La mia storia – mini esercizio 12

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Foto personale

Un uomo ha un amico che sta facendo un enorme sbaglio, e basterebbe che tu gli dicessi una certa cosa e lui capirebbe. Ma non puoi comunicare in nessun modo con lui.

Sai che da te dipende la sua vita. Sai che se fossi con lui, se potessi chiamarlo, scrivergli, urlargli lui si salverebbe. Ma non puoi.

Inventa tu la situazione. Forse siete fisicamente distanti e il suo telefono non ha campo. Forse siete vicini ma lui ha le cuffie e non sente. Forse non capisce cosa vuoi dire.

L’importante è che in 100 parole tu descriva la disperazione in questo contesto.

Ecco il mio esercizio.

Buona lettura.

 

Ecco ero qui e vedevo tutto. Sì, proprio tutto. La stanza era quadrata, illuminata da una lampada dalla luce gialla. Non storcere il naso. Era gialla e non bianca. Un tavolo, una sedia e un televisore in lontananza che ronzava muto. Livio era lì e non avrebbe dovuto esserci. Perché sei venuto? Non lo capivo. Eppure era in quella stanza dalle ombre non nette. Voltava le spalle alla porta. Mi guardava e stava immobile. Il viso in penombra e la sua ombra sulla parete. Avrei voluto gridare. “Scappa finché sei in tempo!” Ma come facevo? Sono muto. Non potevo parlare.

 

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  1. Nel tuo esercizio la disperazione è proprio palpabile, la si può toccare con mano.
    Penso che non soltanto hai centrato l’obiettivo ma hai dato vita ad un momento di grande amara complicità.
    Buona domenica pomeriggio, un abbraccio 🙂

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