Daniele – parte diciassettesima

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foto personale

Il cielo era terso, luminoso come può essere a Roma in gennaio, quando la tramontana spazza via nuvole e inquinanti. La vista poteva spaziare lontana, mentre i gabbiani intrecciavano i loro voli. La cima del pino ondeggiava sotto il vento impetuoso. Nessun rumore penetrava nella stanza, solo lo sguardo assorto di Sara fissava un punto lontano dal suo bilocale all’ultimo piano.

A volte ritornano” disse, “e fanno male”.

Tornò a fissare l’orizzonte come se questo potesse suggerirle le risposte, che invece doveva trovare dentro di sé. Riavvolse il filo dei ricordi. Di quanti anni? Di molti, almeno quindici. Non pochi. Quasi metà della sua vita. Eppure aveva solo trentacinque anni. Un’età che consente di guardare indietro col filtro della maturità e osservare il futuro con il senso della consapevolezza di avere una vita davanti da sé.

La visita della sera precedente era stata uno choc. Un colpo tremendo. Prima Daniele, mentre l’accompagnava a casa, aveva fatto un accenno a Juan. ‘Di certo non è lui’ aveva pensato, mentre i fari illuminavano fugacemente il viso di una persona. Quel ragazzo muscoloso e aitante, che aveva conosciuto a Venezia non poteva rimanere uguale dopo quindici anni. Il tempo corre, si disse, e noi non rimaniamo uguali.

Nello specchio dell’ingresso tutti i giorni vedeva che i segni si facevano più marcati. Le zampe di gallina attorno agli occhi. I segni delle rughe sulla fronte. I capelli meno folti. Erano tutti segnali esteriori che giorno dopo giorno invecchiava. Quindi nemmeno Juan poteva restare identico a quando l’aveva conosciuto a Venezia. Un colpo di fulmine l’aveva travolta. Una passione ardente ma effimera. Poi dopo la nascita di Lisa l’aveva allontanato, cancellandolo dalla sua mente. Lui aveva sempre creduto che la figlia fosse sua. ‘Povero sciocco!’ si disse con un sorriso stanco. ‘Sei arrivato secondo!’

Imperioso tornò il ricordo di ieri sera. “A volte ritornano e fanno male” ripeté stancamente.

Era da pochi minuti in casa, quando qualcuno suonò chiedendo di salire. Non poteva non impedirlo. Rammentava bene che quelle persone stazionavano vicino al portone d’ingresso del suo palazzone. Un blocco grigio di sei piani nella periferia di Roma. Non ho potuto. L’ho riconosciuta. Ho capito subito chi era. Il sangue non mente. Le ho fatte entrare, perché conoscevo il motivo di quella visita. Sapevo che prima o poi a volte ritornano. E questo era avvenuto.

Sara si strinse con le braccia le gambe e tornò a guardare fuori. Il sole era alto nel cielo, come può esserlo in gennaio. Un colloquio penoso. Ricordava ogni singola parola.

Ciao” disse entrando.

Ciao” rispose Sara con accento irritato.

L’ingresso dava direttamente sul soggiorno. Un tavolo rotondo, due poltrone in un angolo. Un mobile basso appoggiato alla parete. Era il colpo d’occhio che presentava, accedendo all’appartamento di Sara.

Si accomodarono sulle due poltrone in silenzio, mentre lei prendeva una sedia. C’era imbarazzo e si avvertiva in pieno. Sara le osservò ma non disse niente. Aspettava che parlassero. Anzi che parlasse. L’altra era troppo giovane per dire qualcosa.

Come sta tua sorella?” fece Sara per mettere fine a quell’atmosfera surreale.

La donna strinse le labbra e gli occhi si inumidirono.

È morta” rispose seccamente.

Sara aprì e chiuse la bocca. Non si aspettava questa risposta. “Ana è morta?”

Sì” confermò Eliseu con la testa.

Sara spostò lo sguardo sulla ragazzina. Un groppo le tolse il fiato. Gli occhi annaspavano alla ricerca di un punto fermo. La notizia era un vero choc. Immaginava tutto ma non che fosse morta.

Se anni prima aveva dei dubbi, adesso erano fugati. ‘Il seme non può essere che uno’ pensò, riacquistando un minimo di lucidità. Quella fossetta sul mento, quegli occhi color nocciola e il loro taglio era un imprinting inequivocabile. Il viso franco dal colorito bianco non poteva che essere quello di suo padre. Si commosse. Un flash. Ricordava una neonata con pochi peli biondicci sulla testa dalla corporatura minuta ma dalla voce gagliarda. Poi il buio. ‘A volte ritornano e fanno male’ si ripeté, avvertendo una lacrima bagnarle il viso.

