevano setacciato inutilmente due settimane prima ma ancora caldo.

Antonio” disse Marco al telefono, “la nostra preda è a Venezia. Sono arrivati due da Roma per portarla via”.

Udì un paio di bestemmie colorite prima che chiedesse dove era stata localizzata.

Mettete sotto controllo i soliti posti” rimbeccò Marco, chiudendo la conversazione. Ignorava completamente dove potesse essere.

Daniele, uscendo dalla Torrefazione, accantonò tutte le precauzioni e puntò con decisione su Fondamenta Canal, dove si trovava l’ostello. “Dobbiamo sbrigarci” suggerì il ragazzo, “prima che i lupi romani scoprano come li abbiamo beffati”.

Alle nove e mezza erano davanti al portone per farsi ricevere.

Sono Natalina Strapetti” disse porgendo il passaporto. “Mia sorella è alloggiata presso di voi. Potreste chiamarla oppure accompagnarci nella sua stanza?”

La donna, non più giovanissima, osservò il documento che Natalina le mostrava e poi alzò lo sguardo per riabbassarlo dopo qualche secondo. Senza dire una parola, li invitò con un cenno del capo a seguirla.

Bussò e disse: “C’è tua sorella, se apri”. In silenzio tornò da dove era venuta.

I due ragazzi aspettavano di sentire la chiave girare nella serratura ma inutilmente.

Natalia” disse Marco, accostando il viso il più vicino possibile alla porta. “Aprici. Non abbiamo molto tempo per allontanarci senza pericolo”.

Qualche istante dopo il battente si aprì mostrando il viso di una ragazza impaurita. Natalina entrò e l’abbracciò senza parlare. La stanza era come nel sogno. Due letti a castello addossati alle pareti. Una finestra che dava sul cortile interno e di fronte un grande armadio, capace di contenere una persona. Al centro un tavolo di legno e due sedie impagliate. Daniele sorrise, mentre stringeva Natalia in un abbraccio affettuoso.

Dobbiamo sbrigarci” affermò il ragazzo che, aperto l’armadio, trasse uno zaino, che le apparteneva di certo. “Il tempo stringe. Tra meno di mezz’ora dobbiamo essere fuori di qui”.

Daniele consultò l’orologio. Segnava qualche minuto dopo le dieci. Si chiese se avevano già scoperto dove si erano diretti. Lo ignorava ma aveva la sensazione di sì. ‘Se la fortuna ci assiste’ pensò, ‘potremmo anche svignarcela senza problemi’. Il piano delle prossime mosse era già delineato. Con un motoscafo taxi avrebbero raggiunto Piazzale Roma. Alla stazione delle corriere avrebbero deciso quale bus prendere. Il primo che avrebbe portato più distante possibile o verso una destinazione poco appetibile. Poi avrebbero agito a braccio senza un canovaccio prestabilito. L’idea era di portarla all’estero. Dove non era chiaro. Daniele si era preso una settimana di ferie e il posto non doveva essere lontanissimo.

Riempire lo zaino fu questione di poco, perché il bagaglio era ridotto al minimo. Natalia abbracciò la donna alla reception, mentre Daniele saldava il conto e chiamava il motoscafo taxi. L’appuntamento era a Campo San Marcuola tra mezz’ora. Non dovevano sbagliare strada se volevano essere puntuali. Un pallido sole tentava di bucare quella capa nebbiosa, mentre la visibilità diventava sempre migliore. Col cuore in gola raggiunsero il posto prestabilito, trovando il motoscafo pronto ad accoglierli.

Erano le undici quando raggiunsero Piazzale Roma, da dove partivano i bus verso la terraferma. Nessun incontro sgradevole, nessuna faccia che mostrasse interesse verso di loro. Una buona stella sembravano proteggere i tre fuggiaschi.

Furono fortunati perché dopo poco sarebbe partita una corsa verso Padova via Riviera del Brenta, dove sarebbero arrivati una ventina di minuti prima delle tredici. Natalina aveva proposto di prendere un taxi.

Lasciamo troppe tracce dietro di noi” aveva contraddetto il ragazzo. “Saranno furiosi e li avremmo alle calcagna in un batter d’occhio. Di certo presiederanno taxi e Ferrovia, più facili da vigilare. La stazione delle corriere è più complicata da tenere sotto controllo. Questo è un orario molto trafficato. Le destinazioni sono troppe. Servirebbero molte persone”.