Questa è Clara” disse Eliseu, vedendo il suo sguardo smarrito e commosso.

Clara?” replicò Sara sorpresa. Per lei era Lisa e non Clara.

Eliseu accennò a un sorriso, osservando il suo stupore nel sentire questo nome. Ana, sua sorella, aveva insistito nella registrazione all’anagrafe con questo nome. Gli accordi era che dovesse chiamarsi Lisa ma sua sorella era stata irremovibile. ‘È mia figlia e il nome lo scelgo io’ aveva ribadito senza arretrare di un millimetro.

Clara” disse la donna, volgendosi verso la ragazzina. “Questa è la tua vera madre. Ana lo è stata finché ha vissuto e ti ha voluto tanto bene. Ma ora devi conoscere quella naturale”.

Zia” disse sotto voce Clara, “per me Ana sarà sempre mia madre e la ricorderò come tale”.

Sara avvertì una fitta nel costato. Sua figlia la stava rinnegando. ‘Non posso meritare nulla di più’ convenne, abbassando gli occhi. “L’ho ripudiata un’ora dopo la nascita. Non posso pretendere gratitudine’. Però c’era qualcosa che non tornava. Parlava un italiano perfetto con un lieve accento veneto. Questo la sorprese.

Ma dove sono vissute Ana e …”. Sara non riuscì a pronunciare Clara. Le mancò la voce.

Clara” suggerì Eliseu.

Sara annuì col capo.

In Italia. In particolare a Vicenza. È volata a Coimbra il tempo necessario per le registrazioni. Poi è tornata” spiegò Eliseu.

Sara non osò chiedere come fosse morta Ana ma Eliseu le lesse la domanda negli occhi.

Un tumore all’utero se l’è portata via in sei mesi. La settimana scorsa è stata sepolta a Vicenza. Io non ho potuto assistervi. Sono arrivata ieri da New York. Ho fatto il viaggio con Natalia ma lei ha finto di non conoscermi”.

Sara sobbalza. Con Natalia? Non è possibile, pensò. Poi ebbe un flash. Ha scambiato Natalina per sua sorella. Non rivelerò che ha preso un abbaglio.

Come mai a Roma e non a Vicenza?” chiede Sara perplessa.

Eliseu sorrise. Si aspettava la domanda.

Clara è a Roma col patrigno” spiegò la donna. “Ana si è sposata con Juan. Ricordi l’addetto al consolato di Venezia? Però da diversi anni è stato trasferito all’ambasciata di Roma. Ana e Clara sono rimaste a Vicenza”.

Dunque era chiarito anche che fine avesse fatto il suo Juan. Però a Sara tutte queste chiacchiere interessavano in modo relativo. Intuiva che lo scopo della visita era un altro.

Mi domando” fece Eliseu, “perché Natalia abbia finto di non conoscermi?”

Ritenne inutile perdere tempo su questo tema, preferì andare al sodo.

Immagino che l’obiettivo del nostro incontro sia un altro, oltre a quello doloroso della morte di Ana” disse Sara, puntando gli occhi su Eliseu.

La donna rise. Sara non era cambiata per nulla da quando l’aveva conosciuta. Sempre intuitiva e determinata. Puntava al concreto senza tanti giri di parole.

Hai ragione. Clara vorrebbe conoscere suo padre. Ana glielo aveva promesso ma la malattia ha vanificato tutto. Prima di lasciarci mi ha chiesto di farlo”.

Sara rifletté su questo punto. Poi decise. “Ecco il suo numero di telefono” e lo dettò a Eliseu.

Clara era rimasta sempre attenta ma in silenzio. Aveva ascoltato tutto senza battere ciglio. Composta ed educata non vedeva il momento per parlare finalmente con suo padre. Sara le rimaneva antipatica. Non era scattato nulla che la facesse desiderare di abbracciarla. Si alzò, facendo capire che la visita era terminata.

Sara tornò a scrutare l’esterno. Il ricordo dell’incontro della sera precedente le bruciava ancora. Sua figlia l’aveva trattata con freddezza e le aveva fatto intendere chiaramente che non avrebbe desiderato intrattenere rapporti con lei.

Chissà se Lisa ha chiamato suo padre?”

Stava per comporre il numero ma si fermò.

[Continua]

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  1. Piano piano ogni tessera del racconto si incastrerà alla perfezione per offrire un finale inatteso.
    Sara è un libro tutto da sfogliare, pagine di vita che daranno forma ad ogni pensiero.
    Molto intensa questa parte, da seguire con attenzione.
    Complimenti
    Buona giornata da Affy

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