Mentre Daniele e le due ragazze erano in movimento verso Padova, Antonio bussò all’ostello.

Sappiamo che Natalia Strapetti è alloggiata presso di voi” disse l’uomo sicuro di beccarli tutti e tre.

La donna alla reception scosse il capo in segno negativo.

Eppure sua sorella mi ha dato appuntamento qui” mentì Antonio che cominciava a spazientirsi.

Nessuna donna di nome Natalia Strapetti alloggia qui” replicò calma.

Eppure…” disse Antonio interrotto dalla signora alla reception.

La prego di andarsene o sarò costretta a chiamare la polizia, se lei insiste. Qui non c’è nessuna Natalia Strapetti” e con il braccio teso indicò la porta di uscita.

Antonio bestemmiò. Era la seconda volta che lo mettevano fuori dall’ostello senza possibilità d’appello. Ordinò alla persona che era con lui di sorvegliare l’edificio. Si consultò con chi aveva mandato alla stazione e al posto dei taxi di Piazzale Roma, ricevendo una risposta negativa. “Nessuno che corrisponde alle descrizioni è apparso” dissero entrambi.

Antonio pensò che avrebbero potuto dirigersi verso Chioggia e da lì puntare a Rovigo. C’era anche l’altra opzione. Quella di Punta Sabbioni assai più comoda per svanire nel buio verso Jesolo e Trieste. Bestemmiò. Sapeva che le prede gli erano sgusciate di mano. Adesso cercarle era solo un colpo di fortuna. ‘Quei due ragazzi sono stati furbi. Prima a beffare Marco. Ora è il mio turno’ rifletté Antonio, mentre stava arrivando a Piazzale Roma. Avrebbe consultato gli orari delle corriere per capire se per caso avessero preso un bus.

Quando arrivarono a Oriago, Daniele decise si scendere. Doveva nascondere le tracce e confondere gli inseguitori. Da lì sarebbe tornato a Mestre, puntando verso Treviso o Tessera. Consultò l’orario dei voli in partenza. Alle tre dal Marco Polo c’era un volo per Francoforte, da questo aeroporto si potevano trovare molte combinazioni per diverse destinazioni. Daniele aveva già in mente un posto: Lisbona. Natalina sarebbe stata perfetta col suo portoghese come guida e interprete. Provò a comprare tre biglietti. Ebbe fortuna. Era sufficiente presentarsi al check-in per le tredici e trenta. Tutto bagaglio a mano. Adesso doveva organizzare il tragitto. Prima però doveva fare un paio di telefonate.

Antonio era convinto di essere in ritardo solo di pochi minuti per intercettarli. Consultò l’orario delle partenze. Non ebbe dubbi. ‘Se dovessi prendere un bus per far perdere le mie tracce, salirei su quello che va a Padova’ pensò vedendo le altre destinazioni nella mezz’ora precedente. ‘Possibilità di prendere un treno per Milano o Bologna. Noleggi auto. Possibilità di restare in città senza essere trovati’. Doveva sbrigarsi se voleva seguire il bus. Spedì quello di guardia ai taxi a Padova in macchina, mentre lui avrebbe tallonato la corriera. La raggiunse pochi chilometri dopo la fermata di Oriago centro e controllò chi scendeva alle fermate successive. Arrivato a destinazione, il mezzo pubblico si vuotò ma dei tre fuggiaschi nemmeno l’ombra. Nuova sequela di bestemmie, perché aveva compreso che era scesi prima che lui agganciasse l’autobus. ‘Forse già dopo poche fermate. A Mestre’ bofonchiò Antonio, masticando amaro. ‘Con oltre un’ora di vantaggio è impensabile intercettarli’.

Telefonò a Marco per comunicargli il fiasco dell’operazione.

Daniele chiamò Sara. Si accertò che stesse bene e le impartì le istruzioni per raggiungerli.

Stasera ti metti in macchina” disse Daniele. “Dovrai viaggiare tutta notte”.

Lo sai che non mi piace guidare col buio” replicò irritata la ragazza.

Daniele fece una debole risata. “Rassegnati, se vuoi sparire senza essere beccata”.

Si udì un grugnito di disapprovazione.

Alle venti paghi l’hotel con la mia carta e ti dirigi verso Teramo e poi prendi la A14. Arrivata a Parma…”.

Sarò cotta come un prosciutto” chiosò ironica Sara.

“… punta direttamente verso La Spezia” proseguì Daniele senza raccogliere la sua battuta. “E da lì arrivi a Ventimiglia”.

Nuova risata stridula di Sara.

Hai capito bene?” disse deciso Daniele.

Più o meno” borbottò Sara. “E lì che faccio?’

Consegni la macchina dopo aver fatto il pieno. Vai in stazione e parti per Tolosa”.

Si udì un bel fischio. Non di ammirazione. “E secondo te, come ci arrivo?”

In treno” affermò Daniele, che non aveva colto la sottile ironia delle ultime parole.

Una nuova risata risuonò nel telefono. “E moh! A Tolosa ci arrivo in una bara. Non dormo, non mangio, non piscio”.

Daniele rise. In effetti non aveva messo nel conto che il viaggio sarebbe durato molte ore col rischio di condizioni climatiche difficili. Era inverno e gennaio.

Ok, Sara” disse Daniele con tono paternalistico. “In tre ore e mezza sei ad Ancona. Ti fermi in un albergo e riprendi il viaggio domattina. Viaggiando tutto il giorno con qualche sosta per soddisfare i tuoi bisognini…”. Daniele fece una risata di scherno, prima di riprendere il filo del discorso. “È sufficiente per arrivare a Ventimiglia. Nuova sosta e riparti il giorno dopo”.

Sara emise un grugnito di approvazione. “Ok, Daniele. Tra due giorni a Tolosa”.

Le due sorelle ridevano, orecchiando la conversazione al limite del surreale tra i due ragazzi.

Ultima telefonata. Poi in marcia verso il Marco Polo” disse Daniele, mettendosi in contatto con Eliseu. Natalia sbiancò. Non immaginava che anche lei fosse coinvolta nella sua vicenda.

Ciao, Eliseu. Missione compiuta. Tra un paio d’ore siamo in volo” fece Daniele. “Clara come sta? Dalle un bacio da parte mia”.

Il ragazzo sentì la voce della figlia che litigava con la zia.

Ciao, papi. Mi manchi” disse Clara in fretta, prima che Eliseu riprendesse il controllo.

Ci sentiamo stasera” fece la donna, chiudendo la conversazione.

Al ristorante Vettore trovarono un autista disposto a portarli al Marco Polo dietro compenso.

In aeroporto Daniele chiese a Natalia quali documenti d’identità aveva con lei.

La carta d’identità e la patente” disse.

Il passaporto?” domandò Daniele.

A Roma. Nel mio appartamento” rispose Natalia.

Fattosi consegnare le chiavi dalla ragazza, disegnò la piantina dove si trovava il documento.

Dove penso di arrivare tra due giorni, basta quello che hai. Però la destinazione finale è Bahia. E serve il passaporto” concluse Daniele.

Alle tre del pomeriggio i tre ragazzi erano in volo verso Francoforte, da dove sarebbero partiti per Lisbona.

FINE

Non sono sparito

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il mioacero rosso – foto personale

Non sono sparito! 😀

Ho avuto un piccolo – si fa per dire – problema al PC. Mi sono chiuso fuori nel senso che il sistema funzionava ma non potevo dare ordini sensati.  Quindi ho dovuto ricostruirlo e recuperare tutti i mie archivi. Operazione non difficile ma lunga e delicata. Terminata ma ho bel arretrato di letture e commenti da fare. Un po’ di pazienza… arrivo.

Nei prossimi giorni pubblico anche la puntata conclusiva di Daniele.

Daniele – parte venticinquesima

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Ireos – foto personale

Ormai mancava poco alla destinazione. Un paio di stazioni. All’incirca un’ora di viaggio e poi sarebbero arrivati. Erano solo loro due, anche se un paio di persone erano salite nelle fermate precedenti. Però avevano preferito altri compartimenti. Evidentemente non gradivano la loro presenza, pensò Daniele. Il viaggio era filato liscio. Solo una mezz’ora di ritardo aveva accumulato il treno, nonostante il lungo viaggio. Quindi sarebbero arrivati poco prima delle sei. Il buio era ancora fitto. Anzi una nebbia umida e compatta impediva di vedere fuori anche le luci. Era da un paio d’ore che faceva da compagna di viaggio silenziosa. La carrozza era ben riscaldata e i vetri umidi per la condensa colavano gocce come se piovesse. Daniele aveva coperto col suo piumino Natalina, che ogni tanto mugolava. ‘Starà sognando’ si disse più volte il ragazzo, sorridendo.

Adesso era venuto il momento di svegliarla. Tra poco sarebbero arrivati. Le accarezzò i capelli con dolcezza. Lei si agitò come se qualcuno le volesse interrompere un bel sogno. Daniele passò con la mano sul collo, titillandole il lobo dell’orecchio. Natalina aprì dapprima un occhio e poi l’altro.

Che c’è?” domandò, facendo roteare lo sguardo alla ricerca di qualcosa di familiare.

Si eresse di scatto, facendo scivolare il piumino per terra. Sembrava sorpresa di trovarsi su un treno. Daniele la baciò delicatamente su una guancia. “Tranquilla” le disse. “Siamo quasi arrivati”.

Natalina sgranò gli occhi. “Arrivati?”

Daniele sorrise. “Sì. Tra un po’ scendiamo a Venezia”.

La ragazza si girò di scatto per osservare il suo viso. ‘È vero che abbiamo preso un treno’ ricordò, facendo affiorare nella mente gli ultimi istanti di lucidità prima del sonno profondo. ‘Ma come siamo finiti a Venezia?’

E che ci facciamo a Venezia?” chiese con lo sguardo sorpreso e un po’ sospettoso.

Andiamo a prendere tua sorella” ribatté Daniele con calma.

Adesso Natalina era sveglia completamente, mentre percepiva che il treno stava rallentando fino a fermarsi. “Ma perché Nati dovrebbe essere a Venezia?” fece, aggrottando le sopracciglia. Non capiva per quale motivo dovesse essere proprio lì e non in un altro posto.

Daniele le accarezzò il viso prima di spiegare. Natalina gli appariva fragile e smarrita ma sapeva che non era vero. Raccolse il piumino dal pavimento e lo pose sul sedile davanti. Guardò fuori dal finestrino. Le poche persone che aspettavano il treno si stringevano sciarpe intorno al collo e portavano berretti di pelo in testa. Qualcuno camminava nervosamente, lasciando dietro di sé una leggera scia di vapore. Doveva esserci molto freddo. Di sicuro molti gradi in meno rispetto a Roma.

Hai una sciarpa?” le domandò.

Natalina fece segno di no con la testa. “Non hai risposto alla mia domanda” lo incalzò la ragazza.

Ho l’impressione che patiremmo il freddo” ribatté Daniele, continuando a ignorare quello che le aveva chiesto.

Mi stringerò a te” replicò asciutta Natalina.

Daniele la strinse, prima di baciarla, mentre il treno si metteva in movimento per fermarsi tra poco più di mezz’ora a Venezia Santa Lucia. “Riportiamo a casa Natalia” ribatté deciso.

Natalina scosse il capo. Non le aveva spiegato nulla. Lo guardò con lo sguardo interrogativo in attesa di una spiegazione convincente.

Ricordi cosa mi hai detto?” le chiese Daniele.

Ho ancora sonno. Sono tutta indolenzita per avere dormito scomoda. Quindi non sono in vena di ascoltare degli indovinelli” disse Natalina, strizzando gli occhi.

Daniele fece una debole risata. “Ma la spiegazione del mistero è nel tuo sogno!”

Insomma di quale sogno parli?” disse spazientita. “Quando dormo di solito sogno e li ricordo pure. Quindi prova a spiegarti. Forse riesco a trovare il sogno giusto nel mio catalogo”.

Daniele sospirò. “Ti avevo chiesto, perché eri del parere che tua sorella fosse in pericolo. Tu mi hai descritto un sogno. Lei era in una stanza coi letti a castello e un armadio addossato a una parete. Ricordi ora?”

Natalina lo guardò stupefatta. Certo che ricordava quel sogno angosciante ma da quello ricavare che Natalia si trovasse a Venezia ci voleva solo l’immaginazione e fantasia di Daniele, pensò, distendendo i lineamenti del viso. “E tu hai dedotto da quel sogno strampalato e confuso che Nati si trova a Venezia?” domandò, guardandolo con gli occhi sgranati per l’affermazione che le appariva talmente assurda da credere che Daniele avesse preso un colpo in testa.

Sei mai stata in un ostello?” le chiese Daniele.

No”.

Quello che hai descritto è tipico degli ostelli per la gioventù” replicò il ragazzo sereno.

A Natalina sembrò di sognare. ‘Ammesso che sia l’arredo di una stanza di ostello, perché questo doveva trovarsi proprio a Venezia?’ si domandò incredula.

Se io mi volessi nascondere, dove andrei?” disse Daniele, ponendosi una domanda pleonastica. “Nel posto dove nessuno pensa che possa andare” fece, dandosi la risposta da solo.

Ma sarebbe il primo luogo che esplorerei, se fossi in loro” ribatté Natalina poco convinta della sua spiegazione.

Daniele rise, stringendola. “Finiamo la chiacchierata al bar della stazione, mentre facciamo colazione” disse, alzandosi. “Raccogliamo le nostre cose. Il treno sta sul ponte translagunare e tra poco si ferma”.

Un aria gelida li accolse. La nebbia galleggiava intorno alle luci gialle. Il marciapiede era bagnato come se avesse piovuto. Pochi nottambuli o forse stanchi pendolari erano sulle banchine in attesa di imbarcarsi sul treno. Chiusero tutti i bottoni del piumino ma il gelo si insinuava lo stesso sotto, facendoli rabbrividire. Velocemente si infilarono nel bar. Un banconiere assonnato stava lucidando dei bicchieri. Lo specchio alle sue spalle rifletteva un locale vuoto. La macchina del caffè emetteva qualche sbuffo di vapore.

Un caffè, un cappuccino e due brioche” ordinò Daniele, cercando con l’occhio il tavolino più defilato e lontano dai vetri appannati ma che consentisse di osservare chi entrava.

Si sistemarono in attesa dell’ordinazione, mentre Daniele depose la borsa per terra. Senza alzare troppo il tono della voce, riducendolo a un bisbiglio, Daniele iniziò a spiegare la sua tesi.

Hai ragione, dicendo che Natalia venendo qui si sarebbe gettata nelle fauci del leone”.

Daniele fece una pausa, perché il banconiere stava portando la loro colazione. Il caffè era amaro e forte ma lo avrebbe tenuto sveglio dopo la notte insonne. Addentò la brioche, che sembrava plastica, facendo una smorfia di disgusto.

Natalia è scomparsa da un mese. Ma con te si è fatta viva una decina di giorni fa. Giusto?” chiese Daniele a conferma.

Natalina annuì, mentre finiva il suo cappuccino, non meno amaro del caffè di Daniele. Se non fosse stato per il lungo viaggio, avrebbero convenuto che in quel bar servivano colazioni tutt’altro che invitanti.

Dunque per venti giorni ha vagato alla ricerca di un posto sicuro, braccata dai suoi amici. Probabilmente li ha fregati un’altra volta oppure ha minacciato di svelare tutto alla polizia” raccontò Daniele, cercando di ricostruire i movimenti di Natalia.

All’inizio avrà usato diversi nascondigli a Roma. Di certo ne avrà avuti più di uno. Ma l’ambiente dei tossici è chiacchierone e poco sicuro. I segreti sono quelli di Pulcinella. Poi avrà preso il primo treno a lunga percorrenza per scendere alla prima stazione e dirigersi verso un’altra destinazione”.

Natalina lo guardava ammirata, perché era esattamente quello che avrebbe fatto anche lei, se avesse dovuto far perdere le sue tracce.

Sono certo che hanno controllato i posti veneziani, non appena hanno scoperto che era partita col treno. Natalia non è una sciocca e avrà girato su e giù per l’Italia, prima di puntare su Venezia. Loro hanno montato la guardia per diversi giorni, sperando di pizzicarla. Poi hanno desistito” spiegò Daniele, sbottonando il piumino.

Perché avrebbero rinunciato?” domandò curiosa Natalina.

Daniele sorrise, prendendole la mano. “Se dopo una dozzina di giorni non si era recata a Venezia, hanno ritenuto che avesse puntato verso altre località. Brancolavano nel buio, deducendo che non sarebbe mai andata lì. Quindi hanno concentrato le ricerche a Roma, seguendo Sara. Perché? Dopo venti giorni di vita randagia era plausibile che si fosse messa in contatto con l’amica. Tu eri troppo distante per darle aiuto”.

Natalina scosse la testa. La ricostruzione era debole. “Ma perché non è andata all’estero? Perché dieci giorni fa mi ha contattato?” chiese la ragazza.

Daniele annuì per confermare che non aveva spiegato alcuni dettagli. “Credo che Natalia sia scappata in fretta e furia con pochissimo bagaglio per muoversi più agilmente. Ma con scarso denaro e forse della merce non piazzata e difficile da sbolognare senza lasciare una traccia. Questo loro lo sapevano e hanno pensato che avrebbe tentato di mettersi in contatto con Sara. Forse anch’io ero sotto controllo senza essermene accorto. Se le persone più vicine fossero sotto controllo, logicamente secondo tua sorella quella più sicura per chiedere aiuto rimanevi tu. E l’ha fatto”.

Natalina era convinta delle spiegazioni. Diversi punti oscuri avevano una spiegazione razionale. Tuttavia non tutto la persuadeva. ‘Perché dopo la famosa telefonata notturna non si era fatta più viva?’ si domandò, mordendosi un labbro.

Aveva cominciato ad albeggiare, anche se la nebbia era ancora abbastanza fitta. Il bar si stava animando con i pendolari che andavano a lavorare in terraferma. Avevano ordinato un toast e un succo di mirtillo per giustificare la loro presenza da più di un’ora. Daniele teneva d’occhio le persone che entravano. ‘Se avessero ragionato un po’, avrebbero allertato di nuovo gli amici veneziani. Natalina assomiglia troppo a sua sorella per passare inosservata e poi potevano avere trasmesso una mia fotografia’, rifletté Daniele, toccandosi la guancia. Avvertì che la peluria era cresciuta. Lo specchio dietro il bancone mostrava un viso con una barbetta nera abbastanza visibile. Un paio di occhiali neri e un Borsalino in testa sarebbe stato un camuffamento abbastanza passabile, tanto da passare inosservato se qualcuno era sulle loro tracce. Il problema era Natalina. Renderla diversa dalla realtà non era semplice. Pensò che una sciarpa, un berretto di pelo e un paio di occhialoni da vamp sarebbero stati sufficienti per non essere riconosciuta. Doveva aspettare l’apertura dei negozi per comprare tutto quello che aveva in mente. Di certo nell’area commerciale della stazione avrebbe trovato tutto quello che cercavano.

Daniele guardò l’orologio posto sopra lo specchio. ‘Ancora un’oretta buona’ si disse.

[continua]

Daniele – parte ventiquattresima

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Quest’anno albicocche – foto personale

Marco alla guida dell’Audi nera seguiva come un ombra l’auto di Daniele. Non capiva cosa stesse facendo. Dopo aver percorso il GRA la macchina aveva puntato verso Napoli ma arrivato a circa metà strada era uscito dall’autostrada per ritornare a Roma lungo l’Appia.

Nello specchietto retrovisore interno vedeva il suv che lo tallonava quasi incollato alle luci di posizione della sua auto. Era infastidito, perché non ne comprendeva il motivo. Alzò le spalle e si concentrò sul Golf. L’orologio del cruscotto segnava le ventitré e mezzo. Imprecò, perché erano due ore che seguiva come uno scemo quell’auto, senza sapere dove si stava dirigendo. ‘Dentro ci sono un uomo e una donna’ rifletté Marco. ‘Ma sono la sorella e il suo amico?’ Adesso i dubbi crescevano. Pensò che lo stessero prendendo per i fondelli portandolo in giro per Roma e dintorni.

Chiamò Alice, che stava pedinando Sara. “Si è rintanata in aeroporto. Pare non voglia schiodarsi” gli confermò la donna. La sentì imprecare. Non comprese il motivo di quella sequela di parolacce.

Ali, che c’è?” chiese Marco allarmato. Poi il nulla. Provò a mettersi in contatto senza risultati. Il nervosismo cresceva. Aveva la quasi certezza che erano stati più scaltri di lui e li avevano fregati, usando due specchietti per attirare delle allodole credulone. Seguiva come un’ombra, qualcosa che gli appariva come un fantasma. L’auto davanti teneva un passo lento, rispettando tutti i limiti di velocità. Era il percorso che lo stava innervosendo. Ormai gli era chiaro che inseguiva una chimera.

Mi hanno bidonato’ si disse, bestemmiando. ‘Mi hanno fanculato!’ L’auto, che stava pedinando, entrò in un enorme casermone del quartiere di Centocelle. Pochi istanti dopo riprese la strada col solo guidatore, immergendosi nel dedalo delle strade del quartiere. Dopo qualche minuto Marco la vide parcheggiata davanti a un grosso condominio. Il guidatore scese ed entrò nel caseggiato. L’orologio digitale del display sul cruscotto segnava quasi le due di notte. Marco si fermò, appoggiando la testa sul volante. Dopo quasi due giorni di sosta davanti alla casa di quell’uomo, che aveva accolto la sorella della ricercata, si ritrovava con un pugno di sabbia in mano. Le due lepri gli erano sfuggite. L’amica era ferma a Fiumicino, bloccando Alice e lui a inseguire un fantasma Un fiasco in piena regola. Duro da digerire e da raccontare al boss. Le ultime luci del condominio si stavano progressivamente spegnendo. La via si stava svuotando del suo traffico, già scarso per natura. Sul display dell’Audi comparve il segnale di una chiamata entrante. Segnalava ‘Alice’.

Dimmi” disse Marco con voce roca.

La strega mi ha messo nel sacco” annunciò con voce funerea.

Silenzio. “Come messa nel sacco?” sbottò irato.

Due poliziotti mi hanno chiesto i documenti e lei è sgusciata via senza che io potessi seguirla” confessò con un filo di voce Alice.

Porca puttana Eva” sbraitò Marco. “Controlla se la preda è tornata a casa. Poi troviamoci al solito posto”.

Sgommando si allontanò per tornare, dove abitava Daniele. Jorge dentro il suv si guardava smarrito. La donna scaricata alcuni minuti prima non era di certo Natalina, né il guidatore era l’amico. ‘Ma chi ho seguito?’ si domandò, immaginando la sfuriata di Juan. ‘È inutile tornare dov’ero prima. Chissà dove sono finiti’.

Come Daniele aveva previsto, Natalina si era accoccolata su di lui, addormentandosi. Visto che il compartimento era vuoto, si era spostata di fianco, appoggiando la testa sul suo petto e in breve un sonno leggero l’aveva colta. Il tepore di Daniele, il rumore ritmato delle ruote sulla rotaia avevano favorito il suo rilassamento.

Dormi” le disse, accarezzandole i capelli.

Stava per cercare il numero di Sara, quando lei lo chiamò.

Dove sei?” le sussurrò per non svegliare Natalina, che aveva ripreso a dormire tranquilla.

All’hotel” chiosò garrula e gli raccontò gli ultimi avvenimenti.

Dopo la sua ultima telefonata Sara si era innervosita alquanto, perché percepiva di essere stata incastrata. ‘Qui non posso passare la notte’ rifletté, osservando che le persone si stavano diradando. Se si muoveva, quella donna l’avrebbe seguita come un’ombra e non si sarebbe liberata di lei. Era ormai mezzanotte e presto l’aerostazione sarebbe rimasta deserta. Era al banco del bar, praticamente da sola, quando vide due carabinieri che perlustravano corridoi e sale. ‘Ecco i miei salvatori!’ si disse. Pagò la consumazione e poi si diresse verso di loro.

Vedete quella donna” fece con uno dei due. “È sempre al telefono e parla di pacchi con aria misteriosa”.

Il carabiniere annuì e la vide intenta a conversare gesticolando al cellulare. Era congestionata in volto. Ogni tanto la voce diventava stridula, mentre si muoveva nervosa, come se avesse qualcosa da nascondere. Il poliziotto fece un cenno al compagno, avvicinandosi alla donna per chiederle i documenti. In effetti aveva un’aria piuttosto sospetta. Una velina riservatissima parlava di probabili attentati in aeroporto. Quindi identificarla avrebbe tolto molti dubbi. Sara nel frattempo di corsa era andata verso l’uscita per recuperare la Smart, che fortunatamente non aveva riconsegnato.

Così mi sono liberata e ho potuto arrivare all’hotel senza nessuno alle calcagna” concluse con tono soddisfatto.

Daniele ridacchiò. Aveva ritrovato la Sara dei tempi del liceo, quando era in grado di uscire pulita dalle situazioni più ingarbugliate.

Bene” disse il ragazzo a conclusione della telefonata. “Resta lì tappata dentro. Ti chiamo quando il pericolo è cessato”.

Fra quanto?” chiese Sara agitata.

Credo entro ventiquattro ore” fece Daniele, chiudendo la telefonata.

Si appoggiò soddisfatto allo schienale. Le luci esterne lasciavano dietro di sé una scia luminosa. Il treno notte sfrecciava sicuro nelle stazioni semi addormentate. La loro carrozza pareva deserta. Solo il loro compartimento era ben illuminato e lo sarebbe stato per tutta la notte. Tanto non avrebbe dormito. Il romanzo acquistato all’edicola, ‘Un paese rinasce’, gli avrebbe tenuto compagnia.

Tutte sono al sicuro’ si disse Daniele, posando il libro sul tavolino.

Il treno rallentò per arrestarsi nella stazione. Poche persone erano sul marciapiede in attesa. L’orologio segnava poco dopo la mezzanotte. Daniele allungò il collo per leggere il nome della stazione. ‘Arezzo’ si disse. ‘Ancora cinque ore prima di arrivare’. Il rumore della porta della sua carrozza gli fece capire che forse ci sarebbero stati ospiti. Doveva immaginarlo ma sperò che andassero in un altro compartimento vuoto. ‘Non ho potuto prenotare una cabina a due posti’ ricordò, ‘perché erano tutte occupate. Per le cuccette Natalina sarebbe finita in una carrozza per sole donne. Lontana da me. Non potevo lasciarla sola. Quindi solo posti a sedere col rischio di avere compagni indesiderati’.

I passi del corridoio sembravano al femminile. Passò una signora, che trascinava un trolley, senza fermarsi. Daniele sospirò ma prima di arrivare c’erano ancora molte soste con possibilità di avere compagnia. Le porte si chiusero con fragore, mentre il capostazione agitava la paletta della partenza. Il treno prese slancio e in breve fu inghiottito dal buio della notte.

Era venuto il momento di ascoltare anche l’amico per sincerarsi che tutto era filato liscio come da programma.

Ciao, Fiore” domandò Daniele con un filo di apprensione.

Tra mezz’ora siamo a casa. Tutto come previsto” rispose Fiorenzo.

Grande!” esclamò Daniele, facendo sobbalzare Natalina. “Ci sentiamo domani”.

Jorge e Juan si trovarono alle tre al McDonald’s di Stazione Termini. Dovevano fare il punto della situazione. L’obiettivo al momento non era centrato e le possibilità di raggiungerlo erano nulle. Juan non era affatto contento di come stava procedendo l’operazione e Jorge invece di aiutarlo sembrava remare contro.

Dimmi come sei riuscito a farti buggerare” chiese Juan, che avrebbe voluto fumare una sigaretta per calmare la collera interna.

Jorge abbassò gli occhi. Doveva ammetterlo. Aveva seguito l’Audi, che a sua volta era incollata al posteriore di un Golf, senza molto criterio.

Quando ho visto uscire l’auto dal cancello condominiale” spiegò Jorge, “ho pensato che la preda volesse fuggire”.

Juan imprecò sottovoce. ‘Basta che vada via un attimo e zac! Combina il patatrac’ pensò, osservando due ragazze dai capelli viola. “Ma prima di gettarti all’inseguimento di un miraggio non potevi valutare chi fosse a bordo?”

Jorge distolse lo sguardo da Juan. Le due ragazze gli mandarono un bacio con la mano. D’istinto lo rimandò indietro, mentre loro ridacchiavano. Pareva che volessero farsi rimorchiare. Sospirò prima di rispondere. “Era buio. Dentro ho notato due ragazzi giovani. Un uomo e una donna. Più o meno della corporatura di chi tenevano d’occhio” fece Jorge, alzando le spalle. Il locale era praticamente deserto. “E poi anche l’altro era partito di scatto al loro inseguimento. Quindi due più due fanno quattro”.

Quale altro?” domandò dubbioso Juan. Non risultava che ci fossero altre persone in agguato.

Quello dell’Audi nera” commentò poco convinto Jorge. “L’ho visto seguire la ragazza stasera. E poi teneva d’occhio anche il ragazzo con una compagna”.

E tu sei un babbeo” rimbeccò acido Juan. La caccia per il momento era sospesa. Era inutile montare la guardia a un posto freddo. Come rintracciare le prede ci avrebbe ragionato nella mattina, dopo una sana dormita.

Le due ragazze dai capelli viola si alzarono. “Ci fate compagnia?” disse quella più rotonda con fare civettuolo.

Juan lanciò un occhiata a Jorge che annuì. ‘Meglio la loro compagnia che stare con Jorge’ pensò.

Dove?” chiese Juan, alzandosi.

Qui vicino” replicò la ragazza, prendendolo sotto braccio.

[continua]